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Ancora ventiquattro ore prima di Australia – Italia, ancora ottanta minuti: il tour dell’Italrugby nell’Emisfero Sud volge al termine ed oggi, sul prato del Suncorp Stadium di Brisbane, gli Azzurri capitanati da Francesco Minto hanno svolto l’ultima seduta tecnica della tournée.

Domani lo stesso stadio ospiterà il test-match contro l’Australia (ore 15 locali, 7 in Italia, diretta Sky Sport), l’ultima fatica per la Nazionale che si presenta alla sfida con la quarta forza del ranking internazionale dopo la sconfitta di Singapore contro la Scozia e quella all’ultimo secondo contro le Isole Fiji.

Quindicesimi nel ranking, Minto e compagni inseguono una vittoria che manca dal novembre 2016, a Firenze contro il Sudafrica, due volte Campione del Mondo come l’Australia:

“Una squadra di grande livello, con incredibili solisti. Abbiamo un enorme rispetto per i Wallabies – ha detto Minto incontrando al stampa al termine della rifinitura odierna – ma domani saremo concentrati soprattutto sul nostro gioco. In queste settimane abbiamo lavorato molto sul rugby che vogliamo proporre e siamo qui per mostrare il rugby italiano e fare la nostra partita”.

E ha aggiunto:

“In questo mese di raduno ho visto tutti i giovani lavorare duro per dimostrare di meritare un posto in squadra o per mettere dubbi agli allenatori in vista delle prossime selezioni. Portiamo a casa un grande lavoro di gruppo, tanta voglia di mettersi in discussione, ma soprattutto coesione e voglia di stare assieme: la difesa vista a Singapore contro la Scozia, in particolare, è il segnale più evidente della nostra unione come gruppo”

Queste le formazioni domani in campo a Brisbane: 

Brisbane, Suncorp Stadium – sabato 24 giugno, ore 15
Test match internazionale – diretta Sky Sport ore 7 italiane
Australia v Italia
Australia: Folau; Haylett-Petty, Horne, Hunt, Naivalu; Foley, Genia; Timani, Hoope, Hanigan; Coleman, Arnold; Alaalatoa, Moore (cap), Sio
a disposizione: Polota-Nau, Smith, Kepu, Carter, Dempsey, Powell, Cooper, Hodge
all. Cheika
Italia: Padovani; Esposito, Campagnaro, Boni, Venditti; Allan, Tebaldi; Van Schalkwyk, Mbandà, Minto (cap); Budd, Fuser; Ferrari, Bigi, Lovotti
a disposizione: Gega, Zani, Ceccarelli, Lazzaroni, Steyn, Gori, Canna, Benvenuti
all. O’Shea
arb. Carley (Inghilterra)

Il tour estivo dell’Italrugby entra nella sua ultima settimana, quella che porta al test-match contro l’Australia, il più duro del viaggio azzurro nell’Emisfero Sud: ieri gli Azzurri, dopo la sconfitta allo scadere contro Fiji subita a Suva, sono arrivati a Brisbane dove sabato 24 (ore 15 locali, 7 in Italia, diretta Sky Sport) affronteranno i Wallabies australiani nell’impegno che conclude la stagione 2016/2017.

Dopo aver passato la domenica a recuperare dal viaggio e dalla partita, con massaggi e terapie, i 31 Azzurri a disposizione del CT Conor O’Shea hanno ripreso il lavoro questa mattina con lavoro differenziato in palestra per gli atleti scesi in campo a Suva e quelli rimasti a riposo, mentre nel pomeriggio la squadra al completo si è spostata nei sobborghi di Brisbane per una seduta divisa per reparti.

Allenamento differenziato per il solo Marco Fuser, ancora dolorante per un trauma contusivo alla spalla che non dovrebbe impedire ad O’Shea di tenerlo in considerazione per l’ultima partita del tour.

Il 22-19 di Suva, maturato allo scadere al termine di una bella rimonta, ha lasciato l’amaro in bocca a tecnici e giocatori, in particolare per la grande disciplina mostrata dall’Italrugby (cinque calci contro a fronte dei 16 fischiati contro Fiji) e per il dominio che ha caratterizzato le fasi statiche, con un successo nelle fasi statiche pari al 95%.

“Quando si presentano opportunità come quella di sabato – ha detto oggi Giampiero De Carli, responsabile tecnico degli avanti dell’Italia – dobbiamo avere la capacità e la forza di coglierle, di portare a casa partite come quella con Fiji. Non è stata una bellissima prestazione, ma eravamo in partita: ora è tempo di fare risultati. Siamo delusi ed arrabbiati. Non possiamo accampare scuse, noi siamo qui per far sì che i risultati arrivino: ci sono stati progressi ma anche tanti errori”.

E’ giunto il momento di tirare le somme sull’Open d’Australia appena concluso con la memorabile impresa di Roger Federer capace, a 35 anni e 174 giorni, di vincere nuovamente uno slam a quasi 5 anni di distanza (ultima affermazione a Wimbledon 2012) partendo dal N. 17 ATP, emulando la mitologica impresa di Pete Sampras agli US Open 2002.

Senza dubbio la kermesse australiana ci lascia, oltre alla sfavillante cornice della Rod Laver Arena, interessanti spunti per valutare chi saranno i top players del circuito nel prosieguo del 2017 tennistico e anche per ipotizzare gli “slam hunters” del futuro.

Prima le note stonate: Chi ne esce con le ossa rotte sono senza dubbio Marin Cilic e Milos Raonic.

Il croato aveva incantato con un finale di 2016 fenomenale (vittorie a Cincinnati e Basilea e conquista delle Finals di Londra oltre al best ranking N. 6 ATP) ma ha finora deluso in questo inizio di 2017 venendo anche sopravanzato da Nadal. L’occasione era ghiotta per fiondarsi in top 5 anche tenuto conto degli scarsi risultati ottenuti all’inizio del 2016 ma le sconfitte al primo turno di Chennai (con il non certo irresistibile Kovalik!) e al secondo turno a Melbourne (con un Evans in salute) portano ad una bocciatura senza appello. Ha ancora tempo e modo per aggredire il quinto posto di Nishikori ma serve un deciso cambio di marcia.

Raonic era invece chiamato alla definitiva consacrazione, vista anche la prematura uscita di scena di Murray e Djokovic, il gigante canadese non è riuscito ad imporre il suo gioco con Nadal nei quarti e a confermare, almeno, la semifinale del 2016, dovendo rimandare ulteriormente l’appuntamento con il primo slam della carriera (arriverà mai?). L’impressione che lascia è quella di un potenziale fuoriclasse che difetta però nella cattiveria nei momenti decisivi. La speranza è quella che riesca a ripetere l’estate 2016 e, magari, superare l’ultimo step nell’erba londinese.

Al contrario, prova di maturità ampiamente superata per Grigor Dimitrov: Il ragazzo di Haskovo sembra avere risolto i problemi di convinzione e cattiveria agonistica che lo avevano attanagliato dopo l’ottimo 2014, culminato con le vittorie ad Acapulco, Bucarest e Londra, e ha già confermato e rafforzato le buone impressioni destate sul finire del 2016. Emblematica la prestazione in semifinale al cospetto di Rafa, dove il bulgaro ha mantenuto per ben 5 ore un tennis di qualità elevatissima senza mai togliersi dalla lotta e capitolando solo per la maggiore esperienza del mancino di Manacor. Grigor è in fiducia, ha sempre avuto le stimmate del campione assoluto e mai come in questo 2017 pare lanciato verso la definitiva consacrazione da “Baby Fed” a “Fed 3.0”. Una fine 2017 a ridosso dei primi 5 è più che una probabilità.

E chi saranno le sorprese? I primi nomi da considerare sono Alexander Zverev e Juan Martin Del Potro.

Il tedesco ha confermato la grande bontà di Madre Natura e sicuramente avrà un futuro non roseo, ma dorato. L’uscita ai sedicesimi con Nadal ha però evidenziato che Sascha, al meglio dei 5 set, non è ancora pronto per determinare contro avversari con un approccio fisico e che riescano a disinnescare la sua profondità di colpo da fondo campo. Il golden boy ha ancora grossi margini di miglioramento, forse più fisici che psicologici, ma potrà essere la vera sorpresa nei major estivi (pronostichiamo grandi cose a Wimbledon).

Che dire su Palito: sarà sicuramente la scheggia impazzita del 2017. Finchè non rientrerà nei primi 20 ATP DelPo non potrà che essere lo spauracchio delle teste di serie nei primi turni di ogni torneo. Se saprà gestire le energie e il polso non farà le bizze, il continuo miglioramento nel 2016, culminato con il grande argento olimpico e la vittoria al 250 di Stoccolma, conferma che l’argentino di Tandil saprà regalarci grandissime soddfisfazioni.

Michele De Martin

E’ giunto il momento di tirare le somme sull’Open d’Australia appena concluso con la memorabile impresa di Roger Federer capace, a 35 anni e 174 giorni, di vincere nuovamente uno slam a quasi 5 anni di distanza (ultima affermazione a Wimbledon 2012) partendo dal N. 17 ATP, emulando la mitologica impresa di Pete Sampras agli US Open 2002.

Senza dubbio la kermesse australiana ci lascia, oltre alla sfavillante cornice della Rod Laver Arena, interessanti spunti per valutare chi saranno i top players del circuito nel prosieguo del 2017 tennistico e anche per ipotizzare gli “slam hunters” del futuro.

Prima le note stonate: Chi ne esce con le ossa rotte sono senza dubbio Marin Cilic e Milos Raonic.

Il croato aveva incantato con un finale di 2016 fenomenale (vittorie a Cincinnati e Basilea e conquista delle Finals di Londra oltre al best ranking N. 6 ATP) ma ha finora deluso in questo inizio di 2017 venendo anche sopravanzato da Nadal. L’occasione era ghiotta per fiondarsi in top 5 anche tenuto conto degli scarsi risultati ottenuti all’inizio del 2016 ma le sconfitte al primo turno di Chennai (con il non certo irresistibile Kovalik!) e al secondo turno a Melbourne (con un Evans in salute) portano ad una bocciatura senza appello. Ha ancora tempo e modo per aggredire il quinto posto di Nishikori ma serve un deciso cambio di marcia.

Raonic era invece chiamato alla definitiva consacrazione, vista anche la prematura uscita di scena di Murray e Djokovic, il gigante canadese non è riuscito ad imporre il suo gioco con Nadal nei quarti e a confermare, almeno, la semifinale del 2016, dovendo rimandare ulteriormente l’appuntamento con il primo slam della carriera (arriverà mai?). L’impressione che lascia è quella di un potenziale fuoriclasse che difetta però nella cattiveria nei momenti decisivi. La speranza è quella che riesca a ripetere l’estate 2016 e, magari, superare l’ultimo step nell’erba londinese.

Al contrario, prova di maturità ampiamente superata per Grigor Dimitrov: Il ragazzo di Haskovo sembra avere risolto i problemi di convinzione e cattiveria agonistica che lo avevano attanagliato dopo l’ottimo 2014, culminato con le vittorie ad Acapulco, Bucarest e Londra, e ha già confermato e rafforzato le buone impressioni destate sul finire del 2016. Emblematica la prestazione in semifinale al cospetto di Rafa, dove il bulgaro ha mantenuto per ben 5 ore un tennis di qualità elevatissima senza mai togliersi dalla lotta e capitolando solo per la maggiore esperienza del mancino di Manacor. Grigor è in fiducia, ha sempre avuto le stimmate del campione assoluto e mai come in questo 2017 pare lanciato verso la definitiva consacrazione da “Baby Fed” a “Fed 3.0”. Una fine 2017 a ridosso dei primi 5 è più che una probabilità.

E chi saranno le sorprese? I primi nomi da considerare sono Alexander Zverev e Juan Martin Del Potro.

Il tedesco ha confermato la grande bontà di Madre Natura e sicuramente avrà un futuro non roseo, ma dorato. L’uscita ai sedicesimi con Nadal ha però evidenziato che Sascha, al meglio dei 5 set, non è ancora pronto per determinare contro avversari con un approccio fisico e che riescano a disinnescare la sua profondità di colpo da fondo campo. Il golden boy ha ancora grossi margini di miglioramento, forse più fisici che psicologici, ma potrà essere la vera sorpresa nei major estivi (pronostichiamo grandi cose a Wimbledon).

Che dire su Palito: sarà sicuramente la scheggia impazzita del 2017. Finchè non rientrerà nei primi 20 ATP DelPo non potrà che essere lo spauracchio delle teste di serie nei primi turni di ogni torneo. Se saprà gestire le energie e il polso non farà le bizze, il continuo miglioramento nel 2016, culminato con il grande argento olimpico e la vittoria al 250 di Stoccolma, conferma che l’argentino di Tandil saprà regalarci grandissime soddfisfazioni.

Michele De Martin

In questi giorni a Melbourne si stanno disputando gli Australian Open, primo torneo dell’anno nel circuito tennistico del Grande Slam. Ideata nel 1905, la competizione, nel corso dei decenni ha cambiato nome, formula e anche sede: da Australasian Championships passando per Australian Championships, inizialmente si disputava sui campi d’erba di Kooyong. A metà degli anni ’80, il torneo rischiò di andare in decadenza (nel 1986 non si giocò), così si provò a dare nuova formula e vigore spostandolo all’interno del Melbourne Park con superficie di cemento.

Raggiungere l’Australia, soprattutto nella prima metà del secolo scorso, non era cosa semplice: anche per questo motivo, il torneo si portava con sé i dubbi e le perplessità degli atleti occidentali. La voce grossa, così, l’han fatto per molto tempo gli australiani stessi.
E’ anche vero, però, che la definitiva consacrazione del torneo all’interno del Grande Slam, ha portato a una lunga carestia di vittorie da parte dei “canguri”. Tra gli uomini, per esempio, bisogna andare indietro al 1976 per trovare l’ultimo successo: Mark Edmonson superò in finale il connazionale John Newcombe, mentre l’ultima apparizione in finale di un australiano è di Lleyton Hewitt, nel 2005, sconfitto dal russo Marat Safin.

Ma c’è un nome che ha legato i suoi successi all’Australian Open: Kenneth “Kenn” Rosewall. Figlio di un droghiere, aato a Sydney il 2 novembre 1934, ha avuto una carriera eccezionalmente lunga, mantenendosi sempre su livelli altissimi fino al ritiro dopo aver staccato il biglietto dei 47 anni di età. Riconosciuto con il soprannome de “il Muscolo” o “il Professore”, Rosewall rappresenta  un tennis elegante e preciso.
Agile di rovescio, Ha vinto tutti i tornei del Grande Slam tranne quello di Wimbledon, nonostante le quattro finali disputate nel 1954, 1956, 1970 e 1974. Sei anni dopo, nel 1980, è stato inserito nell’International Tennis Hall of Fame.

Ken è stato il più giovane tennista ad alzare il trofeo dell’Australian Open: nel 1953, quando aveva 18 anni e due mesi, sconfisse in finale il connazionale Mervyn Rose in 3 set (6-0 6-3 6-4). Quella di Rosewall era ancora una carriera amatoriale eppure già vincente: lo stesso anno vince il Roland Garros, mentre in quegli anni aiutò l’Australia a vincere tre volte la Coppa Davis nel 1953, 1955 e 1956. Assieme al giovane Lew Hoad, formava il duo “The Gold-dust Twins” e assieme, nel 1956, riuscirono a vincere tutti i titoli di doppio maschile del Grande Slam tranne agli Internazionali di Francia, dove Rosewall era assente.

Enfant prodige del tennis, Kenneth Rosewall ha confermato nel corso dei decenni il suo talento. Come detto, è stato il più giovane a vincere in Australia, ma non solo: nel 1972, dopo aver battuto Malcolm Anderson per 3-0, ha raggiunto il successo a 37 anni e due mesi, record ancora oggi imbattuto.
Vincendo il suo quarto titolo australiano e l’ottavo titolo del Grande Slam, quella del 1972 è l’ultima grande vittoria della sua carriera. La carriera di una leggenda.