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Robin Van Persie è atterrato dopo una lunga carriera volante. Il lungo salto dell’olandese, simile al tuffo contro la Spagna nei Mondiali 2014, ha toccato terra nella sua casa di Feyenoord. Lo stadio De Kuip. L’attaccante, che ad agosto compirà 36 anni, ha disputato la sua ultima partita da professionista contro l’Ado Den Haag nel campionato olandese. Il risultato finale, ko interno per 0-2, ha interessato pochi. La notizia del giorno era il ritiro di un formidabile goleador che detiene il primato di reti con la maglia dell’Olanda (50 gol). Meglio di Cruijff e Van Basten, giusto per citare le prime due leggende del calcio arancione.

La carriera di Van Persie

Van Persie è uscito dal campo al 92’, salutato dalle due squadre disposte ai lati del campo per lasciare la scena al centravanti di Rotterdam. Il Feyenoord, la sua casa, da cui è andato via nel 2004 per l’Inghilterra. Otto anni all’Arsenal, tre al Manchester United, altri tre in Turchia nel Fenerbahce. Per due anni consecutivi capocannoniere in Premier, nel 2012 e nel 2013 con 30 e 26 sigilli. L’olandese volante, the Flying Dutchman, non ha perso il vizio del gol anche quest’anno, quando ha disputato la sua ultima stagione giocando da mediano. In 24 partite va a segno  16 volte, contribuendo al terzo posto del Feyenoord dietro Ajax e Psv Eindhoven.


In 19 anni da professionista ha segnato 271 gol con i club e 50 con la Nazionale olandese. Memorabile il gol in tuffo ai Mondiali brasiliani nel 2014 contro la Spagna. Un gesto che è valso a Van Persie un murales in una favela di Rio de Janeiro. I tanti infortuni non hanno fermato la sua classe, dispensata tra gli anni all’Arsenal di Wenger e quelli a Old Trafford con lo United, vincendo una FA Cup con i gunners e una Premier League con i red devils.

Un tedesco, un argentino, un italiano e uno spagnolo. Come nelle più tradizionali barzellette da cabaret, le quattro finaliste europee sono allenate da quattro allenatori non inglesi. Ecco perché più che il trionfo del calcio di Sua Maestà, questa settimana di Coppe è il manifesto della Premier League. Il torneo più ricco del mondo con ricavi pari a 5,3 miliardi di euro (in Italia siamo a 2,1), con gli stadi più belli (occupati per il 96% rispetto al 62% di casa nostra) ma che è uno straordinario esempio di melting pot pallonaro. Ben il 67% dei giocatori del campionato inglese 2018-2019 è straniero: due su tre non possono giocare con la Nazionale dei Tre Leoni.

Melting Pot al potere

Una multiculturalità che può fare solo bene, arricchendo il valore e il brand della Premier. Nell’ultima edizione dei Mondiali, il 43% delle squadre arrivate in semifinale giocava in Inghilterra (al netto che tra le 4 c’era anche la squadra di Southgate). E le stesse squadre che si contenderanno le coppe europee hanno tre proprietà su quattro straniere: il Liverpool è del gruppo americano FNG (Fenway Sports Group), il Chelsea del magnate russo Abramovich, l’Arsenal dell’imprenditore statunitense Stan Kroenke.  Solo il Tottenham gioca in casa con la compagnia d’investimento di Enic Group.


Ritornando in panchina i Fab Four hanno curriculum e pedigree diverso tra di loro. L’ex bandiera del Magonza passato dal Borussia Dortmund, Jürgen Klopp. Una vita all’Espanyol passando per Parigi per Mauricio Pochettino. L’impiegato di banca arrivato tardi al calcio che conta, sognando Sacchi come Maurizio Sarri. Il re delle coppe Unai Emery, alla quarta finale consecutiva di Europa League per partecipazioni dirette. E tra gli stessi marcatori andati a segno nelle semifinali solo Loftus-Cheek è inglese. Poi ci sono il brasiliano Lucas Moura, il gabonese Aubameyang, il francese Lacazette, il belga Origi e l’olandese Wijnaldum.

Se il Mondiale del 1998 non si fosse giocato in Francia, probabilmente non avremmo mai assistito al leggendario gol di Dennis Bergkamp contro l’Argentina. Vale sempre la pena rivederlo:

E’ una rete metafisica che si pone al di là della realtà per equilibrare il giusto senso delle cose. Perché è arrivata al minuto 89 di una partita tosta, bloccata sull’1-1. Perché erano i quarti di finale contro la Nazionale sudamericana. Perché se si segna una prodezza del genere, in un Mondiale, sei destinato a rimanere scolpito nei ricordi dei bambini che crescono con la magia negli occhi e la tramandando, da adulti, ai loro figli o nipoti.
C’è il lancio tagliente di Frank de Boer, c’è lo stop irreale dell’ex Ajax, Inter e Arsenal, c’è la palla che muore lì, in quell’istante, uncinata dal piede destro, c’è il tocco a rientrare che manda in tilt il difensore Ayala, uno dalla marcatura stretta e rognosa, e c’è il colpo d’esterno a trafiggere il portiere Roa.
C’era tutto, ma mancava solo una cosa: lo spazio per poter fare un’azione del genere.

Ma soprattutto, per fortuna, c’era Dennis Bergkamp. La carriera calcistica dell’olandese è legata alla sua aerofobia, ovvero la paura di viaggiare in aereo. Un trauma che si è manifestato in un altro Mondiale, quello precedente del 1994 negli Stati Uniti d’America.
La Nazionale Oranje era in volo, assieme a staff tecnico e giornalisti e proprio uno di questi, tra scherzo e goliardia, disse: «C’è una bomba». Non c’era, forse, da dargli troppo peso, volarono qualche risata, qualche parolaccia, passato lo spavento iniziale. Ma da quel momento, Bergkamp non avrebbe più preso un volo.

Un trauma sul quale pesava una brutta esperienza giovanile. Durante una tournée con l’Ajax, nei pressi del vulcano Etna, ci fu una massiccia turbolenza: l’aereo precipitò, seppur per frammenti di secondo, per poi riprendere quota. Un fatto che aveva segnato il giovane biondo olandese glaciale sul campo. Panico e stress che diventarono successivamente fobia con l’episodio del 1994.

Ed è per questo che riuscì a essere presente al Mondiale francese ed è anche per questa sua paura che saltò il Mondiale del 2002, quello in Corea del Sud e Giappone, quando aveva ancora 32 anni dato che era impossibile organizzare uno spostamento via terra.
Se nella mitologia folcloristica intere pagine sono state scritte sul vascello fantasma, il tetro Olandese Volante, nel calcio Dennis Bergkamp verrà per sempre ricordato come “l’olandese non volante”.

“Aaron Ramsey proud of Wales” campeggiava sugli spalti dell’Emirates Stadium. Orgoglio del Galles, ma anche e soprattutto orgoglio dell’Arsenal, il centrocampista che, dopo 369 presenze e 64 gol, 11 stagioni e 5 trofei con la maglia dei Gunners, dall’anno prossimo vestirà quella della Juventus. L’Arsenal e il suo pubblico l’hanno voluto salutare da leggenda, nel suo stadio per l’ultima casalinga, dopo il pareggio contro il Brighton per 1-1 di domenica 5 maggio: una targa speciale, applausi all’unisono e il saluto di tutto lo stadio. Con qualche lacrima.

 

Ramsey si è commosso, non è riuscito a trattenersi, tant’è che Peter Cech l’ha consolato con un abbraccio. Lui che a fine stagione si ritirerà. Dopo aver ricevuto la targa speciale, Ramsey ha effettuato un giro di campo con la famiglia, e l’Arsenal gli ha dedicato un tweet sul proprio profilo:

Per le 369 presenze, i 64 gol, i 62 assist, per tutte le vittorie a Wembley, per essere tornato da quell’infortunio per raggiungere i traguardi conquistati con noi, per tutto quello che hai dato a questo club, vogliamo dirti solo grazie

  Il centrocampista gallese, tra l’altro, ha già anticipatamente archiviato questa stagione – causa infortunio al ginocchio rimediato contro il Napoli – e non può aiutare i compagni in questo finale di Europa League. Potrebbe vincere proprio il suo primo trofeo europeo,  poi sarà Juventus e l’ambiziosa sfida di vincere la Champions League. Su Instagram, qualche giorno prima, lo stesso Ramsey aveva scritto una lunga lettera d’addio ai suoi tifosi:

Mi spiace dire che l’ultima partita contro il Napoli è stata l’ultima anche in maglia Arsenal. Sfortunatamente mi ha lasciato con un infortunio che mi tiene fuori per le restanti partite. Sono davvero deluso di non poter giocare fino alla fine e di non poter dare tutto per il club finché sono ancora qui, finché sono un giocatore dell’Arsenal. Non dipende da me, ma volevo ringraziare i tifosi per il supporto. E’ stato un viaggio, dentro e fuori dal campo, ed è successo così tanto in 11 anni. Ero un giovane ragazzo all’arrivo, me ne vado da uomo, marito, padre di tre bambini e pieno di orgoglio e grandi ricordi che porterò con me, di cui farò tesoro. Sarà emozionante questo weekend – la mia ultima gara in casa. Non vedo l’ora di vedervi lì e di ringraziarvi ancora tutti dal profondo del cuore per tutto

 

 

 

 

 

 

 

 

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It saddens me to say that the game against Napoli was my last game in an Arsenal shirt. Unfortunately it left me with an injury that rules me out of the remaining games. I am really disappointed not to play until the end and give everything for the club while I am still an Arsenal player. Unfortunately it’s out of my hands but I wanted to say thank you to the fans for your support. It has been a journey, on and off the field, and so much has happened in 11 years. I was a spotty young kid coming in and I’m leaving a man, married, father of three boys and full of pride and good memories that I will treasure. It will be emotional this weekend – my last game at home. I Look forward to seeing you there and thank you all again from the bottom of my heart for everything #arsenal #lastgame

 

Un post condiviso da Aaron Ramsey (@aaronramsey) in data:

 

Un anno fa, in questi giorni, al 90’ di Juventus Napoli Kalidou Koulibaly saliva nel cielo dell’Allianz Stadium e sembrava mettere un sigillo decisivo alla corsa scudetto. Partenopei di Sarri a -1 dai bianconeri con un calendario, sulla carta, più agevole. Il vento sembrava cambiato, dopo l’epoca di Maradona gli azzurri sembravano pronti a rivivere un nuovo incredibile scudetto contro la schiacciasassi di questi anni. Un anno dopo il Napoli di Ancelotti è stato appena eliminato nei quarti di finale di Europa League dall’Arsenal. In campionato si è issato al secondo posto, in una condizione ibrida. In Coppa Italia la società di De Laurentiis è uscita precocemente contro il Milan.

Da Maurizio a Carletto

Come valutare, 365 giorni dopo, il cambio della guardia tra l’uomo che viveva sulla propria carne la napoletanità e Carletto da Reggiolo dal curriculum importante, ma con cui non è ancora scattata la scintilla? E’ inutile dire che, dalle parti del San Paolo, ci si aspettava di più. Venti punti da una Juventus già scudettata in inverno sono obiettivamente troppi. Il campionato non è mai stato in discussione e il Napoli si è probabilmente accontentato di galleggiare al secondo posto. Probabilmente si doveva puntare di più sulla Coppa Italia, mentre in Champions si è fatto tanto in un girone di ferro con Psg e Liverpool. E anche il sorteggio di Europa League, ai quarti contro i Gunners, non è stato dei più benevoli.


Il mentore di quel Napoli da 91 punti è andato Oltremanica con alterne fortune. Sarri ha portato il Chelsea nelle semifinali di Europa League, ma in Premier deve battagliare con Arsenal, United e Tottenham per la qualificazione in Champions. In Coppa di Lega e Community Shield ha perso in finale contro il City, in Fa Cup è stato eliminato dal Manchester di Pogba. Entrambi, Napoli e Maurizio con tuta e sigaretta si stanno rendendo conto ora del mezzo miracolo fatto l’anno scorso. Di un titolo che si pensava vinto e invece si è smarrito in un albergo di Firenze. Una squadra che per lui sarebbe anche andata in guerra, ma che arrivò nelle ultime partite completamente spremuta. Un ambiente che, un anno dopo, si chiede un po’ spaesato se è meglio guardare avanti o lasciarsi avvolgere dai rimpianti del passato.

Ad agosto festeggerà 36 anni e Robin Van Persie, nonostante non sia più un giovanotto, non ha mai smesso di fare gol.

Dal gennaio 2018 è tornato nella sua Rotterdam e al Feyenoord, squadra che lo ha lanciato a livello europeo. Il classe ’83 ha indossato la fascia da capitano e si è preso sulle spalle i biancorossi, con l’esperienza e il carattere dei veri leader.

Un ritorno in patria dopo aver vinto tanto, soprattutto in Inghilterra, che però non sa di ritiro anzi, il bomber ha deciso di concludere la carriera nel club di casa perché vuole regalare successi ai tifosi, in un campionato dominato da Psv Eindhoven o Ajax.

L’olandese volante, com’è stato definito dopo lo storico gol segnato contro la Spagna nel Mondiale brasiliano del 2014, sta vivendo una seconda giovinezza. In questa stagione di Eredivise ha giocato 15 partite, realizzando 10 reti e 3 assist. Positivissima è stata l’ultima sfida giocata al “de Kuip” contro i lancieri dell’Ajax. Un sonoro 6-2 per i padroni di casa, con l’ex bomber dell’Arsenal autore di una doppietta.

A livello professionale, Robin Van Persie le migliori stagioni le ha vissute in Premier League, prima tra le fila dei Gunners e poi nel Manchester United.

GLI ANNI ALL’ARSENAL

Nel lontano 2004 l’ex allenatore dell’Arsenal, Arsene Wenger, chiede espressamente alla sua società di acquistare Van Persie, dopo esser rimasto colpito dalle sue abilità. Comprato per 3 milioni di euro, nel giro di qualche anno l’olandese diventa uno degli attaccanti più forti e costanti a livello europeo. Nonostante l’altezza la punta centrale è abile con i piedi, veloce e con una bella visione di gioco: il classico “attaccante moderno” che si usa in gergo giornalistico.

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Robin Van Persie festeggia un gol insieme all’ex compagno di squadra Thierry Henry

A Londra diventa pilastri inossidabili del gioco di Wenger, leader e capitano della squadra. Peccato solo che con i Gunners vince meno di quanto si possa pensare e l’olandese conquista in bacheca solamente una Community Shield nel 2004 e una Coppa d’Inghilterra. Dal punto di vista realizzativo: 132 gol e 55 assist in 280 presenze.

IL PASSAGGIO AL MANCHESTER

Lo United di sir Alex Ferguson lo acquista nel 2012 per una cifra vicina ai 28 milioni di euro. Con i Red Devils conquista una Premier League alla sua prima stagione, grazie soprattutto ai suoi gol.

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Una delle tante esultanze con la maglia dello United

Con 26 reti in 38 gare, infatti, vince il titolo di capocannoniere. In tre stagioni a Manchester ottiene anche una Community Shield nel 2013. Nonostante l’arrivo di Van Gaal sulla panchina decide di abbandonare l’Inghilterra.

LA PARENTESI TURCA E IL RITORNO A CASA

Dopo la parentesi inglese, decide di traferirsi in Turchia al Fenerbahce. Con i gialloblu non perde l’abilità di goleador, ma non ottiene successi importanti. Proprio per questo motivo e per la nostalgia di casa accetta subito un’offerta dal club che lo ha lanciato senza pensarci due volte.

Il ritorno in Olanda è perfetto. Coppa dei Paesi Bassi e Supercoppa nazionale conquistata e sfida alle altre corazzate olandesi già lanciata.

Un bomber come Van Persie non poteva che fare bene anche con la maglia degli Orange. In 102 gettoni ha realizzato 50 reti, diventando il miglior goleador con la maglia della nazionale, oltre che prendersi il soprannome di “Olandese Volante” come il grande Van Basten.

Anche i grandi sbagliano. C’è un fantasma che aleggia nella carriera di Carlo Ancelotti. Ha le sembianze, la falcata e il talento di Thierry Henry. Oggi i due sono colleghi. Il primo uno degli allenatori più vincenti della storia del calcio. Il secondo è da pochi mesi il nuovo allenatore del suo Monaco. Eppure vent’anni fa il mister italiano e il ragazzino francese si sono incrociati a Torino, per pochi mesi alla Juventus. Parentesi negativi nel glorioso palmares di entrambi. Ancelotti, ribattezzato perdente di successo in bianconero. Titì, meteora liquidata troppo in fretta e poi rimpianta per anni.

Henry e Ancelotti alla Juventus

Il 19 gennaio 1999 un giovanotto di 21 anni, neocampione del mondo con la Francia, molto veloce palla ai piedi ma ancora acerbo sotto porta, sbarcava alla corte di Madama. La Juventus acquistava Henry dal Monaco per circa 11 milioni di euro e mezzo. Un investimento importante per uno dei gemelli del gol in Costa Azzurra assieme a Trezeguet. Ma quella è un’altra storia, ancora precoce per i colori bianconeri. Thierry, invece, arrivava in bianconero con grandi aspettative. La squadra di Lippi era in profonda crisi. Il primo ciclo del tecnico toscano era agli sgoccioli. Dopo aver vinto tutto qualcosa si era rotto, il grave infortunio a Del Piero aveva sconvolto i piani della stagione e la Juventus viveva la peggiore stagione da decenni.

Henry e Trezeguet al Monaco

Sembrava di rivivere la nefasta epopea di Gigi Maifredi nel 1990 – 1991. I bianconeri erano a metà classifica, lontani dalla zona scudetto e a caccia del quarto posto Champions. Finiranno con lo spareggio, perso, con l’Udinese per l’accesso diretto alla Coppa Uefa. Ripartiranno con la Coppa Intertoto e Ancelotti in panchina. Il delfino di Arrigo Sacchi sarebbe dovuto arrivare in estate. Piomberà a Torino a febbraio dopo il ko interno con il Parma e le dimissioni di Lippi. In quella squadra, che praticamente non aveva fatto mercato estivo, accanto ai senatori (Del Piero, Zidane, Inzaghi, Pessotto, Di Livio, Deschamps, Ferrara, Conte, Peruzzi, Davids) spuntarono alcune promesse poi non mantenute.

La Juve con i numeri in rosso nella stagione 1998 – 1999

Il terzino Mirkovic dall’Atalanta. Il portiere Morgan De Sanctis. I centrocampisti Simone Perrotta, Marco Rigoni e Jocelyn Blanchard. L’attaccante Juan Esnaider, arrivato a gennaio come Henry. Il francese in bianconero è un grande equivoco tattico. Nessuno si accorge che è una punta pura che ha bisogno di spazio attorno a sé. Lippi prima, e Ancelotti poi, lo impiegano sulla fascia. Interno di centrocampo a sinistra o ala. Il punto è che in Italia non puoi giocare laterale se non copri entrambe le fasi di gioco. Attacchi e difendi, difendi e attacchi. Henry aveva bisogno di campo, di libertà e di tempo. Troppo per una squadra abituata a vincere e che non può aspettare.

Juan Esnaider, una delle grandi meteore in bianconero

Con la Juventus, tra campionato e coppe, Henry disputa 21 gare con tre gol. L’unica traccia vera di sé la lascia nel blitz esterno contro la Lazio all’Olimpico. Una doppietta, agevolata dalla papera di Marchegiani, che di fatto consegnerà lo scudetto al Milan, strappandolo ai romani. Il tiro deviato in rete contro il Venezia sarà la sua terza marcatura. Lascia l’Italia ad agosto di quell’anno dopo la gara di ritorno Intertoto contro i rumeni del Ceahlaul. Viene ceduto all’Arsenal per 27 miliardi di lire. Anni dopo lo stesso Henry rivelerà che andò via da Torino anche per dissidi con Moggi. Il dirigente voleva girare in prestito Titì all’Udinese per arrivare a Marcio Amoroso.

Una carriera lunga 20 anni con quasi 1000 partite disputate e tantissimi trofei in bacheca. Per il portiere dell’Arsenal, Petr Cech, questa sarà l’ultima stagione.

Dirà addio il prossmo giugno a 37 anni. Una carriera ricca di trionfi, soprattutto con la maglia del Chelsea, e un incidente in campo che lo ha portato quasi alla morte  e che, certamente, gli ha segnato vita e carriera.

La speranza è quella di poter vincere qualcos’altro con i Gunners in questa sua ultima annata. In 15 anni di campionato inglese si ritiene più che soddisfatto del lavoro fatto, ed è per questo che ha intrapreso questa decisione.
Dopo John Terry e Didier Drogba, dunque, un altro storico calciatore del Chelsea di Abramovich decide di dire basta.

Il post dal suo profilo Instagram

 

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Questa è la mia 20ª stagione da calciatore professionista. Sento che è arrivato il momento giusto per annunciare il mio ritiro. Dopo aver giocato 15 anni in Premier League, e aver vinto ogni singolo trofeo possibile, sento di aver raggiunto tutto ciò che potevo conquistare. Continuerò ad allenarmi duramente con l’Arsenal nella speranza di vincere un altro trofeo entro la fine di questa annata, dopodiché guarderò al futuro per capire cosa mi riserva la vita fuori dal campo.

I ringraziamenti per i successi ottenuti insieme sono giunti anche dal Chelsea, club che lo ha portato in Premier League dal Rennes nel 2004.

Tra i pali del club londinese ha ottenuto il record di clean sheets (1024 minuti) della storia del campionato inglese, tuttora imbattuto. Quel Chelsea, guidato da Mourinho, nel 2004/05 vincerà la Premier con una sola sconfitta e 15 reti subite. È stato una delle colonne portanti di quella squadra fino al 2015. Sempre in Inghilterra, con 190 clean scheets, è il portiere con il maggior numero di partite a porta inviolata.

Con la maglia dei Blues, oltre a tante vittorie, anche il gravissimo incidente del 14 ottobre 2006 in trasferta a Reading.
A sedici secondi dal fischio d’inizio, una ginocchiata di Stephen Hunt contro la testa di Cech, gli provoca una grave frattura cranica.
Sostituito da Carlo Cudicini, è rientrato 98 giorni dopo con un caschetto protettivo, come quello usato dai rugbisti. Da lì in poi l’estremo difensore ceco è diventato “il portiere col casco”. Tuttavia, nonostante l’infortunio, è riuscito a tornare a grandissimi livelli.

Molti gli ex compagni che l’hanno voluto ringraziare e salutare

 

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I would need Millions of words to describe you, your good heart, your professionalisms and winning mentality but one picture summarise it all, Thank you my Hero @petrcech for having Golden Hands and Heart Man saved three pens and run into me like I’m a legend 🤷🏾♂️ What a career you’re gonna end in few months Love to the family 💙 De millions de mots ne suffiraient pas à te décrire toi l’homme au grand cœur, ton professionnalisme et ton envie de gagner , Mais cette photo résume bien tout, Merci mon Hero @petrcech d’avoir des mains et des gants en or Le gars arrête trois penaltys en finale et court vers moi comme si j’étais une légende 🤷🏾♂️ Bien de choses à la famille 💙

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What an unbelievable career @petrcech THE BEST EVER @chelseafc 💙 Big Pete you are and always will be in my eyes the best EVER ! We were so lucky to have you at Chelsea, the way you worked both on and off the pitch to stay at the top level for so long was inspiring 👊🏻 you were and still are always looking at ways to become better and better. I remember in training we was doing a small sided game and the game couldn’t start because you wanted the balls out of your net, I asked why? and you said because you hated any football in your goal, this is a mentality that only the best have 👊🏻 A GREAT man who I am lucky to call a friend. Good Luck mate, I know you will be just as successful in the next chapter in ⚽️ JT 💙

Un post condiviso da John Terry (@johnterry.26) in data:

Con la nazionale di calcio ceca detiene il record di presenze con 124 gettoni. Nel 2002 in Svizzera ha vinto l’Europeo di categoria con l’Under 21.

Sono due colpi importantissimi: Aaron Ramsey e Diego Godin, i primi acquisti di Juventus e Inter di questa sessione di mercato invernale.

In verità i due arriveranno a costo zero il prossimo giugno, così da essere protagonisti dalla prossima stagione. Un affare per entrambi i club, un po’ di amarezza per quei fantallenatori  che speravano in un loro arrivo già a gennaio per poter puntare su di loro e sistemare centrocampo o difesa.

Il gallese è stato il primo vero colpo di Paratici dopo la partenza di Marotta, l’uruguaiano è stato il primo acquisto nerazzurro con Marotta amministratore delegato dell’area sportiva. Un intreccio che vede ancora protagoniste Juventus e Inter.

AARON RAMSEY

Classe 1990, Aaron Ramsey è un grande innesto per i bianconeri, sempre in cerca di grandi campioni dopo l’arrivo di Ronaldo l’estate scorsa. Il centrocampista gallese è stato ed è tuttora uno degli uomini più rappresentativi dell’Arsenal. A Londra è arrivato da giovanissimo nel 2008, anche se dal 2011 è rimasto in pianta stabile tra le file dei Gunners.

Il suo valore di mercato è di 40 milioni di euro ed è per questo che per la Juventus è stato un affare. Con la maglia dell’Arsenal ha avuto un equilibrio tra gol e assist realizzati quasi perfetto. In 355 apparizioni ha messo a segno 62 reti e 63 assist (38 gol e 51 assist in Premier). Dal bonus facile il gallese sarà sicuramente uno dei centrocampisti più tirati alle prossime aste fantacalcistiche. Il 7 ottobre scorso ha regalato perle come questa nel derby contro il Fulham

Da qualche anno però si parla anche di “maledizione” dei gol di Ramsey. Se per i tifosi le sue reti sono una gioia, dall’altra fanno tremare il mondo intero, questo dovuto a bruttissime coincidenze legate alle reti messe a segno dal calciatore gallese. Maledizione partita dal 2009, ma che ovviamente non preoccupa i tifosi bianconeri.

DIEGO GODIN

Per sperare di ottenere il modificatore di difesa, beh allora l’anno prossimo potrete far affidamento su Diego Godin. All’Inter il difensore uruguaiano porterà sicuramente affidabilità ed esperienza internazionale. Se l’Atletico Madrid negli ultimi anni è una delle difese più rocciose d’Europa il merito è soprattutto del suo capitano. A quasi 33 anni è ancora molto affidabile ed è sicuramente un gran acquisto per i nerazzurri, i quali quasi sicuramente perderanno Miranda e Ranocchia, e con il dubbio Skriniar.
Godin, inoltre, è anche molto corretto e quindi pochi malus. In 484 presenze: 108 cartellini gialli, 3 doppie ammonizioni e 5 espulsioni.
I Colchoneros subiscono pochi gol e così i nerazzurri potranno continuare sulla scia di quest’anno dove il reparto arretrato sta ben figurando. Con5 clean sheets, è uno dei migliori d’Europa.  L’uruguaiano, inoltre, da un buon supporto anche in fase realizzativa: quest’anno sono già due i gol messi a segno.

Ha calpestato il prato dello stadio che l’ha visto debuttare tra i grandi e, all’HDI-Arena di Hannover, ha salutato i suoi fan, i suoi amici e il calcio giocato. Per Mertesacker, sabato 13 ottobre, ha giocato la sua ultima partita, nella sua città di Hannover e ha anche segnato un gol.

Il difensore centrale tedesco, 34 anni, e campione del mondo con la Germania nel 2014, a marzo aveva annunciato il suo ritiro confessando di non farcela più, così davanti a 40mila spettatori ha organizzato la sua partita d’addio, mentre dagli spalti si cantava “Hy Per, hy Per” sulle note della musica techno di Hp Baxxter.

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Da un lato i suoi “amici” dell’Hannover 96, gli “Mertes 96-Freunde”, dall’altro i “Pers Weltauswahl”, una selezione internazionale fatta da Mertesacker stesso e allenata da Arsene Wenger.  Toni Kross, Jens Lehmann, Christoph Metzelder e Marcell Jansen, ma anche Jörg Sievers, Steven Cherundolo e Christian Schulz, per citarne alcuni. Ah, e l’immortale Claudio Pizarro che ha segnato l’ultima rete dell’incontro.

Ovviamente sono piovuti i gol, ben 19 nel 10-9 finale (5-5 era il parziale) con l’ex di Werder e Arsenal che ha giocato il primo tempo con i suoi compagni ex-Hannover e l’altra metà di gioca con la casacca bianca, trovando anche la rete al 46’. Ci si aspettava il gol di testa, suo marchio di fabbrica vista la stazza e i suoi 198 centimetri, invece è arrivata una rete “delicata” con un pallonetto a scavalcare il portiere Robert Zieler.

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Il gigante buono da 104 presenze in Nazionale si è sciolto nel momento più emozionante dell’intera giornata: al minuto 89 Per ha lasciato il campo sostituito da suo padre Stefan, 67 anni, e suo primo allenatore con l’Hannover 96. Pianti e ovazioni, ovviamente.

I gol e il saluto emozionante con il padre

Cresciuto nelle giovanili del TSV Pattensen, Per Mertesacker è passato all’Hannover 96 dove, nel 2003, ha fatto il suo debutto da professionista. Con la squadra della Bassa Sassonia ha giocato tre stagioni prima di passare al Werder Brema con cui ha vinto una DFB-Pokal e la Supercoppa di Germania. Nel 2011 passa all’Arsenal dove riesce a piazzare tre FA Cup e tre Community Shield, chiudendo la sua carriera con 534 presenze e 35 gol.

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