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Vincenzo Pastore

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Galeotto fu il ditino che scorreva la timeline di instagram. Una trappola in cui è caduto Roberto Soriano, centrocampista del Torino, e che gli è costata caro. Chiunque frequenti il foto-social network sa bene qual è il rischio in cui si può incorrere per qualche cuoricino lasciato qua e là. Basta un attimo e un doppio tocco con il dito su una foto può anche mettere fine a una relazione amorosa, se il tuo lei/lui è colto da gelosia sfrenata. In questo caso la moglie è il Torino e l’amante è la fidanzata d’Italia, la Juventus.

Il like di Soriano al post di Ronaldo

Sabato 15 dicembre i bianconeri vincono il derby della Mole con un rigore di Cristiano Ronaldo. Subito dopo il match su instagram i giocatori della Juve pubblicano le foto esultanti della vittoria. CR7 aggiorna il suo profilo con l’immagine del penalty decisivo. Piovono oltre 4 milioni di like per l’uomo più seguito sul social fondato da Kevin Systrom e Mike Krieger. Tra i cuori ricevuti c’è anche quello di Soriano, che in quel derby era in panchina tra le fila del Toro. Apriti cielo, i tifosi granata non apprezzano e l’ex Villareal è costretto a scusarsi.

 

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Un malinteso che può capitare e l’incidente diplomatico 2.0 poteva anche chiudersi lì. Il problema è che Soriano persevera nei suoi like galeotti. Anche Paulo Dybala celebra la vittoria nel derby con una foto assieme al compagno di squadra Matuidi. E anche qui i più attenti notano l’apprezzamento social del centrocampista del Torino. Nuovo caos, polemiche, insulti, haters e richiesta di nuove spiegazioni. Ma la bufera non si ferma solo online. Secondo la Gazzetta dello Sport, la società di Urbano Cairo avrebbe multato Soriano per i suoi cuori sospetti. Un inizio di stagione da dimenticare per uno che sarebbe dovuto essere protagonista con Mazzarri. Invece l’ex Samp ha collezionato solo 12 presenze, spesso non da titolare, tra campionato e Coppa Italia. Finora ha fatto notizia più per i suoi like maldestri che per le giocate in campo. Non a caso per gennaio non è esclusa una partenza, direzione Cagliari o Bologna.

Gareth Bale fa il Cristiano Ronaldo e il Real Madrid non delude le attese. Dopo la clamorosa eliminazione del River Plate, il Mondiale per club rispetta i pronostici della vigilia. I blancos si sbarazzano abbastanza agevolmente dei giapponesi del Kashima Antlers (3-1) e volano in finale per la terza volta consecutiva. Decide una tripletta del gallese, nonostante i campioni asiatici abbiano messo in difficoltà la squadra di Solari nelle fasi iniziali del match.

Mister 100 milioni di euro squilla per tre volte la porta dei giapponesi, tra la fine del primo tempo e l’inizio del secondo. Bale firma il vantaggio al 44’ al termine di una triangolazione con Marcelo. Il raddoppio arriva al 53’ al termine di un pasticcio difensivo della difesa del Kashima. Bravo il gallese ad approfittarne e a depositare in rete la palla che sigilla il match. Giapponesi in bambola, passano due minuti e il Madrid fa tris. Ancora assist di Marcelo, ancora l’esterno ex Tottenham che fulmina il portiere avversario con un bolide in diagonale.


Il Real si siede dopo il 3-0 e concede il gol della bandiera a Doi al 78’ che, tuttavia, non cambia gli equilibri della semifinale. Bale esce e riceve la meritata standing ovation, Benzema sfiora il poker, ma il punteggio non cambia più. Merengues in finale, prevista per sabato 22 dicembre alle 17.30 contro l’Al Ain. Il pronostico pende tutto per la squadra spagnola, che vincerebbe il terzo torneo negli ultimi tre anni. Considerando anche la vecchia Coppa Intercontinentale, il Real ha in bacheca sei titoli di campione del mondo.

Il suo funerale, in realtà, è stato celebrato con il calcio spezzatino e le scommesse live. Il Totocalcio, storico concorso a premi di un’Italia che non c’è più, va in pensione. Un emendamento alla manovra prevede la riforma dei pronostici sportivi. Fuori dai tecnicismi legislativi, il gioco sarà sostituito, assieme al Totogol, da un unico prodotto della nuova società “Sport e Salute”, al posto di Coni servizi.

La prima schedina della storia

La schedina che ha fatto sognare milioni di italiani, ispirato romanzi e pellicole cinematografiche diventa carta straccia. Non è una notizia, d’altra parte era difficile immaginare di scommettere su un turno di serie A così frammentato. Da venerdì a martedì, in alcuni casi. Con le quote di ogni partita in tempo reale, persino tra un tempo di gioco e l’altro. La vera notizia, semmai, è che c’erano ancora 38mila appassionati che si sbizzarrivano con un 1X2. Lo facevano da oltre 70 anni, da quel 5 maggio 1946 quando il giornalista Massimo Della Pergola mise insieme due dei grandi amori degli italiani. Pallone e soldi. Il cronista, con Geo Molo e Fabio Jegher, inventò la prima schedina Sisal della storia. Due anni dopo sarebbe diventato Totocalcio sotto l’egida dei Monopoli di Stato.


In principio bisognava indovinare 12 risultati esatti. Dal 1950 il numero di partite da scommettere salì a 13. Un cambiamento epocale con conseguenze sul lessico quotidiano dell’Italia che riemergeva dalle macerie della II Guerra mondiale. Chi non ha mai pronunciato il fatidico “fare tredici” tra i nati fino agli anni ’80? Chi non ha mai osato un clamoroso 2 in Juventus Catania come Lino Banfi nel film “Al bar dello sport” del 1983? La radice linguistica del gioco, “Toto” appunto, ha coniato neologismi come il calcioscommesse del 1980, passato alla storia come Totonero.

La vincita più alta è stata registrata il 7 novembre 1993 con una schedina che pagava oltre 5 miliardi di lire. La liberalizzazione delle scommesse sportive ha avviato la lunga crisi del gioco. Dal 1994 in poi sono nati i vari Totogol, Totosei, Totobingol. Il sottosegretario Giorgetti assicura che il Totocalcio non muore, ma sarà rilanciato. Una scommessa azzardata, come un 2 in Juventus Catania.

Tanto tuonò per il Superclasico che alla fine piovve per entrambe. Il Boca Juniors superato in finale dal River Plate. I Millonaros vincitori poi sconfitti nella semifinale del Mondiale per club contro l’Al Ain. All’atto successivo del torneo volano i padroni di casa, campioni nazionali negli Emirati Arabi. Attendono l’altra finalista dalla sfida odierna tra Real Madrid e i giapponesi del Kashima Antlers.

La sorpresa in quella che fu la Coppa Intercontinentale arriva quindi dall’eliminazione ai rigori del River Plate. Il mese più lungo della Libertadores ha sfiancato mentalmente la squadra di Gallardo. Passati in svantaggio dopo soli 3 minuti per il gol dello svedese Berg (ex Psv e Amburgo), gli argentini hanno poi rimontato il match in soli 5 minuti. Una doppietta del colombiano Borrè ha ribaltato il risultato tra l’11’ e il 16’. Il River, nettamente superiore tecnicamente agli avversari, si permetteva il lusso di lasciare in panchina Quintero, l’eroe del Superclasico. I padroni di casa però non hanno mollato.


Hanno invocato prima un rigore, poi avevano anche pareggiato al 47’ con El Shahat. Ma in entrambi i casi l’arbitro Rocchi, coadiuvato dal Var Irrati, ha negato la gioia agli arabi. Esultanza rimandata solo di qualche minuto visto che il 2-2 è arrivato al 51’ con il brasiliano Caio. La possibile svolta della gara è decretata da Rocchi, con un rigore per gli argentini al 67’. Martinez però ha sparato il penalty sulla traversa, un cattivo presagio. La partita infatti non si è sbloccata fino al 90’, copione immutato anche ai supplementari. Si va ai rigori. Dal dischetto sono tutti impeccabili fino all’errore decisivo di Enzo Perez.


In finale va l’Al Ain, dopo aver già eliminato nei turni precedenti i neozelandesi del Team Wellington e i tunisini dell’Esperance. Negli ultimi tre anni, per ben due volte i vincitori della Libertadores hanno fallito la finale. L’ultimo successo sudamericano nella competizione è targato Corinthians nel 2012. Numeri che aumentano i dubbi sulla qualità del calcio in America Latina. Già il Superclasico aveva sollevato più di una perplessità sul tema. Ora la squadra degli Emirati Arabi attende il suo avversario in finale. Nel Mondiale per Club le sorprese non mancano, il Madrid di Solari è avvisato.

Il suo ultimo gol, Pippo Inzaghi deve realizzarlo al Milan. Al suo Milan, la squadra del cuore, in cui ha vinto tutto e segnato di più. 126 gol in trecento partite. La vetta raggiunta con la doppietta di Atene nella finale di Champions contro il Liverpool. L’anno da allenatore nel 2014-2015. Tutto dimenticato, almeno per una sera. Oggi Filippo Inzaghi è l’allenatore del Bologna e si gioca la panchina nel match di campionato contro i rossoneri. Non se la passa meglio il suo vecchio compagno e amico Rino Gattuso. Da poco più di un anno a Milanello, l’ex centrocampista si lecca ancora le ferite dopo l’eliminazione contro l’Olympiacos. Ancora una volta Atene, questa volta meno dolce del 2007.

Inzaghi si gioca tutto questa sera. Dopo la sconfitta maturata ad Empoli, il suo posto sembra a tempo determinato. Il presidente Saputo gli ha confermato la fiducia, sebbene a termine. Dopo gli anni di Venezia (promozione in B e playoff), Superpippo è arrivato a Bologna questa estate. Le ambizioni erano di una salvezza tranquilla, dopo gli anni di un altro ex milanista in Emilia. Quel Roberto Donadoni che non è mai entrato pienamente nel cuore della città di Lucio Dalla. La dirigenza ha così puntato su Inzaghi con risultati finora deludenti. Terzultimo posto in classifica a 11 punti. Due le sole vittorie, contro Roma e Udinese al “Dall’Ara”. Una squadra che non sembra all’altezza della categoria. L’unica buona notizia è che la salvezza dista due punti, con l’Udinese a 13.

I tre punti sono arrivati l’ultima volta il 30 settembre nel 2-1 contro i bianconeri friulani. Da allora 4 sconfitte e 4 pareggi in 8 partite. Troppo poco per poter vedere la luce in fondo alla stagione. Ma le colpe non sono solo di Inzaghi allenatore. La rosa è stata probabilmente sopravvalutata. Il Bologna segna poco, ha uno dei peggiori attacchi con soli 13 gol. A salvarsi è Federico Santander, l’attaccante paraguaiano con 4 centri all’attivo. Dal resto le briciole. Palacio fa i conti con l’età e gli acciacchi (2 reti). Orsolini gioca poco (552 minuti con 2 gol). Destro ha deluso ed è un separato in casa. Poli cerca di mettere una pezza, andando a segno due volte da centrocampista. Ci sarebbe bisogno di un attaccante vero, ma quello siede in panchina e fa l’allenatore. E questa sera deve segnare il gol più importante da tecnico, proprio contro il suo Milan.

La bomba di mercato (Maurizio Mosca, ti pensiamo) arriva a sera inoltrata, praticamente notte. Mauro Icardi poteva finire alla Juventus la scorsa estate. Avrebbe giocato in attacco con Cristiano Ronaldo, al posto di Mario Mandzukic. La notizia è della sua procuratrice, nonché moglie, Wanda Nara durante il programma tv “Tiki Taka”:

La verità è che l’Inter lo voleva mandare alla Juventus, è stato sempre Mauro a dire di no e a voler rimanere all’Inter. Nell’ultima finestra di mercato aveva un piede fuori, la Juve per convincermi mi ha detto che avrebbe fatto coppia con Ronaldo, e alla fine è arrivato davvero

Quindi, a sentire la pirotecnica ex moglie di Maxi Lopez, la dirigenza juventina avrebbe scambiato Icardi con Higuain. Il Pipita sarebbe così finito sull’altra sponda dei Navigli, quella nerazzurra. Mauro, invece, avrebbe indossato la maglia bianconera, avversario che gli porta fortuna visto il numero di gol segnati. L’eventuale duo con CR7 sarebbe stato tutto da verificare in campo. L’argentino è giocatore diverso da Mandzukic. Meno disposto al sacrificio, più animale da area di rigore. Certo, osservando i dati del croato con Ronaldo,  il sospetto è che Icardi avrebbe segnato ancor di più di quanto non stia facendo all’Inter. Ma nel gioco di Allegri, e nel calcio moderno, gli attaccanti non devono solo segnare. Devono anche supportare la squadra in fase di non possesso. Mandzukic ne è il simbolo estremo, per quanto lotta e corre. Il capitano dell’Inter deve invece migliorare questo aspetto, il suo unico tallone d’Achille finora.


Il retropensiero, tuttavia, è che Wanda Nara stia giocando d’astuzia sul tema spinoso del rinnovo del contratto. Icardi e la dirigenza interista stanno discutendo, al momento senza esito, del prolungamento del loro rapporto fino al 2023. Wanda assicura che non si tratta di un problema economico, ma la sua sembra una tattica abbastanza nota e prevedibile. Mettere in circolo voci di mercato per ritoccare l’ingaggio del suo assistito (e marito).

Siamo lontanissimi sul contratto, mi dà fastidio quello che è stato scritto in questi giorni. Nessuno mi ha chiamato per chiedermi spiegazioni. Icardi è un giocatore che non si deve discutere, deve rinnovare punto e basta. Meglio che non parlo di mercato, mi viene da ridere quando sento che Mauro non ha mercato. Con l’Inter non è una questione di soldi: quanto prende, per esempio, Higuain? Penso che l’Inter possa pagare il rinnovo. La priorità è rimanere in nerazzurro, ovviamente.

Beppe Marotta, neo dirigente interista, ha già la prima questione sul tavolo. Di fronte a lui ci sarà Wanda Nara. Proprio l’ex bianconero, che secondo la signora Icardi, avrebbe spinto per portare l’argentino alla Juve. Ora ha di fronte un bivio. Cedere alle richieste dell’attaccante o dettare la linea. Sempre che Wanda non escogiti un nuovo contropiede.

Doveva essere l’uomo in più dello scacchiere di Gattuso. Ma finora Gonzalo Higuain ha deluso le attese dei tifosi rossoneri. Iniziano addirittura a circolare alcune voci secondo le quali il Milan non spenderebbe i 36 milioni del riscatto. Un inizio di stagione in chiaroscuro, culminato con i problemi alla spalla e la serata da incubo contro la sua ex Juventus. Rigore sbagliato ed espulsione. Il Pipita è lontano parente di quello ammirato a Madrid, Napoli e Torino. Ma stiamo pur sempre parlando del recordman nella storia della serie A con 36 centri in una stagione.

I numeri della stagione dicono che Higuain ha segnato 7 reti in 15 partite, con 3 assist. Un gol ogni 184 minuti, 5 i centri in campionato. Numeri da non buttare via se non si trattasse dell’argentino. Altrove ha abituato ad altre medie e ad altre prestazioni. A Milanello non è ancora il leader della squadra. La voglia di dimostrare il suo valore e di ripagare la fiducia della società lo sta portando a strafare. Finora, infatti, il proscenio è stato tutto del giovane Cutrone che ha sconvolto i piani di Gattuso costringendolo a schierare le due punte. Il feeling con Higuain non manca (vedasi il gol alla Roma, ad esempio), ma siamo abituati a vedere il Pipa attore protagonista e non spalla di un altro centravanti.

La questione è tutta psicologica. Gonzalo non si aspettava di essere scaricato dalla Juventus. Ma, in ogni caso, nessuno poteva immaginare che i bianconeri acquistassero Cristiano Ronaldo. Con l’arrivo del portoghese, a Torino hanno designato il compagno d’attacco di CR7. Mario Mandzukic e non Higuain, anche per non generare una minusvalenza dopo l’acquisto importante del bomber dal Napoli nel 2016. Non si certo dire che la scelta, finora, non abbia ripagato. Il croato alla Juve segna sfruttando gli assist proprio di Ronaldo. Il Pipita appare, invece, triste e solitario ma c’è ancora tempo per non essere anche final, per citare Osvaldo Soriano. C’è un quarto posto da centrare per la Champions e c’è un’Europa League da onorare fino in fondo. Qualificandosi già ad Atene contro l’Olympiakos. Gattuso ha bisogno del miglior Higuain, l’uomo dei 36 gol, più di sessant’anni dopo un altro milanista, Gunnar Nordahl.

El Flaco è pronto a prendersi la Roma nel momento più delicato della stagione. Javier Pastore debutta in giallorosso in Champions League in Repubblica Ceca contro il Viktoria Plzen. Una gara che non avrà conseguenze in classifica per i capitolini, già qualificati come secondi agli ottavi. E’ un match invece determinante per i padroni di casa, in lotta per il terzo posto con il Cska Mosca, valevole per l’Europa League. La squadra di Di Francesco deve però dare una risposta dopo il suicidio di Cagliari, da 2-0 a 2-2 al 95’ in 11 vs 9. La lontananza dalla capitale e dalle sue turbolenze di tifo può essere, in questo senso, un vantaggio.

Trequartista dietro Schick e Kluivert, Pastore è chiamato a riprendersi la scena dopo un inizio a singhiozzi. La sua ultima gara da titolare risale addirittura al derby contro la Lazio del 29 settembre. Poi le sue presenze si registrano con il contagocce, a causa di problemi al polpaccio. Due i suoi gol finora, entrambi di tacco, contro Atalanta e Frosinone. Un po’ poco per un giocatore acquistato dal Paris Saint Germain per quasi 25 milioni di euro. Un investimento importante per colmare la cessione di Nainggolan all’Inter.

D’altra parte le noie fisiche hanno fin qui condizionato la carriera di Pastore, per sette anni a Parigi dal 2011 al 2018. Era esploso a Palermo, circa dieci anni fa, formando una micidiale coppia offensiva con Cavani. Proprio con il Matador si sarebbe ritrovato sotto la Torre Eiffel nei suoi anni parigini. Nel 2011 viene nominato miglior giovane calciatore l’anno prima dagli Oscar del calcio Aic. In Francia Pastore vince tutto quello che si poteva vincere in patria, ma fallisce l’obiettivo europeo. Firma tuttavia un memorabile gol contro il Chelsea nei quarti di finale di Champions nel 2014.

Le varie star che hanno affollato la rosa del Psg in questi anni hanno un po’ offuscato la classe dell’argentino. Un talento finora incompiuto che cerca riscatto a Roma. La stagione, fin qui,  è stata al di sotto delle aspettative per tutta la squadra di Di Francesco. Ottava in campionato, nel gruppone a 21 punti con Atalanta, Parma e Sassuolo. Sono ben 14 i punti ottenuti in meno rispetto all’anno scorso, peggio ha fatto solo il Chievo (-17). Eppure il quarto posto è distante solo 5 punti e gli ottavi di Champions sono in cassaforte già da due settimane. La Roma deve rialzare la testa e per farlo serve il miglior Flaco Pastore.

Terze dovevano arrivare, secondo i pronostici della vigilia, e terze sono arrivate. Inter e Napoli abbandonano la Champions League e retrocedono in Europa League non senza rimpianti. Entrambe qualificate prima dell’ultimo turno, entrambe con l’amaro in bocca dopo le gare con Psv e Liverpool. Accomunate dal rimpianto di non aver fatto bottino pieno contro le squadre sulla carta più deboli. Olandesi di Eindhoven e Stella Rossa Belgrado. Da più parti si sperava in un poker di squadre italiane alla fase a eliminazione diretta. Dovremo accontentarci di Juventus e Roma, che hanno già ottenuto il pass qualificazione. Nerazzurri e partenopei si leccano le ferite di una serata amara che, tuttavia, lascia in eredità differenti stati d’animo.


Perché l’Inter è andata fuori

Sei punti nelle prime tre partite, due nelle ultime tre. Il girone europeo dell’Inter è stato altalenante, come spesso capita nella storia della società nerazzurra. Partenza da favola, con Vecino e la garra charrua che ribaltano il Tottenham. La vittoria di Eindhoven sembrava aver spianato la strada. Poi la marcia indietro: un punto col Barca (ci sta), il ko a Wembley con la squadra di Pochettino (ci sta meno). L’Inter spreca due match point e viene eliminata, forse giustamente visto l’andamento delle gare.


In fin dei conti, Barcellona e Icardi erano finiti sul banco degli imputati per presunta scarsa professionalità. La gara senza storia per i blaugrana contro il Tottenham. La trasferta madrilena di Icardi per la Libertadores. Peccato che tutt’e due abbiano fatto il loro dovere. Due settimane a parlare di calcoli e combinazioni e poi si toppa il presupposto iniziale. Vincere con il Psv. Spalletti ha avuto la colpa di non voler chiudere il discorso qualificazione a Londra, accontentandosi del pari. Un po’ come accaduto a Torino col cambio Borja Valero Politano. L’ex Sassuolo è, assieme al capitano argentino, l’uomo più in forma dell’Inter. E anche ieri, puntualmente, è stato sostituito. A differenza di Perisic, finora l’ombra di se stesso, ma sempre tenuto in campo dal tecnico di Certaldo.


Perché il Napoli è andato fuori

Cinque anni dopo il copione si ripete. Nel 2013 il Napoli di Benitez va fuori pur avendo fatto 12 punti in un girone di ferro con Arsenal e Borussia Dortmund. La differenza reti lo penalizza. Passa un lustro e con Ancelotti si rivive lo stesso psicodramma. Eliminati con 9 punti dietro Paris Saint Germain e Liverpool. Bastava un gol, anche perdendo 1-2, agli azzurri per superare il turno. Invece Hamsik e compagni devono accontentarsi dell’Europa League non senza rimpianti.

Il primo, enorme, riguarda la duplice gara con la Stella Rossa. I due punti lasciati in Serbia gridano vendetta come la traversa di Insigne. Tuttavia il Liverpool nei Balcani ha perso e i parigini non hanno certo passeggiato nonostante il punteggio (4-1). A pesare enormemente resta il gol sul 3-0 di El Fardou Ben Nabouhane della Stella Rossa nella gara del San Paolo. E se si aggiunge la rete di Di Maria presa allo scadere a Parigi si rischia di non dormirci più la notte. Il Napoli, invece, può mostrarsi fiero di quanto fatto in un girone proibitivo, avendolo condotto da primo in classifica fino al match di Anfield Road. Complimenti che non fanno punti, ma che torneranno utili per una Europa League da protagonista.

Appartiene a quella categoria che non invecchia perché anzianotto già da giovane. Fabrizio Ravanelli compie 50 anni, la Penna bianca più famosa del calcio italiano. Il capello argentato che l’ha reso unico e immortale soprattutto per i tifosi della Juventus. Il gol in finale contro l’Ajax è l’ultimo sigillo vincente in una finale di Champions League per i bianconeri. Poi sono arrivate le reti di Del Piero, Morata e Mandzukic ma nessuna ha portato la Coppa a Torino. Cristiano Ronaldo studia da Ravanelli per centrare quel trofeo maledetto dalle parti di Madama.

La sua storia d’amore con la Juventus inizia nell’estate 1992. Fabrizio, con quei capelli, ricorda molto Roberto Bettega. L’attaccante, perugino di nascita, ha 24 anni. Arriva in una squadra che vive la sua lunga fase di transizione dopo l’epopea d’oro degli anni Ottanta. In panchina c’è nuovamente Trapattoni, davanti Baggio, Möller, Casiraghi, Di Canio e il super colpo del mercato. Gianluca Vialli dalla Sampdoria. Ravanelli segna il suo primo gol in bianconero in Coppa Uefa, a Famagosta contro l’Anorthosis. Quell’anno vince quella Coppa battendo il Borussia Dortmund in finale.

Ma è con l’arrivo di Marcello Lippi nel 1994 che la sua carriera svolta. E’ l’elemento centrale del tridente con Vialli e Del Piero. Roby Baggio è più defilato nelle gerarchie. Il ritorno dello scudetto a casa Juve coincide con una stagione da mattatore per Ravanelli. 30 reti in 53 partite, festeggiate con la testa sotto la maglietta. Un’annata che Penna Bianca ricorderà per sempre anche per la scomparsa del suo grande amico, Andrea Fortunato.

Se con lo scudetto entri nella storia, con un gol decisivo in finale di Champions sei nella leggenda. 1995-1996, la stagione che riporta la Juve sul trono europeo. 22 maggio 1996, stadio Olimpico di Roma. Al 13’ Ravanelli sfrutta un errore di Frank De Boer in difesa, anticipa Van Der Saar e colpisce il pallone che lentamente supera la linea di porta. Silooy salva la palla troppo tardi. Il vantaggio juventino viene impattato da Litmanen, serviranno i rigori per sancire il trionfo bianconero con il rigore di Jugovic. Ma, come spesso capita, le storie d’amore si interrompono sul più bello.

Nell’estate 1996 Ravanelli viene ceduto in Inghilterra al Middlesbrough. Al Boro diventa Silver Fox. Esordisce con un tris al Liverpool, segna 31 gol in 48 partite ma la squadra retrocede. Lui diventa però un beniamino dei suoi tifosi. Oltremanica resta solo un anno, poi va a Marsiglia, torna in Italia nella Lazio e vince lo scudetto 2000, proprio contro la Juve, naufragata nel pantano della sua Perugia. Chiude la carriera in Umbria dopo le nuove esperienze in Gran Bretagna tra Derby County e Dundee.

Dopo alcune sfortunate panchine da allenatore, oggi è un ambassador bianconero con le Juventus legends. Il bianconero tatuato sulla pelle e sui capelli, da sempre.

Ravanelli, in campo tra le Juventus Legends