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Vincenzo Pastore

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Il Liverpool Football club è stato fondato il 15 marzo 1892

C’è qualcosa di magico, oltre che irrazionale, in quello che succede ad Anfield a ogni istante prima del triplice fischio. Che sia nella rimonta da leggenda del Liverpool contro il Barcellona in Champions League in cui non si può spiegare un 0-3 rimontato 4-0 da una squadra priva dei suoi uomini migliori. O che sia una cocente uscita dal torneo per mano dell’Atletico Madric. C’è qualcosa di irriducibilmente romantico nei titoli di coda d serate da brividi, con la curva Kop che canta. In un momento così elevato, per cuori forti e rigorosamente reds, la ragione non ha posto. E così, come capita da mezzo secolo, nella stadio fra le strade della band più famosa del mondo si canta l’inno di un gruppetto semi sconosciuto ai più. Mentre nell’odiata Manchester sponda City, nella città culla degli Oasis con i fratelli Gallagher primi supporter di Aguero e Guardiola, all’Etihad Stadium risuona Hey Jude dei Beatles.

Gli altri Beatles

Prima di liquidarlo frettolosamente come ennesimo caso di Nemo profeta in patria (nel caso di Liverpool), bisogna andare indietro nel tempo. E capire perché You’ll never walk alone è diventato il canto di appartenenza di un intero popolo. E dire che questo salmo profano arriva da più lontano. Dagli Stati Uniti e da un musical di Broadway, Carousel, nel 1945, scritto e intonato da Richard Rodgers e Oscar Hammerstein.

Una quindicina di anni dopo la canzone fu interpretata da una delle tante band che fiorivano nel Mersey Side, dai Beatles in giù. Gerry and the Pacemakers, dei fratelli Gerry e Fred Marsden, divennero per qualche anno gli alter ego dei Fab Four. All’inizio degli anni ’60 avevano lo stesso manager (Brian Epstein), lo stesso produttore (George Martin), lo stesso fotografo (Dezo Hoffmann) e anche lo stesso sarto (Dougie Milins).

Non solo Liverpool

Il gruppo si esibiva spesso nello stesso cartellone e negli stessi concerti locali dei Beatles. I loro primi tre singoli (How do you do it? – proposto da Martin ai Beatles ma poi scartato – I like it e You’ll never walk alone) arrivano in testa alle classifiche britanniche. Record eguagliato negli anni ’80 dai Frankie Goes to Hollywood, anch’essi di Liverpool. Nel 1963, quando YNWA era in testa alle hit del Regno Unito, ad Anfield si era soliti cantare i pezzi più in voga del momento. Accadde anche con She loves you di Lennon McCartney.

Ma Non camminerai mai da solo ebbe un effetto travolgente. Un’onda che non si è mai fermata e che si è allargata anche ad altri club (dal Celtic Glasgow al Borussia Dortmund e al Feyenoord).  La fama di Gerry e del suo gruppo si trasformò presto in meteora. Una meteora diventata comunque storia grazie al Liverpool, alla Kop e da ieri anche grazie a Klopp.

A Liverpool erano i più temibili rivali dei Beatles. Ricordo bene con quanta ansia aspettassimo i risultati dei sondaggi del quotidiano locale, sperando di racimolare i punti necessari per batterli. Ecco a che punto eravamo! (Paul McCartney)

Circa ottanta anni fa le strade di Vienna sono listate a lutto. Forse 40mila persone, forse 15mila. Camminano lì, nel freddo austriaco, in processione, per rendere omaggio al più grande calciatore austriaco di sempre. Il Mozart del calcio, detto anche Cartavelina. Il 23 gennaio 1939 Matthias Sindelar e sua moglie, l’insegnante ebraica italiana Camilla Castagnola, vengono ritrovati senza vita nel loro appartamento. La versione ufficiale parla di fuga di gas (avvelenamento da monossido di carbonio), altri avanzano la tesi del suicidio, altri ancora il ruolo determinante della Gestapo. Una morte sospetta. La polizia austriaca archivia velocemente il caso, il fascicolo sulla sua morte scompare misteriosamente nel nulla.

Ma Sindelar è stato ben oltre che il “calciatore suicidato”. Ed è stato molto di più che un semplice atleta. Nasce nel 1903 a Kozlov, in Moravia, al confine con la Slovacchia. Infanzia difficile, patisce la fame, è orfano di padre caduto nella I guerra mondiale. Il suo fisico gracilino non gli impedisce di tirare calci al pallone, a piedi nudi perché le scarpe servivano per cose più importanti. Lo nota un dirigente dell’Hertha Vienna, rapito dalla straordinaria abilità di Matthias con il dribbling. Centravanti atipico, elegante, ama gli assist e il bel calcio, spesso sale a centrocampo per impostare l’azione. Un Mozart del pallone, come lo soprannomina l’allenatore e ct Hugo Meisl.

 

Risultati immagini per Matthias Sindelar

Passa all’Amateur Wiener (l’attuale Austria Vienna) dove esplode definitivamente. Vince due Coppe Europee, una sua tripletta stende l’Ambrosiana Inter in finale. E’ la stella della Wunderteam, la Nazionale austriaca delle meraviglie, che tra il 1931 e il 1933 vince 12 partite su 16. Contro i rivali tedeschi non c’è partita: Sindelar vince 5-0 e 6-0 in due gare contro la Germania. Seguono un 2-1 all’Italia e un 8-2 all’Ungheria. Contro l’Inghilterra a Stamford Bridge l’Austria perde 3-4 ma Mozart segna un gol dribblando praticamente tutti gli avversari. Un Maradona ante litteram.

Nella semifinale del Mondiale italiano del 1934, Mathias viene colpito ripetutamente dai falli dell’oriundo azzurro Luisito Monti, senza che un arbitro troppo casalingo commini alcunché. Sindelar si infortuna in quel match, l’Austria perde 2-1 e si classifica quarta. E’ proprio nella riabilitazione che il fuoriclasse conosce la sua futura moglie, Camilla Castagnola, traduttrice italiana.

Vivono a Vienna che nel 1938 subisce l’Anschluss, l’annessione nazista per fare la Grande Germania. L’Austria diventa una provincia del Terzo Reich con il nome di Ostmark. Il 3 aprile 1938, per celebrare la nuova conquista tedesca, al Prater di Vienna si gioca la Partita della riunificazione. L’Ostmark sfida la Germania, prima della fusione tra le due squadre. La pangermanizzazione del pallone, voluta da Hitler con un’unica rappresentativa con la svastica sulla maglia. L’Anschluss anche del calcio. Sindelar disputa la sua ultima partita con la Nazionale austriaca. La divisa è quella storica, biancorossa, fortemente voluta da Matthias.

Risultati immagini per Matthias Sindelar

E’ l’unica concessione che fa la Gestapo. Gli austriaci, infatti, avevano l’ordine di perdere per esaltare al meglio le virtù sportive dei nazisti in campo. Sindelar non ci sta e gioca forse la sua migliore partita. Corre, dribbla, si fa scherno degli avversari. Segna un gol, esulta proprio sotto la tribuna della polizia delle SS, ne fa segnare un altro a Karl Sesta. L’Austria vince 2-0. Il cerimoniale ora impone il saluto nazista rivolto ai gerarchi del Reich. Ma sia Sindelar che Sesta si rifiutano di alzare il braccio teso. Sono gli unici a non fare il Sieg Heil con il successivo Heil Hitler.

Ai successivi Mondiali di Francia il ct tedesco Sepp Herbergher lo vuole nella Nazionale del Reich. Mathias rifiuta, per la seconda volta in pochi mesi, la chiamata nazista. E’ troppo vecchio e infortunato, dice. Si ritira poco dopo, apre un bar con la sua Camilla prima di quel 23 gennaio 1939. Forse un suicidio, forse un duplice omicidio. La verità non si saprà mai. Di vero resta quel No ripetuto due volte che Matthias Sindelar, il Mozart del calcio, disse ad Adolf Hitler.

Perché vai forte in salita? Per abbreviare la mia agonia

Marco Pantani era soprattutto questo. Un uomo solo, in fuga da se stesso. In fuga dal gruppo per arrivare primo in salita. Quando muore prematuramente un artista, anche della bicicletta, la retorica celebrativa trasforma la persona in mito. L’uomo in eroe. Pantani ha, invece, compiuto il percorso inverso. Per la prima volta è andato forte in discesa: ha riportato il campione a essere solo un uomo. E un uomo solo.

Marco, in piedi sui pedali da Cesenatico

Il Pirata è stato uno dei miei primi idoli d’infanzia. Amato e odiato. Catalizzatore dei miei pomeriggi di maggio, quando libri e quaderni potevano aspettare. C’era il Giro, c’era Adriano De Zan, c’era un attesa da consumare strenuamente. In attesa di un segnale, di uno scatto. Oggi tappone di montagna, tutti aspettavano lui. In casa con papà o gli appassionati sulle strade. Dice Riccardo Magrini, di Eurosport:

Un po’ come quando gioca l’Italia ai Mondiali di calcio

Il berrettino volato via, lui che si alza sui pedali. «Scatta Pantani», la voce strozzata di De Zan annunciava il momento. E’ partito. E non ce n’era per nessuno. Dall’Aprica del 1994 all’Alpe d’Huez al Galibier in un pomeriggio epico. E poi Oropa, 1999.

Scrive Gianni Mura:

Perché, come i vecchi ciclisti, in corsa faceva di testa sua, non usava il cardiofrequenzimetro e quando s’allenava dalle sue parti beveva alle fontane e mangiava pane e pecorino

Ma lui era un uomo perché il suo viso tradiva i segni del suo calvario, della sua agonia, della sua via crucis. Della sua vita sempre in salita. Dalle cadute a Madonna di Campiglio. Quel giorno la Gazzetta titolò: «Sconquasso Pantani». Io ero appena tornato da un sabato di scuola media, non sapevo manco cosa volesse dire «sconquasso» ma sapevo che il Giro non sarebbe stato lo stesso. Che il ciclismo non sarebbe stato lo stesso.

Da lì è stata una lunga vorticosa discesa. Non era un santo, forse non era il fenomeno che tutti immaginavamo in bicicletta. Non mi interessa oggi saperlo. Marco Pantani è tornato in sella ed è sceso dai pedali. Ha regalato emozioni. E’ morto in preda alla solitudine la sera di San Valentino. E quella è una ferita che non si rimargina. Perché, come Gianni Mura:

avrei preferito vederlo invecchiare, e bere un bicchiere di Sangiovese con lui, da qualche parte sulle sue colline

 

Agli inizi di novembre 2008 Alessandro Del Piero ha 33 anni, è in procinto di farne 34 il 9. Prima però c’è un appuntamento di quelli segnati in rosso sul calendario o salvato nell’agenda dello smartphone. Il 5 novembre la Juventus di Claudio Ranieri va al Santiago Bernabeu. Quello stadio, così come Manchester, Monaco di Baviera o Barcellona è uno dei tempi del calcio europeo. La Champions League da brividi si gioca lì e Del Piero sa come si fa. Protagonista della prima e seconda Juve di Lippi, ha già vinto il trofeo nel 1996 a Roma. Ha però perso tre finali che ancora bruciano (1997, 1998, 2003).


Dopo lo scandalo di Calciopoli nel 2006, la Juve in quella stagione torna in Europa grazie al terzo posto in campionato maturato l’anno prima. Della squadra dominatrice in Italia sono rimasti, oltre a Del Piero, Buffon, Nedved, Camoranesi, Trezeguet, Chiellini. I bianconeri cercano di tornare agli antichi splendori, hanno acquistato Amauri dal Palermo, a centrocampo c’è Tiago proveniente dal Chelsea con il maliano Sissoko, in difesa una roccia come il vichingo Mellberg.

In Champions, dopo aver eliminato l’Artmedia di Bratislava ai preliminari, sono capitati nel girone H con Real Madrid, Zenit San Pietroburgo e Bate Borisov. La Juve fa un grande girone di qualificazione, si qualifica al primo posto, batte in casa Zenit e Real e vive la sua notte di gloria il 5 novembre.

Santiago Bernabeu, si diceva. Il Madrid ha come capitano l’eterno Raul, in porta Casillas, in difesa Fabio Cannavaro accanto ai giovani Sergio Ramos e Marcelo. I blancos, a caccia della “decima” che vinceranno solo nel 2014, sono allenati dal tedesco Schuster. Il reparto offensivo è composto da Sneijder, il già citato Raul e l’olandese Van Nistelrooij, arrivato in Spagna dopo gli anni a suon di gol con lo United. Nella ripresa, al ventesimo minuto, entrerà anche un giovanissimo Gonzalo Higuain, all’epoca 21enne. Drenthe, che sarà uno dei migliori, sostituisce all’ultimo minuto l’infortunato Robben.

I blancos partono all’attacco, ma Madama tutto sommato non corre grandi rischi. Drenthe imperversa sulla fascia, Van Nistelrooij cerca il guizzo giusto, ma non crea granchè. Alla prima vera occasione la Juve passa. Guti perde palla, recupera Marchionni che serve Del Piero a centrocampo. Il capitano si avvicina all’area di rigore avversaria, piazza il sinistro dai 20 metri come una punizione in movimento, rete. 0-1 e bianconeri avanti. Nel secondo tempo, Madrid avanti all’arma bianca, la squadra di Ranieri balla un po’ dietro ma tiene. Al 67’ c’è una punizione ideale per Del Piero, sul centrosinistra a 25 metri da Casillas. Il portiere spagnolo piazza malissimo la barriera, il capitano della Juve ne approfitta e va a firmare una doppietta memorabile.

Avrebbe il tempo anche di portarsi a casa il pallone, ma la tripletta è solo sfiorata. Claudio Ranieri, a tempo scaduto, decide di regalare una meritata e indimenticabile standing ovation al suo numero 10, sostituito da De Ceglie. Il Santiago Bernabeu risponde e si alza in piedi ad applaudire. Anche Maradona in tribuna batte le mani per Del Piero. La Juve si qualifica così agli ottavi di finale con due giornate di anticipo. Sarà poi eliminata dal Chelsea nel marzo 2009.

 

Dici Gelindo Bordin e si apre un mondo. La corsa vincente dell’atleta italiano alle Olimpiadi di Seul ’88 è una delle immagini chiave dei favolosi anni Ottanta. Ci sono l’urlo di Marco Tardelli e Like a Virgin di Madonna, Ronald Reagan e Gorbaciov, il muro di Berlino e Holly e Benji, Papa Woytyla e Ritorno al futuro, il Napoli di Maradona e il Live Aid. E poi c’è Gelindo, stretto tra l’unicità del suo nome e quella progressione vincente che termina con il bacio della pista.

Bordin nel 1988 ha 29 anni, un anno prima ha conquistato la medaglia di bronzo dei Mondiali a Roma. Nel 1986 è campione d’Europa a Stoccarda. Arriva in Corea con buone sensazioni, c’è anche lui nella griglia dei favoriti.

Domenica 2 ottobre: la gara è intensa, ma massacrante, si corre con un’umidità del 75%. Al 31mo chilometro Bordin tenta una fuga ma viene ripreso. Si entra nel vivo quando un quartetto si stacca e conduce, siamo al 36mo chilometro. Ahmed Salah da Gibuti, canotta n. 236. Takeyuki Nakayama, giapponese, n.635. Gelindo Bordin, canotta numero 579. Douglas Wakiihuri, keniano, n.675. L’Italia segue la gara dell’azzurro con le voci di Paolo Rosi e Attilio Monetti in diretta su Raidue.

Nakayama accusa la fatica e perde terreno. Rimangono in tre, esattamente gli stessi dei campionati mondiali 1987 in cui aveva trionfato Wakiihuri. Al 38mo km attacca Salah, Wakiihuri rintuzza i colpi, Bordin si difende ma è più staccato. E’ tenace, però, il corridore di Longare e non molla, mantiene un ritmo costante. 40mokm, Wakiihuri perde colpi, Bordin lo riprende e mette nel mirino il battistrada. In telecronaca si parla già di medaglia d’argento come grande risultato.

«Dai Gelindo, dai Gelindo!», esclama Rosi. E Gelindo vola, «lo sta braccando», raggiunge Salah e lo supera agevolmente. La corsa di Bordin è tutta proiettata verso l’ingresso allo stadio Olimpico. Gli ultimi 1500 metri sono la meritata passerella di un atleta straordinario, che con quegli occhi spiritati anticipa un po’ il Totò Schillaci di Italia ’90.

Entra nell’impianto sorridendo, godendosi il primo trionfo di un atleta italiano a una maratona olimpica. Dorando Petri viene sportivamente vendicato. Gelindo Bordin chiude la gara in 2h 5’ 30’’, si inginocchia stremato, bacia la pista. Wakiihuri arriva secondo, Salah solo terzo. «Grazie Gelindo», ripete un commosso Paolo Rosi, voce di un intero popolo.

Gelindo Bordin alle Olimpiadi di Seul ’88

 

 

Senegal Tunisia e Algeria Nigeria. Sono queste le semifinali della Coppa d’Africa, in programma il 14 luglio. Gli ultimi due quarti di finale hanno completato il tabellone di chi si giocherà un posto per la finale del 19 luglio. La Tunisia si sbarazza nel secondo tempo della sorpresa Madagascar, mentre all’Algeria occorrono i calci di rigore per avere la meglio sulla Costa d’Avorio.

Madagascar Tunisia 0-3

Assieme al Benin è stata la sorpresa di questa edizione del torneo. Il Madagascar aveva attirato le simpatie per il suo ruolo di under dog in questi quarti di finale. E dire che la squadra di Nicolas Dupuis era partita anche bene nel match impensierendo con Nomenjanahary la porta tunisina. La gara si sblocca e si decide nella ripresa: al 52’ Sassi beffa il portiere Adrien del Madagascar grazie a una deviazione fortuita di Fontaine. Otto minuti più tardi la Tunisia chiude i conti con Msakni, mentre Sliti al 93’ sigilla il match. Un risultato forse bugiardo che penalizza oltre modo il Madagascar. La Tunisia torna in una semifinale di Coppa d’Africa dal 2004, quando poi vinse quell’edizione.

Costa d’Avorio – Algeria 1-1 (4-5 dcr)

Gara palpitante a Suez tra ivoriani e algerini. Al 20’ c’è il vantaggio delle Volpi nel deserto con Feghouli. Nella ripresa l’Algeria ha l’occasione ghiotta di raddoppiare con un rigore al 48’ sprecato da Bounedjah, che centra la traversa. Gol sbagliato, gol subito e la Costa d’Avorio trova il pari al 62’ con Kodjia. Partita bloccata, i minuti trascorrono e la paura di perdere attraversa sia la squadra di Kessie che quella di Bennacer, probabili futuri compagni di squadra nel Milan di Giampolo. Si va ai rigori: il centrocampista rossonero non sbaglia, al pari del napoletano Ounas. Gli errori decisivi della Costa d’Avorio con Bony e Die rendono vano l’unico penalty sbagliato dall’altra parte con Belaili.

L’Algeria vola in semifinale, la festa dei suoi tanti tifosi residenti in Francia (circa due milioni) si trasforma in tragedia a Montpellier dove una donna è morta investita dall’auto di un algerino che ha perso il controllo del mezzo. La polizia ha arrestato l’uomo, mentre il figlio della vittima è in gravi condizioni in ospedale.

Semifinali

14 luglio, Il Cairo, ore 18: Senegal Tunisia (diretta Dazn)

14 luglio, Il Cairo, ore 21: Algeria Nigeria (diretta Dazn)

Dopo le sorprese riservate dagli ottavi di finale, i quarti di Coppa d’Africa non hanno riservato colpi di scena nelle prime due partite. Avanzano come da copione Senegal e Nigeria, prime qualificate in semifinale. Tornano a casa Benin e Sudafrica, castigatori dei superfavoriti Marocco ed Egitto nel turno precedente. Ma non sono state partite scontate, tutt’altro. Sono servite deviazioni fortunose al 90’ e superiorità numeriche nel finale per garantire il passaggio del turno alle squadre di Manè e Iwobi.

Senegal Benin

C’era grande attesa al Cairo per il primo quarto di finale tra Senegal e Benin. Una curiosità dettata dall’impresa clamorosa compiuta dalla squadra di Michel Dussuyer negli ottavi di finale. Questa volta i favori del pronostico sono stati rispettati, ma la Nazionale di Koulibaly ha dovuto attendere il 70’ per sbloccare il match. Prima c’era stato molto equilibrio, con il Benin molto attento e organizzato in campo. Il portiere senegalese della Spal. Gomis, rischia di combinarla grossa con un rinvio che stava quasi per trasformarsi in autore. Poi la combinazione Manè Gueye porta alla rete decisiva del giocatore dell’Everton. Nel finale il Benin chiude in 10 per l’espulsione di Verdon. Il Senegal ora attende in semifinale la vincente di Madagascar Tunisia.

Nigeria Sudafrica

Una gara in bilico fino all’89’ quando una deviazione fortunata di Trost-Ekong manda in Paradiso i nigeriani e condanna i sudafricani a una beffa dolorosa. Prima le due squadre avevano dato battaglia fin dall’inizio. Il primo tempo è molto intenso, ma poco spettacolare. La Nigeria passa al 27’ grazie a un tiro sporco di Chukwueze. Il Sudafrica rimanda al secondo tempo i propositi di rimonta: le parate di Williams consentono ai Bafana bafana di restare nel match e di trovare la parità con Zungu al 71’ dopo un check del Var su un possibile fuorigioco. Quando i supplementari sembravano alle porte proprio Williams sbaglia l’uscita e il difensore dell’Udinese Trost-Ekong devia la palla con il ginocchio, tanto basta per garantire il passaggio del turno alla Nigeria. L’avversario della semifinale uscirà dal confronto tra Costa d’Avorio e Algeria.

Quarti di finale

Senegal-Benin 1-0

Nigeria-Sudafrica 2-1

11 luglio: Costa d’Avorio-Algeria, Suez, ore 18, diretta Dazn

11 luglio: Madagascar-Tunisia, Il Cairo, ore 21, diretta Dazn

Semifinali

14 luglio, Il Cairo, ore 18: Senegal vincente Madagascar Tunisia (diretta Dazn)

14 luglio, Il Cairo, ore 21: Nigeria vincente Costa d’Avorio Algeria (diretta Dazn)

Italia Francia, si sa, non è solo una partita di calcio. È una sfida di due popoli con costumi, tradizioni, cucine sportivamente rivali. Il 9 luglio da tredici anni non è una data come le altre. La finale di Berlino in cui l’Italia di Lippi trionfò ai rigori contro la Francia di Domenech. La testata di Zidane, le parate di Buffon, la partita nella partita di Materazzi. Una storia notissima che è stata ripresa dai rispettivi account nazionali di Netflix. I social media manager della popolare casa di produzione televisiva si sono divertiti in una sfida a Forza 4, tra sfottò, luoghi comuni e punzecchiature varie.

Ancora una volta, però a vincere è stata l’Italia, con buona pace dei propositi di rivincita transalpini.

E poi il finale

Volendo prenderla con le stesse parole di Matteo Berrettini, alla fine è stata solo una lezione di tennis durata 74 minuti. L’ottavo di finale più veloce della storia di Wimbledon. Sul centrale davanti, probabilmente, al tennista più forte di tutti i tempi e a uno dei migliori sportivi della storia. Roger Federer ha disintegrato le speranze del tennista romano non ancora 23enne in poco più di un’ora. 6-1, 6-2, 6-2, tre set a zero, solo cinque game concessi in un match che è sembrata una montagna impossibile da scalare.

La partita

Impaurito, spaesato, alienato da chi aveva di fronte in un teatro così prestigioso. Ai limiti della figuraccia più volte durante la gara. Berrettini, numero 20 al mondo, ha tutto per riprendersi dopo la “stesa” presa dal maestro Federer. È stato lo stesso svizzero a consolare Matteo a fine partita, mentre era proiettato sui quarti di finale con vista semifinale contro Nadal.

Forse era nervoso all’inizio, non ha giocato al meglio, io ho risposto molto bene. È importante che non sia troppo deluso, ha fatto un grande torneo e deve guardare avanti (…) Ricordo quando agli US Open presi 6-1 6-2 6-4 contro Agassi. Sei schiacciato, vai a casa, non capisci cosa ti sia successo. Capisci che devi lavorare più duro. Un’altra volta, sempre a New York dovevo giocare con Mirny, aspettai dieci ore a causa della pioggia e alla fine persi nettamente. Certe sconfitte non le puoi spiegare, l’importante è che in questi momenti non ti lasci andare

Berrettini, reduce dalla vittoria dell’Hungarian Open di Budapest e della Mercedes Cup di Stoccarda, ha mostrato la propria maturità quando ha commentato l’esito del match ai microfoni:

Lui mi ha fatto i complimenti per la mia stagione sull’erba. Io gli ho detto “grazie per la lezione, quant’è per la lezione?”

È da qui che Berrettini deve ripartire. Dalla pacca sulla spalla di un fratello maggiore come Sua Maestà Roger Federer.

 

Un po’ nel silenzio generale in Egitto è in corso la 32ma edizione della Coppa d’Africa. Oscurata dai Mondiali femminili e dalla Coppa America, la competizione ha concluso il tabellone degli ottavi di finale ed è proiettata verso i quarti. Non sono mancate fin qui le sorprese come, ad esempio, la clamorosa qualificazione del Benin mai vittorioso. O l’esclusione degli egiziani padroni di casa e l’eliminazione del Camerun campione uscente.

Gli ottavi di finale

Il colpo di scena principale, finora, è il colpaccio del Benin che ha mandato a casa i super favoriti del Marocco. Decisivi i rigori per una nazionale che non ha mai vinto una partita nella storia della Coppa d’Africa. Ci proverà ai quarti dove incontrerà il Senegal di Manè, vittorioso agli ottavi ai danni dell’Uganda (1-0). Sorprende anche il pass strappato dal Madagascar che ottiene la qualificazione ai danni del Congo ai calci di rigore (4-2). Sfiderà la Tunisia, che ha eliminato il Ghana ai penalty in quella che somigliava a una finale anticipat


Dall’altra parte del tabellone il colpaccio vero è quello del Sudafrica. La rete all’85 di Lorch inchioda l’Egitto di Salah, super favorito della vigilia. I sudafricani incontreranno ai quarti la Nigeria che ha mandato a casa i campioni uscenti del Camerun (3-2 finale, decisivo il gol del calciatore dell’Arsena Iwobi). Infine l’ultimo quarto di finale della Coppa D’Africa sarà tra Costa d’Avorio (1-0 al Mali) e Algeria (vittoria in scioltezza per 3-0 contro la Guinea).

I quarti di finale

Ecco il tabellone completo dei quarti di finale (diretta Dazn):

10 luglio, Il Cairo, ore 18: Senegal Benin (quarto 1)

10 luglio, Il Cairo, ore 21: Nigeria Sudafrica (quarto 2)

11 luglio, Suez, ore 18: Costa d’Avorio Algeria (quarto 3)

11 luglio, Il Cairo, ore 21: Madagascar Tunisia (quarto 4)

 

Semifinali: vincente 1 vs vincente 4; vincente 2 vs vincente 3

Finale: 19 luglio, Il Cairo, ore 21.