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Redazione mondiali.it

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Continua a inanellare successi il globetrotter Sebastian Giovinco. I sauditi dell’Al Hilal festeggiano la terza Champions asiatica della loro storia trascinati dalla “Formica Atomica”. Contro i giapponesi dell’Urawa Red Diamonds finisce 2-0, Seba firma l’assist per l’1-0 firmato Dawsari, nel finale, poi, è arrivato il raddoppio di Gomis, ex attaccante – tra le altre – di Lione, Marsiglia e Galatasaray. A Saitama, di fronte a quasi 59.000 spettatori, l’Al Hilal allenato da Razvan Lucescu (figlio dell’ex tecnico di Brescia, Inter e Shakhtar Donetsk Mircea) bissa quindi il successo dell’andata (1-0 a Riad).

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Per Giovinco è l’undicesimo titolo in carriera (prima un campionato di Serie B, due Supercoppe italiane, due Scudetti, tre Canadian Championship con il Toronto, una Mls Supporters’ Shield e un titolo di Mls), e chissà che il prossimo Mondiale per Club non possa regalargli il numero dodici: l’Al Hilal, infatti, a dicembre raggiungerà il Qatar insieme al Flamengo, fresco vincitore della Coppa Libertadores.

 

 

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Conquering one continent at a time

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La Copa Libertadores 2019 va incredibilmente al Flamengo, nel nome di Gabigol. L’attaccante brasiliano, in prestito al club carioca ma di proprietà dell’Inter, decide infatti la finale di Lima che termina 2-1 per il Mengão. Sconfitto il River Plate, che aveva condotto la partita per oltre un’ora: al vantaggio firmato al 14′ da Rafael Borre risponde infatti Gabigol con un’incredibile doppietta all’89’ e al 92′, prima di essere espulso al 95′.

L’Estadio Monumental di Lima suggella la stagione magica del Flamengo e del suo nuovo eroe, quel Gabriel Barbosa che da oggetto misterioso e poi equivoco di mercato dell’Inter si è tramutato nell’uomo dell’anno. Gabigol arriva infatti incredibilmente a quota 40 gol segnati in stagione decidendo la finale della Copa Libertadores, con il River Plate che era già pronto a sollevare il trofeo per la quinta volta nella sua storia e per la seconda stagione di fila. E chissà dove si trovava il ritrovato campione del calcio verdeoro in quel lontano 1999, vent’anni fa, quando ancora doveva compiere tre anni e il Manchester United di Ferguson riuscì in un’impresa simile al Camp Nou, ribaltando a tempo scaduto la finale di Champions League contro il Bayern Monaco.

Ma la copertina di questa Libertadores si arricchisce di un altro protagonista perché vincere la Copa Libertadores, una delle competizioni più importanti del mondo, non è un’impresa semplice. Diventare campioni del Sudamerica e conquistare anche la Champions League è un privilegio riservato a pochi eletti nella storia del calcio.

Rafinha, al secolo Márcio Rafael Ferreira de Souza, una vita in Germania tra Schalke 04 e Bayern Monaco, con una parentesi in Italia, nel Genoa, è salito sul tetto d’Europa nel 2013 vestendo la maglia dei bavaresi e grazie allo scettro conquistato con il Flamengo  si aggiunge a un elenco ristretto, formato ora da soli undici calciatori. Ecco chi sono:

Marcos Cafù – L’ex terzino di Roma e Milan ha vinto la Copa Libertadores nel 1992 e nel 1993 con il San Paolo e la Champions nel 2007 con la maglia del Milan.

Juan Pablo Sorin – Il suo è un record unico: nel 1996 vince la Champions con la Juventus (seppur da comprimario) e la Libertadores con il River.

Nelson Dida – L’ex portiere del Milan, campione d’Europa nel 2003 e nel 2007, aveva conquistato la Libertadores nel 1997 con il Cruzeiro.

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Roque Juniior – Un altro a vincere la Coppa dalle grandi orecchie in rossonero (2003). Prima, nel 1999, aveva trionfato in Sudamerica con il Palmeiras.

Santiago Solari – Nel 1996 si impone con il River, poi vince da protagonista con il Real Madrid nel 2002.

Walter Samuel – The Wall, in Italia con Inter e Roma, vince la Champions nel 2010 con i nerazzurri, a dieci anni di distanza dalla Libertadores con il Boca.

Carlos Tevez – A proposito di Boca, l’Apache è protagonista nella finale del 2003. Poi trascina il Manchester United nel 2008, con Cristiano Ronaldo.

Danilo – Il terzino della Juventus, come Dida, ha in bacheca due Champions (2016 e 2017, vinte col Real Madrid di Zidane) e una Libertadores (Santos, 2011).

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Neymar – Nel Santos campione nel 2011 sbocciava anche il talento dell’attuale attaccante del PSG, capace poi di vincere in Europa, nel 2015, con la maglia del Barcellona.

Ronaldinho – È l’unico ad essere stato prima profeta all’estero e poi in patria. Dominatore nella Champions 2006, vince la Libertadores nel 2013 con l’Atletico Mineiro.

Jorge Lorenzo ammaina la bandiera, quella di ‘Lorenzo’s Land’, piantata per l’ultima volta nella sabbia del circuito Ricardo Tormo, proscenio del suo addio alle corse. Il motociclista maiorchino, 32 anni, si ritira: l’annuncio è arrivato in una conferenza stampa straordinaria convocata alla vigilia del weekend del Gp di Valencia che chiude il motomondiale 2019. «Questa sarà la mia ultima gara e poi lascio come pilota professionista, non è facile ma ho deciso così» .

Il pilota della Honda non ha nascosto l’emozione quando ha ricevuto la standing ovation della platea. «Le persone che hanno lavorato con me sanno che sono un perfezionista, con quanta passione ho sempre lavorato – ha sottolineato Lorenzo -, per questo dopo nove anni in Yamaha, che sono stati i più belli della mia carriera, ho sentito di aver bisogno di un cambiamento per avere nuove motivazioni, e sono passato in Ducati e ho raggiunto nuove vittorie. Poi ho firmato per la Honda, mi ha dato un’altra grande spinta, non ho potuto essere in condizioni fisiche normali per essere competitivo e poi la moto non era adatta al mio modo di correre».

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Lorenzo, classe 1987, di Palma di Maiorca, ha esordito in 125 il 4 maggio del 2002 con il team Derbi, nel giorno del suo quindicesimo compleanno (età minima per gareggiare) e diventa il pilota più giovane di sempre in una gara del motomondiale. Il maiorchino ha vinto cinque Mondiali, i primi nel 2006 e nel 2007, in classe 250, con l’Aprilia. Poi nel 2010, nel 2012 e nel 2015 ha ripetuto l’exploit in MotoGP con la Yamaha. Proprio nella Yamaha, Lorenzo è stato compagno, ma anche e soprattutto rivale di Valentino Rossi.

«Dopo l’incidente brutto al Montmeló e poi l’altra caduta ad Assen con tutte le conseguenze, mentre rotolavo sull’asfalto pensavo ‘vabbè Jorge ne vale davvero la pena? dopo tutto quello che hai fatto, forse è ora di smettere’. Poi però ci ho pensato e ho continuato». Lorenzo, ha annunciato il Ceo della Dorna, Carmelo Ezpeleta, sarà ‘Motogp Legend’, entrerà nella Hall of fame riservata ai grandi campioni.

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Il campionato di Serie A è fermo per la sosta imposta dagli impegni delle Nazionali maggiori e giovanili, e i tempi sono maturi per tirare un bilancio provvisorio sulla stagione del Napoli. La squadra di Carlo Ancelotti, data alla vigilia del campionato come una delle possibili protagoniste nella lotta scudetto, sta faticando e non poco ad ingranare la marcia giusta, ma ciò che preoccupa maggiormente è la situazione difficile che si è venuta a creare nello spogliatoio dei partenopei.

La crisi non è solo di risultati

Sebbene il 4-4-2 scelto da Carlo Ancelotti non riesca a mettere i calciatori in condizione di rendere al proprio meglio, le difficoltà dei partenopei sembrano derivare principalmente dalla mentalità con cui gli azzurri affrontano le partite. Anche nell’ultima gara casalinga contro il Genoa, come possiamo vedere nell’articolo di Sky Sport, il Napoli è apparso quasi svogliato, incapace di imporre il proprio gioco e di reagire alle difficoltà incontrate sul proprio percorso. Rispetto al passato, la squadra del tecnico emiliano pare non riuscire ad assumere il controllo della gara, a non dominare gli avversari dal punto di vista emotivo ancor prima che tecnico e tutte queste difficoltà si stanno ripercuotendo sulle prestazioni e sui risultati del partenopei. Se è vero che, come detto, alla vigilia della stagione il Napoli era considerato tra le favorite assolute per la vittoria dello scudetto, è altrettanto vero che ad oggi, dando anche un’occhiata a https://www.betfair.it/sport/inplay, per i partenopei il discorso titolo sembra essersi definitivamente chiuso e, anzi, gli azzurri dovranno lottare duramente per riconquistare una posizione che garantirebbe loro l’accesso alla prossima edizione della Champions League.

È la fine di un’era?

Da quando Aurelio De Laurentiis ha assunto la carica di presidente del club partenopeo, il Napoli è cresciuto costantemente di anno in anno. Stagione dopo stagione, competizione dopo competizione, le ambizioni ed i risultati degli azzurri erano stati sempre superiori rispetto a quelli dell’anno precedente. Quest’anno, invece, per la prima volta, pare che il progetto del club napoletano sia giunto ad un punto morto ed è forte la sensazione che già a partire dalla prossima sessione di mercato qualcosa dovrà cambiare. Insigne e Mertens, due dei protagonisti principali delle ultime stagioni, non sembrano essere più felici di vestire la maglia napoletana e, stando a quanto riportato da Calciomercato.com,  sono tra coloro i quali hanno guidato il recente ammutinamento nei confronti della presidenza. All’esito della partita di Champions contro il Salisburgo, i calciatori avevano infatti criticato aspramente la decisione della presidenza di continuare il ritiro ed avevano deciso di fare ritorno a casa, lanciando su tutte le furie Aurelio De Laurentiis che, come ci racconta la Gazzetta dello Sport, aveva prontamente minacciato in fare causa a tutti i propri dipendenti.

Nelle ultime ore la situazione pare stia lentamente tornando alla normalità ma in città c’è la forte impressione che questa possa essere l’ultima stagione del blocco che aveva caratterizzato le esperienze di Benítez e di Sarri e che, dall’anno prossimo, prenderà forma il nuovo Napoli, chissà se più forte e vincente di quello precedente.

Clamoroso epilogo al Bezerrao, dove il Brasile centra la seconda rimonta consecutiva dopo il capolavoro in semifinale contro la Francia conquistando il suo quarto titolo Mondiale U17. Il trionfo verdeoro arriva solo negli ultimi 10 minuti, quando il Messico assaporava il trionfo e l’ennesima beffa all’Amarelinha, già sconfitta in finale nel 2005. Invece i padroni di casa si prendono la rivincita, vincendo per 2-1 e spezzando un tabù che durava da 14 anni grazie ai lampi nel finale di Kaio Jorge, che chiude da vicecapocannoniere del torneo con 5 centri, e di Lazaro. Polemiche messicane per il rigore del momentaneo pareggio brasiliano all’83’.

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La sfida non tradisce le aspettative infiammando i 22 mila presenti al Bezerrao. Merito soprattutto di un Brasile che parte a mille, esercitando un pressing asfissiante e sfondando con facilità lungo la corsia destra grazie alla spinta costante di Yan Couto. A mettersi in evidenza è soprattutto Gabriel Veron, imprendibile nell’uno contro uno e fulminante in progressione. Netto lo strapotere dell’Amarelinha nei primi 45′ segnati da due grandi occasioni di Veron (colpevole di un grossolano errore a porta spalancata) e da una traversa di Peglow. Copione simile anche nella ripresa nonostante il Messico cerchi di alzare ritmo e baricentro. La stellina tricolor, Alvarez, non riesce a incidere perché costretto ad abbassarsi troppo per trovare qualche pallone giocabile, tanto da giustificarne la sostituzione dopo 55′ anonimi.

La emozioni si moltiplicano nell’ultima mezz’ora, quando al Brasile viene il sospetto di essere vittima di un sortilegio: il trio offensivo verdeoro semina il panico nella retroguardia rivale sprecando di tutto, mentre al 66′ arriva il lampo di Gonzalez che, come un fulmine a ciel sereno, regala il vantaggio ai messicani nell’unica occasione su azione manovrata confezionata fino a quel momento. La furibonda reazione verdeoro porta a tre chiare chance con altrettanti tiri dal limite dell’area e a un’altra traversa colta da Cabral. Sembra finita per i padroni di casa. Ma all’83’ Veron conquista un sacrosanto rigore che s’incarica di realizzare Kaio Jorge. Senza respiro gli ultimi minuti, durante i quali il Brasile dà fondo alle energie residue trovando il ribaltone in pieno recupero grazie a un inserimento del nuovo entrato Lazaro.

FRANCIA TERZA

Dalla rimonta subita dal Brasile, quella costata la finale, al ribaltone rifilato all’Olanda (3-1) che vale il terzo posto. La Francia si prende una parziale consolazione conquistando il gradino più basso del podio grazie a un incontenibile Muinga, autore di una tripletta che lo proietta a quota 5 reti, vicecapocannoniere a braccetto con il compagno Mbuku. Sotto al 15′ a causa della rete messa a segno da Taabouni, la squadra di Giuntini ha ristabilito l’equilibrio al 22′ prima di mettere la freccia e chiudere i conti tra il 54′ e il 62′ per mano del centravanti del Psg.

Un cammino impetuoso, 10 vittorie su 10 nel Gruppo J di qualificazione a Euro2020. Ben 37 gol fatti e solamente 4 subiti, guardandosi attorno negli altri raggruppamenti solo il Belgio potrebbe tener testa a questa Italia (è fermo a 9 vittorie su 9 partite). L’ultima, roboante vittoria per 9-1 contro l’Armenia certifica il lavoro fatto dal ct Roberto Mancini e un decisivo cambio di mentalità che difficilmente si era visto, nei numeri, nelle precedenti Nazionali.

Dopo aver eguagliato Pozzo, l’ex allenatore di Inter e Manchester City ha stabilito ben nove record. Ecco quali:

1) Undicesima vittoria consecutiva in generale (migliora il primato assoluto stabilito contro la Bosnia);

2) Undicesima vittoria consecutiva per un singolo allenatore, migliorato il primato assoluto già superato di Pozzo del 1938/39;

3) Maggior numero di vittorie (13) per un singolo allenatore, dopo le prime 19 gare (eguagliato il primato di Arrigo Sacchi);

4) Record di vittorie consecutive (10) in un singolo girone eliminatorio per un campionato europeo (primato assoluto);

5) Record di vittorie in gare consecutive (14) valide per i gironi eliminatori per i campionati europei (primato assoluto);

6) Record di imbattibilità in gare consecutive (40) valide per i gironi eliminatori per i campionati europei (primato assoluto);

7) Record di vittorie consecutive (10) in un anno solare (primato assoluto);

8) Record assoluto di vittorie (10) in un anno solare (superando il primato di 9 successi consecutive stabilito nel 1990 ed eguagliato nel 1994, nel 2000 e nel 2003);

9) En plein con il maggior numero di successi  (10) in un anno solare (primato assoluto);

Segnare 9 gol non è un record, nella sua storia l’Italia aveva segnato lo stesso numero di reti in un singolo match soltanto in altre due occasioni, nel 1920 contro la Francia (9-4) e nel 1948 con gli Usa. Soltanto nel giugno del 1928 fece meglio (11-3 contro l’Egitto).

 

Oltre al danno, la beffa. La stagione di Formula 1 per la Ferrari si sta archiviando nel peggiore dei modi possibili, mostrando platealmente tutte le difficoltà di una scuderia che non riesce a imporsi nelle gerarchie dei suoi due piloti. Al termine di una domenica bestiale Max Verstappen ha conquistato il GP del Brasile di F1: il pilota della Red Bull ha mostrato i muscoli e si è preso la vittoria con due sorpassi da urlo su Hamilton. La follia, invece, si è manifestata dietro tra Leclerc e Vettel che si sono buttati fuori nel finale. Secondo Gasly con la Toro Rosso dopo due safety car, mentre Hamilton è stato penalizzato per il contatto con Albon e ha perso il terzo posto che è andato a Sainz.

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Idue piloti Ferrari, Sebastian Vettel e Charles Leclerc, hanno letteralmente perso la testa, commettendo un errore gravissimo buttandosi fuori a pochi giri dalla fine quando erano in lotta per la quarta posizione. Nessun ordine di scuderia dal muretto e i due piloti hanno deciso di dar vita a una lotta all’ultimo sangue che li ha penalizzati. Contatto e foratura per entrambi che sono stati costretti a parcheggiare le loro SF90 nell’erba. Il tedesco è stato opaco per tutta la gara perdendo la posizione al via da Hamilton e poi da Albon nel corso della gara. Più pimpante il monegasco che, scattato dalla 14.esima piazza, stava rimontando alla grande.

Un finale di gara grottesco, che sottolinea ancora una volta la convivenza ormai impossibile tra chi ha vinto quattro titoli mondiali  ai tempi della Red Bull  e un ragazzino baciato dal talento che non ha alcuna voglia di mettere la divisa del gregario. Una squadra in difficoltà vede finalmente la luce, ma a spegnerla a intermittenza sono proprio i suoi piloti.

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Bebe Vio continua a trionfare. L’atleta italiana ha trionfato ad Amsterdam nel fioretto categoria B della Coppa del Mondo Paralimpica. La tappa olandese del circuito di Coppa del Mondo di scherma paralimpica è stata eccezionale per i colori azzurri che, dopo il successo di Rossana Pasquino, sono arrivati anche un bronzo nel fioretto femminile categoria A con Andrea Mogos e un bronzo nella gara di sciabola maschile categoria B con Gianmarco Paolucci. L’atleta di Frascati è stato battuto sul filo, ha perso 15-14 nella semifinale con l’ungherese Istvan Trajanyi.

Bebe Vio battendo nella finale della gara di fioretto femminile categoria B la cinese Zhou Jingjing ha colto l’ennesimo successo in Coppa del Mondo. Un percorso netto quello dell’atleta veneta che come sempre ha spazzato via le sue avversarie. La finale è finita 15-4. Con identico punteggio in semifinale la Vio ha sconfitto la russa Irina Mishurova, una delle sue avversarie più forti. Al 15-4 la Vio si era già abbonata, perché anche nei quarti aveva vinto così, contro la cinese Kang Su, mentre negli ottavi aveva concesso un punto in meno all’ungherese Boglarka Mezo, battuta 15-3.

Rossana Pasquino ieri ha trionfato in Olanda. Bebe Vio le ha fatto i complimenti, la veneta era stata sconfitta nei quarti di finale. Davvero molto bello il post su Instagram di Bebe Vio che ha fatto festa con l’amica:

Per ora sciabolo meglio con le bottiglie, ma presto mi prenderò le mie soddisfazioni anche in pedana!
L’emozione più grande di ieri è stato l’oro di di Rossana Pasquino. Quando vince una compagna di squadra vince tutta l’Italia! E oggi… sotto col fioretto

 

Matteo Berrettini chiude il suo 2019 nel circus nel migliore dei modi, diventando il 1° tennista italiano a vincere un match in singolare alle ATP Finals. Non vi erano riusciti in precedenza né Adriano Panatta nel 1975 né Corrado Barazzutti nel 1978. Berrettini ha battuto 7-6, 6-3 Dominic Thiem nell’ultimo match del girone Borg, in un incontro che non aveva valore per la classifica, con l’austriaco già matematicamente primo e l’azzurro eliminato. Dopo aver perso con Djokovic e Federer, Matteo dimostra la costante crescita già intravista nelle uscite londinesi, battendo per la seconda volta in carriera quel Thiem che si era preso nel giro di 48 ore lo scalpo proprio dei due fenomeni. Una bella iniezione di fiducia in vista della Coppa Davis in programma la prossima settimana a Madrid e in vista del 2020, quando tutti gli occhi saranno puntati su di lui. Dopo la prima semifinale Slam, quella in un 1000 e in un 500, ecco un’altra prima volta di rilievo, al termine di una stagione da incorniciare.

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Resta l’impresa, intanto perché il Masters premia i primi otto del mondo e arrivarci testimonia l’appartenenza al gotha delle racchette: ma è giusto sottolineare come Thiem abbia affrontato il match già da primo del girone e con addosso le fatiche, soprattutto mentali, di due grandi vittorie su Federer e Djokovic. In ogni caso, le partite bisogna vincerle e Berrettini ha meritato perché ha concesso pochissimo al servizio tranne il passaggio a vuoto quando ha servito per il primo set sul 5-4 ed è stato più propositivo, pungendo con il dritto, che gli ha garantito 17 dei 30 vincenti. Da conservare e mettere in vetrina il game, il nono del primo set, con cui Matteo ha strappato la prima volta il servizio a Thiem, corredato da un fantastico passante in controbalzo di rovescio a una mano e da un passante di dritto, da dimenticare il game successivo in cui ha regalato il controbreak all’austriaco con almeno tre sciocchezze, forse dettate dall’emozione. Nel tie break, però, Berrettini non ha regalato nulla all’avversario e quando, nel secondo set, sulla palla break per il 4-2 ha giocato un dritto vincente poderoso, si è involato verso il successo.

Applausi per una stagione mirabolante (a marzo era numero 57 del mondo), per le emozioni che ci ha regalato dagli Us Open in poi, per la lucidità e l’umiltà con cui ha affrontato le vittorie e soprattutto le sconfitte. Chiude l’anno nella top ten e se ne va da Londra con 370.000 euro e 200 punti in classifica in più.

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Forse non tutto è andato perduto per Colin Kaepernick, giocatore di football americano escluso dalla National Football League da tre anni dopo aver iniziato a protestare inginocchiandosi durante l’inno nazionale contro le discriminazioni e le violenze nei confronti degli afroamericani. L’ex quarterback dei San Francisco 49ers, infatti, è stato invitato dalla lega a una sessione privata di allenamento in programma sabato ad Atlanta dove ci saranno gli osservatori di tutte le 32 squadre del campionato.

 

L’iniziativa potrebbe favorire il ritorno alle attività dell’atleta che il 3 novembre ha compiuto 32 anni anche se le probabilità di rivederlo sono tuttora basse. L’esecuzione dell’inno statunitense è un momento solenne per il football americano: viene ripetuto prima di ogni incontro e vissuto con grande partecipazione sia dal pubblico che dalle squadre. Il 14 agosto del 2016 Kaepernick restò in panchina a bordo campo durante l’inno prima di una partita della preseason estiva.

Si iniziò a parlare di lui circa una settimana dopo, quando venne notato seduto in panchina in una delle ultime partite estive. Qualche ora dopo, nelle interviste in spogliatoio, parlò per la prima volta alla stampa, alla quale disse:

Non starò in piedi per dimostrare il mio orgoglio per la bandiera di un paese che opprime i neri e le minoranze etniche. Per me è più importante del football, e sarebbe egoista guardare dall’altra parte. Ci sono cadaveri per le strade, e persone che la fanno franca

Con l’intervista negli spogliatoi si aprì ufficialmente uno dei casi più discussi nella storia dello sport nordamericano. La protesta di Kaepernick – che iniziò a inginocchiarsi regolarmente nelle partite di campionato – venne subito sostenuta da tanti professionisti afroamericani, ma osteggiata dalle basi popolari del tifo e dalle proprietà delle squadre. Jeremy Lane dei Seattle Seahawks fu il primo avversario di Kaepernick a restare seduto durante l’inno nel primo fine settimana di campionato. Dopo di lui furono Megan Rapinoe, centravanti della nazionale femminile di calcio, e Marshawn Lynch, vincitore del Super Bowl con i Seahawks, a dichiarare il loro sostegno all’iniziativa.

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