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Ha calpestato il prato dello stadio che l’ha visto debuttare tra i grandi e, all’HDI-Arena di Hannover, ha salutato i suoi fan, i suoi amici e il calcio giocato. Per Mertesacker, sabato 13 ottobre, ha giocato la sua ultima partita, nella sua città di Hannover e ha anche segnato un gol.

Il difensore centrale tedesco, 34 anni, e campione del mondo con la Germania nel 2014, a marzo aveva annunciato il suo ritiro confessando di non farcela più, così davanti a 40mila spettatori ha organizzato la sua partita d’addio, mentre dagli spalti si cantava “Hy Per, hy Per” sulle note della musica techno di Hp Baxxter.

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Da un lato i suoi “amici” dell’Hannover 96, gli “Mertes 96-Freunde”, dall’altro i “Pers Weltauswahl”, una selezione internazionale fatta da Mertesacker stesso e allenata da Arsene Wenger.  Toni Kross, Jens Lehmann, Christoph Metzelder e Marcell Jansen, ma anche Jörg Sievers, Steven Cherundolo e Christian Schulz, per citarne alcuni. Ah, e l’immortale Claudio Pizarro che ha segnato l’ultima rete dell’incontro.

Ovviamente sono piovuti i gol, ben 19 nel 10-9 finale (5-5 era il parziale) con l’ex di Werder e Arsenal che ha giocato il primo tempo con i suoi compagni ex-Hannover e l’altra metà di gioca con la casacca bianca, trovando anche la rete al 46’. Ci si aspettava il gol di testa, suo marchio di fabbrica vista la stazza e i suoi 198 centimetri, invece è arrivata una rete “delicata” con un pallonetto a scavalcare il portiere Robert Zieler.

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Il gigante buono da 104 presenze in Nazionale si è sciolto nel momento più emozionante dell’intera giornata: al minuto 89 Per ha lasciato il campo sostituito da suo padre Stefan, 67 anni, e suo primo allenatore con l’Hannover 96. Pianti e ovazioni, ovviamente.

I gol e il saluto emozionante con il padre

Cresciuto nelle giovanili del TSV Pattensen, Per Mertesacker è passato all’Hannover 96 dove, nel 2003, ha fatto il suo debutto da professionista. Con la squadra della Bassa Sassonia ha giocato tre stagioni prima di passare al Werder Brema con cui ha vinto una DFB-Pokal e la Supercoppa di Germania. Nel 2011 passa all’Arsenal dove riesce a piazzare tre FA Cup e tre Community Shield, chiudendo la sua carriera con 534 presenze e 35 gol.

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Alberto Contador lascerà l’attività agonistica dopo la prossima Vuelta a Espana. Il 34enne campione madrileno, vincitore in carriera di sette Grandi Giri, ha annunciato oggi, in un video, la sua intenzioni di appendere la bicicletta al chiodo al termine dell’edizione 2017 della Vuelta, corsa che prenderà il via il 19 agosto da Nimes e in cui il ‘pistolero’ del team Trek-Segafredo ha già trionfato tre volte in quattro apparizioni.

“Ciao a tutti. Faccio questo video per informarvi di due cose – è il messaggio di Contador ai suoi tifosi – La prima è che parteciperò, dal 19 agosto, al prossimo Giro di Spagna. La seconda è che sarà la mia ultima gara come ciclista professionista. Lo dico con gioia, senza alcuna tristezza. E’ una decisione che ho maturato con attenzione e non credo ci possa essere una gara di addio migliore”.

L’annuncio di Contador può definirsi una mezza sorpresa, visto che in passato aveva già annunciato, nel 2015, il ritiro alla fine del 2016, un proposito su cui tornò nel giro di pochi mesi e, durante il Delfinato del 2016, assicurò di voler salutare il gruppo nel 2018 anche per il suo rapporto non facile in seno alla Tinkoff.

Con la Trek-Segafredo, da inizio anno, Contador ha avuto segnali incoraggianti nei primi mesi con i secondi posti alla Parigi-Nizza, al Giro di Catalogna e al Giro dei Paesi Baschi, prima di ottenere risultati al di sotto delle aspettative, come la nona piazza al Tour de France. Da qui, la decisione di salutare tifosi e appassionati il 10 settembre a Madrid, data di approdo di una Vuelta che correrà per vincere ancora.

«Mi mancherai», poi la firma. Totti, 10. L’ultimo dieci di un’era calcistica al tramonto. L’ha scritto con un pennarello blu su un pallone da calciare in curva Sud. Un pallone dalle sfumature arancioni e viola, ipermoderno, stiloso, impensabile se immaginiamo il pallone di cuoio tutto bianco scaraventato in rete di sinistro, contro il Foggia, il 4 settembre 1994. Allo stadio Olimpico, fu il primo gol di Francesco Totti con la Roma.
Aveva esordito l’anno prima, nel 1993, e domenica 28 maggio ha concluso la vita sul rettangolo verde. Dopo un quarto di secolo con un’unica maglia.

Toccanti, profondi ed eterni sono stati gli istanti che hanno preceduto il lancio di Totti, sotto la sua curva, della palla da lui firmata: la guardava con occhi lucidi e teneri, l’ultimo tiro nel suo stadio, rivolto a chi tanto l’ha amato, incondizionatamente.
Sono passati allenatori, presidenti, tanti calciatori e tanta fantasia, la Roma ha traversato stagioni negative, altre pessime, altre trionfanti. Tante variabili e una sola certezza: «Entra Totti e ci cambia la partita, ci fa tornare il sorriso».

Quel pallone Totti l’ha calciato senza guardare, stracolmo di sentimenti.
Tra mille anime che all’unisono hanno alzato le braccia la cielo per ricevere il dono, Thomas Lintozzi è stato il più fortunato. E da oggi anche il più invidiato. L’ha afferrato, tenuto stretto con la forza, mentre attorno si creava la tipica ressa. Lui, tifoso giallorosso di curva di 26 anni, ha il compito di conversare quello che diventerà un cimelio storico a tutti gli effetti:

Non lo lascio neanche per dormi’ e non me ne separerò mai, neanche per tutte le offerte che mi stanno arrivando

E’ il commento riportato dalla Gazzetta dello Sport. E’ tra le sue braccia, lo coccola, non se ne separa come Linus con la sua copertina. Arrivano offerte, si sparano prezzi assurdi, ma niente, lui non ci pensa minimamente:

Per me è sacro. Sono un ragazzo di curva, innamorato della Roma e quindi di Totti, sono passato dalle lacrime del giro di campo alla gioia di stringere forte questo pallone. L’ho amato da quando andavo all’asilo, per me il calcio è stato lui, lo ringrazierò tutta la vita per quello che ha dato alla gente e, soprattutto, in questo caso a me

Anche questa è eterna fedeltà come quella dimostrata per oltre 25 anni dal capitano Totti. La stessa che il popolo romanista riserverà nei secoli dei secoli all’ultima bandiera del calcio.

Social network e media spagnoli hanno accusato Gerard Piqué, difensore del Barcellona e della Nazionale iberica, di aver volontariamente rimosso, dai bordi delle maniche, il rosso e il giallo, unici simboli che richiamano la bandiera sulla camiseta da trasferta completamente bianca. La vittoria fuori casa della Spagna di Lopetegui per 2-0 sull’Albania, valevole per la qualificazione ai Mondiali in Russia nel 2018, è passata in secondo piano perché i riflettori erano tutti puntati sulla maglietta di Piqué.

In molti, riconoscendo il forte trasporto politico del difensore blaugrana, sostenitore dell’indipendenza della Catalogna, hanno visto questo gesto come chiara offesa e presa di posizione rispetto alla bandiera spagnola. Sospetti in gran parte ingiustificati, ma che ben fanno capire quando Piqué sia sempre nell’occhio del ciclone quando scende in campo con le Furie Rosse.

Il difensore ex Manchester United ha indossato la maglia numero 3 a maniche corte con sotto una maglia termica, più aderente, a maniche lunghe. Nulla di strano, si è visto già in altri stadi e in altre partite, eppure gli occhi attenti della rete hanno notato un’anomalia rispetto al modello Adidas a maniche corte che prevede il richiamo ai colori spagnoli ai bordi. Giù il putiferio prontamente smorzato dalla Federazione calcistica spagnola e dal calciatore che in un’intervista nel post-gara ha esibito la maglia: Piqué, che è solito giocare con le maniche lunghe, sentendosi accaldato e “imballato” nei movimenti ha deciso di prendere un paio di forbici e tagliare le maniche senza cambiare direttamente divisa.

L’ennesimo episodio controverso che ha fatto definitivamente sbottare Piqué: al termine del match, infatti, ha dichiarato di dire addio dalla Nazionale dopo il Mondiale 2018. Una scelta che avrebbe dell’incredibile considerando la sua età (nel 2018 avrebbe 31 anni e ancora nel pieno della carriera). Piqué ha anche detto che non si ritirerà nei prossimi giorni solo per rispetto all’allenatore Lopetegui e al suo nuovo ciclo in Nazionale.
Quello tra il difensore, la Roja e i tifosi è un rapporto in pieno conflitto: alcuni lo vedono sempre con lo sguardo rivolto verso il basso durante la Marcha Real, l’inno ufficiale della Spagna, come atteggiamento in aperta contestazione, altri ricordano un presunto dito medio, fatto sempre durante l’inno, nella partita tra Croazia e Spagna durante l’ultimo Europeo, mentre ciclicamente torna d’attualità la partecipazione di Piqué alla Diada nel 2014, una festa molto sentita in Catalogna e che ricorda la caduta di Barcellona nelle mani di Madrid nel 1714, ovvero la fine dell’indipendenza e l’inizio del dominio della Castiglia.