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Vincenzo Pastore

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Il drago di Porto, in un colpo solo, ha inghiottito allenatore e direttore sportivo. I cottage inglesi avevano, invece, messo alla porta Claudio Ranieri solo 8 giorni fa, licenziandolo dalla panchina del Fulham. Un incrocio di storie che ha riportato Er Fettina da Testaccio, allenatore girovago dagli anni ’80, nel club che ama di più. Quello della sua città, in cui il padre aveva il banco macelleria nel quartiere simbolo della romanità. All’Olimpico, da padrone di casa giallorosso, Ranieri ci era già stato da allenatore per un anno e mezzo. Da settembre 2009 a febbraio 2011, sfiorando uno scudetto smarrito in una notte drammatica nell’aprile 2010.

Una stagione fallimentare

L’eliminazione in Champions League ha gettato nel caos la società di James Pallotta. Esonerato Di Francesco, con i ringraziamenti di rito per un tecnico che ha toccato la vetta europea più alta dopo la finale del 1984. Con Eusebio va via anche il ds Monchi, additato da molti come il vero responsabile dell’ennesimo fallimento del progetto americano. E d’altra parte le cessioni di Nainggolan, Alisson e Strootman per Pastore, Nzonzi, Olsen, Karsdorp, Kluivert e Marcano non hanno sortito gli effetti sperati. Nonostante l’affare insperato con l’arrivo di Zaniolo. La qualificazione per la prossima Champions resta l’ultimo obiettivo di un’annata balorda, già presa a sberle dopo l’1-7 di Firenze in Coppa Italia.

A un passo dallo scudetto

Ancora una volta il Sor Claudio diventato Sir arriva per mettere una toppa a una pezza giù malmessa. Tre mesi per salvare una stagione e poi chissà. Forse un ruolo da dirigente, in attesa che parta un altro ciclo magari con Sarri o Gasperini. Ma Ranieri non è solo un semplice tappabuchi. Ha vinto una Premier memorabile con il Leicester. Stava per riportare lo scudetto a Roma nel 2010, cancellando il triplete nerazzurro che stava prendendo forma. Ma il 25 aprile la Liberazione si tramutò in schiavitù. La doppietta di Pazzini mise fine ai sogni di gloria di Ranieri nel ko con la Samp. Come il 5 maggio nella finale, persa, proprio con l’Inter di Mourinho.  Lascerà qualche mese più tardi dopo un incredibile rimonta subita a Genova dal Grifone (da 3-0 a 3-4). Oggi ritorna nella sua Trigoria per mettere una toppa, ancora una volta.

C’è una pagina scritta da qualche parte, in qualche tempo, che ti impedisci di essere il numero 1 anche se sei Gigi Buffon. Una pagina di un libro che narra le tue imprese sportive lunghe un ventennio e qualcosa in più. Le tue parate da numero 1 dei numeri 1. I tuoi successi nazionali sempre in prima linea. Il podio più alto raggiunto giocando in Nazionale. Eppure, in cima ai trofei per club, c’è uno spazio vuoto. O una “x” che non significa pareggio questa volta. Ha il sapore bruciante di una mancanza che si trasforma in ossessione. Ti porta a 40 ad abbandonare le tue certezze per immergerti in una realtà nuova in nome di quell’assenza che ha due grandi orecchie.

La rimonta United

La maledizione della Champions League per Buffon continua. Sembrava superata, almeno per il passaggio ai quarti. E invece no, il Manchester United compie un’impresa storica al Parco dei Principi. Mai nessuna squadra nella storia della competizione a rimontare uno 0-2 casalingo. I red devils di Solskjaer ci riescono con una formazione rimaneggiata e priva di numerosi titolari (tra cui Pogba, Lingaard, Young, Matic, Martial, Sanchez). L’1-3 di Parigi matura grazie a una doppietta di Lukaku con la complicità del portiere italiano nel secondo gol. Rashford al 94’ mette la firma definitiva sulla rimonta segnando su rigore. Esattamente come lo scorso anno con Ronaldo dal dischetto al Bernabeu a tempo scaduto.

Il Parma 1998  – 1999

Buffon, dopo quella sera, i fruttini e la spazzatura al posto del cuore, aveva deciso probabilmente di lasciare la Juve. Di provare un’esperienza altrove, in un club che potesse allontanare quel tabù che circondava se stesso e i bianconeri. E invece il Paris Saint Germain si lecca le ferite anche quest’anno. E Gigi, che ha rinnovato per un biennio, dovrà accontentarsi vent’anni dopo dell’unico trofeo internazionale per club. La Coppa Uefa 1998-1999 con il Parma di Alberto Malesani. Tre a zero a Mosca contro il Marsiglia. Nei gialloblu dei Tanzi con Crespo, Cannavaro, Veron, Thuram. A oggi loro ce l’hanno fatta, in un torneo differente, lì dove hanno fallito Al-Khelaïfi con Cavani, Neymar, Mbappè. E Buffon.

Ci sarà, in qualche angolo sperduto di un mondo sconosciuto agli umani, un posto in cui Johan Cruijff e Rinus Michels hanno gustato l’impresa storica dell’Ajax al Bernabeu. Ce li immaginiamo seduti in poltrona davanti alla tv che applaudono alle giocate di Tadic, Ziyech, Neres, De Jong, De Ligt e Blind. E ricordano i loro tempi, quello degli anni ’70 in cui un gruppo di extraterrestri olandesi rivoluzionò il football imponendo un nuovo modo di giocare. Tutti attaccavano e tutti difendevano. Un modello ribattezzato “calcio totale” che portò l’Ajax a vincere tre Coppe dei Campioni consecutive tra il 1971 e il 1973. Esattamente come il Real Madrid, tricampione d’Europa uscente.

L’Ajax totale

«Perché non avresti potuto battere un club più ricco? Io non ho mai visto un mucchio di soldi segnare un gol». Così sentenziava il profeta del gol elevando a massima potenza del calcio il gioco e non i singoli. Quell’Ajax, però, così magnificamente esaltato nella sua amalgama, aveva talenti fuori dal comune. Cruijff in primis, secondo alcuni il più grande dietro i marziani Maradona e Pelè. C’era Johan primo e poi Johan secondo, ovvero Neeskens. E poi Piet Keizer, Ruud Krol, Sjaak Swart e Johnny Rep (che decise la finale di Belgrado contro la Juve). Messi insieme nel 4-3-3 di Michels e poi ereditato da Stefán Kovács.

La cosa più difficile non è insegnare a un terzino come rendersi utile in fase offensiva, perché quello gli piacerà, ma è trovare qualcun altro che vada a ricoprirne poi la posizione

Michels avrebbe poi trasferito il prototipo Ajax alla Nazionale olandese. Con lui gli orange raggiunsero vette mai toccate prima: la finale a Germania ’74 e il trionfo europeo a Euro ‘88. Da Cruijff, Neeskens e Krol a Gullit, Van Basten e Rijkaard. I loro eredi nel club di Amsterdam sono Erik Ten Hag in panchina e Dusan Tadic in campo. Il primo, ex difensore e tecnico proveniente dall’Utrecht, l’aveva preannunciato in conferenza pre partita: “Prenderemo l’iniziativa al Bernabeu”. Il secondo, fantasista serbo classe 1988, arriva alla consacrazione definitiva dopo una carriera esplosa in Olanda tra Groningen e Twente. Poi quattro anni a Southampton e il ritorno tra i tulipani con l’Ajax.

Non è un caso, non può essere uno scherzo di carnevale un match come Atalanta Fiorentina alla vigilia del primo anniversario dalla scomparsa di Davide Astori. La terra che l’ha allevato e quella che l’ha adottato. L’ex capitano viola era nativo di San Giovanni Bianco e ed è sepolto a San Pellegrino Terme, distanti pochi chilometri da Bergamo. E proprio nel suo paese natale, San Pellegrino, questa mattina si è celebrata una messa per ricordare il calciatore andato via nella notte di un anno fa, prima del match con l’Udinese.

La partita di Astori

La bellezza di una partita come Atalanta Fiorentina è stato lo spot migliore per commemorare al meglio un uomo come Astori. Intensità, sportività e una qualità del gioco non banale. E poi quel tredicesimo minuto con Ilicic che calcia fuori il pallone per avviare il minuto di silenzio in memoria del suo ex compagno di squadra. I due hanno vissuto insieme due anni a Firenze, prima che lo sloveno prendesse la strada di Bergamo. La scomparsa di Davide lo ha particolarmente toccato soprattutto quando, la scorsa estate, Ilicic ha avuto un’infezione batterica ai linfonodi del collo. Un problema di salute che ha temuto potesse impedirgli di tornare a giocare, come spiegato al Corriere dello Sport:

Quello che è successo a Davide mi ha fatto passare dei momenti difficili e ho sofferto per tanti giorni. È stata una tragedia terribile che non mi permetteva di dormire. E quando sono stato male io, ho avuto paura che mi potesse succedere qualcosa di simile. Pensavo: “E se domani mattina non mi sveglio? Come farò a non vedere più la mia famiglia?”. C’è stato un periodo in cui avevo paura di andare a letto e addormentarmi. Il calcio non è tutto nella vita, l’ho capito sulla mia pelle

Caro Davide…

Astori è stato ricordato sui campi di tutta Italia al tredicesimo minuto, pari al suo numero di maglia. Emozioni e lacrime hanno spazzato via, per 60 secondi, la tensione della gara. Mentre sul tabellone luminoso compariva la foto del calciatore, la curva atalantina esponeva lo striscione: “Davide sempre con noi”. Ricordo condiviso dalla curva viola accorsa all’”Atleti Azzurri d’Italia”. Non è stato un turno normale di serie A, particolarmente toccato dalla lettera che i suoi genitori gli hanno scritto al figlio. Caro Davide ti scrivo


 

 

Massimiliano Allegri chiude i social, Mauro Icardi sceglie ancora il web per lanciare nell’etere il suo pensiero. Strategia opposte per due tra i maggiori protagonisti del calcio italiano e non. L’allenatore della Juventus ha deciso di sospendere (temporaneamente?) i suoi account su instagram e twitter. L’attaccante dell’Inter ha, invece, preferito i social con una lettera di orgoglio e rabbia verso i colori nerazzurri. Nell’era di internet 3.0 (o 4.0) il posizionamento mediatico scorre via sui nuovi media. Più immediati, più dirompenti, più vicini al destinatario finale siano essi stampa e tv piuttosto che i tifosi. Per avere un titolo basta un clic o un mancato clic.

Il silenzio di Allegri

La mossa di Allegri ha spiazzato tutto. La loquacità social del tecnico livornese era via via aumentata a seguito del noto #fiuuu lanciato dopo il match di Champions nel 2014 contro l’Olympiacos. Al termine di ogni match l’allenatore della Juve sintetizzava il suo pensiero in massimo 280 caratteri, come impone twitter. Non è ancora chiaro il motivo del suo addio social. Le voci si rincorrono. E’ il primo segnale di un altro abbandono, ben più rumoroso, quello alla Juve a fine stagione dopo 5 anni. Oppure è un modo per riacquistare serenità e concentrazione in vista del ritorno con l’Atletico Madrid. Anche se, a onor del vero, un post al giorno non leva il medico di torno. Anche il silenzio social può essere una mossa, senza dover obbligatoriamente chiudere il proprio account.

Il #fiuuu di Allegri su twitter

Icardi Inter, amore odio

L’eterna querelle a tre Icardi – Inter – Wanda Nara scorre continuamente lungo il web. L’ultima puntata è stata trasmessa con una lettera dell’ex capitano nerazzurro pubblicata su instagram. Tanto amore per i colori meneghini, ma anche tanto orgoglio e rabbia per quanto accaduto nelle ultime settimane. E’ mancato il rispetto da alcuni che prendono le decisioni, sbotta Maurito. E dalle parti di Corso Vittorio Emanuele non hanno apprezzato l’ennesima mossa nell’etere dell’argentino. Già lo stesso Spalletti in conferenza stampa pre Cagliari aveva riacceso gli animi. «Parlo solo di chi gioca e ha a cuore l’Inter», il suo pensiero per una volta davanti a un microfono e non dietro uno smartphone. Ma la lettera di Icardi riporta la situazione sottosopra. Tra allusioni neanche troppo velate, dichiarazioni criptiche ai media e un post su instagram.

 

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🙏 #MI9

Un post condiviso da Mauro Icardi – MI9 (@mauroicardi) in data:

 

Oltre la banalità del calcio, Claudio Marchisio svetta per profondità e complessità delle sue riflessioni. Alle dichiarazioni preconfezionate da dare in pasto ai media, l’ex Juve preferisce un post social mai banale spesso sui temi di attualità. L’ultimo riguarda Silvia Romano, la volontaria italiana rapita in Kenya il 20 novembre scorso e precipitata nel silenzio di stampa e tv. «90 giorni saranno sempre troppo pochi per perdere la speranza e la forza di ricordare Silvia ogni giorno e chiedere che sia fatto tutto il possibile per portarla a casa». Venti giorni fa, il Principino si era invece occupato dei pastori sardi e della loro battaglia per il prezzo del latte: «La Sardegna è il cuore di uomini e donne straordinarie […] Amo la vostra terra e vi sono vicino». 110mila like dai suoi 4 milioni di follower su instragram.

“Sono un uomo libero”

Il centrocampista, classe 1986 con 55 presenze nella Nazionale, ha fatto le valigie dalla sua Torino nell’ultima estate. Ha capito di essere di troppo nella sua Juventus, la società non lo riteneva più all’altezza e si è guardato altrove.  Marchisio ha così scelto la Russia e lo Zenit San Pietroburgo per ricominciare. La stagione nella ex Leningrado va avanti tra alti e bassi, 15 presenze totali (spesso partendo dalla panchina) e due reti. Ma all’ex enfant prodige della cantera bianconera la vita calcistica interessa fino a un certo punto. Si sta smarcando dall’immagine ovattata del calciatore lusso e pailettes per imporsi come atleta impegnato. Prendendosi anche la sua buona dose di insulti dagli hater di professione.

Io penso di essere libero, come te, di poter pensare e commentare. Qui non si parla di denaro, ma di possibilità di vivere, di scappare da guerre, da persone violente

With refugees

E così, tra una foto dei momenti in famiglia e una con il suo Zenit, c’è spazio per altro. Per il ricordo dell’avvocato Agnelli a 16 anni dalla scomparsa. Per la signora Marisa, seconda vittima della folle notte di Torino durante la finale tra Juve e Real Madrid. Per i giovani Riccardo Neri e Alessio Ferramosca, giovani del vivaio Juve morti in circostanze assurde nel 2006. Per il crollo del ponte Morandi, il terremoto in Indonesia, la battaglia pro migranti, il ricordo di Scirea. C’è la sua Vecchia Signora, ma non solo. Perché Marchisio sa che la vita non è solo bianca e nera, ci sono tanti altri colori oltre quelli indossati da calciatore. Sono le sfumature della vita, immagini e affreschi che non si possono tatuare.

Parlare di italiani al primo posto, quando si parla di persone con ALTRE VERE difficoltà, non è da italiani, ma è da non UMANI

 

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Guerre e violenza costringono ogni giorno migliaia di famiglie ad abbandonare le proprie case e ad affrontare pericolosi viaggi alla ricerca di protezione, dignità e un futuro per i propri figli. Io credo sia il momento di chiedere ai leader mondiali delle soluzioni concrete e di stare dalla parte dei più deboli. E tu da che parte stai? Everyday thousands of families are forced by wars and violence to leave their homes and to undertake dangerous journeys. This because they are just seeking protection, dignity and a better future for their own children. I firmly believe it’s time to ask our political leaders to find concrete solutions, taking the side of the weakest. And you, whose side are you on? #WithRefugees #WorldRefugeeDay #stayhuman

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Andare allo stadio può essere divertente anche restando fuori a caccia del prezioso biglietto. Ma non per entrarvi e tifare la squadra del cuore. L’obiettivo è quello di aggiungere pezzi a una collezione di 25mila esemplari che ricostruisce la storia del calcio dell’ultimo secolo. Se si va nel modenese, per la precisione a Savignano sul Panaro, bisogna chiedere di Maurizio Montaguti e del suo archivio sterminato di tagliandi di partite. Da Uruguay Argentina, prima finale Mondiale del 1930, a Italia Germania 4-3 dell’Azteca. Ci sono le reliquie di tutti i match degli azzurri alla Coppa del Mondo. Ci sono la serie A, le Coppe, veri e proprio archivi divisi per squadre partendo dall’Acireale. Un lavoro d’archivio meticoloso raccontato dalla Gazzetta di Modena e ripreso dal Corriere della Sera.

Quell’annuncio sul “Guerin Sportivo”

La sua storia inizia nel 1995 con un annuncio sul Guerin Sportivo di un signore di Pavia che cercava biglietti per scambiarli. Da oltre vent’anni custodisce i preziosi cimeli nel suo museo di casa, tre stanze al quarto piano. Un almanacco diviso persino per settori dello stadio, tra curve, distinti e tribune. Immergersi nei suoi raccoglitori significa fare un viaggio nel tempo del pallone. Dal primo e unico spareggio per lo scudetto come Bologna Inter (1964) ai biglietti delle finali di Coppa dei Campioni di Juventus e Roma, perse contro Amburgo e Liverpool (1983-1984). Nel 1998, per la semifinale di Coppa delle Coppe Vicenza Chelsea, Maurizio si apposta fuori dal “Menti” per la caccia al tesoro dopo la partita.

Dalla Juventus all’Acireale

Un biglietto raccolto, infatti, non basta. Meglio se ne trova qualcuno in più che diventa merce di scambio con altri collezionisti sparsi in tutto il mondo. Un manipolo di bigliettai che ormai si riconoscono tra di loro. Si appostano all’uscita degli stadi per recuperare i tagliandi. Vale per una partita di serie A come per le gare dei Mondiali. Dalla Juventus all’Acireale fino al suo Modena. Con la stessa emozione quando il postino, al mattino, gli consegna i biglietti richiesti qua e là per il mondo.

Il Chelsea non ha gradito la bufera Kepa Sarri prima dei rigori decisivi di Carabao Cup. E, nonostante il periodo delicato, la società londinese si schiera con il suo allenatore. La dirigenza ha deciso, infatti, di multare il portiere spagnolo tagliando una settimana del suo stipendio, destinandolo in beneficenza alla Chelsea Foundation. Già nel dopo partita il tecnico italiano aveva provato a ridimensionare l’accaduto, liquidandolo come un “malinteso”. Sarri voleva accertarsi che il suo numero 1 fosse in grado di giocarsi al meglio i penalty finali. Lo stesso desiderio di Kepa Arrizabalaga, intenzionato a restare in porta per provare l’assalto alla Coppa.

Pensavo che Kepa avesse i crampi e non fosse in grado di continuare per i rigori

La versione di Kepa

Entrambi hanno sbagliato sui modi e si sa quanto in Inghilterra siano attenti alla forma, oltre che alla sostanza. Il giocatore, già nel dopo partita, aveva fatto marcia indietro con un post su instagram.

Credo che tutto sia stato un fraintendimento dovuto alla pressione e al finale concitato di una partita decisiva. L’allenatore ha pensato che non fossi in condizioni di proseguire e la mia intenzione era di dirgli che invece ero in condizioni di proseguire per aiutare la squadra, mentre il dottore che mi aveva soccorso stava tornando in panchina per recapitargli proprio questo messaggio.

 

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Disgustados y tristes por no podernos llevar el titulo, hemos luchado hasta el final contra un gran equipo. Seguiremos trabajando para ser mas fuerte. También me gustaría aclarar algún hecho del partido de hoy: Lo primero de todo lamento como ha sido el final de la prorroga, quiero decir que en ningún momento ha sido mi intención desobedecer al técnico o ninguna de sus decisiones. Creo que todo ha sido un mal entendido a altas pulsaciones y en el tramo final de un partido por un titulo. El entrenador ha pensado que no estaba en condiciones de seguir y mi intención ha sido expresarle que estaba en buenas condiciones de seguir ayudando al equipo, mientras el cuerpo medico que me había atendido llegaba al banquillo y daba el mensaje. Siento de nuevo la imagen que se ha proyectado, no siendo en ningún caso mi intención dar esta imagen y pidiendo disculpas. Upset and sad for not being able to take the title, we fought until the end against a great team. We will continue working to be stronger. I would also like to clarify some facts of today’s match: First of all I regret how the end of the match has been portrayed. At no time has it been my intention to disobey the coach or any of his decisions. I think everything has been misunderstood in the heat of the final part of a match for a title. The coach thought I was not in a position to play on and my intention was to express that I was in good condition to continue helping the team, while the docs that had treated me arrived at the bench to give the message. I feel the image that has been portrayed was not my intention. I have full respect for the coach and his authority.

Un post condiviso da Kepa Arrizabalaga Revuelta (@kepaarrizabalaga) in data:

I blues hanno così deciso di sanzionare il loro portiere con un taglio allo stipendio di circa 220mila euro. Fondi che andranno a un ramo della società di Abramovich impegnata nel sociale. La Chelsea Foundation si occupa di istruzione, integrazione, lotta all’antisemitismo ed elabora programmi per favorire lo sport dei diversamente abili. Kepa dovrebbe in ogni caso essere regolarmente in campo nel turno infrasettimanale di Premier League contro il Tottenham. Lo spagnolo è stato bacchettato anche da uno che conosce bene i muri di Stamford Bridge come Josè Mourinho:

Per fortuna non ho mai vissuto una situazione del genere. Penso che da un lato il portiere vuole dimostrare la sua personalità e la sua fiducia, vuole esserci ai calci di rigore per far vincere la sua squadra, dall’altro però lascia Sarri ed il suo staff in una posizione molto fragile.

 

 

Il gran rifiuto di Kepa nella finale di Carabao Cup ha fatto il giro del mondo. Il portiere spagnolo che accusa i crampi alla fine dei supplementari. Sarri che prepara il cambio con Caballero. Il tabellone della sostituzione pronto e poi si ferma tutto. Il numero 1 blues non vuole uscire. Fa segno con le mani, manda a quel paese il suo allenatore che non la prende bene. Esplode, minaccia di togliersi la tuta, torna negli spogliatoi e poi rientra, mandando improperi a destra e a manca. Una scena mai vista, o quasi. Vengono in mente il vaffa di Chinaglia a Valcareggi durante i Mondiali di Germania ’74 o quanto accadde esattamente 20 anni dopo durante il torneo di Usa ’94.

Il caso Baggio Sacchi

23 giugno, Giants Stadium di New York, Italia Norvegia. Gli azzurri di Sacchi, dopo l’inaspettato ko per 0-1 contro l’Eire nella gara inaugurale, devono fare punti nella fase a gironi. La gara però si mette male con l’espulsione di Pagliuca al 21’. Il vate di Fusignano decide allora di togliere la stella della squadra in nome dell’equilibrio. Fuori Roberto Baggio, dentro Marchegiani. Solo che il Divin Codino non la prende bene. Anzi, non riesce proprio a credere di dover uscire. Guarda la panchina, i suoi compagni di squadra. Si chiede se è davvero lui ad abbandonare il campo, il numero 10 e Pallone d’Oro in carica. «Questo è matto», esclama Roby quasi in favore di telecamera. Ma il ct aveva deciso, rischiando, in nome delle distanze tra i reparti.

Perché lui e non un altro? Per una semplice questione tecnica. Avevo bisogno di gente che corresse molto e di un attaccante che “allungasse” la squadra avversaria partendo nello spazio, senza palla

Alla fine avrebbe avuto ragione lui, Sacchi. Per meriti o fortuna, questo non si saprà mai. Ma l’Italia vincerà quella partita grazie a un altro Baggio, Dino. E continuerà il suo Mondiale al cardiopalma grazie al Baggio con il codino, che la trascinerà fino alla finale di Pasadena. E pensare che negli ottavi di finale contro la Nigeria, vinti rocambolescamente ai supplementari, fu proprio il Codino a chiedere a Sacchi di essere sostituito per i crampi. Il tecnico aveva però finito i cambi e Roberto dovette restare in campo. Andò bene anche in quel match, portato a casa per 2-1 con doppietta proprio di Baggio. Quello che dette del matto al suo allenatore.

Tredici anni dopo l’Italbasket tornerà a giocare un Mondiale. La vittoria in scioltezza contro l’Ungheria (75-41) consegna agli uomini di Meo Sacchetti il pass per il torneo in Cina dal 31 agosto al 15 settembre. Match senza storia, in cui gli azzurri hanno concesso le briciole agli avversari. Prova ne sono i soli 41 punti concessi in quaranta minuti. Se nel 2006 la Nazionale si era qualificata ai campionati del Mondo solo grazie a una wild card, il roster attuale si è guadagnato sul campo il meritato visto per la Cina. Orfana dei suoi big (Belinelli, Datome, Gallinari) questa è una squadra operaia che andrà in Paradiso con i vari Aradori, Filloy, Gentile, Della Valle, Biligha, Cinciarini. E con un coach che trasforma in oro tutto quello che tocca.

Non l’ho portata io, ma tutti i ragazzi anche quelli che sono venuti ai raduni e non hanno giocato. Fanno tutti parte di questo gruppo. In Olanda c’è stato l’unico sbaglio, che poi abbiamo recuperato. Abbiamo difeso molto bene e siamo stati bravi

Sacchetti Re Mida

Solo una settimana fa portava Cremona alla vittoria della Coppa Italia contro Brindisi. Oggi è il condottiero dell’Italbasket che ritorna ai Mondiali. La consacrazione definitiva di un coach con le imprese a Sassari (scudetto, Coppa Italia e Supercoppa italiana tra il 2014 e 2015). Undici vittorie su tredici per i suoi azzurri, l’ultimo match sarà in Lituania per chiudere al meglio il girone J. Ora l’obiettivo è andare in Cina da protagonisti, lo stesso presidente della Federazione, Gianni Petrucci, non si nasconde:

Abbiamo coronato un sogno ma è solo il primo tempo. Andremo in Cina per ottenere un bel piazzamento e staccare il pass per i Giochi Olimpici. Anche lì manchiamo da troppo tempo

E magari al Mondiale potrebbero tornare i big per riportare l’Italbasket ai fasti di un tempo con Myers, Basile e Fucka. La Nazionale operaia ha bisogno dei suoi massimi talenti: Belinelli, Datome, Gallinari, lo stesso Melli. Ne gioverebbe l’intero movimento cestistico italiano, un po’ dimenticato e snobbato dai suoi stessi prodotti migliori.