Author

Giovanni Sgobba

Browsing

La gioia più grande, l’immensa felicità di due atleti stilizzati che, con le braccia rivolte al cielo, sollevano il mondo, lo tengono stretto, simbolo del trionfo e della vittoria sportiva. Chi ama il calcio, il trofeo della Coppa del Mondo lo conosce bene, amato, sognato e anche visto sfuggire per un calcio di rigore finito alto o per un gol nei tempi supplementari. Noi l’abbiamo visto luccicante e splendente nelle mani sicure di Dino Zoff nel Mondiale di Spagna 1982 e di Fabio Cannavaro in Germania 2006; il tedesco Philipp Lahm l’ha sollevato l’ultima volta nel 2014, così come il suo connazionale, Franz Beckenbauer ha avuto il privilegio di mostrarla al globo intero, per la prima volta, 40 anni prima.

Ogni appassionato di calcio si è sentito istintivamente figlio di colui che con le sue mani e con il suo ingegno l’aveva immaginata, disegnata e, infine, realizzata. Silvio Gazzaniga, il “padre” della Coppa del Mondo, si è spento, ieri 31 ottobre 2016, all’età di 95 anni. Scultore e orafo milanese, Gazzaniga è nato e cresciuto artisticamente a Milano, formando il suo talento artistico, come scultore, durante il periodo delle avanguardie degli anni Quaranta.
Ma è il 1970 l’anno che lo consegna alla storia: dopo la terza vittoria della Coppa Rimet da parte del Brasile, nel Mondiale disputato lo stesso anno in Messico, come da regolamento, il trofeo venne consegnato definitivamente nella bacheca verdeoro. Così la Fifa bandì un concorso internazionale per ideare una nuova coppa e, davanti agli occhi della giuria, si presentarono 53 proposte. E’ la bozza di Gazzaniga ad ammaliare maggiormente la giuria perché oltre al disegno classico, per poter far apprezzare le forme morbide e dinamiche della sua invenzione, lo scultore decise di preparare un modello in plastilina. La sua bellezza scultorea, così, convinse definitivamente la Fifa.

Attraverso le mani dello scultore sono stati plasmati anche altri trofei sportivi come la Coppa Uefa o la Supercoppa Europea e, in occasione dei 150 dell’Unità d’Italia, dopo ottant’anni di carriera, Gazzaniga ha realizzato i trofei celebrativi della Coppa Italia, del 108° Giro d’Italia e del Gran Premio d’Italia di Formula 1. Sulla sua creazione più bella e più celebre, la Coppa del Mondo, Gazzaniga ha detto:

Volevo ottenere una rappresentazione plastica dello sforzo che potesse esprimere simultaneamente l’armonia, la sobrietà e la pace. La figura doveva essere lineare e dinamica per attirare l’attenzione sul protagonista, cioè sul calciatore, un uomo trasformato in gigante dalla vittoria, senza tuttavia avere niente di super-umano. Questo eroe sportivo avrebbe riunito in se stesso tutti gli sforzi e i sacrifici richiesti giorno per giorno ai suoi fratelli e avrebbe incarnato il carattere universale dello sport come impegno e liberazione, stringendo il mondo tra le sue braccia

«Signori, questa è la nuova campionessa del mondo». Il palazzetto applaude l’esibizione senza sbavatura della ginnasta italiana Vanessa Ferrari, lei abbraccia il suo allenatore Enrico Casella, il punteggio ufficiale ancora non c’è, ma Yuri Chechi, uno che con gli anelli ha vinto cinque titoli mondiali, in telecronaca è certo: la sedicenne Orzinuovi ha vinto la medaglia d’oro al campionato mondiale di ginnastica artistica nel concorso generale individuale. Era il 18 ottobre 2006, nei Mondiali di Aarhus, in Danimarca, e la giovane ginnasta della provincia di Brescia entra nella storia dello sport italiano: prima italiana a conquistare l’oro, le uniche due medaglie mondiali risalgono a 56 anni prima, durante i Mondiali di Basilea nel 1950, quando Wanda Nuti e Licia Macchini conquistarono rispettivamente l’argento ed il bronzo alla trave che garantirono il terzo posto all’Italia.

Mezzo secolo dopo, dunque, un’italiana sale sul podio, questa volta sul gradino più alto con 61.025 punti conquistati nei quattro attrezzi dell’all around (corpo libero, trave, volteggio e parallele asimmetriche) precedendo la statunitense Bieger, con 60.750 punti, e la rumena Izbasa con 60.250. Leggera, elegante, ma determinata e pungente, per Vanessa Ferrari la prova è stata in salita: durante l’esercizio della trave, uscendo da una combinazione, sbilanciata, è scesa dall’attrezzo.
Una sbavatura, una macchia potenzialmente fatale, ma la cannibale di Orzinuovi non si è persa d’animo e alla quarta prova, nel corpo libero, ha compiuto un autentico capolavoro: scesa, momentaneamente al secondo posto, per puntare all’oro, era necessario un punteggio di 15.225. Minuto dopo minuto, dinanzi a un esercizio elegante, difficile, ma sempre limpido e preciso, il pubblico inizia ad accorgersi che è davvero possibile. Sulle note del “Nessun dorma” la 15enne convince i giudici: 15.500 e primo posto irraggiungibile.

Un traguardo storico che le valse il Collare d’oro del Coni, massima onorificenza sportiva, e nel 2007, la nomina a Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana. La danza di Vanessa Ferrari rimane e rimarrà il momento più alto e glorioso dell’artistica italiana: qualcosa di eterno, difficilmente emulabile, ma che ha dato ulteriore vitalità e attenzione mediatiche a una disciplina sportiva che sta cullando tante atlete valide. Vanessa Ferrari ha vinto tanto, il quarto posto alle Olimpiadi di Rio 2016 e i vari infortuni (i suoi peggiori nemici ha detto in un’intervista recente) suonano come un dolce e inesorabile principio di addio. Ma a Vanessa Ferrari possiamo solo dire una parola: grazie!

Mentono quando dicono che sono dispiaciuti per la sconfitta della loro squadre nonostante una loro doppietta o tripletta. Mentono quando dicono che è importante la vittoria indipendentemente da chi segna. Gli attaccanti, quelli veri, tengono a mente il numero di ogni rete messa a segno durante la loro carriera e anche se non lo ammetteranno mai, qualche volta baratterebbero un titolo di gruppo con un riconoscimento personale. Ecco perché, sotto sotto, la Scarpa d’Oro fa gola ai vari bomber d’Europa: ideato nel 1967, il trofeo viene assegnato ogni anno al giocatore che, in un campionato europeo, ha realizzato il miglior punteggio ottenuto moltiplicando il numero di reti messe a segno in partite di campionato e il coefficiente di difficoltà del campionato stesso.

Luis Suarez, Scarpa d'Oro 2016 con 40 reti con la maglia del Barcellona
Luis Suarez, Scarpa d’Oro 2016 con 40 reti con la maglia del Barcellona

In realtà questa combinazione è stata resa necessaria perché in passato a vincere la Scarpa d’Oro erano principalmente giocatori di campionati minori e meno competitivi; così, nel 1997 (dopo una pausa tra il 1992 e il 1996) è stata introdotta questa nuova formula che prevede due punti di coefficiente di difficoltà per i top campionati come Serie A, Liga, Bundesliga, Premier League e Primeira Liga, mentre dalla sesta alla ventiduesima è 1,5, per tutte le altre è 1.

Il primo a vincere il trofeo è stato Eusébio che, con la maglia del Benfica nella stagione 1967-1968, realizzò 42 reti, mentre l’ultimo a esibire la Scarpa d’Oro è stato l’attaccante del Barcellona, Luis Suarez, con ben 40 reti segnati in stagione che ha bruciato all’ultimo Gonzalo Higuain, autore di un’incredibile annata con il Napoli e i suoi 36 gol. Per l’uruguaiano è il secondo riconoscimento dopo quello del 2014, unico calciatore a spezzare il duopolio Cristiano Ronaldo – Messi, mentre scorrendo l’albo dei vincitori appaiono altri nomi illustri come Van Basten, Ian Rush, Jardel, Ronaldo o Thierry Henry. Nella speciale classifica ci sono anche due italiani, Luca Toni e Francesco Totti che, rispettivamente nel 2006 e nel 2007, segnarono 31 e 26 reti.

toni-scarpa-oro-fiorentina
L’anno incredibile di Toni: con la Fiorentina nel 2005-2006 segnò 31 reti in 38 gare

Luca Toni nella stagione 2005-2006 giocava con la maglia della Fiorentina, appena arrivato da due anni più che positivi con il Palermo: con 30 gol il primo anno aiutò i Rosanero a salire dalle Serie B alla Serie A e l’anno dopo si mantenne su alti livelli realizzando 20 reti. Ma con la Viola, l’attaccante di Pavullo si superò totalizzando ben 31 reti in campionato in 38 match disputati e staccando di gran lunga gli altri bomber come Henry che arrivò secondo con 27 reti ed Eto’o con 26. Quell’anno, nella top10 c’erano anche altri due “italiani” come Trezeguet (23 gol con la Juventus) e Suazo (22 marcature con il Cagliari). Quelli di Toni furono numeri che per un istante lo accostarono al record di 35 marcature in una singola stagione di Nordahl (superato solo quest’anno, dopo 66 anni, da Higuain). Una stagione pazzesca che lo proiettarono dritto ai Mondiali del 2006 in Germania come uno dei protagonisti con la maglia azzurra. Solitamente attaccante-ariete in grado di segnare di testa, quell’anno Luca azzardò anche gol del genere contro l’Udinese:

Tra le istantanee che custodiamo gelosamente nei nostri ricordi di quei Mondiali vincenti oltre alla doppietta di Toni contro l’Ucraina, c’è il calcio di rigore di Francesco Totti, allo scadere, negli ottavi contro l’Australia. Quel rigore, quel momento, fu una liberazione per il capitano della Roma che sul treno-mondiale ci salì per ultimo, recuperando in tempo record dall’infortunio di inizio anno che lo tenne lontano dai campi per diversi mesi. Era il febbraio 2006 e nel match casalingo contro l’Empoli, dopo appena sette minuti, a causa di un entrata di Vanigli, il capitano giallorosso rimase con il piede sinistro piantato nel terreno. Frattura del perone. Qualche maligno ipotizzò addirittura la fine della sua carriera, ma l’eterno numero 10 romano e romanista si rimise in piedi, vinse un Mondiale e disputò la sua miglior annata in campionato di sempre. Incredibile a dirsi totalizzò 35 presenze in Serie A (non accadrà mai più) segnando ben 26 reti, miglior rendimento in assoluto nella sua carriera. Dalle polveri all’altare nel giro di un anno: per lui Scarpa d’Oro anche se quell’anno a livello realizzativo Afonso Alves, attaccante dell’Heerenveen fece meglio segnando otto reti in più, ma si piazzò secondo perché il coefficiente assegnato alle reti in Serie A, come detto, è di 2 punti, mentre quello assegnato ai gol nell’Eredivisie è di 1,5 punti. E tutti noi, con un po’ di nostalgia, ricordiamo questo gol di Totti, uno dei fantastici 26 di quella stagione irripetibile:

Al via le edizioni 2016 del Campionato del Mondo di volley per club sia maschile che femminile. Dal 18 al 23 ottobre, i due tornei iridati vedranno otto partecipanti lottare per il titolo di squadra migliore del pianeta. Suddivise in girone A e B con le migliori due che disputano semifinali e successivamente finale per il primo e terzo posto, le due competizioni si giocano in angoli diversi: il Mondiale per club maschile è, infatti, per la terza volta negli ultimi quattro anni a Betim, in Brasile (sempre nel paese sudamericano, ma a Belo Horizonte è andata in scena l’edizione del 2014); la competizione femminile, invece, negli stessi giorni si disputa nelle Filippine ed è la prima volta dopo l’ultimo triennio giocato a Zurigo.

Organizzati dalla Fivb, la Fédération internationale de volleyball, le due competizioni pallavolistiche sono riservate ai team che hanno vinto i tornei continentali, le cosiddette Champions League, durante la stagione precedente. Oltre ai campioni provenienti da Europa, Sudamerica, Nord-Centro America e Caraibi, Asia e Africa, ogni anno, a discrezione della Fivb, vengono invitate altre squadre, le wild cards, per poter raggiungere il numero idoneo per avviare il torneo.
Nel Mondiale maschile, per esempio, quest’anno a ottenere l’invito è stato Trentino Volley, sconfitto in finale di Champions dallo Zenit-Kazan, alla sua settima apparizione iridata e che rappresenta il team più vincente in assoluto, avendo conquistato l’oro per bene quattro volte dal 2009 al 2012. Il team allenato da Angelo Lorenzetti è nel girone B con i brasiliani del Minas Tênis Clube e gli argentini Ciudad de Bolívar e Upcn San Juan.
E’ un debutto, invece, per il team femminile che difende la bandiera italiana: la Pomì Casalmaggiore, alla sua prima apparizione, incorona, così, un’ascesa trionfale iniziata solo nel 2008 e che ha visto la giovane squadra lombarda innalzarsi sul tetto d’Europa, vincendo la Champions Leauge contro le turche del VakıfBank Istanbul. Nel torneo iridato, Casalmaggiore è inserita nel girone A con i padroni di casa, Philippine All-Stars, i turchi dell’Eczacıbaşı Istanbul e, infine, i brasiliani del Rio de Janeiro Vc.

Il cammino del Mondiale di volley per club è stato piuttosto a strappi: la prima edizione maschile si è disputata nel 1989 con cadenza annuale fino al 1992. Fino a quel momento fu un dominio italiano con Parma, Ravenna e due volte Gonzaga Milano a trionfare. Ma la Fibv decise di cancellare la manifestazione che non si è disputata per 17 anni. Solo nel 2009 il Mondiale per club è tornato, questa volta a Doha, in Qatar. Andamento simile per quello femminile: iniziato nel 1991 e interrotto nel 1994 (già l’edizione del 1993 non si disputò), è seguito un silenzio durato fino al 2010, quando, sempre la città qatariota ha ospitato nuovamente la competizione.

C’è anche la bandiera dell’Italia sul podio nella prova in linea Under 23 dei Mondiali di ciclismo su strada a Doha, in Qatar. Jakub Mareczko si è, infatti, piazzato al terzo posto al termine dei 166 km di corsa, dietro al norvegese Kristoffer Halvorsen, oro per lui, e al tedesco Pascal Ackermann, argento e battuto al fotofinish.
Il velocista azzurro, di origini polacche, ringrazia l’ottimo lavoro in solitaria di Simone Consonni negli ultimi chilometri, mentre in generale non è stata una grande prova per il team italiano complice anche il ritiro agli ultimi km del piemontese Filippo Ganna che ha stretto i denti, insofferente, per tutto il percorso, nonostante una caduta nella prima parte della gara. Gli altri azzurri si sono, così, piazzati: Riccardo Minali è arrivato 29esimo, Consonni 76esimo, Vincenzo Albanese 82esimo, Davide Ballerini 100esimo.

Cadute, i 40°, l’assenza di vento e l’asfalto rovente, hanno reso la gara mediamente piatta con una prima parte segnata dalla fuga a nove con un vantaggio fino a 3’10’’ sul restante gruppo, mentre nelle fasi finali il controllo è stato principalmente di Germania e Norvegia. Il Paese scandinavo torna sul gradino più alto del podio nella prova in linea Under 23 dopo la vittoria di Bystrøm a Ponferrada, in Spagna, nel 2014.

Piange Jakub Mareczko al termine della corsa. Il ragazzo nato in Polonia, ma trasferitosi in Italia all’età di quattro anni e da due anni professionista nelle file della Wilier-Southeast, non nasconde un po’ di delusione:

Speravo in una volata, ma la Norvegia non ha mollato. Sono contento di questo podio, abbiamo una medaglia e va bene lo stesso. Le lacrime? Sono un po’ di gioia, un po’ di amarezza. I norvegesi hanno controllato la fuga e condotto a volata come volevano

L’ordine di arrivo

Tony Martin mette dietro tutti ed eguaglia Fabian Cancellara: il tedesco si aggiudica la medaglia d’oro nella prova a cronometro ai Mondiali di Doha con il tempo di 44’42” e completa, così, il poker di successi iridati come lo svizzero. Quella di Martin, dopo la vittoria di domenica scorsa nella cronosquadre con l’Etixx-Quick Step, è stata una prova convincente che ha rispettato i pronostici della vigilia: dietro di lui, con 45’’ di ritardo si piazza il campione uscente, il bielorusso Vasil Kiryienka, mentre il bronzo va allo spagnolo Jonathan Castroviejo.

Dopo la tripletta nel 2011, 2012 e 2013 e dopo il beffardo argento nel 2014, il “Panzerwagen” si riscatta con una prestazione di alto livello, arrivando in testa già al primo intermedio e rafforzando la leadership nella seconda parte con più rettilinei e favorevole al tedesco. Male, invece, l’olandese Tom Dumoulin, uno dei favoriti, ma ancora sottotono, che ha chiuso in undicesimo con oltre due minuti di ritardo. Non bene nemmeno i colori italiani: Manuel Quinziato è solo 22esimo a 2’39”. Le dichiarazioni del tedesco:

È emozionante, questo successo mi fa dimenticare tutto quello che è successo durante l’anno. Il percorso era veramente per me. L’unico timore era il caldo. Ho fatto una gara splendida fin dall’inizio. Il quarto titolo mondiale? Io non conto le vittorie, adesso sono orgoglioso della mia prestazione

Ordine d’arrivo

  1. Tony Martin (Ger) 40 km in 44’42″99
  2. Vasil Kiryienka (Blr) a 45″05
  3. Jonathan Castroviejo (Spa) a 1’10″91
  4. Bodnar (Pol) a 1’16″77
  5. Mullen (Irl) a 1’21″75
  6. Dennis (Aus) a 1’27″12
  7. Lampaert (Bel) a 1’45″11
  8. Van Emden (Ola) a 1’45″41
  9. Hollenstein (Svi) a 1’51″51
  10. Jungels (Lus) a 1’56″59
  11. Quinziato a 2’39″35

 

Le favorite erano altre, ma la statunitense Amber Neben ha sorpreso tutti, bissando il successo, dopo l’oro a Varese nel 2008, nella crono femminile nel Mondiale su strada di Doha. Dopo otto anni dal successo italiano e dopo quattro anni lontana da una competizione mondiale, la 41enne ciclista californiana della BePink riacciuffa il gradino più alto del podio fermando le lancette a 36’37’’, davanti all’olandese campionessa olimpica su strada, Ellen Van Dijk, seconda a poco meno di 6″ e all’australiana Katrin Garfoot, prima volta sul podio in carriera, arrivata terza a 8″ di distacco.

Amber Neben ha mantenuto ha gestito con costanza gli sforzi nei 28.9 chilometri che compongono il tracciato cronometro, mantenendo il risicato vantaggio su Van Dijk, in un testa a testa incerto fino all’ultimo. Per la statunitense è un successo meritato e un premio anche alla sua travagliata vita e carriera: sempre in lotta con svariati infortuni, all’età di quattro anni è sopravvissuta ad una meningite spinale, mentre nel 2007 ha sconfitto un melanoma alla schiena.

Buona la prova di Elena Cecchini, unica italiana in pista nella cronometro donne, che ha chiuso la prova piazzandosi al 15esimo posto con 2’30’’ di ritardo. Cecchini ha sostituito Elisa Longo Borghin, bronzo a Rio,  una scelta voluta da commissario tecnico Dino Savoldi, probabilmente per preservarla in vista della prova in linea di sabato prossimo.

 

 

Grande prova di forza dell’americano Brandon McNulty che vince la medaglia d’oro nella cronometro categoria juniores maschile al Campionato del mondo su strada di Doha, in Qatar. Il giovane statunitense ha concluso i 28.9 chilometri del tracciato in 34’42”, con una media di quasi 50 k/h, e staccando il danese Mikkel Berg, arrivato secondo sul podio, in ritardo di ben 35″. Medaglia di bronzo, invece, per l’altro americano Ian Garisson che ha chiuso a poco più di 53″.

Gli altri si sono classificati sopra il minuto di ritardo: tra loro, sorprende l’eritreo Awet Habtom, settimo, a 1’40’’. Il giovane McNulty conquista il suo primo oro dopo il terzo posto ottenuto l’anno passato nei Mondiali di ciclismo a Richmond negli Stati Uniti.

Lontani, invece, gli italiani: solo 27esimo posto per Alexander Konychev, a 2’58’’, mentre Alessandro Covi supera il distacco dei tre minuti, giungendo 32esimo a 3’13’’.

Ordine di arrivo

  1. Brandon McNulty (Usa) in 34’42”29
  2. Mikkel Bjerg (Den) a +35’18”
  3. Ian Garrison (Usa) a +53’08”
  4. Julius Johansen (Den) a +1’02”55
  5. Ruben Apers (Bel) a +1’24”05
  6. Iver Knotten (Nor) a +1’32”99
  7. Awet habtom (Eri) a +1’40”02
  8. Marc Hirschi (Sui) a +1’43”70
  9. Jaka Primožic (Slo) a +1’53”95
  10. Jarno Mobach (Ned) a +2’00”5

La grafica su schermo aveva da poco segnato il passaggio dal settimo all’ottavo secondo, in Gibilterra e in Belgio, forse, alcuni tifosi si stavano per accomodare sul divano con una birra in mano e hanno già visto i giocatori belgi esultare per la rete del vantaggio. L’attaccante Benteke ha segnato il gol più veloce nella storia delle Mondiali e delle relative qualificazioni. Un’azione fulminea mista all’ingenuità della retroguardia della piccola Nazionale da poco riconosciuta dalla Fifa, assieme al Kosovo: fischio d’inizio, i padroni di casa giocano un pallone all’indietro, Ryan Casciaro si lascia soffiare la sfera da Christian Benteke che punta il capitano Roy Chipolina, lo supera agevolmente e infilza il portiere Ibrahim, che durante il match, verrà superato per altre cinque volte. Un 6-0 tennistico impreziosito dalla rete in 8,1 secondi, secondo la Uefa, dell’attaccante del Crystal Palace.

Dopo 23 anni cade, dunque, il precedente record che è appartenuto al sammarinese Davide Gualtrieri. Da una piccola nazione a un’altra, da Gibilterra a San Marino. Era il 17 novembre del 1993, qualificazioni per il Mondiale del ‘94 e al Dall’Ara di Bologna, contro i colossi dell’Inghilterra, l’attaccante della piccola nazione enclave, scrisse il suo nome nella storia, siglando la rete del vantaggio in 8,3 secondi con complicità del difensore Stuart Pierce. Una rete talmente veloce che i fotografi non riuscirono ad immortalare l’evento a tal punto che i giornali, il giorno dopo, utilizzarono un fermo immagine preso dal video del match. “End of the world” intitolò il Daily Mail il giorno dopo: un esito drammatico per i Three Lions che, nonostante la vittoria per 7-1, non ottennero il pass perché scavalcati da Norvegia e Olanda.

Anche se Benteke ha fatto meglio di lui, Davide Gualtieri, come lui stesso ha raccontato al sito Uefa.com, è ancora oggi un idolo:

A distanza di tempo mi accorgo di aver fatto davvero qualcosa di importante. Un gol in poco più di 8 secondi all’Inghilterra non capita sempre, forse è proprio per questo che ancora oggi anche i tifosi di altri paesi passano a trovarmi nel mio negozio di elettronica

Social network e media spagnoli hanno accusato Gerard Piqué, difensore del Barcellona e della Nazionale iberica, di aver volontariamente rimosso, dai bordi delle maniche, il rosso e il giallo, unici simboli che richiamano la bandiera sulla camiseta da trasferta completamente bianca. La vittoria fuori casa della Spagna di Lopetegui per 2-0 sull’Albania, valevole per la qualificazione ai Mondiali in Russia nel 2018, è passata in secondo piano perché i riflettori erano tutti puntati sulla maglietta di Piqué.

In molti, riconoscendo il forte trasporto politico del difensore blaugrana, sostenitore dell’indipendenza della Catalogna, hanno visto questo gesto come chiara offesa e presa di posizione rispetto alla bandiera spagnola. Sospetti in gran parte ingiustificati, ma che ben fanno capire quando Piqué sia sempre nell’occhio del ciclone quando scende in campo con le Furie Rosse.

Il difensore ex Manchester United ha indossato la maglia numero 3 a maniche corte con sotto una maglia termica, più aderente, a maniche lunghe. Nulla di strano, si è visto già in altri stadi e in altre partite, eppure gli occhi attenti della rete hanno notato un’anomalia rispetto al modello Adidas a maniche corte che prevede il richiamo ai colori spagnoli ai bordi. Giù il putiferio prontamente smorzato dalla Federazione calcistica spagnola e dal calciatore che in un’intervista nel post-gara ha esibito la maglia: Piqué, che è solito giocare con le maniche lunghe, sentendosi accaldato e “imballato” nei movimenti ha deciso di prendere un paio di forbici e tagliare le maniche senza cambiare direttamente divisa.

L’ennesimo episodio controverso che ha fatto definitivamente sbottare Piqué: al termine del match, infatti, ha dichiarato di dire addio dalla Nazionale dopo il Mondiale 2018. Una scelta che avrebbe dell’incredibile considerando la sua età (nel 2018 avrebbe 31 anni e ancora nel pieno della carriera). Piqué ha anche detto che non si ritirerà nei prossimi giorni solo per rispetto all’allenatore Lopetegui e al suo nuovo ciclo in Nazionale.
Quello tra il difensore, la Roja e i tifosi è un rapporto in pieno conflitto: alcuni lo vedono sempre con lo sguardo rivolto verso il basso durante la Marcha Real, l’inno ufficiale della Spagna, come atteggiamento in aperta contestazione, altri ricordano un presunto dito medio, fatto sempre durante l’inno, nella partita tra Croazia e Spagna durante l’ultimo Europeo, mentre ciclicamente torna d’attualità la partecipazione di Piqué alla Diada nel 2014, una festa molto sentita in Catalogna e che ricorda la caduta di Barcellona nelle mani di Madrid nel 1714, ovvero la fine dell’indipendenza e l’inizio del dominio della Castiglia.