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Lothar Matthäus ha appeso gli scarpini al chiodo annunciando il suo definitivo ritiro dal calcio giocato. No, non siamo arrivati tardi di 18 anni rispetto alla sua partita d’addio giocata nel 2000 dopo l’ultima eclettica esperienza in America, nei Metro Stars.

Campione del Mondo con la Germania nel 1990 e Pallone d’Oro lo stesso anno, il primo a ottenere questo riconoscimento con la casacca dell’Inter, Matthäus questa volta ha davvero detto basta. Ma prima, aveva un ultimo desiderio da realizzare nonostante i tanti, tantissimi successi. Con oltre 750 presenze tra Borussia Mönchengladbach, Bayern Monaco e Inter e ben 150 gettoni con la Die Mannschaft, al carismatico centrocampista mancava una sola partita.
Una partita d’affetto e di amore: giocare ancora un’ultima volta con il club della sua adolescenza, la squadra da dove ha spiccato le ali sul finire degli anni Settanta, l’Fc Herzogenaurach.

Il 57enne ha chiuso il cerchio della sua vita sportiva, tornando alle radici: domenica 13 maggio ha indossato la fascia di capitano e la maglia azzurro scuro, si è accovacciato per la “consueta” foto di gruppo prima del fischio iniziale e ha giocato 50 minuti nella vittoria per 3-0 dei padroni di casa contro lo SpVgg Hüttenbach-Simmelsdorf. Davanti a mille tifosi, nell’ultimo match della Bavarian Landesliga, sesta categoria nella piramide calcistica tedesca.

Dalle giovanili alla prima squadra, passando per l’under 17 e l’under 19, Lothar Matthäus deve tutto alla società di Herzogenaurach che, nel 1979, ha accettato di cedere il promettente centrocampista al Gladbach. Da lì un’ascesa unica che l’ha portato a vincere (ci perdonerete per il lungo elenco) sette Meisterschale, tre Dfb-Pokal e una Supercoppa di Germania con il Bayern Monaco, uno Scudetto e una Supercoppa italiana con l’Inter, un campionato americano con la compagine dei New York Metro Stars, due Coppe Uefa, un Europeo con la Germania e il Mondiale 1990.

L’iniziativa è stata supportata dalla Puma, sponsor tecnico della formazione, e che proprio a Herzogenaurach, 70 anni fa, ha fondato il suo quartiere generale. La città a 200 chilometri da Monaco, infatti, è famosa per aver visto nascere dalla stessa costola familiare sia l’Adidas che, appunto, la Puma. Un paese diviso, fatto di gelosie e antipatie al punto da essere soprannominata “la città dei colli piegati”: una persona, prima di salutare e iniziare una conversazione con un’altra persona, controllava quali scarpe avesse addosso.

Ma nell’ultimo match da professionista di Lothar, che nel frattempo ha intrapreso una vincente carriera da allenatore, non si è pensato a questo. Era il suo sogno, ha detto a fine gara abbastanza sudato e provato. Ha ammesso di esser stato poco utile in copertura, ma ha provato qualche giocata di classe e qualche colpo che gli riesce ancora bene.

Però deve rassegnarsi: nonostante sia il detentore del record per numero di partecipazioni a un Mondiale (cinque  insieme al messicano Antonio Carbajal e all’italiano Gianluigi Buffon) e il calciatore con più presenze assolute nelle fasi finali della rassegna iridata, ben 25, non è stato inserito dal ct Joachim Löw  nella lista dei convocato per Russia 2018.

Eterno “panzer” Lothar!

Johann Cruijff e Franz Beckenbauer, e già così viene a mancare il fiato. Uno dinanzi all’altro si scambiano stretta di mano e gagliardetti. Attorno l’aria è calda e sospesa. Sul prato e sugli spalti dell’Olympiastadion c’è adrenalina e tensione. Settantacinquemila spettatori. Monaco di Baviera, Germania Ovest, 7 luglio 1974, ore 16.00, è la finale dei Mondiali di calcio tra i padroni di casa della Germania e l’Olanda del totaalvoetbal, del calcio totale.

Un calcio che si sta trasformando, con costanza e progressione. Non è solo questione di tattica e di moduli. Attenzione mediatica, immagine, sponsor. Giocatori che adesso hanno una seconda “utilità” e, anche se è uno schiaffo ai puristi nostalgici un po’ annebbiati, anche e già 40 anni fa, le maggiori aziende sportive avevano capito che attraverso lo sport, attraverso il calcio si poteva spiccare il volo.

E a pensar bene il ragazzotto dell’Ajax e dell’Olanda, idolo di una generazione perdente, ma dagli occhi innamorati, si calò perfettamente nel ruolo di icona moderna. Fu lui lo spartiacque con il calcio moderno. Unico perché riuscirà nei decenni a preservare e conservare un’aurea mitologica e di purezza, nonostante sotto sotto aveva dei precisi “impegni” contrattuali.
Il suo numero 14, dal club alla Nazionale, ce lo ricordiamo tutti: Cruijff si legò al numero di maglia, il primo a uscire con “prepotenza” dagli schemi consolidati e vetusti dell’uno all’undici. Il Barcellona, più rigido, invece gli impose la numerazione classica: lui accettò il 9, ma sotto la camiseta blaugrana, indossava sempre una maglia con il suo numero.

Elegante, dannatamente elegante, capace di sfidare Crono nella lotta contro l’eternità, lui “il Profeta del gol” divenne uomo immagine. Nel 1971, quando la rivista francese France Football gli consegnò il Pallone d’oro superando Mazzola e Best (ne vinse altre due nel ’73-’74), Johan si presentò alla cerimonia per ritirare il premio indossando un abito firmato Puma e con il logo in bella vista.

Ed era testimonial dell’azienda tedesca anche durante i sopracitati Mondiali in Germania Ovest. E arriviamo alla finale, arriviamo alla foto della stretta di mano tra l’olandese dal ciuffo ammaliante e il Kaiser. Olanda e Germania Ovest, entrambe sponsorizzate dall’Adidas che si sfregava le mani per il risalto mediatico internazionale. Ma non ci vuole un esperto della Settimana enigmistica per accorgersi di una clamorosa differenza: la maglia del capitano olandese aveva una striscia nera in meno rispetto alle canoniche tre, marchio inconfondibile dell’Adidas.

Il luccicante arancione, poi, di certo non aiutò. Macchiato da una lunga e annosa faida familiare poi divenuta imprenditoriale: una guerra intestina tra i fratelli Adolf e Rudi Dassler, uno padre dell’Adidas l’altro della Puma, e che hanno spaccato in due Herzogenaurach, paesino tedesco che ha visto nascere due dei brand più potenti nel settore sportivo. La faida, nella finale del 1974, si sposta su Cruijff, simbolo attrattivo della kermesse iridata e così via la terza strisce sulla sua maglia. Scucita. Il 14 olandese è un uomo della Puma, non si tocca.

Del resto i due marchi avevano già scelto una linea ben precisa: l’Adidas puntava sulle partnership con Nazionali candidate al successo, la Puma puntava ai piedi dei calciatori. Quattro anni prima ci fu un altro scontro: oggetto da contendere era Pelé e chi altro se non lui.
Poco prima dei Mondiali del 1970 in Messico, Horst e Armin, i figli successori di Adolf e Rudolf, stipularono un patto di non belligeranza con il quale ci si impegnava vicendevolmente nel non offrire un contratto di sponsorizzazione a “O Rey”. Come andò a finire? Beh giudicate voi…

Con le ultime partite di qualificazioni, il Mondiale di Russia 2018 sta prendendo sempre più forma.

Molte nazionali con sponsor Adidas hanno presentato le nuove maglie proprio per il campionato del Mondo, rispolverando i design vintage degli anni 1980/90.

Avvicinandoci a Russia 2018 e rimanendo in tema Adidas, l’azienda tedesca ha presentato ufficialmente anche il nuovo pallone che verrà utilizzato per la rassegna Mondiale.

Telstar 18, è questo il nome attribuito alla nuova sfera che scorrerà sui campi russi la prossima estate.

Non è la prima volta che viene utilizzato il pallone Telstar (nome che richiama una serie di satelliti artificiali delle trasmissioni televisive), il quale è stato presentato per la prima volta nel 1970 quando si disputò il Mondiale in Messico, vinto poi dal Brasile di Pelé in finale contro l’Italia. Fu il primo pallone Adidas in un campionato del Mondo.

All’epoca, l’oggetto fu rivoluzionario, essendo stato il primo a presentare i pentagoni neri sul fondo bianco. Venne realizzato cucendo insieme trentadue panelli di cuoio – dodici pentagoni e venti esagoni – per rendere la forma sferica ancora più precisa.

Un richiamo quindi al vintage e al nostalgico proprio com’è stato per le nuove maglie delle nazionali come la Germania, la Spagna, la Russia ecc…

Alla presentazione ufficiale, tenutasi a Mosca, l’icona del calcio mondiale Lionel Messi, insieme al difensore tedesco Mats Hummels e allo spagnolo Alvaro Morata.

Il design dei pannelli del nuovo Telstar 18 presenta una stampa metallica e un effetto grafico texturizzato, chi ha eseguito i test giura che soddisferà anche le esigenze dei migliori calciatori del mondo.

Il Telstar originario ha fatto la storia del calcio. Ha cambiato per sempre il design dei palloni, quindi creare il Telstar 18, restando fedeli al primo modello, è stato un compito difficile, ma anche emozionante.

In mezzo ai due Telstar ci sono altri palloni passati alla storia. Dal celeberrimo Tango, datato 1978, all’Atzeca Mexico 1986, interamente realizzato con materiale sintetico; dall’Etrusco di Italia 1990 al Tricolore di France ‘98; particolare è stato il Ferernova del 2002, famoso per la particolare fiammella rossa. E poi il Teamgeist impermeabile del 2006, lo Jabulani (2010) con la tecnologia “grip&groove” e il brasiliano Brazuca, nell’ultimo Mondiale di Brasile 2014.

Tuttavia la vera novità del nuovo pallone per il 2018 sta anche nel Chip NFC integrato. Un sistema presente nel pallone che permetterà l’interazione digitale con i consumatori tramite lo smartphone, con la possibilità di accedere a informazioni esclusive.

Il Mondiale 2018 si sta avvicinando, il tabellone delle partecipanti è quasi al completo (mancano solamente le squadre che disputeranno i playoff) e l’Adidas ha voluto lanciare le nuove maglie in vista del campionato del mondo in Russia.

Se l’Italia, con Puma, ha lanciato la nuova maglia azzurra con tanto di celebrazione per i 20 anni di Buffon in Nazionale, l’azienda tedesca ha svelato quelle che saranno le prossime divise indossate dalle squadre che hanno Adidas come sponsor tecnico.

A primo acchito, soprattutto per i più nostalgici, le nuove divise disegnate dal colosso teutonico fanno chiari riferimenti alle maglie indossate negli anni ’80-’90. Mancanza di originalità o voluto tributo del vintage?

Un tuffo nel passato dove ci vengono in mente scene sportive indimenticabili di tanti campioni del calibro di Maradona, Matthäus , Valderrama, ecc…

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ARGENTINA

La maglia delle Selección, con la classica alternanza delle bande biancocelesti, si accosta agli anni d’oro con il Pibe de Oro protagonista. Dal Mondiale vinto del 1986, alla vittoria della Copa America di Ecuador 1993, passando per il secondo posto a Italia 1990. Le strisce dell’Albiceleste sono di varie sfumature ma il collo a punta è un particolare indossato dai calciatori argentini durante il torneo sudamericano del 1993 con Gabriel Omar Batistuta protagonista;

 

BELGIO

La formazione dei Diavoli Rossi si è qualificata in piena tranquillità e prenderà così parte al suo 13esimo campionato Mondiale. Lukaku e compagni vestiranno una maglia che ricorda molto quella indossata durante l’Europeo 1984 disputatosi in Francia. Il riferimento è legato soprattutto ai rombi posti sul petto con al centro il logo della federazione della Nazionale calcistica belga;

 

COLOMBIA

La maglia dei Cafeteros è un omaggio al grande Mondiale disputato in Italia nel 1990 in cui la nazionale sudamericana raggiunse una storica qualificazione agli ottavi di finale. Era la Colombia della generazione d’oro con giocatori del calibro di Carlos Valderrama, René Higuita e Faustino Asprilla. La maglia indossata durante la spedizione italiana è molto simile a quella attuale con una grossa presenza del giallo, con il design grafico rosso e blu sui lati per richiamare i colori della bandiera. Sul retro lo slogan “Uniti per un Paese”;

 

GERMANIA

Altrettanto nostalgica è la maglia della Nazionale tedesca, vincitrice dell’ultimo Mondiale in Brasile 2014. Il riferimento però è ad un’altra Coppa del Mondo vinta, quella del 1990. Erano gli anni degli “italiani” Matthäus, Völler e Brehme, della Germania Ovest e della rinascita di un paese, post crollo del Muro, che si sarebbe riunificato ufficialmente di lì a poco. La riproposizione del disegno delle righe orizzontali della bandiera tedesca è chiaramente uguale a quello del Mondiale italiano. La differenza sostanziale nella scelta dei colori: via il rosso e il giallo, per Russia 2018 le righe saranno monocromatiche;

 

GIAPPONE

Per la Nazionale del Sol Levante il tocco delle maglie è più astratto. In effetti non si tratta di una rivisitazione di una maglia calcistica, ma dell’uniforme artigianale del Paese con il punto da ricamo Sashiko e con una tonalità di blu Katsuiro utilizzata dai samurai sotto l’armatura. I particolari sono anche i tocchi di rosso e di bianco della bandiera nipponica;

 

MESSICO

La nazionale del Tricolor è tornata a indossare una maglia quasi del tutto verde, con un collo a punta e un gioco di colori tono su tono nella zona laterale. Il pensiero porta al Mondiale giocato in casa nel 1986, quando vennero eliminati dalla Germania Ovest. Quel Mondiale lo vinse però l’Argentina di Maradona.
Sul retro della maglia una scritta “Io sono il Messico” e i pantaloncini bianchi con calzettoni rossi che completano i colori della bandiera;

 

RUSSIA

La Nazionale ospitante non ha avuto ostacoli di qualificazione dato che parteciperà di diritto al Mondiale 2018. L’Adidas tuttavia ha voluto omaggiare la squadra sovietica, al tempo ancora sotto l’effige Urss, che nel 1988 vinse l’oro ai giochi Olimpici di Seul nel 1988 grazie alla coppia d’attacco Dobrovolski – Mykhaylychenko, entrambi ex Serie A, Genoa il primo, Sampdoria il secondo.
Le linee della nuova maglia partono dalle spalle sino alla parte anteriore con piccoli dettagli che risaltano i colori della bandiera e l’aquila. In più c’è anche una frase: “Insieme per la vittoria”, è stata invece rimossa la sigla CCCP;

 

SPAGNA

Le Furie Rosse, campioni del Mondo 2010, omaggiano il Mondiale americano di Usa ’94. In quell’edizione giunsero ai quarti di finale, battuti dagli azzurri grazie alle reti di Roberto e Dino Baggio. In quella partita si ricorda anche l’episodio della gomitata di Mauro Tassotti a Luis Enrique con tanto di squalifica con la prova tv.
Così come il Belgio, sono presenti anche sulla maglia Roja i rombi, seppur in verticale. Sulla forte base rossa i colori sono sfumati con rosso, giallo e blu. In realtà potrebbe sembrare un effetto ottico il quale fa sì che guardando da lontano la maglia, si abbia l’impressione che invece di un blu si tratti di un colore viola.
Tuttavia la somma di rosso, giallo e viola, ricorda a tutti gli spagnoli il vessillo della Spagna repubblicana, abolito poi dal regime franchista. Oggi quella bandiera non ha valore ufficiale, ma viene sventolata nelle manifestazioni della sinistra, o usata dalle associazioni e dai movimenti repubblicani, che rivendicano il suo utilizzo al posto della attuale Rojigualda, la bandiera ufficiale spagnola. Il tutto in un periodo di forte crisi interna con la questione Catalogna.

Helmut Fischer è nato a Herzogenaurach nel 1949 e, intervistato dal Wall Street Journal, ammette: «Il mio cuore batte da sempre per Puma». Perché Puma e perché doverlo specificare?
Herzogenaurach è un piccolo paese tedesco di poco più di 22mila abitanti, non è molto lontano da Norimberga, e per decenni ha vissuto in uno stato di rivalità che ha portato gli stessi cittadini a spaccarsi in due: Puma e Adidas, due tra le più grandi industrie e marche di abbigliamento sportivo, sono state fondate proprio qui, a Herzogenaurach, dopo la seconda guerra mondiale. Nate dopo la scissione di un’azienda familiare che produceva scarpe, la Gebrüder Dassler Schuhfabrik. Una spaccatura più che scissione con relativo strascico di sentimenti negativi annessi: Adolf – detto “Adi” – uno dei due fratelli che la gestiva ha fondato l’Adidas, mentre l’altro, Rudolf – conosciuto come “Rudi” – ha messo su la Puma.

Un po’ Montecchi e un po’ Capuleti, all’interno di questa città della Baviera dal glorioso passato tessile, gli abitanti hanno iniziato a unirsi in fazioni e “feudi” osteggiandosi come fossero due famiglie rivali. Molti di loro lavoravano e lavorano tuttora per le due aziende ancora presenti a Herzogenaurach: la Puma ha il suo quartier generale a nord del fiume Aurach, l’Adidas, invece, è a sud.
Questa spaccatura, nel corso degli anni, ha avuto ripercussioni anche nella quotidianità: in passato erano vietati i matrimoni “misti”, si frequentavano luoghi diversi per non essere in contatto con i “rivali”, ognuno aveva il proprio negozio di fiducia come il macellaio o il pub di riferimento e le due squadre del paese, l’ASV Herzogenaurach e l’FC Herzogenaurach, rappresentavano rispettivamente l’Adidas e la Puma.
Ma non è tutto perché anche la religione e la politica finirono per essere coinvolti tanto da creare delle identità specifiche: chi sposava la causa Puma era da considerarsi cattolico e conservatore, mentre quelli di Adidas erano protestanti e socialdemocratici.

Insomma, dall’abbigliamento alla scelta di dove andare a bere, ogni sfaccettatura era dominata dalla pressante dicotomia al punto che Herzogenaurach divenne famosa per essere “la città dei colli piegati”: una persona, prima di salutare e iniziare una conversazione con un’altra persona, controllava quali scarpe avesse addosso.

Helmut Fischer

Le origini

Ma perché tanto odio e tanto astio? Facciamo un passo indietro. Nel 1924, i due fratelli Adi e Rudi decisero di avviare una fabbrica di scarpe con tanti bei sogni e una piccola stanza: la prima sede, infatti, era la stanza dove la loro madre stendeva il bucato. Adolf si occupava della creazione e fabbricazione delle scarpe, mentre Rudolf badava la distribuzione.
La svolta fu una decina di anni dopo: si dice, infatti, che raggiunsero l’exploit a livello internazionale nel 1936 fornendo le scarpe a Jesse Owens, il corridore nero americano che dominò le Olimpiadi di Berlino aggiudicandosi ben quattro medaglie d’oro. Per i fratelli Dassler quella fu la loro fortuna.

Ma i fratelli in affari non andavano per niente d’accordo. Tanti, troppi litigi, uno clamoroso durante la seconda guerra mondiale in pieno bombardamento. Così terminate le ostilità, i due nel 1948 decisero di dividere a metà l’azienda spartendosi anche i dipendenti. Adolf, dunque, creò l’Adidas (gioco di parole tra Adi, il suo diminutivo, e le iniziali del cognome), mentre Rudolf la sua azienda che inizialmente chiamò Ruda prima dell’attuale nome Puma.

La situazione oggi

Per oltre 70 anni, dunque, gli abitanti di Herzogenaurach hanno vissuto una “guerra civile”, ma oggi secondo Helmut Fischer questa rivalità si è molto assopita. Certo, per strada si possono vedere tombini coi diversi loghi, ma anche secondo il sindaco German Hacker il clima è molto più disteso. E lo dice lui che, in passato, ha dovuto indossare contemporaneamente una scarpa Adidas e una scarpa Puma o bilanciarsi vestendo capi di entrambe le aziende.
Il primo cittadino ha fatto costruire, inoltre, una nuova fontana con una statua che raffigura due bambini che giocano al tiro alla fune e che indossano entrambe le scarpe, mentre nel 2009 i dipendenti di Puma e Adidas hanno giocato una partita a squadre miste (operai contro dirigenti e hanno vinto i primi 7-5) come segno di riappacificazione. La palla utilizzata aveva impressi i marchi di entrambe le società.

Adidas CEO, Herbert Hainer e Puma CEO, Jochen Zeitz

Due grandi industrie in mano a due fratelli. E poi ci sarebbe Horst Dassler, figlio di Adolf, che ha ereditato l’azienda e che nel 1973 ha creato Arena, altro noto marchio di abbigliamento per il nuoto sportivo. Ma questa è un’altra storia…

Riponete (solo momentaneamente) il fazzoletto con cui vi siete asciugati le lacrime quando, due anni fa, l’Adidas annunciò l’interruzione della produzione delle celebri Predator. In questi giorni, infatti, la società di abbigliamento sportivo ha lanciato un’edizione limitata di una delle sue scarpe da calcio più iconiche, le Predator Precision.
Un modello appositamente reinventato per i calciatori di oggi, integrando le tecnologie adidas più all’avanguardia. Ma attenzione: la quantità è davvero limitata e le scapre sono disponibili sullo store online  e presso rivenditori selezionati dall’8 settembre.

 

 

In realtà, come detto, dopo 21 anni ai piedi dei più celebri calciatori, l’Adidas, due anni fa, aveva deciso di smettere con questa linea. Fu la stessa azienda tedesca a comunicarlo: «Il gioco del calcio è cambiato nel corso degli anni. Posizioni, tratti e caratteristiche che prima contavano, ora sono irrilevanti», si leggeva nella nota che confermava la decisione storica di non puntare più su questa linea. L’Adidas, infatti, presentò immediatamente due nuovi modelli, ACE15 e X15, ideati per rispondere all’evoluzione calcistica e indossate, per la prima volta, durante la finale di Champions League a Berlino, tra Juventus e Barcellona.

 

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Resa celebre tra gli anni novanta e duemila da giocatori quali David Beckam, Zinédine Zidane, Xavi, Steven Gerrard e Alessandro Del Piero, la gamma Predator fu lanciata nel 1994 proponendo una nuova caratteristica rivoluzionaria: eliminando il cuoio dalla zona del collo interno del piede e applicando strisce di gomma, era possibile aumentare la sensibilità e l’attrito tra il pallone e la scarpa, facilitando il controllo e la rotazione della sfera stessa.

 

 

Il modello, in realtà, seguì il progetto sviluppato da un ex calciatore australiano, Craig Johnston. Ritiratosi a soli 27 anni per assistere a sua sorella malata, l’ex centrocampista di Middlesbrough e Liverpool, divenne coach in alcune scuole australiane. Durante un allenamento, un ragazzo fece notare gli era impossibile controllare la palla perché, ironicamente disse, le sue scarpe erano realizzate con pelle di pipistrello e non di ping-pong. Johnston pensò, allora, di rimuovere la parte anteriore di una racchetta e attaccarla alla scarpa con un elastico.

 

 

La cosa funzionò e l’australiano iniziò il suo studio su differenti prototipi e modelli, ma inizialmente i suoi progetti furono bocciati da diverse ditte, tra le quali c’era anche l’Adidas. Craig, però, prima di abbandonare definitivamente, chiese a tre leggende del calcio tedesco, Franz Beckenbauer, Karl-Heinz Rummenigge e Paul Breitner, di realizzare un breve filmato per mettere in mostra le qualità della scarpa in condizioni proibite, come giocare sotto la neve. Gli addetti dell’Adidas furono i primi a convincersi dell’idea innovativa, così acquistarono il brevetto da Johnston.

 

 

Realizzati con pelle di canguro e seguendo uno stile cromatico semplice (chi può mai dimenticarsi la scarpa nera con qualche tocco di rosso e con tre strisce bianche ai lati!?), dal 1994 ad oggi, si sono succeduti 12 i modelli di Predator, con qualche variante per il rugby e versioni più economiche in pelle sintetica.
E sapete chi fu il primo giocatore a segnare una rete con queste scarpe? Il primo gol fu realizzato il 30 aprile 1994 da John Collins, giocatore del Celtic, che trasformò un calcio di punizione nell’1-1 contro il Rangers.

 

 

Le Predator non erano solo delle scarpe: erano un’era calcistica. Erano ai piedi di Zidane quando segnò quel gol stupendo in finale di Champions League contro il Leverkusen. Erano ai piedi di Beckham quando, con l’Inghilterra, realizzò il calcio di punizione nei minuti di recupero contro la Grecia per la qualificazione ai Mondiali del 2002. Ed erano ai piedi di Del Piero quando sbagliò, davanti alla porta, un gol in finale di Euro 2000 contro la Francia. In fondo, quell’era ci piaceva davvero tanto.