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Quel doppio passo ad Hitler per vincere la Coppa Rimet

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Il calcio, si sa, è uno sport ricco di storie avvincenti, appassionanti, di riscatto e di sconfitta, uno sport che regala emozioni in qualsiasi forma. Ma questa storia le supera tutte, è magica, in bilico tra realtà e leggenda, come i racconti di un tempo lontano sanno essere.

È una storia che narra di un uomo che, per difendere il frutto della vittoria della propria squadra, della propria Nazione, si è opposto ad un potere forte, difficile da fermare che, all’epoca, pareva quasi inarrestabile. È la storia di Ottorino Barassi e del suo smacco ai nazisti per la Coppa Rimet.

LA COPPA RIMET

La Coppa Rimet era la coppa che veniva consegnata alla squadra vincitrice dei Mondiali di calcio dal 1930 al 1970 prima dell’avvento, da Germania Ovest ’74, della Coppa del Mondo. La coppa portava quel nome dal suo ideatore, l’avvocato Jules Rimet, avvocato francese con il vizio del pallone, presidente della FIFA, che l’aveva fatta realizzare da un abile orafo parigino nel 1929, in vista del primo mondiale che si sarebbe tenuto in Uruguay. Non era una coppa imponente, la Coppa Rimet: misurava solo trenta centimetri, a forma di vittoria alata che regge una Coppa decagonale, piedistallo di marmo e pesava solo 3.800 grammi, con 1.800 grammi di oro.

Tante sono le storie che si sono susseguite con riferimento a questo trofeo, come quella raccontata da Fulvio Paglialunga in un articolo per l’Ultimo Uomo con riferimento al suo viaggio in nave su un piroscafo italiano, il Conte Verde, verso il primo Campionato Mondiale della storia, in Uruguay nel 1930.

Storie di un tempo passato che, sentite oggi, non possono che coinvolgere: le squadre partecipanti che salivano ai vari attracchi della nave – Italia e Romania dalla partenza da Genova, poi la Francia, il Belgio a Barcellona e il Brasile a Rio dopo una lunga traversata di 15 giorni. O ancora, i giocatori che si allenavano sui ponti di bordo, con il pallone che finiva in mare con evidente fastidio degli altri, disinteressati, passeggeri.

Arrivata in Uruguay, la Coppa Rimet vi rimase per 4 anni dopo il mitico Maracanazo. Ma nel 1934 il trofeo prese la strada dell’Italia e a Roma rimase dopo la grande vittoria degli Azzurri nel mondiale di casa, replicata quattro anni dopo nel mondiale francese grazie ai colpi di Colaussi e Piola che annientarono la temibile Ungheria.

IL DOPPIO PASSO AD HITLER

Ed è proprio in questo periodo che si incastra la nostra storia. Dopo il trionfale mondiale francese, l’Italia si presentava come potenza da battere anche per il successivo mondiale del 1942 ma il secondo conflitto mondiale non permise che l’evento avesse luogo.

E la Coppa Rimet? Il trofeo doveva rimanere in Italia, ultima detentrice del titolo e in Italia, per l’appunto, si trovava, custodito nella cassaforte di una Banca. Ma qualcuno riteneva che quel posto non fosse poi così sicuro in tempi di guerra e pensò bene di prelevarlo per portarlo a casa sua: Ottorino Barassi.

Scelta rischiosa, non c’è che dire. Sì perché, forse per il valore simbolico del cimelio che, nel delirio hitleriano, avrebbe reso la Germania invincibile, il Fuhrer ordinò alla Gestapo di recuperare il trofeo e i soldati si presentarono agguerriti a casa Barassi per prenderselo con la forza.

Ma i soldati nazisti non avevano fatto i conti con la furbizia di Barassi: lui nega, dice che di questa Coppa non s niente, che ne ha sentito parlare ma non l’ha mai avuta tra le mani.

La perquisizione non porta a nulla e il pericolo è scampato. I tedeschi, infatti, non controllano nel posto più classico dove nascondere qualcosa di prezioso: sotto il letto. Lì c’è un’innocua scatola di scarpe, niente di sospetto, ma dentro riposa proprio la preziosissima Coppa Rimet.

E fu così che Ottorino Barassi “salvò” la Coppa Rimet dall’assalto nazista, prendendosi gioco dell’esercito più violento e temuto dell’epoca con una simulazione degna di un rapace da area di rigore, una finta geniale, da fantasista di razza.

 Sarà anche per questo che dal 2011 vanta un riconoscimento alla memoria nella Hall of Fame del calcio italiano? Non lo sappiamo, ma di certo questa storia merita di essere raccontata perché ha il sapore del mito, della leggenda e narra di un “eroe” tutto particolare: Ottorino Barassi, che fece un doppio passo ad Hitler per vincere la Coppa Rimet.

Michele De Martin

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