Tag

ancelotti

Browsing

Unico calciatore ad avere vinto la Champions League con tre squadre diverse – Ajax, Real Madrid e Milan (con cui si è concesso un bis) – Clarence Seedorf, nasce a Paramaribo, capitale del Suriname, il 1°aprile 1976. Si forma umanamente e calcisticamente in Olanda dove sin dalla tenera età entra a far parte delle giovanili del prestigioso club di Amsterdam.

Seedorf è tuttora il più giovane esordiente dell’Ajax in Eredivisie. Debutta a 16 anni, nell’ottobre 1992,  e diventa presto una pedina fondamentale della generazione d’oro. Guidata dai veterani Danny Blind e Frank Rijkaard, una formazione giovane nelle cui file militano future stelle del calibro dei gemelli De Boer, Seedorf, Edgar Davids, Jari Litmanen e Patrick Kluivert, raggiunge l’apice conquistando la Champions League nel 1994/95 imponendosi per 1-0 nella finale di Vienna contro il Milan, squadra giunta alla sua terza finale consecutiva.

90s Football on Twitter: "Clarence Seedorf at Ajax, 1991.… "

Le vittorie per 2-0 nella fase a gironi proprio contro i rossoneri sono un buon presagio: la squadra di Louis van Gaal si ripete in finale battendoli grazie a un gol nel finale di Kluivert, entrato a gara in corso: «Tutti sognano di vincere una finale di Coppa dei Campioni, e io ho avuto la fortuna di riuscirci ad appena 19 anni. Quando mi sono svegliato il giorno dopo la finale mi sono sentito diverso, strano, in qualche modo speciale».

Seedorf lascia l’Ajax dopo quella magica notte di Vienna, trascorrendo una sola stagione alla Sampdoria prima di trasferirsi nella capitale spagnola, vestendo la casacca del Real Madrid. Qui il mondo inizia a conoscerlo per il suo altissimo valore tecnico e per le sue sassate dalla distanza. Assapora il successo europeo alla seconda stagione a Madrid, aiutando le Merengues a superare i detentori del Borussia Dortmund in semifinale. In finale, giocata nello stadio della sua ex squadra, l’Amsterdam Arena, affronta la Juventus dell’ex compagno di squadra Davids. La finale è decisa ancora da un unico gol, firmato da Predrag Mijatović a metà ripresa, che regala al Real Madrid la prima Coppa dei Campioni dopo 32 anni: «Era diventata più di un’ossessione per il club. Mangiavamo tutti i giorni in un ristorante in cui non facevano altro che parlarci della finale».

Nella carriera sportiva dell’olandese c’è tanta Italia. Nel 2000 passa all’Inter e soltanto due anni più tardi si trasferisce sulla sponda rossonera. Alla prima stagione con il nuovo club conquista il massimo trofeo europeo, aiutando il Milan a battere le sue ex squadre: il Real Madrid nella fase a gironi, l’Ajax nei quarti e l’Inter in semifinale. Conquista ai danni della Juventus la sua terza Champions League, mentre nel 2004 vince il campionato italiano. Il Milan rappresenta il punto più alto della carriera di Seedorf.

L'EX ROSSONERO - Seedorf: "Vi dico io come si vince la Champions ...

Carlo Ancelotti non riesce a fare a meno di lui e in poco tempo diventa uno degli intoccabili della rosa rossonera. Nel 2007 sempre sotto la guida di Ancelotti, il Milan conquista la sua settima Champions League. E’ la quarta ed ultima Champions League della sua carriera di Seedorf. In seguito alla vittoria, Seedorf verrà nominato dalla Uefa come miglior centrocampista della competizione.

fonte: Uefa.com

Il campionato di Serie A è fermo per la sosta imposta dagli impegni delle Nazionali maggiori e giovanili, e i tempi sono maturi per tirare un bilancio provvisorio sulla stagione del Napoli. La squadra di Carlo Ancelotti, data alla vigilia del campionato come una delle possibili protagoniste nella lotta scudetto, sta faticando e non poco ad ingranare la marcia giusta, ma ciò che preoccupa maggiormente è la situazione difficile che si è venuta a creare nello spogliatoio dei partenopei.

La crisi non è solo di risultati

Sebbene il 4-4-2 scelto da Carlo Ancelotti non riesca a mettere i calciatori in condizione di rendere al proprio meglio, le difficoltà dei partenopei sembrano derivare principalmente dalla mentalità con cui gli azzurri affrontano le partite. Anche nell’ultima gara casalinga contro il Genoa, come possiamo vedere nell’articolo di Sky Sport, il Napoli è apparso quasi svogliato, incapace di imporre il proprio gioco e di reagire alle difficoltà incontrate sul proprio percorso. Rispetto al passato, la squadra del tecnico emiliano pare non riuscire ad assumere il controllo della gara, a non dominare gli avversari dal punto di vista emotivo ancor prima che tecnico e tutte queste difficoltà si stanno ripercuotendo sulle prestazioni e sui risultati del partenopei. Se è vero che, come detto, alla vigilia della stagione il Napoli era considerato tra le favorite assolute per la vittoria dello scudetto, è altrettanto vero che ad oggi, dando anche un’occhiata a https://www.betfair.it/sport/inplay, per i partenopei il discorso titolo sembra essersi definitivamente chiuso e, anzi, gli azzurri dovranno lottare duramente per riconquistare una posizione che garantirebbe loro l’accesso alla prossima edizione della Champions League.

È la fine di un’era?

Da quando Aurelio De Laurentiis ha assunto la carica di presidente del club partenopeo, il Napoli è cresciuto costantemente di anno in anno. Stagione dopo stagione, competizione dopo competizione, le ambizioni ed i risultati degli azzurri erano stati sempre superiori rispetto a quelli dell’anno precedente. Quest’anno, invece, per la prima volta, pare che il progetto del club napoletano sia giunto ad un punto morto ed è forte la sensazione che già a partire dalla prossima sessione di mercato qualcosa dovrà cambiare. Insigne e Mertens, due dei protagonisti principali delle ultime stagioni, non sembrano essere più felici di vestire la maglia napoletana e, stando a quanto riportato da Calciomercato.com,  sono tra coloro i quali hanno guidato il recente ammutinamento nei confronti della presidenza. All’esito della partita di Champions contro il Salisburgo, i calciatori avevano infatti criticato aspramente la decisione della presidenza di continuare il ritiro ed avevano deciso di fare ritorno a casa, lanciando su tutte le furie Aurelio De Laurentiis che, come ci racconta la Gazzetta dello Sport, aveva prontamente minacciato in fare causa a tutti i propri dipendenti.

Nelle ultime ore la situazione pare stia lentamente tornando alla normalità ma in città c’è la forte impressione che questa possa essere l’ultima stagione del blocco che aveva caratterizzato le esperienze di Benítez e di Sarri e che, dall’anno prossimo, prenderà forma il nuovo Napoli, chissà se più forte e vincente di quello precedente.

Un anno fa, in questi giorni, al 90’ di Juventus Napoli Kalidou Koulibaly saliva nel cielo dell’Allianz Stadium e sembrava mettere un sigillo decisivo alla corsa scudetto. Partenopei di Sarri a -1 dai bianconeri con un calendario, sulla carta, più agevole. Il vento sembrava cambiato, dopo l’epoca di Maradona gli azzurri sembravano pronti a rivivere un nuovo incredibile scudetto contro la schiacciasassi di questi anni. Un anno dopo il Napoli di Ancelotti è stato appena eliminato nei quarti di finale di Europa League dall’Arsenal. In campionato si è issato al secondo posto, in una condizione ibrida. In Coppa Italia la società di De Laurentiis è uscita precocemente contro il Milan.

Da Maurizio a Carletto

Come valutare, 365 giorni dopo, il cambio della guardia tra l’uomo che viveva sulla propria carne la napoletanità e Carletto da Reggiolo dal curriculum importante, ma con cui non è ancora scattata la scintilla? E’ inutile dire che, dalle parti del San Paolo, ci si aspettava di più. Venti punti da una Juventus già scudettata in inverno sono obiettivamente troppi. Il campionato non è mai stato in discussione e il Napoli si è probabilmente accontentato di galleggiare al secondo posto. Probabilmente si doveva puntare di più sulla Coppa Italia, mentre in Champions si è fatto tanto in un girone di ferro con Psg e Liverpool. E anche il sorteggio di Europa League, ai quarti contro i Gunners, non è stato dei più benevoli.


Il mentore di quel Napoli da 91 punti è andato Oltremanica con alterne fortune. Sarri ha portato il Chelsea nelle semifinali di Europa League, ma in Premier deve battagliare con Arsenal, United e Tottenham per la qualificazione in Champions. In Coppa di Lega e Community Shield ha perso in finale contro il City, in Fa Cup è stato eliminato dal Manchester di Pogba. Entrambi, Napoli e Maurizio con tuta e sigaretta si stanno rendendo conto ora del mezzo miracolo fatto l’anno scorso. Di un titolo che si pensava vinto e invece si è smarrito in un albergo di Firenze. Una squadra che per lui sarebbe anche andata in guerra, ma che arrivò nelle ultime partite completamente spremuta. Un ambiente che, un anno dopo, si chiede un po’ spaesato se è meglio guardare avanti o lasciarsi avvolgere dai rimpianti del passato.

Anche i grandi sbagliano. C’è un fantasma che aleggia nella carriera di Carlo Ancelotti. Ha le sembianze, la falcata e il talento di Thierry Henry. Oggi i due sono colleghi. Il primo uno degli allenatori più vincenti della storia del calcio. Il secondo è da pochi mesi il nuovo allenatore del suo Monaco. Eppure vent’anni fa il mister italiano e il ragazzino francese si sono incrociati a Torino, per pochi mesi alla Juventus. Parentesi negativi nel glorioso palmares di entrambi. Ancelotti, ribattezzato perdente di successo in bianconero. Titì, meteora liquidata troppo in fretta e poi rimpianta per anni.

Henry e Ancelotti alla Juventus

Il 19 gennaio 1999 un giovanotto di 21 anni, neocampione del mondo con la Francia, molto veloce palla ai piedi ma ancora acerbo sotto porta, sbarcava alla corte di Madama. La Juventus acquistava Henry dal Monaco per circa 11 milioni di euro e mezzo. Un investimento importante per uno dei gemelli del gol in Costa Azzurra assieme a Trezeguet. Ma quella è un’altra storia, ancora precoce per i colori bianconeri. Thierry, invece, arrivava in bianconero con grandi aspettative. La squadra di Lippi era in profonda crisi. Il primo ciclo del tecnico toscano era agli sgoccioli. Dopo aver vinto tutto qualcosa si era rotto, il grave infortunio a Del Piero aveva sconvolto i piani della stagione e la Juventus viveva la peggiore stagione da decenni.

Henry e Trezeguet al Monaco

Sembrava di rivivere la nefasta epopea di Gigi Maifredi nel 1990 – 1991. I bianconeri erano a metà classifica, lontani dalla zona scudetto e a caccia del quarto posto Champions. Finiranno con lo spareggio, perso, con l’Udinese per l’accesso diretto alla Coppa Uefa. Ripartiranno con la Coppa Intertoto e Ancelotti in panchina. Il delfino di Arrigo Sacchi sarebbe dovuto arrivare in estate. Piomberà a Torino a febbraio dopo il ko interno con il Parma e le dimissioni di Lippi. In quella squadra, che praticamente non aveva fatto mercato estivo, accanto ai senatori (Del Piero, Zidane, Inzaghi, Pessotto, Di Livio, Deschamps, Ferrara, Conte, Peruzzi, Davids) spuntarono alcune promesse poi non mantenute.

La Juve con i numeri in rosso nella stagione 1998 – 1999

Il terzino Mirkovic dall’Atalanta. Il portiere Morgan De Sanctis. I centrocampisti Simone Perrotta, Marco Rigoni e Jocelyn Blanchard. L’attaccante Juan Esnaider, arrivato a gennaio come Henry. Il francese in bianconero è un grande equivoco tattico. Nessuno si accorge che è una punta pura che ha bisogno di spazio attorno a sé. Lippi prima, e Ancelotti poi, lo impiegano sulla fascia. Interno di centrocampo a sinistra o ala. Il punto è che in Italia non puoi giocare laterale se non copri entrambe le fasi di gioco. Attacchi e difendi, difendi e attacchi. Henry aveva bisogno di campo, di libertà e di tempo. Troppo per una squadra abituata a vincere e che non può aspettare.

Juan Esnaider, una delle grandi meteore in bianconero

Con la Juventus, tra campionato e coppe, Henry disputa 21 gare con tre gol. L’unica traccia vera di sé la lascia nel blitz esterno contro la Lazio all’Olimpico. Una doppietta, agevolata dalla papera di Marchegiani, che di fatto consegnerà lo scudetto al Milan, strappandolo ai romani. Il tiro deviato in rete contro il Venezia sarà la sua terza marcatura. Lascia l’Italia ad agosto di quell’anno dopo la gara di ritorno Intertoto contro i rumeni del Ceahlaul. Viene ceduto all’Arsenal per 27 miliardi di lire. Anni dopo lo stesso Henry rivelerà che andò via da Torino anche per dissidi con Moggi. Il dirigente voleva girare in prestito Titì all’Udinese per arrivare a Marcio Amoroso.

Terze dovevano arrivare, secondo i pronostici della vigilia, e terze sono arrivate. Inter e Napoli abbandonano la Champions League e retrocedono in Europa League non senza rimpianti. Entrambe qualificate prima dell’ultimo turno, entrambe con l’amaro in bocca dopo le gare con Psv e Liverpool. Accomunate dal rimpianto di non aver fatto bottino pieno contro le squadre sulla carta più deboli. Olandesi di Eindhoven e Stella Rossa Belgrado. Da più parti si sperava in un poker di squadre italiane alla fase a eliminazione diretta. Dovremo accontentarci di Juventus e Roma, che hanno già ottenuto il pass qualificazione. Nerazzurri e partenopei si leccano le ferite di una serata amara che, tuttavia, lascia in eredità differenti stati d’animo.


Perché l’Inter è andata fuori

Sei punti nelle prime tre partite, due nelle ultime tre. Il girone europeo dell’Inter è stato altalenante, come spesso capita nella storia della società nerazzurra. Partenza da favola, con Vecino e la garra charrua che ribaltano il Tottenham. La vittoria di Eindhoven sembrava aver spianato la strada. Poi la marcia indietro: un punto col Barca (ci sta), il ko a Wembley con la squadra di Pochettino (ci sta meno). L’Inter spreca due match point e viene eliminata, forse giustamente visto l’andamento delle gare.


In fin dei conti, Barcellona e Icardi erano finiti sul banco degli imputati per presunta scarsa professionalità. La gara senza storia per i blaugrana contro il Tottenham. La trasferta madrilena di Icardi per la Libertadores. Peccato che tutt’e due abbiano fatto il loro dovere. Due settimane a parlare di calcoli e combinazioni e poi si toppa il presupposto iniziale. Vincere con il Psv. Spalletti ha avuto la colpa di non voler chiudere il discorso qualificazione a Londra, accontentandosi del pari. Un po’ come accaduto a Torino col cambio Borja Valero Politano. L’ex Sassuolo è, assieme al capitano argentino, l’uomo più in forma dell’Inter. E anche ieri, puntualmente, è stato sostituito. A differenza di Perisic, finora l’ombra di se stesso, ma sempre tenuto in campo dal tecnico di Certaldo.


Perché il Napoli è andato fuori

Cinque anni dopo il copione si ripete. Nel 2013 il Napoli di Benitez va fuori pur avendo fatto 12 punti in un girone di ferro con Arsenal e Borussia Dortmund. La differenza reti lo penalizza. Passa un lustro e con Ancelotti si rivive lo stesso psicodramma. Eliminati con 9 punti dietro Paris Saint Germain e Liverpool. Bastava un gol, anche perdendo 1-2, agli azzurri per superare il turno. Invece Hamsik e compagni devono accontentarsi dell’Europa League non senza rimpianti.

Il primo, enorme, riguarda la duplice gara con la Stella Rossa. I due punti lasciati in Serbia gridano vendetta come la traversa di Insigne. Tuttavia il Liverpool nei Balcani ha perso e i parigini non hanno certo passeggiato nonostante il punteggio (4-1). A pesare enormemente resta il gol sul 3-0 di El Fardou Ben Nabouhane della Stella Rossa nella gara del San Paolo. E se si aggiunge la rete di Di Maria presa allo scadere a Parigi si rischia di non dormirci più la notte. Il Napoli, invece, può mostrarsi fiero di quanto fatto in un girone proibitivo, avendolo condotto da primo in classifica fino al match di Anfield Road. Complimenti che non fanno punti, ma che torneranno utili per una Europa League da protagonista.

La BBC in Inghilterra si chiede: «Abbiamo finalmente una lotta al vertice in Premier League?». E a guardare il rendimento di Manchester City e Liverpool la risposta non può che essere positiva. Il colpo di scena era atteso, ed è arrivato alla giornata numero sedici: il primo passo falso del City di Guardiola è arrivato contro il Chelsea di Maurizio Sarri, mentre li Liverpool di Klopp macinava il miglior rendimento nelle ultime 5 partite tra le 20 formazioni di Premier: 5 vittorie su 5, 13 gol fatti e un solo subito.

E quindi c’è il sorpasso in testa: Liverpool 42, Manchester City 41. Quello che ha creato in due anni l’allenatore ex Borussia Dortmund rimarrà scritto nella storia dei Reds perché lo dicono i numeri fino ad ora. Non solo la finale in Champions League, ma anche la miglior partenza in Premier League in 126 anni di storia del club. Trema la voce dalle parti di Anfield che non vede un titolo da 1990, quando ancora si chiamava First Division.

Immagine correlata

E proprio da quegli anni riemergono analogie con l’andamento macina risultati di oggi: adeguando le vittorie con tre punti odierni, il Liverpool aveva conquistato 41 punti nella stagione 1990-1991 dopo 16 giornate e alla fine della stagione ha chiuso al secondo posto, mentre grazie alla terza e quarta partenza migliore di sempre nello stesso conteggio delle gare nell’1988 e nel 1979 ha alzato al cielo lo scettro finale.

I numeri fanno impressione anche dal punto di vista difensivo: Alisson e Van Dijk saranno pure stati costosi acquisti, ma attorno all’ex portiere della Roma e all’olandese si sta strutturando una fase difensiva che ha concesso solo sei reti in Premier League. E Jürgen Klopp su questo sta costruendo sia vittorie roboanti come l’ultima 4-0 in casa del Bournemouth o l’1-0 di inizio dicembre con cui ha sbancato il derby del Merseyside contro l’Everton grazie al gol (e alla papera di Pickford) al 96’.

Eroe, tanto per cambiare, nel successo roboante contro il Bournemouth è stato Mohamed Salah che ha realizzato una tripletta, si è portato il pallone a casa, toccando quota 10 reti nella Premier 2018-2019. E considerando le 32 realizzazioni dell’anno passato, in un solo anno e mezzo, l’egiziano è già entrato nella Top10 dei più prolifici marcatori nella storia del Liverpool. E se dovesse continuare la sua marcia letale, già quest’anno potrebbe raggiungere Fernando Torres fermo a 65 reti.

 

E a dimostrazione del bel clima che Klopp e la sua banda sta respirando sotto la Kop, proprio al termine della partita contro la squadra della contea di Dorset, Salah si è distinto per un bellissimo gesto: premiato come Man of the Match ha ceduto il riconoscimento al suo compagno di squadra James Milner che ha toccato quota 500 partite giocate in Premier League.

 

Scegliere “Preferisco la coppa” come titolo della propria personale prima autobiografia ben manifesta lo spirito ironico, pungente, ma anche determinato e deciso di Carlo Ancelotti. Pubblicata nel 2009, racconta la sua capacità sia da giocatore che da allenatore di vincere la Champions League e, al contempo, di essere un buongustaio a tavola. Nel suo palmarès, nel frattempo, ha aggiunto anche titoli e coppe nazionali tra Chelsea, Paris-Saint Germain e Bayern Monaco, ma al Real Madrid si è superato vincendo la Coppa dalla grandi orecchie dopo un lungo digiuno per la storia del club spagnolo.

Difficile racchiudere in istanti e schemi tattici il suo percorso più volte perfetto in Europa, ma se ci discostiamo dalle luccicanti vittorie, roboanti e spettacolari, c’è un aspetto molto più pragmatico e cinico nella mente dell’allenatore di Reggiolo. E su questo il Napoli e i napoletani devono star tranquilli e lasciarsi guidare perché, a voler trovare analogie, confortano numeri e simili approcci.

Dobbiamo riavvolgere, e di molto, le lancette e andare nel 2002, anno della prima Champions League con il Milan. Perché quel Milan non era certamente tra i candidati principali ad arrivare a Manchester per alzare il trofeo, così come non lo è attualmente il club partenopeo. Al tempo, la struttura del cammino verso la finale era differente: c’erano due fasi a gironi con quattro squadre e poi si arrivava direttamente ai quarti da giocare tra andata e ritorno. A sorprendere fu la gestione del secondo girone, quello in cui c’era da battagliare tra Real Madrid, detentori del titolo, Borussia Dortmund e Lokomotiv Mosca.

Risultati immagini per milan real madrid 2003

Quel Milan era senz’altro meno rodato rispetto all’attuale Napoli: certo dietro c’erano Maldini e Nesta che troneggiavano, ma c’era anche un Dida alla prima stagione da titolare e investito di piena fiducia. C’era un Gattuso che correva per tre, ma c’era anche un Pirlo messo in quel ruolo lì su palcoscenici importanti. Ecco, quel girone, fu la prima grande dimostrazione dell’acume tattico mista a furbizia di Carletto Ancelotti: prime quattro partite, quattro vittorie, quattro gol fatti, zero subiti. Dodici punti e qualificazione archiviata con le ultime due partite che non contano nulla. In buona sostanza quattro successi di fila per 1-0, con diamanti incastonati nella storia milanista come l’1-0 a San Siro contro il Real di Raul, Figo e Zidane o il successo, con lo stesso risultato, nella gelida trasferta al Signal Iduna Park.

Il Napoli la sua partita vinta per 1-0 “alla Real Madrid” l’ha già ottenuta, il 3 ottobre, al 90’ contro il Liverpool che, forse è passato troppo inosservato, è vicecampione in carica. E il girone di ferro anche perché la Stella Rossa in casa, alla fine, si è dimostrata meno superficiale di quanto si potesse pensare. E il pragmatismo ancelottiano si sta manifestando anche se certamente nella sua tabella di marcia, avrebbe preferito arrivare a Liverpool, ultima del raggruppamento, con la qualificazione già in tasca. Ma è primo con 9 punti e zero sconfitte e l’allenatore cinque volte campione d’Europa è un attento calcolatore e, in queste situazioni, sa come rispondere: «abbiamo due risultati su tre».

Risultati immagini per insigne liverpool

Certo, questo costerà dei sacrifici e delle scelte di cammino: nel 2003, il Milan a marzo mollò in campionato il duello con la Juventus, arrivando terzo dietro anche l’Inter. E mentalmente, durante tutto il periodo sotto la guida di Carletto, ci si concedeva della pause (apparentemente illogiche o inaspettate) con dei pareggi o delle  sconfitte in Serie A (qualcosa vi dice lo 0-0 del Napoli contro il Chievo Verona?) con tanto di tiritera dei “giocatori che si esaltano quando sentono la musichetta della Champions”.

Ma ricordatevi questo: nel ritorno dei quarti di finale contro l’Ajax, quella del 3-2 con il tocco di Tomasson e il fiato sospeso per un eventuale fuorigioco, Ancelotti, dovendo rinunciare a Gattuso squalificato e ad alcuni infortunati tra i quali Seedorf, Pirlo e Serginho, buttò nella mischia una difesa con Dida tra i pali, Simic e Costacurta esterni, Nesta e Maldini centrali, Brocchi, Rui Costa, Ambrosini e Kaladze a centrocampo e in avanti la coppia Inzaghi e Shevchenko.

Sì, preferisce davvero la coppa…e contro il Liverpool è un conto sempre aperto.

Napoli – Empoli è la sua partita, anche se lui sarà impegnato nella sfida di domenica al Crystal Palace. Maurizio Sarri, oggi tecnico del Chelsea, probabilmente questa sera accomodato sul suo divano londinese a godersi il match tra le sue ex squadre. Per i partenopei il match precede la gara spareggio di Champions League contro il Paris Saint Germain. I tre punti in campionato sono però fondamentali per non perdere la scia della Juventus a -6 e non farsi staccare dall’Inter, appaiata a pari merito a 22 punti. I toscani, reduci dalla sconfitta proprio contro i bianconeri, continuano a ricevere tanti applausi che non portano punti. Giocano bene pur non avendo nomi altisonanti, ma devono fare i conti con una classifica deficitaria (terz’ultimi a 6 punti).

Il Napoli post sarrista – L’era d.S., dopo Sarri, ha un generale di lungo corso e blasone come Carlo Ancelotti dopo l’epoca del comandante ex impiegato in banca. E proprio in conferenza stampa pre Empoli, Ancelotti è tornato sulla metafora militare:

Come diceva Napoleone, meglio avere generali fortunati che bravi. Probabilmente io ho avuto culo.

Di certo, quelli bravi sono anche fortunati. Ma non è solo con la buona sorte che si vincono, ad esempio, cinque Champions League tra giocatore e allenatore. Ancelotti ha ereditato una squadra depressa dopo aver centrato con Sarri 91 punti, senza riuscire a vincere lo scudetto “perso in albergo” a Firenze e poi finito a Torino. Fare meglio dell’ex tecnico empolese ha un solo verbo: vincere. E nonostante la Juve pigliatutto, Carlo sta tenendo botta con una filosofia diversa rispetto a Sarri. Turnover, valorizzazione dell’organico, proiezione europea. Ancelotti sta lavorando su quei (pochi) difetti che Maurizio aveva lasciato irrisolti a Napoli. Pur avendo un calendario complicato finora, la squadra ha tenuto botta. Mentre in Champions si sta giocando alla grande le sue chance nel girone “della morte” con Liverpool e Psg.


Da Giampaolo ad Andreazzoli – Gli azzurri toscani sono tornati in questa stagione in serie A dopo la retrocessione del 2017. Un’annata davvero balorda quella con Martusciello in panchina, conclusasi con la salvezza del Crotone all’ultima giornata e il conseguente ritorno in B. Un finale amaro dopo gli anni, indimenticabili di Sarri. Grazie al comandante sono esplosi giocatori ormai affermati come Rugani, Saponara, Tonelli, Hysaj, Valdifiori e Zielinski. Alcuni di questi si sono poi consacrati definitivamente proprio a Napoli. La prima era post Sarri è stato felicemente guidata da Marco Giampaolo, decimo posto in serie A con la ciliegina del derby vinto contro la Fiorentina al “Castellani”. Poi la sfortunata annata con Giovanni Martusciello, la parentesi Vincenzo Vivarini in B prima dell’approdo di Aurelio Andreazzoli. Con l’ex tecnico giallorosso è subito arrivata la promozione in A al termine di un campionato dominato con la coppia CaputoDonnarumma. In questa stagione l’Empoli ha continuato a mostrare il suo bel gioco, fatto di buone trame offensive e un’apprezzabile manovra corale. Tuttavia, alla bellezza estetica non è spesso corrisposta una concretezza in termini di risultato, come dimostra l’ultima sconfitta contro la Juventus.

 

Roberto Mancini, ct dell’Italia, ci stava pensando da un po’, ma è arrivata, prontamente, la contromossa della Nazionale brasiliana: il commissario tecnico Tite, infatti, ha convocato Allan che finalmente farà il suo esordio con maglia verdeoro per la prima volta nelle amichevoli contro Uruguay, il 16 novembre, e Camerun, il 20 dello stesso mese.

Il centrocampista del Napoli è da un paio di stagioni al top della sua condizione e uno dei calciatori con il più alto rendimento in Serie A: già con Sarri si è ritagliato un ruolo imprescindibile nel centrocampo azzurro sia come incontrista e spezza-azioni avversarie sia come costruttore della manovra. Con Ancelotti, Allan sta mantenendo lo stesso alto e proficuo rendimento (chiede al Paris Saint-Germain e a Mbappè, in Champions League) e, ovviamente, i radar della Seleção si sono attivati.

 

«Il modulo tattico del Napoli di Sarri era molto simile al nostro», ha detto Sylvinho, ex membro dello staff dell’Inter, ora assistente di Tite, che ha osservato vari giocatori in Europa. «Con Ancelotti è cambiato poco. Allan è molto dinamico nella gestione del gioco a centrocampo». Inevitabile la soddisfazione del giocatore per la sua prima chiamata con il Brasile: «È una gioia immensa, sono emozionatissimo per questa convocazione. Ringrazio tutto il Napoli: la società, il mister e il gruppo con i quali condivido la mia felicità».

La caparbietà ammirata in campo del centrocampista ex Udinese è anche la dimostrazione della sua forza di volontà nel continuare a credere e a inseguire una convocazione arrivata, forse, per il rotto della cuffia. A gennaio, il ragazzo nato a Rio de Janeiro, compirà 28 anni e dopo anni di impegno e sacrifici, ecco la grande soddisfazione. Un punto di partenza per ruggire e sovrastare a centrocampo, anche con la maglie del Brasile.

Anche Carlo Ancelotti ha il suo neologismo. Dopo il “sarrismo”, entrato addirittura nel vocabolario della Treccani, potremmo coniare l’ancelottismo. Ovvero la gestione chirurgica dell’organico in modo da giostrare l’intera rosa a disposizione. Per la decima partita stagionale il tecnico del Napoli pensa alla decima formazione diversa da schierare contro il Sassuolo di De Zerbi.

Probabili formazioni:

NAPOLI (4-4-2): Ospina, Malcuit, Maksimovic, Koulibaly, Hysaj, Diawara, Zielinski, Verdi, Callejon, Insigne, Mertens. All. Ancelotti

SASSUOLO (3-4-3): Consigli, Marlon, Magnani, Ferrari, Lirola, Bourabia, Magnanelli, Rogerio, Berardi, Boateng, Di Francesco. All. De Zerbi

ARBITRO: Di Bello (Meli-Cecconi, IV: Giua, VAR: Mariani, AVAR: Fiorito)

E’ l’antitesi del metodo Sarri, intransigente e fedele al suo calcio con il rischio di spremere gli stessi undici anzitempo. Straordinario come insegnante di calcio, meno come gestore in una grande squadra. E’ stato questo, forse, il limite più grande dell’era Sarri a Napoli. Lo dimostrano le eliminazioni precoci in Europa per una squadra che in campionato ha dato il meglio di sé. Carlo Ancelotti, invece, sa come si fa. Ha allenato e vinto dappertutto. Milan, Chelsea, Paris Saint Germain, Real Madrid, Bayern Monaco. Ha il primato, condiviso con Bob Paisley (Liverpool) e Zinedine Zidane (Real Madrid), di aver trionfato in Champions League prima come giocatore e come allenatore. Ora la grande sfida all’ombra del Vesuvio dopo la delusione in Germania con un esonero probabilmente frettoloso.

Allan, uno dei protagonisti del Napoli degli ultimi anni

E per fare un grande Napoli non si può prescindere dal turn over. I soli Koulibaly e Insigne, quest’ultimo trasformato da Ancelotti in punta centrale con gol a raffica, hanno il posto assicurato. Gli altri sono tutti in ballottaggio, a cominciare dal portiere in cui si alternano Ospina e Karnezis, con Meret fermo ai box. In difesa è stato ripescato Maksimovic, titolare con il Liverpool dopo essere stato dimenticato da Sarri. Probabile esordio dal primo minuto per il terzino ex Lilla, Kevin Malcuit. Anche il giovane Sebastiano Luperto sta avendo le sue occasioni. A centrocampo c’è maggiore rotazione con i vari Rog, Zielinski, Fabian Ruiz e Diawara. Davanti nel tridente Milik è stato spesso preferito a Mertens, con Verdi jolly dalla panchina. Ecco l’ancelottismo, la Treccani è avvisata.