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Vincenzo Pastore

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Oscar Washington Tabarez insegna ancora: il maestro ha rinnovato il contratto con l’Uruguay fino al 2022, quando si svolgeranno i Mondiali in Qatar. Il 71enne tecnico nativo di Montevideo, è sulla panchina della Celeste dal 2006, con 4 partecipazioni alla Coppa del Mondo, un quarto posto (Sudafrica 2010) e una Coppa America vinta (2011).

Il maestro Tabarez durante gli ultimi Mondiali

Più forte della malattia che lo costringe all’uso delle stampelle, Tabarez è già il selezionatore con più presenze con una stessa Nazionale nella storia: 185 gare con l’Uruguay, considerando che il tecnico aveva già guidato la squadra del suo Paese tra il 1988 e il 1990, disputando i Mondiali di Italia ’90, eliminato agli ottavi di finale contro l’Italia per 0-2 (gol di Schillaci).

Poi il maestro ha anche allenato in serie A: nel 1994-1995 la prima esperienza a Cagliari con un ottimo nono posto, poi lo sfortunato passaggio al Milan nel 1996 con l’esonero a dicembre, infine il ritorno poco fortunato in Sardegna nel 1999, quando venne sollevato dall’incarico dopo 4 giornate.

Tabarez, nel 1996, quando allenava il Milan

L’Uruguay lo richiama nel 2006, da allora Tabarez e la Celeste sono una cosa sola, nella salute e nella malattia, così come il mondo ha potuto vedere durante gli ultimi Mondiali di Russia. Ora il Maestro ha già fissato in calendario i prossimi appuntamenti: la Coppa America dell’anno prossimo e i Mondiali 2022. Tra quattro anni potrebbe essere il terzo ct assoluto per longevità, preceduto da Vittorio Pozzo (Italia 1929-1948) e Hugo Meisl (Austria 1919-1937). La garra charrúa di Tabarez è più forte dell’età e dei problemi di salute.

Frosinone Juventus, da Del Piero a Blanchard. Dopo la vittoria in Champions League in 10 uomini a Valencia, gli uomini di Allegri tornano in campionato in Ciociaria, affrontando al “Benito Stirpe” la squadra di Moreno Longo affamata di punti salvezza. I bianconeri incontrano il Frosinone per la quinta volta nella loro storia, le prime due furono in serie B nella stagione 2006-2007 con il duecentesimo gol di Alessandro Del Piero con la maglia della Juve.

Il 200mo gol di Del Piero con la Juve, proprio contro il Frosinone

Curiosamente, il debutto in A di questa sfida avvenne esattamente il 23 settembre, come quest’anno, ma nel 2015 a Torino. La Juventus di Allegri, reduce solo tre mesi prima dalla sconfitta in finale di Champions contro il Barcellona, parte male in campionato: clamorosa sconfitta interna alla prima giornata contro l’Udinese, poi nuovo ko in trasferta a Roma. L’appuntamento con la vittoria arriva solo nel quarto turno contro il Genoa a Marassi, dopo il pari interno con il Chievo.

Nella quinta giornata, turno infrasettimanale, la Vecchia Signora in maglia rosa cerca punti contro il Frosinone guidato da Roberto Stellone. La Juve non gioca male, crea diverse occasioni, centra il legno due volte con Pogba e Zaza, poi sblocca il match con l’attaccante azzurro nativo di Policoro.

Il gol di Blanchard in Juve Frosinone 1-1 nel 2015

Sembra fatta, ma nel recupero c’è un calcio d’angolo per i laziali. Svetta Leonardo Blanchard, anticipa Paul Pogba e infila la rete alle spalle di Neto. Clamoroso pareggio del Frosinone, la gara termina 1-1 tra i fischi dello Juventus Stadium (oggi Allianz). Il calvario della Juve in quel campionato continuerà per un altro mese, fino al 28 ottobre a Reggio Emilia contro il Sassuolo: la sconfitta per 0-1 contro i neroverdi (gol di Sansone su punizione) farà precipitare la Juve a -11 dalla Roma capolista alla decima giornata di campionato. Da lì inizierà una straordinaria rimonta che porterà i campioni d’Italia a vincere il loro 32° scudetto, 5° consecutivo.

Blanchard festeggiato dai compagni dopo il gol allo scadere

Oggi è lo stesso Leonardo Blanchard, attualmente svincolato, a ricordare quella sera allo Stadium in un’intervista alla Gazzetta dello Sport. Proprio lui, juventino di nascita che ha seguito la squadra nelle finali di Coppa a Berlino e Cardiff:

Fu il punto più alto della carriera: io che segno di testa, nel recupero, contro la squadra della mia vita. In campo non pensi, fai il tuo dovere, esulti perché Frosinone era e sarà sempre casa. Poi a freddo ti accorgi che è tutto singolare. Domani torna Frosinone-Juve, esattamente dopo 3 anni, ed è di nuovo tutto singolare

 Alberto Gilardino lascia il calcio, ma solo quello giocato. La notizia non è ancora ufficiale, ma sembra che il campione del Mondo 2006 sia pronto ad appendere le scarpette al chiodo per intraprendere la carriera in panchina: ha sostenuto a Coverciano l’esame per ottenere l’abilitazione da allenatore Uefa pro. Di fatto Gila dice addio al calcio visto che la licenza Uefa A e B è incompatibile con la carriera di calciatore.

Alberto Gilardino a Piacenza

Nato a Biella il 5 luglio 1982 (la stessa data di Italia Brasile del Mundial di Spagna), Gilardino è esploso nel Piacenza con l’esordio in A il 6 gennaio 2000 contro il Milan, squadra che tornerà nel suo destino. Poi Verona e la consacrazione a Parma: 50 gol in 96 partite, con lo spettacolare poker condiviso con Cristiano Lucarelli in Parma Livorno del 2005 (finita 6-4).

Il salto di qualità definitivo è il passaggio al Milan: nei tre anni in rossonero vince la Champions League nel 2007 (contribuendo al trionfo europeo con il gol in semifinale contro il Manchester United) il Mondiale per club e la Supercoppa europea. Esaurito il ciclo al Milan, Gila passa alla Fiorentina, club con cui tornerà ai massimi livelli raggiunti a Parma: memorabile il suo esordio in viola, con gol del pareggio in extremis contro l’odiata Juventus. Dopo Firenze, dal 2012, l’attaccante prosegue la sua girandola di squadre: due volte al Genoa, Bologna, in Cina al Guangzhou, di nuovo alla Fiorentina, Palermo, Empoli, Pescara e Spezia. In Liguria ha disputato la sua ultima stagione, con 16 presenze e 6 reti in serie B (e il contestato rigore fallito nell’ultimo match contro il Parma).

Alberto Gilardino con la Fiorentina

Gilardino chiude la sua carriera con 273 gol in 755 presenze, di cui 19 reti in Nazionale e 188 in serie A (9° marcatore di sempre con Del Piero e Signori). Memorabile, in maglia azzurra, resta il Mondiale vinto in Germania nel 2006, con la rete messa a segno contro gli Usa nella seconda giornata, seguita dall’immancabile esultanza con il violino. Indimenticabile anche l’assist a Del Piero per il 2-0 con cui l’Italia sconfisse i padroni di casa tedeschi in semifinale.

L’esultanza con il violino dopo il gol agli Usa nel 2006

Con il ritiro di Gila, restano ancora in attività tre campioni del mondo, o forse quattro. Sono Buffon, Barzagli e De Rossi: di Zaccardo, dopo l’annuncio di lavoro su Linkedin per trovare una squadra e l’esperienza nel campionato maltese, non si hanno notizie sul prosieguo della sua carriera.

Allora non è una macchina, allora Cristiano Ronaldo è umano. Può cadere in tentazione, può accennare una reazione, può essere vittima di un’ingiustizia, può versare lacrime anche se è l’uomo dei record. L’espulsione di Valencia, la prima in Champions League dopo 153 partite, nella gara d’esordio con la Juventus ci svela il volto da comune mortale di un uomo che fino a ora, soprattutto in questa estate, era stato raccontato come un robot.

La disperazione di Cristiano Ronaldo

Il robot diventa uomo – La dieta di CR7, il corpo di CR7, il business di CR7: il fenomeno di Funchal era quasi finito vittima del personaggio che lui stesso aveva creato. Perché Cristiano non è nato fuoriclasse, come Leo Messi: marziano ci è diventato con il sacrificio, la dedizione, l’abnegazione e un professionismo ossessivo. Eppure, l’uomo dei record, colui che aveva polverizzato qualsiasi primato individuale, il campione che ha vinto tutto quello che poteva vincere, è in lacrime perché sa di essere vittima di un clamoroso abbaglio arbitrale.

Come fosse un ragazzino qualsiasi al debutto in Champions, uno Zaniolo qualsiasi lanciato nella mischia al Bernabeu, Cristiano piange. Sa di non aver fatto nulla che meritasse un cartellino rosso, sa di essere caduto nel tranello ordito da Jeison Murillo, sa di essere assolutamente impotente. Proprio lui, il fenomeno venerato come una divinità da media e fan è sbattuto fuori da quella competizione di cui detiene record su record.

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Le proteste della Juve mentre Ronaldo si dispera

Il sostegno della squadra – Si butta a terra, batte le mani sul prato, impreca, cerca conforto: improvvisamente Ronaldo è solo Cristiano, il ragazzino orfano di un padre alcolizzato, il fratello tossicodipendente, problemi e patemi dell’uomo della strada, lontani anni luce da lustrini e paillette. Lo sollevano i compagni da terra, lo sostengono, lo accoglie Pavel Nedved nel tunnel degli spogliatori mentre il pubblico di Valencia gli rivolge insulti e gestacci con smartphone in mano all’uscita del campo, ruggini del passato Real.

Le lacrime di Cristiano, dopo l’ansia di Cristiano per un gol che non arrivava e per una squalifica che invece arriverà. Una sola giornata, come verità imporrebbe, due o tre, come ingiustizia spesso regna. Perché quando le luci si spengono e l’acrobata cade, CR7 non è più un acronimo ma solo Cristiano. Al pari di tutti noi, assaliti dall’ansia per un esame universitario, per un colloquio di lavoro, per una data fissata nel promemoria del cellulare. Ronaldo, in lacrime, si riscopre solo Cristiano.

CR7 consolato dai compagni

 

Ci saranno anche loro a tifare Manchester City in Champions League nell’esordio contro il Lione all’Etihad Stadium (ore 21, diretta Sky). La squadra di Guardiola, una delle favorite alla vittoria finale, potrà contare sul supporto di due tifose irriducibili, che non hanno mai fatto mancare il loro calore alla squadra anche negli anni bui dei citizens.

Vera e Olga sono due fan molto speciali: hanno rispettivamente 102 e 98 anni, due secoli complessivi di amore e fedeltà verso il Manchester City. Sono abbonate da 85 anni, hanno fatto la loro prima tessera negli anni ’30, negli anni in cui il club vinceva il primo titolo in Premier (1937). Nella scorsa giornata di campionato, la società ha voluto fare alle due nonnine tifose un regalo molto speciale: Vera e Olga sono scese in campo assieme ai loro beniamini, accompagnate sotto braccio da David Silva e Fernandinho, in occasione del match contro il Fulham (poi vinto 3-0).

Le due signore sono sorelle e non lasciano mai la loro squadra del cuore: quando sono impossibilitate ad andare allo stadio, seguono il Manchester in tv. Non hanno mai lasciato il City, anche quando il club blasonato della città era lo United pigliatutto di Matt Busby e Alex Ferguson. Vera ha ricordato le prime partite viste allo stadio:

Una volta le cose erano molto diverse da come sono oggi, quando ho iniziato a venire allo stadio c’era un uomo davanti a una lavagna che segnava il punteggio

Poi non è mancato l’abbraccio con Pep Guardiola, che Vera ha raccontato così:

Mi ha salutato e mi ha detto grazie per tutto quello che ho fatto per questa squadra. È una persona incredibile, c’è qualcosa in lui che permette ai giocatori di dare sempre il meglio e

Il record di tifo irriducibile oltre ogni età appartiene, tuttavia, a Bernard Jones con i suoi 105 anni e un amore sconfinato verso il suo Preston che milita in Championship (seconda divisione inglese).

Bernard Jones, 105enne super tifoso del Preston

 

Valencia Juventus è, anche, Cristiano contro Cristiano: Ronaldo contro Piccini. Il match delle 21 al Mestalla, che apre assieme a Young Boys Manchester United il gruppo H della Champions League, pone alla ribalta del calcio italiano un suo figlio che ha deciso di abbandonare confini e speranze mai corrisposte tentando la fortuna all’estero, esattamente come suoi tanti connazionali in cerca di fortuna fuori dall’Italia.

La Juve è attesa dal Valencia nella sua tana del “Mestalla”

Viola alla nascita – Cristiano Piccini tra pochi giorni compirà 26 anni, è terzino destro del Valencia da quest’estate dopo l’esperienza nella scorsa stagione a Lisbona con lo Sporting. Nato a Firenze, è cresciuto nella cantera viola ed era una delle grandi promesse per la Fiorentina del futuro: dopo la trafila nelle giovanili, esordiva in prima squadra a soli 18 anni in Coppa Italia contro il Cagliari, lanciato in campo dall’allora tecnico gigliato Sinisa Mihajlovic. Ma, evidentemente, non bastò.

Cristiano Piccini ai tempi della Fiorentina

Una vita in provincia – Come spesso accade in questo Paese, un giovane non può essere troppo atteso, quindi meglio prima spedirlo a farsi i muscoli in provincia: così Piccini, tra il 2011 e il 2014, inizia a girovagare tra Carrarese (Lega Pro), La Spezia (serie B) e il ritorno in A con la maglia del Livorno.

Fuga all’estero – Nel 2014, dopo aver fatto la preparazione estiva con la Fiorentina, decide di dire basta, non sentendo la necessaria fiducia attorno a sé. Va a Siviglia al Betis, seconda divisione spagnola, in prestito prima di essere riscattato a titolo definitivo. Con “dedication”, dedizione ovvero il suo motto, Cristiano cade e si rialza: prima si rompe il crociato, poi torna col Betis collezionando 23 presenze e 2 gol. Nuovamente un grave infortunio, questa volta all’anca, lo mette ko.

Cristiano Piccini, di spalle, con la maglia dello Sporting Lisbona durante il match di Champions contro la Juventus nel 2017

La Juve nel destino – Ma Piccini ha la tempra dura e nel 2017 passa allo Sporting Lisbona, disputando la Champions League proprio contro la Juventus. Evidentemente i bianconeri sono nel suo destino, da buon vecchio tifoso della Fiorentina: torna ad affrontarli con la maglia del Valencia di Marcellino, squadra in cui si è trasferito la scorsa estate per 10 milioni e 80 di clausola rescissoria. La società spagnola è tradizionalmente un rifugio ideale per calciatori e allenatori italiani: sono passati dal Mestalla, infatti, i vari Carboni, Lucarelli, Fiore, Di Vaio, Moretti, Corradi, Tavano, Zaza e mister Claudio Ranieri. 

Amedeo Carboni, per quasi 10 anni al Valencia dal 1997 al 2006

Piccini si troverà di fronte l’altro Cristiano, CR7, un avversario che conosce bene come ha ammesso ai microfoni di Sky Sport:

Contro Cristiano Ronaldo ho già giocato ai tempi del Betis, lo incontrai anche in ritiro con la Fiorentina scattando una foto insieme a lui. E’ un atleta formidabile, che ha vinto tutto grazie al duro lavoro, e non c’è cosa più bella. In Serie A la squadra che assomiglia più al Valencia è la Roma, ma seguo sempre la Fiorentina, che è la squadra della mia città

 

Il Marakanà di Belgrado non è come l’omonimo di Rio de Janeiro. E’ anche peggio, e non è solo questione di “k” al posto della “c”. L’esordio del Napoli di Carlo Ancelotti in Champions League (ore 21 diretta Sky) nel girone C (in contemporanea c’è Liverpool Psg) coincide con il ritorno a grandi livelli della Stella Rossa, nobile decaduta del calcio europeo, vincitrice della Coppa dei Campioni nel 1991, in finale a Bari contro il Marsiglia. I serbi non partecipano alla Coppa dalle grandi orecchie dall’edizione 1991-1992.

La Stella Rossa vince a Bari la Coppa dei Campioni nel 1991

La storia del calcio – Lo stadio Rajko Mitić di Belgrado è un vero e proprio spauracchio per tutti gli avversari della Stella Rossa. Inaugurato nel 1963, ha fatto la storia del calcio europeo: qui si sono giocate una semifinale la finale degli Europei del 1976 (vinti dalla Cecoslovacchia ai rigori contro la Germania, quando fu inventato il rigore a cucchiaio dal giocatore ceco Antonin Panenka), una finale di Coppa dei Campioni (Ajax Juventus 1973), una finale di Coppa Uefa (Stella Rossa Borussia Mönchengladbach 1979), il Milan di Sacchi salvato dalla “nebbia di Belgrado” nel 1988 (tra i rossoneri a centrocampo c’era Carlo Ancelotti, stasera sulla panchina del Napoli).

Il primo cucchiaio della storia: il rigore di Panenka al Marakanà durante la finale degli Europei contro la Germania

Benvenuti all’inferno – Un catino infuocato da tutti conosciuto come Marakanà: nel 1964 ben 108mila spettatori assistettero al derby storico del calcio serbo, quello tra Stella Rossa e Partizan. Nel 1975 si arrivò a 110mila per la partita tra i padroni di casa e gli ungheresi del Ferencváros. Poi i lavori di ammodernamento dell’Uefa hanno ridotto la capienza a 55mila spettatori, ma non hanno diminuito passione ed entusiasmo. E soprattutto non hanno cancellato l’incubo numero 1 per ogni calciatore avversario.

Il tunnel del Marakanà è la discesa tutt’altro che simbolica all’inferno dello stadio: largo un paio di metri, lungo circa 75 passi, non finisce praticamente mai, visto che quando sembri essere arrivato sul prato verde ci sono alcune scalette. Quattro gradini a sinistra, poi 19 sulla destra, il percorso si fa più stretto e angusto, prima sui muri c’erano incise alcune scritte in cirillico decisamente poco carine per gli ospiti del match. Oggi quei graffiti sono stati cancellati, ma la sensazione di terrore sportivo che ti assale quando esci finalmente in campo e ti ritrovi alle spalle il frastuono assordante della curva Nord di casa rimane.

Il tunnel del Marakanà, prima di essere ripulito dai graffiti

Billy Costacurta, difensore del Milan nella stagione 1988-1989, torna indietro con la mente come riportato dalla Gazzetta dello Sport:

Ricordo i poliziotti che nel tunnel ci guardavano male e muovevano i manganelli in modo intimidatorio. Poi non fecero nulla di male, ma la sensazione mi restò dentro. Durante i festeggiamenti fui pure morso da un cane lupo. C’è qualcosa di diverso in quello stadio, un calore particolare che noti già nel riscaldamento. Ai miei compagni dissi che il Marakana ti fa diventare squadra e credo sia proprio così

 

Dopo sei anni di digiuno l’Inter torna in Champions League, sfidando il Tottenham a San Siro alle 18.55 (diretta Sky) per il match inaugurale del gruppo B (l’altra partita è Barcellona – Psv Eindhoven). I nerazzurri non disputavano un match nell’ex Coppa dei Campioni dal 13 marzo 2012, quando furono eliminati agli ottavi dall’Olympique Marsiglia di Didier Deschamps.

Il ritorno in Champions League avverrà di fronte a circa 65mila spettatori che riempiranno le tribune dello stadio “Meazza” di Milano: per sei giocatori di Spalletti sarà l’esordio assoluto nella competizione (Icardi, Handanovic, Vecino, Skriniar, Candreva e De Vrij).

L’ultima gara dell’Inter in Champions, nel 2012 contro il Marsiglia

I precedenti – Sono quattro i precedenti tra Inter e Tottenham, tutti negli ultimi anni a partire dal 2010, con due vittorie a testa e ben 19 gol segnati. La prima sfida si svolge il 20 ottobre 2010 in Champions nel match valevole per la terza giornata del gruppo A: i nerazzurri hanno festeggiato il triplete solo 5 mesi prima e hanno Rafa Benitez in panchina al posto di Josè Mourinho. Dopo il pareggio per 2-2 in trasferta contro il Twente, la squadra del capitano Zanetti ha travolto il Werder Brema in casa per 4-0.

Nella terza giornata affrontano il Tottenham di Luka Modric e Peter Crouch, con l’ex Robby Keane pronto a subentrare dalla panchina e un giovane gallese (all’epoca 21 enne) che galoppa chilometri sulla fascia sinistra col suo numero 3. Si chiama Gareth Bale ed è ancora abbastanza sconosciuto al grande pubblico.

Un giovane Gareth Bale in Inter Tottenham del 2010

Gareth Bale show – Il primo tempo dei nerazzurri è travolgente, uno dei migliori della loro storia internazionale: va a segno subito Javier Zanetti, poi Eto’o su rigore con espulsione del portiere Gomes (e Modric sostituito da Carlo Cudicini), Stankovic e ancora Eto’o: all’intervallo è 4-0 per i padroni di casa.

Partita già finita, anzi no. Perché il Tottenham, nonostante il passivo e l’uomo di svantaggio, prova la rimonta della vita affidandosi proprio a Bale: tripletta con due gol in fotocopia che fanno tremare il pubblico di San Siro per un pareggio che sarebbe stato clamoroso. Finisce 4-3, il mondo scopre il talento gallese che si ripeterà anche nella gara di ritorno, vinta 3-1 dal Tottenham.

INTER-TOTTENHAM 4-3 (20/10/2010)

INTER: Julio Cesar; Maicon, Lucio, Samuel, Chivu (61′ Pandev); Stankovic (50′ Santon), Zanetti; Biabiany (75′ Cordoba), Sneijder, Coutinho; Eto’o. All. Benitez

TOTTENHAM: Gomes; Hutton, Gallas, Bassong, Assou-Ekotto; Lennon, Modric (10′ Cudicini), Huddlestone (80′ Palacios), Jenas, Bale; Crouch (67′ Keane). All. Redknapp

ARBITRO: Damir Skomina (Slovenia)

GOAL: 2′ Zanetti (I), 11′ rig. Eto’o (I), 14′ Stankovic (I), 35′ Eto’o (I), 52′ Bale (T), 90′ Bale (T), 91′ Bale (T)

NOTE: ammoniti Chivu e Palacios; espulso Gomes all’8′

Lord Nicola Berti – Inter Tottenham non è solo Gareth Bale, ma anche Nicola Berti: l’esterno classe 1967, dopo 311 presenze e 51 gol con la maglia nerazzurra, nel 1998 arriva a Londra, ingaggiato dagli Spurs, dove resta solo un anno disputando 21 partite e siglando 3 reti.

Nicola Berti con la maglia del Tottenham abbraccia un altro ex interista, Jürgen Klinsmann

Lewis Hamilton mette le ali nelle prove del Gran Premio di Singapore: l’inglese della Mercedes strappa la pole position davanti a Mark Verstappen su Red Bull. Male le Ferrari: Sebastian Vettel terzo, Kimi Raikkonen in quinta posizione. In mezzo l’altra Mercedes, quella di Valtteri Bottas. La gara è in programma domani alle 14.10 italiane con diretta su Sky Sport F1 e differita in chiaro su TV8 alle 21.15

Griglia di partenza:

Lewis HAMILTON Mercedes 1:36.015

Max VERSTAPPEN Red Bull Racing +0.319

Sebastian VETTEL Ferrari +0.613

Valtteri BOTTAS Mercedes +0.687

Kimi RÄIKKÖNEN Ferrari +0.779

Daniel RICCIARDO Red Bull Racing +0.981

 

Copione stravolto rispetto alle ultime prove libere, in cui la Rossa di Maranello aveva piazzato Vettel e Raikkonen nelle prime due posizioni, con Hamilton a inseguire a mezzo secondo. E invece il campione del mondo ha saputo rifarsi nel momento clou con un giro mostruoso nella Q3: 1:36.015. Due sessioni prima, nella Q1, lo stesso Hamilton aveva rischiato una clamorosa eliminazione finendo 14mo. Difficoltà manifestate anche dalla Ferrari, con Vettel e Raikkonen che erano riusciti a finire nei primi dieci solo negli istanti finali della Q2.

Sebastian Vettel partirà in terza posizione

Classifica piloti:

Lewis Hamilton MERCEDES 256

Sebastian Vettel FERRARI 226

Kimi Raikkonen FERRARI 164

Valtteri Bottas MERCEDES 159

Mark Verstappen RED BULL 130

Daniel Ricciardo RED BULL 118

Staccato di 30 punti rispetto a Hamilton, Vettel prosegue il suo momento negativo dopo la prova deludente di Monza. Negli occhi e nella mente dei ferraristi ci sono ancora le immagini dell’edizione 2017, quando sul tracciato cittadino di Singapore Maranello fece harakiri con Vettel e Raikkonen a stringere a sandwich Verstappen poche centinaia di metri dopo la partenza. Una carambola suicida che spianò la strada ad Hamilton alla vittoria nel GP. In 10 anni al Marina Bay Street Circuit, lungo poco più di 5 km con 23 curve, la Ferrari ha finora vinto solo due volte: Alonso nel 2010 e Vettel nel 2015.

 

A caccia del tris, mettendo da parte i sentimenti. L’Italia del volley torna in campo per la terza partita dei Mondiali, incrociando l’Argentina di Julio Velasco alle 21.15 al Mandela Forum di Firenze (diretta Rai 2).

Match da non fallire per proseguire la strada finora immacolata del torneo iridato: i ragazzi di Blengini hanno, infatti, liquidato abbastanza agevolmente Giappone e Belgio nelle prime due gare della competizione con il medesimo punteggio (3-0). L’Albiceleste è a quota due punti in classifica: sconfitta con la squadra di coach Anastasi (1-3) e vittoria in scioltezza contro la Repubblica Dominicana (3-0).

Ecco la situazione nella Pool A:

Italia 2v 6p, Slovenia 2v 6p, Belgio 1v 3p, Argentina 1v 3p, Giappone 1v 3p, Repubblica Dominicana 0v 0p

Ivan Zaytsev, protagonista del match contro il Belgio

Italia Argentina non può solo essere una sfida dei Mondiali di volley, ma è soprattutto la gara tra la Nazionale Italiana e il suo mentore, l’allenatore che più di ogni altro ha influenzato il modo di agire e di pensare non solo della pallavolo ma dell’intero sport azzurro.

Julio Velasco incarna l’essenza autentica dello sport: tecnico, psicologo, motivatore, pensatore straordinario. Ha guidato la generazione dei fenomeni degli anni ’90, quella a cui è mancato solo l’oro olimpico ma che ha segnato il decennio d’oro del volley tricolore. Due Mondiali, tre Europei, 5 World League, una Coppa del Mondo, un argento olimpico ad Atlanta ’96. Velasco ha anche allenato la Nazionale femminile nella stagione 1997-1998. What else?

Julio Velasco, ct dell’Italia negli anni ’90

Dopo il derby (vinto) contro un altro coach azzurro, Andrea Anastasi oggi alla guida del Belgio, il Mandela Forum di Firenze ospita una nuova sfida nostalgica e dal sapore speciale anche per Gianlorenzo Blengini. Proprio contro l’Argentina l’attuale tecnico italiano debuttò sulla panchina della Nazionale nel 2015. E ancora contro la Selección gli Azzurri hanno rimediato una brutta figura (0-3) nella Nations League a San Juan lo scorso giugno.

Il coach azzurro, Gianlorenzo Blengini