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Redazione mondiali.it

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A maggio 2014, è stato trovato positivo a uno stimolante, ma fu sospeso dalla Federazione cinese appena tre mesi, in tempo per partecipare ai Giochi Asiatici. Poi lo scorso settembre la polemica per la presunta distruzione, a colpi di martellate, di una provetta contenente il suo sangue: Una vicenda che la Wada, l’agenzia internazionale anti-doping, ha portato all’attenzione del Tas che però non si pronuncerà prima di settembre 2019, a Mondiali ormai finiti.

Con questa losca e nebulosa premessa il nuotatore cinese Sun Yang, sei medaglie olimpiche e 14 mondiali, sta partecipando ai Mondiali di nuoto a Gwangju. Una situazione delicata che, però, sta trovando l’opposizione e il rifiuto di diversi colleghi con gesti clamorosi: il primo è dell’australiano Mack Horton, che aveva preceduto il cinese a Rio 2016, piazzatosi secondo nei 400 in un podio chiuso dal bronzo di Gabriele Detti.
Ecco, su quel podio Horton non c’è proprio salito, proprio non ne voleva sapere ed restato giù. Il momento è stato imbarazzante, Horton fissava il vuoto, non degnando nemmeno di uno sguardo il campione del mondo. Serissimo l’australiano davanti al presidente Barelli, che doveva effettuare la consegna delle medaglie: «Le sue azioni e il modo in cui è stata gestita tutta la faccenda la dicono lunga», ha commentato dopo la cerimonia della premiazione a Gwangju Horton, che già a Rio aveva attaccato Sun Yang definendolo un “drug cheat”, un truffatore dopato.

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E mentre la Fina, la Federazione internazionale del nuoto, ha ammonito l’australiano – che nel frattempo è stato accolto da una standing ovation dagli altri nuotatori quando è entrato nella mensa del villaggio -lunedì 23 luglio, è andato in scena un altro gesto eclatante: Sun Yang ha vinto nuovamente questa volta nei 200 stile libero, perché i giudici hanno squalificato il lituano Danas Rapsys, primo in vasca, per falsa partenza.  Ma lo stesso cinese ha perso le  staffe durante la premiazione mandando a quel paese in mondovisione il britannico Duncan Scott, bronzo ex aequo col russo Malyutin colpevole di non avergli voluto stringere la mano. Un doppio sonoro “fuck” che ha tradito il serafico e glaciale nuotatore cinese.

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Un tiro deviato di Bounedjah al 2’ regala il successo alle Volpi del Deserto, campioni 29 anni dopo l’ultimo successo nel torneo. Al Cairo, la nazionale allenata da Belmadi piega in finale il Senegal, che chiude secondo come nel 2002 e non riesce a interrompere la maledizione che non l’ha mai visto trionfare nel torneo continentale. L’Algeria aveva vinto la sua prima e sinora unica Coppa d’Africa quasi 8 anni prima della nascita di Ismael Bennacer. Era il 1990 e oggi il giovane centrocampista nato in Francia è stato scelto come il miglior giocatore del torneo.

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Bennacer ha 21 anni. Ha il padre marocchino e la madre algerina. E ha giocato nell’Under 18 e nell’Under 19 francese. Il suo debutto con la nazionale marocchina sembrava certo, veniva dato per scontato. Poi all’improvviso fu chiamato dall’Algeria, nel settembre 2016 debuttò per mano di Rajevac giocando 6 minuti in una gara ufficiale vinta 6-0 col Lesotho e il suo destino si è legato per sempre alle Volpi del Deserto. Alla Coppa d’Africa del 2017 fu portato dal belga Leekens tra la sorpresa generale: aveva disputato solo una partita di Coppa di Lega con l’Arsenal. In Gabon non giocò nemmeno un minuto. E anche nelle qualificazioni a questa Coppa d’Africa Belmadi l’aveva usato solo una volta, a qualificazione avvenuta.

 

Però il c.t. algerino in Egitto non ha avuto dubbi: Bennacer titolarissimo e man of the match in due delle prime tre gare. Mentre in Europa si decideva il suo futuro, col passaggio dall’Empoli al Milan grazie all’ok dell’Arsenal, che ha deciso di non tenerselo, lui restava concentrato sull’obiettivo nazionale, la vittoria della Coppa d’Africa. Accanto al talento Mahrez, sempre in campo, sempre brillante, spesso decisivo. E anche in finale contro il Senegal ha lasciato il segno: è stato lui a rubar palla a centrocampo avviando l’azione che dopo 79 secondi ha portato alla rete che ha deciso la finale, il tiro di Bounedjah deviato incredibilmente nella propria porta da Sané.

Il Milan ha trovato un tesoro, e a prezzi davvero contenuti se pensiamo alle follie di questo mercato. La quindicina di milioni di euro spesi per il miglior giocatore della Coppa d’Africa, tra l’altro con la sua buona dose di gavetta in Serie A già alle spalle, ha il profumo dell’affarone. Bennacer si presenta con la medaglia di campione continentale e il premio di man of the tournament. A dicembre compirà 22 anni: il futuro è suo.

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L’Italia Under 18 femminile è regina d’Europa. A Sarajevo, domenica 14 luglio, le azzurre hanno battuto 70-62 in finale l’Ungheria, apoteosi di un gruppo formato da ragazze nate nel 2001 e 2002 che nel torneo ha vinto 7 partite su 7.

L’Italia è partita fortissima col 21-8 del primo quarto che diventa 42-29 al riposo. L’Ungheria ha provato a rialzare la testa dopo l’intervallo, ma Alessandra Orsili e Giulia Natali, 19 punti ciascuno, hanno tenuto avanti le azzurre. Bronzo alla Francia, che nella finale per il terzo posto ha piegato nettamente la Russia.

 

 

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🎥 Tutte le emozioni di ieri sera in un minuto!🥇 . #NothingButGold #FIBAU18Europe #Italbasket

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Un trofeo che mancava dal 2010 e a completare il trionfo azzurro la nomina di Ilaria Panzera come MVP del torneo e di Caterina Gilli e della stessa Panzera nel quintetto ideale della manifestazione. Ecco le parole di coach Roberto Riccardi:

Ringrazio tutti quelli che hanno lavorato tanto per arrivare fin qui. Anche stasera abbiamo dimostrato di essere la squadra più forte in assoluto e di giocare la pallacanestro migliore. Una vittoria strameritatissima e direi che abbiamo portato a casa il giusto risultato per quello che si è visto in questo Europeo

Il tabellino della finale

Italia-Ungheria 70-62 (21-8, 21-21, 13-23, 15-10)
Italia: Stroscio 3, Orsili 19, Nativi ne, Gilli 7, Natali 19, Leonardi, Pastrello 8, Spinelli, Panzera 6, Rosini ne, Savatteri ne, Nasraoui 6. All: Riccardi

Lewis Hamilton, tanto per cambiare, ha vinto in Gran Bretagna diventando così il primo pilota della storia a fare suo per sei volte il gran premio del proprio Paese. Hamilton, che ha incassato anche il punto per il giro veloce in 1:27.396, consolida ulteriormente la prima posizione nella classifica piloti; la Mercedes ottiene anche il secondo posto con Bottas che era scattato dalla pole. Terzo posto per il giovane Charles Leclerc, che con la Ferrari quest’anno sta ottenendo ottimi risultati a conferma del suo talento. Male invece l’altro ferrarista, Sebastian Vettel, solo 16esimo anche per via di una penalità di 10 secondi per aver tamponato l’auto di Verstappen.

Il francese della Ferrari, nonostante a metà gara si fosse ritrovato al sesto posto dopo l’ingresso della safety car causato dall’incidente di Giovinazzi, ha chiuso sul terzo gradino del podio il GP. La sua rimonta è cominciata con un sorpasso quasi impossibile su Gasly che gli ha consentito di prendersi la momentanea quinta posizione: un attacco sulla traiettoria esterna della curva The Loop, un punto della possibile in cui è quasi impossibile abbozzare un sorpasso.

E lo stesso Charles Leclerc è soddisfatto della sua performance:

Questa è la gara che mi sono goduto di più nella mia carriera in Formula 1 e sono davvero contento del terzo posto, è grandioso. La gara è stata davvero molto difficile, i primi due stint non sono andati come volevamo. Con la gomma dura eravamo forti ma purtroppo l’ingresso della safety car ci ha fatto perdere un posizioni. Sono comunque molto contento della battaglia che abbiamo fatto in pista, penso che sia bello per la Formula 1 avere questi duelli al limite

Con la vittoria nel Gran Premio di Gran Bretagna di Formula 1, Lewis Hamilton incrementa il suo vantaggio nella classifica piloti della stagione 2019. Hamilton, forte dei suoi 223 punti, precede il suo compagno di squadra, Valtteri Bottas (184), per 39 lunghezze. Terza posizione per Max Verstappen, della Red Bull (136), davanti al pilota della Ferrari, Sebastian Vettel (123), e al suo compagno di squadra, Charles Leclerc (120).

Sarà tra Senegal e Algeria la prossima finale della Coppa d’Africa, edizione 2019, la prima che si gioca a 24 squadra e in estate.  I Leoni di Teranga hanno avuto la meglio della Tunisia ai tempi supplementari grazie a un autogol di Bronn; per l’Algeria è Mahrez, giocatore del Manchester City, a realizzare il gol del definitivo 2-1 contro la Nigeria a tempo ampiamente scaduto con un perfetto calcio di punizione. La finale tra Senegal e Algeria è in programma per venerdì 19 luglio allo stadio Internazionale del Cairo alle ore 21.00 e visibile su Dazn.

 

SENEGAL-TUNISIA 1-0

Un clamoroso errore di Hassen, portiere della Tunisia (fino a quel momento tra i migliori in campo), regala di fatto ai tempi supplementari la finale della Coppa d’Africa al Senegal, che torna a giocarsi il trofeo continentale dopo 16 anni dall’ultima volta. La prima occasione è per le Aquile di Cartagine: corner da destra di Khazri, Koulibaly buca la marcatura ma Msakni spedisce alto da ottima posizione.
Il Senegal risponde immediatamente con una grande giocata di Sabaly ma la conclusione si stampa sul palo. Ancora Senegal pericoloso verso la fine del primo tempo: prima Niang spreca mandando al lato l’assist di Diatta, poi Mane arriva a tu per tu con Hassen, lo salta, ma sbilanciato non riesce a trovare lo specchio della porta. La Tunisia si rifa viva a inizio ripresa: Khenissi sfugge alla coppia centrale del Senegal, si presenta davanti a Gomis ma il suo tentativo di pallonetto finisce alto. La squadra di Giresse potrebbe passare dal dischetto al 75′: Sassi calcia e trova il braccio largo di Koulibaly in scivolata (giallo per il difensore del Napoli che, diffidato, salterà la finale) e per l’arbitro è rigore. Dal dischetto si presenta proprio Sassi, che però si fa ipnotizzare da Gomis.
Stesso copione dell’altra del campo al minuti 81′: Sarr viene abbattuto in area da Meriah, ma Hassen è bravo e intercetta il tiro di Saivet. Si arriva così al 10’ del primo tempo supplementare: questa volta Hassen sbaglia clamorosamente l’uscita su una punizione da destra, la palla sbatte in maniera rocambolesca su Bronn e finisce in rete. È l’autogol che manda il Senegal in finale, per la seconda volta nella sua storia.

ALGERIA-NIGERIA 2-1

Soffre tantissimo l’Algeria, che riesce ad avere la meglio contro un’ottima Nigeria al 95’ grazie a una punizione capolavoro di Mahrez che beffa il portiere Akpeyi, non del tutto esente da colpe nella circostanza. Comincia molto bene l’Algeria, che si rende subito pericolosa con Bennacer che chiude il triangolo tra Feghouli, Mahrez, ma il tiro del gioiellino dell’Empoli viene respinto dalla difesa avversaria.
Bensebaini non riesce a centrare lo specchio della porta di testa, poi poco dopo si fa vedere anche la Nigeria con Awaziem, anche lui impreciso con uno stacco. L’Algeria torna a pressare: alla mezz’ora Bounedjah tira addosso ad Akpeyi sprecando così un’ottima occasione. Collins rischia l’autogol nel tentativo di anticipare Bounedjah con un pallonetto ma, al 40’, l’autorete si concretizza: Feghouli crossa forte in mezzo e dopo una serie di carambole, il pallone rimbalza su Troost-Ekong e termina in fondo al sacco alle spalle di un incolpevole Akpeyi. La Nigeria non si fa comunque intimidire e fa la partita nel secondo tempo: il primo spunto del match di Iwobi porta alla penetrazione e al tiro a lato di quest’ultimo.
Poi, al 72’, Feghouli reclama a gran voce un fallo di mano di Mandi nella propria area e il Var gli dà ragione: è rigore per la Nigeria. Ighalo è freddissimo dal dischetto, spiazza M’Bolhi e pareggia i conti. L’Algeria sembra uscita dal campo nella ripresa, ma si risveglia improvvisamente nel finale. Feghouli spara altissimo da ottima posizione, Bennacer colpisce in pieno la traversa con un bolide da fuori area e infine, nell’ultimo minuto di recupero, la punizione dal limite di Mahrez sorprende il portiere sul suo palo con un gran sinistro a giro. Nigeria beffata a pochissimi secondi dai supplementari. L’Algeria vola in finale.

Guai a chiamarle vecchie glorie, soprattutto se in campo ci sanno ancora fare. Anche se uno ha 41 anni e l’altro ben 52. Siamo a Yokohama, capoluogo della prefettura di Kanagawa è la città più popolosa del Giappone, con oltre 3 milioni e mezzo di abitanti, dopo Tokyo. Del più anziano, Kazuyoshi Miura, ci troviamo annualmente ad aggiornare il libro delle statistiche per longevità professionista; l’altro è appena arrivato nella squadra nipponica che milita in J2 League, la seconda divisione del paese, e il suo nome è Shunsuke Nakamura.

 

Sì, proprio lui, il fantasista dal sinistro letale e dolce, tre stagioni nella Reggina, con 87 partite, 12 gol e un assist, che condivide con Miura l’esperienza in Italia, un passato al Genoa con 20 match giocati e una rete realizzata in un derby della Lanterna, poi però perso dal Grifone per 3-2. E ora, assieme, costituiscono la coppia d’attacco più anziana nella storia del calcio: insieme fanno 93 anni!

Il trequartista 41enne ha un passato di tutto rispetto alle spalle: nato nel 1978 (per intenderci, cinque mesi dopo Gigi Buffon), la sua carriera era cominciata nel 1997 in Giappone. Nel 2002 il trasferimento per 2 milioni di euro alla Reggina, dove è rimasto fino al 2005, anno del passaggio al Celtic Glasgow – 2 gol e 3 assist in Champions League – poi il trasferimento all’Espanyol e, nel febbraio 2010, il ritorno in patria dove è un vero e proprio idolo anche per i 24 gol in 98 partite con la maglia della Nazionale.

Se il ragazzo è un idolo, Miura, 89 match e 55 gol con la maglia del Sol Levante, è una leggenda vivente: nato nel 1967, lo stesso anno di Caniggia, Baggio e Zamorano per dire, Kazuyoshi è cresciuto col tarlo del calcio, una passione che lo rodeva dentro al punto da indurlo a compiere una scelta radicale già all’età di 15 anni. Affascinato dal calcio brasiliano, dai miti di Pelé prima, Zico e Socrates poi, ha deciso, ragazzino, di mollare tutto e partire da solo proprio per il Brasile. E non gli è andata male visto che ha giocato nel Palmeiras e nel Santos del suo primo idolo.

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Negli anni 90, poi, è stata la volta dell’Europa, prima al Genoa, nel cui attacco faceva coppia con Tomas Skuhravy, e poi alla Dinamo Zagabria. Nel ’99 è tornato in Giappone ma, inquieto come un ragazzino, nel 2005 ha fatto una puntata in Australia – qualche partita nel Sidney – giusto per poter dire, chissà, di aver giocato in quattro continenti diversi.

Nel 2017, poi, si è tolto la soddisfazione di battere lo storico record di sir Stanley Matthews segnando una rete all’età di 50 anni e 14 giorni. Quello per il momento è anche il suo ultimo gol, ma attenzione perché a gennaio l’ultimo samurai ha rinnovato il contratto per un altro anno.

Dopo l’oro olimpico anche quello mondiale. L’azzurra Diana Bacosi aggiunge un altro titolo alla sua già ricca bacheca, imponendosi nella gara di Skeet donne della rassegna iridata del tiro a volo, conclusasi mercoledì 10 luglio sulle pedane del Tav Concaverde a Lonato.

La Campionessa Olimpica di Rio 2016 ha giganteggiato in casa ed è così riuscita a firmare una doppietta d’antologia, detenendo contemporaneamente il titolo iridato e quello a cinque cerchi. In finale la Bacosi ha dominato, arrivando a giocarsi l’oro con la cinese Meng Wei, battuta per 58-53. Bronzo alla svedese Victoria Larsson con 44. Invece la Bacosi aveva faticato per arrivare fra le prime 6 che hanno disputato la finale, visto che per superare le qualificazioni aveva dovuto disputare uno spareggio, per due posti a disposizione, con la Larsson e con la britannica Amber Hill. Lo ha vinto colpendo 6 piattelli contro i 5 della svedese e i 3 della Hill. Le altre due azzurre Chiara Cainero (oro olimpico a Pechino) e Simona Scocchetti, si sono piazzate 8/a e 9/a. L’Italia del tiro a volo chiude quindi i Mondiali di Lonato 2019 con 3 ori (Double Trap,Mixed Team Skeet e Skeet donne) e 2 argenti (Fossa uomini e Skeet uomini).

Le sue parole, ai microfoni della Fitav, a termine del torneo:

È stata una gara sofferta dal primo all’ultimo piattello. Ho sbagliato l’ultima serie di qualifica e sono stata costretta allo spareggio di ingresso alla finale, però poi mi sono chiusa e finalmente sono salita sul gradino più alto del mondo. Questa medaglia l’ho voluta con tutta me stessa e me la tengo stretta con tanto orgoglio. È un riconoscimento importante che premia i tanti sacrifici fatti ed il tempo che sottraggo a mio figlio, a mio marito ed alla mia famiglia. Il titolo di Campionessa del Mondo è tanto mio quanto loro. La condivido molto volentieri anche con la Federazione e con il Presidente Luciano Rossi, che ci garantisce tutti i mezzi di cui abbiamo bisogno per farci esprimere al meglio, così come anche con l’Esercito Italiano e con gli sponsor, che non mancano mai di supportarmi

La prima medaglia dell’atletica leggera all’Universiade 2019 di Napoli ha il nome di Daisy Osakue inciso sopra. L’azzurra ha conquistato l’oro nel lancio del disco con il primato personale di 61,69 metri, allungando la gittata di 34 centimetri rispetto al 61,35 che aveva realizzato nella stagione del college Usa.

Quella di martedì 9 luglio sulla pedana del San Paolo è la settima misura italiana di ogni epoca: le prime sei appartengono alla primatista nazionale Agnese Maffeis, con il picco del record di 63,66 che risale al 1996. La ventitrenne torinese delle Fiamme Gialle al quinto turno di lanci ha scalzato dalla prima piazza la quotata tedesca Claudine Vita (61,52) e ha superato per la seconda volta la misura richiesta per i Mondiali di Doha del prossimo autunno. Suo prossimo, imminente traguardo.

Daisy, 23 anni di Torino, studia attualmente criminologia alla Angelo State University, in Texas.  Grande festa a Moncalieri dove vive la famiglia della campionessa azzurra e pensare che appena un anno fa proprio di questi tempi Daisy viveva il dramma che l’ha fatta finire suoi giornali suo malgrado: presa di mira da un gruppo di bulli, mentre tornava a casa fu colpita all’occhio da un uovo lanciato da un’auto in corsa. Un incidente che aveva rischiato di pregiudicare la sua partecipazione agli Europei di Berlino 2018.

Le partite si autoregolamentano senza arbitri, al secondo grave fallo scatta la sconfitta a tavolino e non si può giocare con le scarpe da calcio, ma va benissimo anche scalzi. Con questo spirito a Riace, dal 5 al 7 luglio si sono giocati i Mondiali Antirazzisti, promossi dalla Uisp e giunti alla ventitreesima edizione. Esistono poche regole perché, sin dall’origine della manifestazione, si gioca per combattere il razzismo, il sessismo e in generale qualsiasi forma di discriminazione verso i soggetti più vulnerabili. Per questo motivo nei vari tornei che hanno visto calcio, basket, beach rugby, l’obiettivo era quello di trovare forme di gioco per permettere a persone molto diverse tra loro per provenienza, competenza e interessi di giocare insieme.

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Per la prima volta si è giocato in Calabria, nella Riace dopo le elezioni che hanno consegnato la vittoria alla lista a trazione leghista, guidata dall’attuale sindaco Antonio Trifoli. E il piccolo paesino della Locride, quanto meno per tre giorni, da venerdì 5 a domenica 7 luglio, è tornato il borgo dell’accoglienza, in barba alla circolare del ministero che nell’ottobre scorso ha cancellato tutti progetti Sprar, salvo poi essere annullata dal Tar. Dall’Europa in Calabria sono centinaia i supporter organizzati arrivati; sessanta squadre, donne ed uomini, inglesi, tedeschi, mediterranei, africani, neri e bianchi si sono sfidati in omaggio alla multiculturalità. E all’abbattimento di barriere: per questo è stata prevista la figura del “vagante”, una persona che, per disabilità fisica o motoria, oppure per precoce età, non è del tutto consapevole delle dinamiche del gioco e può giocare per una squadra senza essere contata nel numero dei giocatori.

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Nella prima serata della manifestazione, in un camping, fuori dal territorio riacese banditogli dall’autorità giudiziaria, Mimmo Lucano ha accolto i partecipanti e ha ripercorso con loro gli ultimi mes. A sostegno del torneo, come da sempre, anche la rete Fare che combatte le diseguaglianze e le discriminazioni nel football: «Ricordare le storie dei singoli che hanno lottato per sfuggire da situazioni drammatiche dei propri paesi d’origine, o semplicemente per poter migliorare la propria condizione personale attraverso lo studio e il lavoro».

E’ un gruppo eterogeneo che ha lavorato, sudato e si è divertito nell’omogeneità; alcuni provenienti da brevi esperienze nelle società del calcio dilettantistico italiano, altri indossavano le maglie di radicate polisportive ed improvvisate comitive, molte delle quali dei quartieri dei centri urbani meridionali: Catanzaro Social Team, Scampia Antirazzista, Spartak Lecce, Cosenza Mmishkata, Villa San Giovanni Meticcia. Sui loro gadget e slogan di tutta la manifestazione, un vecchio slogan: «Al pallone non importa da chi è calciato».

Fonte: il manifesto

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La nazionale di calcio statunitense ha battuto 2-0 l’Olanda nella finale dei Mondiali femminili, disputata domenica sera al Parc OL di Lione. Grazie al gol su rigore segnato da Megan Rapinoe a mezzora dal termine, e a quello immediatamente successivo di Rose Lavelle, gli Stati Uniti sono campioni del mondo per la quarta volta nella storia dei Mondiali : la Coppa del Mondo vinta in Francia si aggiunge a quelle vinte in Canada nel 2015, in casa nel 1999 e in Cina nel 1991.

 

A Lione gli Stati Uniti allenati da Jillian Ellis hanno vinto facendo prevalere il loro stile di gioco basato principalmente sulla costruzione di frequenti fasi d’attacco, tatticamente non così complesse ma estremamente concrete, grazie alla superiorità sul piano fisico delle sue giocatrici anche rispetto a una nazionale competitiva come quella olandese.

 

 

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Il primo tempo si è chiuso tuttavia in parità, con tanti tiri in porta da parte degli Stati Uniti e con l’Olanda limitata a sterili azioni in contropiede. Nel secondo tempo la partita non è cambiata e verso l’ora di gioco un calcio di rigore segnato da Megan Rapinoe, miglior marcatrice del Mondiale insieme ad Alex Morgan, ha portato in vantaggio gli Stati Uniti. Nella mezzora successiva l’Olanda, campione d’Europa in carica e alla sua seconda partecipazione, non è riuscita a reagire e ha subìto anche il gol del 2-0 con un tiro dal limite dell’area di Rose Lavelle.

Per arrivare alla finale di Lione, gli Stati Uniti avevano eliminato Spagna, Francia e Inghilterra nella fase a eliminazione diretta, peraltro dopo aver battuto anche la Svezia — arrivata poi in semifinale — nella fase a gironi. Hanno quindi sconfitto una dopo l’altra quasi tutte le migliori nazionali del torneo, confermando la loro superiorità partita dopo partita.

Negli Stati Uniti il calcio femminile è stato un fenomeno unico nel suo genere, e lo rimane tuttora: si è formato da solo, ha vinto tanto, si è battuto numerose volte per il riconoscimento dei suoi diritti e continua ad essere un modello per l’emancipazione femminile nel mondo dello sport.