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Vincenzo Pastore

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Cosa è successo giovedì 21 giugno

Argentina quasi fuori, Francia e Croazia agli ottavi. A una settimana dall’inizio di Russia 2018, il campionato del mondo inizia a emettere i primi pesanti verdetti. Il 21 giugno 2018 entra di diritto nella storia dell’Albiceleste con una delle peggiori disfatte della Nazionale ai Mondiali. Sampaoli ha un piede e mezzo nel baratro, assieme al fantasma di Messi, il fratello gemello di quello ammirato al Camp Nou.

La Francia, solida e poco incline allo spettacolo, liquida il Perù con Mbappe e si giocherà il primo posto del girone con la Danimarca, che impatta 1-1 contro una bella Australia. I sudamericani sono eliminati, a breve potrebbero ritrovarsi anche l’Argentina sullo stesso aereo di ritorno a casa.

Gruppo C, Samara Arena: Danimarca Australia 1-1 (7’ Eriksen, 38’ Jedinak rig)

Sembra tutto facile per i danesi con il bel gol di Eriksen dopo pochi minuti che suggella un ottimo inizio di match. Il ct Hareide inizia a pregustare il pass agli ottavi, strappato con un turno d’anticipo, ma sottovaluta l’orgoglio e la qualità degli oceanici. Reazione copia incolla rispetto alla prima giornata con la Francia: Var e rigore dejà vu già ottenuto con i transalpini, con il braccio di Poulsen (decisivo col Perù) simile a quello (folle) di Umtiti. Dagli 11 metri Jedinak non si lascia intimidire dalle provocazioni di Schmeichel jr, al contrario di quanto fatto dal peruviano Cueva: per il barbuto centrocampista dell’Aston Villa è il secondo gol dal dischetto a Russia 2018 e il quinto consecutivo con la sua Nazionale. Nella ripresa gli uomini di van Marwijk confermano organizzazione e intraprendenza, ma peccano nella finalizzazione: il pari non accontenta (ma neanche scontenta) nessuno, verdetti rimandati all’ultima giornata in un equilibratissimo girone C.

Gruppo C, Ekaterinburg Arena: Francia Perù 1-0 (34’ Mbappe)

La Francia vince, ma continua a non convincere. Massimo risultato col minimo sforzo per gli uomini di Deschamps, che conquistano la qualificazione agli ottavi e si giocheranno il primo posto del girone nella gara contro la Danimarca. Il Perù è matematicamente eliminato, non senza rimpianti. La prestazione dei Bleus è ancora una volta opaca dopo gli scricchiolii già manifestati contro l’Australia: buon avvio con Griezmann e Mbappe, il gol vittoria è proprio dell’attaccante del Psg, che ribadisce in maniera fortunosa in rete un tiro deviato di Giroud. La prova della Francia, in sostanza, termina qui: i transalpini si accontentano e soffrono l’aggressività peruviana nel secondo tempo, con Pedro Aquino che centra l’incrocio dei pali con un tiro dalla distanza. Pogba lancia palloni alla viva il parroco, Mbappè perde tempo durante la sostituzione, il Perù mantiene il possesso palla (56% vs 44%), ma non basta. La squadra di Gareca saluta Russia 2018 con un turno di anticipo, quanto pesa il rigore sbagliato da Cueva sullo 0-0 contro la Danimarca.

Gruppo D, Novgorod Stadium: Argentina Croazia 0-3 (53 Rebic, 80’ Modric, 91’Rakitic)

L’inferno argentino inizia al 53’ con un regalo del portiere Caballero che propizia il gol di Rebic. Ma l’Albiceleste gioca senza idee, è impaurita sin dall’inno nazionale, con le facce spaesate e svuotate dei calciatori biancocelesti. Come avesse un presagio, Messi si tocca il volto mentre la telecamera lo inquadra durante le note dell’inno: il numero 10 è un autentico fantasma del match, specchio di una squadra priva di qualsiasi trama di gioco. La Croazia gioca tranquilla, senza il pathos di vincere a tutti i costi, guidati da due meravigliosi direttori d’orchestra come Modric e Rakitic, non a caso a segno nel fnale. La squadra di Sampaoli crolla con un passivo pesante, a nulla valgono gli ingressi di Dybala e Higuain. Ora vincere contro la Nigeria nell’ultima giornata potrebbe non bastare, mentre i croati festeggiano qualificazione e primato (momentaneo) del girone. Ora sembrano avere la concreta possibilità di far saltare il banco nel torneo iridato.

Cosa aspettarci venerdì 22 giugno

Gruppo E, Saint Petersburg Stadium: Brasile Costarica (h 14, Italia 1)

Sospiro di sollievo per la Seleção dopo l’infortunio alla caviglia subito da Neymar in allenamento: la stella del Psg ha recuperato e sarà regolarmente in campo. La squadra di Tite è chiamata a cancellare l’esordio a due facce contro la Svizzera: bene fino alla prodezza di Coutinho, poi black out e vani assalti finali. Il Brasile non può fallire, anche perché deve già rincorrere la Serbia a quota 3 punti. Ma i centramericani non sono certo la vittima sacrificale: basti ricordare cosa avvenne 4 anni fa, quando i costaricensi sconfissero l’Italia nella seconda giornata (dopo aver già messo sotto l’Uruguay) qualificandosi agli ottavi. Tempi che sembrano lontani, ma Russia 2018 ci sta insegnando che nessuna partita è scontata. Da monitorare la sfida tra portieri: da una parte il madrileno Navas, dall’altra Alisson, a un passo, secondo radiomercato, dalla camiseta blanca.

Probabili formazioni

Brasile (4-2-3-1): Alisson; Danilo, Miranda, Thiago Silva, Marcelo; Paulinho, Casemiro; Willian, Coutinho, Neymar; Gabriel Jesus. All. Tite

Costarica (5-4-1): Keylor Navas; Gamboa, Duarte, Acosta, Gonzalez, Calvo; Bolanos, Borges, Guzman, B. Ruiz; Joel Campbell. All. Oscar Ramirez

Gruppo D, Volgograd Arena: Nigeria Islanda (h 17, Italia 1)

Islanda per confermare l’ottimo inizio contro l’Argentina, Nigeria già all’ultima spiaggia dopo il ko contro la Croazia. Il match di Volgograd è tra le outsider del girone E, con i vichinghi decisi a sovvertire i pronostici della vigilia che assegnavano la qualificazione ad Argentina e Croazia. Il ct degli africani Rohr si gioca il tutto per tutto affidandosi a Obi Mikel, Iwobi e Ighalo davanti, l’obiettivo è dimenticare l’opaca prestazione nel match d’esordio. Gli africani hanno vinto solo una gara nelle ultime 13 disputate ai Mondiali. Hallgrimsson ripropone lo stesso undici che ha fermato Messi e compagni, dopo i quarti conquistati a Euro 2016 e le ottime indicazioni del debutto, l’Islanda non è più una sorpresa ad alti livelli.

Nigeria (4-2-3-1): Uzoho; Shehu, Trost Ekong, Balogun, Idowu; Ndidi, Etebo; Moses, Obi Mikel, Iwobi; Ighalo. CT: Rohr

Islanda (4-4-2): Halldorsson; Magnusson, R.Sigurdsson, Arnason, Saevarsson; Bjarnason, Hallfredsson, Gunnarsson, J.Gudmunsson; G. Sigurdsson, Finnbogason. CT: Hallgrimsson

Gruppo E, Kaliningrad Stadium: Serbia Svizzera, (h 20, Canale 5)

Sulla carta è lo spareggio per la piazza d’onore nel gruppo del Brasile, ma la classifica dopo la prima giornata recita Serbia capolista e Svizzera appaiata ai verdeoro. Per il ct serbo Krstajic l’occasione è ghiotta: una vittoria avvicinerebbe sensibilmente la qualificazione agli ottavi. Kolarov, Milinkovic Savic e Ljajic: le buone sorti della Serbia passano dai piedi talentuosi della serie A. Occhio però alla Svizzera dell’ex tecnico laziale Petkovic: la qualità non è elevatissima, soprattutto davanti, ma l’organizzazione tattica è esemplare, ne sanno qualcosa Neymar e compagni. La corsa di Lichtsteiner e Rodriguez, il talento di Dzemaili e Shaqiri, i muscoli di Behrami: è un match da tripla per gli scommettitori.

Serbia (4-2-3-1): Stojkovic; Ivanovic, Milenkovic, Tosic, Kolarov; Matic, Milivojevic; Tadic, Milinkovic-Savic, Ljajic; Mitrovic. All. Mladen Krstajic

Svizzera (4-2-3-1): Sommer; Lichtsteiner, Schar, Akanji, Ricardo Rodriguez; Xhaka, Behrami; Shaqiri, Dzemaili, Zuber; Seferovic. All. Vladimir Petkovic

Ci pensa Harry Kane a scacciare i fantasmi dell’esordio che aleggiavano sull’Inghilterra dopo aver colpito già Argentina, Germania e Brasile. L’uragano del Tottenham fa respirare Southgate al 91’ consentendo alla Nazionale dei Tre Leoni di superare a fatica la Tunisia (2-1). Svezia e Belgio rispettano i pronostici della vigilia superando Corea del Sud (1-0) e, più agevolmente, Panama (3-0). La vittoria degli scandinavi, in particolare, inguaia la Germania: ora i tedeschi nel girone F non possono più sbagliare.

Cosa è successo oggi

Gruppo F: Svezia Corea del Sud 1-0

E’ il 18 giugno, sono trascorsi 16 anni da Daejeon e da Byron Moreno, poco più di 7 mesi dallo spareggio mondiale perso a San Siro. Svezia Corea del Sud è la partita della rabbia italiana per un curioso scherzo del calendario.

Così, mentre gli azzurri sono alla tv o in vacanza, a Novgorod il match scorre via tra poche emozioni e qualche sbadiglio del primo pomeriggio. Scandinavi a condurre le danze, ma che impattano sulle parate del portiere Hyun-Woo Cho e la mira da rivedere dei suoi cecchini. Serve un calcio di rigore al 65’ concesso, con l’utilizzo del Var, dall’arbitro salvadoregno Aguilar. Il capitano, ed ex genoano, Granqvist trasforma dal dischetto, coreani che rischiano il blitz finale con un colpo di testa al 91’ di Hwang. Svezia in corsa per la qualificazione con Germania e Messico, asiatici che, dopo una sola giornata, sembrano già spacciati.

 

Gruppo G: Belgio Panama 3-0

La favola di Panama dura un’ora circa, dall’ingresso in campo fino al secondo tempo. A Sochi grandi emozioni dei centramericani, al loro primo Mondiale, durante l’inno nazionale, con occhi lucidi per molti giocatori panamensi.

Primo tempo bloccato, spazi chiusi e diavoli rossi che sbattono contro il muro del ct Gomez. Serve il colpo del fuoriclasse e il Belgio può disporne a volontà: prodezza balistica al volo di Mertens al 47’, poi è monologo giallorosso. Hazard e De Bruyne ispirano, Lukaku trafigge per due volte il portiere Penedo (69’ e 75’). Il Belgio non stecca e si candida a un Mondiale da protagonista, il caso Nainggolan è già in soffitta.

 

Gruppo G: Tunisia Inghilterra

Più che dell’invasione pacifica dei supporter inglesi, la Volgograd Arena deve fare i conti con sciami di moscerini che fanno irruzione durante le dirette tv e ronzano attorno ai giocatori in campo durante il match. La doppietta di Harry Kane regala la prima vittoria meritata a Southgate, che ha faticato più del dovuto per sconfiggere la Tunisia. Gran primo tempo degli inglesi, forse il migliore di una big al Mondiale finora: la velocità di Delle Alli e Sterling affonda negli spazi dei nordafricani, con Kane che colpisce subito all’11’. I calciatori di Sua Maestà hanno però il demerito di non chiudere il match, consentendo il ritorno degli uomini del ct Maaloul. Il pari tunisino arriva con un rigore (generoso) trasformato da Sassi al 35’. Secondo tempo all’arrembaggio bianco, Souhgate lancia Rushford, ma deve sudare fino al primo minuto di recupero prima di gioire.

 

 

Cosa aspettarci domani

Gruppo H: Colombia Giappone (ore 14, Italia 1, Mordovia Arena, Saransk)

Le ultime squadre all’esordio a Russia 2018 sono quelle del gruppo H. Colombia e Giappone è in, realtà, un revival di Brasile 2014 quando i cafeteros di Peckerman demolirono la squadra di Zaccheroni per 4-1. Confermato il ct argentino, dopo il mondiale verdeoro concluso ai quarti di finale, la Colombia è alla ricerca dell’equilibrio perduto tra un reparto offensivo ricco di soluzioni (Falcao, Cuadrado, James Rodriguez, Uribe) e una difesa balbettante.

Il Giappone, allenato da Akira Nishino, prova a giocarsi le proprie carte affidandosi alla cerniera di collegamento tra le varie zone del campo: dietro l’ex interista Nagatomo, a centrocampo il talento del Borussia Dortmund Kagawa, dietro le punte l’ex milanista Honda. Fari puntati anche sulla stella Inui, presentato venti giorni fa dal Betis Siviglia in stile Dragon Ball.

Probabili formazioni

Colombia (4-2-3-1): Ospina; Arias, D. Sanchez, Mina, Mojica; Aguilar, C.Sanchez; Cuadrado, James Rodriguez, Uribe; Falcao. All.: José Pekerman.

Giappone (4-3-3): Kawashima; Sakai, Makino, Yoshida, Nagatomo; Yamaguchi, Hasebe, Kagawa; Honda, Osako, Inui. All.: Nishino.

Gruppo H: Polonia Senegal (ore 17, Italia 1, Spartak Stadium, Mosca)

Match inedito tra le due formazioni che non si erano mai affrontate prima. Il gruppo H è uno dei gironi più equilibrati in cui tutte e 4 le squadre hanno chance di qualificazione. Non è solo Lewandowski contro Koulibaly: Zielinski, Manè, Milik e Niang promettono scintille in campo. Il Senegal torna a un Mondiale dopo Giappone e Corea 2002, torneo in cui raggiunse i quarti di finale e sconfissero, a sorpresa, la Francia campione uscente con un gol di Bouba Diop. La Polonia, all’ottava partecipazione a un Mondiale, non raggiunge la fase a eliminazione diretta dal 1986. Robert Lewandowski arriva in Russia con la palma di capocannoniere della zona europea con 16 reti. La difesa senegalese è avvisata.

Probabili formazioni

Polonia (4-4-2): Szczesny; Piszczek, Glik, Pazdan, Bereszynski; Blaszczykowski, Krychowiak, Zielinski, Grosicki; Lewandowski, Milik. Ct: Adam Nawalka

Senegal (4-3-3): K.N’Diaye; Wagué, Koulibaly, Mbodj, Sabaly; Gueye, Kouyaté, P.N’Diaye; Keita, Sow, Mané. Ct: Aliou Cissé

 

Gruppo A: Russia Egitto (ore 20, Canale 5, Saint Petersburg Stadium)

La seconda giornata dei gironi si apre con la sfida tra i padroni di casa e gli africani di Momo Salah. La Russia è a caccia di conferme dopo l’abbuffata dell’esordio (5-0) contro l’Arabia Saudita. Il ct Cherchesov punta sulla stella Golovin (un gol e due assist contro i sauditi), finito nell’orbita della Juventus e sull’attaccante Cheryshev, protagonista inatteso del match di apertura con una doppietta dopo aver sostituito l’infortunato Dzagoev.

Per l’Egitto è la gara della vita. Beffata al fotofinish contro l’Uruguay, la squadra di Cuper si aggrappa alle giocate della stella del Liverpool, che torna in campo dopo l’infortunio alla spalla nella finale di Champions League contro il Liverpool. Al netto di una prevedibile vittoria dell’Uruguay contro l’Arabia, gli egiziani si giocano le residue speranze di qualificazione nella gara di San Pietroburgo.

Probabili formazioni

Russia (4-2-3-1): Akinfeev; Mario Fernandes, Ignashevich, Kutepov, Zhirkov; Gazinsky, Zobnin; Samedov, Golovin, Cheryshev; Smolov. Ct: Cherchesov

Egitto (4-2-3-1): El Shenawy; Fathy, Gabr, Hegazy, Abdel-Shafi; Hamed, Elneny; Salah, Elsaid, Trezeguet; Mohsen. Ct: Cuper

Nigeria – Islanda è sfida decisiva per il gruppo D, ma Carl Ikeme non ci sarà. Così i ragazzi del ct Hallgrímsson hanno pensato di dedicare la maglia numero 1 della loro Nazionale allo sfortunato portiere africano, che sta combattendo una partita ben più importante, quella contro la leucemia.

In attesa di capire chi vincerà sul campo nel match di venerdì 22 giugno alla Volgograd Arena, i giocatori islandesi dimostrano di meritare, anche con questi gesti, le simpatiche attenzioni dei tifosi di tutto il mondo.

Così, dal profilo twitter di Jón Daði Böðvarsson, è spuntata una foto di supporto del team a Ikeme, che ha ricevuto migliaia di like e condivisioni. Non è un caso che sia stato proprio il centrocampista del Reading a postare l’immagine: Böðvarsson e Ikeme sono stati, infatti, compagni di squadra nel Wolverhampton nella stagione 2016-2017.

 

Lo spareggio del gruppo D potrebbe dare indicazioni importanti su una delle due squadre che accederanno agli ottavi di finale, vista la concomitanza di Argentina – Croazia. Ikeme sarà incollato alla tv a tifare per la sua Nigeria, ma avrà sicuramente un atteggiamento benevolo verso i suoi amici con la maglia blu islandese.

E proprio pensando all’Argentina e alla sfida d’esordio al Mondiale che ha visto l’Albiceleste impattare contro i vichinghi islandesi per 1-1, il profilo Twitter della Federcalcio riporta un dato impressionante. Sabato pomeriggio praticamente tutta l’isola era incollata davanti allo schermo della propria tv o in compagnia in qualche piazza davanti a un maxischermo. Il match ha, infatti, fatto registrare il 99,6% di share: di fatto dei 330mila abitanti, quelli che non sono riusciti ad andare in Russia, hanno supportato la squadra da casa, esultando tutti assieme al gol del pareggio di Finnbogason e trattenendo il fiato durante il rigore parato dal portiere-regista Halldorsson su Messi. Ma la domanda, qui, sorge spontanea: dov’era il restante 0,4%? Ecco un altro tweet, ancora più geniale, proprio dell’autore del gol storico. Semplice, era in campo!

Hannes Thor Halldorsson è il portiere regista dell’Islanda che attende l’esordio mondiale sabato prossimo contro l’Argentina alle 15.00 alla Otkrytie Arena di Mosca.

No, non è anche il faro di centrocampo in grado di smistare i palloni verso Bjarnason e gli attaccanti Sigurdsson e Finnbogason. No, Halldorsson ama dirigere lo spettacolo dietro la macchina da presa, nel vero senso della parola.

Prima di fare il professionista sul prato verde, infatti, l’estremo difensore del Randers (massima serie danese) ha fatto ciak su diversi set cinematografici per la realizzazione di videoclip pubblicitari e musicali. Non solo riprese amatoriali da proiettare nelle serate goliardiche con amici, ma qualcosa di molto più professionale: è stato responsabile del video per la presentazione dell’Islanda all’Eurovision Song Contest nel 2012, partecipando anche alla clip della canzone Never Forget di Greta Salome e Jonsi.

Il ct Hallgrimsson può contare, quindi, su un atleta di sicuro valore in campo (tra gli assoluti protagonisti del miracolo islandese a Euro 2016 fino ai quarti di finale) e sulla sedia da regista.
Halldorsson, tuttavia, non ha appeso il ciak al chiodo, anzi. Ha unito le due passioni della sua vita, dirigendo il nuovo spot della Coca Cola, confezionato appositamente per i vichinghi di Reykjavik. In un climax crescente, seguendo il ritmo del “viking clap”, nel video si vede la popolazione islandese nella sua quotidianità tra sport, pesca, scuola e famiglia, che all’unisono segue l’avventura Mondiale della nazionale, quella con il minor numero di abitanti a partecipare alla Coppa del Mondo

I pensieri di Hannes sono proiettati verso Russia 2018, ma vanno già oltre. Il 34 enne portiere non ha dimenticato la promessa del patron della Saga Film, la casa di produzione per cui lavorava. «Quando smetterai con il calcio, la sedia da regista è tua». Prima, però, c’è il ciak mondiale.

Avvocato, l’importante è che non fumi Bonini, è lui quello che deve correre

Michel Platini è negli spogliatoi del vecchio Comunale di Torino, durante l’intervallo di una partita della Juve. Di fronte ha uno stupito Gianni Agnelli che lo vede fumare tra un tempo e l’altro. Accanto c’è il biondo di San Marino, il portaborracce di una squadra che negli anni ’80 vinse tutto anche grazie ai chilometri macinati da Massimo Bonini.

Prima di Manuel Poggiali e Alex De Angelis nelle moto, la Repubblica di San Marino ha avuto il suo alfiere nel centrocampista bianconero, premiato come miglior giocatore della storia di questo staterello di 33mila anime che si fa spazio nell’Italia centro settentrionale tra Emilia Romagna e Marche.

Il «nostro fantastico terzo straniero» dopo Platini e Boniek, come lo ribattezzava il presidente Giampiero Boniperti, è un predestinato già dalle giovanili disputate con la formazione della Juvenes nella sua Serravalle. Nel 1977, a 18 anni, arriva la chiamata dal Bellaria in serie C, primo capitolo di un mini tour in zona emiliano romagnola con Forlì e Cesena. La promozione in serie A gli vale la chiamata da Giovanni Trapattoni nel 1981 come erede di Beppe Furino nel centrocampo della Juventus.

La diga in mezzo al campo, il ruba palloni da smistare in avanti, il mediano di copertura per le scorribande offensive di Platini e Boniek, Rossi e lo stesso Tardelli che, grazie a Bonini, ha più vocazione offensiva nel suo ruolo.

Mi piaceva fare il mediano perché non ero al centro dell’attenzione, bensì del gioco. Dovevo correre tanto e bene e a me veniva tutto semplice. Si trattava di saper vedere il gioco, far correre la palla, occupare gli spazi per recuperare palloni e rilanciare gli attaccanti. Ma, soprattutto, c’era da mettere a posto la squadra, richiamare i propri compagni quando si perdeva un po’ il filo

(Intervista a Francesco Caremani su Storie di Calcio)

Bonini capitano del San Marino nel match contro l’Inghilterra che costò la mancata qualificazione inglese ai Mondiali ’94

Con la Juventus del Trap vince tutto: tre scudetti, una Coppa Italia, una Coppa delle Coppe, una Supercoppa europea, una Coppa dei Campioni (nella maledetta finale dell’Heysel) e una Coppa Intercontinentale.

Nel suo palmares c’è anche San Marino. Milita prima per nove volte nella nazionale italiana under 21 di Azeglio Vicini poi sceglie di indossare i colori della sua terra di nascita con 19 presenze. Una di questa passerà alla storia dei Mondiali, anzi delle qualificazioni alla Coppa del Mondo: è la sera del 17 novembre 1993, è la sera del match tra San Marino e Inghilterra, quella della sconfitta per 7-1, ma quel singolo gol segnato a tempo di record da Gualtieri costò la mancata qualificazione inglese ai Mondiali americani del 1994. E Bonini quella sera indossava la fascia da capitano.
Appesi gli scarpini al chiodo, Massimo Bonini sarà anche allenatore di San Marino tra il 1996 e il 1997 mentre oggi è il direttore tecnico della Federcalcio sammarinese.

Se hai la fortuna di nascere a San Marino è giusto che giochi nella tua Nazionale. Io sono nato qui e qui ho sempre vissuto alla grande. Avevo anche i nonni italiani, e avrei potuto, ma sarebbe stato assurdo. Ho già avuto la fortuna di giocare in una Juve stellare, con gente come Platini, e vincere tanto. Va bene così

(Corriere di Bologna, 30 maggio 2013)

La nuova maglia della nazionale di San Marino griffata Macron e acquistabile nello store online

 

Le Aquile nigeriane hanno un super cuore che batte per Carl Onora Ikeme. Il portiere africano ha la leucemia che, però, non è completamente riuscita a impedirgli di vivere un sogno: la Nigeria lo ha convocato per Russia 2018 come 24mo, il primo fuori della lista ma da parte integrante della selezione in partenza per il Mondiale.

Il ct tedesco Gernot Rorh ha commentato:

Sarà il nostro uomo in più, come se fosse con noi tutti i giorni, dalla colazione al campo. Per la sua dedizione, gli verrà consegnato il premio qualificazione al mondiale

Ikeme,  32 anni l’8 giugno, materialmente non ci sarà, la malattia lo debilita e non gli consente di prendere quell’aereo per portarlo nella Terra promessa del calcio, quello spazio magico che ogni quattro anni cambia casa e celebra la coppa del Mondo.

Lo stesso portiere, che combatte contro la malattia da un anno, ha annunciato il suo forfait su Twitter qualche giorno fa:

 

Dire che sono sconvolto di non prendere parte alla Coppa del Mondo è un eufemismo. Voglio solo ringraziare tutti per le preghiere, l’amore e i messaggi. Non riesco a spiegare quanto significhino per me e voglio augurare buona fortuna ai miei compagni di squadra, allenatori e alla NFF

La solidarietà è arrivata anche in Inghilterra, sua terra d’origine a metà visto che ha madre inglese e padre nigeriano. Il suo club, il Wolverhampton, gli ha dedicato il ritorno in Premier League solo poche settimane fa. Il suo nome sarà forse stampato sulle magliette della Nigeria che, sin dalla loro presentazione, stanno letteralmente andando a ruba in tutto il mondo. Effetto nostalgia con il richiamo a Usa ’94, effetto Carl Ikeme con il numero 24. Il quarto portiere, l’uomo in più.

N° 1 Carl

E’ la maledizione dalle grandi orecchie. E’ la Coppa che perseguita i peggiori incubi della squadra più blasonata d’Italia. E al dramma sportivo delle 7 finali perse si è anche accompagnata la tragedia vera e propria. Lambita lo scorso anno nella ressa di piazza San Carlo a Torino, con una vittima e oltre un migliaio di feriti. Deflagrata, con un copione terribilmente simile, il 29 maggio 1985.

Stadio Heysel, oggi Re Baldovino, Bruxelles. E’ la terza finale per i bianconeri di quella che oggi chiamiamo Champions League. E’ andata male la prima nel 1973, contro l’Ajax all’ultimo svincolo del suo calcio totale. Sogno svanito anche dieci anni dopo, con la beffa del gol di Magath per l’Amburgo ad Atene.

Questa volta sembra essere l’occasione giusta. Deve esserlo. E’ la Juve di Trapattoni con Platini e Boniek, Rossi e Tardelli, Scirea e Cabrini. Avversario è il Liverpool campione uscente, di Rush e Dalglish, di quel Grobbelaar che dodici mesi prima ha ipnotizzato i rigoristi della Roma nella finale dello stadio Olimpico.

La Juventus vincerà quella Coppa con un rigore inesistente concesso dall’arbitro svizzero André Daina e trasformato da Michel Platini. Ma sarà una vittoria arrivata al termine di una serata drammatica, violenta, incredibilmente insanguinata con 39 morti e centinaia di feriti. La furia omicida degli hooligans inglesi trovò la complicità dell’inadeguatezza di un impianto fatiscente, di un’organizzazione incapace e di una federazione internazionale, l’Uefa nello specifico, assolutamente irresponsabile. Disse Michel Platini ricordando quella tragica finale: Quando cade l’acrobata, entrano i clown. La voce di Bruno Pizzul raccontò a milioni di telespettatori italiani la tragedia in diretta televisiva.

Pubblichiamo un estratto del libro Heysel, le verità nascoste” (2010, Bradipo Libri) del giornalista Francesco Caremani con prefazione di Walter Veltroni.

Scrive Roberto Beccantini nell’introduzione:

(…) Al di là dei risarcimenti, e del poco o molto che è stato fatto, non bisogna mai arrendersi all’inerzia. L’Heysel è un peso che ci portiamo dentro. Non riusciremo mai ad appoggiarlo da qualche parte. Non sarebbe neppure giusto. Trentanove morti per una partita di calcio. Forse (anche) per biglietti smerciati alla carlona, sicuramente per ubriachezza molesta e carenza di ordine pubblico. La campana del destino prima o poi suona per tutti, ma quando i rintocchi assordano uno stadio, non resta che ribellarsi (…)

Le parole di Walter Veltroni:

(…) Avvenne, a Bruxelles, ciò che in molti avrebbero potuto facilmente prevedere ed evitare, e non vollero o non seppero farlo. Quel giorno lo stadio del gioco diventò lo stadio della morte, una morte trasmessa in diretta e in mondovisione. Una morte che si mescolò col gioco del pallone (e per questo fu più crudele e più odiosa) che portò via il soffio della vita a chi avrebbe voluto semplicemente applaudire, vincere o perdere con la propria squadra, coi propri beniamini. E invece persero tutti, nonostante la coppa alzata, il giro del campo, nonostante i sorrisi, i ‘non sapevamo’, nonostante il gol. Nonostante la vittoria, persero tutti, in quella sera luttuosa all’Heysel, quando il battito del cuore improvvisamente cessò per trentanove persone. Erano italiani in gran parte, ma il necrologio riporta anche quattro nomi belgi, due francesi e uno irlandese. Il più giovane aveva undici anni e si chiamava Andrea. Seicento furono i feriti (…)

 Otello Lorentini è padre di Roberto, medico di Arezzo, tra le vittime di quella serata. E’ stato tra i primi a battersi in prima linea per ottenere giustizia inchiodando l’Uefa alle sue responsabilità. Ha fondato ed è stato presidente dell’”Associazione fra le famiglie delle vittime di Bruxelles” Scomparso nel 2014, Francesco Caremani riporta la sua testimonianza di quei momenti:

(…) Otello Lorentini racconta a caldo quello che è successo, quello che ricorda, con molta lucidità: “È stata una tragedia voluta, provocata dall’incapacità degli organizzatori belgi, della polizia, dei responsabili della federazione internazionale. Denuncio queste lacune imperdonabili. È inconcepibile spezzare in questo modo la vita di un uomo di trent’anni. Qualcuno deve pagare. Io ho già pagato: ho perso un figlio… Prima che cominciassero le cariche degli inglesi ero abbastanza tranquillo. A un certo punto ho visto che nella zona della curva erano rimasti solo dieci poliziotti. Entrava troppa gente. Gli inglesi hanno iniziato ad agitarsi. Sempre di più. Un sasso l’ho fermato con il giornale. Andiamo via, ho detto a mio figlio e ai nipoti. Gli inglesi hanno smontato la rete di divisione e ci hanno tirato addosso di tutto: pezzi di ferro, lattine, proiettili di cemento. E hanno caricato per la prima volta. Il nostro gruppo ha cominciato ad arretrare in maniera paurosa. C’erano donne e bambini, nessuno se la sentiva di accettare gli scontri. La polizia non interveniva. Noi eravamo a metà della curva. Vedevo il muro sempre più vicino. Mi sono attaccato alla colonna di una traversina. Roberto era attaccato a me. Andiamo via, gli ho urlato. Sì, sì mi ha risposto. Poi è arrivata un’altra ondata di tifosi caricati dagli inglesi. Mi sono girato e ho visto che Roberto non c’era più. Era sparito, ingoiato dalla folla. L’ondata di gente mi è passata accanto. È seguito un attimo di calma: mi sono buttato verso il campo. Era impossibile mettersi tutti in salvo: le sole due uscite erano le due porticine di un metro scarso, una delle quali si apriva solo verso l’esterno. Sotto la spinta della folla in fuga sono crollate anche le architravi di cemento. Ho visto un varco libero e mi sono lanciato in avanti. Una volta in campo ho preso ad agitare una sciarpa e a chiamare. È stato lì che ho visto mio nipote Andrea con le mani nei capelli. Mi sono avvicinato: Roberto era rimasto sulle gradinate. Morto, schiacciato. Aveva un graffio sulla fronte. Cosa dovevo fare? Accanto a noi c’era un mucchio di corpi senza vita. È arrivato un poliziotto belga e ha cercato di strapparmi Roberto. Stavano portando via i morti. Mi sono ribellato, perché vedevo che li trascinavano senza rispetto. Sono arrivati altri due poliziotti. Questo è mio figlio, ho gridato, lasciatemelo. Poi, con i miei nipoti, abbiamo sollevato Roberto e lo abbiamo portato, noi, ai furgoni… Prima di lasciare lo stadio ho visto gli inglesi che si divertivano a lanciare in aria le cose dei morti: scarpe, borse, macchine fotografiche. Scene disgustose. Poi siamo usciti, ma era impossibile trovare un telefono, o un taxi. Ne abbiamo fermato uno quasi a forza e ci siamo fatti portare all’obitorio. Qui i belgi ci hanno costretti ad aspettare più di tre ore. Ci trattavano con arroganza: un comportamento scandaloso. Solo alle tre di notte ho rivisto il corpo di mio figlio e ho notato che non aveva più la catenina d’oro al collo e la fede. I belgi ci hanno detto che gliele avevano tolte per identificarlo. Ma non era vero: se le sono prese i poliziotti. Scriva che voglio denunciare le lacune di tutta l’organizzazione, la scelta di uno stadio inadeguato, il comportamento dei belgi. Solo l’ambasciatore italiano si è comportato molto bene con noi. Qualcuno deve pagare per la morte di mio figlio”. Basterebbero queste parole, basterebbe questa ricostruzione, ma purtroppo le meschinità in questa vicenda, gli sciacallaggi, i silenzi, i tentativi di eludere le responsabilità, di buttare tutto nel dimenticatoio il prima possibile e le promesse non mantenute hanno costellato ogni giorno dopo quel 29 maggio dell’85.

 

 

«In queste condizioni non è giusto rimanere», Repubblica, 10 gennaio 1997.

«Arrigo Sacchi sta distruggendo il Milan», Corriere della Sera, 4 febbraio 1997.

Christian Panucci, in quell’inverno di fine anni ’90, ha 23 anni. Ad aprile ne farà 24. E’ già uno dei terzini più affermati in Italia: giovanili con il Veloce nella sua Savona e al Genoa. Poi, nel 1993, la chiamata dal Milan, padrone assoluto in Italia e in Europa in quegli anni: con i rossoneri vince tutto, due scudetti, una Champions League, due Supercoppe italiane e una Supercoppa europea. Capitano dell’Under 21 che vince due Europei di categoria (1994 e 1996), ha già esordito in Nazionale maggiore pur non disputando gli Europei in Inghilterra.

Christian Panucci è giocatore di livello internazionale, ma è anche un tipo un po’ spigoloso. Carattere irascibile, in campo ara la fascia di competenza con il vizio del gol senza perdere un’altra propensione. Quella alla polemica. Litiga con tutti: arbitri, avversari, compagni di squadra, allenatori. Soprattutto allenatori.Nella biografia disponibile su cinquantamila.corriere.it dice di sé:

Sono uno che ha sempre detto ciò che pensava, senza giri di parole. Dalla mia c’è la costanza: ho lavorato, fatto sacrifici, la serietà non è stata mai messa in discussione. Basta chiedere a chi ha giocato con me

Due i tecnici che mal sopporta. Uno quello per cui andrebbe anche in guerra. Con Arrigo Sacchi non ha mai legato: al calcio totale e dogmatico del vate di Fusignano, Christian preferisce quello pratico e senza fronzoli di Fabio Capello. Per il tecnico di Pieris è pronto a tutto. Anche a trasferirsi in Spagna, a Madrid.

Stagione 1996-1997: dopo il quinquennio d’oro di Capello, passato alla storia con il suo Milan degli Invincibili tra coppe e record disseminati un po’ ovunque, i rossoneri voltano pagina e scelgono l’uruguaiano Oscar Tabarez, messosi in mostra a Cagliari. L’anno parte male con la sconfitta in Supercoppa con la Fiorentina. I risultati in campionato sono deludenti: fuori dalla Coppa Italia, sconfitto dal Vicenza (che poi vincerà la competizione), distante dalla Juve in campionato.
Berlusconi decide che può bastare così: via Tabarez, sì al ritorno nostalgico di Arrigo Sacchi. La minestra riscaldata però non funziona: nonostante una squadra con la storica ossatura (Tassotti, Baresi, Maldini, Baggio, Savicevic, Boban, Donadoni a cui si aggiungono Weah e Desailly), il Milan viene eliminato nei gironi della Champions per mano del Rosenborg.

Lo spogliatoio è in ebollizione, a gennaio partono le epurazioni: il primo a pagare è proprio Panucci.

Sacchi ha voluto la mia cessione perché in realtà non mi ha mai potuto vedere. Lui è vendicativo e non mi ha perdonato le dichiarazioni polemiche di tre anni fa. Io sono uno di personalità e quelli come me gli danno fastidio. Con lui, chi non si adegua finisce male. Sacchi concepisce soltanto i “signorsì” 

(Archivio storico – Corriere della Sera)

Fabio Capello intuisce gli spifferi che arrivano da Milanello e piazza il colpo. E’ alla sua prima stagione a Madrid e manda il presidente Lorenzo Sanz in Italia, a Linate, a trattare con Ariedo Braida e Adriano Galliani. Negoziati flash, l’accordo si trova subito: cessione a titolo definitivo per poco più di 8 miliardi.

Il 9 gennaio 1997 Christian Panucci diventa il primo giocatore italiano ad indossare la camiseta blanca del Real Madrid.

Mi piange il cuore all’idea di lasciare il Milan, che mi ha dato ricchezza e cultura. E’ una decisione che cambia la mia vita: non è facile lasciare il proprio paese a 23 anni, questa notte non ho chiuso occhio 

(Archivio storico – Repubblica)

Contratto quadriennale fino al 2001, ingaggio da due miliardi netti a stagione.

Madrid e la Ciudad Deportiva sono la Hollywood del calcio. La realizzazione massima per un calciatore. Personalmente una soddisfazione incredibile perché sei al livello più alto, ti senti arrivato. Il Real Madrid è tutto. Guadagna più di tutti, ha il budget più grande di tutti, il marketing sconfinato. Questo significa avere una pressione clamorosa per tutta la stagione, perché non è solo una società di calcio, ma anche una questione politica. Gli avversari quando ti affrontano percepiscono questo carisma esagerato 

(Gianlucadimarzio.com)

Panucci è subito protagonista al Bernabeu, con Roberto Carlos (liquidato frettolosamente dall’Inter) forma una coppia di terzini di sicuro avvenire. Vince subito una Liga al primo anno, poi nel 1998 il trionfo europeo con la Champions League vinta ad Amsterdam contro la Juventus con gol di Mijatovic. L’allenatore delle merengues è Jupp Heynckes. Il difensore ligure contribuisce così a interrompere una maledizione che perseguitava il Madrid da oltre 30 anni: la settima Coppa dei Campioni arriva a 32 anni di distanza dall’ultima.

Nella penisola iberica vince anche una Supercoppa Spagnola e la Coppa Intercontinentale contro il Vasco Da Gama. Le presenze totali con i blancos saranno 99, 5 le reti.

Tornerà in Italia proprio a Milano, sponda nerazzurra. Esperienza poco fortunata anche a causa del rapporto tribolato con Marcello Lippi, con cui voleranno gli stracci (non vincerà il Mondiale 2006, sarà poi richiamato in Nazionale con Donadoni). Poi Chelsea, Monaco, Roma (soprattutto, 8 anni e oltre 300 presenze in giallorosso) e Parma. Oggi allena l’Albania dopo aver iniziato proprio con Fabio Capello nello staff della nazionale russa.

E il Milan della stagione 1996-1997? Undicesimo posto, fuori dall’Europa, peggior piazzamento in classifica dalla retrocessione nel 1981-1982 e anno nero dell’era Berlusconi. Il punto più basso viene raggiunto il 6 aprile 1997 con l’1-6 casalingo contro la Juventus.
Il sostituto di Christian Panucci in rossonero si chiama Michael Reiziger. Nell’intenzione di Adriano Galliani avrebbe dovuto aprire un nuovo capitolo olandese nel Milan assieme a Edgar Davids. Nei fatti, si rivelerà niente di più che una meteora.

L’81° minuto della Notte del Maestro è uno dei momenti più emozionanti dell’addio al calcio di Andrea Pirlo: l’ex centrocampista, tra le altre, di Milan e Juventus si ritira ufficialmente lasciando il campo al figlio Niccolò, classe 2003. Anche baby Pirlo è centrocampista come papà ed è un talento di belle speranze che milita nella squadra dilettantistica del Pecetto, ma sembra sia finito nel mirino dei talent scout juventini.

 

In attesa di capire se la generazione Pirlo sarà la nuova dinasty del calcio italiano, c’è un solo caso di padre e figlio che fanno la staffetta sul campo in occasione di una partita di calcio. Il precedente turnover è datato 24 aprile 1996.

Tallinn, Estonia,  Kadrioru Staadion: Arnór Gudjohnsen ha 34 anni, quasi 35. E’ ormai una leggenda del calcio islandese, è centravanti con senso del gol. Un passato prestigioso nell’Anderlecht, con il titolo di capocannoniere conquistato nella stagione 1986-1987, segnando 19 reti. Poi l’esperienza in Francia a Bordeaux e, infine, ora gioca a Örebro, in Svezia.

Arno Gudjohnsen con l’Islanda nel 1982

Non è l’unico Gudjohnsen della partita. In panchina, nella Nazionale allenata da Logi Ólafsson, c’è suo figlio Eidur Gudjohnsen. Non ha neanche 18 anni, non sa del futuro luminoso che lo attende tra Chelsea e Barcellona, tra Premier e Liga fino alla Champions League. E’ una delle promesse del calcio nordico e ha tra i suoi maggiori sponsor proprio il padre Arnor che, da anni, sogna di lasciare il campo proprio al figlio Eidur.

E quel momento arriva in una delle nazioni neonate dopo la dissoluzione dell’Urss, nel 1991. L’Estonia è stata inserita nel gruppo 4 di qualificazione a Euro ’96 in Inghilterra, sfidando squadre del calibro di Italia e Croazia. Arriva ultimo nel girone, ma è un altro il motivo per cui si appresta a entrare nella storia.
In quell’amichevole con l’Islanda, tra gli estoni c’è anche Martin Reim, tutt’oggi primatista di gare con la propria Nazionale, 157 gare e nessun Mondiale all’attivo. Record poco invidiabile.

E’ il 62° minuto, la partita è ampiamente indirizzata sui binari degli ospiti, in vantaggio 3-0 con la tripletta realizzata da Gunnlaugsson. Siamo in quello che gli americani definirebbero garbage time, tempo spazzatura: risultato già deciso, c’è spazio per l’allenatore per provare nuove soluzioni.

Mister Logi Ólafsson ha mandato a scaldare già da qualche minuto il biondo Eidur Gudjohnsen. Lo richiama a sé e decide di spedirlo in campo. L’arbitro, il lettone Romāns Lajuks, ordina il cambio. Il quarto uomo alza la lavagna: fuori il numero 9, il biondo Arnor Gudjohnsen, dentro suo figlio, con il numero 13. Padre e figlio si salutano, Arnor bacia fugacemente Eidur come si confà ai genitori che portano il loro figlio al primo giorno di scuola. Avrebbero dovuto giocare insieme qualche tempo dopo, sempre in Nazionale, ma un grave infortunio alla caviglia del giovane Eidor impedì di vederli entrambi in campo.

Questo inedito primato resta ancora oggi nelle mani (e nei piedi) dei Gudjohnsen, ma chissà che il passaggio di testimone tra Andrea e Niccolò Pirlo non segua le orme tra Arnor ed Eidur. Father and son.

Se fosse una carta da gioco, sarebbe sicuramente il sette a denari, il settebello, come il numero degli scudetti consecutivi vinti dalla Juventus. Un record mostruoso e probabilmente irripetibile che lancia la società della famiglia Agnelli nell’Olimpo delle imprese sportive di tutti i tempi.

Con lo 0-0, piuttosto prevedibile, contro la Roma i bianconeri centrano il 34° scudetto della loro storia, anche se a Torino la conta si allunga a 36, con i due titoli vinti sul campo e poi cancellati da Calciopoli. Analizziamo il successo juventino passando in rassegna tutti i numeri e i record dell’ennesimo trionfo di Madama:

? Settimo scudetto consecutivo, quindi. Record assoluto in Italia. I precedenti si fermano a cinque, come il quinquennio d’oro della Juventus 1930-1935, il Grande Torino 1942-1949 (con l’intermezzo della pausa dettata dalla II Guerra mondiale e il punto finale messo dalla tragedia di Superga), l’Inter 2005-2010 (con l’edizione 2005-2006 vinta a tavolino);

? Quarta doppietta consecutiva campionato-Coppa Italia. Anche in questo caso record assoluto e record di coppe nazionali vinte consecutivamente;

? La striscia aperta juventina è record assoluto nei maggiori campionati europei, primato in coabitazione con il Lione nella Ligue 1 (2001-2008). In Bundesliga il Bayern Monaco è sulla scia della squadra di Allegri: sei Meisterschale uno dietro l’altro negli ultimi sei anni. Nella Liga spagnola il Real Madrid si è fermato a cinque titoli vinti di fila (1960-1965 e 1985-1990). In Premier League c’è la maledizione del tris, nessuno mai è andato oltre tre sigilli consecutivi: Huddersfield Town 1923-1926, Arsenal 1932-1935, Liverpool 1981-1984, Manchester Uniter 1998-2001, 2006-2009 e 2010-2013;

 

? Se includiamo anche gli altri campionati europei, l’asticella del record si alza notevolmente. In Bielorussia il Bate Borisov ha vinto il 12mo campionato di fila, se ci dirigiamo verso Gibilterra o la Lettonia troviamo primati doppiati rispetto a quelli italiani: Lincoln Red e Skonto Riga sono a quota 14 titoli consecutivi. Uno di meno per il Rosenborg in Norvegia;

? Con i 34 titoli, la Juve aumenta a 16 il distacco di scudetti dalle immediati inseguitrici (Milan e Inter a 18);

? A eccezione di clamorosi scossoni dell’ultima giornata, sette scudetti consecutivi fanno rima con sette migliori difese consecutive. La Juve al momento ha subito 23 gol, cinque gol in meno subiti rispetto a Napoli, Roma e Inter (28).

? Sono dieci i clean sheet consecutivi (porta inviolata), record eguagliato rispetto al 2015-2016;

? Massimiliano Allegri è il primo allenatore dei primi cinque campionati europei a centrare quattro doppiette consecutive (campionato – coppa nazionale). Nella classifica nazionale degli allenatori pluriscudettati comanda sempre Trapattoni (7), seguito a quota 5 dallo stesso Allegri, Lippi e Capello (quest’ultimo che può vantare i due titoli sul campo con la Juventus e poi cancellati da Calciopoli);

? La Juventus è la prima squadra a vincere un torneo in Italia disputato con la tecnologia Var. Discorso identico per il Bayern Monaco in Germania e il Porto in Portogallo, ovvero gli ulteriori due campionati in cui è stata utilizzata la Video Assistant Referee;

? Lo stadio Olimpico succursale dell’Allianz Stadium. Sono ben 11 i successi festeggiati nella capitale: gli scudetti 1973-1978 e 2018, cinque Coppe Italia, due Supercoppe italiane e la Champions League del 1996;

? Gianluigi Buffon è il giocatore italiano ad aver vinto più scudetti: 9, più i due conquistati nel 2004-2005 e 2005-2006 e poi revocati dalle sentenze di Calciopoli. Sopravanza, nella speciale classifica, Giovanni Ferreri, Giuseppe Furino e Virginio Rosetta;

? Sono infine cinque i calciatori in attività ad aver vinto sette campionati consecutivi in Italia: oltre allo stesso Buffon, ci sono i bianconeri Andrea Barzagli (vincitore di un titolo in Germania con il Wolfsburg nel 2008-2009), Giorgio Chiellini, Claudio Marchisio e Stephan Lichtsteiner.

? Se il Napoli, infine, dovesse battere il Crotone arriverebbe a quota 91 punti. Sarebbe la prima volta in Italia che una squadra superasse i 90 punti senza vincere lo scudetto. Un dato che restituisce l’incredibile striscia di successi della Juventus.