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Redazione mondiali.it

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Nell’inverno del 1891, il dottor Luther Halsey Gulick, responsabile del corso di educazione fisica all’International YMCA Training School, un college privato cristiano di Springfield, in Massachusetts, Stati Uniti d’America, era alla ricerca di un’attività che potesse distrarre e divertire i suoi studenti durante le lezioni di ginnastica che, a causa del freddo, si tenevano al coperto durante le giornate rigide.

Gulick si rivolse a James Naismith, un professore di educazione fisica canadese di 30 anni appassionato di football, atletica leggera, lacrosse e curioso di scoprire e apprendere nuove discipline. A lui fu chiesto di pensare a qualcosa da disputare indoor, facile e intuitiva da apprendere, con pochi contatti e soprattutto non dispendioso economicamente per non gravare sulle casse del college.

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In Ontario, la provincia più popolosa del Canada e da dove veniva Naismith,  i bambini giocavano a “Duck-on-a-rock” che consisteva nel posizione una pietra piuttosto grande su un’altra pietra o un ceppo d’albero e a turno i partecipanti lanciavano sassi contro l’oggetto, nel tentativo di farlo cadere dalla piattaforma. Di questo gioco, Naismith era attratto soprattutto dal tiro a parabola che si doveva dare al sasso; pensò inoltre ad alcuni giochi antichi, come l’azteco Tlachtli e il maya Pok-Ta-Pok e analizzò poi gli sport di squadra più in voga all’epoca come i già citati football americano, lacrosse, ma anche calcio e rugby.

Dopo circa due settimane di lavoro, Naismith scrisse cinque principi fondamentali in cui si prevedeva l’utilizzo di un pallone rotondo da toccare solo con le mani, era vietato muoversi tenendo il pallone saldo nelle mani, libertà di posizionamento dei giocatori e l’utilizzo di un “goal” da piazzare orizzontalmente in alto.

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Insomma, Naismith aveva di fatto gettato le basi di un nuovo sport: il 21 dicembre 1891 tradusse questi principi in tredici regole che divennero la base di ciò che il giornale studentesco universitario Triangle definì: «A new game». Lo stesso giornale pubblicò le regole il 15 gennaio 1892: nacque così ufficialmente il nuovo gioco, il basketball.

  1. La palla può essere lanciata in qualsiasi direzione con una o entrambe le mani.
  2. La palla può essere colpita in qualsiasi direzione con una o entrambe le mani, ma mai con un pugno.
  3. Un giocatore non può correre con il pallone, deve lanciarlo dal punto in cui lo ha preso.
  4. La palla deve essere tenuta in una mano o tra le mani; le braccia o il corpo non possono essere usate per tenerla.
  5. Non è possibile colpire con le spalle, trattenere, spingere, colpire o scalciare in qualsiasi modo un avversario; la prima infrazione da parte di qualsiasi giocatore di questa regola è contata come un fallo, la seconda squalifica il giocatore fino alla realizzazione del punto seguente o, se è stata commessa con il chiaro intento di infortunare l’avversario, per l’intera partita; non sono ammesse sostituzioni.
  6. Un fallo consiste nel colpire la palla con il pugno, nella violazione delle regole tre e quattro e nel caso descritto dalla regola 5.
  7. Se una squadra commette tre falli consecutivi, conterà come un punto per gli avversari; consecutivi significa senza che gli avversari ne commettano uno tra di essi.
  8. Un punto viene realizzato quando la palla è tirata o colpita dal campo nel canestro e rimane dentro, a meno che i difensori non tocchino o disturbino la palla; se la palla resta sul bordo e l’avversario muove il canestro, conta come un punto.
  9. Quando la palla va fuori dalle linee del campo, deve essere rimessa in gioco dalla persona che per prima l’ha toccata; nei casi dubbi, l’umpiredeve tirarla dentro il campo; chi rimette in campo la palla ha cinque secondi: se la tiene più a lungo, la palla viene consegnata agli avversari; se una squadra continua a perdere tempo, l’arbitro darà loro un fallo
  10. L’umpireè il giudice dei giocatori e prende nota dei falli, comunicando all’arbitro quando ne sono commessi tre consecutivi; ha il potere di squalificare un giocatore secondo la regola 5.
  11. L’arbitro è il giudice della palla e decide quando la palla è in gioco, all’interno del campo o fuori, a chi appartiene e tiene il tempo; decide quando un punto è segnato e tiene il conto dei punti con tutte le altre responsabilità solitamente appartenenti ad un arbitro.
  12. La durata della gara è di due tempi da quindici minuti, con cinque minuti di riposo tra di essi.
  13. La squadra che segna il maggior numero di punti nel tempo utile è dichiarata la vincitrice dell’incontro. Nel caso di pareggio, il gioco può continuare, se i capitani sono d’accordo, fin quando non viene segnato un altro punto.

All’iniziò vennero utilizzati dei cesti da frutta, posizionati a circa tre metri di altezza per impedire che fossero difesi fisicamente dai giocatori. Lo scopo del gioco era far entrare la palla nel cesto, e per farlo l’unico metodo era fare dei tiri a palombella, dolci e precisi. L’altezza dipese anche da motivi più concreti: erano appesi a una balconata, che era posizionata a quella distanza dal pavimento. All’inizio, i cesti non erano bucati, e ogni volta che qualcuno faceva un canestro bisognava tirare fuori la palla con un bastone di legno. 

Naismith organizzò la prima partita ufficiale l’11 marzo 1892 – secondo alcuni si giocò il 2 marzo: fu un incontro disputato tra una squadra di docenti ed una di studenti e vinsero i primi con il risultato di 5-1. Nel 1959 divenne uno dei primi membri del Basketball Hall of Fame, in qualità di contributore e lo stesso Hall of Fame fu ufficialmente denominato Naismith Memorial Basketball Hall of Fame in sua memoria.

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Dal suo esordio in Formula 1, nel 1996 con la Minardi, Giancarlo Fisichella ha aspettato ben otto stagioni prima di trionfare per la prima volta in un Gran Premio. E come se non bastasse l’attesa e la trepidazione, per il pilota romano nato il 14 gennaio 1973, la premiazione fu rimandata al successivo circuito per un disguido dei commissari Fia.
Sì perché il Gp del Brasile del 2003 che vinse il pilota passato nel frattempo alla Jordan fu semplicemente uno dei più rocamboleschi, assurdi, potenzialmente pericolosi e imprevedibili degli ultimi decenni. Sicuramente del nuovo secolo.

È il 6 aprile 2003, lo scenario è il circuito di Interlagos a San Paolo, terza gara della stagione appena cominciata. “Fisico” nei due precedenti Gp in Australia e Malesia non ha visto la bandiera a scacchi, essendosi ritirato prima della conclusione del tracciato. In Brasile pioveva copiosamente e sull’esito finale peserà la decisione delle scuderie, risalente all’ottobre precedente, di utilizzare un solo tipo di pneumatici da bagnato per evento. Questa scelta, motivata con la necessità di tagliare i costi, spinse Michelin e Bridgestone a fornire alle scuderie gomme intermedie, caratterizzate da una maggiore versatilità, tuttavia, queste coperture si rivelarono inadeguate in caso di forti precipitazioni come quelle avvenute nella gara brasiliana.

Poco prima della partenza sul circuito di Interlagos cominciò a diluviare così la partenza fu rinviata di un quarto d’ora, in modo da attendere la diminuzione dell’intensità e la gara fu fatta partire in regime di safety car. Frentzen, Verstappen, Fisichella, Panis, Pizzonia e Firman approfittarono della situazione per rifornire mentre gli altri proseguirono dietro alla vettura di sicurezza, che si fece da parte dopo otto giri.

Iniziò così lo show che alla fine contò 10 ritiri:  all’ottavo giro, a Nick Heidfeld cedette il motore, mentre otto giri dopo Justin Wilson andò in testacoda e anche lui è costretto al ritiro. Durante il 18º giro sulla vettura di Firman si ruppe senza preavviso la sospensione anteriore destra e la monoposto dell’irlandese, senza più controllo, si schiantò contro quella di Panis ed entrambi i piloti furono costretti al ritiro. Montoya, nel corso del 25º passaggio, uscì di pista alla curva Do Sol, andando a sbattere violentemente contro le barriere. Nello stesso punto uscirono di pista anche Pizzonia, la cui Jaguar colpì la monoposto del colombiano ferma nella via di fuga, e, due giri più tardi, Michael Schumacher.

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Con una continua e incessante presenza della safety car, il Gp stava procedendo a singhiozzo. Al giro 33, anche il pilota inglese Jenson Button della BAR uscì di pista alla curva Do Sol; poco prima, invece, si era ritirato per un testacoda dovuto ad un suo errore anche Jos Verstappen su Minardi, che al momento era ottavo. Il pilota olandese era partito con il serbatoio completamente pieno di benzina e, come ammise anni dopo l’allora proprietario del team faentino Paul Stoddart, se non avesse compiuto errori e fosse arrivato al traguardo avrebbe potuto conquistare il podio o addirittura la vittoria. La Minardi aveva infatti pianificato una strategia di gara che prevedeva un caos totale derivante da un possibile nubifragio.

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La gara ripartì al 34º passaggio, con Coulthard in testa davanti a Barrichello, Ralf Schumacher, Alonso, Räikkönen e Fisichella. Con la pista che si stava asciugando gradualmente il pilota finlandese risultò tra i più rapidi ad adattarsi alle condizioni variabili, portandosi rapidamente in terza posizione alle spalle di Barrichello. Quest’ultimo recuperò terreno su Coulthard, mettendo pressione all’avversario e sopravanzandolo nel corso del 44º passaggio. Una volta in testa alla corsa, Barrichello fece segnare il giro più veloce in gara, staccando nettamente Coulthard, ma tre tornate più tardi il pilota brasiliano fu costretto al ritiro per un problema di pescaggio del carburante.

Coulthard tornò quindi al comando davanti a Räikkönen, Fisichella, Alonso, Frentzen, Villeneuve, Trulli e Webber: lo scozzese rifornì per l’ultima volta cinque giri più tardi, rientrando in pista in terza posizione. Räikkönen, in crisi con le gomme, commise un errore, cedendo la posizione a Fisichella e rientrando ai box a sua volta nel corso del 54º giro. Nel frattempo, però Webber perse il controllo della sua Jaguar nelle ultime, veloci curve che precedono il rettilineo d’arrivo, andando a sbattere violentemente contro le barriere e disseminando il tracciato di detriti. Alonso, arrivato troppo velocemente nella zona dell’incidente, colpì una delle ruote della monoposto dell’australiano, sbattendo a sua volta contro le barriere di protezione. La gravità di questi incidenti, in particolare quello del pilota spagnolo che fu trasportato in ospedale per accertamenti, spinse la direzione gara ad esporre la bandiera rossa interrompendo la gara.

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Al momento dell’interruzione Fisichella, in testa alla corsa, aveva appena completato il 55º giro, iniziando il 56º. Secondo il regolamento la classifica avrebbe dovuto essere stilata in base all’ordine dei piloti due tornate prima della sospensione della gara, quindi al termine del 54º passaggio. Tuttavia, per un errore del sistema di cronometraggio, la direzione gara considerò il Gran Premio concluso prima del transito di Fisichella sotto il traguardo, riportando quindi l’ordine di arrivo al 53º giro, quando Räikkönen era al comando della gara. Il pilota finlandese fu dichiarato vincitore, davanti a Fisichella, Alonso, Coulthard, Frentzen, Villeneuve, Webber e Trulli.

Accortasi dell’errore, la Fia convocò una riunione al termine della quale fu ristabilito il corretto ordine di arrivo e Fisichella fu proclamato vincitore. Il pilota romano, vincitore per la prima volta in carriera, ricevette il primo premio da Räikkönen in occasione del successivo Gran Premio di San Marino. “Fisico” fu il primo italiano a vincere una gara di F1 dopo ben undici anni di digiuno: l’ultimo a riuscirci è stato Riccardo Patrese al Gran Premio del Giappone 1992.

Bisogna essere onesti con noi stessi: la radio ha perso appeal nel corso dei decenni, gli affezionati ci sono e ci saranno sempre, ma soprattutto i più giovani, attratti lecitamente, dal web o dalla televisione, non potranno conoscere fino in fondo il legame con alcune trasmissioni radiofoniche.

Una di queste è senz’altro “Tutto il calcio minuto per minuto” popolare programma di Rai Radio 1, dedicata alle radiocronache in diretta del campionato italiano di calcio. Diversi cronisti si alternano tutt’oggi sui campi di Serie A con collegamenti in studio, ritagli quando c’è la Formula1 o altri eventi sportivi in diretta.

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Il programma nacque durante la stagione 1959-60, da un’idea di Guglielmo Moretti, che prese spunto da una trasmissione radiofonica francese, “Sports et Musique”, nella quale cronisti-inviati commentavano in diretta dai campi di gioco le partite del campionato locale di rugby a 15. Le trasmissioni iniziarono in via sperimentale nel 1959, mentre il debutto ufficiale avvenne domenica 10 gennaio 1960. La trasmissione nacque in realtà come sperimentazione per la trasmissione multipla a microfono aperto di diversi eventi in contemporanea, in preparazione delle Olimpiadi di Roma del 1960, evento globale trasmesso televisivamente e radiofonicamente dalla Rai.

Il programma inizialmente proponeva solo le radiocronache dei secondi tempi: a partire dalla stagione 1987-88 fu introdotta la copertura dell’intera partita. La struttura di base, rimasta inalterata nel corso dei decenni, prevede collegamenti a turno dai vari stadi con segnalazioni immediate per eventi di particolare rilievo (variazioni del punteggio e altro) da ogni campo. La prima puntata ufficiale vide collegati da Milano Nicolò Carosio per Milan-Juventus, da Bologna Enrico Ameri per Bologna-Napoli e da Alessandria Andrea Boscione per Alessandria-Padova. La conduzione fu affidata a Roberto Bortoluzzi, che rimase in carica per ben ventisette anni (dal 10 gennaio 1960 al 21 giugno 1987) fino al suo pensionamento. I radiocronisti furono esclusivamente di sesso maschile fino al 1988, quando debuttò Nicoletta Grifoni.

Tutti sintonizzati alle 15.00, ma prima di sentire le voci dei giornalisti, “Tutto il calcio minuto per minuto” è entrato nelle case degli italiani con questo jingle, “A taste of honey” di Herb Alpert, a partire dall’11 settembre 1983:

All’inizio, la trasmissione non aveva una sigla musicale ma era introdotta dall’annuncio pubblicitario di una nota marca di liquori di Trieste. Dal 24 ottobre 1976 fino al 12 giugno 1983, venne utilizzato un frammento di Caravan nella versione di Eumir Deodato, per poi passare, dall’11 settembre 1983 al 19 giugno 1988, al già citato brano A Taste of Honey . Dal 9 ottobre 1988 al 26 maggio 1997, quindi dall’anno dopo il passaggio della conduzione da Roberto Bortoluzzi a Massimo De Luca, il brano fu sostituito con un motivo composto appositamente da Mauro Lusini. In seguito e fino ai giorni nostri, è stata riutilizzata la sigla A Taste of Honey.

Roberto Bortoluzzi, Sandro Ciotti, Enrico Ameri, Alfredo Provenzali, Livio Forma, Bruno Gentili, Tonino Raffa, Ugo Russo e poi ancora, Filippo Corsini, Francesco Repice, Emanuele Dotto e via discorrendo. Una formazione di voci variopinte e immediatamente riconoscibili. Una calorosa famiglia domenicale per quella che, di fatto, era una messa laica.
E poi c’era Riccardo Cucchi, voce un po’ nasale, che si collega per le prime volte negli anni ’80 da Campobasso, seguendo la squadra in Serie B.

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La sua precisione coinvolge gli italiani, sobria ma anche esaltante: oltre al calcio segue anche canottaggio, scherma e atletica leggera che seguirà nel 1992, alle Olimpiadi di Barcellona. In totale racconterà sei Giochi olimpici e quattro Mondiali di calcio, dopo esser diventato radiocronista della Nazionale italiana nel 1994, al posto di Sandro Ciotti.

Memorabile è il suo racconto di Germania 2006, nel suo ritmo c’è tutto: ansia, agitazione, tensione, gioia. Anche lui dopo, la trasformazione del rigore di Grosso nella finale contro la Francia, esclama quattro volte “Campioni del Mondo” come ha fatto il duo Caressa-Bergomi, ma sembra più genuino e meno imposto. Un urlo liberatorio “reeeeeteeeeeeeee” che si gonfia nei polmoni, brucia la gola, la raschia ed esplode. Berlino rimarrà nei nostri ricordi, lui elogia la vittoria delle facce pulite, di Lippi, del post-calciopoli. «E’ nostra, è nostra», dice guardando il trofeo alzato da Cannavaro. E sì, è davvero nostra :

Vince Carter, ala 42enne degli Atlanta Hawks, è diventato nella notte del 5 gennaio il primo giocatore di basket Nba a giocare nella lega in quattro decenni diversi. Con la sua presenza nella partita contro gli Indiana Pacers, infatti, ha giocato in una partita ufficiale nel secondo decennio del XXI secolo dopo che aveva esordito con i Toronto Raptors nel 1999. Da allora ha giocato 22 stagioni, più di qualsiasi altro giocatore nella storia e in carriera ha cambiato molte squadre: le sue cose migliori le ha fatte con i Raptors e con i New Jersey Nets, ma dopo ha giocato con gli Orlando Magic, i Phoenix Suns, i Dallas Mavericks, i Memphis Grizzlies, i Sacramento Kings e gli Hawks.

 

In tutto questo tempo in Nba, Carter non ha mai vinto un titolo, arrivando al massimo alle finali di Conference, nel 2009 con i Magic. È comunque stato uno dei giocatori più forti degli ultimi vent’anni, dotato di un grande atletismo, capace di schiacciate spettacolari e abile anche nel tiro dalla distanza: da cui il suo soprannome Vinsanity.

 

Carter è uno degli unici cinque giocatori ancora in attività nei quattro principali campionati sportivi americani – basket, football, baseball e hockey – ad aver esordito negli anni Novanta: gli altri sono Adam Vinatieri della Nfl e Patrick Marleau, Joe Thornton e Zdeno Chara nella Nhl.

 

L’amichevole Genoa-Rappresentanza Torino è considerata da molti come la prima partita di calcio in Italia tra giocatori di squadre diverse. In realtà, tale definizione non tiene conto di vari incontri svoltisi precedentemente, come i match dei campionati di calcio 1896 e 1897 patrocinati dalla Federginnastica e amichevoli varie tra cui una partita disputatasi nel 1894 ad Alessandria fra una compagine locale e il Genoa, la sfida del 18 settembre 1895 tenutasi a Roma fra la Società Udinese di Ginnastica e Scherma e la Società Rodigina di Ginnastica Unione e Forza e un triangolare del 1º novembre 1897 fra Ginnastica Torino, Torinese e Internazionale Torino.

Negli anni precedenti il football era dunque  sì arrivato in Italia, ma oltre a questi incontri era principalmente confinato nella dimensione di passatempo per marinai inglesi a Genova, ai quali ogni tanto si univa qualche giovane di buona famiglia e qualche curioso, e a diletto per ricchi a Torino.  Ma la mattina dell’Epifania del 1898 tutto stava per cambiare sul campo sportivo di Ponte Carrega a Genova, anche se in pochi allora potevano sospettarlo vedendo scendere dalle carrozze una decina di distinti uomini vestiti da “footballers“.

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Una nevicata impedisce la trasferta dei genovesi a Torino a fine 1897 e così l’amichevole si gioca il 6 gennaio 1898 sulle rive del Bisagno, sul terreno da gioco ricavato all’interno del velodromo. È il primo giorno di scuola per quella che pian piano diventerà la Serie A. La sfida vede il Genoa scontrarsi con una selezione formata da calciatori dell’Internazionale Torino e del Football Club Torinese, a cui si unì il genoano Fausto Ghigliotti, spiega Calcio Romantico, perché gli avversari si sono presentati in dieci per il forfait all’ultimo di Weber.  Venne designato come arbitro il reverendo Richard L. Douglas alla presenza di 154 spettatori paganti e di 208 totali.

Come racconta “l’Uomo nel pallone”, alle due e mezza del pomeriggio la sfida iniziò, e i piemontesi si portarono poco dopo in vantaggio con il gol che sarebbe poi risultato decisivo: a realizzarlo il Marchese John Savage, “Jim” per gli amici, in patria mediocre comparsa in un football già avviato verso il professionismo ma in Italia capace di fare la differenza così come i connazionali presenti sul campo tra compagni di squadra e avversari. Savage avrebbe in seguito militato per due anni nella Juventus, diventandone il primo straniero nonché il fautore della scelta dei colori bianconeri, mutuati da quelli del Notts County dove aveva militato in gioventù e dove aveva amici che gli avevano spedito un set di maglie per la neonata compagine torinese.

Niente sorprese, la finale del Mondiale per club è quella che tutti si attendevano. A giocarsi il trofeo sabato (ore 18:30) saranno dunque Flamengo e Liverpool: 24 ore dopo l’affermazione dei brasiliani che hanno superato l’Al Hilal per 3-1, i Reds hanno avuto la meglio a Doha per 2-1 sul Monterrey, soltanto al 91′, grazie alla rete di Firmino, in campo da 6 minuti al posto di Origi. I campioni d’Europa al Khalifa Stadium si sono imposti al termine di una partita molto combattuta, sbloccata da Keita al 12′, poi il pari di Funes Mori al 14′ e, in extremis, la rete decisiva di Firmino che promuove la squadra di Juergen Klopp.

Non è stato facile per i detentori della Champions League. Eppure il match si era subito messo in discesa per la formazione inglese: splendida l’azione che al 12′ permette a Keita di sbloccare il risultato, dopo una magia di Salah che trova il corridoio giusto per mandare in gol il compagno di squadra. I messicani non si lasciano impressionare e appena due minuti dopo pareggiano con Funes Mori che ribadisce in rete dopo la respinta di Alisson sul sinistro al volo di Pabon Rios: 1-1.

La squadra di Klopp accusa il colpo, la difesa soffre sulle giocate dei due attaccanti messicani che esaltano i riflessi di Alisson (mostruoso al 27′, bravissimo al 37′). Il Liverpool guadagna campo nella parte finale del primo tempo e questa volta è il portiere del Monterrey, Barovero, a fermare in uscita ancora Keita. Nella ripresa non cambia la trama della gara. Centroamericani sempre pericolosi con Alisson che di sicuro non si è annoiato. La squadra di Klopp capisce che non è serata per lasciare spazi agli avversari e arretra di qualche metro il raggio d’azione. Meno offensivo, ma più costruttivo il Liverpool crea un paio di occasioni: prima l’inserimento di Keita, poi l’errore di Origi.

Il Monterrey continua a provarci, ma senza fortuna. Klopp decide di giocarsi la carta Firmino: il brasiliano all’85’ prende il posto di Origi e, al 91′, segna la rete che manda il Liverpool in finale con una zampata vincente che chiude un’azione avviata da Salah e rifinita dall’assist di Alexander-Arnold. Finisce 2-1, il Monterrey avrebbe meritato almeno i supplementari, ma sono i Reds a far festa. E sabato tenteranno di salire sul tetto del mondo.

Inizia oggi l’avventura di Gabigol al Mondiale per club per conquistare la vetta del pianeta. La rassegna iridata entra nel vivo con la prima semifinale tra il Flamengo – dove gioca appunto l’attaccante di proprietà dell’Inter – e l’Al Hilal, la squadra del nostro Sebastiano Giovinco rimasto in panchina nel match vinto nei quarti di finale contro l’Esperance Tunisi (ore 18.30).

In viale Liberazione guardano con attenzione alle prestazioni di Gabigol, vero trascinatore del Flamengo in Coppa Libertadores, che sogna di regalare il titolo alla sua squadra: manca dal 1981 (3-0 al Liverpool, ma era l’Intercontinentale), ai tempi di Zico, uno dei miti del calcio brasiliano che in Italia ha vestito la maglia dell’Udinese. Con altre prestazioni importanti, ed è quello che si augura Beppe Marotta, può lievitare il prezzo del suo cartellino e l’Inter spera di incassare tanti soldi da una sua cessione da investire poi per esaudire le richieste di Antonio Conte nel mercato di gennaio.

L’altra semifinale è Liverpool-Monterrey (mercoledì 18 dicembre ore 18.30). I Reds debuttano così nel Mondiale per club: Jurgen Klopp vuole regalare il primo titolo iridato agli inglesi, per loro una sorta di maledizione avendo perso le finali Intercontinentali del 1981 e del 1984 e del Mondiale per club nel 2005. Salah e compagni cercheranno di sfatare il tabù. Il loro cammino inizierà contro il Monterrey, che in semifinale ha battuto 3-2 l’Al Sadd in una gara ricca di emozioni.

Le squadre europee hanno vinto le ultime sei edizioni della Coppa del Mondo per club, con quattro trionfi per il Real Madrid.

Albo d’Oro Coppa del Mondo FIFA per club

Real Madrid 4 (2014, 2016, 2017, 2018)
Barcelona 3 (2009, 2011, 2015)
Corinthians 2 (2000, 2012)
AC Milan 1 (2007)
Bayern München 1 (2013)
Internacional 1 (2006)
Internazionale Milano 1 (2010)
Manchester United 1 (2008)
São Paulo 1 (2005)

Titoli mondiali per club*

Real Madrid 7 (1960, 1998, 2002; 2014, 2016, 2017, 2018)
AC Milan 4 (1969, 1989, 1990; 2007)
Barcelona 3 (2009, 2011, 2015)
Bayern München 3 (1976, 2001; 2013)
Boca Juniors 3 (1977, 2000, 2003)
Internazionale Milano (1964, 1965; 2010)
Nacional 3 (1971, 1980, 1988)
Peñarol 3 (1961, 1966, 1982)
São Paulo 3 (1992, 1993; 2005)

*Coppa Intercontinentale e Coppa del Mondo FIFA per club

Il cielo è azzurro sopra St. Moritz. In una giornata che poteva essere a rischio causa maltempo, spunta il sole per l’Italia dello sci, che piazza una fantastica doppietta nel SuperG femminile sulle nevi svizzere: torna a vincere Sofia Goggia col crono di 1’12″96, precedendo di un solo centesimo la compagna di squadra Federica Brignone. Sul podio sale anche la statunitense Mikaela Shiffrin in ritardo di 0″13, poi quarta è l’austriaca Nicole Schmidhofer (+0″30) e quinta l’altra svizzera Lara Gut a 72 centesimi dall’azzurra.

Undicesima doppietta azzurra al femminile

Per Sofia si tratta del settimo sigillo in Coppa del Mondo (terzo successo nel superG), la prima vittoria della stagione, arrivata dopo una trasferta americana non soddisfacente, ma la campionessa esce proprio nel momento del bisogno. Secondo podio per Brignone, che replica il secondo posto nel gigante di Killington due settimane fa dove trionfò Marta Bassino. L’Italia celebra l’86esimo successo nella CdM femminile: si tratta dell’undicesima volta nella storia della Coppa del Mondo femminile che almeno due azzurre arrivano davanti a tutta la concorrenza. E andando indietro nel tempo, proprio in SuperG a St.Moritz, ci sono state due doppiette tutte italiane: Karen Putzer e Alessandra Merlin nel 1999 e ancora Karen Putzer davanti a Daniela Ceccarelli nel 2001.

Goggia: “Sofia c’è, mi godo questa bella giornata”

“Oggi mi godo questa bella giornata, dopo i dubbi che ci sono stati a Lake Louise: ‘Sofia c’è, Sofia non c’è..’ e invece eccomi. Speriamo di vivere altre emozioni come quella di oggi”. Queste le parole di Sofia Goggia dopo la vittoria in Svizzera. La bergamasca, scesa in pista con il pettorale numero sedici, è riuscita a fare la differenza nel salto finale, dove ha anche perso un bastoncino a otto porte dal traguardo, ma ha maturato una velocità tale da riuscire a finire davanti alla connazionale, che invece era stata un po’ più prudente in quella fase. “L’ho perso in atterraggio del salto – ha ammesso l’azzurra ai microfoni di Raisport – ho messo talmente forza che ho mollato le mani. Se sono risultati importanti per il gruppo? Sì, ci danno spinta perché alla fine viviamo insieme tanti giorni all’anno”. Domani Goggia tornerà in pista per lo slalom parallelo: “Farò il mio esordio in questa nuova disciplina, è uno slalom con porte da gigante e ti costringe ad avere un tempismo molto breve”.

Brignone: “Brucia un centesimo, è un soffio…” 

“Mi brucia il centesimo, è un soffio. Ci stavo quasi credendo ma sapevo che Sofia poteva arrivarmi davanti, penso comunque di aver sciato bene e sono soddisfatta”. Ecco il commento a caldo di Federica Brignone al termine del SuperG di St. Moritz, chiuso al secondo posto. “Sul salto sono arrivata lunga – ha proseguito l’azzurra ai microfoni di Raisport – mi ha permesso di fare la parte finale molto forte ma lì ho perso e potevo fare qualcosina in più”. Un risultato che dà continuità in una stagione davvero positiva, sin qui, per i colori italiani: “E’ un’altra bella doppietta, chi vince ha sempre ragione, è positivo quando hai una squadra che funziona bene, tutto il team spinge e tutti si lavora per lo stesso obiettivo”, ha chiosato la 29enne nata a Milano. Anche il resto della squadra italiana si è comunque ben comportato: Elena Curtoni è 15esima con un ritardo di 1″06 sulla Goggia, 17esima Francesca Marsaglia (+1″27), 18esima Marta Bassino (+1″51) e 23esima Nicol Delago a +1″86.

Shiffrin leader in classifica, salgono le due azzurre

In classifica generale Mikaela Shiffrin vola a quota 532, davanti a Viktoria Rebensburg che ha solamente meno della metà dei suoi punti (262), mentre Federica Brignone sale al terzo posto con 241. Balzo in avanti anche per Sofia Goggia, che risale in settima piazza frutto dei suoi 186 punti. Domenica tutte di nuovo in pista per il primo slalom parallelo della stagione, ma intanto si festeggia: a St.Moritz l’Italia risponde presente.

Ho avuto il tumore, l’ho sconfitto e oggi vivo di felicità

Francesca Schiavone l’affida ai social la sua intima confessione, un gesto di liberazione e di vittoria: 55 secondi per rendere pubblico il male, perché dopo mesi di assenza l’ex campionessa del tennis azzurro riappare e senza nascondere un briciolo di emozione, col viso provato, ma sereno, racconta la battaglia contro il male, ma soprattutto la vittoria. La sua più bella, lei che sui campi in terra o in cemento di tutto il mondo ha fatto grande l’Italia rosa della racchetta, lei capace di arrivare ai piedi del podio della classifica mondiale (4/a, solo Adriano Panatta era arrivato a tanto), lei che ha conosciuto nel trionfo al Roland Garros 2010 il punto più alto della sua carriera. Poi il ritiro, l’attività da allenatrice: adesso la parentesi buia rivelata a partita vinta.

 

Francesca Schiavone si era ritirata a settembre 2018, agli Us Open: congedandosi dal tennis giocato aveva detto col sorriso «ho realizzato i miei sogni». Sulla scena internazionale che conta e prima azzurra a vincere un torneo dello Slam battendo in finale a Parigi l’australiana Samanta Stosur (la seguirà nel 2015 Flavia Pennetta conquistando l’Open americano, e proprio la pugliese inonda di cuori il post dell’ex compagna), Francesca Schiavone si è conquistata sul campo il soprannome di Leonessa. E con la grinta di sempre deve aver combattuto, così come i tanti campioni che per una vita hanno giocato, perso, vinto e all’improvviso hanno dovuto fare i conti con la malattia. Senza mai arrendersi, con 8 tornei WTA in singolare e 7 in doppio in bacheca, il nuovo ruolo di allenatrice, alla soglia dei 40 anni ha sconfitto il rivale più temibile. Ma è già ripartita:

 Ci rivedremo presto, felice di quello che sono oggi

Mercoledì 11 dicembre, la commissione Bilancio del Senato ha approvato un emendamento alla manovra che equipara le sportive ai loro colleghi uomini. Anche le atlete, dunque, diventano delle professioniste. Tale emendamento va infatti a estendere le tutele previste dalla legge sulle prestazioni di lavoro sportivo e, proprio al fine di promuovere il professionismo nello sport femminile, introduce un esonero contributivo al 100 per cento per tre anni per le società sportive femminili che stipulano con le atlete contratti di lavoro sportivo.

Una novità che rappresenta un passo avanti importantissimo non solo per le calciatrici, ma naturalmente anche per tutte le atlete italiane che praticano altre discipline. Fino ad oggi le donne atlete erano soggette alla legge 91/1981, la quale non concedeva loro lo status di professioniste.

Con l’introduzione di questo agognato riconoscimento in Legge di Bilancio, quindi, le società sportive non avranno nemmeno più quegli alibi che finora gli consentivano di non assumere le atlete: con il nuovo scivolo di tre anni per il pagamento dei contributi opporsi ancora al professionismo diventerebbe “davvero impopolare”, come fa notare il Corriere. Ora sta alle singole Federazioni sportive deliberare in consiglio per le loro tesserate lo status giuridico: si tratta di passaggi tecnici e formali determinanti perché la legge, una volta approvata, trovi la sua concretizzazione pratica.

L’apertura al professionismo femminile riguarda non solo i quattro grandi sport di squadra – calcio, basket, volley e rugby – ma tutte le discipline sportive, e il budget stanziato dall’esecutivo per l’esonero contributivo è di venti milioni per il prossimo triennio (4 per il 2020, 8 per il 2021 e 2022). Tali contributi saranno a carico dello Stato fino a un massimo di 8 mila euro a stagione (pari a un lordo di 30 mila, il tetto massimo degli stipendi in Italia).

Katia Serra, responsabile per il calcio donne dell’Assocalciatori, ha detto:

Un passo storico e rivoluzionario che risolverebbe il problema della sostenibilità nei grandi sport di squadra. Ora tocca alle singole federazioni a deliberare il professionismo. Faccio fatica a immaginare, se l’emendamento dovesse passare, a quale altro alibi i presidenti dei club potrebbero appigliarsi

 

 

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Un ottimo inizio per il percorso in #CoppaItalia, con una prestazione pulita che ci permette di raggiungere i quarti di finale di questa importante competizione👍 E ugualmente oggi è un ottimo principio per temi ancora più rilevanti. È passato durante l’esame della Legge di Bilancio l’emendamento a firma del Senatore @tommaso.nannicini per lo sgravio su contributi assistenziali e previdenziali per le società sportive #femminili per le prossime tre stagioni. Siamo #professioniste oggi dopo questo? No. È l’inizio di una partita che va giocata con nuovi inserimenti e vinta? Sì. È nelle Federazioni che si decide in merito allo status delle atlete e così sarà in #Figc, dove ne discuteremo assieme ai nostri club. Troviamo assieme la via migliore per un obiettivo che oggi è più vicino. Un ringraziamento alle diverse forze politiche che si sono unite per affrontare un tema trasversale come il nostro👏 #LiveAhead #Juventus #AtletePro #Professionismo

Un post condiviso da Sara Gama (@saragama_ita) in data:

Sara Gama, capitana della Nazionale femminile, ha scritto sul suo profilo Instagram:

Siamo professioniste oggi dopo questo? No. È l’inizio di una partita che va giocata con nuovi inserimenti e vinta? Sì. È nelle Federazioni che si decide in merito allo status delle atlete e così sarà in Figc, dove ne discuteremo assieme ai nostri club. Troviamo assieme la via migliore per un obiettivo che oggi è più vicino. Un ringraziamento alle diverse forze politiche che si sono unite per affrontare un tema trasversale come il nostro