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Vincenzo Pastore

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Uno era bello, spregiudicato, esuberante. L’altro freddo, meticoloso, calcolatore. Si rincorrevano a vicenda, l’uno stimolo dell’altro. Non sarebbero stati gli stessi se non ci fosse stato l’altro. Lo sport si nutre di sane rivalità e quella tra James Hunt e Niki Lauda ha caratterizzato la Formula 1 degli anni 70. Quelle corse che somigliavano a una gara per la sopravvivenza più che a un campionato del mondo piloti. Dei 32 morti durante un gran premio, in 27 hanno perso la vita tra il 1953 e il 1978, anno in cui morì Ronnie Peterson. Altri si sono miracolosamente salvati, come Lauda appunto a Nuerburgring nel 1976.

Niki e James

James Hunt non aveva paura di morire. Si nutriva di quella paura per andare avanti, per vincere contro il suo carissimo nemico, Niki Lauda. Il film Rush di Ron Howard nel 2013 racconta bene l’acerrima rivalità nel circus di oltre quarant’anni fa. In realtà, dietro le quinte, i due erano più amici di quanto non sembrasse. Hunt, nato a Londra nel 1947, conquistò l’agognata Formula 1 con grinta e ribellione dalla sua famiglia. Non gli interessava fare il professionista, gli interessava diventare campione del mondo anche solo una volta. Fu nella massima competizione automobilistica solo per sei anni, dal 1973 al 1979. Gli anni in cui James e Niki sfrecciavano sui tracciati con le loro McLaren e Ferrari.

Bello e maledetto

Spavaldo in macchina come fuori, amava la bella vita, l’alcol e il sesso. Una sorta di George Best con i guanti da pilota. Il suo matrimonio con la modella Suzy Miller nel 1974, durato solo due anni, riempì le pagine dei rotocalchi. Hunt riuscì a coronare il suo sogno nel 1976, l’anno dell’incidente di Lauda. Fu in testa al Mondiale solo una volta, quella decisiva, nell’ultima gara in Giappone, nella pioggia di Fuji. Dopo le polemiche per l’incidente che costò la vita al suo amico Peterson nel 1978, correrà un altro con la Wolf. Nel 1979 annunciò il suo ritiro a 32 anni. Divenne così opinionista televisivo per la BBC con il suo stile, senza peli sulla lingua, polemico e fuori dal coro. Morirà nel 1993 a 45 anni per un attacco cardiaco.

Lascio ora e definitivamente perché l’uomo non conta più.

James Hunt, 1979

Se esiste un mondo dove l’impossibile è il regno del possibile, quello è il calcio. Gli esempi sono innumerevoli: da Capello (“Mai alla Juve) in bianconero a Ronaldo il fenomeno al Milan dopo il nerazzurro di qualche anno prima. Da Figo passato dal Barca al Real a Marcello Lippi all’Inter dopo la Signora alla fine degli anni Novanta. Così come sembrava una follia l’arrivo a Torino di Higuain nel 2016 o la panchina dei Bauscia per Antonio Conte, promesso sposo per la società di Suning. Ecco perché le due pazze idee delle ultime ore per il totomister della Juve sono meno improbabili di quanto sembrano: Maurizio Sarri e Josè Mourinho.

Sulla prima pagina del Sun oggi

Perché Sarri

Gli attriti con la Signora, la presa del Palazzo contro il potere bianconero, la retorica popolare sul sarrismo contro il capitalismo della squadra della Fiat. Tutto verrebbe meno in un battito di ciglia, dopo le prime vittorie. E anche il dito medio esposto prima di Juve Napoli lo scorso anno indicherebbe solo un anno di attesa prima dell’arrivo alla Signora. Sarri sarebbe il profilo ideale per fare una rivoluzione tecnica. D’altronde se mandi via Allegri, avrebbe poco senso ingaggiare un allenatore con all’incirca lo stesso modo di giocare (Inzaghi, Mihajlovic) ma con meno appeal. E visto che Guardiola, Klopp e Pochettino sembrano irraggiungibili economicamente, il tecnico ex Napoli ed Empoli sarebbe l’ideale per una svolta tanto invocata sui binari dell’intensità e del bel gioco.

Perché Mourinho

Conte all’Inter e Mourinho alla Juve. Potrebbe essere la trama di uno dei prossimi episodi di Black Mirror e invece sarebbe lo scenario clamoroso della prossima serie A. Dal 2008 in poi, anno del suo approdo in nerazzurro, il portoghese è in cima alla lista dei nemici della Juve. Punzecchiature qua e là, esultanze irridenti (Juve Manchester United è solo di qualche mese fa), gli zeru tituli di scherno negli anni del dominio nerazzurro. Eppure Josè non è mai stato tenero anche nei confronti della sua ex amata (con lo scudetto vinto in segreteria). Potrebbe essere l’uomo giusto per regalare la tanto agognata Champions, che a Torino manca da 23 anni così come a Milano mancava da una vita (1966 prima del 2010). E sembra anche che i rapporti con Cristiano Ronaldo siano notevolmente migliorati dopo gli anni burrascosi al Real Madrid.

C’è un allenatore che, oltre ottant’anni fa, aveva potuto eguagliare Massimiliano Allegri, il recordman in panchina con 5 scudetti consecutivi. La leggendaria Juve del quinquennio negli anni ’30 vince, appunto, per un lustro di seguito: dal 1930 al 1935. I primi quattro titoli portavano la firma di Carlo Carcano in panchina, varesino classe 1891, allievo del Ct Vittorio Pozzo con cui vincerà da assistente i Mondiali del 1934. Nel 1930, dopo un’esperienza da allenatore ad Alessandria, approda alla Juventus. Quattro anni dopo, qualche mese successivo al trionfo in Coppa del Mondo, fu licenziato in tronco dai bianconeri. La verità sarebbe venuta a galla decenni dopo.

L’Italia del 1930

L’Italia degli anni Trenta è l’Italia fascista immersa in quel ventennio che la porterà al disastro della II guerra mondiale. Un Paese schiavo del duce in cui anche il calcio è veicolo di propaganda. La Juventus di Edoardo Agnelli, papà di Gianni e Umberto e nonno di Andrea, sceglie Carlo Carlin Carcano dall’Alessandria. Uno dei padri del celebre Metodo condiviso con Vittorio Pozzo, pionieri del calcio all’italiana con il modulo 2-3-2-3. Palla lunga e pedalare. Carcano, nel suo quadriennio, ha con sé lo scheletro dell’Italia campione nel 1934: Combi, Rosetta, Caligaris, Raimondo Mumo Orsi, Felice Borel detto Farfallino, Giovanni Ferrari, Luisito Monti.

Un addio misterioso

Nel quinto campionato consecutivo sulla panchina della Juve, a dicembre del 1934, la Juventus di Carcano è seconda a due lunghezze di distanza dalla Fiorentina. Eppure quel 10 dicembre il quotidiano della Casa Madre, la Stampa, annuncia che «Carlo Carcano ha lasciato in questi giorni la carica di allenatore della Juventus», sostituito dall’ex capitano bianconero Carlo Bigatto. L’allenatore varesino passò qualche giorno dopo misteriosamente al Genoa in B per poi cadere nell’oblio per qualche anno. Riemerse nel 1941 alla Sanremese e poi dopo la guerra passò all’Inter e all’Atalanta.

Solo molti anni dopo, tra qualche rumor di spogliatoio e qualche ammissione mai esplicita, si è saputo che l’esonero di Carcano fu deciso da Edoardo Agnelli per questioni personali. Probabilmente si trattava della presunta omosessualità dell’allenatore e dei suoi rapporti ritenuti troppo ravvicinati con alcuni calciatori della rosa juventina.

La società annuncia di rinunciare all’allenatore per motivi personali, viceversa la vicenda è molto più complessa. L’omosessualità di Carcano era diventata un problema. Un suo calciatore raccontava sorridente nei ritrovi torinesi: mai abbassarsi i pantaloni davanti a lui. A far esplodere il caso la denuncia di alcuni dirigenti bianconeri: accuse di pederastia a Carcano, Mario Varglien, [Luisito] Monti e a un paio di consiglieri. Hanno sostenuto che attentavano alla virtù di Borel. Nella realtà pare che proprio gl’indignati difensori della morale ambissero alle grazie di Felicino. Agnelli jr, ha avuto la forza di evitare lo scandalo, il regime ha però preteso che venisse cancellata l’onta”

Alfio Caruso, Un secolo azzurro, 2013 Longanesi editore

Carlo Carcano morirà, a 74 anni, nel 1965 a Sanremo, lì dove si era ritirato a vita privata allenando i Carlin’s boys, una squadra intitolata come il suo soprannome. Lontano dai successi e dalle voci di corridoio che, ancora oggi, continuano a offuscare la sua storia.

Sono passati pochi minuti dopo le 14 quando nella sala stampa della Continassa entra l’intera squadra. Dal capitano Chiellini a Cristiano Ronaldo, da Barzagli sul punto di ritirarsi a Pjanic e Mandzukic. Poi arrivano Massimilino Allegri e Andrea Agnelli. “Scambiamo i ruoli? I calciatori fanno le domande, i giornalisti giocano”, rompe subito il ghiaccio Max fuori microfono, come sua consuetudine nelle conferenze stampa pre gara. Ma questa non è una qualsiasi, è il suo passo d’addio alla Signora sancito dalla presenza del presidente. E il numero 1 della Juve prende subito la parola, mette la società davanti a tutto, snocciola i numeri da record di Allegri, parla di una “riflessione della società” che ha portato alla rottura e di un allenatore come amico trovato in acciughina. Si sottrae a qualsiasi interrogativo sul futuro della panchina bianconera.


Le bordate a Conte non mancano, iniziando dall’aneddoto sulla finale Champions del 2013 (“Eravamo a Londra con Paratici, vidi Max e dissi a Fabio che sarebbe diventato il nostro allenatore, abbiamo dovuto aspettare un anno e mezzo”). Agnelli rifiuta qualsiasi accenno diretto all’ex ct, anche se quando parla di “decisione più sofferta” da quando a presidente indirettamente si riferisce alla burrascosa estate 2014. Quando l’allenatore leccese abbandonò la barca il secondo giorno di ritiro, a metà luglio. I richiami del presidente all’azienda Juve e alle dinamiche dietro una decisione del genere, presa dalla società, sono ripetuti più volte.

Poi è il turno di Allegri. Più volte ci si è chiesti se esistesse un allegrismo come esiste il sarrismo, l’ancelottismo, il guardiolismo e il sacchismo. Ecco, lo stile di Max sta tutta nel suo passo d’addio alla Juve. Completamente agli opposti rispetto a quello del suo predecessore su quella panchina. Il legame con Agnelli è sincero e solido, così come quello con la squadra, schierata proprio davanti al tecnico livornese, seduta in prima fila. Allegri spesso non riesce a trattenere le lacrime, emozionato ma lucido, passionale ma cinicamente freddo quando dell’eterno dibattito tra risultati e bel gioco. “Io non so cosa significhi il bel gioco”, dice sornione tra una parola dolce per Barzagli e una metafora ippica come quelle che ama. Se qualcuno cercava dove fosse l’allegrismo, l’ha trovato nell’addio di Massimiliano da Livorno alla Juventus.

Nel 1909 partiva la prima edizione del Giro d’Italia. La tappa inaugurale, Milano Bologna, fu vinta da un corridore romano di 20 anni che si sarebbe ripetuto anche nella frazione conclusiva di quel Giro. Dario Beni non indossò però la tradizionale maglia rosa in onore del giornale che organizza la corsa, la Gazzetta dello Sport. Il simbolo del leader della classifica generale sarebbe arrivato solo nel 1931 per iniziativa del Patron della Rosea, Armando Cougnet. Beni concluse quel Giro al settimo posto, dopo il ritiro divenne anche Ct della Nazionale italiana di ciclismo alle Olimpiadi di Berlino nel 1936.


110 anni dopo

Sono dovuti trascorrere 110 anni prima che un corridore romano tornasse a indossare la maglia rosa (anche se Beni sembra fosse nativo di Albano Laziale). Nella sesta tappa Cassino San Giovanni Rotondo, la doppietta italiana fa felici Fausto Masnada e Valerio Conti. Il primo vincitore di tappa, il secondo nuova maglia rosa con un minuto e 41 secondi di vantaggio su Giovanni Carboni (nuova maglia bianca). Conti ha approfittato della caduta che ha coinvolto l’ex leader della classifica generale, Primoz Roglic, precipitato all’undicesimo posto con 5 minuti e 24 secondi di ritardo. Nibali è 14mo, attardato di sei minuti e 3 secondi.


L’ultimo italiano a indossare la maglia rosa era stato proprio lo Squalo nel 2016, edizione poi vinta. Valerio Conti, romano e romanista, classe 1993, corre per la Uae Emirates. Figlio d’arte, suo padre è stato ciclista professionista dal 1977 al 1984 vincendo il Giro Juniores nel 1976. E anche suo Zio Noè scelse la bicicletta negli anni ’50, facendo il gregario di Fausto Coppi e gareggiando insieme, tra gli altri, a Louison Bobet e Gastone Nencini.

Per un italiano, la Maglia Rosa è la cosa più bella del mondo. Cercherò di tenerla il più a lungo possibile finché le mie gambe e il mio cuore me lo permetteranno. Questa è la prima volta in cui mi trovo in testa ad una corsa a tappe. Sono emozionato (Valerio Conti)

Le finali di Conference in Nba sono degli affari di famiglia. Reali o potenziali. In Western si sfidano i campioni uscenti di Golden State contro Portland. Gara 1 è stata vinta dagli Warriors nel duello incrociato tra i fratelli Curry, Steph per Golden State e Seth per Portland. Dall’altra parte degli States la finale è tra Milwaukee e Toronto in quello che poteva essere un incontro tra i fratelli Gasol. Ma Pau è infortunato e non potrà vedersela contro Marc di Toronto. I canadesi sono reduci dall’incredibile serie contro Philadelphia in semifinale, risolta da un canestro buzzer beater di Leonard Kawhi in gara 7.

Golden State avanti

La prima sfida tra Golden State e Portland è andata agli Warriors per 116-94 con 36 punti di Stephen Curry, play di Golden State e uno dei migliori giocatori della Nba. Per il fratello maggiore dei Curry ci sono anche 7 assist. Seth, invece, ha realizzato solo una tripla con due assist. I due, entrambi play, si sono spesso affrontati l’uno contro l’altro. E’ la prima volta che due fratelli giocano contro in una finale Nba. “Comunque vada sarà un trionfo”, è stato il commento del padre dei due, Dell Curry. Negli anni Novanta era uno dei migliori tiratori in Nba con un’esperienza decennale negli Charlotte Hornets. Con la vittoria in gara 1 Stephen ha battuto Seth otto volte su dieci match disputati contro.

Il ko di Pau

In Eastern Conference l’incrocio tra i fratelli Gasol è stato solo sfiorato. Gara 1 è stata vinta da Milwaukee per 108-100 contro Toronto. Tra le file dei Raptors Marc ha messo a referto 6 punti mentre il fratello Pau è fuori causa per infortunio. Un’assenza che peserà non solo per Milwaukee, ma anche per la Nazionale spagnola. Coach Sergio Scariolo ha, infatti, confermato il ko di Gasol senior per i Mondiali di basket in programma in Cina dal 31 agosto al 15 settembre.

 

Nel 2019 l’orientamento sessuale può ancora fare notizia, soprattutto in un mondo spesso ovattato come lo sport. Non sono molto i coming out di atleti famosi, per il timore che la propria carriera ne possa essere danneggiata o compromessa a livello di immagine. Eppure, quel muro di indifferenza e perbenismo capita che venga abbattuto. Era già capitato con l’ex calciatore tedesco Thomas Hitzlsperger che aveva pubblicamente parlato della propria omosessualità.

Sulla scia dell’ex giocatore, tra gli altri, di Stocccarda e Lazio, l’attaccante australiano Andry Brennan, 26 anni, ha pubblicato un post su instagram in cui si dichiara gay. E’ il primo caso di calciatore australiano e, in generale, uno dei pochi nel mondo del calcio.

Non potrei essere più felice. Nonostante abbia rimuginato per anni su questa decisione, senza mai sentirmi a mio agio, finalmente posso dirlo: sono gay.

Brennan milita nei Green Gully, club di Melbourne che milita in una delle 10 leghe in cui è suddivisa la serie B australiana. In precedenza aveva giocato anche nei Melbourne Jets nella massima serie oceanica.

La strada resta lunga

Nonostante le tante conquiste in tema di diritti civili, l’omosessualità resta ancora un tabù nella società globalizzata e multitasking degli anni Duemila. Complici il linguaggio, l’ironia cameratesca, i giudizi superficiali, la strada che porta al riconoscimento egualitario delle persone indipendentemente dai loro orientamenti sessuali resta lunga. Secondo Stonewall, associazione britannica che punta all’inclusione lgbt nel calcio, ben il 72 per cento dei tifosi ha ascoltato almeno una volta un coro omofobo in una partita giocata negli ultimi cinque anni. Olivier Giroud, che nel 2012 aveva posato in copertina su una rivista per i diritti omosessuali, aveva così commentato:

Il giorno in cui ho scoperto che l’omosessualità è un tabù per il calcio è stato quando ho visto il tedesco Thomas Hitzlsperger raccontarsi, nel 2014: è stato molto emozionante. È qui che mi sono detto che era impossibile mostrare la propria omosessualità nel nostro mondo. Nello spogliatoio c’è molto testosterone, si sta tutti insieme, ci sono le docce collettive. È difficile ma è così. Capisco il dolore e la difficoltà dei ragazzi che si raccontano, è una vera e propria prova dopo aver lavorato su se stessi per anni

Quelli nati dopo il 1989 conoscono solo un DDR, e non è la Repubblica Democratica Tedesca. Ora che Daniele De Rossi lascerà ufficialmente la Roma nell’ultimo match di campionato contro il Parma magari andranno a rispolverare i libri di storia. E potranno trovarvi non solo la storia di una Germania divisa a metà. Ma anche fiumi di inchiostro su una città, la città eterna, divisa per oltre un decennio tra tottiani e derossiani. Entrambe orfani dei loro capitani dalla prossima estate. Il primo passato dietro una scrivania. Il secondo emigrato, probabilmente, oltreoceano in attesa di un ritorno in alta uniforme magari tra qualche anno.

Il piccolo Daniele De Rossi con la maglia della Roma

Daniele De Rossi appenderà gli scarpini giallorossi al chiodo contro il Parma, all’Olimpico, nell’ultima giornata di serie A. Una gara che per i tifosi della Lupa non è mai una coincidenza qualsiasi. Il 17 giugno 2001 la Roma di Fabio Capello vinceva il terzo scudetto della storia battendo 3-1 in casa il Parma di Buffon, Cannavaro e Thuram. De Rossi, neanche maggiorenne, era un giovane di belle speranze del settore giovanile giallorosso, in quella Primavera allenata da papà Alberto. Esordirà in prima squadra qualche mese dopo il trionfo tricolore, il 30 ottobre 2001, in un Roma Anderlecht di Champions League. Da allora colleziona 615 presenze e 63 gol con la maglia giallorossa.


Al pari del fratello maggiore gemello Francesco Totti, Daniele De Rossi lascia la Maggica avendo un palmares troppo povero per quanto dimostrato in campo. Due Coppe Italia e una Supercoppa italiana, sfiorando solo nel 2010 quel tricolore vinto dal Pupone contro il Parma qualche anno prima. Ma poco importa per chi ha messo la propria squadra del cuore al centro del villaggio. Una scelta di vita per l’eterno Capitan futuro, che ha acquistato i gradi solo negli ultimi due anni dopo il ritiro di Totti. Il tempo utile per isolarsi al secondo posto nella classifica all time delle presenze romaniste in campo. Ancora dietro Francesco, ancora a due passi dal mito, ancora secondo. Ma entrambi battuti solo dai colori di una vita, il giallo e il rosso.

Nello sport ci sono momenti che durano centesimi di secondo, si prolungano per qualche attimo, e diventano leggenda. Prendete la disciplina in cui l’imprevedibile è nel diametro di un canestro. Il basket, appunto. Meglio se americano. All’Air Canada Centre di Toronto, i Raptors e Philadelphia disputano gara 7 delle semifinali NBA di Eastern Conference. Il punteggio è di 90 pari e Toronto ha l’ultima occasione per evitare l’over time con una rimessa da metà campo. Leonard Kawhi esce dai blocchi e riceve palla per l’ultimo possesso di quattro secondi.

Va in penetrazione laterale e cadendo va in arresto e tiro. La sirena suona subito dopo che le mani hanno lanciato il pallone verso il canestro. L’azione è quindi valida in ogni caso. Il pallone sbatte sul cesto, ma non cade. Rimbalza, assorbe i respiri degli spettatori nell’impianto canadese. E poi entra. Sono i due punti decisivi che spediscono Toronto nel paradiso della finale di Eastern Conference contro Milwaukee Bucks. Quello di Kawhi, ala piccola americana classe 1991, il giocatore più forte di Toronto, in America è chiamato un buzzer beater, un battisirena. Nella Western Conference la finale sarà tra Portland e i campioni uscenti di Golden State.

Kawhi subito dopo il canestro sulla sirena

Robin Van Persie è atterrato dopo una lunga carriera volante. Il lungo salto dell’olandese, simile al tuffo contro la Spagna nei Mondiali 2014, ha toccato terra nella sua casa di Feyenoord. Lo stadio De Kuip. L’attaccante, che ad agosto compirà 36 anni, ha disputato la sua ultima partita da professionista contro l’Ado Den Haag nel campionato olandese. Il risultato finale, ko interno per 0-2, ha interessato pochi. La notizia del giorno era il ritiro di un formidabile goleador che detiene il primato di reti con la maglia dell’Olanda (50 gol). Meglio di Cruijff e Van Basten, giusto per citare le prime due leggende del calcio arancione.

La carriera di Van Persie

Van Persie è uscito dal campo al 92’, salutato dalle due squadre disposte ai lati del campo per lasciare la scena al centravanti di Rotterdam. Il Feyenoord, la sua casa, da cui è andato via nel 2004 per l’Inghilterra. Otto anni all’Arsenal, tre al Manchester United, altri tre in Turchia nel Fenerbahce. Per due anni consecutivi capocannoniere in Premier, nel 2012 e nel 2013 con 30 e 26 sigilli. L’olandese volante, the Flying Dutchman, non ha perso il vizio del gol anche quest’anno, quando ha disputato la sua ultima stagione giocando da mediano. In 24 partite va a segno  16 volte, contribuendo al terzo posto del Feyenoord dietro Ajax e Psv Eindhoven.


In 19 anni da professionista ha segnato 271 gol con i club e 50 con la Nazionale olandese. Memorabile il gol in tuffo ai Mondiali brasiliani nel 2014 contro la Spagna. Un gesto che è valso a Van Persie un murales in una favela di Rio de Janeiro. I tanti infortuni non hanno fermato la sua classe, dispensata tra gli anni all’Arsenal di Wenger e quelli a Old Trafford con lo United, vincendo una FA Cup con i gunners e una Premier League con i red devils.