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Vincenzo Pastore

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A due anni e mezzo di distanza dal referendum, la Brexit entra nel vivo. Le trattative per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea hanno portato a una bozza di accordo approvata dal governo di Theresa May. Il documento ora dovrà essere discusso dal Parlamento britannico prima di approdare a Bruxelles. Protestano gli unionisti nordirlandesi per un testo che prevede un regime speciale per l’Irlanda del Nord, maggiormente legata al mercato europeo di quanto non sia il resto della Gran Bretagna. Non a caso questa mattina sono arrivate le dimissioni del ministro britannico per l’Irlanda del Nord, Shailesh Vara e il ministro britannico per la Brexit, Dominic Raab.


Ma il voto del 23 giugno 2016 produrrà i suoi effetti anche sul calcio. La Federcalcio inglese, infatti, è al lavoro con l’obiettivo di aumentare in Premier League il numero di giocatori cresciuti nei vivai. Allo stato attuale, i club possono avere in rosa 17 giocatori stranieri su 25. Per i cosiddetti giocatori “homegrown”, c’è una disciplina diversa: sono quelli nati all’estero, ma che hanno trascorso almeno tre anni in un’accademia inglese o gallese tra i 16 o 21 anni. Dopo la Brexit bisognerà aspettare che raggiungano la maggiore età per poter firmare il contratto. I calciatori extracomunitari devono, invece, rispettare una serie di parametri (convocazioni nella propria Nazionale, tasse, salario) per poter essere tesserati.

Con le nuove regole il Man City sarebbe fuori legge

La proposta federale è quello di ridurre il numero a 12 calciatori stranieri, meno della metà. Il punto è che dopo la Brexit tutti i giocatori extra Gran Bretagna saranno considerati stranieri ed extracomunitari. Le ripercussioni sulle rose dei club saranno inevitabili. Il tetto anti stranieri si rende necessario, secondo le intenzioni della Football Association, per l’eccessiva presenza di calciatori non britannici in Premier. Ma se passasse la nuova norma in esame, ben 13 club su 20 sarebbero fuorilegge. In Inghilterra, infatti, il 70% circa dei calciatori è straniero.

Nonostante Kane, anche il Tottenham è a “rischio”

Ecco i numeri: Manchester City 17 stranieri al pari di Tottenham, Brighton, Watford, Huddersfield; Liverpool, Chelsea, Fulham e West Ham 16; Arsenal 15; Manchester United e Newcastle 14, Leicester 13. Solo sette squadre sarebbero in regola: Crystal Palace e Wolverhampton 12; Southampton 11; Everton 10; Cardiff 7; Burnley 6 e Bournemouth 5.

Qualora si arrivasse a un accordo, le nuove regole entrerebbero in vigore dopo il 2020.

In Italia, invece, gli stranieri rappresentano il 60% circa dei calciatori totali. La situazione nelle grandi squadre: Juventus 14 stranieri (58,3%), Napoli 21 (84%), Inter 16 (66%), Lazio 25 (73,5%), Milan 15 (51%), Roma 16 (64%).

 

 

La sua nuova missione impossibile sarà la salvezza con il Fulham. Claudio Ranieri è il nuovo tecnico del club inglese, scelto dal presidente Shahid Khan per risollevare le sorti dei Cottagers. La squadra, infatti, è naufragata all’ultimo posto in Premier con soli 5 punti in 12 giornate di campionato. L’unica vittoria risale al lontano 26 agosto, in casa per 4-2 contro il Burnley alla terza giornata. Le ultime sei sconfitte consecutive (pesante il ko interno per 1-5 contro l’Arsenal) sono costate il posto al manager serbo Slavisa Jokanovic.


Claudio Ranieri, 67 anni, può vantare un’esperienze trentennale sulle panchine di mezzo mondo. Da Cagliari a Torino con la Juve, da Roma a Napoli passando per Firenze e Parma, restando solo in Italia. Poi ha tracciato la strada anche all’estero: Valencia, Atletico Madrid, Chelsea, Monaco, Nazionale greca, Leicester e Nantes. Ma è soprattutto con le Foxes inglesi che l’allenatore romano ha compiuto l’impresa più memorabile di tutta la sua carriera. Nel 2016, contro ogni pronostico, vince la Premier contro i ben più quotati (e ricchi) avversari, da Manchester a Liverpool con sosta a Londra. Proprio a Leicester Ranieri è tornato negli ultimi giorni per commemorare il compianto patron Vichai Srivaddhanaprabha, morto in un incidente con il suo elicottero assieme ad altre 4 persone. Mercoledì 5 dicembre ci sarà proprio Fulham Leicester, un match dalle emozioni forti per Ranieri. L’esordio, invece, sarà sabato 24 novembre in casa contro il Southampton.

Dopo l’esperienza al Nantes lo scorso anno, si riparte dal leggendario Craven Cottage, uno degli stadi più leggendari del mondo, inaugurato nel 1896. Il Fulham non attraversa un periodo felice. I soli 5 punti impongono un cambio di marcia repentino, anche se le dirette concorrenti per la salvezza sono distanti poche lunghezze. Huddersfield a 7, Cardiff, Southampton e Crystal Palace a 8, Burnley e Newcastle a 9. La squadra inglese riparte dalle poche certezze del suo organico, ovvero un reparto offensivo molto competitivo. Mitrovic, Vietto e Schürrle possono trainare il club fuori dalla zona pericolo. Ranieri dovrà lavorare molto sulla fase difensiva, visto che il Fulham è la peggiore difesa della Premier con 31 reti subite.

Craven Cottage

Ecco le prime parole del tecnico italiano, rilasciate al sito ufficiale del club:

È un onore accettare l’invito e l’opportunità di Mr. Khan di guidare Fulham, un club fantastico con tradizione e storia. L’obiettivo a Fulham non dovrebbe mai essere semplicemente sopravvivere in Premier League. Dobbiamo essere sempre un avversario difficile e dovremmo aspettarci di riuscire in questa impresa. Questa squadra ha un talento eccezionale che è esattamente contrario alla sua posizione in classifica. So che questa squadra è molto capace di ottenere prestazioni migliori, su cui lavoreremo subito mentre ci prepareremo per il Southampton al Cottage

 

Sono trascorsi ormai quasi 5 anni da quel maledetto 29 dicembre 2013. Michael Schumacher era in montagna a Meribel, in Francia, quando fu vittima di un grave incidente sugli sci. Da allora si è saputo ben poco. Portato inizialmente all’ospedale di Grenoble, dove viene mantenuto in coma farmacologico, Schumi dal 2014 starebbe seguendo un percorso di riabilitazione nella sua residenza di Gland, in Svizzera. Il condizionale d’obbligo visto che sulle sue condizioni vige il più assoluto riserbo. In questi anni voci e indiscrezioni si sono continuamente rincorse, secondo alcuni il campione tedesco si troverebbe in uno stato vegetativo. Scoop o presunti tali che non sono mai stati confermati dall’entourage di Schumacher.

Schumi con la sua Rossa

Oggi quel velo di riservatezza viene, parzialmente, squarciato dalla moglie Corinna.

Vorrei ringraziarvi sinceramente per il vostro messaggio. E’ bello ricevere così tanti pensieri gentili e parole di conforto. E’ un grande sostegno per la nostra famiglia. Sappiamo tutti che Michael è un combattente e non si arrende

Le parole della signora Schumacher sono state scritte in una lettera di risposta al musicista Sascha Herchenbach dopo il brano dedicato a Schumi contenuto in un cd inviato alla famiglia. Il titolo del pezzo è “Born to flight”, nato per combattere. Proprio Herchenbach ha rivelato l’episodio al magazine tedesco “Bunte”, tuttavia non si sa a quando risale la missiva.

Corinna Betsch è al capezzale del marito dal giorno dell’incidente. Con Michael la storia d’amore risale al 1992, tre anni dopo si sposano nel Castello di Petersberg, in Austria. La coppia ha due figli, Gina e Mick. Proprio quest’ultimo, 19enne, ha recentemente vinto il campionato di Formula 3, iniziando a ripercorrere le gesta del padre, sette volte vincitore del Mondiale di Formula 1. Il prossimo 3 gennaio Schumi senior compirà 50 anni.

Una vittoria di Schumi festeggiata dal suo box

 

13 novembre 2018, anno I dS, dopo Svezia. È trascorso esattamente un anno dallo 0-0 di Milano che impedì all’Italia di partecipare ai Mondiali di Russia 2018. Era successo solo una volta nella storia, sessant’anni fa proprio in Svezia. Un anno dopo Gian Piero Ventura si è dimesso, ma dalla panchina del Chievo. La vecchia guardia (Buffon, Barzagli, De Rossi) è finita nel libro di storia della Nazionale. Il povero Davide Astori, quella sera in panchina, non c’è più per davvero.

Il Sansirazo è una tragedia sportiva dalla quale non ci siamo ancora rialzati. La Nazionale galleggia nella nuova Uefa Nations League, avendo per un soffio evitato la retrocessione in Lega B. Il nuovo ct è Roberto Mancini, scelto dal duo Fabbricini-Costacurta che per qualche mese ha traghettato la FIGC con il commissario Malagò per la Lega A. Nel ranking Fifa l’Italia è al 19mo posto, mica male per una squadra che non ha partecipato ai Mondiali. Quello in cui da Torino a Cagliari passando per Palermo si è praticato l’unico rito che ci era rimasto dopo il tifo pro. Quello contro.

L’esultanza degli svedesi al fischio finale

 

Non è andata troppo bene visto che i cugini francesi sono diventanti campioni del Mondo. Magra consolazione la clamorosa eliminazione della Germania. Male anche la Spagna, con il caos Lopetegui a pochi giorni dall’inizio del torneo. Proprio il tecnico spagnolo non se la passa troppo bene, dopo l’addio turbolento alle Furie Rosse e il fallimento al Real Madrid. Sta messo peggio Ventura. Aveva ricominciato con i gialloblu del Chievo cercando l’impresa della salvezza. Dopo quattro partite e un solo punto ha preferito lasciare la nave, dimettendosi a sorpresa. Gli effetti traumatici post Svezia si fanno ancora sentire.

Le lacrime di Buffon

Un anno fa non fummo capaci di segnare un solo gol agli svedesi in 180 minuti. In porta c’era Olsen, oggi alla Roma. A centrocampo Forsberg, che avremmo conosciuto meglio durante la Coppa del Mondo. Quella in cui proprio la Svezia avrebbe vinto il girone con la Germania arrivando fino ai quarti con l’Inghilterra. Un anno fa Insigne era lasciato a sgualcire senza un perchè in panchina. De Rossi si sfogava in favore di camera sul mancato utilizzo del napoletano. Jorginho era lanciato titolare all’ultimo momento. Davanti Gabbiadini, oggi una meteora anche in Inghilterra al pari di Darmian.



Un anno dopo al vertice della Federazione c’è Gabriele Gravina, già capo della Lega Pro. La serie B e la serie C pagano i postumi dell’estate caotica tra ripescaggi e ricorsi al Tar. In campionato la Juventus continua a dominare. Sarri è andato al Chelsea al posto di Conte. A Napoli è arrivato Ancelotti, a Torino Cristiano Ronaldo. Bonucci e Higuain si sono scambiati le maglie. Buffon è andato al Paris Saint Germain. Sabato l’Italia torna a San Siro nel match di Nations League contro il Portogallo. I fantasmi biondi svedesi, un anno dopo, sono ancora lì.

Il bacio di Florenzi al pallone prima dell’ultimo calcio d’angolo

 

È quell’ultimo gradino che gli ha impedito di entare nell’area dei fuoriclasse, restando nel recinto dei campioni. Gonzalo Higuain è un centravanti formidabile, in carriera ha segnato finora 288 reti nei club tra River Plate, Real Madrid, Napoli, Juventus e Milan. I 36 centri nella stagione 2015 2016 gli valgono il record assoluto di gol nel campionato italiano. Ha superato il primato di Nordahl che resisteva dal 1950. Eppure, al Pipita è sempre mancato quell’ultimo salto di qualità definitivo. Quel passettino che gli avrebbe permesso di entrare nell’olimpo ristretto dei fenomeni. Un limite causa (o effetto) della sua fragile tenuta mentale, come dimostrato nel match con la Juve.

Argentina Germania – 13 luglio 2014, finale dei Mondiali brasiliani. Assieme a Messi Gonzalo ha l’occasione di riportare la Coppa del Mondo a Buenos Aires da protagonista. Ventiquattro anni dopo Maradona in Messico. E invece no, il titolo va ai tedeschi dopo i supplementari. Higuain prima segna una rete in fuorigioco, poi fallisce una clamorosa occasione sotto porta.

Napoli Lazio – Il 31 maggio 2015 al San Paolo è spareggio per la qualificazione in Champions League. Passa la Lazio (4-2), Higuain marca il tabellino con una doppietta. Ma non basta, perché pesa l’errore decisivo dal dischetto che condanna il Napoli all’Europa League.

Argentina Cile – Poco più di un mese dopo, il 4 luglio, il Pipa ha la possibilità del riscatto. A Santiago del Cile c’è la finale di Coppa America tra i padroni di casa e l’Albiceleste. L 0-0 resiste per 120 minuti, si va ai rigori. Higuain sbaglia uno dei due rigori falliti dall’Argentina, l’altro lo fallisce Banega. Vince il Cile di Sanchez e Vidal, Gonzalo chiude un mese da incubo.

Udinese Napoli – Il 3 aprile 2016 gli azzurri di Sarri si recano al “Friuli” per coltivare le loro speranze scudetto contro la Juve di Allegri. I bianconeri padroni di casa vincono 3-1, Higuain firma il pareggio momentaneo prima della doppietta di Bruno Fernandes. Il nervosismo lo tradisce, venendo espulso dall’arbitro Irrati e inveendo contro di lui. Arriva la squalifica di 4 giornate, poi ridotte a 3.

Argentina Cile bis – Il 27 giugno 2016, al MetLife Stadium nel New Jersey, Argentina e Cile giocano la seconda finale di Coppa America consecutiva. Al 21’ Higuain la grande occasione per sbloccare il risultato, ma la fallisce clamorosamente. Si va nuovamente ai rigori e nuovamente vince il Cile ai rigori, complice i rigori falliti da Messi e Biglia. Higuain era uscito al 70’, sostituito da Aguero.

Juventus Real Madrid – Il 3 giugno 2017 a Cardiff è finale di Champions League tra bianconeri e blancos. Higuain, passato alla Juve, ha l’ennesima occasione di diventare decisivo in una finale. La sua presenza si segnala solo per l’assist per la splendida semirovesciata di Mandzukic che vale il momentaneo 1-1. Il match finirà 1-4 per il Real Madrid, il Pipita sarà spettatore non protagonista.

Milan Juventus – Estate 2018, la Juve scarica il Pipa per l’acquisto del secolo con Cristiano Ronaldo. Gonzalo va al Milan e medita vendetta contro la Vecchia Signora come una finale. Solo che le finali, come visto, non gli portano fortuna. Prima si fa parare un rigore da Szczesny (il sesto su 18 calciati in A), poi esplode di rabbia contro l’arbitro Mazzoleni dopo un’ammonizione, venendo espulso.

 

Gian Piero Gasperini senza pietà. Da quando il tecnico di Grugliasco è stato esonerato dall’Inter, nel settembre 2011, è imbattuto nei match casalinghi contro i nerazzurri milanesi. Anzi, Gasp ha conseguito tre vittorie con il Genoa, un pareggio e due successi alla guida dell’Atalanta. L’ultimo, roboante, questo pomeriggio nel 4-1 dei bergamaschi che hanno interrotto il ciclo di 7 vittorie in A degli uomini di Spalletti. Una gara praticamente a senso unico, che l’Atalanta avrebbe già dovuto chiudere nel primo tempo per la mole di gioco e le occasioni prodotte.


Gasperini si conferma allenatore determinante per le sorti delle sue squadre. Dopo gli anni memorabili vissuti a Genova, sponda rossoblù, l’allenatore ha plasmato un nuovo piccolo capolavoro. I nerazzurri del patron Percassi sono ormai una certezza nel campionato italiano. La qualità del gioco atalantino è un marchio di fabbrica del triennio gasperiniano a Bergamo. E i risultati non sono tardati ad arrivare. Un quarto posto e un settimo posto, una qualificazione in Europa League e un’eliminazione nel preliminare, oltre che una semifinale di Coppa Italia. E poi la lunga lista di giovani lanciati e valorizzati nel grande calcio. Gagliardini, Conti, Caldara, Kessiè, Spinazzola, Petagna, Cristante. E poi gli attuali Freuler, Hateboer, De Roon, Gosens e le ultime sorprese Mancini e Djimsiti.

Difficile, con questo curriculum, capire cosa non ha funzionato nella breve esperienza di Gasperini all’Inter. Arrivato nel 2011, dopo l’anno post triplete di Benitez e Leonardo, l’allenatore si presentava come cultore del 3-4-3 e con la sgradita etichetta di “juventino” visto il suo passato nelle giovanili bianconere. La campagna acquisti è contraddistinta dagli innesti di Diego Forlan, Ricky Alvarez e Jonathan. I suoi 45 giorni sulla panchina interista si rivelarono una breve, ma intensa agonia. Sconfitta in Supercoppa italiana il 6 agosto contro il Milan. In Champions e campionato non va meglio, anzi. Gasperini non riesce a vincere nessuna partita ufficiale, rimediando quattro sconfitte e un pari. Un trend che convince il presidente Moratti a esonerare il tecnico piemontese il 21 settembre, dopo il ko di Novara. Lo sostituisce Claudio Ranieri. L’Inter finirà il campionato al sesto posto. Dopo Ranieri, arriveranno Stramaccioni, Mazzarri, Mancini, De Boer, Pioli e Spalletti. Sette allenatori in sei anni.

 

 

Uno è nella parte finale della sua carriera, l’altro è un giovane emergente. Massimiliano Allegri e Gennaro Gattuso sono stati compagni di squadra a Perugia tra il 1995 e il 1997. I due tecnici impegnati nel big match della giornata tra Milan e Juventus si conoscono sin da quando erano giocatori. Entrambi in Umbria, entrambi a centrocampo con profili diversi. Allegri, piedi buoni e visione di gioco, ma poca abnegazione e voglia di migliorare. La lacuna che ha colmato da allenatore e che gli ha impedito una carriera migliore da calciatore. Gattuso, limiti tecnici ma predisposizione al sacrificio e la lavoro. La dote che gli ha permesso di diventare campione del mondo di club e con la Nazionale.

Perugia 1995-1996: Allegri è il primo in piedi a destra

Lui è stato un mio ex compagno a Perugia. Io avevo 16 anni e lui era il mio capitano, mi ha sempre rispettato, mi ha sempre dato i premi, mi ha trattato come un giocatore vero, non l’ho mai dimenticato

Nel 1995 Max Allegri ha 28 anni, è reduce da una girandola di maglie tra cui Pescara e Cagliari. Gattuso è agli esordi, 17 anni e due scudetti con la Primavera umbra. Il Perugia, in serie B, ottiene la promozione in serie A dopo 17 anni. Dopo Walter Novellino, il tecnico che porterà la squadra al terzo posto è Giovanni Galeone, mentore di Allegri. L’attuale allenatore della Juve è protagonista della stagione con 26 presenze e 7 gol, per Gattuso invece solo le briciole, evidentemente ritenuto troppo acerbo (2 presenze).

L’anno successivo, quello nella massima serie, si rivela piuttosto tribolato. Il presidente Luciano Gaucci non riesce a trovare la quadra in panchina. Si alternano Galeone e poi Nevio Scala, ma i risultati non cambiano. Nonostante l’annata da protagonista di Marco Negri (15 gol) gli umbri si classificano al 16mo posto e retrocedono. Le strade di Allegri e Gattuso si separano a stagione in corso. Nel gennaio 1997 il centrocampista livornese va a Padova in serie B. Dopo qualche mese anche Rino fa le valigie ed emigra in Scozia nei Glasgow Rangers.

Gattuso con la maglia dei Glasgow Rangers

I due si ritroveranno al Milan anni dopo. Allegri allenatore, Gattuso in campo. Non mancheranno le scintille soprattutto perché Ringhio è a fine carriera. L’attuale tecnico rossonero non gradisce le poche presenze e decide di andarsene al Sion, sbattendo la porta. Poi, recentemente, c’è stato il chiarimento come lo stesso Gattuso ha ammesso.

Da allenatore devo ringraziarlo perché aveva ragione. Ci siamo chiariti, gli ho chiesto scusa e da qualche anno a questa parte c’è un grandissimo rapporto. Gli invidio la bravura

Allegri e Gattuso al Milan

C’è chi è tornato al gol dopo un lungo digiuno (Belotti). Chi ormai è una piacevole conferma (Pavoletti). Chi ha smarrito la via della rete dopo un inizio travolgente (Piatek). Dopo l’anticipo tra Frosinone e Fiorentina (1-1), la serie A si appresta a vivere un sabato con i bomber protagonisti. E tanti fanta-allenatori sono lì davanti ai teleschermi, a incrociare le dita di fronte a partite che forse mai avrebbero seguito con tale pathos. Cosa c’è di meglio di uno Spal Cagliari alle 18 di un sabato di novembre, per esempio.

Torino Parma – Alle 15, allo stadio Olimpico “Grande Torino”, i granata cercano conferme dopo il convincente successo a “Marassi” contro la Sampdoria. Gli emiliani, invece, non vincono da un mese (in trasferta contro il Genoa) e vivono un periodo di appannamento. Nel Torino si è sbloccato il “gallo” Belotti. La doppietta contro i blucerchiati ha ripagato la fiducia di tanti che avevano puntato su di lui nell’asta estiva del fantacalcio. Il capitano aveva però deluso le attese, con una sfilza di 5 che non facevano bene né al suo morale né a quello dei fanta-allenatori. La speranza è che sia tornato quello di una volta, quello dei 26 gol in 35 partite nella stagione 2016-2017. Il centravanti granata vorrà anche rifarsi della mancata convocazione di Mancini in Nazionale.

Spal Cagliari – O’Pavoloso fa sognare l’isola e magari la Nazionale. Momento d’oro per Leonardo Pavoletti, a Cagliari dall’estate 2017 dopo la deludente parentesi napoletana. Cinque gol finora in campionato in dieci presenze. Numeri che gli sono valsi il ritorno con la maglia dell’Italia, convocato dal ct Mancini per le partite contro Portogallo e Usa. A quasi 30 anni l’attaccante livornese sembra aver trovato la sua dimensione ideale. E’ il leader dei sardi, ben allenati da Maran e che stanno disputando un ottimo campionato. Perno centrale di una squadra con tanta qualità. Pavoletti è, infatti, assistito in area dalle giocate di Joao Pedro, Castro e di Barella. Centimetri e muscoli che lo rendono devastante soprattutto nei colpi di testa.


Genoa Napoli – Il sabato di serie A si conclude a “Marassi” con la sfida tra due tifoserie gemellate. Genoa Napoli potrebbe addirittura rappresentare l’ultima chiamata per il tecnico Ivan Juric, richiamato sulla panchina rossoblu dopo l’esonero (inspiegabile) di Davide Ballardini. E proprio con il tecnico croato Krzysztof Piątek sembra aver perso la via del gol. L’avvio dell’attaccante polacco è stato sontuoso. Con 9 gol in 8 partite era stato il miglior esordiente in serie A dai tempi di Hansen nell’Atalanta della stagione 1949-1950. Poi, dopo il centro contro il Parma il 5 ottobre,  per Piatek inizia il black out. Il polacco non segna da un mese, in coincidenza dell’arrivo di Juric. Il calendario non ha aiutato (Juventus e Inter affrontate, tra le altre), il Napoli è osso duro, davanti ha il suo connazionale Milik. Ma Piatek non è uno che sembra intimorirsi per l’avversario di turno. I suoi fanta-allenatori confidano nel suo ritorno al gol.

 

 

 

Nel 1997 papà Enrico è inserito nella lista dei papabili vincitori del Pallone d’Oro. A ottobre, nella famiglia Chiesa, nasce il primogenito Federico, negli anni in cui papà è Parma dopo gli anni tra Sampdoria, Cremonese e Modena. Oggi quel piccoletto ha 21 anni, gioca nella Fiorentina che visto protagonista anche il padre e rappresenta il presente e futuro del calcio italiano. Federico Chiesa sta vivendo la stagione della consacrazione in maglia viola. È il punto fermo della squadra di Stefano Pioli, impegnata questa sera nell’anticipo contro il Frosinone.

Giovanni Simeone sta vivendo finora una stagione opaca, Marko Pjaca gioca poco anche perché non sta rispettando le aspettative su di lui. Gerson va a corrente alternata, Thereau è scomparso dai radar. Chiesa è il vero leader della Fiorentina, capace di seminare il panico nelle difese avversarie grazie alla sua versatilità. Ala destra e anche sinistra, rifinitore delle punte, ora c’è qualcuno che lo vorrebbe alla Mertens come punta centrale. Tant’è che le voci di mercato di un futuro lontano dal “Franchi” si fanno sempre più insistenti. Juventus e Inter hanno messo gli occhi sul talento viola.

Federico è però concentrato sul campionato dei viola, con l’obiettivo di tornare in Europa. Due i gol finora siglati in questo campionato, contro Chievo e Spal, con un ruolo da protagonista nell’autorete di Skriniar in Inter Fiorentina. La Nazionale di Roberto Mancini non può più fare a meno di lui e Chiesa spera di seguire le orme di Bernardeschi, tra i capisaldi degli Azzurri dopo essere cresciuto calcisticamente a Firenze. L’esterno della Fiorentina ha ancora enormi margini di miglioramento, soprattutto in fase realizzativa e nella capacità di giocare a testa alta. La sua corsa e il suo talento sono però letali, ma deve stare attento a non incollarsi l’etichetta di cascatore. L’episodio del rigore contro l’Atalanta ha fatto molto discutere e anche nella sfida contro l’Inter Asamoah ha utilizzato parole poco dolci nei suoi confronti (“La sfida con Chiesa? Ho giocato contro di lui 3-4 volte: è forte, ha gamba, è intelligente A un certo punto però non lo sopportavo più perché andava giù senza che facessi nulla”).

C’è un numero che accompagna la risalita di Novak Djokovic in questo 2018. E’ il numero 5.

Il 5 giugno, nei quarti di finale del Roland Garros, il tennista serbo perde contro Marco Cecchinato 6-3, 7-6, 1-6, 7-6 a favore dell’italiano dopo tre ore e mezza di gioco. La lunga agonia di Nole, iniziata proprio al Roland Garros dopo il trionfo nel 2016, proseguiva. O almeno, così sembrava. Cinque mesi dopo, dal 5 novembre, Djokovic torna al numero 1 della classifica ATP dopo la finale persa al Masters di Parigi Bercy contro il russo Khachanov. Ancora la Francia, ancora il numero 5 nel destino del tennista di Belgrado.


CLASSIFICA ATP – TOP 10

1 Djokovic, Novak (SRB) +1 8.045 punti
2 Nadal, Rafael (ESP) -1 7.4800
2 Federer, Roger (SUI) 0 6.020
4 Del Potro, Juan Martin (ARG) 0 5.300
5 Zverev, Alexander (GER) 0 5.085
6 Anderson, Kevin (RSA) 0 4.310
7 Cilic, Marin (CRO) 0 4.050
8 Thiem, Dominic (AUT) 0 3.895
9 Nishikori, Kei (JPN) +1 3.390
10 Isner, John (USA) -1 3.155

Dopo l’eliminazione al Roland Garros, Nole si rialza riprendendosi Wimbledon a giugno. In finale batte l’americano Anderson, ma è in semifinale che compie il suo capolavoro sconfiggendo in cinque set Rafa Nadal. Il match dura due giorni, lungo 5 ore e 17 minuti. La seconda semifinale fiume nella storia del torneo inglese.

Con la vittoria a Wimbledon Djokovic rientra nella Top 10, non capitava da ottobre dell’anno scorso. Vince anche il Masters di Cincinnati superando l’eterno rivale Roger Federer in finale. E’ così l’unico giocatore nella storia a vincere tutti i tornei ATP Masters 1000. Trionfa anche agli US Open, eguagliando Sampras con il 14mo Slam in carriera. Perde il Master di Parigi, ma vince ancora una volta in semifinale contro Federer. Quanto basta per tornare più in alto di tutti per la quarta volta in carriera, 224 settimane in assoluto. I primi tre, per numero di settimane al primo posto in classifica, sono: Jimmy Connors, 268; Pete Sampras, 286; Roger Federer, 310.  E domenica, a Londra, via alle ATP Finals, ultimo grande appuntamento della stagione.


Il primo degli italiani nel rankink ATP è Fabio Fognini, al 13mo posto. Al numero 20 c’è Marco Cecchinato.