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Anche i grandi sbagliano. C’è un fantasma che aleggia nella carriera di Carlo Ancelotti. Ha le sembianze, la falcata e il talento di Thierry Henry. Oggi i due sono colleghi. Il primo uno degli allenatori più vincenti della storia del calcio. Il secondo è da pochi mesi il nuovo allenatore del suo Monaco. Eppure vent’anni fa il mister italiano e il ragazzino francese si sono incrociati a Torino, per pochi mesi alla Juventus. Parentesi negativi nel glorioso palmares di entrambi. Ancelotti, ribattezzato perdente di successo in bianconero. Titì, meteora liquidata troppo in fretta e poi rimpianta per anni.

Henry e Ancelotti alla Juventus

Il 19 gennaio 1999 un giovanotto di 21 anni, neocampione del mondo con la Francia, molto veloce palla ai piedi ma ancora acerbo sotto porta, sbarcava alla corte di Madama. La Juventus acquistava Henry dal Monaco per circa 11 milioni di euro e mezzo. Un investimento importante per uno dei gemelli del gol in Costa Azzurra assieme a Trezeguet. Ma quella è un’altra storia, ancora precoce per i colori bianconeri. Thierry, invece, arrivava in bianconero con grandi aspettative. La squadra di Lippi era in profonda crisi. Il primo ciclo del tecnico toscano era agli sgoccioli. Dopo aver vinto tutto qualcosa si era rotto, il grave infortunio a Del Piero aveva sconvolto i piani della stagione e la Juventus viveva la peggiore stagione da decenni.

Henry e Trezeguet al Monaco

Sembrava di rivivere la nefasta epopea di Gigi Maifredi nel 1990 – 1991. I bianconeri erano a metà classifica, lontani dalla zona scudetto e a caccia del quarto posto Champions. Finiranno con lo spareggio, perso, con l’Udinese per l’accesso diretto alla Coppa Uefa. Ripartiranno con la Coppa Intertoto e Ancelotti in panchina. Il delfino di Arrigo Sacchi sarebbe dovuto arrivare in estate. Piomberà a Torino a febbraio dopo il ko interno con il Parma e le dimissioni di Lippi. In quella squadra, che praticamente non aveva fatto mercato estivo, accanto ai senatori (Del Piero, Zidane, Inzaghi, Pessotto, Di Livio, Deschamps, Ferrara, Conte, Peruzzi, Davids) spuntarono alcune promesse poi non mantenute.

La Juve con i numeri in rosso nella stagione 1998 – 1999

Il terzino Mirkovic dall’Atalanta. Il portiere Morgan De Sanctis. I centrocampisti Simone Perrotta, Marco Rigoni e Jocelyn Blanchard. L’attaccante Juan Esnaider, arrivato a gennaio come Henry. Il francese in bianconero è un grande equivoco tattico. Nessuno si accorge che è una punta pura che ha bisogno di spazio attorno a sé. Lippi prima, e Ancelotti poi, lo impiegano sulla fascia. Interno di centrocampo a sinistra o ala. Il punto è che in Italia non puoi giocare laterale se non copri entrambe le fasi di gioco. Attacchi e difendi, difendi e attacchi. Henry aveva bisogno di campo, di libertà e di tempo. Troppo per una squadra abituata a vincere e che non può aspettare.

Juan Esnaider, una delle grandi meteore in bianconero

Con la Juventus, tra campionato e coppe, Henry disputa 21 gare con tre gol. L’unica traccia vera di sé la lascia nel blitz esterno contro la Lazio all’Olimpico. Una doppietta, agevolata dalla papera di Marchegiani, che di fatto consegnerà lo scudetto al Milan, strappandolo ai romani. Il tiro deviato in rete contro il Venezia sarà la sua terza marcatura. Lascia l’Italia ad agosto di quell’anno dopo la gara di ritorno Intertoto contro i rumeni del Ceahlaul. Viene ceduto all’Arsenal per 27 miliardi di lire. Anni dopo lo stesso Henry rivelerà che andò via da Torino anche per dissidi con Moggi. Il dirigente voleva girare in prestito Titì all’Udinese per arrivare a Marcio Amoroso.

Terze dovevano arrivare, secondo i pronostici della vigilia, e terze sono arrivate. Inter e Napoli abbandonano la Champions League e retrocedono in Europa League non senza rimpianti. Entrambe qualificate prima dell’ultimo turno, entrambe con l’amaro in bocca dopo le gare con Psv e Liverpool. Accomunate dal rimpianto di non aver fatto bottino pieno contro le squadre sulla carta più deboli. Olandesi di Eindhoven e Stella Rossa Belgrado. Da più parti si sperava in un poker di squadre italiane alla fase a eliminazione diretta. Dovremo accontentarci di Juventus e Roma, che hanno già ottenuto il pass qualificazione. Nerazzurri e partenopei si leccano le ferite di una serata amara che, tuttavia, lascia in eredità differenti stati d’animo.


Perché l’Inter è andata fuori

Sei punti nelle prime tre partite, due nelle ultime tre. Il girone europeo dell’Inter è stato altalenante, come spesso capita nella storia della società nerazzurra. Partenza da favola, con Vecino e la garra charrua che ribaltano il Tottenham. La vittoria di Eindhoven sembrava aver spianato la strada. Poi la marcia indietro: un punto col Barca (ci sta), il ko a Wembley con la squadra di Pochettino (ci sta meno). L’Inter spreca due match point e viene eliminata, forse giustamente visto l’andamento delle gare.


In fin dei conti, Barcellona e Icardi erano finiti sul banco degli imputati per presunta scarsa professionalità. La gara senza storia per i blaugrana contro il Tottenham. La trasferta madrilena di Icardi per la Libertadores. Peccato che tutt’e due abbiano fatto il loro dovere. Due settimane a parlare di calcoli e combinazioni e poi si toppa il presupposto iniziale. Vincere con il Psv. Spalletti ha avuto la colpa di non voler chiudere il discorso qualificazione a Londra, accontentandosi del pari. Un po’ come accaduto a Torino col cambio Borja Valero Politano. L’ex Sassuolo è, assieme al capitano argentino, l’uomo più in forma dell’Inter. E anche ieri, puntualmente, è stato sostituito. A differenza di Perisic, finora l’ombra di se stesso, ma sempre tenuto in campo dal tecnico di Certaldo.


Perché il Napoli è andato fuori

Cinque anni dopo il copione si ripete. Nel 2013 il Napoli di Benitez va fuori pur avendo fatto 12 punti in un girone di ferro con Arsenal e Borussia Dortmund. La differenza reti lo penalizza. Passa un lustro e con Ancelotti si rivive lo stesso psicodramma. Eliminati con 9 punti dietro Paris Saint Germain e Liverpool. Bastava un gol, anche perdendo 1-2, agli azzurri per superare il turno. Invece Hamsik e compagni devono accontentarsi dell’Europa League non senza rimpianti.

Il primo, enorme, riguarda la duplice gara con la Stella Rossa. I due punti lasciati in Serbia gridano vendetta come la traversa di Insigne. Tuttavia il Liverpool nei Balcani ha perso e i parigini non hanno certo passeggiato nonostante il punteggio (4-1). A pesare enormemente resta il gol sul 3-0 di El Fardou Ben Nabouhane della Stella Rossa nella gara del San Paolo. E se si aggiunge la rete di Di Maria presa allo scadere a Parigi si rischia di non dormirci più la notte. Il Napoli, invece, può mostrarsi fiero di quanto fatto in un girone proibitivo, avendolo condotto da primo in classifica fino al match di Anfield Road. Complimenti che non fanno punti, ma che torneranno utili per una Europa League da protagonista.

La BBC in Inghilterra si chiede: «Abbiamo finalmente una lotta al vertice in Premier League?». E a guardare il rendimento di Manchester City e Liverpool la risposta non può che essere positiva. Il colpo di scena era atteso, ed è arrivato alla giornata numero sedici: il primo passo falso del City di Guardiola è arrivato contro il Chelsea di Maurizio Sarri, mentre li Liverpool di Klopp macinava il miglior rendimento nelle ultime 5 partite tra le 20 formazioni di Premier: 5 vittorie su 5, 13 gol fatti e un solo subito.

E quindi c’è il sorpasso in testa: Liverpool 42, Manchester City 41. Quello che ha creato in due anni l’allenatore ex Borussia Dortmund rimarrà scritto nella storia dei Reds perché lo dicono i numeri fino ad ora. Non solo la finale in Champions League, ma anche la miglior partenza in Premier League in 126 anni di storia del club. Trema la voce dalle parti di Anfield che non vede un titolo da 1990, quando ancora si chiamava First Division.

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E proprio da quegli anni riemergono analogie con l’andamento macina risultati di oggi: adeguando le vittorie con tre punti odierni, il Liverpool aveva conquistato 41 punti nella stagione 1990-1991 dopo 16 giornate e alla fine della stagione ha chiuso al secondo posto, mentre grazie alla terza e quarta partenza migliore di sempre nello stesso conteggio delle gare nell’1988 e nel 1979 ha alzato al cielo lo scettro finale.

I numeri fanno impressione anche dal punto di vista difensivo: Alisson e Van Dijk saranno pure stati costosi acquisti, ma attorno all’ex portiere della Roma e all’olandese si sta strutturando una fase difensiva che ha concesso solo sei reti in Premier League. E Jürgen Klopp su questo sta costruendo sia vittorie roboanti come l’ultima 4-0 in casa del Bournemouth o l’1-0 di inizio dicembre con cui ha sbancato il derby del Merseyside contro l’Everton grazie al gol (e alla papera di Pickford) al 96’.

Eroe, tanto per cambiare, nel successo roboante contro il Bournemouth è stato Mohamed Salah che ha realizzato una tripletta, si è portato il pallone a casa, toccando quota 10 reti nella Premier 2018-2019. E considerando le 32 realizzazioni dell’anno passato, in un solo anno e mezzo, l’egiziano è già entrato nella Top10 dei più prolifici marcatori nella storia del Liverpool. E se dovesse continuare la sua marcia letale, già quest’anno potrebbe raggiungere Fernando Torres fermo a 65 reti.

 

E a dimostrazione del bel clima che Klopp e la sua banda sta respirando sotto la Kop, proprio al termine della partita contro la squadra della contea di Dorset, Salah si è distinto per un bellissimo gesto: premiato come Man of the Match ha ceduto il riconoscimento al suo compagno di squadra James Milner che ha toccato quota 500 partite giocate in Premier League.

 

Scegliere “Preferisco la coppa” come titolo della propria personale prima autobiografia ben manifesta lo spirito ironico, pungente, ma anche determinato e deciso di Carlo Ancelotti. Pubblicata nel 2009, racconta la sua capacità sia da giocatore che da allenatore di vincere la Champions League e, al contempo, di essere un buongustaio a tavola. Nel suo palmarès, nel frattempo, ha aggiunto anche titoli e coppe nazionali tra Chelsea, Paris-Saint Germain e Bayern Monaco, ma al Real Madrid si è superato vincendo la Coppa dalla grandi orecchie dopo un lungo digiuno per la storia del club spagnolo.

Difficile racchiudere in istanti e schemi tattici il suo percorso più volte perfetto in Europa, ma se ci discostiamo dalle luccicanti vittorie, roboanti e spettacolari, c’è un aspetto molto più pragmatico e cinico nella mente dell’allenatore di Reggiolo. E su questo il Napoli e i napoletani devono star tranquilli e lasciarsi guidare perché, a voler trovare analogie, confortano numeri e simili approcci.

Dobbiamo riavvolgere, e di molto, le lancette e andare nel 2002, anno della prima Champions League con il Milan. Perché quel Milan non era certamente tra i candidati principali ad arrivare a Manchester per alzare il trofeo, così come non lo è attualmente il club partenopeo. Al tempo, la struttura del cammino verso la finale era differente: c’erano due fasi a gironi con quattro squadre e poi si arrivava direttamente ai quarti da giocare tra andata e ritorno. A sorprendere fu la gestione del secondo girone, quello in cui c’era da battagliare tra Real Madrid, detentori del titolo, Borussia Dortmund e Lokomotiv Mosca.

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Quel Milan era senz’altro meno rodato rispetto all’attuale Napoli: certo dietro c’erano Maldini e Nesta che troneggiavano, ma c’era anche un Dida alla prima stagione da titolare e investito di piena fiducia. C’era un Gattuso che correva per tre, ma c’era anche un Pirlo messo in quel ruolo lì su palcoscenici importanti. Ecco, quel girone, fu la prima grande dimostrazione dell’acume tattico mista a furbizia di Carletto Ancelotti: prime quattro partite, quattro vittorie, quattro gol fatti, zero subiti. Dodici punti e qualificazione archiviata con le ultime due partite che non contano nulla. In buona sostanza quattro successi di fila per 1-0, con diamanti incastonati nella storia milanista come l’1-0 a San Siro contro il Real di Raul, Figo e Zidane o il successo, con lo stesso risultato, nella gelida trasferta al Signal Iduna Park.

Il Napoli la sua partita vinta per 1-0 “alla Real Madrid” l’ha già ottenuta, il 3 ottobre, al 90’ contro il Liverpool che, forse è passato troppo inosservato, è vicecampione in carica. E il girone di ferro anche perché la Stella Rossa in casa, alla fine, si è dimostrata meno superficiale di quanto si potesse pensare. E il pragmatismo ancelottiano si sta manifestando anche se certamente nella sua tabella di marcia, avrebbe preferito arrivare a Liverpool, ultima del raggruppamento, con la qualificazione già in tasca. Ma è primo con 9 punti e zero sconfitte e l’allenatore cinque volte campione d’Europa è un attento calcolatore e, in queste situazioni, sa come rispondere: «abbiamo due risultati su tre».

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Certo, questo costerà dei sacrifici e delle scelte di cammino: nel 2003, il Milan a marzo mollò in campionato il duello con la Juventus, arrivando terzo dietro anche l’Inter. E mentalmente, durante tutto il periodo sotto la guida di Carletto, ci si concedeva della pause (apparentemente illogiche o inaspettate) con dei pareggi o delle  sconfitte in Serie A (qualcosa vi dice lo 0-0 del Napoli contro il Chievo Verona?) con tanto di tiritera dei “giocatori che si esaltano quando sentono la musichetta della Champions”.

Ma ricordatevi questo: nel ritorno dei quarti di finale contro l’Ajax, quella del 3-2 con il tocco di Tomasson e il fiato sospeso per un eventuale fuorigioco, Ancelotti, dovendo rinunciare a Gattuso squalificato e ad alcuni infortunati tra i quali Seedorf, Pirlo e Serginho, buttò nella mischia una difesa con Dida tra i pali, Simic e Costacurta esterni, Nesta e Maldini centrali, Brocchi, Rui Costa, Ambrosini e Kaladze a centrocampo e in avanti la coppia Inzaghi e Shevchenko.

Sì, preferisce davvero la coppa…e contro il Liverpool è un conto sempre aperto.

Napoli – Empoli è la sua partita, anche se lui sarà impegnato nella sfida di domenica al Crystal Palace. Maurizio Sarri, oggi tecnico del Chelsea, probabilmente questa sera accomodato sul suo divano londinese a godersi il match tra le sue ex squadre. Per i partenopei il match precede la gara spareggio di Champions League contro il Paris Saint Germain. I tre punti in campionato sono però fondamentali per non perdere la scia della Juventus a -6 e non farsi staccare dall’Inter, appaiata a pari merito a 22 punti. I toscani, reduci dalla sconfitta proprio contro i bianconeri, continuano a ricevere tanti applausi che non portano punti. Giocano bene pur non avendo nomi altisonanti, ma devono fare i conti con una classifica deficitaria (terz’ultimi a 6 punti).

Il Napoli post sarrista – L’era d.S., dopo Sarri, ha un generale di lungo corso e blasone come Carlo Ancelotti dopo l’epoca del comandante ex impiegato in banca. E proprio in conferenza stampa pre Empoli, Ancelotti è tornato sulla metafora militare:

Come diceva Napoleone, meglio avere generali fortunati che bravi. Probabilmente io ho avuto culo.

Di certo, quelli bravi sono anche fortunati. Ma non è solo con la buona sorte che si vincono, ad esempio, cinque Champions League tra giocatore e allenatore. Ancelotti ha ereditato una squadra depressa dopo aver centrato con Sarri 91 punti, senza riuscire a vincere lo scudetto “perso in albergo” a Firenze e poi finito a Torino. Fare meglio dell’ex tecnico empolese ha un solo verbo: vincere. E nonostante la Juve pigliatutto, Carlo sta tenendo botta con una filosofia diversa rispetto a Sarri. Turnover, valorizzazione dell’organico, proiezione europea. Ancelotti sta lavorando su quei (pochi) difetti che Maurizio aveva lasciato irrisolti a Napoli. Pur avendo un calendario complicato finora, la squadra ha tenuto botta. Mentre in Champions si sta giocando alla grande le sue chance nel girone “della morte” con Liverpool e Psg.


Da Giampaolo ad Andreazzoli – Gli azzurri toscani sono tornati in questa stagione in serie A dopo la retrocessione del 2017. Un’annata davvero balorda quella con Martusciello in panchina, conclusasi con la salvezza del Crotone all’ultima giornata e il conseguente ritorno in B. Un finale amaro dopo gli anni, indimenticabili di Sarri. Grazie al comandante sono esplosi giocatori ormai affermati come Rugani, Saponara, Tonelli, Hysaj, Valdifiori e Zielinski. Alcuni di questi si sono poi consacrati definitivamente proprio a Napoli. La prima era post Sarri è stato felicemente guidata da Marco Giampaolo, decimo posto in serie A con la ciliegina del derby vinto contro la Fiorentina al “Castellani”. Poi la sfortunata annata con Giovanni Martusciello, la parentesi Vincenzo Vivarini in B prima dell’approdo di Aurelio Andreazzoli. Con l’ex tecnico giallorosso è subito arrivata la promozione in A al termine di un campionato dominato con la coppia CaputoDonnarumma. In questa stagione l’Empoli ha continuato a mostrare il suo bel gioco, fatto di buone trame offensive e un’apprezzabile manovra corale. Tuttavia, alla bellezza estetica non è spesso corrisposta una concretezza in termini di risultato, come dimostra l’ultima sconfitta contro la Juventus.

 

Roberto Mancini, ct dell’Italia, ci stava pensando da un po’, ma è arrivata, prontamente, la contromossa della Nazionale brasiliana: il commissario tecnico Tite, infatti, ha convocato Allan che finalmente farà il suo esordio con maglia verdeoro per la prima volta nelle amichevoli contro Uruguay, il 16 novembre, e Camerun, il 20 dello stesso mese.

Il centrocampista del Napoli è da un paio di stagioni al top della sua condizione e uno dei calciatori con il più alto rendimento in Serie A: già con Sarri si è ritagliato un ruolo imprescindibile nel centrocampo azzurro sia come incontrista e spezza-azioni avversarie sia come costruttore della manovra. Con Ancelotti, Allan sta mantenendo lo stesso alto e proficuo rendimento (chiede al Paris Saint-Germain e a Mbappè, in Champions League) e, ovviamente, i radar della Seleção si sono attivati.

 

«Il modulo tattico del Napoli di Sarri era molto simile al nostro», ha detto Sylvinho, ex membro dello staff dell’Inter, ora assistente di Tite, che ha osservato vari giocatori in Europa. «Con Ancelotti è cambiato poco. Allan è molto dinamico nella gestione del gioco a centrocampo». Inevitabile la soddisfazione del giocatore per la sua prima chiamata con il Brasile: «È una gioia immensa, sono emozionatissimo per questa convocazione. Ringrazio tutto il Napoli: la società, il mister e il gruppo con i quali condivido la mia felicità».

La caparbietà ammirata in campo del centrocampista ex Udinese è anche la dimostrazione della sua forza di volontà nel continuare a credere e a inseguire una convocazione arrivata, forse, per il rotto della cuffia. A gennaio, il ragazzo nato a Rio de Janeiro, compirà 28 anni e dopo anni di impegno e sacrifici, ecco la grande soddisfazione. Un punto di partenza per ruggire e sovrastare a centrocampo, anche con la maglie del Brasile.

Anche Carlo Ancelotti ha il suo neologismo. Dopo il “sarrismo”, entrato addirittura nel vocabolario della Treccani, potremmo coniare l’ancelottismo. Ovvero la gestione chirurgica dell’organico in modo da giostrare l’intera rosa a disposizione. Per la decima partita stagionale il tecnico del Napoli pensa alla decima formazione diversa da schierare contro il Sassuolo di De Zerbi.

Probabili formazioni:

NAPOLI (4-4-2): Ospina, Malcuit, Maksimovic, Koulibaly, Hysaj, Diawara, Zielinski, Verdi, Callejon, Insigne, Mertens. All. Ancelotti

SASSUOLO (3-4-3): Consigli, Marlon, Magnani, Ferrari, Lirola, Bourabia, Magnanelli, Rogerio, Berardi, Boateng, Di Francesco. All. De Zerbi

ARBITRO: Di Bello (Meli-Cecconi, IV: Giua, VAR: Mariani, AVAR: Fiorito)

E’ l’antitesi del metodo Sarri, intransigente e fedele al suo calcio con il rischio di spremere gli stessi undici anzitempo. Straordinario come insegnante di calcio, meno come gestore in una grande squadra. E’ stato questo, forse, il limite più grande dell’era Sarri a Napoli. Lo dimostrano le eliminazioni precoci in Europa per una squadra che in campionato ha dato il meglio di sé. Carlo Ancelotti, invece, sa come si fa. Ha allenato e vinto dappertutto. Milan, Chelsea, Paris Saint Germain, Real Madrid, Bayern Monaco. Ha il primato, condiviso con Bob Paisley (Liverpool) e Zinedine Zidane (Real Madrid), di aver trionfato in Champions League prima come giocatore e come allenatore. Ora la grande sfida all’ombra del Vesuvio dopo la delusione in Germania con un esonero probabilmente frettoloso.

Allan, uno dei protagonisti del Napoli degli ultimi anni

E per fare un grande Napoli non si può prescindere dal turn over. I soli Koulibaly e Insigne, quest’ultimo trasformato da Ancelotti in punta centrale con gol a raffica, hanno il posto assicurato. Gli altri sono tutti in ballottaggio, a cominciare dal portiere in cui si alternano Ospina e Karnezis, con Meret fermo ai box. In difesa è stato ripescato Maksimovic, titolare con il Liverpool dopo essere stato dimenticato da Sarri. Probabile esordio dal primo minuto per il terzino ex Lilla, Kevin Malcuit. Anche il giovane Sebastiano Luperto sta avendo le sue occasioni. A centrocampo c’è maggiore rotazione con i vari Rog, Zielinski, Fabian Ruiz e Diawara. Davanti nel tridente Milik è stato spesso preferito a Mertens, con Verdi jolly dalla panchina. Ecco l’ancelottismo, la Treccani è avvisata.

Sabato 29 settembre in Serie A si è giocato l’attesissimo big match della settima giornata, tra Juventus e Napoli. All’Allianz Stadium i bianconeri hanno vinto per 3-1 rimontando l’iniziale svantaggio messo a segno dal Mertens per lo 0-1 napoletano.

La doppietta di Mandzukic e il gol di Bonucci (con due assist di Cristiano Ronaldo) hanno permesso ai ragazzi di Allegri di vincere la settimana partita su sette incontri in Serie A e di portarsi a 21 punti, a +6 proprio dal Napoli di Carlo Ancelotti.

A fine partita l’allenatore di Reggiolo non le ha mandate a dire commentando i cori offensivi della tifoseria juventina rivolti a lui:

I soliti cori…mi consolerò guardando in bacheca la coppa del 2003

Ancelotti, ex allenatore per due stagione alla Juve dal 1999 al 2001 con cui è arrivato due volte secondo in campionato, fa riferimento alla Champions League vinta nel 2003 all’Old Trafford di Manchester quando sedeva sulla panchina del Milan. I rossoneri vinsero ai rigori in quella che fu la prima storica finale tutta italiana.

 

Un nervo scoperto per i tifosi della Juventus che da anni sperano di poter vedere la propria squadra alzare la Coppa dalle grandi orecchie. Un sogno sfumato nel 2015 e nel 2017. Nella sua carriera, Ancelotti invece,  ha vinto la Coppa dei Campioni/Champions League due volte da calciatore (con il Milan) e tre volte da allenatore (due con il Milan e una con il Real Madrid), stabilendo in questo caso un record condiviso solo con Bob Paisley e Zinedine Zidane. La conquista della coppa con la stessa squadra sia in campo che in panchina è riuscita anche a Miguel Muñoz, Josep Guardiola e Zinedine Zidane, mentre con squadre diverse è riuscita anche a Giovanni Trapattoni, Johan Cruijff e Frank Rijkaard.

Juventus Napoli, l’eterna sfida al titolo è il piatto forte di un sabato che ha come antipasto il derby di Roma. Anche se siamo solo a settembre, i partenopei sembrano essere l’unica vera squadra a poter insidiare il dominio bianconero. L’arrivo di Carlo Ancelotti ha normalizzato un ambiente che viveva dei proclami, legittimi, del “Comandante” Maurizio Sarri. E’ mancato solo il guizzo finale, quello che il tecnico di Reggiolo spera di compiere ai danni di Max Allegri.

Due allenatori, entrambi centrocampisti, entrambi ad aver lambito sul proprio percorso professionale gli universi calcistici di Juventus e Napoli.

La figurina di Allegri quando giocava a Napoli

Massimiliano Allegri era un calciatore dotato di grande talento e visione di gioco, ma con una testa abbastanza diversa rispetto a quella che ha oggi in panchina. Lo ha ammesso lui stesso:

Se avessi avuto la testa che ho ora forse sarei arrivato in Nazionale. Sono stato un giocatore mediocre e senza rimpianti

Nel 1997 il centrocampista livornese ha 30 anni, una carriera a buoni livelli tra B e A con Pescara (dal suo maestro Galeone), Cagliari e Perugia e l’approdo in una prima (e unica) grande piazza: Napoli. Solo che in quell’anno nel capoluogo campano i fasti di Maradona erano un lontano ricordo: si alternano ben 4 allenatori in panchina (Mutti, Mazzone, lo stesso Galeone e Montefusco) ma la squadra di Ferlaino retrocede in serie cadetta dopo 33 anni. Allegri disputa solo 7 partite, in una stagione in cui brilla la stella del giovane Claudio Bellucci. A fine campionato “Acciughina” torna a Pescara.

Ancelotti in panchina alla Juve sotto la pioggia fatale di Perugia

Carlo Ancelotti era l’allenatore designato dalla Triade (Moggi – Giraudo – Bettega) a ereditare il ciclo vincente di Marcello Lippi alla Juventus alla fine degli anni ’90. L’epopea del tecnico viareggino si interruppe bruscamente, però, nel febbraio 1999 dopo una sconfitta interna contro il Parma. Proprio i gialloblù, nei quali Ancelotti aveva iniziato la carriera di allenatore dopo la Reggiana. Carlo, a stagione in corso, porta la Juventus alla semifinale persa contro il Manchester United e a uno spareggio Uefa perso contro l’Udinese dopo il quinto posto in classifica. Nei due anni successivi totalizza ben 144 punti ma non bastano: nel 2000 soccombe nella pioggia di Perugia che porta al titolo la Lazio. La stagione successiva si classificherà alle spalle della Roma di Capello. Lascia Torino nel 2001, al termine di un biennio in cui non viene mai particolarmente amato dall’ambiente (fu accolto con lo striscione degli ultras “Un maiale non può allenare”) e con qualche incomprensione tattica, come aver schierato un giovane Thierry Henry terzino.

La Juve fa parte del mio passato, non lo considero un neo. Fu negativa per risultati, ma mi aiutò a crescere e a capire come funziona l’organizzazione societaria.

Lo striscione di “benvenuto” durante l’esordio di Ancelotti alla Juve a Piacenza

La morte di Azeglio Vicini ci ha riportato con la mente a quelle notti magiche di Italia ’90, guardando con nostalgia ad una nazionale italiana in grado di farci sognare ed emozionare.

Ecco perché vogliamo rivolgere uno sguardo al passato per ricordare i grandi eroi di quel mondiale e conoscere la svolta che ha avuto la loro vita dopo di allora. Sono 22 ex giocatori, alcuni dei quali hanno intrapreso la carriera di allenatore, altri quella della televisione e altri ancora si sono allontanati dal calcio.

Eccoli al completo, partendo da chi la passione per il calcio non l’ha mai abbandonata e ha deciso per questo di rimanere in campo ad allenare: Zenga, Ferrara, Vierchowod, Ancelotti, Donadoni, Mancini e Pagliuca.

Walter Zenga, portiere ai Mondiali del 1990, ha intrapreso la carriera di allenatore una decina di anni dopo e ha seguito le squadre del Brera, National Bucarest, Steaua Bucarest, Stella Rossa Belgrado, Gaziantepspor, Al-Ain e Dinamo Bucarest. Nel 2008 diventa allenatore del Catania in serie A, poi dopo una breve esperienza nel Palermo e negli Emirati Arabi approda alla Sampdoria. Si sposta nuovamente all’estero con il Wolverhampton e oggi è allenatore del Crotone.

Ciro Ferrara dopo la sua brillante carriera di giocatore diventa allenatore di squadre come la Juventus e la nazionale Under-21. La sua esperienza continua con la Sampdoria e infine con una squadra della divisione cinese, Wuhan Zall. Attualmente è un allenatore senza panchina, come il collega Carlo Ancelotti, che nella sua carriera ha seguito squadre di grande spessore, come Juventus, Milan, Chelsea, Paris Saint Germain, Real Madrid e Bayern Monaco. Oggi è uno dei probabili candidati per diventare il ct della nazionale italiana.

Un altro ex giocatore che ha deciso di scegliere di fare l’allenatore, anche se al momento non ha un incarico, è Pietro Vierchowod, dopo aver militato nel Catania, nel Florentia Viola e nella Triestina. Un ex giocatore che attualmente allena ancora è Roberto Donadoni, che è il ct del Bologna. Lo ricordiamo anche per essere stato il tecnico della nazionale italiana dal 2006 al 2008. Dopo l’esperienza con l’Italia, ha seguito Napoli, Cagliari, Parma e infine Bologna, dove si trova attualmente.

Roberto Mancini, anche lui probabile candidato come ct dell’Italia, ha allenato Fiorentina, Lazio, Inter, Manchester City, Galatasaray e Zenit San Pietroburgo, dove si trova attualmente.

Gianluca Pagliuca da portiere ha scelto di allenare proprio chi ha intrapreso questa stessa strada ed oggi lo ritroviamo a guidare i portieri della primavera del Bologna FC.

Molti ex giocatori delle notti magiche, invece, hanno abbandonato il campo da gioco per commentarlo dall’esterno e sono diventati opinionisti e commentatori sportivi. Tra loro ci sono Giuseppe Bergomi, Giancarlo Marocchi, Gianluca Vialli che lavorano per Sky Sport e Aldo Serena per Sport Mediaset.

Riccardo Ferri, oltre a ricoprire il ruolo di responsabile dell’area tecnica del Vicenza, è opinionista per Mediaset. Ruoli di opinionisti in diverse trasmissioni televisive sono ricoperti anche da Nicola Berti e Stefano Tacconi, che ha avuto anche delle esperienze di reality.

Nel settore sportivo, ma con altre mansioni, sono rimasti anche Franco Baresi, che oggi è l’ambasciatore nel mondo per l’AC Milan, Luigi De Agostini, che è responsabile dell’organizzazione in Italia dei “camp” giovanili del Real Madrid, Paolo Maldini, che ha fondato il Miami FC, Giuseppe Giannini, che è direttore del settore giovanile del Latina e Andrea Carnevale, che è il responsabile osservatori dell’Udinese.

E il grande Totò Schillaci? Lavora attualmente come direttore a Palermo del centro sportivo per ragazzi “Louis Ribolla”, da lui stesso fondato.

Infine, al di fuori del mondo calcistico ritroviamo gli ex giocatori Roberto Baggio, che è ambasciatore dell’Unicef e Fernando De Napoli, che è dedito al settore dei vini.

Nonostante gli anni, ognuno di loro ricorda con piacere a quel 1990 che ha segnato un momento importante nella storia calcistica italiana e nella loro carriera, e soprattutto che li lega fortemente alla figura del loro ct Azeglio Vicini.