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Ha bruciato Koulibaly con uno scatto nello stretto, e scusate già se è poco, si è portato sul destro, non il suo piede, e ha battuto Ospina con un tiro rasoterra, infimo, che è passato sotto le gambe del portiere del Napoli. Momo Salah è stato ancora una volta devastante e trascinatore del Liverpool in Champions League: il suo gol al 34’ del primo tempo ha tenuto fino alla fine, grazie anche alla prodezza dell’altro ex-Roma, Alisson, decisivo al 92’ su Milik. E’ l’1-0 che ha dato alla squadra inglese il passaggio del turno agli ottavi, castigando la squadra di Ancelotti a una cocente eliminazione e al terzo posto che vuol dire Europa Leauge.

Ad Anfield erano presenti 52.015 tifosi, la maggior parte dei quali ovviamente fedeli ai colori “reds” e tra questi, mentre lo stadio esulta all’unisono al gol dell’egiziano, ce n’è uno sui cui le telecamere indugiano: è un ragazzo non vedente venuto allo stadio col cugino. Quest’ultimo lo abbraccia e non la smette di urlare per la felicità.

Poi gli si avvicina all’orecchio e gli racconta l’azione che ha portato al gol dell’1-0, l’assolo travolgente di Mohamed Salah. E’ la passione che supera i confini, si incunea nel sangue di chi vive per serate magiche come queste.

 

Forse avrebbero risposto con lo stesso dito medio a chi gli avesse fatto notare che ci sono limiti da rispettare e palcoscenici da celebrare. Onori da godere e oneri a cui non ci si può sottrarre. Sono bastate 24 ore per proiettare a social unificati due immagini del calcio italiano che poco hanno a che vedere con lo spettacolo del campo. Anzi proprio non c’entrano nulla con la bellezza del salto di Koulibaly o con il fascino di Anfield Road alla vigilia di Liverpool Roma.

Ha iniziato Maurizio Sarri domenica sera, insultando i tifosi avversari dal pullman del Napoli
all’arrivo prima del match scudetto con la Juventus.

Ho reagito a chi ci sputava perché napoletani, se avessi potuto sarei sceso dal pullman.

ha rincarato la dose il tecnico azzurro a fine partita. La toppa peggio del buco. Non una novità per un grande insegnante di calcio ma che, in questi anni da protagonista al San Paolo, non è riuscito ad adeguare il suo linguaggio ai livelli di risultato conquistati. Posto che non è la categoria a fare l’uomo o lo sportivo.

Hanno continuato Roberto Pruzzo e Bruno Conti con il dito medio in bella mostra davanti allo
stemma del Liverpool nella pancia di Anfield. Brucia ancora quella finale persa in casa con i Reds 34 anni fa.

Era un modo per esorcizzare ridendo!

si è giustificato l’ex bomber col baffo. Peccato non si trattasse di due tifosi qualsiasi in gita sul Mersey Side ma di due simboli del calcio tricolore e non solo, con l’aggravante che Conti è dirigente capitolino e fa parte della delegazione giallorossa in Inghilterra. Qualcuno ha studiato le posizioni delle dita dell’ex ala romanista, ipotizzando un gesto in stile “finger crossed”, dita incrociate. Ma oltre la radiografia della foto resta un’immagine su cui resta poco da discutere.
Professionisti che dimenticano chi sono e che cosa rappresentano. Anche Gigi Buffon, dopo Real Madrid Juve, pur comprendendo il suo stato nervoso per un finale sportivamente drammatico, avrebbe fatto meglio a non rilasciare alcuna dichiarazione a caldo ai microfoni. Al pari delle polemiche social tra Mehdi Benatia e il comico Maurizio Crozza.
Allora soffermiamoci sullo stesso capitano juventino che, al termine di Juve Napoli, pochi minuti dopo il gol di Koulibaly, ha aspettato tutti i calciatori e lo staff partenopeo per complimentarsi con loro.
Analoga bellezza per i giocatori della Roma che hanno omaggiato, attraverso una corona di fiori deposta dal capitano De Rossi, i tifosi del Liverpool vittime della strage di Hillsborough davanti al memoriale all’esterno di Anfield Road.


C’è una storia da rispettare, ci sono provocazioni da farsi scivolare addosso, c’è un codice non
scritto a cui attenersi. Si chiama professionismo, si legge sport.