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Vincenzo Pastore

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L’81° minuto della Notte del Maestro è uno dei momenti più emozionanti dell’addio al calcio di Andrea Pirlo: l’ex centrocampista, tra le altre, di Milan e Juventus si ritira ufficialmente lasciando il campo al figlio Niccolò, classe 2003. Anche baby Pirlo è centrocampista come papà ed è un talento di belle speranze che milita nella squadra dilettantistica del Pecetto, ma sembra sia finito nel mirino dei talent scout juventini.

 

In attesa di capire se la generazione Pirlo sarà la nuova dinasty del calcio italiano, c’è un solo caso di padre e figlio che fanno la staffetta sul campo in occasione di una partita di calcio. Il precedente turnover è datato 24 aprile 1996.

Tallinn, Estonia,  Kadrioru Staadion: Arnór Gudjohnsen ha 34 anni, quasi 35. E’ ormai una leggenda del calcio islandese, è centravanti con senso del gol. Un passato prestigioso nell’Anderlecht, con il titolo di capocannoniere conquistato nella stagione 1986-1987, segnando 19 reti. Poi l’esperienza in Francia a Bordeaux e, infine, ora gioca a Örebro, in Svezia.

Arno Gudjohnsen con l’Islanda nel 1982

Non è l’unico Gudjohnsen della partita. In panchina, nella Nazionale allenata da Logi Ólafsson, c’è suo figlio Eidur Gudjohnsen. Non ha neanche 18 anni, non sa del futuro luminoso che lo attende tra Chelsea e Barcellona, tra Premier e Liga fino alla Champions League. E’ una delle promesse del calcio nordico e ha tra i suoi maggiori sponsor proprio il padre Arnor che, da anni, sogna di lasciare il campo proprio al figlio Eidur.

E quel momento arriva in una delle nazioni neonate dopo la dissoluzione dell’Urss, nel 1991. L’Estonia è stata inserita nel gruppo 4 di qualificazione a Euro ’96 in Inghilterra, sfidando squadre del calibro di Italia e Croazia. Arriva ultimo nel girone, ma è un altro il motivo per cui si appresta a entrare nella storia.
In quell’amichevole con l’Islanda, tra gli estoni c’è anche Martin Reim, tutt’oggi primatista di gare con la propria Nazionale, 157 gare e nessun Mondiale all’attivo. Record poco invidiabile.

E’ il 62° minuto, la partita è ampiamente indirizzata sui binari degli ospiti, in vantaggio 3-0 con la tripletta realizzata da Gunnlaugsson. Siamo in quello che gli americani definirebbero garbage time, tempo spazzatura: risultato già deciso, c’è spazio per l’allenatore per provare nuove soluzioni.

Mister Logi Ólafsson ha mandato a scaldare già da qualche minuto il biondo Eidur Gudjohnsen. Lo richiama a sé e decide di spedirlo in campo. L’arbitro, il lettone Romāns Lajuks, ordina il cambio. Il quarto uomo alza la lavagna: fuori il numero 9, il biondo Arnor Gudjohnsen, dentro suo figlio, con il numero 13. Padre e figlio si salutano, Arnor bacia fugacemente Eidur come si confà ai genitori che portano il loro figlio al primo giorno di scuola. Avrebbero dovuto giocare insieme qualche tempo dopo, sempre in Nazionale, ma un grave infortunio alla caviglia del giovane Eidor impedì di vederli entrambi in campo.

Questo inedito primato resta ancora oggi nelle mani (e nei piedi) dei Gudjohnsen, ma chissà che il passaggio di testimone tra Andrea e Niccolò Pirlo non segua le orme tra Arnor ed Eidur. Father and son.

Se fosse una carta da gioco, sarebbe sicuramente il sette a denari, il settebello, come il numero degli scudetti consecutivi vinti dalla Juventus. Un record mostruoso e probabilmente irripetibile che lancia la società della famiglia Agnelli nell’Olimpo delle imprese sportive di tutti i tempi.

Con lo 0-0, piuttosto prevedibile, contro la Roma i bianconeri centrano il 34° scudetto della loro storia, anche se a Torino la conta si allunga a 36, con i due titoli vinti sul campo e poi cancellati da Calciopoli. Analizziamo il successo juventino passando in rassegna tutti i numeri e i record dell’ennesimo trionfo di Madama:

🔸 Settimo scudetto consecutivo, quindi. Record assoluto in Italia. I precedenti si fermano a cinque, come il quinquennio d’oro della Juventus 1930-1935, il Grande Torino 1942-1949 (con l’intermezzo della pausa dettata dalla II Guerra mondiale e il punto finale messo dalla tragedia di Superga), l’Inter 2005-2010 (con l’edizione 2005-2006 vinta a tavolino);

🔸 Quarta doppietta consecutiva campionato-Coppa Italia. Anche in questo caso record assoluto e record di coppe nazionali vinte consecutivamente;

🔸 La striscia aperta juventina è record assoluto nei maggiori campionati europei, primato in coabitazione con il Lione nella Ligue 1 (2001-2008). In Bundesliga il Bayern Monaco è sulla scia della squadra di Allegri: sei Meisterschale uno dietro l’altro negli ultimi sei anni. Nella Liga spagnola il Real Madrid si è fermato a cinque titoli vinti di fila (1960-1965 e 1985-1990). In Premier League c’è la maledizione del tris, nessuno mai è andato oltre tre sigilli consecutivi: Huddersfield Town 1923-1926, Arsenal 1932-1935, Liverpool 1981-1984, Manchester Uniter 1998-2001, 2006-2009 e 2010-2013;

 

🔸 Se includiamo anche gli altri campionati europei, l’asticella del record si alza notevolmente. In Bielorussia il Bate Borisov ha vinto il 12mo campionato di fila, se ci dirigiamo verso Gibilterra o la Lettonia troviamo primati doppiati rispetto a quelli italiani: Lincoln Red e Skonto Riga sono a quota 14 titoli consecutivi. Uno di meno per il Rosenborg in Norvegia;

🔸 Con i 34 titoli, la Juve aumenta a 16 il distacco di scudetti dalle immediati inseguitrici (Milan e Inter a 18);

🔸 A eccezione di clamorosi scossoni dell’ultima giornata, sette scudetti consecutivi fanno rima con sette migliori difese consecutive. La Juve al momento ha subito 23 gol, cinque gol in meno subiti rispetto a Napoli, Roma e Inter (28).

🔸 Sono dieci i clean sheet consecutivi (porta inviolata), record eguagliato rispetto al 2015-2016;

🔸 Massimiliano Allegri è il primo allenatore dei primi cinque campionati europei a centrare quattro doppiette consecutive (campionato – coppa nazionale). Nella classifica nazionale degli allenatori pluriscudettati comanda sempre Trapattoni (7), seguito a quota 5 dallo stesso Allegri, Lippi e Capello (quest’ultimo che può vantare i due titoli sul campo con la Juventus e poi cancellati da Calciopoli);

🔸 La Juventus è la prima squadra a vincere un torneo in Italia disputato con la tecnologia Var. Discorso identico per il Bayern Monaco in Germania e il Porto in Portogallo, ovvero gli ulteriori due campionati in cui è stata utilizzata la Video Assistant Referee;

🔸 Lo stadio Olimpico succursale dell’Allianz Stadium. Sono ben 11 i successi festeggiati nella capitale: gli scudetti 1973-1978 e 2018, cinque Coppe Italia, due Supercoppe italiane e la Champions League del 1996;

🔸 Gianluigi Buffon è il giocatore italiano ad aver vinto più scudetti: 9, più i due conquistati nel 2004-2005 e 2005-2006 e poi revocati dalle sentenze di Calciopoli. Sopravanza, nella speciale classifica, Giovanni Ferreri, Giuseppe Furino e Virginio Rosetta;

🔸 Sono infine cinque i calciatori in attività ad aver vinto sette campionati consecutivi in Italia: oltre allo stesso Buffon, ci sono i bianconeri Andrea Barzagli (vincitore di un titolo in Germania con il Wolfsburg nel 2008-2009), Giorgio Chiellini, Claudio Marchisio e Stephan Lichtsteiner.

🔸 Se il Napoli, infine, dovesse battere il Crotone arriverebbe a quota 91 punti. Sarebbe la prima volta in Italia che una squadra superasse i 90 punti senza vincere lo scudetto. Un dato che restituisce l’incredibile striscia di successi della Juventus.

 

Forse potevamo aspettarcelo dal Notts County visto che le divise del club inglese hanno ispirato quelle della Juventus che passò dal colore rosa ai tradizionali bianconeri più di un secolo fa, nel 1903. Non a caso i tifosi della squadra di Nottingham ancora oggi intonano il coro “It’s just like watching Juve” quando i loro beniamini sfornano una prestazione all’altezza della società campione d’Italia. E, in virtù di questo legame cromatico, proprio il Notts County è stata la prima squadra a calcare il prato dell’Allianz Stadium durante l’amichevole inaugurale dell’8 settembre 2011 (terminata 1-1 con gol di Lee Hughes per gli inglesi).

Ma che anche il Norimberga, compagine tedesca appena promossa in Bundesliga dopo quattro anni d’assenza in Zweite Liga, strizzasse l’occhio alla squadra di Allegri non poteva immaginarselo nessuno. E invece il trait d’union tra Torino e la città bavarese, distanti circa 800 chilometri, ha un nome e un cognome: Enrico Valentini.

Dopo aver sconfitto 2-0 il Sandhausen in trasferta, i giocatori tedeschi hanno centrato la matematica promozione, facendo rientro a casa in pullman. Da qui hanno postato un video su facebook in cui festeggiano il ritorno in Bundesliga in modo particolare: cantano infatti sulle note di Juve, storia di un grande amore, l’inno ufficiale della Juventus dal 2007, con la voce di Paolo Belli sul testo scritto da Alessandra Torre e Claudio Guidetti.

Non si tratta di un improvviso gemellaggio tra le due squadre, ma dell’iniziativa del capopopolo di questo momento di euforia: Enrico Valentini, difensore ventinovenne tedesco ma di chiare origine italiane. Il calciatore è, infatti, simpatizzante bianconero e deve aver contagiato i suoi compagni di squadra per festeggiare il trionfo ottenuto in campo.

Valentini, d’altronde, non ha mai fatto mistero della sua fede calcistica: basti pensare che dopo la sfortunata serata di Madrid, con l’eliminazione dalla Champions patita all’ultimo minuto con il contestato rigore assegnato dall’arbitro inglese Michael Oliver, il difensore del Norimberga ha preso lo smartphone in mano per un postare un tweet polemico: “Senza parole…#vergogna”.

Solo la sera precedente aveva esultato sempre su twitter per l’impresa della Roma contro il Barcellona, condividendo l’ormai celebre post dal profilo ufficiale del club giallorosso con “DAJEEEEE” e poi lettere messe a caso.

Chissà che queste attenzioni verso l’Italia, e la Juventus in particolare, non gli valgano una chiamata dalla serie A per la prossima stagione.

Forse avrebbero risposto con lo stesso dito medio a chi gli avesse fatto notare che ci sono limiti da rispettare e palcoscenici da celebrare. Onori da godere e oneri a cui non ci si può sottrarre. Sono bastate 24 ore per proiettare a social unificati due immagini del calcio italiano che poco hanno a che vedere con lo spettacolo del campo. Anzi proprio non c’entrano nulla con la bellezza del salto di Koulibaly o con il fascino di Anfield Road alla vigilia di Liverpool Roma.

Ha iniziato Maurizio Sarri domenica sera, insultando i tifosi avversari dal pullman del Napoli
all’arrivo prima del match scudetto con la Juventus.

Ho reagito a chi ci sputava perché napoletani, se avessi potuto sarei sceso dal pullman.

ha rincarato la dose il tecnico azzurro a fine partita. La toppa peggio del buco. Non una novità per un grande insegnante di calcio ma che, in questi anni da protagonista al San Paolo, non è riuscito ad adeguare il suo linguaggio ai livelli di risultato conquistati. Posto che non è la categoria a fare l’uomo o lo sportivo.

Hanno continuato Roberto Pruzzo e Bruno Conti con il dito medio in bella mostra davanti allo
stemma del Liverpool nella pancia di Anfield. Brucia ancora quella finale persa in casa con i Reds 34 anni fa.

Era un modo per esorcizzare ridendo!

si è giustificato l’ex bomber col baffo. Peccato non si trattasse di due tifosi qualsiasi in gita sul Mersey Side ma di due simboli del calcio tricolore e non solo, con l’aggravante che Conti è dirigente capitolino e fa parte della delegazione giallorossa in Inghilterra. Qualcuno ha studiato le posizioni delle dita dell’ex ala romanista, ipotizzando un gesto in stile “finger crossed”, dita incrociate. Ma oltre la radiografia della foto resta un’immagine su cui resta poco da discutere.
Professionisti che dimenticano chi sono e che cosa rappresentano. Anche Gigi Buffon, dopo Real Madrid Juve, pur comprendendo il suo stato nervoso per un finale sportivamente drammatico, avrebbe fatto meglio a non rilasciare alcuna dichiarazione a caldo ai microfoni. Al pari delle polemiche social tra Mehdi Benatia e il comico Maurizio Crozza.
Allora soffermiamoci sullo stesso capitano juventino che, al termine di Juve Napoli, pochi minuti dopo il gol di Koulibaly, ha aspettato tutti i calciatori e lo staff partenopeo per complimentarsi con loro.
Analoga bellezza per i giocatori della Roma che hanno omaggiato, attraverso una corona di fiori deposta dal capitano De Rossi, i tifosi del Liverpool vittime della strage di Hillsborough davanti al memoriale all’esterno di Anfield Road.


C’è una storia da rispettare, ci sono provocazioni da farsi scivolare addosso, c’è un codice non
scritto a cui attenersi. Si chiama professionismo, si legge sport.

Notte di sogni, di coppe e di campioni. Notti prima dei Mondiali. E anche se la più prestigiosa manifestazione europea per club ora si chiama Champions League, quelle serate, quelle emozioni, quelle palpitazioni restano le medesime, anche a oltre trent’anni di distanza dalla celebre canzone di Antonello Venditti. Artista scelto non a caso in queste notti che prima hanno trasformato un sogno in un incubo, con la mancata qualificazione dell’Italia a Russia 2018 e poi hanno posto le basi per la rinascita del calcio italiano. Quantomeno a livello continentale per squadre nazionali.

Nessuno, o forse qualche isolato visionario, avrebbe scommesso un centesimo alle 20.45 di martedì 10 aprile sulla doppia remuntada italiana contro le due superpotenze spagnole, in virtù di due passivi pesanti come macigni maturati all’andata. E invece “Romantada” c’è stata, ed è mancato un soffio che fosse doppia, a dimostrazione della bellezza di uno sport che mai come in questi giorni è metafora di vita. Perché bisogna provarci, perché vale la pena lottare anche quando tutto sembra essere già scritto, perché non ci sarebbe stata Italia Germania 4-3 senza il gol all’ultimo minuto di Karl Heinz Schnellinger.

La lezione arriva direttamente dal prof. Eusebio Di Francesco che, dopo non aver demeritato al Camp Nou nonostante un risultato troppo severo e bugiardo (1-4), incarta Valverde e l’arroganza catalana con una rimonta epica che riscrive i libri di storia.
Il ribaltone arriva, ironia della sorte, con l’asse che proprio a Barcellona aveva inciso negativamente sullo score finale: Manolas De Rossi, a cui si aggiunge Edin Dzeko in versione numero 9 moderno. Corre, lotta, segna. La straordinaria Champions della Roma, dopo Atletico Madrid, Chelsea e Shakthar Donetsk, si arricchisce della puntata più incredibile e imprevedibile.

L’Olimpico impazzito, i tweet delle squadre avversarie, James Pallotta che si tuffa nella fontana di piazza del Popolo: sembra un mondo capovolto, ma ci pensa Eusebio da Pescara a riportare la ragione lì dove non pare esserci. «Non accontentiamoci, dobbiamo avere l’ambizione di arrivare a Kiev», con scarpe piene di sassolini da svuotare di fronte a chi in questi mesi l’aveva più volte liquidato come piccolo allenatore (vero D’Alema?). Anche la leggendaria Roma Dundee 3-0 del 1984 impallidisce di fronte a Roma Barcellona anno 2018.

Manuali di storia in frantumi anche al Santiago Bernabeu. Nella storia delle Coppe solo una volta su 221 una squadra era stata capace di ribaltare uno 0-3 casalingo nella gara d’andata. E in 1959 partite giocate a Madrid dal Real solo 24 volte, l’1,2%, si è concretizzato un risultato che sarebbe stato favorevole ai bianconeri per accedere in semifinale.
Eppure non è bastato perché la Juve di Allegri ha studiato a memoria gli appunti giallorossi della sera precedente, raggiungendo l’impossibile a 30 secondi dalla fine. E’ 0-3 nella Casa Blanca, merengues in bambola ripiombati nello stesso incubo dei nemici catalani. Douglas Costa irride Marcelo nel duello carioca sulla fascia, Carvajal e Vallejo sovrastati da Mandzukic, Matuidi Pjanic e Khedira giganteggiano sulla mediana dinanzi al centrocampo più forte al mondo. L’Everest da scalare che dopo 61 minuti è diventato poco più di un cavalcavia.

 

Poi l’Eupalla di breriana memoria ha rimesso le cose in ordine, immortalando nel contatto Lucas Vazquez – Benatia le storie europee di Real Madrid e Juventus. Accomunate dallo stesso blasone nei propri confini, hanno preso strade diverse in terre straniere: i primi centrando sempre o quasi la gloria, per merito, superiorità e congiunzioni astrali mai avverse. I secondi fermandosi sempre a un passo dal trionfo, sbattendo contro i vari Magath, Riedle, Mijatovic, Schevchenko, Suarez, Cristiano Ronaldo o Michael Oliver, l’arbitro inglese che al 93’ frantuma l’impresa bianconera concedendo un rigore generoso che si presta a molteplici interpretazioni. Epilogo fotocopia ai quarti di finale dello scorso anno, sempre al Bernabeu, sempre con un direttore di gara casalingo, vittima questa volta il Bayern Monaco. Ma la rabbia, comprensibile, della Signora non deve offuscare l’orgoglio tutto italiano per aver capovolto le previsioni della vigilia, al pari della Roma 24 ore prima, sancendo la fine del dominio spagnolo per club. Quaranta giorni vissuti sul filo delle emozioni in cui il calcio di casa nostra si è riscoperto più umano e finalmente all’altezza di quello europeo, anche sugli spalti: le lacrime senza bandiera per Astori, gli applausi dello Stadium alla rovesciata di Ronaldo, i complimenti trasversali per il capolavoro giallorosso. Il cruccio più grande resta una notte di metà novembre, di un sogno trasformato in un incubo, di un Mondiale svanito. Libri di storia da riscrivere anche in questo caso.

Gli Stati Uniti si ritirano lentamente a pezzi dalla guerra in Vietnam mentre sul network televisivo Abc debutta la serie “Happy days”. Negli stessi mesi Richard Nixon, travolto dallo scandalo Watergate, si dimette dalla Casa Bianca. E’ il 1974.

Dall’altra parte dell’oceano, la giovane e fragile Repubblica italiana fa i conti con gli anni del terrorismo rosso e nero che un giorno sì, e l’altro pure, lascia per strada cadaveri esanimi e spesso innocenti. Viene bocciato il referendum sul divorzio e il monopolio televisivo della Rai inizia a scricchiolare. Sul campo la Lazio vince il suo primo scudetto, il Bayern Monaco inaugura il proprio ciclo vincente in Coppa dei Campioni e Claudio Baglioni domina le classifiche italiane con “E tu”.

E poi c’è un altro nome, fino a quell’anno sconosciuto, che forse consacra il legame indissolubile che esiste, da sempre, tra sport e politica. Due anni dopo il massacro di Monaco alle Olimpiadi, quattro dopo il pugno levato in cielo di John Carlos e Tommie Smith ai Giochi di Città del Messico.

Jürgen Sparwasser ha da poco compiuto ventisei anni. Arriva da Halberstadt, un paesino da 40.000 anime nella Sassonia, Germania orientale, è una buona mezzala del Magdeburgo con cui ha da poco centrato uno storico double: titolo di campione della Germania dell’Est e trionfatore in Coppa delle Coppe nella finale di Rotterdam vinta contro il Milan. Ma quello non è solo un anno fortunato con la squadra di club.
E’ l’anno dei Campionati del Mondo di calcio in Germania. E il caso (chiamiamolo così) ha voluto che nel gruppo 1 capitassero entrambe le squadre “padrone di casa”, anche se il torneo si disputa nella parte Ovest: la Repubblica Federale di Germania (la Brd, Bundesrepublik Deutschland) e la Repubblica Democratica Tedesca (la Ddr, Deutsche Demokratische Republik, alla prima e unica partecipazione mondiale) assieme all’Australia e al Cile, che non si fa mancare giusto qualche subbuglio interno con la dittatura di Pinochet.

Jürgen Sparwasser e sua moglie Christa ad Halberstadt, 1968

Il 22 giugno le due Germanie divise da un Muro si giocano al Volksparkstadion Amburgo il primo posto nel girone. Alle ore 19.30 circa l’impianto è stracolmo di spettatori, poco meno di sessantamila. Il match è solo una passerella dal punto di vista sportivo, il girone è già deciso. Entrambe le selezioni sono qualificate alla fase successiva: la Ovest è a punteggio pieno, ha sconfitto 1-0 il Cile e 3-0 l’Australia, gli orientali hanno 4 punti in classifica dopo la vittoria 2-1 contro gli australiani e il pareggio per 1-1 con i sudamericani. Paradossalmente conviene di più perdere per evitare di ritrovarsi Brasile e Olanda più avanti durante la competizione.

Ma questa non è una partita come le altre, non potrebbe mai esserlo. Per la prima volta le due selezioni calcistiche si ritrovano davanti in un confronto ufficiale. E’ vero, si erano incrociate due anni prima durante le insanguinate Olimpiadi di Monaco di Baviera, ma era un sfida tra Nazionali Olimpiche. Aveva vinto 2-3 la squadra dell’Est. Profetico.

Un Paese spaccato in due assiste in televisione a un derby fratricida tra due visioni del mondo in casa propria. “Wessie”, così come sono chiamati i tifosi occidentali contro “Oessie”. I primi sono in netta maggioranza, oltre cinquantamila ma i secondi si fanno comunque sentire: sono giunti in ottomila grazie al visto turistico temporaneo concesso dal governo socialista della Ddr appositamente per la durata della partita. Si calcola che siano oltre 140 le emittenti televisive nel mondo a trasmettere in diretta la partita, numeri impensabili per gli standard dell’epoca. Le misure di sicurezza all’interno dello stadio sono rigidissime, lo spauracchio di un attentato è dietro l’angolo alla luce di quanto accaduto due anni prima nei Giochi di Monaco di Baviera.

La Germania Ovest, favorita dal pronostico, schiera in campo uno squadrone piena di campioni e nomi noti agli appassionati: Maier, Vochts, Breitner, Beckenbauer, Schwarzenbeck, Cullmann, Gabrowski, Overath, Muller, Hoeness, Flohe. Il commissario tecnico è Helmut Schön. Di contro gli Ossis si presentano sul rettangolo di gioco con: Cruj, Kurbiuweit, Bransch, Weise, Wätzlich, Kreishe, Lauck, Sparwasser, Irmscher, Kishe, Hoffmann. Il selezionatore è Georg Buschner.

Inni nazionali. Das Lied der Deutschen, il canto dei tedeschi, nella terza strofa, per la Germania Ovest in campo con la tradizionale divisa bianca e pantaloncini neri. Auferstanden aus Ruinen, risorti dalle rovine, per la Repubblica Democratica con divisa blu e pantaloncini bianchi.
I federali attaccano e giocano in maniera più corale, centrano un palo e sbagliano un gol a porta vuota, imitati nel primo tempo da Kreische per la Ddr. I contropiede della Germania Democratica infilano pericolosamente la retroguardia dei fratellastri di casa. Si va all’intervallo a reti inviolate.

Il copione si ripete nel secondo tempo. Muller continua a sfoderare assist che i compagni sprecano, Breitner impensierisce il portiere avversario Cruj. La Germania dell’Est ci prova con qualche tiro dalla distanza abbastanza innocuo. La partita si avvia lentamente verso uno scialbo 0-0.

Si arriva al 77’: rimessa laterale in attacco per i padroni di casa, vicino alla bandierina del calcio d’angolo, metà campo di destra. Breitner serve Hoeness che con una mezza rovesciata butta il pallone in mezzo all’area. Un prevedibile colpo di testa è ben parato dal portiere Cruj che fa ripartire l’azione dei suoi. Riceve palla Hoffmann e parte in contropiede. Avanza oltre il cerchio di centrocampo e con un lancio in profondità sulla sinistra imbecca Sparwasser. Jürgen stoppa la palla di testa, bruciando in velocità tre difensori in maglietta bianca, tra cui il biondo Berti Vogts e Kaiser Franz Beckenbauer. Si avvicina all’area piccola, ha di fronte Sepp Maier, finta prima il tiro e con un tocco di potenza lo infila alle spalle.
Gol! 0-1 per la Germania Est, Sparwasser sullo slancio esulta con una capriola e poi riceve gli abbracci dei compagni di squadra che lo assalgono a terra. Gli ottomila Oessie in tribuna sono scatenati. La tv manda a ripetizione il replay dell’azione, mancano tredici minuti alla fine della partita.

La Brd attacca, non ci sta a perdere una gara ininfluente sotto il profilo sportivo, ma tremendamente importante per un popolo intero. Ci prova il capitano Beckenbauer, da fuori, palla a lato. E’ il turno di Hoeness su punizione al limite dell’area di rigore, respinge Cruj. E’ l’ultimo pericolo, l’arbitro uruguaiano Ramon Barreto fischia la fine. Invasione di campo dei fotografi, la Germania Est vince il derby contro l’Ovest, la ribalta è tutta per il numero 14 blu, Jürgen Sparwasser. La leggenda narra che il calciatore sia premiato con automobile, casa nuova e conto in banca da rigenerare, ma lui, Jürgen, più volte smentisce. 2500 marchi a testa per il passaggio alla seconda fase era la promessa pattuita, e mantenuta, con i dirigenti dell’Est.

Alla Ddr quella vittoria non porta così bene nel Mondiale: nel girone successivo becca Brasile, Olanda e Argentina e va fuori. Diverso il destino della Brd: Polonia, Svezia e Jugoslavia sono avversari abbordabili e infatti la Germania Ovest va in finale vincendo la Coppa contro gli olandesi del calcio totale di Rinus Michels e Johan Cruijff.

L’uomo che ha abbattuto il Muro con un calcio al pallone, il nuovo eroe del socialismo pallonaro contro il capitalismo dei più forti, scapperà verso l’Ovest un anno prima della caduta, nel 1988. Sembra che i funzionari quando l’hanno visto abbiano esclamato: «No, Sparwasser, lui proprio no!». Ma lui, Jürgen da Halberstardt, il suo Muro l’aveva già bucato quattordici anni prima.