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Vincenzo Pastore

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Per uno nato a Torre Annunziata e cresciuto con un pallone tra i piedi, la massima aspirazione è giocare nel Napoli. Eppure, un cannoniere come Ciro Immobile, nato nella cittadina a pochi chilometri dal capoluogo partenopeo, la maglia azzurra è stata finora solo un miraggio. L’attaccante biancoceleste è sempre stato un avversario da temere al San Paolo, con le maglie di Torino e Lazio in particolare. La squadra di Inzaghi si affida al suo bomber per fare risultato positivo nel catino napoletano e continuare la corsa al quarto posto.

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Ciro Immobile con la maglia della Juventus

Classe 1990, Immobile muove i suoi primi importanti passi nel vivaio del Sorrento prima di essere notato dagli osservatori della Juventus a 17 anni. Con i bianconeri vince un torneo di Viareggio e debutta in serie A nel 2009 sostituendo nientemeno che Alessandro Del Piero. A Torino, nonostante i gol a grappoli in Primavera, non trova spazio e nel 2010 inizia la sua girandola di squadre. Prima a Siena, poi Grosseto e infine Pescara.

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Immobile a Pescara

E’ sotto la guida di Zeman che Immobile esplode con il suo compagno di squadra Insigne e con Verratti a centrocampo. Nel 2011 2012 segna 28 gol in 37 partite in B, contribuendo alla promozione con il titolo di capocannoniere. Viene così ingaggiato dal Genoa in A, ma non conferma quanto di buono fatto in Abruzzo. Trova la sua consacrazione definitiva nella Torino granata con Giampiero Ventura: 22 gol e titolo di capocannoniere, con il Toro che centra il 7mo posto e torna in Europa dopo 20 anni.

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A Torino con la maglia granata

Prova così l’esperienza all’estero. Va a Dortmund con il Borussia, poi in Spagna a Siviglia. Ma non è il vero Immobile. In due anni segna 14 gol in 49 partite, così nel gennaio 2016 rientra al Torino. Sei mesi in cui non incide più di tanto. In estate viene acquistato dalla Lazio in cui esplode: 26 reti il primo anno, ben 41 l’anno scorso in cui vince la classifica cannonieri al pari di Icardi (29 reti). E quest’anno sta viaggiando nuovamente ad alti livelli con 13 gol in 24 partite totali. Con il Napoli nel mirino, i colori della sua terra che finora non ha mai indossato, come dichiarato al Mattino qualche tempo fa:

Il Napoli era in serie C quando mio padre mi portò a vedere la prima gara: in attacco c’erano Sosa, Pozzi, Calaiò. Se penso che l’altra sera il Napoli giocava in Champions… Però, attenzione, nel mio cuore c’è soprattutto il Savoia

Immobile con Klopp al Borussia Dortmund

 

Anche i grandi sbagliano. C’è un fantasma che aleggia nella carriera di Carlo Ancelotti. Ha le sembianze, la falcata e il talento di Thierry Henry. Oggi i due sono colleghi. Il primo uno degli allenatori più vincenti della storia del calcio. Il secondo è da pochi mesi il nuovo allenatore del suo Monaco. Eppure vent’anni fa il mister italiano e il ragazzino francese si sono incrociati a Torino, per pochi mesi alla Juventus. Parentesi negativi nel glorioso palmares di entrambi. Ancelotti, ribattezzato perdente di successo in bianconero. Titì, meteora liquidata troppo in fretta e poi rimpianta per anni.

Henry e Ancelotti alla Juventus

Il 19 gennaio 1999 un giovanotto di 21 anni, neocampione del mondo con la Francia, molto veloce palla ai piedi ma ancora acerbo sotto porta, sbarcava alla corte di Madama. La Juventus acquistava Henry dal Monaco per circa 11 milioni di euro e mezzo. Un investimento importante per uno dei gemelli del gol in Costa Azzurra assieme a Trezeguet. Ma quella è un’altra storia, ancora precoce per i colori bianconeri. Thierry, invece, arrivava in bianconero con grandi aspettative. La squadra di Lippi era in profonda crisi. Il primo ciclo del tecnico toscano era agli sgoccioli. Dopo aver vinto tutto qualcosa si era rotto, il grave infortunio a Del Piero aveva sconvolto i piani della stagione e la Juventus viveva la peggiore stagione da decenni.

Henry e Trezeguet al Monaco

Sembrava di rivivere la nefasta epopea di Gigi Maifredi nel 1990 – 1991. I bianconeri erano a metà classifica, lontani dalla zona scudetto e a caccia del quarto posto Champions. Finiranno con lo spareggio, perso, con l’Udinese per l’accesso diretto alla Coppa Uefa. Ripartiranno con la Coppa Intertoto e Ancelotti in panchina. Il delfino di Arrigo Sacchi sarebbe dovuto arrivare in estate. Piomberà a Torino a febbraio dopo il ko interno con il Parma e le dimissioni di Lippi. In quella squadra, che praticamente non aveva fatto mercato estivo, accanto ai senatori (Del Piero, Zidane, Inzaghi, Pessotto, Di Livio, Deschamps, Ferrara, Conte, Peruzzi, Davids) spuntarono alcune promesse poi non mantenute.

La Juve con i numeri in rosso nella stagione 1998 – 1999

Il terzino Mirkovic dall’Atalanta. Il portiere Morgan De Sanctis. I centrocampisti Simone Perrotta, Marco Rigoni e Jocelyn Blanchard. L’attaccante Juan Esnaider, arrivato a gennaio come Henry. Il francese in bianconero è un grande equivoco tattico. Nessuno si accorge che è una punta pura che ha bisogno di spazio attorno a sé. Lippi prima, e Ancelotti poi, lo impiegano sulla fascia. Interno di centrocampo a sinistra o ala. Il punto è che in Italia non puoi giocare laterale se non copri entrambe le fasi di gioco. Attacchi e difendi, difendi e attacchi. Henry aveva bisogno di campo, di libertà e di tempo. Troppo per una squadra abituata a vincere e che non può aspettare.

Juan Esnaider, una delle grandi meteore in bianconero

Con la Juventus, tra campionato e coppe, Henry disputa 21 gare con tre gol. L’unica traccia vera di sé la lascia nel blitz esterno contro la Lazio all’Olimpico. Una doppietta, agevolata dalla papera di Marchegiani, che di fatto consegnerà lo scudetto al Milan, strappandolo ai romani. Il tiro deviato in rete contro il Venezia sarà la sua terza marcatura. Lascia l’Italia ad agosto di quell’anno dopo la gara di ritorno Intertoto contro i rumeni del Ceahlaul. Viene ceduto all’Arsenal per 27 miliardi di lire. Anni dopo lo stesso Henry rivelerà che andò via da Torino anche per dissidi con Moggi. Il dirigente voleva girare in prestito Titì all’Udinese per arrivare a Marcio Amoroso.

Questa volta il buu è diverso. Perché se c’è un modo per combattere i razzisti è capovolgere il loro messaggio. Allora l’ululato non è di scherno verso il colore della pelle o l’etnia di provenienza, ma un acronimo dal significato potente. Brothers Universally United, il buu sta per fratelli universalmente uniti. E’ l’iniziativa virale che l’Inter mette in campo alla vigilia della sfida di campionato contro il Sassuolo. Le tribune di San Siro sconteranno la seconda giornata di squalifica dopo gli insulti a Koulibaly nel boxing day contro il Napoli. Lo stadio si riempirà di 11mila bambini che faranno da cornice a un buu diverso.


Il motto della serata sarà ben presente sugli schermi di San Siro, sulle magliette dei calciatori con apposita patch sulla manica e sui cappellini indossati dai piccoli spettatori. L’iniziativa, già condivisa dalle altre società di serie A sui social network, richiama lo spirito originario dell’Internazionale, ovvero quel Fratelli del mondo di cui parla nell’atto di fondazione del club meneghino.


Dal presidente Steven Zhang a Javier Zanetti, passando per Mauro Icardi, Luis Figo e Samuel Eto’o. Stelle di oggi e di domani unite contro l’inciviltà, la maleducazione e i cattivi esempi. “Scrivilo, non fermarti a dirlo”, esortano i big nerazzurri confidando nella condivisione social. Perché il buu al razzismo non è solo uno slogan o un hashtag. E’ un modo di vivere lo sport e la vita, senza alcuna differenze di pelle o etnia. Gli unici colori che contano sono quelli delle bandiere e delle magliette e il bianco, nero o giallo di un pallone che rotola su un prato verde.

La #tenyearschallenge degli sportivi, da Buffon a Totti

E’ il primo fenomeno virale di questo 2019. Sfogliare il proprio album dei ricordi per farli rivivere sui social. Chi invecchia, chi ringiovanisce, chi passa dalle stelle alle stalle e viceversa. La #tenyearschallenge non ha risparmiato neanche gli sportivi, che hanno dato in pasto ai loro follower il confronto, spesso impietoso, della propria vita a dieci anni di distanza. Ecco una rapida carrellata sul decennio che è stato.

  • Gigi Buffon para ancora. Nel 2009 aveva 31 anni, capitano e portiere della Juve e della Nazionale. Dieci anni dopo ha superato i 40, ha lasciato gli storici colori bianconeri e azzurri per indossare i guanti del Psg.

 

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2009 – 2019 #10yearschallenge

Un post condiviso da Gianluigi Buffon (@gianluigibuffon) in data:

  • Il Barcellona celebra l’hashtag con la manita di Piquet nel doppio 5-0 al Real Madrid. Anche se il primo è datato 2010 e il secondo 2018.

 

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#10yearchallenge Barça Edition 💙❤️

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  • Giorgio Chiellini non ha cambiato maglia, anzi ne è diventato capitano confermandosi tra i migliori difensori al mondo.

 

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Tante cose sono cambiate in dieci anni, ma i colori della maglia sono sempre rimasti gli stessi. ⚪⚫ #FinoAllaFine #10yearschallenge

Un post condiviso da Giorgio Chiellini (@giorgiochiellini) in data:

  • Rafa Nadal dieci anni dopo, dal 2008 al 2018. Così lo celebra l’account instagram dell’ATP rievocando i due trionfi al Roland Garros.

 

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We just couldn’t resist… 🙈 2️⃣0️⃣0️⃣8️⃣👉2️⃣0️⃣1️⃣8️⃣ #10yearchallenge

Un post condiviso da ATP Tour (@atptour) in data:

  • Il piccolo Neymar del Santos oggi è diventato una delle stelle del calcio mondiale nel Brasile e nel Paris Saint Germain.

 

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A cara de menino se foi, mas o olhar e o foco de quem quer vencer sempre estará comigo. #10yearchallenge

Un post condiviso da EneJota 🇧🇷 👻 neymarjr (@neymarjr) in data:

  • Da Manchester a Manchester. Paul Pogba ha gli stessi colori di dieci anni fa, quelli dei diavoli rossi. In mezzo la parentesi con la Juventus.

 

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#Repost @manchesterunited ・・・ #10YearChallenge: #MUFC player edition 😁

Un post condiviso da Paul Labile Pogba (@paulpogba) in data:

  • I dieci anni del Bayern Monaco sono sempre con Arjen Robben, acquistato proprio nel 2009 dal Real Madrid.

  • Premio autoironia a Borja Valero: il centrocampista dell’Inter, ex Fiorentina e Villareal, pubblica una foto di tanti capelli fa al West Bromich Albion.

 

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#10yearschallenge @wba @inter potete iniziare il massacro per i capelli 😂😂 podéis empezar a matarme por el pelo 😂😂

Un post condiviso da Borja Valero Iglesias (@borjavalero20) in data:

  • Per il campione della Moto Gp Marc Marquez il tempo sembra essersi fermato. A distanza di 10 anni festeggia ancora le sue vittorie sulle due ruote. Dal primo all’ultimo podio.

 

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#10yearschallenge 2008-2018 First podium – Last podium

Un post condiviso da Marc Márquez (@marcmarquez93) in data:

  • Dieci anni per il numero dieci sotto la sua curva. Francesco Totti a braccia alte sotto la Sud all’Olimpico, da fuoriclasse prima, da dirigente poi.

 

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#10yearchallenge Qualcosa è cambiato, ma non il cuore e la passione. #totti

Un post condiviso da Francesco Totti (@francescototti) in data:

La strada è sempre stata il suo ossigeno, quella di cui si nutriva per emettere il suo respiro da fenomeno. Quell’asfalto presto porterà il suo nome perché via, anzi piazza Marco Pantani sarà presto realtà. Nella sua Cesenatico, dove tutto è iniziato e dove tutto non potrà mai finire, lo sanno anche i muri, le statue e le strade. L’annuncio è arrivato direttamente dal sindaco della città romagnola, Marco Gozzoli, nel giorno in cui il Pirata avrebbe compiuto 49 anni, lo scorso 13 gennaio.

Il percorso burocratico è iniziato lo scorso settembre per iniziativa del consigliere Pd Daniele Grassi. Per una volta le forze politiche sono state unanimi nella condivisione della proposta. Ora la palla passa al prefetto che dovrà completare l’iter previsto in questi casi. La piazza in questione è intitolata a Guglielmo Marconi, il sindaco ha già promesso che sarà trovata un luogo alternativo all’inventore del telegrafo. Nella zona è già presente un monumento che Cesenatico aveva dedicato al campione in bicicletta. Via dei Mille, storica residenza dei Pantani, si trova proprio da quelle parti.

La statua dedicata a Marco Pantani a Cesenatico

 

Marco Pantani è scomparso quasi 15 anni fa, il 14 febbraio 2004. E’ stato uno dei campioni che più ha fatto innamorare gli appassionati sportivi delle sue gesta. Ha infiammato il popolo delle due ruote e non con le sue scalate, le sue bandane, le sue imprese leggendarie, i suoi scatti, i suoi successi e le sue cadute. E da buon eroe maledetto è andato via per alimentare ancor di più la leggenda. Marco Pantani, il fenomeno, il pirata, la piazza.

La targa in ricordo di Pantani nei pressi della statua

 

A quasi 23 anni può già pregiarsi della carriera di un veterano. Simone Scuffet, da buon numero 1, è stato via via precoce nelle esperienze vissute. Da ennesimo “erede di Buffon” alla favola del calciatore che antepone lo studio al successo. E poi l’esodo in un campionato non di primissima fascia, sebbene in un club che lotta per le posizioni di vertice. Il giovane portiere friulano vestirà la casacca del Kasimpasa in Turchia fino a giugno per un prestito secco. Le altalenanti prestazioni con i bianconeri friulani, e il rientro del titolare designato Musso, hanno convinto Nicola a spedire Scuffet a farsi nuovamente le ossa altrove.


La parabola di Simone Scuffet inizia nel 2014, quando esordisce in serie A il 1° febbraio in Bologna Udinese 0-2, lanciato da Guidolin. Entra subito nella storia perché il primo friulano dopo Fabio Rossitto, dieci anni prima, a giocare per la squadra della sua terra. Le prestazioni del baby Buffon lievitano tanto da attrarre l’attenzione dell’Atletico Madrid l’estate successiva. Ma Scuffet, supportato dai suoi genitori, tentenna prima e dice no poi. Non è ancora pronto, vuole finire gli studi. Briciole di umanità in un mondo robotico.


La sua ascesa tocca l’apice in quel momento. Poi la repentina caduta. Il nuovo mister bianconero, Stramaccioni, lo relega in panchina, preferendogli Karnezis. Nella stagione 2014 2015 colleziona la miseria di 5 presenza. L’anno successivo cambia questa volta aria spostandosi a Como, in B. Titolare in riva al lago, ma tra i protagonisti della retrocessione in Lega pro, all’ultimo posto. Scuffet fa 20 anni nel 2016 eppure sembra già che giochi da una vita. Torna a Udine, ma deve aspettare fino a marzo 2017 prima di esordire con Delneri. Fa sempre il secondo di Karnezis.


Stagione 2017 2018, stessa storia questa volta dietro Bizzarri. Il portierino non riesce a consacrarsi definitivamente, pur avendo l’età a suo favore. Basti pensare che con il numero 1 argentino ci sono 19 anni di differenza. Nel frattempo Alex Meret, suo alter ego tra i friulani, cresce a Ferrara con la Spal e viene ingaggiato quest’estate dal Napoli. Lo stesso periodo in cui Scuffet è in ballottaggio con Musso per il ruolo da titolare nell’Udinese. L’infortunio di quest’ultimo gli offre la chance da titolare. Almeno fino alla 10ma giornata quando Velazquez gli preferisce l’argentino, al rientro dopo i problemi alla mano sinistra.


Scuffet perde nuovamente il posto e si accomoda in panchina. Prima di gennaio, della Turchia e del Kasimpasa. Secondi nella Super Lig a 29 punti, al pari di Trabzonspor, Yeny Malatyaspor e Galatasaray. In testa a 35 punti c’è l’Istanbul Basaksehir. In mezzo, in questi anni di alti e bassi, vanta 8 presenze con l’Under 21  con qualche convocazione in Nazionale maggiore tra stage, un’amichevole e una gara con Liechteinstein da terzo portiere per le qualificazioni mondiali.

Il calciomercato è quel meraviglioso mondo in cui, a fasi alterne, l’orchestra mediatica può intonare un valzer a cui partecipano diversi ballerini. Allenatori, difensori, centrocampisti, ma soprattutto attaccanti. E così, immancabile, è ritornato il valzer dei goleador in questa finestra invernale di affari probabili e sogni impossibili. Higuain, Pjatek, Morata, Ramsey, Icardi: il futuro immediato del (fanta)calcio di gennaio passa da loro.


Gonzalo Higuain non è contento. Lo si legge in faccia ogni volta che scende in campo con il Milan. Il suo digiuno dal gol è durato troppo per un bomber come lui. Il Pipita è rimasto a secco per 865 minuti, fino alla rete contro la Spal a fine 2018 che ha rotto l’incantesimo. Ma la tregua con i suoi mal di pancia è durata poco. L’ex centravanti di Napoli e Juve vive di entusiasmo. I suoi limiti caratteriali hanno spesso condizionato il suo rendimento sotto porta nelle occasioni che contano. Immaginava un’altra stagione con il Milan, da protagonista con i suoi gol. Sta assistendo, invece, all’exploit di Cutrone e a una squadra che va al di sotto di quanto sperava.


Ecco perché sogna il Chelsea del suo mentore Sarri ai tempi partenopei. Non è facile però realizzare i suoi di sogni. C’è una Supercoppa di mezzo proprio contro la sua ex squadra che ne detiene il cartellino. Ci sono 36 milioni di riscatto che ballano. E’ la cifra che i rossoneri dovrebbero versare alla Juve per l’argentino dopo i 18 milioni del prestito. Ma Leonardo in queste ore studia mosse alternative.  Il dirigente brasiliano si è fiondato su Krzysztof Piatek. I buoni rapporti con il Genoa potrebbero schiudere scenari interessanti. Per il pistolero polacco (19 reti in 20 partite finora in rossoblu) si parla di un prestito oneroso con diritto di riscatto per un totale di 50 milioni circa.


Ma tra i ballerini invitati a corte c’è anche Alvaro Morata. Dovesse partire l’ex blancos, Sarri punterebbe Higuain. Lo spagnolo a Londra non è esploso come ci si aspettava. Dopo le buone stagioni con la Juventus, Morata si è un po’ perso. Sfumata la pista Siviglia, Milan e Atletico Madrid seguono gli sviluppi della sua vicenda. Mentre proprio in casa Real, si pensa a un sostituto di Benzema, infortunatosi al mignolo della mano sinistra. Tra i sostituti, si parla proprio di Pjatek, ma anche di Mauro Icardi, alle prese con un difficile rinnovo di contratto con l’Inter.



Sullo sfondo, in sordina ma non troppo, la Juve osserva, annota e valuta. L’affare Adam Ramsey è stato già concluso per l’estate. Il gallese dell’Arsenal ha sostenuto le prime visite mediche a Londra. Sbarcherà a Torino a parametro zero (ma con ingaggi e onerose commissioni a carico del club bianconero). Il punto è capire quando. In estate probabilmente, ma forse già ora. Allegri cerca puntelli per il centrocampo, arriva la seconda parte di stagione in cui tutto si deciderà. E così la classe e l’esperienza del centrocampista 28enne potrebbero fare comodo. L’Arsenal però chiede 20 milioni per liberarlo subito, Paratici sarebbe pronto a calare la carta vincente. Uno scambio con Benatia, finito nel dimenticatoio delle gerarchie bianconere.

Ole Gunnar Solskjaer sta volando con il suo Manchester United. In meno di un mese ha rivitalizzato la squadra dopo l’esonero di Mourinho. Sei vittorie su sei tra coppa e campionato, nessuno mai ci era riuscito prima nel club inglese. L’ultimo sigillo a Wembley contro il Tottenham. Gol di Rashford, assist di Pogba: due rinati sotto la cura del norvegese. Agganciato l’Arsenal al quinto posto a quota 41, i red devils puntano la zona Champions occupata dal Chelsea a 47. Eppure, il neo manager dello United non fa parlare di sé solo in campo.

Da qualche giorno Giuseppe Rossi si sta allenando con il Manchester. Un favore concessogli dal suo vecchio amico Ole Gunnar, compagno di squadra a Old Trafford tra il 2004 e il 2006. In quegli anni il giovane Pepito disputò due stagioni alla corte di Ferguson, mentre Solskjaer era nella fase finale della carriera. Rossi sarebbe esploso qualche anno dopo tra Parma e Villareal. In Emilia, in sei mesi da gennaio 2007, l’attaccante segna ben 9 gol in 19 partite. In Spagna la stagione migliore è nel 2010-2011: Rossi centra la porta 32 volte in 56 gare disputate.

I troppi infortuni hanno pesantemente condizionato la carriera del classe 1987. In tre anni alla Fiorentina, tra il 2013 e il 2016, gioca solo 42 partite segnando 19 reti. Bersagliato dai problemi fisici, tenta di riprendersi nuovamente in Spagna con Levante e Celta Vigo e poi al Genoa. In Liguria, la scorsa stagione, colleziona solo 10 gettoni segnando un gol. Viene anche trovato positivo dopo il match con il Benevento per un componente utilizzato nei colliri. Rossi viene tuttavia punito solo con una nota di biasimo.

Ora Pepito è svincolato e cerca una nuova risalita bussando alla porta dell’amico Solskjaer. Il tecnico del Manchester ha escluso che Rossi possa restare Oltremanica ma ha speso parole di elogio per l’attaccante italo americano:

No, non firmerà con noi. Non penso proprio. Si sta allenando bene con noi, lo vedo bello pimpante. Sta cercando una squadra che lo ingaggi, perciò rimarrà ancora ad allenarsi anche nella prossima settimana, finché qualche società non lo chiamerà. Ieri in allenamento ha segnato un gol fantastico. Sir Alex (Ferguson, ndr) mi ha chiesto: “Chi è quel ragazzo?”. Lo stiamo aiutando a rimettersi in forma prima del prossimo trasferimento. Se c’è qualche club che sta cercando rinforzi, gli consiglio di essere rapido

 

 

 

Non c’è stato Nando Martellini a urlare per tre volte, né Marco Civoli mutuando Wim Wenders ne “Il cielo sopra Berlino”. Ma il primo titolo mondiale di biliardo per la Nazionale italiana è comunque un successo da menzionare per lo sport italiano. In una specialità che si sta lentamente facendo strada, gli azzurri hanno trionfato a Lugano, in Svizzera, battendo in finale 3-0 l’Uruguay. Nella categoria 5 birilli Michelangelo Aniello, Matteo Gualemi, Daniel Lopez, Alberto Putignano e Andrea Quarta hanno sconfitto i sudamericani in una sfida a senso unico.


L’Italia, in questa prima rassegna iridata, ha dominato la manifestazione. Nessun set concesso agli avversari. Prima il girone dominato contro Belgio, San Marino, Lussemburgo e Francia. Poi, nei match a eliminazione diretta, le vittorie contro Danimarca ai quarti di finale e Germania campione europea in semifinale.  Applausi anche per gli uruguaiani. La Celeste, rivelazione del torneo, aveva eliminato i padroni di casa della Svizzera ai quarti e l’Argentina in semifinale. Diego Capote, Diego Vidal, Juan Carlos Montes de Oca e Alejandro Moran portano a casa un meritato argento. Dopo il titolo mondiale nel bowling, l’Italia fa strada anche nel biliardo. La conferma che non di solo calcio viste questo Paese.

La classe operaia va in paradiso. Blaise Matuidi non è un giocatore appariscente, di quelli che trascinano le folle o conquistano gli obiettivi dei fotografi. Il suo ruolo, in mezzo al campo, è uno solo: correre. Sia quando ha il pallone, sia soprattutto quando non ne è in possesso. Spina nel fianco degli avversari, elemento imprescindibile in tutte le squadre in cui ha giocato. Gli allenatori lo sanno bene: il francese è uno di quei calciatori a cui non rinuncerebbero mai. Non vincerà mai un Pallone d’Oro, né un riconoscimento individuale. Eppure lo juventino può pregiarsi di un particolare primato nel 2018.

Matuidi, infatti, è il giocatore più vincente nell’anno appena trascorso. Né CR7 e neanche Messi. Ad aver vinto più partite è proprio il centrocampista di origini angolane nato a Tolosa nel 1987. Su 56 gare disputate (49 con la Juve, 7 con la Francia) ha colto la vittoria in ben 48. Praticamente l’86% degli incontri a cui ha partecipato. Per l’ex Paris Saint Germain un’annata d’oro visto che ha vinto il Mondiale con la Nazionale, uno scudetto e una Coppa Italia con la Juventus.

Dietro di lui, a quota 44 vittorie, ci sono Roberto Firmino e Ivan Rakitic al terzo posto. Piazza d’onore, invece, per Angel Di Maria e Antoine Griezmann con 45 sigilli da 3 punti. Approdato alla Juve nell’estate 2018, Matuidi si è rivelato subito pedina fondamentale per Max Allegri. Assieme a Pjanic e Khedira compone il centrocampo bianconero, che si avvale anche degli innesti di Bentancur ed Emre Can in questa stagione. Con la Juventus non ha perso il vizio del gol, avendo segnato 6 reti in 68 partite. A Parigi, invece, ha militato 5 stagioni con il Psg, con 295 presenze e ben 33 gol.