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Vincenzo Pastore

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Sembra Holly e Benji, ma è accaduto davvero in Champions League. Marcelo Brozovic, nel secondo tempo di Barcellona Inter, ha escogitato qualcosa di geniale per fermare la punizione blaugrana. Non c’era Messi, infortunato nella gara di Liga con il Siviglia, ma il pericolo era comunque grosso. Sulla palla il pistolero Luis Suarez, che calciato la palla rasoterra. Il centrocampista croato, posizionato dietro la barriera, si è lanciato in scivolata nello stesso momento del tiro. Il pallone è stato intercettato proprio dalla schiena di Brozovic, sventando così un’occasione per i padroni di casa. Poco male per la squadra di Valverde, che ha poi raddoppiato con Jordi Alba chiudendo il match 2-0.

 

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Ecco a voi la mossa del coccodrillo 🐊 #epicbrozo 🤔

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Il gesto dell’interista, diventato subito virale, resta comunque pittoresco anche se ha avuto nella storia i suoi emuli. Ecco i casi più particolari.

Il rigore di seconda – Sempre al Camp Nou, il 14 febbraio 2016, Messi e Suarez hanno sperimentato con successo il rigore di seconda contro il Celta Vigo. Questo tipo di gesto non è vietato dal regolamento ma resta comunque rischioso se non calciato bene.

Il precedente più famoso è Ajax Helmond Sport del 1982. Il penalty è passato alla storia perché si è trattato di un vero proprio triangolo tra Johan Cruyff e Jesper Olsen.

Attenzione perché la scelta di battere in questo modo un calcio di rigore può anche essere eseguito male. Chiedere a Pires e a Henry. Durante Arsenal Manchester City del 2005 il duo dei Gunners fu protagonista di una scena comica che non fece onore al loro talento.

Lo scorpione Higuita – La prodezza più curiosa su un campo di calcio è probabilmente la mossa dello scorpione del portiere colombiano. René Higuita, che in carriera realizzò anche 45 gol, preferiva parare con i piedi piuttosto con le mani. Ma il suo modo di intercettare i palloni era assolutamente fuori dal comune.

Cuauhtémoc Blanco – Stringere il pallone tra i piedi, saltare e lasciare al palo gli avversari. La trovata bizzarra era del messicano Blanco che brevettò la cosiddetta cuauhtemiña.

La buca di Maspero – 14 ottobre 2001, stadio Delle Alpi di Torino, derby tra Juventus e granata. Bianconeri avanti 3-0 nel primo tempo, prima di subire la clamorosa rimonta del Toro fino al 3-3. All’89’ la Juve ha la possibilità di vincere la partita con un rigore. Prima della battuta di Salas, Maspero si avvicina al dischetto e inizia a scavare una piccola buca. Il cileno non si accorge di niente e, forse anche a causa di quella zolla, calcia alto il rigore della possibile vittoria.

I calci piazzati del Catania – Le punizioni e i calci da fermo del Catania di Walter Zenga (2008-2009) sono diventati un must della categoria “stranezze del calcio”. Tutto merito di Gianni Vio, assistente del tecnico, pioniere della cosiddetta “confusione organizzata”. Secondo Vio, solo su calcio d’angolo, esistono 4830 soluzioni. Una delle varianti prevede anche il pantaloncino abbassato per distrarre il portiere.

 

José Mourinho ama attirare l’attenzione su di sé. Sia quando vince sia, soprattutto, quando le sue squadre vanno male. Il suo Manchester United non è in un gran momento. Decimo in campionato, falcidiato dalle assenze (Fellaini, Lingard, Sanchez), ha perso male in casa contro la Juventus in Champions League più di quanto non abbia detto il risultato finale (0-1). Così, all’89’ del match di Old Trafford contro i bianconeri, ha deciso di fare uno dei suoi soliti show. Dopo aver involontariamente (?) disturbato Bernardeschi sulla linea laterale del campo, Mourinho è stato bersagliato dai cori di scherno dei tifosi juventini.  Mou, come è noto, non è uno troppo diplomatico o politically correct. Ha risposto a quegli insulti alzando le tre dita in segno di sfottò. Il messaggio, non troppo velato, si riferiva al Triplete centrato dall’Inter nel 2010. Scena fotocopia ripetutasi qualche giorno fa a Stamford Bridge. Il pareggio in extremis di Barkley ha reso burrascoso il finale di partita. I supporter del Chelsea non amano più molto il loro vecchio trascinatore e hanno iniziato a deriderlo. Mourinho ha nuovamente alzato le tre dita, ricordando le tre Premier vinte con i Bleus.


Allenatori che perdono la pazienza con i tifosi. Il tecnico di Setubal non è solo in questa speciale classifica.

Harry Redknapp – Oggi ha 71 anni, è un tecnico di lungo corso nel calcio inglese sulle panchine, tra le altre, di Bournemouth, Southampton, Tottenham, Portsmouth, QPR Rangers e una parentesi da ct della Giordania. Nel 1994 Redknapp allenava il West Ham e fu protagonista di una storia a metà tra realtà e leggenda. In quell’estate, durante un’amichevole tra gli Hammers e l’Oxford United, il manager ebbe un siparietto con un tifoso piuttosto critico verso il suo West Ham e in particolare con l’attaccante Lee Chapman. Sfortuna volle che quest’ultimo si infortunasse. Allora Redknapp, stufo di quanto stava sentendo dalle tribune, si rivolse alle sue spalle, individuando quel rompiscatole di supporter. Si chiamava Steve Davies. «Ehi tu, che parli tanto, sei bravo a giocare quanto a parlare? Sapresti fare meglio di Chapman?». Davies non si tirò indietro, prese la maglia numero 3 dal magazziniere, indossò gli scarpini e realizzò il sogno di ogni tifoso. Entrare in campo con la propria squadre del cuore. Ma chi è quel giocatore, si chiedevano giocatori e spettatori. «Come non lo conoscete? Non lo avete visto ai Mondiali? E’ Tittyshev, il bulgaro», esclamò divertito Redknapp. E Steve Davies detto Tittyshev fu annunciato dallo speaker ed entrò in campo. La leggenda narra che segnò addirittura un gol, poi annullato per fuorigioco. D’altra parte aveva giocato a Usa ’94, vero Harry?

Redknapp rimbrotta il tifoso critico, prima di invitarlo a scendere in campo

Cesare Maldini – Il 27 giugno 1998 la Nazionale italiana disputa gli ottavi di finale di Francia ’98 al Velodrome di Marsiglia contro la Norvegia. E’ l’Italia vicecampione del mondo a Usa ’94, con Pagliuca e Maldini, Costacurta e Albertini, Di Biagio e Dino Baggio, Del Piero e Vieri. Proprio Bobo sblocca la partita al 18’, cui segue la memorabile esultanza uno di fronte all’altro con Pinturicchio. Del Piero, reduce dall’infortunio muscolare in finale di Champions contro il Real Madrid, non è al meglio. Il ct Cesare Maldini ha Roberto Baggio in panchina, ma non lo fa entrare. I tifosi dietro la panchina iniziano a protestare, chiedono l’ingresso in campo del Divin Codino. Maldini padre lascia perdere per un attimo la partita nel secondo tempo e si mette a battibeccare con chi invocava la sostituzione con Baggio. Quasi per ripicca Del Piero esce, ma viene sostituito da Enrico Chiesa. Così imparate a discutere delle mie scelte, è il messaggio che viene recapitato da Cesare Maldini ai 60 milioni di commissari tecnici in Italia.

Carlo Mazzone – E’ probabilmente l’episodio più famoso di questa classifica. Quello che ha reso immortale il Sor Carletto da Trastevere. 30 settembre 2001, stadio “Rigamonti” di Brescia. C’è il derby, sentitissimo, tra le Rondinelle e l’Atalanta. Dopo il vantaggio di Roberto Baggio, gli orobici capovolgono la situazione con Sala, Doni e Comandini. A 15 minuti dalla fine gli ospiti sono avanti 3-1. Carlo Mazzone ha 64 anni, siede sulla panchina del Brescia dopo gli anni, tra le altre, di Ascoli e Roma. Dalla curva ospite inizia a sentire cori beceri che proprio non si aspettava. Ancora Baggio accorcia le distanze, 2-3 al 75’. Mazzone confida al suo storico vice, Leonardo Menichini: «Se famo er tre pari vado sotto a curva». E il pareggio arriva, a tempo scaduto con la tripletta del fuoriclasse con il codino. Carletto a quel punto si lancia in una corsa sfrenata verso il settore atalantino, Menichini non riesce a fermarlo. Quando torna a centrocampo esclama all’arbitro Pierluigi Collina: «Buttame fuori, me lo merito».

La corsa di Carlo Mazzone verso il settore dell’Atalanta

Roberto Mancini – I precedenti che riguardano l’attuale tecnico della Nazionale sono diversi, complice il suo carattere fumantino. Il primo episodio è datato 9 gennaio 2005. A San Siro l’Inter del Mancio ospita la Sampdoria di Novellino. Gli ospiti fanno un gran match e vanno avanti 2-0 con Tonetto e Kutuzov. Il Meazza mormora, bersaglio delle critiche è l’allenatore, staccato in classifica da Juve e Milan e affetto dalla pareggite, con 12 pari nelle prime 16 partite. Ma dall’86’ i nerazzurri mettono a segno una clamorosa rimonta in pochi minuti. Martins, Vieri e il gol nel recupero di Recoba firmano un’impresa memorabile. Al gol dell’uruguaiano, Mancini si gira verso la tribuna facendo esplodere tutta la sua rabbia verso chi l’aveva contestato anzitempo. Nel 2016, in occasione del derby contro il Milan perso per 3-0, Mancini viene espulso e quando esce dal campo mostra il dito medio ai tifosi rossoneri. La sua serata da incubo continua con la lite in diretta tv negli studi Premium con Mikaela Calcagno. Infine, lo scorso marzo, sulla panchina dello Zenit San Pietroburgo, il Roberto furioso se la prende su instagram su un tifoso che l’aveva insultato dopo il pareggio con il Rostov, invitandolo andare a quel Paese. Mancini gli replicava riferendosi, poco garbatamente, alla sorella del sostenitore russo.

Il dito medio di Mancini ai tifosi del Milan dopo un derby

Maurizio Sarri – Infine l’ex tecnico del Napoli, oggi al Chelsea, è stato al centro delle polemiche prima del match scudetto Juve Napoli dello scorso aprile. L’arrivo del pullman partenopeo all’Allianz Stadium è accolto, come purtroppo capita spesso, da insulti ripetuti alla squadra e alla città campana. Sarri non ci sta e mostra il dito medio ai tifosi che erano ai lati del bus. Dopo la partita, vinta per 1-0 con gol di Koulibaly al 90’, l’allenatore toscano rincara la dose:

Sarei anche sceso dal pullman perchè se uno mi sputa e mi insulta perchè napoletano, parola usata come un insulto, meritava che scendessi dal pullman

Il dito medio di Maurizio Sarri ai tifosi della Juventus

E ora l’Europa. Massimiliano Allegri lo sa bene. Sa qual è l’ossessione mai ammessa che gravita nell’orbita Juventus. Sa che quella Coppa è il trofeo maledetto in casa bianconera per la storia che si porta dietro. Sa che il dominio in Italia non basta più. Così il tecnico livornese ha iniziato a forgiare una mentalità nuova, in cui la Champions è un obiettivo, non un tabù. E’ stato aiutato dall’organico messogli a disposizione, inevitabilmente. Ma la sua campagna europea, con l’ultimo convincente sigillo ieri a Old Trafford, sta mettendo le proprie bandierine sui campi più importanti del continente. Da Dortmund a Manchester. In attesa del Wanda Metropolitano il 1° giugno 2019.


Stagione 2014 – 2015. Allegri lo ripete sempre. «Quando sono arrivato a Torino, si aveva addirittura paura di non passare il girone». Lui, che al Milan e poi anche alla Juve ha sempre centrato la qualificazione alla fase diretta, come sempre non si scompone. La sua prima stagione juventina in Champions è memorabile. Eredita una squadra fortissima in Italia, ma fragile fuori. Conte preferiva i 102 punti alla finale di Europa League allo Stadium. Per Max conta vincere dappertutto, anche solo con un punto in più. Perde in casa dell’Atletico ai gironi, ma compie la prima impresa al Signal Iduna Park di Dortmund agli ottavi di finale. 0-3 con doppietta di Tevez e Morata. Solo il Barcellona nella finale di Berlino impedirà la consacrazione europea al primo anno.

Stagione 2015 – 2016. Si parte col botto. Colpo all’Etihad Stadium del Manchester City. Mandzukic e Morata ribaltano lo svantaggio (1-2). La fatale sconfitta di Siviglia regala alla Juve il Bayern Monaco agli ottavi. Pari in rimonta a Torino (2-2), a Monaco partita perfetta fino all’89’, quando Thomas Müller trova il pari che porta le squadre ai supplementari. Di lì in poi la Juve crollerà, ma maturerà la consapevolezza di essere tornata grande anche in Europa.

Stagione 2016 – 2017. I botti estivi con Pjanic e Higuain consegnano ad Allegri una squadra pronta per il blitz finale. La Juve ha imparato la lezione tedesca dell’anno precedente. Vince al Parc Ol di Lione, in 10 contro 11 per l’espulsione di Lemina. Ci pensano super Cuadrado e Buffon che para un rigore a Lacazette. Il bis è al Sánchez-Pizjuán di Siviglia (1-3).  Si ripete agli ottavi all’Estadio Do Dragao di Porto con rete di Pjaca. Il capolavoro casalingo con il Barcellona ai quarti (3-0) è replicato con una magistrale partita difensiva al Camp Nou (0-0). In semifinale nuovo colpo esterno al Louis II di Montecarlo con la doppietta di Higuain (0-2). La sindrome da finale, però, colpisce ancora e i bianconeri sprofondano a Cardiff contro il Real Madrid (1-4).

Stagione 2017 – 2018. Allegri parte col piede sbagliato, 0-3 a Barcellona, ma siamo solo ai gironi. Secondo posto nel gruppo con i blaugrana e ottavi di finale col Tottenham. Allo Stadium la Juve crea e disfa, subendo la rimonta di Kane ed Eriksen (2-2). A Wembley Max scrive una nuova pagina di storia. Qualificazione ottenuta con Higuain e Dybala che ribaltano il vantaggio di Son. L’andata dei quarti a Torino contro il Real è da incubo. 0-3 con la rovesciata memorabile del futuro bianconero CR7. Al Santiago Bernabeu serve un miracolo, ci credono pochi, Allegri tantissimo. Al 90’ la Juve è avanti 0-3 con la doppietta di Mandzukic e Matuidi, mai nessuno aveva vinto a Madrid con 3 gol di scarto in Europa. Ci pensa ancora Ronaldo al 93’ a spegnere i sogni bianconeri, ma il rigore fischiato da Oliver non cancella l’impresa del tecnico livornese.

Stagione in corso. Sono solo gironi, la vera Champions inizia a febbraio. Verissimo, ma intanto Allegri ha già conquistato il Mestalla di Valencia (0-2 in 10 con il rosso a Cristiano) e soprattutto, ha dominato a Old Trafford. Padrone del gioco per gran parte del match, Max può essere soddisfatto. Ma la strada è ancora lunga, ci sono nuove bandierine da piazzare sulla cartina con il Wanda Metropolitano nel mirino.

Cristiano Ronaldo torna a casa. Nel tempio di Old Trafford in cui è arrivato come una promessa ed è andato via da fuoriclasse. Manchester United Juventus, in programma alle 21 per il gruppo H di Champions League, è la partita di CR7. Con la maglia dei red devils il portoghese ha giocato dal 2003 al 2009, con 292 presenze e 118 gol. In quelle sei stagioni Cristiano vince praticamente tutto consacrandosi come uno dei grandi calciatori della storia dello United. Tre Premier League, una Champions, un Mondiale per club, due Coppe di Lega e una Fa Cup. Il primo Pallone d’Oro lo vince nel 2008 quando gioca in Inghilterra. Poi, nel 2009 il passaggio al Real Madrid per 80 milioni di sterline.


Quando viene ingaggiato dal Manchester, Ronaldo ha 18 anni. E’ uno dei giovani emergenti più promettenti sul panorama internazionale. Si è messo in mostra nel suo Sporting Lisbona, facendo l’esordio in Champions nella stagione 2002-2003 contro l’Inter. Il 6 agosto 2003, per l’inaugurazione dello stadio Josè Alvalad di Lisbona, i biancoverdi dello Sporting incontrano in amichevole lo United. Tra i padroni di casa c’è un giovanissimo Cristiano, con i brufoli in viso e i capelli ossigenati. Sir Alex Ferguson, che attraverso i suoi collaboratori aveva già fatto visionare il portoghese, non ha più dubbi osservandolo dal vivo. In quella partita l’asso portoghese fa letteralmente impazzire il difensore irlandese John O’Shea. Una settimana dopo, per 18 milioni di euro, Ronaldo firma con i Red Devils e viene presentato a Old Trafford assieme al brasiliano Kleberson.

La presentazione con Kleberson e Sir Alex Ferguson

All’arrivo in Inghilterra è solo Cristiano. Vuole mantenere la maglia numero 28 già indossata in Portogallo per non sentire il peso della numero “7”. Quella era stata di George Bests, Steve Coppell, Bryan Robson e David Beckham, passato proprio in quell’estate al Real Madrid. Diventerà anche la sua maglia che lo consacrerà come CR7.

L’esordio è datato 16 agosto, mezz’ora contro il Bolton. Segna il primo gol il 1° novembre 2003 al Portsmouth su punizione, dopo un periodo di adattamento al calcio inglese. La prima stagione è di crescita, 29 presenze in campionato e 4 gol, tra cui il primo nella vittoria in finale di FA CUP ai danni del Milwall. Ma in quel periodo Cristiano è ancora un esterno, un’ala vecchio stampo, non ancora un centravanti di razza come poi diventerà. Nelle stagioni successive il portoghese esplode. Segna il primo gol in Champions contro il Debrecen nei preliminari, contribuisce alle tre Premier di fila vinte dalla squadra di Ferguson assieme a Giggs, Scholes e Rooney. Nella stagione 2007 2008 segna 42 gol in 49 partite, di cui 31 in campionato che gli permettono di vincere il titolo di capocannoniere.

L’8 giugno 2008 è la data cerchiata in rosso nel calendario della sua vita. Allo stadio Lužniki di Mosca Manchester United e Chelsea si contendono la Champions League. CR7 sblocca il match al 26’ con un colpo di testa (Ronaldo, tra i tanti record, è l’unico giocatore ad aver segnato in tre finali di Champions). Pareggia al 45’ Frank Lampard. L’equilibrio regna fino ai calci di rigore. Sul 2-2 si presenta Cristiano dal dischetto. Il suo tiro è parato da Cech. Il mondo potrebbe crollargli addosso, ma il fuoriclasse ha con sé una buona dose di fortuna oltre che un grande talento. Il penalty decisivo per la vittoria del Chelsea è fallito da John Terry, che scivola sul dischetto. Van De Sar respinge il rigore di Anelka, il Manchester United è campione d’Europa, Cristiano vince la sua prima di 5 Champions League.

Un anno dopo lascerà Old Trafford per il Real Madrid, dopo la finale di Roma persa con il Barcellona di Messi. Da allora la maglia numero 7 dei red devils è diventata una maledizione. L’hanno indossata Owen, Valencia, Di Maria, Depay e Sanchez. 34 reti in nove stagioni, il confronto con i 118 gol di Cristiano Ronaldo è impietoso.  Nel 2013 il campione  di Funchal era tornato per la prima volta da avversario, quando il suo Real si qualificò ai quarti di Champions vincendo 2-1 a Old Trafford.  Il gol decisivo fu segnato proprio dal figliol prodigo CR7.

Uno striscione esposto durante Manchester Real del 2013

 

All’ombra della Lanterna sta ritrovando se stesso dopo la delusione di Roma. Gregoire Defrel affronta questa sera il suo passato neroverde, ma oggi la sua testa è solo blucerchiata. La nona giornata di campionato si conclude con il Monday night” dello stadio “Marassi” di Genova tra Sampdoria e Sassuolo. I blucerchiati di Marco Giampaolo hanno la possibilità di accorciare dai piani altissimi della classifica, portandosi con una vittoria a ridosso dalla Lazio. Gli emiliani di Roberto De Zerbi, dopo un avvio scintillante, sono reduci da due sconfitte consecutive (Milan e Napoli) e non vincono dal 27 settembre a Ferrara contro la Spal.

L’attaccante francese ritrova il “suo” Sassuolo, squadra in cui è esploso e in cui ha militato per due stagioni. Dal 2015 al 2017 Defrel ha disputato 73 partite a Reggio Emilia segnando 23 gol. Una consacrazione dopo la gavetta passata tra Parma, dove aveva iniziato nelle giovanili, Foggia e Cesena. Il calciatore, oggi 27 anni, lo scorso anno ha seguito il suo mentore Eusebio Di Francesco approdato alla Roma. Le cose però non sono andate come il centravanti immaginava. Venti partite, una sola rete e la sensazione di non essere quel talento esploso al Mapei Stadium.

Defrel quando giocava a Sassuolo

A Genova, dove è approdato in prestito, Defrel sembra rinato. Assieme a Quagliarella e Caprari sta facendo sognare i tifosi della gradinata Sud. Finora ha segnato 5 gol, con la doppietta nel 3-0 al Napoli a impreziosire il suo cammino. Gregoire sa come far male alla sua ex squadra, visto che ha segnato al Sassuolo quando era a Cesena nel maggio 2015. Ora ritrova i neroverdi e, come dichiarato al Secolo XIX, se dovesse segnare non esulterebbe:

Sono stato là due anni. Tanti bei ricordi, ho fatto vedere buone cose, siamo arrivati in Europa. Però penso alla Samp. Voglio vincere questa partita e se segnerò, non esulterò per rispetto alla mia ex squadra. (…) . Con la Roma non è stato facile, ho avuto tanti problemi. Era fondamentale non sbagliare la scelta successiva e la Samp è stata quella giusta. Mi sento bene, ma non sono ancora al cento per cento

 

 

Chelsea Manchester United non è mai una partita come le altre. La rivalità storica tra le due squadre di alta classifica si è accentuata dopo l’approdo di Jose Mourinho sulla panchina dei Red Devils. L’ex tecnico dei Bleus a Londra ha vinto tre Premier League, ma non è più troppo amato a Stamford Bridge. Prima le polemiche con Antonio Conte, quando l’allenatore italiano allenava Hazard e compagni. Poi il finale burrascoso dopo il pareggio in extremis della squadra di Maurizio Sarri nel match dell’ultimo turno di Premier.

Dopo il gol nel primo tempo di Antonio Rüdiger, il Manchester aveva ribaltato il match con una doppietta di Anthony Martial nella ripresa. Al 96’ ci ha pensato Ross Barkley in mischia a regalare un punto prezioso al Chelsea. Proprio dopo il gol del centrocampista di casa si è scatenata una rissa dalle parti della panchina di Mourinho. Un assistente di Maurizio Sarri, Marco Ianni, si è lasciato andare un’esultanza di troppo proprio davanti allo Special One che non ha gradito. Si è così scatenata una rissa furibonda che è stata sedata solo grazie all’intervento degli uomini della sicurezza e dei componenti delle rispettive panchine.

Negli spogliatoi Mou ha poi così commentato:

Sono stato insultato da Ianni e non mi ha fatto piacere. Sarri è stato il primo a venire da me e dirmi che avrebbe risolto il problema: Maurizio mi ha portato nel suo ufficio per scusarsi e ha portato pure il suo assistente affinché si scusasse pure lui. Le ho accettate e non c’è altro da dire

Maurizio Sarri, dal canto suo, ha ammesso l’errore del suo collaboratore:

Sinceramente, non ho visto quello che è successo, ma ho parlato con José e naturalmente ho parlato con il mio staff perché credo fossimo dalla parte del torto. E quindi l’ho affrontato immediatamente in privato

Non bastasse il pareggio beffa e la rissa finale, Mou ha concluso il suo pomeriggio a Stamford Bridge con i fischi e gli insulti dei suoi ex supporter. Il manager portoghese ha rispedito le punzecchiature al mittente indicando con le tre dita il numero di Premier vinte con il Chelsea.

Le tre dita mostrate da Mou ai tifosi del Chelsea

 

Il Real Madrid tre volte campione d’Europa negli ultimi tre anni non esiste più. Il sospetto è diventato certezza dopo la nuova sconfitta patita dai blancos. Al Bernabeu passa il Levante, settimo in classifica, per 2-1. L’avvio dei padroni di casa è da incubo, con Varane in particolare nel pallone. Due suoi errori propiziano il break ospite dopo 13 minuti, vani sono i tentativi di rimonta del Real che per 3 volte si infrangono sui legni. Il gol di Marcelo al 72’ serve solo a interrompere un digiuno di gol che durava da quattro partite e da otto ore in totale. Il Real non vince da un mese, il 22 settembre contro l’Espanyol. Poi tre ko (Siviglia, Alaves e Levante) e uno scialbo 0-0 interno nel derby contro l’Atletico.

In Champions le cose non vanno meglio. Nel girone G la squadra di Lopetegui ha vinto la prima partita 3-0 contro la Roma per poi soccombere 0-1 a Mosca contro il Cska. Il primo obiettivo stagionale, la Supercoppa europea, è stato fallito ad agosto con la sconfitta 2-4 contro i cugini dei colchoneros. In attesa che si completi la giornata di campionato (con, tra le altre, Barcellona Siviglia), il Madrid è quinto in classifica con 14 punti, a 3 lunghezze di distanza dalla sorprendente capolista Alaves.

La stagione era iniziata con il ko in Supercoppa Europea contro l’Atletico Madrid

La panchina di Julen Lopetegui traballa sempre di più. L’ex ct della Spagna, dopo l’addio burrascoso alle furie rosse a pochi da Russia 2018, non è riuscito finora a rigenerare una squadra che appare sazia. L’addio di Cristiano Ronaldo, non adeguatamente rimpiazzato, ha inevitabilmente indebolito una squadra che tre anni dettava legge in Europa e nel mondo con Zidane. Il nuovo numero 7, Mariano Diaz, non sembra all’altezza di un’eredità pesante come quella di CR7. L’ombra di Antonio Conte aleggia sempre di più sul Santiago Bernabeu. La speranza di Lopetegui è che la gara di martedì prossimo contro il Viktoria Plzen in Champions League possa dare la sterzata alla stagione. Tra una settimana, al Camp Nou, è già tempo di Clasico contro il Barcellona. Julen Lopetegui non è più sicuro di esserci, il suo destino è nelle mani di Florentino Perez.

La panchina di Lopetegui è a rischio

È la sua partita, salirà per la prima volta le scale dell’Allianz Stadium e magari penserà che sarebbe potuta andare diversamente. Mimmo Criscito, capitano del Genoa, affronta alle 18 la Juventus, la squadra che l’ha sedotto portandolo in Primavera nel 2004 per poi abbandonarlo qualche anno più tardi. Oggi difende i colori rossoblù, con il ritorno in panchina di Ivan Juric dopo l’esonero a sorpresa di Davide Ballardini. Il difensore genoano si è confidato in un’intervista al Corriere di Torino:

Dopo sette anni all’estero, nello Zenit San Pietroburgo, per me sarà un piacere ritrovare tanti calciatori e dirigenti con cui sono rimasto in contatto. Affrontare i sette volte campioni d’Italia, poi, sarà molto affascinante. Per non perdere servirà un mezzo miracolo

La carriera di Criscito ha avuto un bivio il 23 settembre 2007. Il terzino classe ’86, originario di Cercola, ha ancora 20 anni. Ha già iniziato il suo balletto tra Genova e Torino, con la Juve di Capello guadagna anche una convocazione in Champions League. Poi nel 2006 torna sotto la Lanterna agli ordini di Gasperini in B. Una stagione da protagonista, in cui affronta anche i bianconeri post Calciopoli. La Juventus lo richiama nell’anno del suo ritorno in A, in panchina c’è Claudio Ranieri. Nelle prime tre giornate di campionato, con due vittorie e una sconfitta, Criscito è titolare fisso. In difesa, accanto a lui, ci sono Chiellini, Jorge Andrade, Birindelli e Zebina. Ma è l’attuale capitano della Juve a fare il terzino, il difensore centrale è il giovane Domenico.

Si va a Roma, quarta giornata. I giallorossi, allenati da Spalletti, giocano con Totti falso nueve circondato da Perrotta, Mancini e Taddei. Il pomeriggio di Criscito è da incubo. Il pupone segna una doppietta nel primo tempo dopo il vantaggio di Trezeguet. Su entrambi i gol il centrale bianconero (in maglia blu) è colpevolmente in ritardo. A complicare i piani di Ranieri c’è il gravissimo infortunio di Jorge Andrade che, in sostanza, chiude la sua esperienza juventina. Ma quel pomeriggio anche la carriera bianconera di Criscito svolta verso un punto di non ritorno. A fine primo tempo Ranieri lo sostituisce con Legrottaglie. La Juve pareggia in extremis 2-2 con gol di Iaquinta su rimessa laterale di Chiellini. Proprio quest’ultimo, dopo questa partita, inizierà a giocare più al centro e meno sulla fascia, come invece aveva iniziato nelle giovanili.

Dopo qualche mese, a gennaio Mimmo torna nella sua Genova. Tornerà quello di una volta, come terzino sinistro nel Genoa di Gasperini. Nel 2011 la chiamata a San Pietroburgo con lo Zenit, dove ritroverà proprio Spalletti che in quel settembre 2007 allenava la Roma. Resta in Russia per 7 anni, l’ultima da capitano, poi la scorsa estate il figliol prodigo torna in rossoblù. Anche qui capitano, ma all’Allianz Stadium poteva andare diversamente. Forse non incrocerà a inizio gara Chiellini, che dovrebbe andare in panchina nel turnover voluto da Allegri. Ma non c’è dubbio che Mimmo Criscito, salendo quelle scale, penserà a quello che poteva essere e non è stato. Nessun rimpianto, il Genoa è diventato la sua Juventus.

Mimmo Criscito, oggi capitano del Genoa

 

Non ci sono solo le ragazze del volley a portare in alto il tricolore in questi giorni. Alle Olimpiadi giovanili di Buenos Aires l’Italia chiude con un record di medaglie. In totale sono 41, 34 sono arrivate singolarmente e 7 in team internazionali. Quinto posto nel medagliere con 11 ori, 10 argenti e 13 bronzi. A questo bottino di risultati vanno aggiunti 5 ori e 2 argenti vinti con i team internazionali.

Numeri da primato come mai era successo finora nei precedenti Giochi Olimpici Giovanili (nella precedente edizione di Nanchino ci eravamo fermati a 27 centri). Quella svoltasi in Argentina è stata la III edizione di una manifestazione nata nel 2007 e rivolta ai ragazzi tra i 13 e i 18 anni. Per l’Italia è stato un po’ come giocare in casa visto che dalle parti di Buenos Aires ci sono oltre 500mila italiani emigrati mentre quasi il 20% della popolazione argentina ha origine italiane.

Sono stati 83 gli atleti azzurri in gara, il numero più alto di sportivi italiani nella storia di queste Olimpiadi. L’ultimo sigillo è arrivato dal pugilato con il trionfo di Martina La Piana che ha sconfitto 5-0 in finale la nigeriana Gbadamosi per la categoria 51 kg.

La delegazione azzurra ha i volti di Davide Di Veroli, portabandiera nella cerimonia di apertura e vincitore nella spada individuale e nel team misto continentale. Di Giorgia Villa, portabandiera nella cerimonia di apertura, che si porta a casa ben 3 ori (concorso generale, volteggio e corpo libero) e un argento (parallele asimmetriche) nella ginnastica artistica.

Davide Di Veroli

C’è poi il recordman di medaglie Thomas Ceccon con 5 medaglie: oro nei 50sl, argento nei 50 dorso e 200 misti, bronzo nei 100 dorso e nella 4×100 stile libero.

Il medagliere è stato vinto dalla Russia con 59 ori a livello individuale, poi Cina, Giappone, Ungheria e Italia. Gli Azzurri precedono alcune potenze sportive come Usa, Francia, Brasile e i padroni di casa dell’Argentina. L’edizione sudamericana, dal 6 al 18 ottobre, passerà alla storia come la prima a garantire la parità di genere tra gli atleti e per le sue cerimonie all’aperto. Quella di apertura si è tenuta all’Obelisco di Baires, quella di chiusura nel Villaggio olimpico. La prossima edizione si svolgerà nel 2022 per la prima volta in Africa, a Dakar in Senegal.

Un momento della cerimonia di apertura

 

Sheffield è una città inglese del South Yorkshire a forte connotazione industriale. La produzione dell’acciaio è uno dei tratti caratteristici di un centro urbano con 552.000 abitanti. Per gli appassionati di calcio è la sede di diversi club, tra i più antichi al mondo. Lo Sheffield Football Club, la prima squadra di football a essere fondata, nel 1857; oggi è sprofondato nell’ottava divisione inglese. L’Hallam Football Club, nato nel 1860, milita attualmente nella nona serie, la Northern Counties East Football League Premier Division. Maggiori fortune hanno avuto lo Sheffield Wednesday (fondata nel 1867) e lo Sheffield United (1889), entrambe protagoniste in Championship, la serie b inglese.

Lo Sheffield Wednesday, in particolare, è una delle squadre più antiche al mondo, eppure è conosciuta soprattutto per quel nome particolare. Originariamente nacque come società di cricket, The Wednesday Cricket Club, nel 1820. Anni dopo fu fondata la squadra di calcio. Così, i mercoledì estivi erano dedicati al cricket, quelli invernali al football. Una calendarizzazione settimanale mantenuta ancora oggi.

Un rigore di Fernando Forestieri, ex Genoa, oggi allo Wednesday

Lo Wednesday milita oggi nella seconda serie inglese, la Championship ed è impegnato questa sera in casa nel match contro il Middlesbrough. Due nobili decadute del calcio britannico. Gli Owls, i gufi dello Sheffield, non partecipano alla Premier League dal 2000. L’assenza del Boro dalla massima categoria è più recente, dal 2017.

La gara è uno scontro diretto per i quartieri alti della Championship. Lo Wednesday è sesto a 19 punti, a 6 punti dai cugini dello United primi in classifica. Poco più su c’è il Middlesbrough, quarto a 22 punti.

Non si fanno sconti durante lo Steel City Derby

Il derby tra gli Owls, biancoblu e i Blades, le lame, biancorossi, è uno dei grandi classici del calcio di Sua Maestà. È lo Steel City derby, in programma il 9 novembre con l’andata in casa dello United, a Bramall Lane, lo stadio più antico del mondo. Il ritorno sarà il 2 marzo a Hillsborough, il teatro dei Gufi dello Wednesday, tristemente noto per la strage del 1989 con 96 vittime durante la semifinale di FA Cup tra Nottingham Forest e Liverpool. La rivalità tra i due Sheffield è talmente forte che, alla fine degli anni Novanta, i rispettivi supporter hanno rifiutato qualsiasi ipotesi di fusione tra le due squadre.