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Ad agosto festeggerà 36 anni e Robin Van Persie, nonostante non sia più un giovanotto, non ha mai smesso di fare gol.

Dal gennaio 2018 è tornato nella sua Rotterdam e al Feyenoord, squadra che lo ha lanciato a livello europeo. Il classe ’83 ha indossato la fascia da capitano e si è preso sulle spalle i biancorossi, con l’esperienza e il carattere dei veri leader.

Un ritorno in patria dopo aver vinto tanto, soprattutto in Inghilterra, che però non sa di ritiro anzi, il bomber ha deciso di concludere la carriera nel club di casa perché vuole regalare successi ai tifosi, in un campionato dominato da Psv Eindhoven o Ajax.

L’olandese volante, com’è stato definito dopo lo storico gol segnato contro la Spagna nel Mondiale brasiliano del 2014, sta vivendo una seconda giovinezza. In questa stagione di Eredivise ha giocato 15 partite, realizzando 10 reti e 3 assist. Positivissima è stata l’ultima sfida giocata al “de Kuip” contro i lancieri dell’Ajax. Un sonoro 6-2 per i padroni di casa, con l’ex bomber dell’Arsenal autore di una doppietta.

A livello professionale, Robin Van Persie le migliori stagioni le ha vissute in Premier League, prima tra le fila dei Gunners e poi nel Manchester United.

GLI ANNI ALL’ARSENAL

Nel lontano 2004 l’ex allenatore dell’Arsenal, Arsene Wenger, chiede espressamente alla sua società di acquistare Van Persie, dopo esser rimasto colpito dalle sue abilità. Comprato per 3 milioni di euro, nel giro di qualche anno l’olandese diventa uno degli attaccanti più forti e costanti a livello europeo. Nonostante l’altezza la punta centrale è abile con i piedi, veloce e con una bella visione di gioco: il classico “attaccante moderno” che si usa in gergo giornalistico.

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Robin Van Persie festeggia un gol insieme all’ex compagno di squadra Thierry Henry

A Londra diventa pilastri inossidabili del gioco di Wenger, leader e capitano della squadra. Peccato solo che con i Gunners vince meno di quanto si possa pensare e l’olandese conquista in bacheca solamente una Community Shield nel 2004 e una Coppa d’Inghilterra. Dal punto di vista realizzativo: 132 gol e 55 assist in 280 presenze.

IL PASSAGGIO AL MANCHESTER

Lo United di sir Alex Ferguson lo acquista nel 2012 per una cifra vicina ai 28 milioni di euro. Con i Red Devils conquista una Premier League alla sua prima stagione, grazie soprattutto ai suoi gol.

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Una delle tante esultanze con la maglia dello United

Con 26 reti in 38 gare, infatti, vince il titolo di capocannoniere. In tre stagioni a Manchester ottiene anche una Community Shield nel 2013. Nonostante l’arrivo di Van Gaal sulla panchina decide di abbandonare l’Inghilterra.

LA PARENTESI TURCA E IL RITORNO A CASA

Dopo la parentesi inglese, decide di traferirsi in Turchia al Fenerbahce. Con i gialloblu non perde l’abilità di goleador, ma non ottiene successi importanti. Proprio per questo motivo e per la nostalgia di casa accetta subito un’offerta dal club che lo ha lanciato senza pensarci due volte.

Il ritorno in Olanda è perfetto. Coppa dei Paesi Bassi e Supercoppa nazionale conquistata e sfida alle altre corazzate olandesi già lanciata.

Un bomber come Van Persie non poteva che fare bene anche con la maglia degli Orange. In 102 gettoni ha realizzato 50 reti, diventando il miglior goleador con la maglia della nazionale, oltre che prendersi il soprannome di “Olandese Volante” come il grande Van Basten.

Anche i grandi sbagliano. C’è un fantasma che aleggia nella carriera di Carlo Ancelotti. Ha le sembianze, la falcata e il talento di Thierry Henry. Oggi i due sono colleghi. Il primo uno degli allenatori più vincenti della storia del calcio. Il secondo è da pochi mesi il nuovo allenatore del suo Monaco. Eppure vent’anni fa il mister italiano e il ragazzino francese si sono incrociati a Torino, per pochi mesi alla Juventus. Parentesi negativi nel glorioso palmares di entrambi. Ancelotti, ribattezzato perdente di successo in bianconero. Titì, meteora liquidata troppo in fretta e poi rimpianta per anni.

Henry e Ancelotti alla Juventus

Il 19 gennaio 1999 un giovanotto di 21 anni, neocampione del mondo con la Francia, molto veloce palla ai piedi ma ancora acerbo sotto porta, sbarcava alla corte di Madama. La Juventus acquistava Henry dal Monaco per circa 11 milioni di euro e mezzo. Un investimento importante per uno dei gemelli del gol in Costa Azzurra assieme a Trezeguet. Ma quella è un’altra storia, ancora precoce per i colori bianconeri. Thierry, invece, arrivava in bianconero con grandi aspettative. La squadra di Lippi era in profonda crisi. Il primo ciclo del tecnico toscano era agli sgoccioli. Dopo aver vinto tutto qualcosa si era rotto, il grave infortunio a Del Piero aveva sconvolto i piani della stagione e la Juventus viveva la peggiore stagione da decenni.

Henry e Trezeguet al Monaco

Sembrava di rivivere la nefasta epopea di Gigi Maifredi nel 1990 – 1991. I bianconeri erano a metà classifica, lontani dalla zona scudetto e a caccia del quarto posto Champions. Finiranno con lo spareggio, perso, con l’Udinese per l’accesso diretto alla Coppa Uefa. Ripartiranno con la Coppa Intertoto e Ancelotti in panchina. Il delfino di Arrigo Sacchi sarebbe dovuto arrivare in estate. Piomberà a Torino a febbraio dopo il ko interno con il Parma e le dimissioni di Lippi. In quella squadra, che praticamente non aveva fatto mercato estivo, accanto ai senatori (Del Piero, Zidane, Inzaghi, Pessotto, Di Livio, Deschamps, Ferrara, Conte, Peruzzi, Davids) spuntarono alcune promesse poi non mantenute.

La Juve con i numeri in rosso nella stagione 1998 – 1999

Il terzino Mirkovic dall’Atalanta. Il portiere Morgan De Sanctis. I centrocampisti Simone Perrotta, Marco Rigoni e Jocelyn Blanchard. L’attaccante Juan Esnaider, arrivato a gennaio come Henry. Il francese in bianconero è un grande equivoco tattico. Nessuno si accorge che è una punta pura che ha bisogno di spazio attorno a sé. Lippi prima, e Ancelotti poi, lo impiegano sulla fascia. Interno di centrocampo a sinistra o ala. Il punto è che in Italia non puoi giocare laterale se non copri entrambe le fasi di gioco. Attacchi e difendi, difendi e attacchi. Henry aveva bisogno di campo, di libertà e di tempo. Troppo per una squadra abituata a vincere e che non può aspettare.

Juan Esnaider, una delle grandi meteore in bianconero

Con la Juventus, tra campionato e coppe, Henry disputa 21 gare con tre gol. L’unica traccia vera di sé la lascia nel blitz esterno contro la Lazio all’Olimpico. Una doppietta, agevolata dalla papera di Marchegiani, che di fatto consegnerà lo scudetto al Milan, strappandolo ai romani. Il tiro deviato in rete contro il Venezia sarà la sua terza marcatura. Lascia l’Italia ad agosto di quell’anno dopo la gara di ritorno Intertoto contro i rumeni del Ceahlaul. Viene ceduto all’Arsenal per 27 miliardi di lire. Anni dopo lo stesso Henry rivelerà che andò via da Torino anche per dissidi con Moggi. Il dirigente voleva girare in prestito Titì all’Udinese per arrivare a Marcio Amoroso.

Una carriera lunga 20 anni con quasi 1000 partite disputate e tantissimi trofei in bacheca. Per il portiere dell’Arsenal, Petr Cech, questa sarà l’ultima stagione.

Dirà addio il prossmo giugno a 37 anni. Una carriera ricca di trionfi, soprattutto con la maglia del Chelsea, e un incidente in campo che lo ha portato quasi alla morte  e che, certamente, gli ha segnato vita e carriera.

La speranza è quella di poter vincere qualcos’altro con i Gunners in questa sua ultima annata. In 15 anni di campionato inglese si ritiene più che soddisfatto del lavoro fatto, ed è per questo che ha intrapreso questa decisione.
Dopo John Terry e Didier Drogba, dunque, un altro storico calciatore del Chelsea di Abramovich decide di dire basta.

Il post dal suo profilo Instagram

 

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Questa è la mia 20ª stagione da calciatore professionista. Sento che è arrivato il momento giusto per annunciare il mio ritiro. Dopo aver giocato 15 anni in Premier League, e aver vinto ogni singolo trofeo possibile, sento di aver raggiunto tutto ciò che potevo conquistare. Continuerò ad allenarmi duramente con l’Arsenal nella speranza di vincere un altro trofeo entro la fine di questa annata, dopodiché guarderò al futuro per capire cosa mi riserva la vita fuori dal campo.

I ringraziamenti per i successi ottenuti insieme sono giunti anche dal Chelsea, club che lo ha portato in Premier League dal Rennes nel 2004.

Tra i pali del club londinese ha ottenuto il record di clean sheets (1024 minuti) della storia del campionato inglese, tuttora imbattuto. Quel Chelsea, guidato da Mourinho, nel 2004/05 vincerà la Premier con una sola sconfitta e 15 reti subite. È stato una delle colonne portanti di quella squadra fino al 2015. Sempre in Inghilterra, con 190 clean scheets, è il portiere con il maggior numero di partite a porta inviolata.

Con la maglia dei Blues, oltre a tante vittorie, anche il gravissimo incidente del 14 ottobre 2006 in trasferta a Reading.
A sedici secondi dal fischio d’inizio, una ginocchiata di Stephen Hunt contro la testa di Cech, gli provoca una grave frattura cranica.
Sostituito da Carlo Cudicini, è rientrato 98 giorni dopo con un caschetto protettivo, come quello usato dai rugbisti. Da lì in poi l’estremo difensore ceco è diventato “il portiere col casco”. Tuttavia, nonostante l’infortunio, è riuscito a tornare a grandissimi livelli.

Molti gli ex compagni che l’hanno voluto ringraziare e salutare

 

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I would need Millions of words to describe you, your good heart, your professionalisms and winning mentality but one picture summarise it all, Thank you my Hero @petrcech for having Golden Hands and Heart Man saved three pens and run into me like I’m a legend 🤷🏾♂️ What a career you’re gonna end in few months Love to the family 💙 De millions de mots ne suffiraient pas à te décrire toi l’homme au grand cœur, ton professionnalisme et ton envie de gagner , Mais cette photo résume bien tout, Merci mon Hero @petrcech d’avoir des mains et des gants en or Le gars arrête trois penaltys en finale et court vers moi comme si j’étais une légende 🤷🏾♂️ Bien de choses à la famille 💙

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What an unbelievable career @petrcech THE BEST EVER @chelseafc 💙 Big Pete you are and always will be in my eyes the best EVER ! We were so lucky to have you at Chelsea, the way you worked both on and off the pitch to stay at the top level for so long was inspiring 👊🏻 you were and still are always looking at ways to become better and better. I remember in training we was doing a small sided game and the game couldn’t start because you wanted the balls out of your net, I asked why? and you said because you hated any football in your goal, this is a mentality that only the best have 👊🏻 A GREAT man who I am lucky to call a friend. Good Luck mate, I know you will be just as successful in the next chapter in ⚽️ JT 💙

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Con la nazionale di calcio ceca detiene il record di presenze con 124 gettoni. Nel 2002 in Svizzera ha vinto l’Europeo di categoria con l’Under 21.

Sono due colpi importantissimi: Aaron Ramsey e Diego Godin, i primi acquisti di Juventus e Inter di questa sessione di mercato invernale.

In verità i due arriveranno a costo zero il prossimo giugno, così da essere protagonisti dalla prossima stagione. Un affare per entrambi i club, un po’ di amarezza per quei fantallenatori  che speravano in un loro arrivo già a gennaio per poter puntare su di loro e sistemare centrocampo o difesa.

Il gallese è stato il primo vero colpo di Paratici dopo la partenza di Marotta, l’uruguaiano è stato il primo acquisto nerazzurro con Marotta amministratore delegato dell’area sportiva. Un intreccio che vede ancora protagoniste Juventus e Inter.

AARON RAMSEY

Classe 1990, Aaron Ramsey è un grande innesto per i bianconeri, sempre in cerca di grandi campioni dopo l’arrivo di Ronaldo l’estate scorsa. Il centrocampista gallese è stato ed è tuttora uno degli uomini più rappresentativi dell’Arsenal. A Londra è arrivato da giovanissimo nel 2008, anche se dal 2011 è rimasto in pianta stabile tra le file dei Gunners.

Il suo valore di mercato è di 40 milioni di euro ed è per questo che per la Juventus è stato un affare. Con la maglia dell’Arsenal ha avuto un equilibrio tra gol e assist realizzati quasi perfetto. In 355 apparizioni ha messo a segno 62 reti e 63 assist (38 gol e 51 assist in Premier). Dal bonus facile il gallese sarà sicuramente uno dei centrocampisti più tirati alle prossime aste fantacalcistiche. Il 7 ottobre scorso ha regalato perle come questa nel derby contro il Fulham

Da qualche anno però si parla anche di “maledizione” dei gol di Ramsey. Se per i tifosi le sue reti sono una gioia, dall’altra fanno tremare il mondo intero, questo dovuto a bruttissime coincidenze legate alle reti messe a segno dal calciatore gallese. Maledizione partita dal 2009, ma che ovviamente non preoccupa i tifosi bianconeri.

DIEGO GODIN

Per sperare di ottenere il modificatore di difesa, beh allora l’anno prossimo potrete far affidamento su Diego Godin. All’Inter il difensore uruguaiano porterà sicuramente affidabilità ed esperienza internazionale. Se l’Atletico Madrid negli ultimi anni è una delle difese più rocciose d’Europa il merito è soprattutto del suo capitano. A quasi 33 anni è ancora molto affidabile ed è sicuramente un gran acquisto per i nerazzurri, i quali quasi sicuramente perderanno Miranda e Ranocchia, e con il dubbio Skriniar.
Godin, inoltre, è anche molto corretto e quindi pochi malus. In 484 presenze: 108 cartellini gialli, 3 doppie ammonizioni e 5 espulsioni.
I Colchoneros subiscono pochi gol e così i nerazzurri potranno continuare sulla scia di quest’anno dove il reparto arretrato sta ben figurando. Con5 clean sheets, è uno dei migliori d’Europa.  L’uruguaiano, inoltre, da un buon supporto anche in fase realizzativa: quest’anno sono già due i gol messi a segno.

Ha calpestato il prato dello stadio che l’ha visto debuttare tra i grandi e, all’HDI-Arena di Hannover, ha salutato i suoi fan, i suoi amici e il calcio giocato. Per Mertesacker, sabato 13 ottobre, ha giocato la sua ultima partita, nella sua città di Hannover e ha anche segnato un gol.

Il difensore centrale tedesco, 34 anni, e campione del mondo con la Germania nel 2014, a marzo aveva annunciato il suo ritiro confessando di non farcela più, così davanti a 40mila spettatori ha organizzato la sua partita d’addio, mentre dagli spalti si cantava “Hy Per, hy Per” sulle note della musica techno di Hp Baxxter.

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Da un lato i suoi “amici” dell’Hannover 96, gli “Mertes 96-Freunde”, dall’altro i “Pers Weltauswahl”, una selezione internazionale fatta da Mertesacker stesso e allenata da Arsene Wenger.  Toni Kross, Jens Lehmann, Christoph Metzelder e Marcell Jansen, ma anche Jörg Sievers, Steven Cherundolo e Christian Schulz, per citarne alcuni. Ah, e l’immortale Claudio Pizarro che ha segnato l’ultima rete dell’incontro.

Ovviamente sono piovuti i gol, ben 19 nel 10-9 finale (5-5 era il parziale) con l’ex di Werder e Arsenal che ha giocato il primo tempo con i suoi compagni ex-Hannover e l’altra metà di gioca con la casacca bianca, trovando anche la rete al 46’. Ci si aspettava il gol di testa, suo marchio di fabbrica vista la stazza e i suoi 198 centimetri, invece è arrivata una rete “delicata” con un pallonetto a scavalcare il portiere Robert Zieler.

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Il gigante buono da 104 presenze in Nazionale si è sciolto nel momento più emozionante dell’intera giornata: al minuto 89 Per ha lasciato il campo sostituito da suo padre Stefan, 67 anni, e suo primo allenatore con l’Hannover 96. Pianti e ovazioni, ovviamente.

I gol e il saluto emozionante con il padre

Cresciuto nelle giovanili del TSV Pattensen, Per Mertesacker è passato all’Hannover 96 dove, nel 2003, ha fatto il suo debutto da professionista. Con la squadra della Bassa Sassonia ha giocato tre stagioni prima di passare al Werder Brema con cui ha vinto una DFB-Pokal e la Supercoppa di Germania. Nel 2011 passa all’Arsenal dove riesce a piazzare tre FA Cup e tre Community Shield, chiudendo la sua carriera con 534 presenze e 35 gol.

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Il Principato è pronto a riabbracciare uno dei suoi figli più talentuosi e puri: Thierry Henry che, nel Monaco, ha iniziato la sua carriera prima di prendersi i palcoscenici mondiali, torna in Francia, questa volta da allenatore del club che disputa la Ligue 1 francese.

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La prima esperienza su una panchina, per Titì, non poteva che essere il Monaco: ai recenti Mondiali di calcio in Russia, l’ex dell’Arsenal è stato l’assistente di Roberto Martinez nella nazionale belga, ma ora a Montecarlo prende il posto del portoghese Leonardo Jardim che, negli ultimi quattro anni, ha fatto grandi cose con i monegaschi, vincitori del titolo in Francia nel 2017. Henry, che ha firmato un contratto fino al 2021, sarà assistito dall’allenatore delle giovanili Carlos Valado Tralhao e da Patrick Kwame Ampadu, ex preparatore dell’accademia dell’Arsenal.

 

Dal 1994 fino al 1999, Henry ha giocato 122 partite con il Monaco prima di passare alla Juventus, club in cui si potè solo intuire il suo talento cristallino. Talento che, dopo aver vinto il Mondiale del 1998 con la Francia, tutto il mondo ha potuto vedere con la maglia dei Gunners, la sua seconda pelle. Con l’Arsenal ha totalizzato 228 gol, vinto due Premier League, tre FA Cup e due Community Shield. L‘esperienza con il Barcellona gli permise, invece, di conquistare la Champions League e la Coppa del mondo per club.

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Dopo nove giornate di campionato, il Monaco si trova ora terzultimo in classifica e in zona retrocessione. Ha ottenuto soltanto sei punti e ha vinto soltanto una partita, lo scorso agosto. Nelle ultime stagioni è stato il principale contendente del Paris Saint-Germain, motivo per cui le difficoltà incontrate in questo inizio di stagione hanno sorpreso tutti, nonostante la squadra sia inferiore a quelle degli anni passati.

Una curiosità: Henry ritrova in Ligue 1 anche Patrick Vieira, attuale allenatore del Nizza.

 

Calcio e politica, ancora una volta, si intrecciano e a essere coinvolto è Heinrich Mkhitaryan. Il centrocampista armeno dell’Arsenal, infatti, non è partito assieme alla squadra per la trasferta del secondo turno di Europa League, contro il Qarabag, formazione azera. Nessun infortunio alle spalle, ma una delicata questione politica: l’Armenia è, infatti, attualmente in conflitto proprio con l’Azerbaijan per il controllo del Nagorno-Karabakh, una contesa che conta decenni di morti e dolore alle sue spalle.

Deciso il rifiuto del giocatore, chiamato già nel 2015 quando indossava la maglia del Borussia Dortmund  a rinunciare alla gara da giocare sul campo del Qabala, altra formazione locale. Stizzito Gurban Gurbanov, l’allenatore del Qarabag, che ha spiegato in conferenza stampa l’assenza di motivazioni concrete per impedire la trasferta a Mkhitaryan:

L’Arsenal potrebbe temere che davanti a 60 mila tifosi azeri Mkhitarian abbia troppa pressione addosso ed è per questo che non lo hanno portato con loro. Non è la prima volta che non viene in Azerbaijan. Fino ad ora, comunque molti sportivi armeni sono venuti qui: è scelta dell’Arsenal non averlo convocato

Già immediatamente dopo il sorteggio, l’Arsenal aveva anteposto la sicurezza dei suoi tesserati come priorità rispetto a trasferte o match delicati. Mkhitarian è anche il capitano della Nazionale armena con 70 presenze e 25 gol, il miglior marcatore di sempre. Resta da capire per i Gunners come comportasi in caso di eventuale finale di Europa League che quest’anno sarà proprio a Baku.

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Se il Mondiale del 1998 non si fosse giocato in Francia, probabilmente non avremmo mai assistito al leggendario gol di Dennis Bergkamp contro l’Argentina. Vale sempre la pena rivederlo:

E’ una rete metafisica che si pone al di là della realtà per equilibrare il giusto senso delle cose. Perché è arrivata al minuto 89 di una partita tosta, bloccata sull’1-1. Perché erano i quarti di finale contro la Nazionale sudamericana. Perché se si segna una prodezza del genere, in un Mondiale, sei destinato a rimanere scolpito nei ricordi dei bambini che crescono con la magia negli occhi e la tramandando, da adulti, ai loro figli o nipoti.
C’è il lancio tagliente di Frank de Boer, c’è lo stop irreale dell’ex Ajax, Inter e Arsenal, c’è la palla che muore lì, in quell’istante, uncinata dal piede destro, c’è il tocco a rientrare che manda in tilt il difensore Ayala, uno dalla marcatura stretta e rognosa, e c’è il colpo d’esterno a trafiggere il portiere Roa.
C’era tutto, ma mancava solo una cosa: lo spazio per poter fare un’azione del genere.

Ma soprattutto, per fortuna, c’era Dennis Bergkamp. La carriera calcistica dell’olandese è legata alla sua aerofobia, ovvero la paura di viaggiare in aereo. Un trauma che si è manifestato in un altro Mondiale, quello precedente del 1994 negli Stati Uniti d’America.
La Nazionale Oranje era in volo, assieme a staff tecnico e giornalisti e proprio uno di questi, tra scherzo e goliardia, disse: «C’è una bomba». Non c’era, forse, da dargli troppo peso, volarono qualche risata, qualche parolaccia, passato lo spavento iniziale. Ma da quel momento, Bergkamp non avrebbe più preso un volo.

Un trauma sul quale pesava una brutta esperienza giovanile. Durante una tournée con l’Ajax, nei pressi del vulcano Etna, ci fu una massiccia turbolenza: l’aereo precipitò, seppur per frammenti di secondo, per poi riprendere quota. Un fatto che aveva segnato il giovane biondo olandese glaciale sul campo. Panico e stress che diventarono successivamente fobia con l’episodio del 1994.

Ed è per questo che riuscì a essere presente al Mondiale francese ed è anche per questa sua paura che saltò il Mondiale del 2002, quello in Corea del Sud e Giappone, quando aveva ancora 32 anni dato che era impossibile organizzare uno spostamento via terra.
Se nella mitologia folcloristica intere pagine sono state scritte sul vascello fantasma, il tetro Olandese Volante, nel calcio Dennis Bergkamp verrà per sempre ricordato come “l’olandese non volante”.

La notizia del ritiro di Arsene Wenger, allenatore dell’Arsenal da ben 22 anni, ha dato lo spunto per stilare una classifica dei commissari tecnici più longevi della storia del calcio. Proprio lui, il punto di riferimento dei Gunners, è in cima alla graduatoria tra gli allenatori più fedeli di tutti in Premiere League.

Arsene Wenger ha allenato l’Arsenal dal 1996 al 2018. A fine stagione, infatti, ha già annunciato che lascerà la squadra che ha guidato per moltissimi anni e ha condotto alla gloria in più di un’occasione. Nella sua carriera ha vinto la Premier League e la FA Cup nella stessa stagione sportiva (1997/98 e 2001/02). Inoltre, tra tutti è quello che ha conquistato più titoli nella FA Cup. Nel 2003/2004 è stato di nuovo il leader nel campionato inglese e a questi risultati ha aggiunto anche i premi della Community Shield nel 1998, 1999, 2002, 2004, 2014 e 2015.

Subito dopo di lui troviamo Alex Ferguson, allenatore del Manchester United con il quale ha vinto 13 campionati, 5 FA Cup, 4 Coppe di Lega, 2 UEFA Champions Leagues, 1 Coppa delle Coppe, 1 Supercoppa UEFA, 1 Coppa Intercontinentale, 1 Coppa del Mondo FIFA per club.

Il record della Ligue 1 e assoluto spetta a Guy Roux che ha allenato l’Auxerre per ben 44 anni, ma se consideriamo la sua militanza da giocatore si sale a quota 53 stagioni. In questo arco di tempo è riuscito a fare grande questa squadra, che ha scalato il campionato francese e ha vinto il titolo nel 1996. 

Un record diverso, invece, riguarda il Celtic di Willie Maley, che è rimasto imbattuto per ben 62 partite! Nel calcio britannico nessuno è riuscito finora come lui nell’impresa.

Ronnie Mcfall, tecnico del Portdown dal 1986 al 2016, ha raggiunto il successo nel campionato del 1990 e nel 2001/2002. Poi nel 1991 ha conquistato la coppa nazionale. 

L’allenatore spagnolo più longevo è Ignacio Quereda, dal 1988 al 2015. La sua squadra, la Spagna femminile, ha ottenuto degli ottimi riconoscimenti dopo essere arrivata in semifinale e ai quarti al campionato Europeo Uefa femminile (1997 – 2013).

Sempre in Spagna ritroviamo anche Juan Santisteban, ct tecnico della Spagna giovanile. È rimasto allenatore del team per 20 anni, prima nella Under 16 e poi nella Under 17. Diversi sono i titoli vinti sia con l’una che con l’altra squadra. Tra tutti è quello che ha vinto più titoli UEFA, ben sette.

Simbolo della Dynamo Kyiv è Valeriy Lobanovskiy, che ha collezionato 7 titoli in soli due anni, aggiungendo poi alla lista anche la Coppa delle Coppe e la Supercoppa UEFA nel 1975 e poi la Coppa delle Coppe 1986.
In Belgio emerge il nome di Francky Dury, che ha allenato lo Zultse VV dal 1990 al 2001 e poi lo SV Zulte Waregem nel 2001–2010, 2011. Tra i suoi successi più grandi c’è la Coppa del Belgio.

Mickey Evans, giocatore e allenatore del Caersws, ha vinto tre Coppe di Lega e conquistato un posto in Coppa UEFA Intertoto nel 2002. La curiosità intorno alla sua figura di allenatore è aver guidato la squadra dove militava anche suo figlio.

Infine è il turno dell’Italia con Vittorio Pozzo. Il tecnico ha guidato la nazionale italiana verso la conquista della Coppa del Mondo nel 1934 e nel 1938.  L’unico ad avere il primato di aver vinto due titoli mondiali in due edizioni consecutive, è il promotore degli ormai consueti ritiri prima del match.

Vittorio Pozzo è un’icona storica del calcio italiano e rientra in questa lista di allenatori che hanno fatto grande questo sport sin dagli esordi.

Gioie e dolori di una carriera brillante: ecco cosa emerge quando si leggono le parole pronunciate direttamente dal calciatore Per Mertesacker, che racconta un retroscena della sua vita legata al suo ruolo di giocatore.

Forse nessuno si aspettava di sentirgli dire che il calcio è un peso. Lui, che vanta alle spalle un curriculum degno di nota, sia come attuale difensore dell’Arsenal che come uomo di punta della nazionale tedesca con le sue 104 presenze, per tutti era felice. Nel 2014 è stato anche uno dei protagonisti della grande vittoria tedesca che ha portato al titolo di Campione del mondo la sua squadra e il suo paese per la quarta volta.

 

A testimonianza di come l’apparenza molto spesso inganna, oggi si scopre che Mertesacker è sollevato di essere prossimo al ritiro, previsto a fine stagione.

Ecco come lui stesso ha spiegato a Spiegel cosa lo ha portato a fare queste amare considerazioni:

Noi veniamo valutati solo per le nostre prestazioni, non si gioca per divertirsi ma bisogna rendere sempre al meglio senza giustificazioni. Questo è l’ultimo anno in cui giocherò, non ce la faccio veramente più. Preferisco stare in panchina o meglio ancora in tribuna. Ma tra qualche mese sarò libero

Il malessere che racconta il calciatore tedesco non è solo mentale ma anche fisico e si traduce in disturbi più o meno gravi che si presentano poco prima di scendere in campo, creando non poco disagio:

Nei momenti che precedono la partita il mio stomaco gira come se dovessi vomitare. Devo soffocare questa sensazione così violentemente che poi iniziano a lacrimarmi gli occhi. Ormai so come devo fare, è come se simbolicamente vomitassi tutto quello che viene dopo il fischio d’inizio. Gli infortuni spesso sono mentali, ti fai male perché non ce la fai più 

Questo sfogo che ha visto protagonista Mertesacker getta un’ombra anche nel Mondiale 2006, dove la sua squadra, la Germania, è stata eliminata in semifinale proprio dall’Italia. Un duro colpo per il giocatore? Niente affatto, anzi pare proprio che questa eliminazione sia stata solo un sollievo per abbattere la pressione intorno all’evento, che per lui era diventata insopportabile:

Quando, nel 2006, abbiamo perso contro l’Italia ero dispiaciuto, ovviamente, ma anche sollevato. Pensavo soltanto ‘è tutto finito’

La storia di Per Mersacker non è un caso isolato. Altri calciatori si ritrovano a vivere il suo stesso dramma, spesso in silenzio, e continuano a giocare cercando di combattere quel malessere che rischia anche di pregiudicare le loro performances in campo.

Ecco perché Mersacker ha deciso di condividerlo col mondo e perché ha deciso che dopo il suo ritiro aiuterà i giovani dell’Accademia dell’Arsenal a vivere meglio la carriera calcistica, dedicandosi anche ad altro e non lasciando che quest’attività assorba interamente corpo e mente. Imparare a gestire lo stress diventa fondamentale e non tutti ne sono capaci, come dimostra la sua stessa testimonianza

Non devono puntare tutto sul calcio, non devono trascurare la scuola. Solo una piccola percentuale ce la fa