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Quando la scorsa estate è andato via dalla Lazio, sembrava essere finito nel dimenticatoio. Il passaggio di Felipe Anderson al West Ham era interpretato come un deciso passo indietro nella carriera del brasiliano. Oggi, tuttavia, il talento carioca sta trovando quella continuità che spesso è mancata nella sua avventura romana. Otto reti in ventidue presenze tra campionato e Coppa di Lega con gli hammers. Sette reti e un assist nelle ultime dieci gare inglesi. Anderson è uno dei pilastri della formazione di Manuel Pellegrini che stasera sfida il Brighton nella 21ma giornata di Premier League.


Il suo addio alla Lazio aveva fatto felice un po’ tutti. Il presidente Lotito, in primis, che gongolava per i 38 milioni frutto dell’operazione. Il calciatore, in cerca di rilancio dopo gli anni altalenanti in biancoceleste. E anche i tifosi non si erano strappati troppo le vesti per un calciatore ricco di classe, ma che mostrava alcune lacune a livello caratteriale.

Felipe, nato a Brasilia nel 1993, è sempre stato dotato di eccellenti qualità tecniche. Si fa notare in patria nel Santos, dove viene acquistato nel 2013, a vent’anni, dalla Lazio. Da Petkovic fino a Simone Inzaghi, Anderson è stato schierato in più ruoli. Da esterno nel tridente a interno di centrocampo, trequartista o seconda punta. In cinque anni indossa la maglia laziale per 177 volte, con 34 gol e ben 42 assist.

Gli anni capitolini sono caratterizzati anche da una serie di infortuni che ne limitano il rendimento. Con la Lazio Anderson vince la Supercoppa italiana nel 2017 contro la Juventus, pur non giocando per guai fisici. Assieme a Ciro Immobile forma un tandem offensivo letale per le difese avversarie. I gol del centravanti campano contengono anche lo zampino del brasiliano, determinante in termini di assist.

Ora in Inghilterra Felipe sta prendendo per mano il West Ham a una tranquilla posizione a metà classifica. Tra gli calciatori in squadra ci sono anche altre vecchie conoscenze del calcio italiano come Ogbonna, Arnautovic e Obiang.

La favola di Kevin Anderson non conosce lieto fine, sul trono di New York sale per la terza volta in carriera Rafa Nadal. Finale senza storia, com’era d’altronde nei pronostici, sul cemento di Flushing Meadows dove il 31enne mancino maiorchino suggella nel migliore dei modi il suo ritorno al vertice del ranking Atp.

Dopo tre stagioni tribolate a causa degli infortuni, Nadal torna così al massimo del suo splendore e mette in bacheca il 16esimo Slam della carriera, il secondo stagionale dopo il decimo Roland Garros del giugno scorso senza dimenticare la finale persa a Melbourne contro Federer a inizio anno. All’Artur Ashe Stadium lo spagnolo impiega poco meno di due ore e mezza per iscrivere il suo nome nell’albo d’oro per la terza volta dopo le vittorie del 2010 e del 2013: 6-3 6-3 6-4 contro il pari età sudafricano, alla prima assoluta nell’ultimo atto di un Major.

La resistenza di Anderson, che si consola scalando il ranking fino al 15esimo posto, dura fino al settimo gioco del primo set quando Nadal, alla quinta palla-break, riesce a strappagli la battuta, impresa non da poco visto che il 31enne di Johannesburg aveva perso il servizio solo in cinque occasioni lungo il suo cammino newyorkese.

Da quel momento in poi la sfida si fa in discesa per Nadal, che sbriga il secondo parziale in 38 minuti e ne impiega altri 50 per il terzo. Impressionanti anche i numeri: appena 11 errori non forzati e zero palle break concesse.

Un trionfo in piena regola per chi non  riusciva a portare a casa un successo sul cemento da quasi quattro anni, dalla finale vinta su Monfils a Doha nel gennaio 2014.

“Sono state due settimane molto speciali per me – confessa Nadal – ma quello che è successo nel corso di tutto il 2017 è stato incredibile dopo due stagioni con problemi fisici e senza riuscire a giocare bene in alcuni momenti. Al futuro chiedo solo di rimanere in salute, mi sento superfortunato per tutto quello che mi capita e che ho potuto vivere alla mia età”.

Dallo spagnolo grandi parole per il suo rivale (“Kevin è un esempio per i più giovani, ha superato tanti infortuni ed è tornato più forte di prima”) mentre sulla chance di eguagliare i 19 Slam di Federer alza le spalle: “faccio la mia strada, non penso al fatto che Roger abbia vinto due titoli o 24, la vita è essere felice con quello che si fa. Questo non significa non volere di più ma non sento come una necessità quella di raggiungere Federer, continuerò a lavorare e a lottare per ottenere quello che posso”. E quando gli chiedono se a 36 anni si vede allo stesso livello dell’eterno rivale replica: “sicuramente non potrò fare quello che sta facendo Roger ma d’altronde a 26 anni non pensavo di fare quello che ho fatto io a 31”.