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Vincenzo Pastore

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Proprio non ce la fa Mario Balotelli a fare quel definitivo salto di qualità. L’anno prossimo compirà 30 anni, ma a più di 10 anni dalla sua esplosione, resta l’eterno incompiuto. La sua avventura a Nizza è prossima alla conclusione. L’allenatore Patrick Vieira, ex stella francese dell’Arsenal, l’ha scaricato senza troppi giri di parole. «Ci abbiamo provato, ma è stato un fallimento», sarebbero le parole del tecnico transalpino. Un pensiero che accomuna tanti addetti ai lavori sulla carriera mai pienamente decollata di Balotelli.


L’attaccante italiano sarebbe a un passo dal Marsiglia allenato da Rudi Garcia. Il corteggiamento dell’Olympique risale già alla scorsa estate, poi non se ne fece più niente. Balotelli lascerebbe Nizza dove è approdato a parametro zero nel 2016. Per lui, finora, 76 presenze e 43 reti. Un bottino niente male, rimpinguato soprattutto durante la scorsa stagione, forse la migliore dell’ex Inter e Milan. In 38 partite realizza 26 reti che tuttavia non bastano a far qualificare il Nizza in Europa.


L’arrivo di Vieira in Costa Azzurra ha complicato i piani di Balotelli. Tra l’ex centrocampista, tra le altre, anche di Milan, Inter e Juventus e l’attaccante italiano il feeling non è mai sbocciato. Nei primi mesi della stagione Supermario ha collezionato solo 10 presenze, spesso da subentrante, senza mai andare a rete. La rottura col Nizza ha fatto precipitare il prezzo del suo cartellino che ora varrebbe solo un milione e mezzo di euro. Così Mino Raiola sta correndo ai ripari per rilanciare uno dei pezzi pregiati dei suoi assistiti. Il Marsiglia sarebbe la settima squadra di una carriera quanto mai tormentata.

Balotelli ha infatti indossato le maglie di Lumezzane, Inter, Manchester City, Milan, Liverpool e Nizza. Nel mezzo la maglia azzurra non è stata mai definitivamente accantonata. Dopo l’exploit a Euro 2012 con Prandelli, il bad boy era finito nel dimenticatoio con Conte e Ventura. L’arrivo sulla panchina della Nazionale di Mancini ha riacceso le speranze di convocazione. Mario è stato infatti chiamato dal suo mentore nelle prime amichevoli del Mancio in azzurro contro Arabia Saudita, Francia e Olanda. Balotelli aveva anche firmato il primo gol della Nazionale di Mancini contro i sauditi. Poi l’inizio deludente di stagione a Nizza aveva fatto precipitare le sue quotazioni anche in azzurro. Ora Marsiglia per riconquistare quel talento spesso sprecato e gettato via.

Una donna che vorrà andare allo stadio per la Supercoppa italiana non potrà farlo. O quantomeno, non potrà andarci da sola. La Lega calcio ha pubblicato il comunicato con le disposizioni per il trofeo in palio in Arabia Saudita il 16 gennaio. Si gioca al “King Abdullah Sports City Stadium” di Jeddah alle 18.30 italiane. Tra le righe della notizia, pubblicata in pompa magna con toni entusiasti per gli oltre “50mila tagliandi staccati in poche ore”, si legge:

I settori indicati come “singles” sono riservati agli uomini, i settori indicati come “families” sono misti per uomini e donne

In pochi minuti l’annuncio social della Lega diventa virale e scoppia la bufera. Già quando fu annunciata la sede della Supercoppa, in molti polemizzarono con la scelta di via Rosellini. L’Arabia Saudita non brilla certo per la salvaguardia dei diritti umani. Il caso del giornalista Khashoggi, ucciso a Istanbul nel consolato arabo lo scorso 2 ottobre, è ancora sulle pagine di giornali di tutto il mondo. Solo qualche giorno fa l’accusa del New York Times di aver comprato bambini soldato per combattere la guerra in Yemen. Le donne saudite, inoltre, possono guidare solo dal 2017 e fino all’anno scorso non potevano mai assistere a una gara sportiva.


La polemica viaggia sui social, dagli osservatori fino alle forze politiche. Il comunicato della Lega stride con le iniziative più volte sostenute dal calcio italiano per la lotta alla violenza sulle donne. Solo qualche settimana fa i calciatori sono scesi in campo dipingendosi le guance di vernice rossa. Ora appare paradossale che una donna non potrà recarsi da sola per la finale della Supercoppa italiana. Un evento ufficiale targato Lega calcio e che vale circa 7 milioni di premi. In nome del Dio denaro, evidentemente, anche i diritti sono meno diritti.

Quando la scorsa estate è andato via dalla Lazio, sembrava essere finito nel dimenticatoio. Il passaggio di Felipe Anderson al West Ham era interpretato come un deciso passo indietro nella carriera del brasiliano. Oggi, tuttavia, il talento carioca sta trovando quella continuità che spesso è mancata nella sua avventura romana. Otto reti in ventidue presenze tra campionato e Coppa di Lega con gli hammers. Sette reti e un assist nelle ultime dieci gare inglesi. Anderson è uno dei pilastri della formazione di Manuel Pellegrini che stasera sfida il Brighton nella 21ma giornata di Premier League.


Il suo addio alla Lazio aveva fatto felice un po’ tutti. Il presidente Lotito, in primis, che gongolava per i 38 milioni frutto dell’operazione. Il calciatore, in cerca di rilancio dopo gli anni altalenanti in biancoceleste. E anche i tifosi non si erano strappati troppo le vesti per un calciatore ricco di classe, ma che mostrava alcune lacune a livello caratteriale.

Felipe, nato a Brasilia nel 1993, è sempre stato dotato di eccellenti qualità tecniche. Si fa notare in patria nel Santos, dove viene acquistato nel 2013, a vent’anni, dalla Lazio. Da Petkovic fino a Simone Inzaghi, Anderson è stato schierato in più ruoli. Da esterno nel tridente a interno di centrocampo, trequartista o seconda punta. In cinque anni indossa la maglia laziale per 177 volte, con 34 gol e ben 42 assist.

Gli anni capitolini sono caratterizzati anche da una serie di infortuni che ne limitano il rendimento. Con la Lazio Anderson vince la Supercoppa italiana nel 2017 contro la Juventus, pur non giocando per guai fisici. Assieme a Ciro Immobile forma un tandem offensivo letale per le difese avversarie. I gol del centravanti campano contengono anche lo zampino del brasiliano, determinante in termini di assist.

Ora in Inghilterra Felipe sta prendendo per mano il West Ham a una tranquilla posizione a metà classifica. Tra gli calciatori in squadra ci sono anche altre vecchie conoscenze del calcio italiano come Ogbonna, Arnautovic e Obiang.

L’eterna promessa chiamata a una nuova possibilità di rilancio. Quando Luis Muriel anni fa esplose a Lecce qualcuno si lanciò in un paragone blasfemo. Per caratteristiche fisiche e tecniche (e per il rapporto con la bilancia) ad alcuni ricordava nientemeno che Ronaldo, il fenomeno. Accostamento azzardato che, tuttavia, ben sintetizzava le potenzialità del colombiano classe ’91. Dopo un anno e mezzo a Siviglia, Muriel torna in Italia, acquistato dalla Fiorentina in prestito con diritto di riscatto.


Il primo colpo di calciomercato invernale è quindi della Viola che ha bruciato l’interesse molto forte del Milan. L’attaccante ha scelto Firenze per rilanciarsi, ben consapevole della forte concorrenza alla corte di Pioli. Simeone, Chiesa e un Pjaca che, come il neoarrivato, confida in un rilancio dopo il grave infortunio di due anni fa. Portato in Italia dall’Udinese, Muriel ha vestito anche le maglie di Lecce e Sampdoria in serie A. Le sue presenze totali sono state, finora, 165 con 43 gol. Muriel si mette in mostra in Puglia tra il 2011 e il 2012 assieme a un altro colombiano talentuoso, Juan Cuadrado.

Tre anni in Friuli fino al 2015 lo consacrano tra i migliori talenti della A. Nell’Udinese forma una micidiale coppia d’attacco con Antonio Di Natale. Ed è proprio nel mercato di gennaio che si trasferisce, nel 2015, alla Sampdoria. In blucerchiato il colombiano trascorre due stagioni, mettendosi in mostra con alcuni gol non banali. Vedere per esempio il meraviglioso sigillo all’Olimpico contro la Roma nel match perso 2-3.

Muriel conclude l’esperienza con la Doria rendendosi protagonista di un’esultanza non proprio ortodossa contro la sua ex Udinese. Nell’estate 2017 si trasferisce in Spagna a Siviglia, dove vive un anno e mezzo tra luci e ombre. Sono tredici le marcature in 65 presenze, spesso non da titolare. Bottino troppo magro per chi era paragonato a Ronaldo e cerca riscossa nella città degli Uffizi.

Il 2018 è stato l’anno che ha dato una prima, parziale, risposta a un dubbio che molti sollevavano: cosa farebbero Cristiano Ronaldo e Messi in Italia? Ebbene, sull’argentino nulla è stato ancora scritto e chissà se mai verrà fatto. Sul portoghese, contro ogni previsione, abbiamo numeri, statistiche, tendenze. Perché CR7 alla Juve è stato l’affare dell’anno in Italia e, forse, di sempre. Quando Maradona arrivò in Italia non era ancora il Pibe de Oro, l’uomo degli scudetti del Napoli e del Mondiale argentino. Il portoghese, invece, è sbarcato a Torino essendo già il marziano che tutti conosciamo.

 

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Forza Juve! #FinoAllaFine

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Cristiano Ronaldo ha chiuso l’anno con 49 gol (28 Real, 15 Juve, 6 Portogallo), due in meno di Leo Messi, top scorer del 2018 con 51 reti. Per la prima volta, dal 2011, l’asso di Funchal è andato un gradino sotto la soglia di almeno 50 marcature. Ma non si può certo considerare un anno negativo per CR7, considerando anche il suo passaggio dal Real alla Juventus. Dalla rovesciata all’Allianz Stadium ai gol per l’Allianz Stadium.

Nei record della Juventus c’è anche il suo marchio indelebile. I bianconeri hanno chiuso il girone d’andata con 53 punti su 57. Primato assoluto che supera i precedenti, entrambi juventini. Nella stagione 2005-2006 furono 52, poi cancellati da Calciopoli. Identico punteggio per la squadra di Conte nel 2013-2014. I punti, complessivi, invece sono stati 101, nessuno in Europa ha fatto meglio dei ragazzi di Allegri. Solo il grande Torino nel 1948 seppe tenere questo ritmo. L’unica sconfitta è stata quella con il Napoli ad aprile che non ha comunque impedito di vincere il tricolore, il settimo consecutivo.

Al giro di boa della serie A 2018-2019 Ronaldo è capocannoniere con 14 reti, di cui 4 realizzate su rigore. Poi cinque di destro, quattro di sinistro e uno di testa. A questo dato va aggiunto quello dei 5 assist che consegnano Cristiano a fattore determinante per i gol di Madama. Chiedere informazioni, ad esempio, a Mandzukic, protagonista della migliore annata italiana finora (8 reti). In A ha disputato 19 partite su 19, saltando dall’inizio solo la trasferta di Bergamo e uscendo dal campo solo negli ultimi minuti a Firenze. In Champions il numero 7 è partito piano, ma non è una novità. Il portoghese, solitamente, esplode quando le partite si fanno più calde a eliminazione diretta. Una rete, e che rete, al Manchester United condita da due assist. Senza dimenticare che, complice la discutibile espulsione di Valencia, Ronaldo ha disputato “solo” praticamente 4 gare su 6.

Gennaro Gattuso ha il fantasma in casa. Il tecnico del Milan, all’ultima chiamata contro la Spal, vedo lo spettro di Leonardo sulla sua panchina. Gli ultimi rumors in casa rossonera includono anche il direttore generale rossonero. Gli ultimi risultati negativi hanno rimesso in discussione Gattuso, scivolato momentaneamente al settimo posto, a quattro punti dalla Lazio quarta, ma con una gara in meno. E proprio l’ultimo piazzamento Champions rappresenta l’obiettivo della stagione, considerando anche l’eliminazione dall’Europa League.


La soluzione interna con Leonardo è tornata in piedi dopo il pareggio deludente con il Frosinone nel boxing day. Gattuso è tornato sulla graticola. A penalizzarlo, nell’ultimo mese, sono i risultati. L’ultima vittoria risale al 2 dicembre in casa contro il Parma. Poi quattro partite in campionato: zero gol, con tre 0-0 e la sconfitta interna contro la Fiorentina (0-1). Preoccupa il digiuno offensivo, in particolare da Higuain. L’argentino è a secco da due mesi (28 ottobre, Milan Samp 3-2), è nervoso e sbaglia quei pochi palloni che gli arrivano. L’allenatore è così tornato finito sul banco degli imputati, soprattutto dopo la clamorosa eliminazione di Atene in Europa League.


I nomi dei sostituti non mancano, ma c’è da capire quanto siano disposti ad accettare un ruolo da traghettatore fino a giugno. Guidolin, Donadoni, persino Wenger. Con lo sfondo il sogno proibito di molte società per la prossima stagione: Antonio Conte. Tra i papabili sostituti c’è anche Leonardo, ora dietro la scrivania ma con un passato da allenatore. Fu l’ex dirigente Galliani a volerlo sulla panchina rossonera per la stagione 2009-2010. Il suo terzo posto finale gli vale la qualificazione in Champions, competizione in cui ottiene una storica vittoria al Bernabeu per 3-2. La prima del Milan in casa del Real Madrid.

Poi la contestata, sponda milanista, esperienza all’Inter dove vince una Coppa Italia nel 2011. Dopo sei anni torna in panchina all’Antalyaspor, in Turchia, nel settembre 2017. Una parentesi che dura tre mesi, poi le  dimissioni. Prima di tornare al Milan da dirigente, è stato direttore del Paris Saint Germain tra il 2011 e il 2013.

Nelle ultime cinque partite ha realizzato otto gol. Una sua doppietta stava per sconfiggere la Juventus ancora imbattuta. Duvan Zapata è in momento di forma straordinario. Sono nove in totale le marcature in campionato per l’attaccante colombiano dell’Atalanta. Undici le segnature totali considerando anche i preliminari di E. League. Dopo un momento di difficoltà iniziale, il colombiano si è preso la Dea. Le speranze nerazzurre di tornare in Europa passano dal suo centravanti che a 27 anni sembra aver trovato la sua consacrazione definitiva.


Il trio col Papu Gomez e Ilicic ha messo in grande difficoltà la difesa juventina. Chiedere informazioni, in particolare, a Leonardo Bonucci. Non è una novità per Zapata che ha colpito i bianconeri per la terza e quarta volta nelle ultime quattro partite contro la Juve con tre maglie diverse. Prima una cavalcata vincente quando era ancora all’Udinese, bruciando ancora Bonucci. Poi un colpo di testa nella Sampdoria, contribuendo alla vittoria per 3-2 dello scorso anno contro la squadra di Allegri. Una partita che rappresenta l’ultimo ko esterno della Signora in serie A.

Chissà se a Napoli avranno rimpianto per Duvan, nato a Cali nel 1991. Furono proprio i partenopei ad acquistare il colombiano dall’Estudiantes nel 2013 per 7,5 milioni di lire. L’arduo compito di sostituto di Higuain non gli permette di esprimere al meglio le sue doti. Una forza fisica esplosiva, il colpo di testa, una buona tecnica di base. Con gli azzurri resta due stagioni, condite da 15 gol giocando a singhiozzo.

Nel 2015 va in prestito all’Udinese. In un biennio riesce a trovare maggiore continuità con 19 reti in 64 partite. Lo scorso anno l’esperienza in blucerchiato nella Genova sampdoriana. Un solo anno con 11 gol, ma spesso decisivi contro Juventus e Milan ad esempio. Il valzer delle magliette si conclude, per ora, quest’estate con il trasferimento in prestito all’Atalanta. Se riscattato al termine della stagione sarà l’acquisto più oneroso nella storia orobica (26 milioni).

Le premesse per mettere radici a Bergamo ci sono tutte. Un gol a Napoli, Lazio, Genoa, due alla Juve, tre alla sua ex Udinese. Otto reti consecutive nelle ultime 5 gare. Zapata è in un momento Re Mida, gongolano Gasperini e il patron Percassi. L’Europa passa dai gol di un colombiano che non ha mai tradito le aspettative.

Abbiamo copiato il boxing day, ma non bastava solo giocare a Santo Stefano. Il solito clima di veleni e sospetti. I soliti ululati razzisti negli stadi. E anche un morto per una partita di calcio, che in Italia ahinoi non rappresenta una novità. Da Vincenzo Paparelli nel 1979 al tifoso dell’Inter ucciso negli scontri prima della gara con il Napoli. Neanche il clima natalizio ha saputo fermare l’ordinaria follia del calcio italiano.

 

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Nel mondo e nel calcio Ci vorreberro sempre educazione e rispetto. No al razzismo e a qualunque offesa e discrimination!!!

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Hanno iniziato i presidenti, senza alcun motivo fondato, con la polemica preventiva contro le designazioni arbitrali. Un unicum che accade solo da noi, altrove sarebbe inconcepibile.

La scelta di Mazzoleni è una brutta notizia, mi preoccupa. Con noi è cattivo e imparziale

Le parole fuori luogo di De Laurentiis accendono la miccia prima di Inter Napoli. Dichiarazioni che, in altri Paesi, avrebbero portato come minimo a un deferimento. Qui invece, come spesso succede, passano “in cavalleria”, come dice Allegri e nessuno osa contestare nulla. E’ proprio il tecnico juventino a riferirsi, senza mai nominarlo, al presidente napoletano.

Non è elegante fare certi tipi di dichiarazioni, dobbiamo essere noi a educare i tifosi. In Italia viene concesso tutto e di più

D’altra parte le anomalie italiane non si fermano solo al calcio, ma è al pallone che vogliamo ora fermarci. Il folle boxing day nostrano si conclude con il posticipo tra Inter e Napoli, già preceduto dal veleno di De Laurentiis. I soliti beceri cori sui napoletani. I buu razzisti a intermittenza a seconda del colore della maglia. Gli incidenti prima del match che portano alla morte di un tifoso interista. L’espulsione di Koulibaly, giusta nel merito, strumentalizzata per portare acqua al proprio mulino. E poi i soliti commenti a fiume che piovono in queste ore. “Basta, sospendiamo tutto, si fermi il calcio. Slogan dal like facile che si ripetono da anni e non hanno portato a nulla.


Troppo difficile individuale i responsabili dell’omicidio e punirli con la legge? Troppo difficile dare il Daspo a chi ulula versi e cori razzisti? Costituzione alla mano, la responsabilità penale è personale. Così come la responsabilità civile di quegli insulti non può ricadere sulle società. E’ l’assist migliore per gli imbecilli. E non fanno neanche una gran figura quelli che stanno con Koulibaly però prima gli italiani e stop accoglienza. Porti chiusi, stadi aperti.

Sta diventando un elemento fondamentale di chi ha sempre creduto in lui. Mattia De Sciglio, contro l’Atalanta, disputerà la sua sesta partita consecutiva da titolare. A destra o sinistra, in sostituzione di Cancelo o Alex Sandro, cambia poco. Risolti i problemi fisici che l’hanno bersagliato la scorsa stagione, l’ex milanista fa della duttilità e della diligenza le sue doti migliori. E Max Allegri, suo mentore dai tempi rossoneri, lo sa bene.

Classe 1992, arrivato alla Juve nell’estate con 2017 con qualche scetticismo, De Sciglio sta dimostrando quelle qualità che gli hanno permesso di avere un inizio di carriera molto promettente. Esordisce nel Milan di Allegri in Champions League nel 2011, poi in serie A alcuni mesi più tardi, nell’aprile 2012. Nella stagione 2012/2013 diventa un titolare fisso: non è un giocatore che fa notizia o che si prende la scena, ma sa fare il suo compito in maniera ordinata. Caratteristiche imprescindibili per un terzino, ruolo delicato e negli ultimi anni anche fuori moda. E’ sempre più difficile, infatti, trovare un giocatore ad alti livelli che sappia fare bene le due fasi sulla fascia.


La fragilità fisica, unita a quella caratteriale, hanno negli anni rallentato la carriera di De Sciglio. L’esterno detiene il poco invidiabile primato di giocatore della serie A espulso più velocemente subito dopo l’inizio del match. Succede a Napoli il 3 maggio 2015: rosso dopo soli 43 secondi di gara.

Dopo 133 presenze in rossonero e due Supercoppe italiane, si trasferisce a Torino nel 2017. L’esordio è da dimenticare, proprio in Supercoppa contro la Lazio. Si perde Jordan Lukaku nell’azione del gol decisivo di Murgia. Poi il debutto in Champions in bianconero a Barcellona dove va anche vicino alla rete. Colpito nuovamente da guai fisici, segna il suo primo gol in serie A contro il Crotone, ammettendo candidamente a fine match:

Non sapevo come esultare

A fine stagione colleziona solo 20 presenze, non riuscendo pienamente a dimostrare il suo valore. Quest’anno, complici gli infortuni di Cancelo e Alex Sandro, è già a quota 9 gettoni. E’ suo l’assist decisivo per il colpo di testa di Mandzukic contro la Roma. Sorride Allegri e sorride Mancini. Il miglior De Sciglio, che può già vantare una partecipazione al Mondiale 2014 e a Euro 2016, può solo fare bene anche per la fascia azzurra.

Quando in estate Radja Nainggolan è passato all’Inter in molti pensavano che i nerazzurri avessero assestato un colpo decisivo per riavvicinarsi alla Juventus. Uno dei centrocampisti più forti della serie A, sottratto alla concorrenza (la Roma), per metterlo al servizio del suo mentore Spalletti. Sei mesi dopo quel 26 giugno il belga non giocherà la partita col Napoli nel giorno di Santo Stefano. Sospeso e multato dall’Inter per motivi disciplinari, ufficialmente per l’ennesimo ritardo agli allenamenti. E allora in quell’operazione di mercato estivo, alla fine potrebbe averci guadagnato la Roma. Oltre ai 38 milioni di euro della cessione, Di Francesco ha avuto anche Santon e Zaniolo. Se il primo va a corrente alternata, il secondo è diventato pedina fondamentale nello scacchiere capitolino a neanche 20 anni.


Il comunicato dell’Inter su Nainggolan ha interrotto la quiete dell’antivigilia di Natale, in mezzo tra la 17ma e la 18ma giornata di campionato. Il primo boxing day italiano prevede lo scontro diretto tra seconda e terza in campionato. Il belga non ci sarà, multato e sospeso in attesa di nuovi provvedimenti. Una decisione che, nella neonata Inter di Marotta, somiglia molto allo “sgabello” di Bonucci a Porto nel 2017. Secondo la Gazzetta dello Sport, la miccia sarebbe esplosa definitivamente dopo venti minuti di ritardo all’allenamento post Chievo. L’ennesima insubordinazione che segue una riunione tecnica saltata, di allenamenti effettuati non al top e di un comportamento non consono alla festa di Natale. Non sarebbe addirittura esclusa la cessione nel mercato di gennaio.


E così quel Nicolò Zaniolo, semisconosciuto ai più, entrato nell’operazione Nainggolan a giugno sta diventando il vero affare per la Roma. Centrocampista poliedrico, classe 1999 e originario di Massa, lo scorso anno ha trascinato la primavera dell’Inter allo scudetto con 13 gol. Mezz’ala, trequartista, all’occorrenza anche seconda punta o falso nueve. La poliedricità di Zaniolo è uno dei suoi punti di forza, assieme a un’esuberanza fisica non indifferente. Qualità che gli hanno permesso di emergere nella stagione poco fortunata della Roma finora. Non è un caso che Di Francesco l’abbia fatto esordire direttamente al Bernabeu a settembre contro il Real. Classe, carattere e muscoli. Zaniolo ha ben presto fatto dimenticare il ribelle Nainggolan alla Roma giallorossa. All’Inter si medita su uno scambio che, fino a oggi, è stato meno vantaggioso di quanto si pensasse.