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Redazione mondiali.it

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Fonte: comunicato stampa Federvolley

La Nazionale naschile subisce la sua prima sconfitta in questi Campionati Europei. I ragazzi di Blengini hanno ceduto con l’onore delle armi ai padroni di casa della Francia con il punteggio di 1-3 (22-25, 25-22, 22-25, 22-25). Come noto le squadre erano già sicure dei primi due posti del raggruppamento quindi in ballo c’era solo la leadership della pool. In virtù della seconda piazza conquistata con 12 punti, l’Italia proseguirà il suo cammino a Nantes dove negli ottavi di finale affronterà domenica 22 settembre alle ore 17 la Turchia giunta terza nella pool C disputatasi a Lubiana.

Le due squadre hanno comunque dato vita a un match vibrante durante il quale non si sono di certo risparmiate regalando spettacolo ai più di 7mila spettatori presenti sugli spalti. Il livello tecnico è stato buono così come numerosi sono stati i capovolgimenti di fronte, frutto molto spesso di errori. L’Italia dal canto suo si è espressa a sprazzi non riuscendo a trovare la continuità di gioco necessaria contro un’avversaria come la Francia. Dopo aver rimontato l’iniziale svantaggio gli azzurri sembravano aver rimesso la situazione nella carreggiata desiderata, ma un successivo black out nel terzo set pagato poi con la sconfitta nel parziale è sembrato essere il momento in cui l’inerzia della gara è definitivamente cambiata. Per quanto riguarda le formazioni di partenza Blengini ha effettuato un solo cambio rispetto a ieri schierando al centro Davide Candellaro al posto di Simone Anzani confermando il resto della formazione che come di consueto ha previsto la diagonale Giannelli-Zaytsev, Antonov e Juantorena gli schiacciatori, Piano altro centrale, Colaci libero. Diversi i cambi invece per i padroni di casa con Tillie che ha scelto Toniutti palleggiatore, Boyer opposto, Ngapeth (per la prima volta titolare dall’inizio della manifestazione dopo i noti problemi fisici) e Clevenot schiacciatori, Le Goff e Chinenyeze i centrali con Grebennikov libero.

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CRONACA

Nel primo set le due squadre non si sono di certo risparmiate dando vita a un match molto bello e dai toni agonistici elevati. Italia e Francia si sono affrontate a viso aperto sin dalle primissime battute rimanendo a stretto contatto fino sul 20-19 per i transalpini. Un turno al servizio di Ngapeth e un’ottima fase a muro dei padroni di casa ha però minato le certezze degli azzurri che hanno finito per cedere 25-22 dopo aver annullato anche una palla set.

Nel secondo Tillie ha continuato a far girare i suoi uomini cambiando il palleggiatore (Brizard dentro) e inserendo Tilile e Rossard come martelli. Solita squadra invece per l’Italia che nel frattempo ha continuato ad esprimere il suo gioco accumulando un vantaggio di 4 lunghezze (19-15); margine che comunque i ragazzi di Blengini sono stati bravi ad amministrare fino sul 25-22 che ha decretato la parità nel match. Terzo parziale caratterizzato ancora da grande equilibrio con le squadre sempre a contatto e decise a non cedere il passo l’un l’altra. Il risultato è una gara davvero bella che ha regalato spettacolo al numeroso pubblico presente. Sul 17-15 in loro favore però gli azzurri subiscono un parziale di 5-0 che ribalta completamente la situazione galvanizzando i transalpini che a quel punto non hanno lasciato scampo agli azzurri che hanno finito per cedere 25-22 trovandosi nuovamente in svantaggio nel computo generale del match.

Nel quarto Blengini ha riproposto Lanza dall’inizio nella formazione iniziale dopo che già nel parziale precedente il martello aveva trovato spazio. Purtroppo però gli azzurri non sono riusciti più a cambiare l’inerzia del match cedendo 25-22 dopo aver annullato un match ball.

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BLENGINI: «Era una gara che contava solo per conoscere chi affronteremo negli ottavi. Noi da parte nostra non ci siamo espressi al meglio e contro la Francia certe cose poi le puoi pagare. Ovviamente dobbiamo considerare anche gli aspetti della gestione della gara. Sto ragionando su cosa non ha funzionato e ora ci concentreremo sul match contro la Turchia ragionando step by step come facciamo sempre»

PIANO: «Non è stata esattamente la gara che ci aspettevamo, nel senso che avremmo voluta disputarla meglio. Certo per lunghe fasi ci siamo rincorsi e nessuna delle due riusciva ad imporsi definitivamente sull’altra. Avremmo potuto giocare meglio, sicuramente ma ora noi dobbiamo solo pensare agli ottavi di finale dove affronteremo la Turchia contro la quale giocammo anche due anni fa. Ora arrivano le partite da dentro o fuori e non possiamo più sbagliare».

 

TABELLINO

ITALIA- FRANCIA 1-3 (22-25, 25-22, 22-25, 22-25)
ITALIA: Giannelli, Zaytsev 21, Juantorena 16, Piano 6, Antonov 8, Candellaro 8, Colaci (L). Nelli, Balaso (L), Anzani 2, Lanza 4, Lavia, Sbertoli. Ne: Russo. All. Blengini
FRANCIA: Toniutti, Ngapeth 15, Boyer 13, Le Goff 14, Clevenot 6, Chinenyeze 13. Grebennikov (L). Brizard 1, Tillie 7, Rossard, Lyneel 5, Patry 3. Ne: Le Roux (L), Bultor All. Tillie
Arbitri: Cambre (BEL), Grieder (SUI)
Spettatori: 7114
Durata set: 28’, 31’, 28’, 31’
Italia: a 4 bs 12 mv 10 et 14
Francia: a 5 bs 14 mv 15 et 20

Un percorso netto fino alla finale di Pechino, contro l’altra imbattuta Argentina, ma la Spagna non si è incartata e ha dominato anche l’ultima partita, vincendola 95-75 e alzando in trionfo il 2º titolo iridato della sua storia, dopo quello del 2006 contro la Grecia. È l’ennesimo trofeo in una bacheca diventata di recente ricchissima: tre podi nelle ultime tre Olimpiadi e nove medaglie (tre d’oro) negli ultimi dieci Europei.

L’alchimista di tutto questo porta il nome di Sergio Scariolo, bresciano di 58 anni, il “mago” italiano, come qualcuno con orgoglio nazional popolare tende a sottolineare. Eppure proprio l’Italia gli ha chiuso le porte in faccia: nel 2013 è stato costretto a dimettersi dalla panchina di Milano e coincise con il definitivo addio del tecnico al nostro basket, dove pure aveva centrato lo scudetto 1990 con Pesaro, a soli 29 anni e più giovane di alcuni big di quella Scavolini.

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Poi guidò ancora Desio e Fortitudo Bologna, prima di fare fortuna all’estero: Vitoria, Real Madrid (2 titoli nazionali) e Malaga (1) in Spagna, Khimki in Russia, poi ancora Vitoria dopo la triste parentesi milanese. Intanto nel 2009 era diventato anche ct delle Furie Rosse e in Spagna aveva trovato la sua nuova compagna, l’ex cestista Blanca Ares, ed erano nati i figli Carlotta e Alessandro.

Ma dopo l’argento olimpico di Londra 2012, Scariolo decise di lasciare la Nazionale iberica, che però lo richiamò a furor di popolo tre anni più tardi, dopo il flop nel Mondiale casalingo. E ancora una volta il ct riuscì a rilanciarla. Laurea in legge, grande attenzione al look e il soprannome di «Pat Riley» (ex grande coach Nba dei Lakers) per il gel sui capelli tirati all’indietro, Scariolo è rimasto legato all’Italia solo per la sua passione sfegatata per l’Inter, che lo portò nel 2010 a un folle viaggio andata e ritorno in 24 ore da Mosca, dove allenava il Khimki, a Madrid per la finale di Champions tra i nerazzurri e il Bayern. Di recente è andato anche alla scoperta dell’America, dove ha appena vinto il titolo Nba con Toronto come vice di coach Nurse.

 

L’accoppiata nella stessa stagione tra titolo Usa e Mondiale è riuscita anche al più carismatico dei cestisti spagnoli, Marc Gasol, lui pure dei Raptors, secondo cestista nella storia a riuscirci dopo Lamar Odom dei Lakers nel 2010. Lo stesso Gasol è stato inserito nel quintetto ideale dei Mondiali con il compagno Rubio (Mvp della finale e del torneo iridato), Bogdanovic (Serbia), Scola (Argentina) e Fournier (Francia).
Tra i big nessuna traccia invece della Nazionale Usa, finita settima e mai così deludente nella storia, anche perché snobbata dalle stelle Nba, come LeBron James e Steph Curry.  E l’Italia? Fra le prime otto Nazionali della classifica finale (Spagna, Argentina, Francia, Australia, Serbia, Repubblica Ceca, Usa e Polonia) ci sono cinque europee ma non gli azzurri, solo decimi.

 

Pietro Mennea è stato il più forte corridore italiano nella storia dell’atletica leggera. Nato a Barletta nel 1952, soprannominato “la Freccia del Sud”, vinse la medaglia d’oro nei 200 metri piani e due bronzi alle Olimpiadi estive di Mosca del 1980. In quegli anni fu probabilmente l’atleta italiano più famoso e di maggior influenza, anche grazie allo storico record del mondo sui 200 metri piani stabilito nel 1979 alle Universiadi di Città del Messico, che poi durò quasi diciassette anni.

La gara si tenne il 12 settembre di quarant’anni fa, nel corso della decima edizione delle Universiadi. Partito dalla quarta corsia ai 2.248 metri di altitudine dello stadio Azteca – lo stesso dove nove anni prima si era disputata la “partita del secolo” tra Italia e Germania – Mennea corse i 200 metri piani in 19.72 secondi spinto da un vento favorevole. Vinse la finale con grande distacco dal secondo classificato e migliorò il precedente record del mondo, stabilito dallo statunitense Tommie Smith undici anni prima, peraltro sulla stessa pista. Al termine della gara Mennea venne raggiunto dai giornalisti, ai quali disse col fiatone: «Un ragazzo del Sud Italia senza piste oggi è riuscito a fare il record del mondo, anche se mi dispiace averlo tolto al favoloso Tommie Smith».

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Il record di Mennea venne superato soltanto diciassette anni dopo da un altro grande atleta statunitense, Michael Johnson, che lo abbassò a 19.66 durante i trials americani per le qualificazioni alle Olimpiadi di Atlanta. Il suo 19.72 rimane comunque il miglior tempo di sempre fatto registrare da un europeo, mentre un altro suo record, quello italiano sui 100 metri stabilito sempre alle Universiadi di Città del Messico, è resistito fino all’anno scorso, quando è stato migliorato da Filippo Tortu.

In carriera Mennea vinse anche un oro e un argento ai Mondiali e sei medaglie agli Europei. Da atleta è ricordato tuttora da colleghi e giornalisti dell’epoca per la sua dedizione al lavoro e per la rigidità che si imponeva negli allenamenti, la stessa che poi mantenne dopo il ritiro dalle corse in tutte le cose che fece. Si laureò quattro volte: in Scienze Politiche, Giurisprudenza, Scienze Motorie e Lettere. Fece l’avvocato, il docente universitario, il commercialista e il parlamentare europeo. Con la moglie fondò una ONLUS benefica per la ricerca e lo sport. E’ morto il 21 marzo 2013 per un tumore.

Una tifosa iraniana di calcio di 30 anni che  si è data fuoco fuori da un tribunale di Teheran, in Iran, è morta per le ferite riportate, ha detto l’agenzia di news iraniana Shafaghna. La donna era stata identificata dalla stampa come Sahar Khodayari, anche se non era il suo vero nome: si era data fuoco dopo avere saputo che avrebbe potuto essere condannata a sei mesi di carcere per avere tentato lo scorso marzo di entrare in uno stadio a vedere una partita della squadra di cui era tifosa, l’Esteghlal. La donna era stata individuata dalla polizia nonostante si fosse travestita da uomo, con una parrucca blu – come il colore dell’Esteghlal – e un cappotto lungo. In Iran le donne non possono assistere alle partite di calcio; chi viola la legge, in vigore dal 1981, rischia di finire in prigione.

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Il Guardian ha scritto che prima di darsi fuoco Khodayari aveva passato tre giorni in prigione. Poi era stata liberata e aveva aspettato sei mesi per l’inizio del processo. Quando si era presentata in tribunale, ha scritto BBC, aveva scoperto che l’udienza era stata rimandata perché il giudice aveva avuto un’emergenza familiare; quel giorno però aveva sentito dire da qualcuno in tribunale che sarebbe stata condannata a un periodo di carcere compreso tra sei mesi e due anni. Quando era uscita, si era data fuoco.

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Ali Karimi, ex giocatore iraniano del Bayern Monaco che nella sua carriera giocò 127 partite per la nazionale, ha invitato tutti i tifosi iraniani di calcio a boicottare gli stadi come segno di protesta per la morte di Khodayari. Andranik “Ando” Teymourian, calciatore iraniano armeno e primo cristiano a essere capitano della nazionale iraniana, ha scritto in un tweet che bisognerebbe dare il nome di Khodayari a uno dei principali stadi di Teheran. Masoud Shojaei, attuale capitano dell’Iran, ha detto che il divieto per le donne di entrare allo stadio è ormai «vecchio» e sarebbe da cambiare. Il ministro dell’Informazione iraniano, Mohammad-Javad Azari Jahromi, ha descritto invece la morte di Khodayari come un «amaro incidente».
La Roma, invece, ha cambiato sul suo profilo Twitter il colore del logo da rosso tradizionale a blu:

 

Il 3 settembre, il primo ministro delle Bahamas, Hubert Minnis,  ha parlato «della più grande crisi nazionale nella storia del nostro paese», dichiarando inoltre che dal passaggio dell’uragano risultano disperse circa 5.500 persone e che ci sarebbe voluto moltissimo tempo per avere un quadro chiaro e definitivo dei danni.

L’uragano Dorian ha lasciato dietro di sé un’eredità di morte e distruzione. Finora sono  50 le vittime accertate, una cifra solo parziale a fronte di migliaia e migliaia di dispersi, oltre ai danni valutati finora sui 7 miliardi di dollari. Anche il mondo NBA è stato colpito al cuore dalla tragedia occorsa all’arcipelago che, fra i tanti, ha dato i natali anche alla guardia dei Sacramento Kings Buddy Hield e al lungo dei Phoenix Suns Deandre Ayton. Entrambi hanno donato di tasca propria 100.000 dollari ma l’impegno dei due giocatori non finisce qui: il primo ha aperto un fondo dove chiunque può donare in supporto alla popolazione colpita (che al momento ha raccolto più di 180.000 dollari) mentre il secondo ha coinvolto tutta la comunità dei tifosi dei Suns per raccogliere quei beni di prima necessità necessari nell’arcipelago colpito dall’uragano.

Gesti e denaro sicuramente fondamentali per le popolazioni colpite da Dorian, che da oggi possono anche contare sull’aiuto di uno dei più grandi giocatori di sempre, Michael Jordan, che ha scelto di donare di tasca propria un milione di dollari:

Sono rimasto devastato nel vedere la distruzione portata dall’uragano Dorian alle Bahamas, dove possiedo degli immobili e dove mi reco spesso in visita. I miei pensieri vanno a tutte le persone che stanno soffrendo e a chi ha perso i propri cari. Mentre gli sforzi per avviarsi verso un recupero continuano, voglio monitorare di persona la situazione e identificare quelle organizzazioni no profit che potranno utilizzare al meglio i fondi a disposizione, generando il massimo impatto possibile. La gente della Bahamas è forte, non molla mai: spero che la mia donazione possa aiutarli a riprendersi in fretta da questa catastrofe

Non è la prima volta che MJ si dimostra così sensibile all’impatto devastante degli uragani sulle zone colpite: l’anno scorso la sua donazione a favore della gente North Carolina (lo stato da cui lui proviene, dov’è andato al liceo e al college) all’indomani del passaggio dell’uragano Florence era stata addirittura di due milioni di dollari.

Lo scorso giugno fece parecchio scalpore la decisione del Pallone d’Oro Ada Hegerberg di non prendere parte al Mondiale di calcio femminile che sarebbe iniziato di lì a poco.

L’attaccante della nazionale norvegese, una delle calciatrici più pagate al mondo, ha voluto dare voce e visibilità al movimento di calciatrici che da tempo si batte per la parità salariale tra le calciatori e calciatrici. Mentre i primi guadagnano alcune decine di milioni di euro (ai quali vanno poi aggiunti premi e sponsorizzazioni varie), le seconde non sfondano la soglia del mezzo milione di euro. In Italia, considerata la natura dilettantistica le calciatrici non ricevono uno stipendio, ma dei semplici rimborsi.

Un cambio di direzione arriva, però, dalla Finlandia. La Federazione calcistica finlandese ha riconosciuto la piena parità tra le calciatrici e i calciatori che vestiranno la maglia della nazionale: è stato sottoscritto un accordo che equipara le gare giocate con la rappresentativa nazionale femminile a quelle giocate con la formazione maschile. E, di conseguenza, ha portato allo stesso livello il “gettone di presenza” che calciatori e calciatrici ricevono per indossare la maglia della nazionale finlandese.

BIEL, SWITZERLAND - APRIL 05: Team of Finland behind the Finland flag during their national anthem prior the international friendly football match between Switzerland Women and Finland Women at Tissot-Arena on April 5, 2019 in Biel, Switzerland. (Photo by Daniela Porcelli/Getty Images)

L’accordo di durata quadriennale prevede che, a partire dalle prossime convocazioni, le calciatrici ricevano lo stesso gettone di presenza oggi corrisposto ai giocatori della nazionale maschile. Una decisione, sottolinea il presidente della Federcalcio finlandese Ari Lahti , dettata dalla volontà di essere parte attiva nella creazione di una società più giusta ed equa. Inoltre, aggiunge il Presidente Lahti, la maggior visibilità dovrebbe consentire di trovare nuovi sponsor e nuove persone pronte a investire nello sviluppo del calcio femminile.

Questo non vuol però dire che, a livello di club, calciatrici e calciatori riceveranno lo stesso stipendio. Come detto, l’accordo tra la Federcalcio del Paese scandinavo e le associazioni giocatori ha valore solamente per le gare giocate con la maglia della nazionale. Sul fronte degli emolumenti ricevuti dai club, invece, le calciatrici dovranno continuare a trattare singolarmente, nella speranza che, nel medio periodo, i loro stipendi si avvicinino quanto più possibile a quello dei loro colleghi uomini.

 

Inizio di stagione 2004. Federer è reduce dal successo di Wimbledon, conquistato nel 2003, e Nadal era un ancora ragazzino, ma in rampa di lancio pronto a esplodere. In quel momento la differenza di Slam vinti tra i due futuri campionissimi era pari a uno, ovviamente.

Eppure quel momento lì, agli esordi di quello che poi sarebbe consacrato come il duello del nuovo secolo nel tennis, è stato l’unico e il primo con il minimo scarto di Slam vinti. Prima di oggi. Con il successo agli US Open contro il russo Daniil Medvedev, il maiorchino ha infatti quasi completato la sua rimonta: è tornato vicinissimo a Re Roger anche se le bacheche dei due sportivi sono leggermente più piene.

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Roger Federer 20 titoli dello Slam, Rafael Nadal 19 e mettiamoci anche Novak Djokovic che di successi ne ha 16. In totale, 55 Majors conquistati da tre soli giocatori in un lasso di tempo di 66 tornei: gli altri stanno a guardare mentre i tre scrivono ancora livelli che nessuno poteva immaginarsi a inizio degli anni 2000. Prima dell’avvento di Roger Federer, infatti, resistevano i 14 titoli della Slam di Pete Sampras e già quello sembrava un limite impossibile.

Ma al contrario di quanto successe anni fa, quando Roger era già affermato (nel 2004 vinse tre Slam), adesso è Rafa a viaggiare alla velocità maggiore. «Quando aggancerà Federer?», è stata una delle domande più gettonate del post sfida a Medvedev. Pochi hanno trovato una risposta convincente, anche se l’evento potrebbe verificarsi già la prossima primavera, con il nuovo Roland Garros. Sedici anni sono passati, dalle prime acerbe sfide…vorremmo rivivere tutto per almeno altrettanti 16 anni.

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Charles Leclerc ha vinto il GP d’Italia e riportato una Ferrari sul gradino più alto del podio di Monza a 9 anni di distanza dall’ultima volta. Il monegasco ha trionfato al termine di una gara tiratissima, in cui ha dovuto tenere a bada le scatenate Mercedes di Bottas e Hamilton, rispettivamente 2° e 3° al traguardo. Gara buttata da Sebastian Vettel, che è finito in testa coda in avvio, è stato penalizzato e ha poi chiuso addirittura 13°.

Il digiuno è finito. Dopo aver regalato il primo successo stagionale alla Rossa a Spa, Charles ha anche riportato a Maranello la vittoria più ambita, quella nel GP di casa, che mancava dal trionfo di Alonso del 2010. Lo ha fatto al termine di una battaglia al cardiopalma con le Mercedes, prima quella di Hamilton, poi quella di Bottas, arrivato nel finale con gomme molto più fresche dei due rivali. Come in Belgio, il monegasco è stato fenomenale nel resistere alla pressione, nonostante un paio di errori (e un paio di ammonizioni da parte dei commissari), che hanno fatto salire il cuore in gola alla marea rossa dell’autodromo.

Alla fine, però, i tifosi hanno potuto esultare. Il tutto nonostante la domenica da incubo di Sebastian Vettel. Il tedesco è finito in testacoda (da solo) alla variante Ascari, mentre si trovava al 4° posto e stava spingendo per provare ad agguantare la coppia Mercedes. Finito nella ghiaia, è poi rientrato improvvisamente in pista, andando a colpire la Racing Point di un incolpevole Stroll. Una manovra piuttosto pericolosa, che gli è costata anche un’inevitabile penalità: 10 secondi di stop and go. Risultato finale: un 13° posto che fa male a lui e a tutti i tifosi della Rossa. Ennesimo pasticcio per un pilota che sembra ormai l’ombra di se stesso.

La notizia positiva è che Charles Leclerc parte in pole nel GP d’Italia. La quarta stagionale e la seconda consecutiva dopo Spa per il pilota monegasco. La notizia negativa è che la prima casella della griglia di Monza è arrivata al termine di un Q3-farsa, in cui tutti i piloti hanno rallentato per cercare le scie e poi hanno preso bandiera a scacchi, senza poter migliorare il tempo del primo stint. Secondo Hamilton, in seconda fila Bottas e Vettel.

Una qualifica mai vista prima, una situazione quasi “da Moto3“, che non dà certo una bella immagine della F1. Quello di Monza è stato senza dubbio il Q3 più bizzarro della stagioneLeclerc ha chiuso in 1’19”307 il primo stint, tenendosi alle spalle le due Mercedes di pochissimo (+ 0”039 Hamilton+ 0”047 Bottas). Vettel aveva ottenuto il 4° tempo (+ 0”150), senza riuscire a prendere neanche una scia, a differenza dei tre rivali. Poi, la farsa: piloti fuori a 2 minuti dalla fine della sessione, continui rallentamenti in pista per cercare di prendere la scia migliore e passaggio sul traguardo quando la bandiera a scacchi aveva già cominciato a sventolare.

Una grossa delusione per Seb, che aveva tutte le carte in regola per fare benissimo e regalare ai tifosi una prima fila tutta rossa. Hanno ottenuto il massimo invece le Mercedes, che sembravano destinate a inseguire a distanza e invece si sono ritrovate lì, pronte ad attaccare Charles in partenza e con un passo gara eccezionale. Il giro conclusivo è stato messo sotto investigazione, ma Hulkenberg, Sainz e Stroll sono semplicemente stati richiamati con una reprimenda ufficiale mentre le riprese tv non hanno chiarito se Vettel, nel giro che gli è valso il quarto tempo, avesse oltrepassato il bordo pista alla Parabolica e quindi non sono stati presi provvedimenti.

L’appuntamento con la gara è alle 15.10 in diretta esclusiva su Sky Sport F1 (canale 207) e Sky Sport Uno (canale 201).

 

Diventerai un campione

A dirlo è Rafa Nadal dopo due ore e 40 minuti di gara in cui un Matteo Berrettini da applausi a tenuto botta al tennista spagnolo nella semifinale degli US Open, ma poi è costretto ad arrendersi di fronte al maiorchino che lo batte in tre set: 7-6 (6), 6-4, 6-1. Partita solidissima del romano, che gioca a lungo alla pari con il temutissimo avversario, si porta sul 4-0 nel tie-break del primo set e annulla nove palle break. Poi il crollo sul 3-3 del secondo set, ma Nadal lo promuove.

 

Nadal affronterà Daniil Medvedev in finale, per Matteo Berrettini il sogno della grande impresa, quella di poter essere il primo italiano a giocarsi il torneo newyorkese fino all’ultimo atto, svanisce. Il primo set è da spellarsi le mani dagli applausi per quanto il romano lo gioca bene. Il primo game va agevolmente a Nadal, Berrettini si prende solo un punto e appare molto nervoso. Si tratta però solo di un’impressione, dato che il romano apre il suo turno di servizio con un ace. Rafa tenta di azzannarlo e vuole accelerare la pratica, ma Matteo rintuzza tutto e gli annulla subito due palle break. Il set è stupendo anche perché giocato assolutamente alla pari, Berrettini è perfetto nella strategia di giocare colpo su colpo sul suo temibilissimo avversario che a un certo punto sembra anche perdere la flemma: infila infatti un doppio fallo, vanifica altre tre palle break sul 4-3 e perfino la palla del set point sul 5-4. Si va al tie-break, con Berrettini che sembra in vantaggio dal punto di vista mentale: Nadal perde infatti due volte il servizio e il doppio minibreak dell’azzurro vale un impensabile 4-0. La rimonta di Nadal è però tanto lenta quanto inesorabile: 5-2, poi 6-4, quindi 6-6 (su un azzardo di Matteo, una palla corta). Fino al 6-8, che regala al maiorchino un set che probabilmente mai avrebbe pensato potesse sfondare il muro dell’ora e un quarto di durata.

 

Lo schema rimane sostanzialmente inalterato anche nel secondo set: Nadal attacca, Berrettini rintuzza. E sembra funzionare, se è vero che Matteo mantiene un altro turno di servizio dopo dieci punti, annullando anche le palle break numero sette e otto della partita di Nadal (che ancora non se n’è portata a casa nemmeno una). Arriverà anche la nona, ancora una volta annullata dall’italiano in un terzo game un po’ meno teso, ma l’impressione che il pendolo del match stia iniziando a pendere verso re Rafa è palpabile: il 3-3 del sesto game matura dopo che Berrettini è riuscito a prendersi un solo punticino nei tre turni con Nadal alla battuta. E alla fine il fortino romano cade al settimo game, che lo spagnolo si prende con un break point quasi immediato mentre Berrettini è appena a 15. Reagire a questo punto diventa una missione quasi impossibile, serve un ulteriore cambio di passo che Matteo non ha più nelle braccia e nelle gambe (anche se probabilmente nella testa e nel cuore sì). Il set finisce senza ulteriori scossoni: ognuno conserva il turno di battuta.

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Berrettini ci prova, in un terzo set che si apre con un game eterno e massacrante: dieci punti, esattamente come il set precedente, ma stavolta le pile stanno finendo e al primo break point Nadal si prende tutto. Si tratta solo del punto dell’1-0, ma vale molto di più. Di fatto è il lasciapassare per la finale, anche se farlo capire a Berrettini è dura: Matteo si prende il terzo game senza lasciare punti a Nadal, quindi si toglie lo sfizio di annullargli altri tre break point sul 3-1. Il maiorchino però stavolta non lascia feriti lungo il cammino, e la quarta palla break è quella giusta: secondo servizio perso per Berrettini, che non tornerà più in partita e dovrà accontentarsi di un 6-1 finale, ingeneroso per quanto mostrato durante l’intero match.