Author

Redazione mondiali.it

Browsing

Ho soltanto saltato e mi è un po’ venuta così, ed è incredibile come sia la stessa schiacciata

Dice di non averci pensato, LeBron James al termine della partita di Nba giocata nella notte tra venerdì 7 e sabato 8 febbraio tra i Los Angeles Lakers e gli Houston Rockets, vinta da quest’ultimi per 121-111.  Ma il numero 23 ha realizzato una schiacciata spettacolare che a tutti ha ricordato un’altra fatta 19 anni fa nello stesso palazzetto da Kobe Bryant, morto il 26 gennaio in un incidente di elicottero.

This iconic image of a LeBron James dunk was captured by team photographer Andrew D. Bernstein.

Una copia pressoché perfetta, per movimento, coordinazione ed esecuzione. James, che dal 2018 veste la casacca gialla, era molto legato a Bryant e il loro rapporto era diventato particolarmente sentito dopo il trasferimento di James ai Lakers, la squadra in cui il numero 24 giocò per tutta la sua carriera.

 

Il volo 609 della British European Airways riprova per la terza volta il decollo. C’è troppa neve, all’aeroporto di Monaco-Riem di Monaco di Baviera, dalla cabina di controllo sconsigliano la manovra, ma il pilota ci riprova un’ultima, tragica volta. Quel volo non si alzerà mai, finirà dritto contro le mura di un edificio, in fondo alla pista. In quell’aereo c’è tutto il meglio del futuro e del talento del calcio inglese, una parte dei “Busby Babes” del Manchester United. Sono le 15:04 del 6 febbraio 1958 e 23 dei 44 passeggeri perdono la vita. Otto sono giocatori, tre dello staff, muoiono anche otto giornalisti e quattro membri dell’equipaggio. Ancora oggi ci sono orologi in giro per Manchester bloccati a quell’ora nefasta.

Risultato immagini per busby babes

Il club aveva noleggiato un aereo per fare ritorno dalla partita di Coppa dei Campioni contro la squadra jugoslava della Stella Rossa di Belgrado, terminata con un pareggio per 3-3 e con questo risultato il Manchester United si era qualificato alle semifinali, avendo vinto la gara di andata per 2-1. Il decollo da Belgrado fu ritardato di un’ora perché il giocatore del Manchester United Johnny Berry aveva perso il suo passaporto, ma poi l’aereo fece una fermata programmata a Monaco per rifornirsi di carburante.

Il capitano James Thain, il pilota, tentò di decollare due volte, ma entrambi i tentativi furono infruttuosi per un surriscaldamento del motore sinistro. Al terzo tentativo di decollo si decise di ovviare al surriscaldamento del motore sinistro “ritardandone” l’accelerazione, facendo percorrere all’aereo una lunghezza maggiore di quella usualmente richiesta. Per questo l’aereo fu costretto a utilizzare un tratto di pista non percorso quel giorno dagli altri aerei. In quella zona della pista era presente un sottile strato di neve sciolta, che ostacolò l’accelerazione dell’aereo, impedendo così il decollo. Durante questa operazione l’aereo raggiunse i 217 chilometri orari, ma nel tratto finale calò a 194, una velocità troppo bassa per poter volare e con troppa poca pista per poter interrompere il decollo.

Risultato immagini per busby babes

Alle 15:04 l’aeroplano si schiantò sulla recinzione che circondava l’aeroporto e poi su una casa, che in quel momento era vuota. Parte dell’ala e parte della coda vennero strappate. Il velivolo prese fuoco. Il lato sinistro della cabina di pilotaggio colpì un albero, il lato destro della fusoliera un capanno di legno, all’interno del quale c’era un camion pieno di pneumatici e carburante, che esplose.

Risultato immagini per busby babes

Matt Busby sopravvive allo schianto, anche se per ben due volte all’ospedale gli danno l’estrema unzione. Lo “scozzese di ferro” ce la fa, così come Bobby Charlton, che negli anni a venire proprio con Busby e un trio d’attacco indimenticabile ricostruirà una squadra leggendaria. Senza Duncan Edwards, morto anche lui e a soli 21 anni. Forse il talento più grande, la gemma più preziosa di quel Manchester con cui giocò 177 partite e segnò 21 reti, vincendo due Premier. Divenne il più giovane a debuttare in Nazionale, a 18 anni e 183 giorni. Per tutti era il successore di Billy Wright, il capitano. Come scrive Francesco Cavallini in Io gioco pulito (qui lettura completa):

Duncan può diventare o più amato di Matthews, più famoso di Puskas, e forse più forte di Di Stefano. Destro, sinistro, lancio lungo, tiro da fuori, visione di gioco. Ogni cosa, ogni singola qualità si incastra perfettamente in lui. Busby lo fa giocare da mediano, ma se volesse potrebbe schierarlo persino in porta. Nessun obiettivo gli è precluso. La gloria, quella gloria che ha già assaggiato con la maglia del Manchester United, sarà sua compagna per la vita. Duncan Edwards, il più grande calciatore di tutti i tempi. È scritto nel suo destino. E in Svezia nell’estate 1958 se ne accorgeranno tutti, proprio come se ne è accorto Matt. E invece no. Il mondo scopre Pelé e Garrincha. Non Duncan. E a sollevare la Coppa del Mondo del 1966 non sono le sue mani. Nell’immagine da consegnare alla leggenda c’è Bobby Moore. Ci sono Gordon Banks, Geoffrey Hurst, c’è persino Bobby Charlton, che era su quell’aereo con lui. Ci sono tutti. Ma non Duncan Edwards.

Poco prima della manovra di decollo Edwards riesce a spedire un telegramma alla sua padrona di casa per avvertirla che per problemi atmosferici avrebbe trascorso la notte in Germania. La stella dell’Old trafford si spegne 15 giorni dopo, e con lei un pezzo di quel grande Manchester. Con un ultima frase, però, che Big Dunc riuscì a pronunciare al Dottore poco prima di andarsene:

Quante chance ho di giocare in Premier la settimana prossima?

Risultato immagini per busby babes

Non sembrò possibile che stesse succedendo davvero, e a rivederlo oggi il video dell’ultima partita di Kobe Bryant su un campo di NBA sembra ancora più incredibile. Segnò 60 punti, e negli ultimi tre minuti guidò i Lakers a una rimonta pazzesca contro gli Utah Jazz, era il 13 aprile del 2016. Il numero 24 della squadra di Los Angeles in realtà aveva fatto anche meglio in passato come gli 81 punti messi a segno il 22 gennaio 2006 contro i Toronto Raptors. Bryant, che con quell’exploit firmò il secondo record di sempre dietro soltanto ai 100 punti di Wilt Chamberlain con i suoi Philadelphia Warriors contro i New York Kniks.

Alla sua ultima partita c’erano tutti, compreso O’Neal accanto alla panchina, e nei momenti più spettacolari del finale le telecamere si soffermarono più volte su Gianna, seduta in prima fila. Bryant ha chiuso la sua carriera con 33.643 punti realizzati in 1.346 partite, quarto miglior realizzatore in assoluto di tutti i tempi, scavalcato da LeBron James con i 29 punti realizzati contro Philadelphia proprio nella notte tra il 25 e 26 gennaio, giorno della morte dello stesso Kobe che su Twitter si era complimentato con il collega-amico.

 

Fonte: La Stampa

Era il 28 gennaio 1966 e nei cieli della Germania si stava compiendo una delle più angoscianti tragedie nella storia dell’aviazione civile e anche nella storia dello sport. Un Convair della Lufthansa con 46 persone a bordo precipitò durante la fese di atterraggio. Un lampo poi lo schianto, a bordo, fra gli altri passeggeri e gli uomini dell’equipaggio, c’erano sette giovani nuotatori azzurri, quattro uomini e tre donne che in verità erano poco più che ragazzi. Avrebbero dovuto partecipare nella città tedesca di Brema a uno dei più prestigiosi meeting internazionali di allora e confrontarsi, come in quegli anni non succedeva spesso, anche con i rivali americani, australiani, giapponesi. Nessuno riuscì a sopravvivere nell’immane disastro, che si portò via un’intera generazione del nuoto italiano.

Risultati immagini per tragedia di brema

Bruno Bianchi, stile libero e capitano della Nazionale, 16 volte primatista italiano, il più vecchio e già veterano del gruppo anche se appena 22enne. Amedeo Chimisso, 19enne dorsista e primatista dei 200 misti, era figlio di uno scaricatore di porto di Venezia e faceva il fattorino a tempo perso per cercare di sbarcare il lunario. Il romano Sergio De Gregorio, libero e delfino, 5 titoli italiani assoluti e pluriprimatista nazionale, avrebbe compiuto vent’anni a febbraio. Appena 18enne e studentessa liceale bolognese era invece Carmen Longo, ranista e misto, primatista e campionessa italiana. Da Roma arrivava Luciana Massenzi, 20 anni, stile libero e dorso, 4 titoli assoluti, primatista dei 100 dorso. La stessa età di Chiaffredo “Dino” Rora, dorsista torinese. Appena 17 anni aveva infine Daniela Samuele, nata a Genova, la più giovane del gruppo. Con loro c’erano il tecnico federale Paolo Costoli, fiorentino di 55 anni e Nico Sapio, 36 anni, telecronista della Rai.

Risultati immagini per tragedia di brema

Quella tragica trasferta fu accompagnata da una serie incredibile di coincidenze sfavorevoli. Il volo previsto da Linate per la Germania fu cancellato per la fitta nebbia sullo scalo milanese. La comitiva azzurra stava già per ripiegare su un’alternativa via terra (treno e pullman) quando si trovò all’ultimo momento un aereo della Swissair per Zurigo, con successive coincidenze per Francoforte e poi Brema. Gli azzurri però arrivarono a Francoforte in leggero ritardo, appena 12 minuti persi probabilmente in ulteriori controlli dei documenti alla dogana. Furono fatali, perché così persero l’aereo previsto e già prenotato per Brema, che raggiunse poi regolarmente la città tedesca, e dovettero scegliere quello successivo, che invece non arrivò mai a destinazione.

Un disastro terribile e struggente che non ebbe mai una spiegazione. Le condizioni meteo a Brema erano critiche ma non proibitive, si parlò di illuminazione difettosa lungo la pista dell’aeroporto, di scarsa visibilità, di manovra errata, di malore del pilota. E alcuni fra i soccorritori dissero di aver trovato il copilota al suo posto, morto sul colpo, con una tenaglia arrugginita in mano. Nel 2009 è stato eretto un monumento in ricordo dei caduti di Brema allo Stadio del Nuoto del Foro Italico.

Nel giorno del suo ritiro, dopo 20 anni sul parquet, Kobe Bryant scriveva una lettera toccante, pubblicata il 29 novembre 2015 sul The Players’ Tribune, per annunciare l’addio. Una dichiarazione d’amore per il basket, ma anche una resa all’età, a 37 anni: «Il mio cuore vorrebbe continuare ma il mio corpo non ce la fa più” scriveva la leggenda della Nba, morto in un incidente di elicottero». Da quella lettera è stato realizzato “Dear Basketball”, un cortometraggio d’animazione del 2017, scritto da Kobe Bryant e diretto da Glen Keane, vincitore dell’Oscar nel 2018.

L’ex stella Nba dei Los Angeles Lakers è morto domenica 26 gennaio all’età di 41 anni in un incidente in elicottero.

Caro basket,
dal momento in cui ho cominciato ad arrotolare i calzini di mio padre
e a lanciare immaginari tiri della vittoria nel Great Western Forum
ho saputo che una cosa era reale: mi ero innamorato di te

Un amore così profondo che ti ho dato tutto
dalla mia mente al mio corpo
dal mio spirito alla mia anima.

Da bambino di 6 anni
profondamente innamorato di te
non ho mai visto la fine del tunnel.
Vedevo solo me stesso
correre fuori da uno.

E quindi ho corso.
Ho corso su e giù per ogni parquet
dietro ad ogni palla persa per te.
Hai chiesto il mio impegno
ti ho dato il mio cuore
perché c’era tanto altro dietro.

Ho giocato nonostante il sudore e il dolore
non per vincere una sfida
ma perché TU mi avevi chiamato.
Ho fatto tutto per TE
perché è quello che fai
quando qualcuno ti fa sentire vivo
come tu mi hai fatto sentire.

Hai fatto vivere a un bambino di 6 anni il suo sogno di essere uno dei Lakers
e per questo ti amerò per sempre.
Ma non posso amarti più con la stessa ossessione.
Questa stagione è tutto quello che mi resta.
Il mio cuore può sopportare la battaglia
la mia mente può gestire la fatica
ma il mio corpo sa che è ora di dire addio.

E va bene.
Sono pronto a lasciarti andare.
E voglio che tu lo sappia
così entrambi possiamo assaporare ogni momento che ci rimane insieme.
I momenti buoni e quelli meno buoni.

Ci siamo dati entrambi tutto quello che avevamo.
E sappiamo entrambi, indipendentemente da cosa farò,
che rimarrò per sempre quel bambino
con i calzini arrotolati
bidone della spazzatura nell’angolo
5 secondi da giocare.
Palla tra le mie mani.
5… 4… 3… 2… 1…

Ti amerò per sempre,
Kobe

Risultati immagini per kobe bryant

Il suo non è un esordio come tanti altri, non può esserlo perché stiamo parlando di Fabio Cannavaro, del capitano e del leader della Nazionale italiana nel Mondiale del 2006, perché è stato il detentore di presenze in maglia azzurra dal 2009 al 2013 – 136, poi superato poi da Buffon – , capitano dal 2002 al 2010 e perché è il secondo giocatore con più presenze da capitano in nazionale, ben 79, dietro ancora una volta a Buffon.

Così quel match amichevole tra Italia e Irlanda del Nord del 22 gennaio 1997, a posteriori, non rappresenta una partita qualsiasi, ma il debutto di un pilastro attorno al quale, complice il ritiro di Maldini a fine Mondiale in Corea e Giappone e i continui infortuni di Nesta, tutta l’Italia si è aggrappata.

Immagine correlata

A convocarlo per quella partita è Cesare Maldini che lo conosce molto bene avendolo allenato nelle precedenti esperienze in Under-21. Anche per il ct è il debutto sulla panchina dell’Italia: allo stadio Barbera di Palermo, si apriva un nuovo ciclo dopo Arrigo Sacchi e Maldini presentò una formazione con un nuovo modulo, il 3-5-2. Dopo meno di dieci minuti Albertini pescò Zola che scartò il portiere e firmò da posizione defilata l’uno a zero. Poi nella ripresa ecco l’esordio del 23enne Fabio Cannavaro, al minuto 72’ al posto di Costacurta, quindi Zola lasciò il posto a Del Piero e proprio il talento juventino fu decisivo a pochi minuti dal termine con la punizione deviata dal portiere avversario per il 2-0 definitivo.

Maldini  impiegò Cannavaro subito con continuità e lo convocò al Mondiale 1998 in Francia. All’inizio del torneo, Cannavaro non offrì prestazioni convincenti e contro il Cile fu il principale responsabile sulla doppietta di Salas, ma migliorò notevolmente il suo rendimento nelle partite successive e contro la Francia, nei quarti di finale, fu il migliore in campo dell’Italia nonostante una ferita allo zigomo causata da una gomitata proditoria di Guivarc’h ad inizio ripresa.

Cannavaro non è stato un grande goleador, anzi. In Nazionale ha segnato solamente due reti: la prima nel maggio 2004, nel 4-0 complessivo contro la Tunisia, ultimo match prima dell’Europeo, e la seconda marcatura quattro anni dopo, nel febbraio 2008 contro il Portogallo (3-1 risultato finale), nel giro di amichevoli del campionato europeo che saltò per la rottura dei legamenti della caviglia.

Pietro Anastasi è morto all’età di 71 anni, venerdì 17 gennaio. Il figlio ha rivelato all’Ansa: “Era ammalato di Sla, gli era stata diagnosticata dopo essere stato operato per un tumore all’intestino. Papà ha chiesto la sedazione assistita”.

 

Nel 2014, l’Uefa, in occasione del proprio sessantesimo anniversario, l’ha inserita nelle 60 reti più belle della storia dell’Europeo. E per i colori azzurri ha un valore ancor più profondo e intimo perché ci riporta all’unico successo intercontinentale vinto dall’Italia. Erano i campionati europei del 1968, terzo torneo assoluto, con la fase finale giocata proprio nella nostra penisola tra Firenze, Napoli e Roma, e vide l’Italia di Ferruccio Valcareggi battere la Jugoslavia al termine della doppia finale.

Doppia, sì, perché nella prima “manche” il risultato fu di 1-1 e non essendo previsti dal regolamento i rigori, si ricorse alla ripetizione dopo 48 ore. Valcareggi sostituì ben cinque calciatori rispetto al primo incontro, ma non toccò Pietro Anastasi, inamovibile. Eppure, per il ragazzotto di vent’anni di Catania, che aveva appena fatto il suo debutto in Serie A con la maglia del Varese collezionando 11 gol in 29 partite, quella dell’8 giugno 1968 fu la sua prima partita in assoluto con la maglia azzurra. Lì in attacco, in mezzo ai grandi, giocò da titolare anche la ripetizione della finale. Riva segnò la prima rete, lui con una mezza prodezza, il 2-0: «De Sisti mi passò il pallone che compì uno strano rimbalzo: tirai senza sapere dove l’avrei indirizzato e ne venne fuori un gran gol».

Fu nominato Cavaliere della Repubblica anche se era ancora minorenne (la maggiore età si otteneva a 21 anni, all’epoca). Per lui, per Pietro Anastasi si fece un’eccezione, del resto l’Italia era da 30 anni che non vinceva nulla. Ma la sua carriera legata alla Nazionale passò dal trionfo, inaspettato, a una cocente delusione, altrettanto inaspettata per l’assurdità di come arrivò. Due anni dopo l’Italia stava per partire insieme per il Messico, per il Mondiale del 1970. Nella notte fra il 15 e il 16 maggio, la notte prima della partenza, Anastasi cominciò a lamentarsi, aveva fortissimi dolori al basso ventre, tanto che nella camera del Parco dei Principi che ospitava la Nazionale lo visitò il dottor Fino Fini. Si parlò di appendicite, ma la storia era un’altra: lui e gli altri azzurri presero di mira il massaggiatore Spialtini che, per “vendicarsi”, rifilò uno schiaffo all’apparenza innocuo sul basso ventre di Anastasi. Il responso fu una mazzata: versamento testicolare, la situazione precipitò e Pietro venne trasportato immediatamente in ospedale e operato la mattina successiva alle 8.30. Per lui il Mondiale finì prima ancora di iniziare.

Risultati immagini per pietro anastasi italia

E’  la sera di martedì 18 gennaio 1977. Mancano pochi minuti alle 19.30, e due giocatori della Lazio, il difensore Pietro Ghedin e il centrocampista Luciano Re Cecconi, assieme a un amico comune, il profumiere Giorgio Fraticcioli, entrano nella gioielleria di Bruno Tabocchini, in Via Nitti, nel quartiere Flaminio, a Roma.

Fraticcioli deve consegnare alcuni prodotti. “L’angelo biondo” ha il bavero del cappotto alzato e le mani in tasca. Ama gli scherzi, e non può certo immaginare che di lì a poco una delle sue trovate, secondo quella che è la ricostruzione ufficiale dei fatti, gli costerà la vita. Così intima ad alta voce al gioielliere: «Fermi tutti, questa è una rapina!».

Erano quelli gli Anni di piombo, e Tabocchini l’8 febbraio 1976 aveva subito un’autentica rapina durante la quale aveva ferito e consentito l’arresto di un rapinatore. Sentendosi nuovamente in pericolo, il gioielliere non ci pensa neanche, e in un istante, estrae un revolver calibro 7,65, puntandolo contro Ghedin. Se il difensore della Lazio d’istinto estrae le mani dalle tasche, quando l’arma gli viene puntata contro, Re Cecconi non è altrettanto svelto.

Risultati immagini per re cecconi non scherzo

Parte uno sparo, e Luciano è colpito in pieno petto. Il laziale emette un gemito e si accascia a terra. «Era uno scherzo, era solo uno scherzo», fa in tempo a mormorare. Ghedin si volta e dice al compagno di rialzarsi, che lo scherzo è terminato. Ma si accorge del sangue che scorre dal torace di Re Cecconi: la tragedia è compiuta.

Nato a Nerviano il 18 gennaio 1977, Re Cecconi da giovane giocava a calcio come hobby, mentre lavorava come carrozziere. Dopo i primi calci nell’oratorio di Sant’Ilario Milanese, la sua carriera agonistica parte con l’Aurora Cantalupo, mentre la prima maglia da professionista che indossa è quella della Pro Patria, con la quale, il 14 aprile del 1968 fa il suo debutto in Serie C.
La folta chioma bionda e il modo in cui sa imporsi a centrocampo gli valgono il soprannome di “CeccoNetzer”. con chiaro accostamento con il tedesco Guntar Netzer, stella del Borussia Monchengladbach e della Germania. Con la Lazio gioca 133 partita, ma soprattutto è tra i protagonisti dello Scudetto del 1974.

 

Sulla tragedia di Re Cecconi negli ultimi anni, sta emergendo una verità diversa da quella “ufficiale” sancita dal processo a Tabocchini. A ribaltare la tesi è stato il giornalista Maurizio Martucci con il suo libro-inchiesta “Non scherzo. Re Cecconi 1977, la verità calpestata”, pubblicato nel 2012.

Risultati immagini per re cecconi non scherzo

Il giornalista romano cerca di dimostrare che Cecco rimase vittima di una tragica circostanza, ma non avrebbe mai pronunciato le parole “Fermi tutti, questa è una rapina”, che innescarono nel gioielliere la reazione armata, e che quest’ultima sarebbe stata scatenata da una sorta di fobia di cui avrebbe sofferto Tabocchini dopo la prima tentata rapina subita. Una nuova versione dei fatti che trova peraltro concorde la famiglia del giocatore.

Immagine correlata

Nell’inverno del 1891, il dottor Luther Halsey Gulick, responsabile del corso di educazione fisica all’International YMCA Training School, un college privato cristiano di Springfield, in Massachusetts, Stati Uniti d’America, era alla ricerca di un’attività che potesse distrarre e divertire i suoi studenti durante le lezioni di ginnastica che, a causa del freddo, si tenevano al coperto durante le giornate rigide.

Gulick si rivolse a James Naismith, un professore di educazione fisica canadese di 30 anni appassionato di football, atletica leggera, lacrosse e curioso di scoprire e apprendere nuove discipline. A lui fu chiesto di pensare a qualcosa da disputare indoor, facile e intuitiva da apprendere, con pochi contatti e soprattutto non dispendioso economicamente per non gravare sulle casse del college.

Immagine correlata

In Ontario, la provincia più popolosa del Canada e da dove veniva Naismith,  i bambini giocavano a “Duck-on-a-rock” che consisteva nel posizione una pietra piuttosto grande su un’altra pietra o un ceppo d’albero e a turno i partecipanti lanciavano sassi contro l’oggetto, nel tentativo di farlo cadere dalla piattaforma. Di questo gioco, Naismith era attratto soprattutto dal tiro a parabola che si doveva dare al sasso; pensò inoltre ad alcuni giochi antichi, come l’azteco Tlachtli e il maya Pok-Ta-Pok e analizzò poi gli sport di squadra più in voga all’epoca come i già citati football americano, lacrosse, ma anche calcio e rugby.

Dopo circa due settimane di lavoro, Naismith scrisse cinque principi fondamentali in cui si prevedeva l’utilizzo di un pallone rotondo da toccare solo con le mani, era vietato muoversi tenendo il pallone saldo nelle mani, libertà di posizionamento dei giocatori e l’utilizzo di un “goal” da piazzare orizzontalmente in alto.

Risultati immagini per james naismith

Insomma, Naismith aveva di fatto gettato le basi di un nuovo sport: il 21 dicembre 1891 tradusse questi principi in tredici regole che divennero la base di ciò che il giornale studentesco universitario Triangle definì: «A new game». Lo stesso giornale pubblicò le regole il 15 gennaio 1892: nacque così ufficialmente il nuovo gioco, il basketball.

  1. La palla può essere lanciata in qualsiasi direzione con una o entrambe le mani.
  2. La palla può essere colpita in qualsiasi direzione con una o entrambe le mani, ma mai con un pugno.
  3. Un giocatore non può correre con il pallone, deve lanciarlo dal punto in cui lo ha preso.
  4. La palla deve essere tenuta in una mano o tra le mani; le braccia o il corpo non possono essere usate per tenerla.
  5. Non è possibile colpire con le spalle, trattenere, spingere, colpire o scalciare in qualsiasi modo un avversario; la prima infrazione da parte di qualsiasi giocatore di questa regola è contata come un fallo, la seconda squalifica il giocatore fino alla realizzazione del punto seguente o, se è stata commessa con il chiaro intento di infortunare l’avversario, per l’intera partita; non sono ammesse sostituzioni.
  6. Un fallo consiste nel colpire la palla con il pugno, nella violazione delle regole tre e quattro e nel caso descritto dalla regola 5.
  7. Se una squadra commette tre falli consecutivi, conterà come un punto per gli avversari; consecutivi significa senza che gli avversari ne commettano uno tra di essi.
  8. Un punto viene realizzato quando la palla è tirata o colpita dal campo nel canestro e rimane dentro, a meno che i difensori non tocchino o disturbino la palla; se la palla resta sul bordo e l’avversario muove il canestro, conta come un punto.
  9. Quando la palla va fuori dalle linee del campo, deve essere rimessa in gioco dalla persona che per prima l’ha toccata; nei casi dubbi, l’umpiredeve tirarla dentro il campo; chi rimette in campo la palla ha cinque secondi: se la tiene più a lungo, la palla viene consegnata agli avversari; se una squadra continua a perdere tempo, l’arbitro darà loro un fallo
  10. L’umpireè il giudice dei giocatori e prende nota dei falli, comunicando all’arbitro quando ne sono commessi tre consecutivi; ha il potere di squalificare un giocatore secondo la regola 5.
  11. L’arbitro è il giudice della palla e decide quando la palla è in gioco, all’interno del campo o fuori, a chi appartiene e tiene il tempo; decide quando un punto è segnato e tiene il conto dei punti con tutte le altre responsabilità solitamente appartenenti ad un arbitro.
  12. La durata della gara è di due tempi da quindici minuti, con cinque minuti di riposo tra di essi.
  13. La squadra che segna il maggior numero di punti nel tempo utile è dichiarata la vincitrice dell’incontro. Nel caso di pareggio, il gioco può continuare, se i capitani sono d’accordo, fin quando non viene segnato un altro punto.

All’iniziò vennero utilizzati dei cesti da frutta, posizionati a circa tre metri di altezza per impedire che fossero difesi fisicamente dai giocatori. Lo scopo del gioco era far entrare la palla nel cesto, e per farlo l’unico metodo era fare dei tiri a palombella, dolci e precisi. L’altezza dipese anche da motivi più concreti: erano appesi a una balconata, che era posizionata a quella distanza dal pavimento. All’inizio, i cesti non erano bucati, e ogni volta che qualcuno faceva un canestro bisognava tirare fuori la palla con un bastone di legno. 

Naismith organizzò la prima partita ufficiale l’11 marzo 1892 – secondo alcuni si giocò il 2 marzo: fu un incontro disputato tra una squadra di docenti ed una di studenti e vinsero i primi con il risultato di 5-1. Nel 1959 divenne uno dei primi membri del Basketball Hall of Fame, in qualità di contributore e lo stesso Hall of Fame fu ufficialmente denominato Naismith Memorial Basketball Hall of Fame in sua memoria.

Risultati immagini per james naismith

Dal suo esordio in Formula 1, nel 1996 con la Minardi, Giancarlo Fisichella ha aspettato ben otto stagioni prima di trionfare per la prima volta in un Gran Premio. E come se non bastasse l’attesa e la trepidazione, per il pilota romano nato il 14 gennaio 1973, la premiazione fu rimandata al successivo circuito per un disguido dei commissari Fia.
Sì perché il Gp del Brasile del 2003 che vinse il pilota passato nel frattempo alla Jordan fu semplicemente uno dei più rocamboleschi, assurdi, potenzialmente pericolosi e imprevedibili degli ultimi decenni. Sicuramente del nuovo secolo.

È il 6 aprile 2003, lo scenario è il circuito di Interlagos a San Paolo, terza gara della stagione appena cominciata. “Fisico” nei due precedenti Gp in Australia e Malesia non ha visto la bandiera a scacchi, essendosi ritirato prima della conclusione del tracciato. In Brasile pioveva copiosamente e sull’esito finale peserà la decisione delle scuderie, risalente all’ottobre precedente, di utilizzare un solo tipo di pneumatici da bagnato per evento. Questa scelta, motivata con la necessità di tagliare i costi, spinse Michelin e Bridgestone a fornire alle scuderie gomme intermedie, caratterizzate da una maggiore versatilità, tuttavia, queste coperture si rivelarono inadeguate in caso di forti precipitazioni come quelle avvenute nella gara brasiliana.

Poco prima della partenza sul circuito di Interlagos cominciò a diluviare così la partenza fu rinviata di un quarto d’ora, in modo da attendere la diminuzione dell’intensità e la gara fu fatta partire in regime di safety car. Frentzen, Verstappen, Fisichella, Panis, Pizzonia e Firman approfittarono della situazione per rifornire mentre gli altri proseguirono dietro alla vettura di sicurezza, che si fece da parte dopo otto giri.

Iniziò così lo show che alla fine contò 10 ritiri:  all’ottavo giro, a Nick Heidfeld cedette il motore, mentre otto giri dopo Justin Wilson andò in testacoda e anche lui è costretto al ritiro. Durante il 18º giro sulla vettura di Firman si ruppe senza preavviso la sospensione anteriore destra e la monoposto dell’irlandese, senza più controllo, si schiantò contro quella di Panis ed entrambi i piloti furono costretti al ritiro. Montoya, nel corso del 25º passaggio, uscì di pista alla curva Do Sol, andando a sbattere violentemente contro le barriere. Nello stesso punto uscirono di pista anche Pizzonia, la cui Jaguar colpì la monoposto del colombiano ferma nella via di fuga, e, due giri più tardi, Michael Schumacher.

Risultati immagini per gp brasile 2003 fisichella

Con una continua e incessante presenza della safety car, il Gp stava procedendo a singhiozzo. Al giro 33, anche il pilota inglese Jenson Button della BAR uscì di pista alla curva Do Sol; poco prima, invece, si era ritirato per un testacoda dovuto ad un suo errore anche Jos Verstappen su Minardi, che al momento era ottavo. Il pilota olandese era partito con il serbatoio completamente pieno di benzina e, come ammise anni dopo l’allora proprietario del team faentino Paul Stoddart, se non avesse compiuto errori e fosse arrivato al traguardo avrebbe potuto conquistare il podio o addirittura la vittoria. La Minardi aveva infatti pianificato una strategia di gara che prevedeva un caos totale derivante da un possibile nubifragio.

Risultati immagini per gp brasile 2003 fisichella

La gara ripartì al 34º passaggio, con Coulthard in testa davanti a Barrichello, Ralf Schumacher, Alonso, Räikkönen e Fisichella. Con la pista che si stava asciugando gradualmente il pilota finlandese risultò tra i più rapidi ad adattarsi alle condizioni variabili, portandosi rapidamente in terza posizione alle spalle di Barrichello. Quest’ultimo recuperò terreno su Coulthard, mettendo pressione all’avversario e sopravanzandolo nel corso del 44º passaggio. Una volta in testa alla corsa, Barrichello fece segnare il giro più veloce in gara, staccando nettamente Coulthard, ma tre tornate più tardi il pilota brasiliano fu costretto al ritiro per un problema di pescaggio del carburante.

Coulthard tornò quindi al comando davanti a Räikkönen, Fisichella, Alonso, Frentzen, Villeneuve, Trulli e Webber: lo scozzese rifornì per l’ultima volta cinque giri più tardi, rientrando in pista in terza posizione. Räikkönen, in crisi con le gomme, commise un errore, cedendo la posizione a Fisichella e rientrando ai box a sua volta nel corso del 54º giro. Nel frattempo, però Webber perse il controllo della sua Jaguar nelle ultime, veloci curve che precedono il rettilineo d’arrivo, andando a sbattere violentemente contro le barriere e disseminando il tracciato di detriti. Alonso, arrivato troppo velocemente nella zona dell’incidente, colpì una delle ruote della monoposto dell’australiano, sbattendo a sua volta contro le barriere di protezione. La gravità di questi incidenti, in particolare quello del pilota spagnolo che fu trasportato in ospedale per accertamenti, spinse la direzione gara ad esporre la bandiera rossa interrompendo la gara.

Risultati immagini per gp brasile 2003 fisichella

Al momento dell’interruzione Fisichella, in testa alla corsa, aveva appena completato il 55º giro, iniziando il 56º. Secondo il regolamento la classifica avrebbe dovuto essere stilata in base all’ordine dei piloti due tornate prima della sospensione della gara, quindi al termine del 54º passaggio. Tuttavia, per un errore del sistema di cronometraggio, la direzione gara considerò il Gran Premio concluso prima del transito di Fisichella sotto il traguardo, riportando quindi l’ordine di arrivo al 53º giro, quando Räikkönen era al comando della gara. Il pilota finlandese fu dichiarato vincitore, davanti a Fisichella, Alonso, Coulthard, Frentzen, Villeneuve, Webber e Trulli.

Accortasi dell’errore, la Fia convocò una riunione al termine della quale fu ristabilito il corretto ordine di arrivo e Fisichella fu proclamato vincitore. Il pilota romano, vincitore per la prima volta in carriera, ricevette il primo premio da Räikkönen in occasione del successivo Gran Premio di San Marino. “Fisico” fu il primo italiano a vincere una gara di F1 dopo ben undici anni di digiuno: l’ultimo a riuscirci è stato Riccardo Patrese al Gran Premio del Giappone 1992.