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Redazione mondiali.it

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Per tutti gli amanti del famoso detto “Squadra che vince non si cambia” in riferimento non solo all’idea che il miglior gruppo di giocatori deve restare invariato, ma anche che la stessa squadra che trionfa da anni, la Juventus, continuerà a farlo, ecco a tutti quelli che ancora ci credono è arrivato il momento di dire stop.

Lo stop è sancito da Simone Inzaghi e dai suoi valorosi condottieri laziali, su tutti re Ciro Immobile dall’alto dei suoi quasi trenta gol in campionato, capaci di ridare ai tifosi laziali un entusiasmo sopito da oltre vent’anni, da quel lontano 2000 alla corte di Sven-Göran Eriksson quando per l’ultima volta si festeggiava lo scudetto in casa Lazio.
Sicuramente quest’anno l’entusiasmo sarà condiviso da altri tifosi non necessariamente bianconeri, il nero e l’azzurro sembrano i colori della rinascita e della consacrazione come l’Atalanta di mister Giampiero Gasperini e l’Inter di Conte ci stanno facendo vedere in questi mesi. Probabilmente l’estate scorsa in pochi, anzi pochissimi, avrebbero scommesso su una Lazio capolista e una Juve seconda e tallonata dall’Inter a un paio di mesi dalla fine del campionato, chissà se i tifosi dell’Atalanta si sarebbero aspettati di avanzare così tanto in Champions League ed essere allo stesso tempo la quarta forza del campionato, davanti a Roma, Napoli e Milan, con un Ilicic in lotta per il podio in classifica cannonieri ed il solito “Papu” Gomez a contendersi il primato tra i giocatori che hanno fornito più assist in questa stagione.

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Un campionato all’ombra delle incertezze

Certo la situazione delle ultime settimane pare piuttosto convulsa a causa del Coronavirus che sta creando non pochi problemi tra rinvii e partite a porte chiuse; tutti ovviamente si augurano che l’allarme rientri il prima possibile e che si possa tornare a parlare unicamente di calcio giocato. Intanto diamo un’occhiata alla situazione della Serie A dal punto di vista della classifica e delle ultime indiscrezioni a livello calcistico, lasciando ad altra sede le discussioni.

Dicevamo dell’Atalanta e dei suoi successi, dopo la batosta rifilata al Lecce di Liverani con tripletta del solito Zapata, arriva la doccia fredda della partita a porte chiuse in Champions col Valencia, probabilmente una situazione del genere non se la sarebbe aspettata nessuno dato che per Valencia sarebbero sicuramente partiti migliaia di tifosi bergamaschi che in questi ultimi anni stanno andando in visibilio grazie alla Dea e al granitico Giampiero Gasperini, uomo duro e carismatico, capace di portare anche una provinciale a giocarsela sui campi più prestigiosi senza nessun timore reverenziale.

Dunque lotta aperta al vertice con Lazio e Juve a contendersi un primo posto quest’anno per niente scontato, chissà che l’Inter non regali qualche sorpresa ora che Lukaku, Brozovic e Lautaro Martinez hanno cominciato a far vedere di che pasta sono fatti e soprattutto di cosa sono capaci insieme, per informazioni chiedere a Napoli e Ludogorets tra le altre.

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La fine di un’epoca in casa Juventus

Che in casa Juventus fosse finito un ciclo lo si sapeva da quando Massimiliano Allegri ha lasciato la panchina bianconera passando le redini in mano a Maurizio Sarri, uomo forte di Napoli e Chelsea che però all’ombra della Mole non ha ancora saputo tirare fuori dai suoi quello spirito e quella cattiveria agonistica che fino ad ora avevano caratterizzato le squadre in cui veniva praticato il “sarrismo”, al punto che ora pare che la dirigenza della Juve capitanata da Andrea Agnelli stia addirittura pensando ad un ritorno di Max Allegri per non rischiare di perdere definitivamente la faccia dopo il super colpo di mercato Cristiano Ronaldo che nonostante le solite prestazioni da extraterrestre non può da solo traghettare la squadra verso l’ennesima vittoria, o almeno non può più, perché prima ce l’aveva sempre fatta praticamente da solo.

Sicuramente se un anno fa avessimo scommesso su questi avvenimenti presso un qualsiasi casinò per giocare online avremmo guadagnato un bel gruzzoletto. Del resto chi si sarebbe mai aspettato un Napoli ormai non più agguerrito al punto da impensierire le grandi, un’Atalanta che prepotentemente si continua ad insinuare in posizioni della classifica storicamente destinate a compagini più blasonate quali Roma e Milan, insomma questa serie A 2020 ci sta regalando davvero non poche sorprese e noi non vediamo l’ora di sapere come andrà a finire.  Saranno in grado i due marziani Lukaku e Lautaro di fronteggiare la straordinaria fase ascendente della Lazio trascinata dal bomber Immobile o alla fine trionferà lo strapotere juventino come negli ultimi otto anni? Staremo a vedere sperando che lo spettacolo sia altrettanto avvincente per i mesi che mancano alla fine del campionato.

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La lotta per la salvezza

Non dimentichiamo la parte bassa della classifica dove si scatena il derby genovese per la retrocessione, Genoa e Sampdoria sembrano destinate ad una lotta all’ultimo sangue per spuntarla anche quest’anno, osservate dall’alto da Lecce e Torino e tallonate da Brescia e Spal. Con il pareggio con l’Atalanta, le vittorie su Cagliari e Bologna,  la squadra di Nicola sembra aver ripreso una timida rimonta nonostante l’ultima sconfitta contro la capolista Lazio, mentre i cugini blucerchiati sembrano aver preso un cammino leggermente più tortuoso con le sconfitte patite contro Napoli e Fiorentina, in vista il match con la Roma sempre che si riesca a giocare per motivi di salute pubblica, poi il Bologna di Mihajilovíc e a fine mese  il match della verità contro il Lecce.

Saranno settimane intense che speriamo di vivere entusiasmo e chissà che non si torni a chiedersi chi sarà la prossima anti Juve, se l’inter del duo delle meraviglie o la Lazio del capocannoniere e papabile vincitore della scarpa d’oro 2020.

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Su quel volo maledetto mai partito dall’aeroporto di Monaco di Baviera c’era anche lui, Harry Gregg, assieme a tutto il Manchester United, la sua squadra da qualche mese. Acquistato nel dicembre 1957 per 23.500 sterline, il suo fu il trasferimento più costoso in quel momento storico per un portiere.  La sua vita non si è fermata quel 6 febbraio 1958 su quella pista innevata, la sua fu una sorte diversa meno beffarda ma comunque crudele perché spazzò via parte dei suoi compagni, i “Busby Babes”: 23 dei 44 passeggeri persero la vita, otto sono giocatori, tre dello staff, muoiono anche otto giornalisti e quattro membri dell’equipaggio.

 

Harry Gregg, è morto il 17 febbraio 2020, all’età di 87 anni ed è considerato uno degli eroi del disastro aereo di Monaco che decimò la squadra del Manchester United. Lo ha annunciato la fondazione che porta il suo nome. Portiere di ruolo, Gregg salvò diverse persone, tra cui un bambino e i compagni di squadra Jackie Blanchflower e Bobby Charlton, rimasto ora  l’ultimo sopravvissuto.

Gregg ha più volte dichiarato di non voler essere ricordato solamente per essere l’eroe di Monaco, ma anche per la sua carriera. Il ricordo di quei momenti di paura e di follia lo hanno tormentato per tutta la vita, e a questo dolore Gregg ha sempre risposto con risultati, prestazioni e fedeltà alla casacca dei Red Devils. Vinse il Golden Glove (premio per il miglior portiere) ai Mondiali di Svezia nel 1958, davanti a una leggenda come il portiere russo Lev Yashin, e con lo United si tolse la soddisfazione di vincere un campionato, una Community Shield e una Coppa d’Inghilterra.

Pelé disse che «Wembley è la cattedrale del calcio. È la capitale del calcio. È il cuore del calcio». Il verbo, da coniugare al presente o al passato è una scelta arbitraria del lettore se reputa il vecchio impianto chiuso nel 2000 differente da storia, fascino e continuità rispetto al nuovo stadium inaugurato nel 2007.

Quel che è certo è che Wembley rimane il tempio magico di Londra e del football globale. Il semplice giocarci è una medaglietta da portare con orgoglio sul petto. L’Italia qui ha vinto due volte e la seconda ha della magia in sé: 12 febbraio 1997 si giocava una gara valida per la qualificazione alla Coppa del Mondo dell’anno dopo in Francia. L’Italia fu inserita nel Girone 2 assieme a Inghilterra, Polonia, Georgia e Moldavia. I ragazzi di Cesare Maldini disputarono anche un buon torneo: sapevano che gli inglesi erano i concorrenti diretti per acciuffare il primo posto che significava qualificazione diretta senza passare dagli insidiosi pareggi.

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Nei giorni precedenti al match, i giornali inglesi, ormai abituati a vederlo giocare con la maglia del Chelsea, ammonirono severamente lo staff tecnico inglese: attenzione a Gianfranco Zola. Addirittura The Indipendent aprì in prima pagina con questo consiglio, corroborato dalle assenze in casa britannica del portiere Seaman, Gascoigne, Adams. e dalla maggiore solidità dell’Italia.

Il gioiello arriva al 19′: Ferrara recupera palla in difesa, serie fitta di passaggi finché Costacurta non trova uno spazio in profondità per scagliare il pallone. Sa bene che Magic Box sta facendo un movimento studiato più volte in allenamento, sa come trovarlo e riesce a dargliela sui piedi. Zola se l’allunga quanto basta per scaricare un destro di rara potenza sul palo difeso da Walker: gol e vittoria assicurata. Proprio lui, sette stagioni in Inghilterra e nominato come Membro dell’Ordine dell’Impero Britannico dalla regina Elisabetta. Il giorno dopo i giornali inglesi non attaccarono la propria squadra ma elogiarono il talento di Oliena dichiarando la vittoria italiana come quella della “Fantasia al potere“. Ventiquattro anni dopo il gol decisivo di Fabio Capello  del 14 novembre 1973, l’Italia sconfisse l’Inghilterra a Wembley.

L’Italia chiuse a 18 punti, senza nemmeno una sconfitta, con 5 vittorie e tre pareggi, un solo gol subito e la memorabile vittoria a Wembley contro l’Inghilterra firmata dal guizzo dell’inglese Zola e dalla saracinesca umana Peruzzi. Ma non fu abbastanza: l’Inghilterra passò come prima avendo totalizzato 19 punti. Per gli azzurri fu fatale il pareggio in casa nello scontro diretto contro i Tre Leoni e, forse, ancor più i due 0-0 ottenuti in trasferta in Georgia e Polonia. Il pass per Francia ’98 arrivò dopo il doppio spareggio contro la Russia. 

E’ diventato popolare, o meglio virale, verso la fine del 2016, con un apice registrato nel novembre dello stesso anno. Il “Mannequin challenge” (in italiano, anche se non rende, la sfida del manichino) travolse tutto e tutti, convogliando nel web centinaia di migliaia di utenti intenti a farsi riprendere mentre rimanevano bloccati in azione come manichini e una telecamera in movimento continuava a filmare. Talmente “pop”, ovviamente, da coinvolgere celebrità e anche lo sport: nel calcio fu Jamie Vardy, l’attaccante del Leicester e della Nazionale inglese che a esultare (si fa per dire) stando fermo dopo un gol contro la Spagna.

Un’esultanza che la Ea Sport ha inserito successivamente nel gioco Fifa, ma sul rettangolo verde di calcio, qualcuno ci aveva pensato anni prima. In Italia ricordiamo ancora Mark Bresciano, centrocampista australiano, con quasi 250 presenze in Serie A tra Empoli, Parma, Palermo e Lazio. A ogni gol si irrigidiva e senza tradire sentimenti ed espressioni, rimaneva fermo, imperioso, come una statua. E “statua” fu, appunto, il suo soprannome.

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Padre italiano, madre istriana, passaporto australiano. E’ stato l’Empoli a credere per primo nel ragazzo nato a Melbourne l’11 febbraio 1980, da Prospero Bresciano (originario della Basilicata ed emigrato nell’emisfero australe da bambino con la famiglia) e da madre originaria di Antonci, nell’attuale Croazia. Mark in Australia studia, lavora e gioca a calcio. Si laurea al college ma ha già esordito nel pallone all’età di 15 anni. Si fa notare dal Carlton, prima che sia l’Empoli a scovarlo anticipando tutti nel 1999: il club lo porta in Italia assieme al connazionale Vincenzo Grella.

Con l’Empoli resta fino al 2002: per lui sono 88 partite e 19 gol. Quindi arriva il trasferimento al Parma, dove ritrova Grella. In maglia crociata resta per 4 anni, contando 145 presenze e 20 gol, includendo anche lo spareggio salvezza contro il Bologna del 2005, al quale Mark parteciperà mancando così l’appuntamento in Confederations Cup con la maglia della propria nazionale. Bresciano darà un contributo importante in quella stagione alla permanenza del Parma in Serie A, così come in tutta la sua esperienza crociata si imporrà come centrocampista abile in tutte le posizioni. Al suo primo anno, nonostante gli infortuni, con 24 presenze si rivelerà inoltre un utile acquisto sulla strada che porta il Parma al quinto posto in classifica e alla qualificazione alla Coppa Uefa.

E in questi anni prende forma la sua mitica esultanza che gli fa guadagnare il soprannome di Spartacus e che diventerà tradizione a partire dalla sua successiva esperienza in Serie A con la maglia del Palermo, nella quale segnerà 12 gol in 104 partite. La sua carriera italiana si chiude con la maglia della Lazio nella stagione 2010/11, prima di scegliere di concludere la propria attività da calciatore negli Emirati Arabi.

Mark ha avuto anche grande spazio con la nazionale australiana. Tra il 2001 e il 2015, anno del proprio ritiro, il centrocampista ha collezionato 84 gare e 13 gol, vincendo la Coppa d’Asia nel 2015. Il suo gol più bello con la maglia dei Socceroos resta questo contro il Bahrein durante le qualificazioni alla Coppa d’Asia del 2007.

Ho soltanto saltato e mi è un po’ venuta così, ed è incredibile come sia la stessa schiacciata

Dice di non averci pensato, LeBron James al termine della partita di Nba giocata nella notte tra venerdì 7 e sabato 8 febbraio tra i Los Angeles Lakers e gli Houston Rockets, vinta da quest’ultimi per 121-111.  Ma il numero 23 ha realizzato una schiacciata spettacolare che a tutti ha ricordato un’altra fatta 19 anni fa nello stesso palazzetto da Kobe Bryant, morto il 26 gennaio in un incidente di elicottero.

This iconic image of a LeBron James dunk was captured by team photographer Andrew D. Bernstein.

Una copia pressoché perfetta, per movimento, coordinazione ed esecuzione. James, che dal 2018 veste la casacca gialla, era molto legato a Bryant e il loro rapporto era diventato particolarmente sentito dopo il trasferimento di James ai Lakers, la squadra in cui il numero 24 giocò per tutta la sua carriera.

 

Il volo 609 della British European Airways riprova per la terza volta il decollo. C’è troppa neve, all’aeroporto di Monaco-Riem di Monaco di Baviera, dalla cabina di controllo sconsigliano la manovra, ma il pilota ci riprova un’ultima, tragica volta. Quel volo non si alzerà mai, finirà dritto contro le mura di un edificio, in fondo alla pista. In quell’aereo c’è tutto il meglio del futuro e del talento del calcio inglese, una parte dei “Busby Babes” del Manchester United. Sono le 15:04 del 6 febbraio 1958 e 23 dei 44 passeggeri perdono la vita. Otto sono giocatori, tre dello staff, muoiono anche otto giornalisti e quattro membri dell’equipaggio. Ancora oggi ci sono orologi in giro per Manchester bloccati a quell’ora nefasta.

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Il club aveva noleggiato un aereo per fare ritorno dalla partita di Coppa dei Campioni contro la squadra jugoslava della Stella Rossa di Belgrado, terminata con un pareggio per 3-3 e con questo risultato il Manchester United si era qualificato alle semifinali, avendo vinto la gara di andata per 2-1. Il decollo da Belgrado fu ritardato di un’ora perché il giocatore del Manchester United Johnny Berry aveva perso il suo passaporto, ma poi l’aereo fece una fermata programmata a Monaco per rifornirsi di carburante.

Il capitano James Thain, il pilota, tentò di decollare due volte, ma entrambi i tentativi furono infruttuosi per un surriscaldamento del motore sinistro. Al terzo tentativo di decollo si decise di ovviare al surriscaldamento del motore sinistro “ritardandone” l’accelerazione, facendo percorrere all’aereo una lunghezza maggiore di quella usualmente richiesta. Per questo l’aereo fu costretto a utilizzare un tratto di pista non percorso quel giorno dagli altri aerei. In quella zona della pista era presente un sottile strato di neve sciolta, che ostacolò l’accelerazione dell’aereo, impedendo così il decollo. Durante questa operazione l’aereo raggiunse i 217 chilometri orari, ma nel tratto finale calò a 194, una velocità troppo bassa per poter volare e con troppa poca pista per poter interrompere il decollo.

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Alle 15:04 l’aeroplano si schiantò sulla recinzione che circondava l’aeroporto e poi su una casa, che in quel momento era vuota. Parte dell’ala e parte della coda vennero strappate. Il velivolo prese fuoco. Il lato sinistro della cabina di pilotaggio colpì un albero, il lato destro della fusoliera un capanno di legno, all’interno del quale c’era un camion pieno di pneumatici e carburante, che esplose.

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Matt Busby sopravvive allo schianto, anche se per ben due volte all’ospedale gli danno l’estrema unzione. Lo “scozzese di ferro” ce la fa, così come Bobby Charlton, che negli anni a venire proprio con Busby e un trio d’attacco indimenticabile ricostruirà una squadra leggendaria. Senza Duncan Edwards, morto anche lui e a soli 21 anni. Forse il talento più grande, la gemma più preziosa di quel Manchester con cui giocò 177 partite e segnò 21 reti, vincendo due Premier. Divenne il più giovane a debuttare in Nazionale, a 18 anni e 183 giorni. Per tutti era il successore di Billy Wright, il capitano. Come scrive Francesco Cavallini in Io gioco pulito (qui lettura completa):

Duncan può diventare o più amato di Matthews, più famoso di Puskas, e forse più forte di Di Stefano. Destro, sinistro, lancio lungo, tiro da fuori, visione di gioco. Ogni cosa, ogni singola qualità si incastra perfettamente in lui. Busby lo fa giocare da mediano, ma se volesse potrebbe schierarlo persino in porta. Nessun obiettivo gli è precluso. La gloria, quella gloria che ha già assaggiato con la maglia del Manchester United, sarà sua compagna per la vita. Duncan Edwards, il più grande calciatore di tutti i tempi. È scritto nel suo destino. E in Svezia nell’estate 1958 se ne accorgeranno tutti, proprio come se ne è accorto Matt. E invece no. Il mondo scopre Pelé e Garrincha. Non Duncan. E a sollevare la Coppa del Mondo del 1966 non sono le sue mani. Nell’immagine da consegnare alla leggenda c’è Bobby Moore. Ci sono Gordon Banks, Geoffrey Hurst, c’è persino Bobby Charlton, che era su quell’aereo con lui. Ci sono tutti. Ma non Duncan Edwards.

Poco prima della manovra di decollo Edwards riesce a spedire un telegramma alla sua padrona di casa per avvertirla che per problemi atmosferici avrebbe trascorso la notte in Germania. La stella dell’Old trafford si spegne 15 giorni dopo, e con lei un pezzo di quel grande Manchester. Con un ultima frase, però, che Big Dunc riuscì a pronunciare al Dottore poco prima di andarsene:

Quante chance ho di giocare in Premier la settimana prossima?

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Non sembrò possibile che stesse succedendo davvero, e a rivederlo oggi il video dell’ultima partita di Kobe Bryant su un campo di NBA sembra ancora più incredibile. Segnò 60 punti, e negli ultimi tre minuti guidò i Lakers a una rimonta pazzesca contro gli Utah Jazz, era il 13 aprile del 2016. Il numero 24 della squadra di Los Angeles in realtà aveva fatto anche meglio in passato come gli 81 punti messi a segno il 22 gennaio 2006 contro i Toronto Raptors. Bryant, che con quell’exploit firmò il secondo record di sempre dietro soltanto ai 100 punti di Wilt Chamberlain con i suoi Philadelphia Warriors contro i New York Kniks.

Alla sua ultima partita c’erano tutti, compreso O’Neal accanto alla panchina, e nei momenti più spettacolari del finale le telecamere si soffermarono più volte su Gianna, seduta in prima fila. Bryant ha chiuso la sua carriera con 33.643 punti realizzati in 1.346 partite, quarto miglior realizzatore in assoluto di tutti i tempi, scavalcato da LeBron James con i 29 punti realizzati contro Philadelphia proprio nella notte tra il 25 e 26 gennaio, giorno della morte dello stesso Kobe che su Twitter si era complimentato con il collega-amico.

 

Fonte: La Stampa

Era il 28 gennaio 1966 e nei cieli della Germania si stava compiendo una delle più angoscianti tragedie nella storia dell’aviazione civile e anche nella storia dello sport. Un Convair della Lufthansa con 46 persone a bordo precipitò durante la fese di atterraggio. Un lampo poi lo schianto, a bordo, fra gli altri passeggeri e gli uomini dell’equipaggio, c’erano sette giovani nuotatori azzurri, quattro uomini e tre donne che in verità erano poco più che ragazzi. Avrebbero dovuto partecipare nella città tedesca di Brema a uno dei più prestigiosi meeting internazionali di allora e confrontarsi, come in quegli anni non succedeva spesso, anche con i rivali americani, australiani, giapponesi. Nessuno riuscì a sopravvivere nell’immane disastro, che si portò via un’intera generazione del nuoto italiano.

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Bruno Bianchi, stile libero e capitano della Nazionale, 16 volte primatista italiano, il più vecchio e già veterano del gruppo anche se appena 22enne. Amedeo Chimisso, 19enne dorsista e primatista dei 200 misti, era figlio di uno scaricatore di porto di Venezia e faceva il fattorino a tempo perso per cercare di sbarcare il lunario. Il romano Sergio De Gregorio, libero e delfino, 5 titoli italiani assoluti e pluriprimatista nazionale, avrebbe compiuto vent’anni a febbraio. Appena 18enne e studentessa liceale bolognese era invece Carmen Longo, ranista e misto, primatista e campionessa italiana. Da Roma arrivava Luciana Massenzi, 20 anni, stile libero e dorso, 4 titoli assoluti, primatista dei 100 dorso. La stessa età di Chiaffredo “Dino” Rora, dorsista torinese. Appena 17 anni aveva infine Daniela Samuele, nata a Genova, la più giovane del gruppo. Con loro c’erano il tecnico federale Paolo Costoli, fiorentino di 55 anni e Nico Sapio, 36 anni, telecronista della Rai.

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Quella tragica trasferta fu accompagnata da una serie incredibile di coincidenze sfavorevoli. Il volo previsto da Linate per la Germania fu cancellato per la fitta nebbia sullo scalo milanese. La comitiva azzurra stava già per ripiegare su un’alternativa via terra (treno e pullman) quando si trovò all’ultimo momento un aereo della Swissair per Zurigo, con successive coincidenze per Francoforte e poi Brema. Gli azzurri però arrivarono a Francoforte in leggero ritardo, appena 12 minuti persi probabilmente in ulteriori controlli dei documenti alla dogana. Furono fatali, perché così persero l’aereo previsto e già prenotato per Brema, che raggiunse poi regolarmente la città tedesca, e dovettero scegliere quello successivo, che invece non arrivò mai a destinazione.

Un disastro terribile e struggente che non ebbe mai una spiegazione. Le condizioni meteo a Brema erano critiche ma non proibitive, si parlò di illuminazione difettosa lungo la pista dell’aeroporto, di scarsa visibilità, di manovra errata, di malore del pilota. E alcuni fra i soccorritori dissero di aver trovato il copilota al suo posto, morto sul colpo, con una tenaglia arrugginita in mano. Nel 2009 è stato eretto un monumento in ricordo dei caduti di Brema allo Stadio del Nuoto del Foro Italico.

Nel giorno del suo ritiro, dopo 20 anni sul parquet, Kobe Bryant scriveva una lettera toccante, pubblicata il 29 novembre 2015 sul The Players’ Tribune, per annunciare l’addio. Una dichiarazione d’amore per il basket, ma anche una resa all’età, a 37 anni: «Il mio cuore vorrebbe continuare ma il mio corpo non ce la fa più” scriveva la leggenda della Nba, morto in un incidente di elicottero». Da quella lettera è stato realizzato “Dear Basketball”, un cortometraggio d’animazione del 2017, scritto da Kobe Bryant e diretto da Glen Keane, vincitore dell’Oscar nel 2018.

L’ex stella Nba dei Los Angeles Lakers è morto domenica 26 gennaio all’età di 41 anni in un incidente in elicottero.

Caro basket,
dal momento in cui ho cominciato ad arrotolare i calzini di mio padre
e a lanciare immaginari tiri della vittoria nel Great Western Forum
ho saputo che una cosa era reale: mi ero innamorato di te

Un amore così profondo che ti ho dato tutto
dalla mia mente al mio corpo
dal mio spirito alla mia anima.

Da bambino di 6 anni
profondamente innamorato di te
non ho mai visto la fine del tunnel.
Vedevo solo me stesso
correre fuori da uno.

E quindi ho corso.
Ho corso su e giù per ogni parquet
dietro ad ogni palla persa per te.
Hai chiesto il mio impegno
ti ho dato il mio cuore
perché c’era tanto altro dietro.

Ho giocato nonostante il sudore e il dolore
non per vincere una sfida
ma perché TU mi avevi chiamato.
Ho fatto tutto per TE
perché è quello che fai
quando qualcuno ti fa sentire vivo
come tu mi hai fatto sentire.

Hai fatto vivere a un bambino di 6 anni il suo sogno di essere uno dei Lakers
e per questo ti amerò per sempre.
Ma non posso amarti più con la stessa ossessione.
Questa stagione è tutto quello che mi resta.
Il mio cuore può sopportare la battaglia
la mia mente può gestire la fatica
ma il mio corpo sa che è ora di dire addio.

E va bene.
Sono pronto a lasciarti andare.
E voglio che tu lo sappia
così entrambi possiamo assaporare ogni momento che ci rimane insieme.
I momenti buoni e quelli meno buoni.

Ci siamo dati entrambi tutto quello che avevamo.
E sappiamo entrambi, indipendentemente da cosa farò,
che rimarrò per sempre quel bambino
con i calzini arrotolati
bidone della spazzatura nell’angolo
5 secondi da giocare.
Palla tra le mie mani.
5… 4… 3… 2… 1…

Ti amerò per sempre,
Kobe

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Il suo non è un esordio come tanti altri, non può esserlo perché stiamo parlando di Fabio Cannavaro, del capitano e del leader della Nazionale italiana nel Mondiale del 2006, perché è stato il detentore di presenze in maglia azzurra dal 2009 al 2013 – 136, poi superato poi da Buffon – , capitano dal 2002 al 2010 e perché è il secondo giocatore con più presenze da capitano in nazionale, ben 79, dietro ancora una volta a Buffon.

Così quel match amichevole tra Italia e Irlanda del Nord del 22 gennaio 1997, a posteriori, non rappresenta una partita qualsiasi, ma il debutto di un pilastro attorno al quale, complice il ritiro di Maldini a fine Mondiale in Corea e Giappone e i continui infortuni di Nesta, tutta l’Italia si è aggrappata.

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A convocarlo per quella partita è Cesare Maldini che lo conosce molto bene avendolo allenato nelle precedenti esperienze in Under-21. Anche per il ct è il debutto sulla panchina dell’Italia: allo stadio Barbera di Palermo, si apriva un nuovo ciclo dopo Arrigo Sacchi e Maldini presentò una formazione con un nuovo modulo, il 3-5-2. Dopo meno di dieci minuti Albertini pescò Zola che scartò il portiere e firmò da posizione defilata l’uno a zero. Poi nella ripresa ecco l’esordio del 23enne Fabio Cannavaro, al minuto 72’ al posto di Costacurta, quindi Zola lasciò il posto a Del Piero e proprio il talento juventino fu decisivo a pochi minuti dal termine con la punizione deviata dal portiere avversario per il 2-0 definitivo.

Maldini  impiegò Cannavaro subito con continuità e lo convocò al Mondiale 1998 in Francia. All’inizio del torneo, Cannavaro non offrì prestazioni convincenti e contro il Cile fu il principale responsabile sulla doppietta di Salas, ma migliorò notevolmente il suo rendimento nelle partite successive e contro la Francia, nei quarti di finale, fu il migliore in campo dell’Italia nonostante una ferita allo zigomo causata da una gomitata proditoria di Guivarc’h ad inizio ripresa.

Cannavaro non è stato un grande goleador, anzi. In Nazionale ha segnato solamente due reti: la prima nel maggio 2004, nel 4-0 complessivo contro la Tunisia, ultimo match prima dell’Europeo, e la seconda marcatura quattro anni dopo, nel febbraio 2008 contro il Portogallo (3-1 risultato finale), nel giro di amichevoli del campionato europeo che saltò per la rottura dei legamenti della caviglia.