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Vincenzo Pastore

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It’s coming home, it’s coming home, football it’s coming home. Il calcio sta tornando a casa: è la colonna sonora simbolo della spedizione inglese a Russia 2018, mai così vicina a quella finale mondiale che dalle parti di Sua Maestà manca dal 1966. Gareth Southgate lavora sotto traccia e, per il momento, fissa l’obiettivo alla semifinale contro la Croazia, 28 anni dopo l’ultima in una competizione iridata.

 

Le Notti Magiche inglesi

Il sogno di Italia e Inghilterra durante il Mondiale del 1990 si infrange in due calde serate di luglio sui guantoni di Sergio Goycochea e Bodo Illgner. La Nazionale di Bobby Robson arriva in Italia dopo l’eliminazione quattro anni prima per mano (e piedi) di Maradona ai quarti di finale e dopo un disastroso Europeo in Germania nel 1988, terminato a 0 punti nel girone con Urss, Olanda e Irlanda.

La squadra inglese non parte, dunque, tra le favorite e viene confinata a Cagliari per evitare i che suoi temuti hooligans possano creare scompiglio sulla penisola, venendo più facilmente a contatto con altre tifoserie. Le tragedie dell’Heysel e di Hillsborough sono, d’altra parte, ancora troppo vicine. I Tre Leoni partono bene, vincono il gruppo F contro Irlanda, Olanda ed Egitto e approdano agli ottavi in cui evitano la lotteria dei rigori con un gol al 119’ di David Platt ai danni del Belgio. Il centrocampista inizierà un anno dopo la sua esperienza italiana a Bari, poi vestirà anche le maglie di Juventus e Sampdoria.

Copione che si ripete anche ai quarti contro la sorpresa Camerun: a Napoli ci vuole una doppietta del solito Gary Lineker (capocannoniere con 6 reti a Messico ’86, qui finirà il torneo a quota 4 gol) per eliminare gli africani solo ai supplementari dopo il vantaggio iniziale ancora di Platt (3-2 al 120’). Si vola in semifinale allo stadio Delle Alpi di Torino, il giorno dopo la sfida del San Paolo tra Italia e Argentina.

Tedeschi avanti con una fortunata punizione di Brehme deviata dalla barriera, a 10 minuti dalla fine ci pensa sempre Lineker a salvare gli inglesi. Si va ai rigori e qui inizia il tabù dal dischetto, rotto solo pochi giorni fa dai guantoni di Jordan Pickford: sbagliano Stuart Pearce e Chris Waddle, i Tre Leoni abbandonano il sogno della finale e giocano a Bari la finalina (poi persa ) per il terzo posto contro l’altra delusa di lusso, gli Azzurri di Vicini.

It’s coming come…since 1966

Continua la guerra in Vietnam, nasce Cindy Crawford, muore Walt Disney, i Beatles pubblicano Revolver. E’ il mondo nel 1966, quello che vide trionfare per la prima (e unica finora) volta l’Inghilterra nel Mondiale di casa: vittoria in finale contro gli acerrimi rivali tedeschi col famoso gol/non gol di Geoff Hurst. Trent’anni dopo si torna a casa con il campionato Europeo: per l’occasione la band inglese The Lightning Seeds con David Baddiel e Annie Skinner pubblica il singolo Three Lions (Football’s coming home), appositamente dedicata alla Nazionale di Terry Venables e Alan Shearer, Paul Gascoigne e Gareth Southgate, attuale ct.

L’Inghilterra finirà per buttare tutto via, per spazzare tutto via. Ma io so che loro possono giocare, perché lo ricordo…
Tre leoni sulla maglia, Jules Rimet ancora è scintillante. Trenta anni di dolore non mi hanno mai impedito di sognare…

Il motivetto non portò bene vista l’eliminazione ancora ai rigori in semifinale a opera della Germania, poi Campione d’Europa, ma è entrata nel repertorio pop britannico degli stadi e non solo. Pochi giorni fa persino a Buckingham Palace il cambio della guardia è stato sostituito per qualche minuto dalle note di It’s coming home:

Meno british, più latina è stata l’invasione dei supporter inglesi al centro commerciale Ikea alla periferia di Londra, sulle note del tormentone del 1996 subito dopo la vittoria ai quarti di finale contro la Svezia:

Il calcio torna in volo

Se il calcio tornerà a casa, lo farà sicuramente in volo con British Airways. Contro ogni scaramanzia, la compagnia inglese ha realizzato un piccolo capolavoro: un biglietto da viaggio ad hoc per il rientro in patria dei futuri campioni inglesi.
Il tagliando è datato 15 luglio alle 18, subito dopo la finale Mondiale. Il passeggero è il football, l’aeroporto di partenza, Mosca, of course. La destinazione non può che essere home.
Ma non finisce qui. Il punto di partenza, anzi il gate, è quello south, chiaro riferimento al commissario tecnico, Gareth Southgate. Il posto è il 52, ovvero gli anni che separano l’Inghilterra dall’ultima Coppa alzata al cielo nel 1966.

 

 

God save Premier League

Francia, Belgio, Croazia e Inghilterra giocano nella Premier League. Normale se si pensa che i Tre Leoni sono in semifinale a scapito, ad esempio, di Spagna, Germania e Italia e dei loro campionati, i principali sulla scena internazionale. Ma c’è, in ogni caso, la concorrenza della Ligue 1 con la Francia, abbondantemente sovrastata dai numeri di quello che si conferma come il campionato più bello e competitivo del mondo.

Sono ben 41 i calciatori semifinalisti che giocano nella Premier: tutti i 23 della England Football Team, un rappresentante croato (Lovren del Liverpool), 5 francesi (Kantè, Giroud, Lloris, Mendy e Pogba), addirittura 12 nel Belgio (Courtois, Mignolet, Alderweireld, Kompany, Vertonghen, Chadli, De Bruyne, Dembele, Fellaini, Batshuayi,  Hazard, Lukaku).

La Liga spagnola si ferma a 12 (Umtiti, Varane, Lucas Hernandez, Nzonzi, Griezmann, Dembelé, Vrsaljko, Modric, Rakitic, Kovavic, Vermaelen, Januzaj), stessi numeri per il campionato francese (Mandanda, Areola, Sidibé, Kimpembe, Rami, Mbappé, Thauvin, Fekir, Lemar, Meunier, Tielemans, Subasic).

La nostra serie A è a quota 9 (Strinic, Brozovic, Badelj, Mandzukic, Perisic, Kalinic, Pjaca, Mertens, Matuidi), la Bundesliga fanalino di cosa tra i principali tornei con 6 rappresentanti (Jedvaj, Rebic, Kramaric, Pavard, Tolisso, Casteels).

Soffermandoci sui club, in testa il Tottenham con 9 giocatori, poi Chelsea, Manchester City e United. Solo 4 per il Barcellona, uno in più di Real Madrid e Juventus. Il francese Tolisso è l’unico a sventolare la bandiera del Bayern Monaco.

9 Tottenham (Alderweireld, Vertonghen, Dembélé BELGIO; Rose, Trippier, Dier, Alli, Kane, INGHILTERRA; Lloris FRANCIA)

7 Chelsea (Courtois, Eden Hazard, Batshuayi BELGIO; Cahill, Loftus-Cheek INGHILTERRA; Kanté, Giroud FRANCIA)

7 Manchester City (Kompany, De Bruyne BELGIO; Walker, Stones, Sterling, Delph INGHILTERRA; Mendy FRANCIA)

7 Manchester United (Fellaini, Lukaku BELGIO; Jones, Lingard, Young, Rashford INGHILTERRA; Pogba FRANCIA)

4 Barcellona (Dembélé, Vermaelen BELGIO, Rakitić CROAZIA, Umtiti FRANCIA)

4 Liverpool (Lovren CROAZIA; Alexander-Arnold, Henderson INGHILTERRA; Mignolet BELGIO)

4 Monaco (Tielemans BELGIO; Subašić CROAZIA, Sidibé, Lemar FRANCIA)

4 Paris Saint Germain (Meunier BELGIO; Areola, Kimpembe, Mbappé FRANCIA)

3 Atlético Madrid (Vrsaljko CROAZIA; Lucas Hernández, Griezmann FRANCIA)

3 Juventus (Mandžukić, Pjaca CROAZIA; Matuidi FRANCIA)

3 Olympique Marsiglia (Mandanda Rami, Thauvin FRANCIA)

3 Real Madrid (Kovačić, Modrić CROAZIA; Varane FRANCIA)

(fonte: Uefa.com)

Jordan Pickford nell’estate 1996 è un bambino inglese di poco più di due anni, non sa ancora e non può sapere chi sarà e cosa sarà della sua vita. Gareth Southgate ha 25 anni, è un difensore di buon livello dell’Aston Villa ed è al suo primo torneo internazionale con l’Inghilterra, gli Europei del 1996 disputati in casa.

Gareth è titolare della Nazionale dei Tre Leoni allenata da Terry Venables che sta provando a vincere per la prima volta il trofeo continentale. E’ il 26 giugno, è il giorno della semifinale con la Germania, ancora i tedeschi, sfida infinita resa ancor più incandescente dopo il precedente di Italia ’90, in cui la squadra di Beckenbauer guadagnò il pass per la finale vincendo ai rigori al Delle Alpi di Torino. L’inizio di un incubo per i sudditi di Sua Maestà.

Anche quella sera a Wembley si decide tutto dagli 11 metri: al gol di Shearer (capocannoniere di quel torneo con 5 reti ) dopo 3 minuti, ha risposto Kuntz al 16’. 1-1, risultato immutato anche dopo 120 minuti nonostante il debutto della regola fatale del golden goal (che poi deciderà la finale tra tedeschi e Repubblica Ceca con gol di Bierhoff).
Jordan Pickford non ha cognizione di quello che sta vedendo, è ancora troppo piccolo. I suoi genitori e la sua famiglia probabilmente sono incollati alla tv, in trepidante attesa prima di capire se la loro Inghilterra arriverà in finale.

Ai rigori segnano tutti, 5 su 5, va a bersaglio anche Stuart Pearce, che nel 1990 si era fatto parare il penalty da Bode Illgner. Inizia la serie a oltranza, da centrocampo si avvicina all’area di rigore Gareth Southgate. Sa che non può sbagliare, sa che la finale è un passo, sa che se segna mette una pressione incredibile all’ultimo tiratore tedesco.

Di fronte ha Andreas Köpke, portiere di discreto livello dell’Eintracht Francoforte, ma che in quell’Europeo è già diventato protagonista parando un rigore a Gianfranco Zola nella fase a gironi contro l’Italia. A causa di quell’errore, gli Azzurri di Sacchi furono eliminati dalla competizione.
Fischia l’arbitro Sandor Puhl, uno dei migliori al mondo in quegli anni. Parte Gareth, inizia la sua rincorsa poco fuori dall’area di rigore. Decide di tirare il pallone basso, rasoterra, alla destra del portiere. Il problema è che Köpke ha già capito tutto e respinge il tiro.

In quell’attimo ti crolla addosso il mondo intero, torni a centrocampo e speri che il tuo errore non sia decisivo, speri che David Seaman possa aiutarti e parare il rigore di Andy Moeller. Non sarà così, l’ex attaccante della Juventus va a segno e porta la Germania in finale, ultimo scoglio prima di salire sul tetto d’Europa grazie a Oliver Bierhoff.

La sera sfortunata di Wembley perseguiterà Southgate per tutta la sua carriera. Addirittura diventerà il protagonista di uno spot della Pizza Hut in compagnia di Stuart Pearce e Chris Waddle, i suoi compagni di avventura nella saga del rigore sbagliato iniziata contro i tedeschi a Italia ’90. La rock band The Business ne fece anche una canzone, “Southgate (Euro ’96)”.

Jordan Pickford inizia pian piano a crescere, sogna di diventare portiere e di interrompere quella maledizione che colpisce l’Inghilterra ogni volta che una gara a eliminazione diretta finisce dagli 11 metri. Vittime delle loro stesse creazioni: hanno inventato il calcio, hanno codificato nel 1891 l’idea dei rigori venuta a un irlandese, William McCrum, un anno prima.

Italia ’90 ed Euro ’96 sono solo il prologo. Francia ’98, out contro l’Argentina agli ottavi di finale, nonostante il rigore di Alan Shearer che la scienza brevettò come il rigore perfetto. Euro 2004, out contro il Portogallo ai quarti di finale, quando il portiere Ricardo parò l’ultimo rigore senza guanti a Vassell prima di andare a trasformare quello decisivo.

Germania 2006, sempre i lusitani, sempre quarti di finale, ancora l’incubo Ricardo in porta. Fuori con l’ultimo rigore trasformato da un giovane Cristiano Ronaldo. Euro 2012, derby della sfortuna contro l’Italia, altra Nazionale che vive gli undici metri come un’ossessione (ko per 3 edizioni consecutive ai Mondiali, tra il 1990 e il 1998, prima di prendersi la rivincita nella finale di Berlino nel 2006). Fuori dopo il cucchiaio di Pirlo.

Russia 2018, 3 luglio, Spartak Stadium di Mosca.

Jordan Pickford ha 24 anni, gioca nell’Everton ed è il portiere titolare della squadra di Sua Maestà. Gareth Southgate è il commissario tecnico da due anni, promosso dall’Under 21 dopo lo scandalo che coinvolse il suo predecessore, Sam Allardyce.

Ottavi di finale contro la Colombia, 1-1 dopo 120’, perfetta parità prima degli ultimi rigori. Hanno sbagliato Henderson e Uribe. Alle 22.50 Carlos Bacca si presenta sul dischetto, di fronte a lui Pickford. Jordan lo guarda, si butta alla sua destra ma con la mano di richiama riesce a intercettare il rigore centrale dell’ex milanista. E’ per te Gareth, è per te che vivi un’ossessione da 22 anni, è per te l’ultimo penalty trasformato da Eric Dier. Southgate può correre a centrocampo ad abbracciare i suoi ragazzi, a ringraziare Jordan che nel 1996 aveva poco più di 2 anni e non sapeva chi sarebbe diventato.

Oggi è l’uomo che fa esplodere Londra e Manchester, Liverpool e Birmingham. Dopo 12 eliminazioni su 14 ai rigori, l’Inghilterra può finalmente festeggiare. Ora c’è la Svezia ai quarti di finale, anche i rigori non fanno più paura.

 

Spagna Russia e Portogallo Uruguay. Il Mondiale chiude i gironi A e B designando i primi accoppiamenti per gli ottavi di finale, ma non è stata una giornata come le altre. L’Uruguay passeggia sulla Russia e poi serata thriller tra Mordovia e Kaliningrad. La Spagna pareggia solo al 91’ grazie alla Var contro il Marocco già eliminato, in Iran Portogallo succede di tutto. Tre interventi della tecnologia, Cristiano Ronaldo sbaglia un rigore e rischia poi una clamorosa espulsione, la squadra di Queiroz impatta il risultato al 93’ e fallisce un’incredibile qualificazione con l’occasione capitata sui piedi di Mehdi Taremi al 95’. Finisce secondo pronostico, Spagna e Portogallo avanti, ma che fatica per Hierro e Fernando Santos.

Cosa è successo lunedì 25 giugno

Gruppo A: Uruguay Russia 3-0 (10’ Suarez, 23’ aut Cheryshev, 90’ Cavani)

La Celeste non fa calcoli, i padroni di casa forse sì. Alla Samara Arena, contro i pronostici della vigilia, non c’è storia: l’Uruguay domina già dai primi minuti, Suarez la sblocca su punizione e Laxalt imperversa sulla fascia. Proprio l’esterno del Genoa propizia l’autorete di Cheryshev che chiude subito i giochi, complice anche l’espulsione del russo Smolnikov al 36’ per doppia ammonizione. Golovin resta in panchina, Chersyhev viene richiamato in panchina da Cherchesov che sembra già pensare agli ottavi di finale. Il gol di Cavani al 90’ sblocca l’attaccante del Psg ancora a secco fino a quel momento, per la squadra di Tabarez percorso netto: punteggio pieno e porta ancora inviolata. L’Uruguay finisce nella parte di tabellone più dura che potrebbe comprendere Francia, Brasile, Argentina e Germania, la Russia sulla carta va sul lato morbido degli accoppiamenti.

Gruppo A: Arabia Saudita Egitto 2-1 (22’ Salah, 51’ pt Al-Faraj, 95’ Al-Dawsari)

Nella partita tra deluse del gruppo A, sembra essere tutto apparecchiato a favore dell’Egitto: guizzo di Salah con pallonetto, il portiere El Hadary entra nella storia come giocatore più anziano a disputare una partita ai Mondiali a 45 anni e 161 giorni, superando il colombiano Mondragon. Ma evidentemente non gli basta visto che al 45’ para un rigore con una prodezza al saudita Al-Muwallad. L’estremo difensore non può nulla, invece, sul secondo penalty concesso agli arabi e trasformato nel recupero del primo tempo da Al-Faraj. La squadra di Pizzi cerca la vittoria con maggiore determinazione rispetto all’Egitto e trova i tre punti nuovamente nel finale di tempo, con Al-Dawsari agli sgoccioli del match. Cuper termina tristemente la sua Coppa del Mondo da fanalino di coda a 0 punti: dagli egiziani ci si aspettava certamente qualcosa in più.

 

Gruppo B: Iran Portogallo 1-1 (45’ Quaresma, 93’ rig. Ansarifard)

All’Iran serve solo vincere per centrare una qualificazione incredibile rispetto ai pronostici della vigilia. E la squadra del portoghese Queiroz tiene bene il campo per 45 minuti, con organizzazione tattica ed equilibrio tra reparti. Palleggio lento e prevedibile quello dei lusitani con un Cristiano Ronaldo insolitamente avulso dal gioco. La gara si sblocca allo scadere del primo tempo con una trivela capolavoro di Ricardo Quaresma. Tutto finito? Macché, iraniani pienamente in partita anche dopo l’intervallo e dal cuore infinito. Prima il portiere Beiranvand, fino a quel momento abbastanza incerto soprattutto nelle uscite, para un rigore nientemeno che a Cristiano Ronaldo, poi lo stesso fuoriclasse del Real Madrid rischia l’espulsione per un contatto con Pouralignji: dopo il consulto alla Var, l’arbitro Caceres commina solo un cartellino giallo a CR7. Finale palpitante: ancora Var e ancora rigore, questa volta all’Iran e trasformato da Ansarifard nel recupero. Basterebbe un gol per la storia, i ragazzi di Queiroz lo sfiorano con Taremi al 95’. Il Portogallo rischia ma si qualifica come secondo, l’Iran finisce il match tra le lacrime in mezzo al campo ma con il petto gonfio di orgoglio.

Gruppo B: Spagna Marocco (14’ Boutaib, 19’ Isco, 82’ En-Nesyri, 91’ Iago Aspas

La Spagna centra il primo posto obiettivo della vigilia, ma lo fa nel modo più complicato possibile. Il Marocco deve invece mordersi le mani per quanto fatto vedere stasera: gli africani hanno dimostrato che avrebbero potuto giocarsi la qualificazione fino all’ultimo e invece sono stati eliminati dopo sole due gare. Copione abbastanza scontato: tiki taka iberico e ripartenze marocchine. La Spagna ama, però, specchiarsi troppo e un’incomprensione Ramos Iniesta regala il vantaggio alla squadra di Renard con Boutaib. Pareggio immediato in pieno stile rugbistico con Isco, il Marocco non ci sta a fare da sparring partner e alza notevolmente anche le maglie dell’agonismo (4 ammoniti nella prima mezz’ora). Furie rosse indolenti, non affondano il colpo e rischiano dopo il vantaggio su calcio d’angolo di En-Nesyri a 10 minuti dalla fine. Finale di gara fotocopia rispetto a Iran Portogallo: pari di tacco di Iago Aspas, prima non concesso per fuorigioco inesistente poi ci pensa la Var ad assegnare il pari e il primo posto spagnolo.

 

Cosa aspettarsi martedì 26 giugno

Gruppo C: Danimarca Francia (stadio Luzhniki, Mosca – h 16 italiane, diretta Italia 1)

La Francia per blindare il primo posto, la Danimarca per ottenere il pass qualificazione. I bleus hanno due risultati su tre per conquistare la vetta del girone, mentre la squadra di Hareide può accontentarsi anche del pari per ottenere la qualificazione da seconda. In caso di sconfitta, i danesi dovrebbero attendere il risultato di Australia Perù: se dovessero vincere gli australiani, sarebbe la differenza reti a decidere la seconda classificata del girone C (al momento Danimarca +1, Australia -1). Senza dimenticare che, vincendo, i danesi arriverebbero addirittura primi nel gruppo.

Le probabili formazioni

Francia (4-2-3-1): Lloris; Pavard, Varane, Umtiti, Lucas Hernandez; Kantè, Pogba; Mbappé, Griezmann, Matuidi; Giroud. CT: Deschamps.

Danimarca (4-2-3-1) : Schmeichel; Larsen, Kjaer, Christensen, Dalsgaard; Delaney, Schöne; Fischer, Eriksen, Sisto; N. Jorgensen. CT: Hareide.

Gruppo C: Australia Perù (Fisht Stadium, Sochi – h 16 italiane, diretta Mediaset 20)

L’Australia per gli ottavi, il Perù per l’onore. La squadra del ct olandese Van Marwijk non ha molti calcoli da fare: vincere e sperare in un sigillo francese contro la Danimarca. In quel caso deciderebbe la differenza reti e arriverebbe così una qualificazione del tutto meritata per quanto fatto con Francia e Danimarca. I sudamericani, tornati a un Mondiale dopo 36 anni, hanno molto da recriminare: il pensiero va subito al rigore sbagliato da Cueva contro la Danimarca sullo 0-0 e anche contro la Francia la Nazionale di Gareca non ha affatto sfigurato. Servirà da lezione per non dover aspettare nuovamente quasi 40 anni per tornare a giocare un torneo iridato.

Le probabili formazioni

Australia (4-3-3): Ryan; Risdon, Sainsbury, Milligan, Behich; Jedinak, Rogic, Mooy; Leckie, Juric, Kruse. All. van Marwijk

Perù (4-2-3-1): Gallese; Advíncula, Ramos, Rodriguez, Trauco; Aquino, Yotun; Carrillo, Cueva, Flores; Guerrero. All. Gareca.

La prima del gruppo C incontrerà agli ottavi la seconda del gruppo D (Croazia, Nigeria, Islanda, Argentina). La seconda del gruppo C incontrerà agli ottavi la prima del gruppo D.

 

 

Gruppo D: Nigeria Argentina (Saint Petersburg Stadium – h 20 italiane, diretta Italia 1)

San Pietroburgo, ultima chiamata. Per l’Albiceleste di Sampaoli la sfida contro la Nigeria è senza appello: vittoria (sperando che l’Islanda non faccia lo stesso con la Croazia) o muerte, sportivamente parlando. Proprio gli africani, battendo l’Islanda, hanno regalato un’ulteriore possibilità a Messi e compagni, sprofondati all’inferno dopo la batosta contro la Croazia. Il fantasma di Maradona, le faide interne, l’ammutinamento, vero o presunto, contro il ct: ora non conta più nulla, se non prendersi i tre punti e provare a dare un senso diverso a Russia 2018. In caso di vittoria argentina e pareggio islandese, sarebbe la differenza reti a decidere la seconda classificata. Formazione rivoluzionata: a pagare sono il portiere Caballero e Aguero, dentro Armani, Higuain e Di Maria. Attenzione però alla Nigeria, attualmente seconda e quindi in pienissima corsa per gli ottavi: la doppietta di Musa ha rivitalizzato la formazione di Yusuf che ora spera in un passaggio del turno quanto mai complicato nei pronostici della vigilia.

Le probabili formazioni

Nigeria (4-3-3): Uzoho; Shehu, Trost Ekong, Balogun, Idowu; Ndidi, Obi Mikel, Etebo; Moses, Musa, Iwobi. All. Yusuf

Argentina (4-3-3): Armani; Mercado, Otamendi, Rojo, Tagliafico; Enzo Pérez, Mascherano, Banega; Messi, Higuain, Di Maria. All.: Sampaoli

Gruppo D: Islanda Croazia (Rostov Arena – h 20 italiane – diretta Mediaset 20)

Potrebbe davvero essere il Mondiale della Croazia: ci credono i ragazzi di Dalic, già qualificati agli ottavi nel girone più tosto della competizione, ma che non hanno alcuna intenzione di fermarsi. Vincere il gruppo e poi giocarsi apertamente le sfide a eliminazione diretta. Sulla carta Modric e compagni potrebbero essere superati al primo posto in caso di sconfitta contro l’Islanda e vittoria con gol della Nigeria con l’Argentina. A quel punto croati e nigeriani sarebbero appaiati a 6 punti e deciderebbe la differenza reti (al momento 0 per la Nigeria, + 5 per la Croazia). Gli islandesi, dopo il pari sorpresa contro la Selección, si sono fatti sorprendere dagli africani: ora la qualificazione è davvero dura. Bisogna vincere contro la Croazia e sperare in un pari o in una vittoria dell’Argentina contro la Nigeria. Solo così si avrebbe la finestra della differenza reti per il passaggio del turno. In caso di vittoria nigeriana, Islanda matematicamente fuori anche con una vittoria.

Le probabili formazioni

Islanda (4-4-2): Halldorsson; Saevarsson, Arnason, Ragnar Sigurdsson, Magnusson; Gislason, Gunnarsson, Gylfi Sigurdsson, Bjarnason; Bodvarsson, Finnbogason. All: Hallgrimsson

Croazia (4-2-3-1): Subasic; Vrsaljko, Lovren, Vida, Strinic; Rakitic, Modric; Rebic, Kramaric, Perisic; Mandzukic. All. Dalic

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Diego Maradona è l’astro nascente del calcio mondiale, ha 21 anni e ha appena firmato con il Barcellona dopo aver giocato nel Boca Juniors. Il futuro Pibe de Oro sta disputando la sua prima partita mondiale proprio nella città catalana, nello stadio che sarà teatro delle sue gesta in campo, il Camp Nou: è il 13 giugno 1982.

Il numero 10 dell’Albiceleste ha di fronte un numero 10 del tutto estroso: alto, belloccio, biondo con i riccioli, centrocampista che oggi definiremmo moderno, grande visione di gioco, piede (sinistro) delicato e senso del gol. Ludovic Coeck ha 26 anni e gioca nell’Anderlecht, facendo incetta di trofei, in patria e fuori. Nell’istantanea scattata dal fotografo Steve Powell è uno dei sei giocatori in maglia giallorossa che sfidano un solitario Maradona. Ma in realtà l’argentino aveva solo ricevuto un calcio di punizione sulla tre quarti prima di scodellare il pallone in mezzo all’area.

La partita terminerà, a sorpresa, 1-0 per la squadra di Ludo con gol di Vandenbergh al 62’. Coeck segnerà un bel gol contro El Salvador nella partita vinta di misura contro i centramericani. Il centrocampista belga disputerà cinque partite in quel Mondiale: un torneo iridato che si concluderà dopo la seconda fase a gruppi con Polonia e Unione Sovietica. Destino in parallelo per Maradona: la sua Argentina sarà eliminata dal girone della morte con Italia e Brasile.

Ludo è uno dei migliori centrocampisti della manifestazione ed è pronto al salto verso il grande calcio. L’Anderlecht, di cui è punto di riferimento da una decade, inizia a stargli stretta. Pazienta un altro anno, però: giusto il tempo di centrare un nuovo sigillo internazionale con la vittoria della Coppa Uefa, in finale contro il Benfica.

Coeck si guarda attorno, nell’estate 1983 mette nel mirino il campionato italiano. La Roma fresca di secondo scudetto è attraversata da una bufera interna: il suo uomo più rappresentativo, la stella osannata dai tifosi, Paulo Roberto Falcao, è in procinto di passare all’Inter. Sembra tutto fatto tra le società di Ivanoe Fraizzoli e Dino Viola, c’è addirittura un contratto firmato ma non basta. A far saltare il trasferimento dell’anno interviene nientemeno che Giulio Andreotti, tifoso romanista doc, Circola voce che addirittura Papa Wojtyla sarebbe dispiaciuto di un addio del brasiliano alla città eterna.

Non se ne fa più niente e il dirigente nerazzurro Sandro Mazzola vira sul biondo belga che tanto bene aveva fatto all’Anderlecht. Due miliardi il valore del cartellino, cifra notevole per il mercato dell’epoca. Ludo è pronto per essere la stella nerazzurra, sfidando proprio Falcao nella Roma e Platini nella Juventus. «Già alla conferenza stampa di presentazione lui si era preparato un discorso in italiano – ricorda Mazzola – e allora fece scalpore perché non capitava così spesso».

Coeck sa come farsi volere bene, in campo e fuori. «Mi piace tutto dell’Italia, il sole, il calore dei tifosi, il mangiare», spiega ai microfoni con un italiano dignitoso. La Scala del Calcio inizia ad acclamare il suo nuovo beniamino. «Il suo sorriso era contagioso, la sua risata contagiava tutti anche per il suo vocione – ricorda Beppe Bergomi, suo compagno di squadra in quell’Inter – le prime volte che ha messo piede in campo a San Siro la gente lo chiamava “La luce” per come giocava e distribuiva i palloni».

Ma l’interruttore, nel destino di Ludo, si spegnerà presto. Gli infortuni, in primis, che renderanno tribolata la sua stagione nerazzurra: nel campionato rimedia uno stiramento, poi problemi continui alla caviglia, infine una botta al costato. Nella stagione 1983-1984 disputa solo 15 partite con i nerazzurri. L’Inter crede ancora in Coeck e tenta la carta del prestito per rivitalizzarlo: il belga va all’Ascoli di Costantino Rozzi e viene accolto come una star dai tifosi marchigiani.

La sfortuna, tuttavia, lo perseguita. Questa volta è l’anca a fargli male, addirittura i medici ipotizzano una malformazione. Con la maglia bianconera il centrocampista biondo non vedrà mai il campo. Torna all’Inter, ma le caselle degli stranieri sono già riempite con Liam Brady e Karl Heinze Rummenigge. La legge Bosman è ancora lontanissima.

Ludo Coeck vuole giocare, ha l’obiettivo del Mondiale in Messico nel 1986. Dopo un anno di inattività torna in patria, firma con il Rwd Molenbeek, ha voglia di rimettersi in gioco.

Ma la luce per lui decide di andare via per sempre. Il 7 ottobre 1985, dopo un’intervista televisiva in Belgio, Ludo viene coinvolto in un grave incidente stradale tra Anversa e Bruxelles. Muore due giorni dopo, lasciando la sensazione di un campione incompiuto, di quello che poteva essere ma non sarebbe mai stato.

Il fantasma di Maradona ha imprigionato il talento di Messi, lasciandone le briciole, e forse neanche quelle, tra i prati di Russia. E’ una frustrazione, quella della Pulce, che inizia già dall’inno nazionale: mentre a Nižnij Novgorod risuonano le note dell’Himno Nacional Argentino la telecamera indugia su Leo, che si copre il volto con una mano, rifuggendo dalle attenzioni mediatiche.

Non lo preoccupa troppo la Croazia, forse ha già i cattivi presagi di quello che sarà, forse intravede l’ombra del Pibe de Oro, forse non sta bene come sospettano i giornali argentini, forse semplicemente non ha più la forza di caricarsi la Selección sulle sue spalle. L’ha già fatto in passato, durante le tribolate qualificazioni mondiali, con la tripletta decisiva nella sfida di Quito contro l’Ecuador. L’ha fatto in tredici anni, dal 2005 a oggi, diventando il miglior marcatore nella storia dell’Albiceleste, 64 gol in 125 partite, +30 su Maradona che si era fermato a 34 in 91 gare.

Ma non basta, perché Leo è Messi ma non ancora il Messia fino a quando non porterà la Coppa del Mondo a casa, come fatto da Diego nel 1986. Il 10 del Barcellona è stato troppe volte il manifesto perdente di una squadra tanto talentuosa quanto fragile nei momenti decisivi: tre sconfitte consecutive in finale negli ultimi anni tra Coppa America (Cile) e Mondiale (Germania), unico sigillo l’oro olimpico del 2008. Troppo poco per sé e il suo popolo.

Un fardello che aveva portato el diez a ritirarsi dalla sua Nazionale nel 2016, prima di tornare sulla sua decisione.

Triste, solitario y final, la Pulce ha le mani davanti agli occhi quando si parla di Nazionale. Non guarda le telecamere, non ha quella garra che Maradona esibì al mondo intero durante l’inno argentino nella finale di Italia ’90, l’8 luglio allo stadio Olimpico di Roma. Ancora scottato dai rigori nefasti della semifinale di Napoli, il pubblico capitolino fischiò l’inno biancoceleste, provocando le ire di Diego che esclamò “Hijos de p…” in mondovisione.

La rabbia prima delle lacrime per la sconfitta al 90’. Ancora la Germania, con un rigore generoso trasformato da Brehme e concesso tra le polemiche dall’arbitro messicano Codesal. Ma il fuoriclasse del Napoli aveva già esorcizzato l’Alemania quattro anni prima in Messico, nel torneo che lo consacrò al mondo tra la mano de Dios e il gol del Siglo contro l’Inghilterra.

Maradona aveva salutato la Nazionale con gli occhi spiritati del gol contro la Grecia a Usa ’94 e con l’infermiera che lo prelevava in campo dopo essere risultato positivo ai test antidoping al termine del match contro la Nigeria.

Gli africani sono il prossimo e forse ultimo appuntamento con la storia della Selección per Lionel: vincere potrebbe non bastare, l’infermiera di Messi avrà le sembianze del fantasma di Maradona.

Gli Stati Uniti si ritirano lentamente a pezzi dalla guerra in Vietnam mentre sul network televisivo Abc debutta la serie “Happy days”. Negli stessi mesi Richard Nixon, travolto dallo scandalo Watergate, si dimette dalla Casa Bianca. E’ il 1974.

Dall’altra parte dell’oceano, la giovane e fragile Repubblica italiana fa i conti con gli anni del terrorismo rosso e nero che un giorno sì, e l’altro pure, lascia per strada cadaveri esanimi e spesso innocenti. Viene bocciato il referendum sul divorzio e il monopolio televisivo della Rai inizia a scricchiolare. Sul campo la Lazio vince il suo primo scudetto, il Bayern Monaco inaugura il proprio ciclo vincente in Coppa dei Campioni e Claudio Baglioni domina le classifiche italiane con “E tu”.

E poi c’è un altro nome, fino a quell’anno sconosciuto, che forse consacra il legame indissolubile che esiste, da sempre, tra sport e politica. Due anni dopo il massacro di Monaco alle Olimpiadi, quattro dopo il pugno levato in cielo di John Carlos e Tommie Smith ai Giochi di Città del Messico.

Jürgen Sparwasser ha da poco compiuto ventisei anni. Arriva da Halberstadt, un paesino da 40.000 anime nella Sassonia, Germania orientale, è una buona mezzala del Magdeburgo con cui ha da poco centrato uno storico double: titolo di campione della Germania dell’Est e trionfatore in Coppa delle Coppe nella finale di Rotterdam vinta contro il Milan. Ma quello non è solo un anno fortunato con la squadra di club.
E’ l’anno dei Campionati del Mondo di calcio in Germania. E il caso (chiamiamolo così) ha voluto che nel gruppo 1 capitassero entrambe le squadre “padrone di casa”, anche se il torneo si disputa nella parte Ovest: la Repubblica Federale di Germania (la Brd, Bundesrepublik Deutschland) e la Repubblica Democratica Tedesca (la Ddr, Deutsche Demokratische Republik, alla prima e unica partecipazione mondiale) assieme all’Australia e al Cile, che non si fa mancare giusto qualche subbuglio interno con la dittatura di Pinochet.

Jürgen Sparwasser e sua moglie Christa ad Halberstadt, 1968

Il 22 giugno le due Germanie divise da un Muro si giocano al Volksparkstadion Amburgo il primo posto nel girone. Alle ore 19.30 circa l’impianto è stracolmo di spettatori, poco meno di sessantamila. Il match è solo una passerella dal punto di vista sportivo, il girone è già deciso. Entrambe le selezioni sono qualificate alla fase successiva: la Ovest è a punteggio pieno, ha sconfitto 1-0 il Cile e 3-0 l’Australia, gli orientali hanno 4 punti in classifica dopo la vittoria 2-1 contro gli australiani e il pareggio per 1-1 con i sudamericani. Paradossalmente conviene di più perdere per evitare di ritrovarsi Brasile e Olanda più avanti durante la competizione.

Ma questa non è una partita come le altre, non potrebbe mai esserlo. Per la prima volta le due selezioni calcistiche si ritrovano davanti in un confronto ufficiale. E’ vero, si erano incrociate due anni prima durante le insanguinate Olimpiadi di Monaco di Baviera, ma era un sfida tra Nazionali Olimpiche. Aveva vinto 2-3 la squadra dell’Est. Profetico.

Un Paese spaccato in due assiste in televisione a un derby fratricida tra due visioni del mondo in casa propria. “Wessie”, così come sono chiamati i tifosi occidentali contro “Oessie”. I primi sono in netta maggioranza, oltre cinquantamila ma i secondi si fanno comunque sentire: sono giunti in ottomila grazie al visto turistico temporaneo concesso dal governo socialista della Ddr appositamente per la durata della partita. Si calcola che siano oltre 140 le emittenti televisive nel mondo a trasmettere in diretta la partita, numeri impensabili per gli standard dell’epoca. Le misure di sicurezza all’interno dello stadio sono rigidissime, lo spauracchio di un attentato è dietro l’angolo alla luce di quanto accaduto due anni prima nei Giochi di Monaco di Baviera.

La Germania Ovest, favorita dal pronostico, schiera in campo uno squadrone piena di campioni e nomi noti agli appassionati: Maier, Vochts, Breitner, Beckenbauer, Schwarzenbeck, Cullmann, Gabrowski, Overath, Muller, Hoeness, Flohe. Il commissario tecnico è Helmut Schön. Di contro gli Ossis si presentano sul rettangolo di gioco con: Cruj, Kurbiuweit, Bransch, Weise, Wätzlich, Kreishe, Lauck, Sparwasser, Irmscher, Kishe, Hoffmann. Il selezionatore è Georg Buschner.

Inni nazionali. Das Lied der Deutschen, il canto dei tedeschi, nella terza strofa, per la Germania Ovest in campo con la tradizionale divisa bianca e pantaloncini neri. Auferstanden aus Ruinen, risorti dalle rovine, per la Repubblica Democratica con divisa blu e pantaloncini bianchi.
I federali attaccano e giocano in maniera più corale, centrano un palo e sbagliano un gol a porta vuota, imitati nel primo tempo da Kreische per la Ddr. I contropiede della Germania Democratica infilano pericolosamente la retroguardia dei fratellastri di casa. Si va all’intervallo a reti inviolate.

Il copione si ripete nel secondo tempo. Muller continua a sfoderare assist che i compagni sprecano, Breitner impensierisce il portiere avversario Cruj. La Germania dell’Est ci prova con qualche tiro dalla distanza abbastanza innocuo. La partita si avvia lentamente verso uno scialbo 0-0.

Si arriva al 77’: rimessa laterale in attacco per i padroni di casa, vicino alla bandierina del calcio d’angolo, metà campo di destra. Breitner serve Hoeness che con una mezza rovesciata butta il pallone in mezzo all’area. Un prevedibile colpo di testa è ben parato dal portiere Cruj che fa ripartire l’azione dei suoi. Riceve palla Hoffmann e parte in contropiede. Avanza oltre il cerchio di centrocampo e con un lancio in profondità sulla sinistra imbecca Sparwasser. Jürgen stoppa la palla di testa, bruciando in velocità tre difensori in maglietta bianca, tra cui il biondo Berti Vogts e Kaiser Franz Beckenbauer. Si avvicina all’area piccola, ha di fronte Sepp Maier, finta prima il tiro e con un tocco di potenza lo infila alle spalle.
Gol! 0-1 per la Germania Est, Sparwasser sullo slancio esulta con una capriola e poi riceve gli abbracci dei compagni di squadra che lo assalgono a terra. Gli ottomila Oessie in tribuna sono scatenati. La tv manda a ripetizione il replay dell’azione, mancano tredici minuti alla fine della partita.

La Brd attacca, non ci sta a perdere una gara ininfluente sotto il profilo sportivo, ma tremendamente importante per un popolo intero. Ci prova il capitano Beckenbauer, da fuori, palla a lato. E’ il turno di Hoeness su punizione al limite dell’area di rigore, respinge Cruj. E’ l’ultimo pericolo, l’arbitro uruguaiano Ramon Barreto fischia la fine. Invasione di campo dei fotografi, la Germania Est vince il derby contro l’Ovest, la ribalta è tutta per il numero 14 blu, Jürgen Sparwasser. La leggenda narra che il calciatore sia premiato con automobile, casa nuova e conto in banca da rigenerare, ma lui, Jürgen, più volte smentisce. 2500 marchi a testa per il passaggio alla seconda fase era la promessa pattuita, e mantenuta, con i dirigenti dell’Est.

Alla Ddr quella vittoria non porta così bene nel Mondiale: nel girone successivo becca Brasile, Olanda e Argentina e va fuori. Diverso il destino della Brd: Polonia, Svezia e Jugoslavia sono avversari abbordabili e infatti la Germania Ovest va in finale vincendo la Coppa contro gli olandesi del calcio totale di Rinus Michels e Johan Cruijff.

L’uomo che ha abbattuto il Muro con un calcio al pallone, il nuovo eroe del socialismo pallonaro contro il capitalismo dei più forti, scapperà verso l’Ovest un anno prima della caduta, nel 1988. Sembra che i funzionari quando l’hanno visto abbiano esclamato: «No, Sparwasser, lui proprio no!». Ma lui, Jürgen da Halberstardt, il suo Muro l’aveva già bucato quattordici anni prima.

Cosa è successo giovedì 21 giugno

Argentina quasi fuori, Francia e Croazia agli ottavi. A una settimana dall’inizio di Russia 2018, il campionato del mondo inizia a emettere i primi pesanti verdetti. Il 21 giugno 2018 entra di diritto nella storia dell’Albiceleste con una delle peggiori disfatte della Nazionale ai Mondiali. Sampaoli ha un piede e mezzo nel baratro, assieme al fantasma di Messi, il fratello gemello di quello ammirato al Camp Nou.

La Francia, solida e poco incline allo spettacolo, liquida il Perù con Mbappe e si giocherà il primo posto del girone con la Danimarca, che impatta 1-1 contro una bella Australia. I sudamericani sono eliminati, a breve potrebbero ritrovarsi anche l’Argentina sullo stesso aereo di ritorno a casa.

Gruppo C, Samara Arena: Danimarca Australia 1-1 (7’ Eriksen, 38’ Jedinak rig)

Sembra tutto facile per i danesi con il bel gol di Eriksen dopo pochi minuti che suggella un ottimo inizio di match. Il ct Hareide inizia a pregustare il pass agli ottavi, strappato con un turno d’anticipo, ma sottovaluta l’orgoglio e la qualità degli oceanici. Reazione copia incolla rispetto alla prima giornata con la Francia: Var e rigore dejà vu già ottenuto con i transalpini, con il braccio di Poulsen (decisivo col Perù) simile a quello (folle) di Umtiti. Dagli 11 metri Jedinak non si lascia intimidire dalle provocazioni di Schmeichel jr, al contrario di quanto fatto dal peruviano Cueva: per il barbuto centrocampista dell’Aston Villa è il secondo gol dal dischetto a Russia 2018 e il quinto consecutivo con la sua Nazionale. Nella ripresa gli uomini di van Marwijk confermano organizzazione e intraprendenza, ma peccano nella finalizzazione: il pari non accontenta (ma neanche scontenta) nessuno, verdetti rimandati all’ultima giornata in un equilibratissimo girone C.

Gruppo C, Ekaterinburg Arena: Francia Perù 1-0 (34’ Mbappe)

La Francia vince, ma continua a non convincere. Massimo risultato col minimo sforzo per gli uomini di Deschamps, che conquistano la qualificazione agli ottavi e si giocheranno il primo posto del girone nella gara contro la Danimarca. Il Perù è matematicamente eliminato, non senza rimpianti. La prestazione dei Bleus è ancora una volta opaca dopo gli scricchiolii già manifestati contro l’Australia: buon avvio con Griezmann e Mbappe, il gol vittoria è proprio dell’attaccante del Psg, che ribadisce in maniera fortunosa in rete un tiro deviato di Giroud. La prova della Francia, in sostanza, termina qui: i transalpini si accontentano e soffrono l’aggressività peruviana nel secondo tempo, con Pedro Aquino che centra l’incrocio dei pali con un tiro dalla distanza. Pogba lancia palloni alla viva il parroco, Mbappè perde tempo durante la sostituzione, il Perù mantiene il possesso palla (56% vs 44%), ma non basta. La squadra di Gareca saluta Russia 2018 con un turno di anticipo, quanto pesa il rigore sbagliato da Cueva sullo 0-0 contro la Danimarca.

Gruppo D, Novgorod Stadium: Argentina Croazia 0-3 (53 Rebic, 80’ Modric, 91’Rakitic)

L’inferno argentino inizia al 53’ con un regalo del portiere Caballero che propizia il gol di Rebic. Ma l’Albiceleste gioca senza idee, è impaurita sin dall’inno nazionale, con le facce spaesate e svuotate dei calciatori biancocelesti. Come avesse un presagio, Messi si tocca il volto mentre la telecamera lo inquadra durante le note dell’inno: il numero 10 è un autentico fantasma del match, specchio di una squadra priva di qualsiasi trama di gioco. La Croazia gioca tranquilla, senza il pathos di vincere a tutti i costi, guidati da due meravigliosi direttori d’orchestra come Modric e Rakitic, non a caso a segno nel fnale. La squadra di Sampaoli crolla con un passivo pesante, a nulla valgono gli ingressi di Dybala e Higuain. Ora vincere contro la Nigeria nell’ultima giornata potrebbe non bastare, mentre i croati festeggiano qualificazione e primato (momentaneo) del girone. Ora sembrano avere la concreta possibilità di far saltare il banco nel torneo iridato.

Cosa aspettarci venerdì 22 giugno

Gruppo E, Saint Petersburg Stadium: Brasile Costarica (h 14, Italia 1)

Sospiro di sollievo per la Seleção dopo l’infortunio alla caviglia subito da Neymar in allenamento: la stella del Psg ha recuperato e sarà regolarmente in campo. La squadra di Tite è chiamata a cancellare l’esordio a due facce contro la Svizzera: bene fino alla prodezza di Coutinho, poi black out e vani assalti finali. Il Brasile non può fallire, anche perché deve già rincorrere la Serbia a quota 3 punti. Ma i centramericani non sono certo la vittima sacrificale: basti ricordare cosa avvenne 4 anni fa, quando i costaricensi sconfissero l’Italia nella seconda giornata (dopo aver già messo sotto l’Uruguay) qualificandosi agli ottavi. Tempi che sembrano lontani, ma Russia 2018 ci sta insegnando che nessuna partita è scontata. Da monitorare la sfida tra portieri: da una parte il madrileno Navas, dall’altra Alisson, a un passo, secondo radiomercato, dalla camiseta blanca.

Probabili formazioni

Brasile (4-2-3-1): Alisson; Danilo, Miranda, Thiago Silva, Marcelo; Paulinho, Casemiro; Willian, Coutinho, Neymar; Gabriel Jesus. All. Tite

Costarica (5-4-1): Keylor Navas; Gamboa, Duarte, Acosta, Gonzalez, Calvo; Bolanos, Borges, Guzman, B. Ruiz; Joel Campbell. All. Oscar Ramirez

Gruppo D, Volgograd Arena: Nigeria Islanda (h 17, Italia 1)

Islanda per confermare l’ottimo inizio contro l’Argentina, Nigeria già all’ultima spiaggia dopo il ko contro la Croazia. Il match di Volgograd è tra le outsider del girone E, con i vichinghi decisi a sovvertire i pronostici della vigilia che assegnavano la qualificazione ad Argentina e Croazia. Il ct degli africani Rohr si gioca il tutto per tutto affidandosi a Obi Mikel, Iwobi e Ighalo davanti, l’obiettivo è dimenticare l’opaca prestazione nel match d’esordio. Gli africani hanno vinto solo una gara nelle ultime 13 disputate ai Mondiali. Hallgrimsson ripropone lo stesso undici che ha fermato Messi e compagni, dopo i quarti conquistati a Euro 2016 e le ottime indicazioni del debutto, l’Islanda non è più una sorpresa ad alti livelli.

Nigeria (4-2-3-1): Uzoho; Shehu, Trost Ekong, Balogun, Idowu; Ndidi, Etebo; Moses, Obi Mikel, Iwobi; Ighalo. CT: Rohr

Islanda (4-4-2): Halldorsson; Magnusson, R.Sigurdsson, Arnason, Saevarsson; Bjarnason, Hallfredsson, Gunnarsson, J.Gudmunsson; G. Sigurdsson, Finnbogason. CT: Hallgrimsson

Gruppo E, Kaliningrad Stadium: Serbia Svizzera, (h 20, Canale 5)

Sulla carta è lo spareggio per la piazza d’onore nel gruppo del Brasile, ma la classifica dopo la prima giornata recita Serbia capolista e Svizzera appaiata ai verdeoro. Per il ct serbo Krstajic l’occasione è ghiotta: una vittoria avvicinerebbe sensibilmente la qualificazione agli ottavi. Kolarov, Milinkovic Savic e Ljajic: le buone sorti della Serbia passano dai piedi talentuosi della serie A. Occhio però alla Svizzera dell’ex tecnico laziale Petkovic: la qualità non è elevatissima, soprattutto davanti, ma l’organizzazione tattica è esemplare, ne sanno qualcosa Neymar e compagni. La corsa di Lichtsteiner e Rodriguez, il talento di Dzemaili e Shaqiri, i muscoli di Behrami: è un match da tripla per gli scommettitori.

Serbia (4-2-3-1): Stojkovic; Ivanovic, Milenkovic, Tosic, Kolarov; Matic, Milivojevic; Tadic, Milinkovic-Savic, Ljajic; Mitrovic. All. Mladen Krstajic

Svizzera (4-2-3-1): Sommer; Lichtsteiner, Schar, Akanji, Ricardo Rodriguez; Xhaka, Behrami; Shaqiri, Dzemaili, Zuber; Seferovic. All. Vladimir Petkovic

Ci pensa Harry Kane a scacciare i fantasmi dell’esordio che aleggiavano sull’Inghilterra dopo aver colpito già Argentina, Germania e Brasile. L’uragano del Tottenham fa respirare Southgate al 91’ consentendo alla Nazionale dei Tre Leoni di superare a fatica la Tunisia (2-1). Svezia e Belgio rispettano i pronostici della vigilia superando Corea del Sud (1-0) e, più agevolmente, Panama (3-0). La vittoria degli scandinavi, in particolare, inguaia la Germania: ora i tedeschi nel girone F non possono più sbagliare.

Cosa è successo oggi

Gruppo F: Svezia Corea del Sud 1-0

E’ il 18 giugno, sono trascorsi 16 anni da Daejeon e da Byron Moreno, poco più di 7 mesi dallo spareggio mondiale perso a San Siro. Svezia Corea del Sud è la partita della rabbia italiana per un curioso scherzo del calendario.

Così, mentre gli azzurri sono alla tv o in vacanza, a Novgorod il match scorre via tra poche emozioni e qualche sbadiglio del primo pomeriggio. Scandinavi a condurre le danze, ma che impattano sulle parate del portiere Hyun-Woo Cho e la mira da rivedere dei suoi cecchini. Serve un calcio di rigore al 65’ concesso, con l’utilizzo del Var, dall’arbitro salvadoregno Aguilar. Il capitano, ed ex genoano, Granqvist trasforma dal dischetto, coreani che rischiano il blitz finale con un colpo di testa al 91’ di Hwang. Svezia in corsa per la qualificazione con Germania e Messico, asiatici che, dopo una sola giornata, sembrano già spacciati.

 

Gruppo G: Belgio Panama 3-0

La favola di Panama dura un’ora circa, dall’ingresso in campo fino al secondo tempo. A Sochi grandi emozioni dei centramericani, al loro primo Mondiale, durante l’inno nazionale, con occhi lucidi per molti giocatori panamensi.

Primo tempo bloccato, spazi chiusi e diavoli rossi che sbattono contro il muro del ct Gomez. Serve il colpo del fuoriclasse e il Belgio può disporne a volontà: prodezza balistica al volo di Mertens al 47’, poi è monologo giallorosso. Hazard e De Bruyne ispirano, Lukaku trafigge per due volte il portiere Penedo (69’ e 75’). Il Belgio non stecca e si candida a un Mondiale da protagonista, il caso Nainggolan è già in soffitta.

 

Gruppo G: Tunisia Inghilterra

Più che dell’invasione pacifica dei supporter inglesi, la Volgograd Arena deve fare i conti con sciami di moscerini che fanno irruzione durante le dirette tv e ronzano attorno ai giocatori in campo durante il match. La doppietta di Harry Kane regala la prima vittoria meritata a Southgate, che ha faticato più del dovuto per sconfiggere la Tunisia. Gran primo tempo degli inglesi, forse il migliore di una big al Mondiale finora: la velocità di Delle Alli e Sterling affonda negli spazi dei nordafricani, con Kane che colpisce subito all’11’. I calciatori di Sua Maestà hanno però il demerito di non chiudere il match, consentendo il ritorno degli uomini del ct Maaloul. Il pari tunisino arriva con un rigore (generoso) trasformato da Sassi al 35’. Secondo tempo all’arrembaggio bianco, Souhgate lancia Rushford, ma deve sudare fino al primo minuto di recupero prima di gioire.

 

 

Cosa aspettarci domani

Gruppo H: Colombia Giappone (ore 14, Italia 1, Mordovia Arena, Saransk)

Le ultime squadre all’esordio a Russia 2018 sono quelle del gruppo H. Colombia e Giappone è in, realtà, un revival di Brasile 2014 quando i cafeteros di Peckerman demolirono la squadra di Zaccheroni per 4-1. Confermato il ct argentino, dopo il mondiale verdeoro concluso ai quarti di finale, la Colombia è alla ricerca dell’equilibrio perduto tra un reparto offensivo ricco di soluzioni (Falcao, Cuadrado, James Rodriguez, Uribe) e una difesa balbettante.

Il Giappone, allenato da Akira Nishino, prova a giocarsi le proprie carte affidandosi alla cerniera di collegamento tra le varie zone del campo: dietro l’ex interista Nagatomo, a centrocampo il talento del Borussia Dortmund Kagawa, dietro le punte l’ex milanista Honda. Fari puntati anche sulla stella Inui, presentato venti giorni fa dal Betis Siviglia in stile Dragon Ball.

Probabili formazioni

Colombia (4-2-3-1): Ospina; Arias, D. Sanchez, Mina, Mojica; Aguilar, C.Sanchez; Cuadrado, James Rodriguez, Uribe; Falcao. All.: José Pekerman.

Giappone (4-3-3): Kawashima; Sakai, Makino, Yoshida, Nagatomo; Yamaguchi, Hasebe, Kagawa; Honda, Osako, Inui. All.: Nishino.

Gruppo H: Polonia Senegal (ore 17, Italia 1, Spartak Stadium, Mosca)

Match inedito tra le due formazioni che non si erano mai affrontate prima. Il gruppo H è uno dei gironi più equilibrati in cui tutte e 4 le squadre hanno chance di qualificazione. Non è solo Lewandowski contro Koulibaly: Zielinski, Manè, Milik e Niang promettono scintille in campo. Il Senegal torna a un Mondiale dopo Giappone e Corea 2002, torneo in cui raggiunse i quarti di finale e sconfissero, a sorpresa, la Francia campione uscente con un gol di Bouba Diop. La Polonia, all’ottava partecipazione a un Mondiale, non raggiunge la fase a eliminazione diretta dal 1986. Robert Lewandowski arriva in Russia con la palma di capocannoniere della zona europea con 16 reti. La difesa senegalese è avvisata.

Probabili formazioni

Polonia (4-4-2): Szczesny; Piszczek, Glik, Pazdan, Bereszynski; Blaszczykowski, Krychowiak, Zielinski, Grosicki; Lewandowski, Milik. Ct: Adam Nawalka

Senegal (4-3-3): K.N’Diaye; Wagué, Koulibaly, Mbodj, Sabaly; Gueye, Kouyaté, P.N’Diaye; Keita, Sow, Mané. Ct: Aliou Cissé

 

Gruppo A: Russia Egitto (ore 20, Canale 5, Saint Petersburg Stadium)

La seconda giornata dei gironi si apre con la sfida tra i padroni di casa e gli africani di Momo Salah. La Russia è a caccia di conferme dopo l’abbuffata dell’esordio (5-0) contro l’Arabia Saudita. Il ct Cherchesov punta sulla stella Golovin (un gol e due assist contro i sauditi), finito nell’orbita della Juventus e sull’attaccante Cheryshev, protagonista inatteso del match di apertura con una doppietta dopo aver sostituito l’infortunato Dzagoev.

Per l’Egitto è la gara della vita. Beffata al fotofinish contro l’Uruguay, la squadra di Cuper si aggrappa alle giocate della stella del Liverpool, che torna in campo dopo l’infortunio alla spalla nella finale di Champions League contro il Liverpool. Al netto di una prevedibile vittoria dell’Uruguay contro l’Arabia, gli egiziani si giocano le residue speranze di qualificazione nella gara di San Pietroburgo.

Probabili formazioni

Russia (4-2-3-1): Akinfeev; Mario Fernandes, Ignashevich, Kutepov, Zhirkov; Gazinsky, Zobnin; Samedov, Golovin, Cheryshev; Smolov. Ct: Cherchesov

Egitto (4-2-3-1): El Shenawy; Fathy, Gabr, Hegazy, Abdel-Shafi; Hamed, Elneny; Salah, Elsaid, Trezeguet; Mohsen. Ct: Cuper

Nigeria – Islanda è sfida decisiva per il gruppo D, ma Carl Ikeme non ci sarà. Così i ragazzi del ct Hallgrímsson hanno pensato di dedicare la maglia numero 1 della loro Nazionale allo sfortunato portiere africano, che sta combattendo una partita ben più importante, quella contro la leucemia.

In attesa di capire chi vincerà sul campo nel match di venerdì 22 giugno alla Volgograd Arena, i giocatori islandesi dimostrano di meritare, anche con questi gesti, le simpatiche attenzioni dei tifosi di tutto il mondo.

Così, dal profilo twitter di Jón Daði Böðvarsson, è spuntata una foto di supporto del team a Ikeme, che ha ricevuto migliaia di like e condivisioni. Non è un caso che sia stato proprio il centrocampista del Reading a postare l’immagine: Böðvarsson e Ikeme sono stati, infatti, compagni di squadra nel Wolverhampton nella stagione 2016-2017.

 

Lo spareggio del gruppo D potrebbe dare indicazioni importanti su una delle due squadre che accederanno agli ottavi di finale, vista la concomitanza di Argentina – Croazia. Ikeme sarà incollato alla tv a tifare per la sua Nigeria, ma avrà sicuramente un atteggiamento benevolo verso i suoi amici con la maglia blu islandese.

E proprio pensando all’Argentina e alla sfida d’esordio al Mondiale che ha visto l’Albiceleste impattare contro i vichinghi islandesi per 1-1, il profilo Twitter della Federcalcio riporta un dato impressionante. Sabato pomeriggio praticamente tutta l’isola era incollata davanti allo schermo della propria tv o in compagnia in qualche piazza davanti a un maxischermo. Il match ha, infatti, fatto registrare il 99,6% di share: di fatto dei 330mila abitanti, quelli che non sono riusciti ad andare in Russia, hanno supportato la squadra da casa, esultando tutti assieme al gol del pareggio di Finnbogason e trattenendo il fiato durante il rigore parato dal portiere-regista Halldorsson su Messi. Ma la domanda, qui, sorge spontanea: dov’era il restante 0,4%? Ecco un altro tweet, ancora più geniale, proprio dell’autore del gol storico. Semplice, era in campo!