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Giovanni Sgobba

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Vi ricordate quando da ragazzini, nei primi pomeriggi caldi, il vostro amico vi citofonava per scendere a giocare a pallone e vostra madre vi obbligava a rimanere a casa per finire i compiti? «Bisogna prima pensare alla scuola, al dovere, poi avrai tempo di giocare», diceva. E se si andava a scuola calcio, la situazione era pressoché la stessa: mai dare priorità al calcio, «non metterti in testa di diventare un calciatore professionista!».

E i genitori non transigono, nemmeno quando hai un ottavo di Champions League da disputare. E’ la curiosa storia di Kai Havertz, ragazzo di appena 17 anni, centrocampista del Bayer Leverkusen, squadra di Bundesliga. Non propriamente un calcio amatoriale da campetto fangoso di periferia.
Eppure Kai ha l’esame di maturità che si avvicina sempre più, deve studiare e non perdere la concentrazione. Così, per il delicato ritorno di Champions League contro l’Atletico Madrid, in accordo con la società, ha preferito non partecipare alla trasferta per rimanere a casa e preparare gli esami.
La conferma è arrivata dal profilo Twitter della società tedesca con la lista dei giocatori indisponibili, ed è esilarante:

Oltre ai canonici assenti per infortunio e squalifica, si legge che Havertz non può prendere parte perché «ha importanti esami a scuola». A onor del vero, va comunque detto che l’impresa del Leverkusen di espugnare il Vicente Calderon era davvero tosta in partenza dopo aver perso miseramente 4-2 all’andata. E infatti, contro i colchoneros di Simeone, i ragazzi del neo arrivato Tayfun Korkut non sono andati oltre allo 0-0.

Havertz ha esordito in Bundesliga il 15 ottobre 2016 contro il Werder Brema, a 17 anni e 4 mesi, e ha scalato le gerarchie del centrocampo del Bayer Leverkusen in brevissimo tempo, collezionando 16 presente e quattro assist. Deve ancora compiere 18 anni, prova a vivere la vita di un normale adolescente, ma immaginatelo tra i compagni di classe: mentre loro guardano la Champions League in televisione, lui può dire di aver esordito, nella competizione europea più importante, il 2 novembre 2016 a Wembley, nella vittoria 0-1 contro il Tottenham della fase a gironi.

Ma, al momento, deve rimanere coi piedi per terra. Anzi, dietro alla scrivania per preparare l’esame di maturità, un traguardo essenziale e formativo nella vita di qualsiasi adolescente.

Vi serve un bagno di umiltà

Non usa mezzi toni Paolo Tramezzani, allenatore del Lugano che ha aspramente richiamato i suoi giocatori dopo la pesante sconfitta per 5-2 contro il Thun nell’ultimo match della Super League svizzera. Il giovane allenatore italiano, ex assistente di Gianni De Biasi sulla panchina dell’Albania, ha deciso di “punire” la squadra in maniera esemplare, ma anche fuori dal normale.
Il giorno dopo il netto ko, infatti, i calciatori del Lugano, tra occhi pigri e umore sotto i tacchi, sono stati convocati all’alba e fatti salire su un pullman che li ha portati in una fabbrica di vernici di Davesco-Soragno, quartiere periferico della città.

Una visita per conoscere gli operai, «per vedere come lavora e si suda i soldi la gente comune», ha detto Tramezzani, deluso e arrabbiato per l’atteggiamento dei suoi.
Dopo il tour “forzato” la squadra si è spostata a Cornaredo per una seduta di allenamento defaticante per chi ha giocato, mentre lavoro aerobico per il resto del gruppo.

Il Lugano è sesto nella Super League dominata dal Basilea che ha ben 17 punti di vantaggio sullo Young Boys. Paolo Tramezzani ha assunto l’incarico di allenatore del club bianconero dal 21 dicembre 2016 e questa decisione sembrerebbe stata presa in autonomia. Il presidente del club, Angelo Renzetti, ha infatti detto: «Non voglio immischiarmi: Tramezzani con la squadra può fare ciò che vuole». Sarà servita la lezione?

La parola “remuntada” tanto in voga nella terminologia moderna e abusata del calcio, la inventarono proprio quelli del Barcellona, nel 2010, dopo la semifinale di andata contro l’Inter, persa 3-1 a San Siro. Una parola tanto inflazionata quanto di per sé poco appropriata perché, fino a quel giorno, di rimonta non se ne vide l’ombra. Il Barcellona, nel match di ritorno vinse 1-0, ma non riuscì a ribaltare il risultato.
Fino a quel giorno, appunto. Perché proprio i blaugrana hanno riscritto il capitolo “rimonte pazzesche e insperate” nell’ottavo di ritorno dell’edizione 2017 della Champions League. Dopo la disfatta all’andata contro il Psg capace di vincere 4-0, i ragazzi di Luis Enrique hanno sbaragliato la storia con un clamoroso 6-1, tanto roboante quanto drammaticamente realizzato negli ultimi minuti di partita.

Se lo sport sa regalarci imprese titaniche (ricordiamo il recente Super Bowl vinto dai Patriots e da Tom Brady o la più scanzonata rimonta di Steven Bradbury) è sul campo verde di gioco che abbiamo assistito a epinici drammaticamente emozionanti. Ecco alcune rimonte storiche:

1957, Charlton – Huddersfield 7-6

E’ la più incredibile rimonta nella lunga e gloriosa storia del football della Regina. Il Charlton Athletic, retrocesso in First Division, riesce nell’impresa di segnare ben sei reti in meno di mezz’ora. Alla vigilia di Natale, è il dicembre 1957,  l’Huddersfield Town di Bill Shankly (che renderà felici, in futuro, i tifosi del Liverpool) conduce per 5-1 grazie anche all’infortunio di Derek Ufton, capitano del Charlton che si è slogato una spalla dopo 17 minuti, lasciando la squadra in 10 uomini.
Johnny Summers è il condottiero di questa impresa: lui è l’autore del primo gol, poi serve l’assist a Johnny Ryan per il 5-2 ed è lui stesso a realizzare altre due reti fino al 78’. Quattro gol per lui e 5-5. Passano ancora tre minuti e Summers segna la sua quinta rete, ma l’Huddersfield non ci sta e a quattro minuti dallo scadere realizza il 6-6.
L’ultimo sussurro, però, porta la firma di Ryan che, nuovamente su assist del tarantolato Summers, realizza il definito 7-6.
L’Huddersfield è l’unica squadra inglese a perdere una partita nonostante la realizzazione di sei gol. Attorno a questa partita leggendaria c’è un aneddoto: a fine primo tempo Summers è stato costretto a cambiare le sue scarpe “fortunate” perché malconce.  Lui, mancino naturale, segnò tutte le reti col piede destro;

 

1966, Corea del Nord – Portogallo 3-5

Mondiali in Inghilterra. Nella patria delle scommesse folli, alla vigilia, nessuno avrebbe puntato un centesimo per vedere ai quarti di finale la Corea del Nord e l’acerbo Portogallo. Gli asiatici, però, avevano battuto incredibilmente l’Italia, mentre i lusitani potevano contare sull’estro di Eusébio. Eppure, il timore di un’altra sconfitta clamorosa simile a quella degli Azzurri, sembra prendere forma quando, alla stadio Goodison Park di Liverpool, la Corea del Nord conduce il match per 3-0 dopo 25 minuti.
Ma la pantera nera non ci sta e ruggisce: quattro sue gol permettono al Portogallo di rimontare mentre José Augusto realizza il definitivo 5-3;

 

1970, Germania Ovest- Inghilterra 3-2

Sono passati quattro anni dalla finale di Wembley del 1966 con la vittoria degli inglesi sui tedeschi. In Messico, per i Mondiali del ’70, Germania Ovest e Inghilterra si ritrovano di fronte nei quarti di finale, ma questa volta sono i teutonici ad alzare le braccia al cielo vincendo per 3-2, al termine di un match incredibile.
Gli inglesi, infatti, avanti 2-0, si fanno rimontare e superare nei tempi supplementari trascinati da un sontuoso Beckenbauer, fulcro e autore della prima rete e da Gerd Muller che realizza la rete del 3-2. La svolta del match però è l’ala destra Grabowski che, entrato sullo 0-2, è stato capace di mandare in tilt la difesa inglese;

 

1999, Manchester United – Bayern Monaco 2-1

 

Era moderna, stessa tragedia greca. Finale di Champions League edizione 1999, stadio Camp Nou di Barcellona.

Spuntai sul campo per la premiazione e rimasi confuso. Pensai: “Non è possibile, chi ha vinto sta piangendo e chi ha perso sta ballando”

Lennart Johansson, presidente dell’Uefa, si era allontanato proprio durante i minuti di recupero. Aveva lasciato il match sull’1-0 a favore dei bavaresi che erano passati in vantaggio al ‘6 con una punizione di Basler e aveva più volte sfiorato il raddoppio con pali e traverse.
Ma i Red Devils tentano il tutto per tutto ed entrano in campo i due attaccanti Teddy Sheringham e Ole Gunnar Solskjær. Incredibilmente sono proprio loro a ribaltare il risultato: infatti nei due minuti di recupero concessi da Pierluigi Collina, prima l’attaccante inglese corregge un tiro quasi innocuo di Ryan Giggs, poi sugli sviluppi di un corner la punta norvegese è rapidissimo a girare sotto la traversa il gol che regala al Manchester la coppa che mancava da 31 anni;

 

2001, Tottenham – Manchester United 3-5

E’ ancora il Manchester United, questa volta in Premier League, stagione 2001-2002. Nonostante gli acquisti di Veron e Ruud van Nisterlooy, il team di Alex Ferguson non riuscirà a vincere il quarto campionato di fila che passerà nelle mani dell’Arsenal.
Ma a Londra, al White Hart Lane, a settembre, il Manchester United si dimostra ancora bestia da rimonta: il Tottenham, sopra di tre reti nel primo tempo (Richards, Les Ferdinand e Ziege) si fa travolgere nella ripresa dai Red Devils con le marcature di Cole, Blanc, van Nistelrooy, Veron e Beckham;

 

2004, Deportivo la Coruña – Milan 4-0

E’ un momento storico favorevole al Milan: con l’arrivo di Ancelotti in panchina, i rossoneri ritornano a far paura in Europa e in Italia. Ma tra serate indimenticabili e gloriose, il Milan è anche scivolato clamorosamente, inspiegabilmente.
Nei quarti di finale di Champions League del 2004, il Milan forte del 4-1 all’andata sugli spagnoli anche grazie a un bellissimo gioco, si presenta al Riazor, ma si spegne la luce. Il Milan soccombe mentre sin dall’avvio, il Deportivo crede nella rimonta e va a segno prima con Pandiani dopo soli 5 minuti e poi con Valeron, Luque e Fran;

2004, Inter – Sampdoria 3-2

E’ il simbolo delle rimonte neroazzurre. E’ la personificazione pratica dell’Inter, della sua pazzia che sa coinvolgere i tifosi. Dalla disperazione all’esaltazione in sei minuti.
A San Siro, Tonetto porta in vantaggio la Sampdoria al termine del primo tempo, poi al 36’ è addirittura 0-2 con la firma di Kutuzov. Tifosi blucerchiati sorpresi, quelli interisti attoniti. Qualcuno inizia ad andare a casa, ma l’Inter resta sul campo, concentrata fino a quando non sente il fischio finale.
Prima Martins, poi Vieri e poi il sinistro chirurgico di Recoba. Antonioli rimane di pietra, Mancini, allenatore dell’Inter, balza da un lato all’altro della panchina. E’ delirio a San Siro;

2005, Liverpool – Milan 3-3

Sei minuti. E’ il giro di lancette più drammatico nella storia dei rossoneri. A Istanbul, 50esima finale di Champions League contro il Liverpool, ancora oggi in molti si chiedono cosa sia davvero successo. Il Milan è alla sua decima finale, un Milan spumeggiante con Kakà ormai affermato, Shevchenko e Crespo letali punte offensive, che sblocca il match già in apertura, dopo nemmeno un minuto, proprio con il capitano Paolo Maldini.
Poi Crespo ne fa due; il Milan sfiora anche il quarto gol, ma nella ripresa, in 360 secondi succede l’imponderabile: prima Gerrard di testa, poi Smicer da fuori area e poi Xabi Alonso sulla ribattuta di un rigore parato da Dida.
I rossoneri si scuotono, sfiorano la rete del vantaggio ma Dudek è in stato di grazia. Blinda tutto, con fare alla Grobbelaar, anche dagli 11 metri, durante la lotteria dei rigori;

2016, Liverpool – Borussia Dortmund 4-3

E’ la più fresca, ma anche la più pirotecnica vittoria in rimonta. In Inghilterra, il giorno dopo si parlava dei nuovi “Fab four”, reminiscenza dei Beatles, per descrivere le emozioni provate alle quattro reti. Anfield è il teatro di un match dai tanti sentimenti: Jurgen Klopp, sulla panchina dei Reds, ritrova il Dortmund che ha reso spettacolare e vincente.
Dall’inferno d’inizio partita (due gol del Dortmund in otto minuti con Mkhitaryan e Aubameyang) al paradiso dei minuti finali. Il 2-1 di Origi che dà speranza, poi la rete del 3-1 di Reus sembra chiudere i giochi. Ma la Kop spinge e crede nell’impresa: prima Coutinho, poi Sakho e, infine, Lovren di testa nel recupero. Dopo l’1-1 dell’andata i padroni di casa conquistano una semifinale che a un quarto d’ora dal termine della partita sembrava impossibile da agguantare.

Nel baseball ci sono delle qualità essenziali come avere reattività, scatto, prontezza di riflessi e una solida presa. Per afferrare la palla o qualche volta…direttamente una mazza impazzita.
Sembra una gag o uno spot pubblicitario, ma il gesto istintivo di Luis Guillorme è stato spettacolare quanto più che opportuno.
Guillorme è una riserva dei New York Mets, ha 22 anni, buone prospettive e il suo desiderio è giocare in pianta stabile nella Mlb, il massimo campionato di baseball negli Stati Uniti. Dopo questa clip, forse, gli verrà più facile.

Durante il secondo inning, nel match di giovedì 2 marzo, i Mets erano in battuta e  i Miami Marlins, con Adeiny Hechavarria, in ricezione.  Hechavarria nel colpire la sfera, perde incredibilmente il controllo della mazza che, piroettante, si dirige proprio verso la panchina dei Mets. Mentre tutti si sono allontanati (tra cui Tj Rivera, con la maglia numero 9, che si china), Luis Guillorme è rimasto impassibile, rigido nella sua posizione e, con nonchalance, ha afferrato al volo la mazza prendendola dall’impugnatura. Poi l’ha restituita come se nulla fosse accaduto:

L’esilarante presa ha entusiasmato anche il pubblico che ha applaudito il gesto. Ma non dovrebbe essere una sorpresa: secondo il report di scouting di Mlb.com, Luis Guillorme, tra i giocatori più promettenti, è quello che ha le statistiche più alte nelle prese effettuate.

Di Francis Koné probabilmente non ricorderemo la sua carriera calcistica: l’attaccante togolese, 26 anni, ha girato già diverse squadre tra Costa d’Avorio, Thailandia, Oman, Portogallo e Ungheria. Svincolato nel 2015, è stato acquistato  dal Fc Slovácko, squadra che milita nel massimo campionato della Repubblica Ceca (La 1. Liga o ePojisteni.cz liga per ragioni di sponsor).
Tre reti l’anno passato, altrettante quelle messe a segno durante l’attuale stagione. Non ha alzato trofei, forse non lo farà mia, ma Francis rimarrà nei ricordi di almeno quattro calciatori, dei loro cari e dei loro supporter. Koné, infatti, ha salvato la vita a quattro giocatori che hanno seriamente rischiato di morire sul campo da calcio.

Il 25 febbraio, durante il match di campionato, con il  suo Slovacko, Koné era ospite del Bohemians 1905, allo stadio Ďolíček di Praga. Una partita terminata a reti inviolate, ma poco dopo la mezz’ora la cronaca sportiva ha dovuto stopparsi per raccontare attimi complessi, drammatici: Koné servito da un lancio lungo, prova a raggiungere la sfera, ma desiste, quando, al limite dell’area di rigore, viene superato dal difensore Daniel Krch.
Nel frattempo anche il portiere Martin Berkovec era uscito per intercettare la sfera: entrambi sono con lo sguardo rivolto al pallone, non si sentono. L’impatto, testa contro testa, è forte, terribile, tanto da rimbombare nello stadio. Poi i due corpi cadono a terra e lì accanto c’era proprio Koné che, in un’intervista al The Guardian, ha detto:

Ho visto il difensore che si stava rotolando e si muoveva quindi non ero preoccupato per lui, ma il portiere era ancora sdraiato sulla schiena e ho potuto vedere il bianco dei suoi occhi. Era o incosciente o peggio. Così ho piantato il ginocchio sul suo petto per bloccare e controllare il suo braccio sinistro e ho cercato di forzare le dita in bocca

Quando si sviene o si perde conoscenza, il rischio è infatti che la lingua possa cadere all’indietro ostruendo le vie respiratorie. Ma Francis, dopo aver capito la gravità dell’attimo e contro l’orologio, ha rapidamente infilato le dita in bocca e srotolato la lingua. Poi, assieme a compagni e avversari, ha spostato il corpo del portiere di lato e poco dopo ha ripreso conoscenza.

Gli incresciosi “buuu” razzisti della tifoseria rivale si sono trasformati in applausi per aver prontamente salvato la vita al loro estremo difensore Berkovec. Martin Dostal, difensore del Bohemians, ha dato una sincera pacca al giocatore togolese per ringraziarlo; lui ha detto:

Senza Dio, quel giorno, sarebbe potuto accadere qualcosa di brutto, qualcosa di terribile. Poteva essere morto, ma sapevo che cosa fare. Era già successo

Koné non ha alcuna formazione medica, ma è l’esperienza la sua più grande ricchezza. L’incidente in Repubblica Cesa è il quarto a cui ha assistito nella sua ancora breve carriera professionista di otto anni, sparsa in diversi continenti. Non tutti, però, sono stati in campo.
In Thailandia, infatti, un compagno di squadra è collassato dopo aver subito un trauma cranico in palestra. La seconda volta è stata tornando in Africa, per una partita col Togo: un suo amico gli chiese di organizzare una partita amichevole prima di tornare al suo club in Oman, l’Al-Mussanah. Qui uno scontro simile a quello di febbraio, giocatore contro portiere e la nuca che colpisce terra. La terza volta, di nuovo in Africa, è stato solo due anni fa.

In tutte queste circostanze, Koné era lì, mosso dall’istinto. Un angelo nero, orgoglio dei suoi genitori. Uno che non gira lo sguardo, mai scappare se succede qualcosa di brutto sul campo:

Non si può sempre aspettare l’intervento di qualcun altro

Luci a San Siro di quella sera
che c’è di strano siamo stati tutti là,
ricordi il gioco dentro la nebbia?
Tu ti nascondi e se ti trovo ti amo là.

Ha ispirato Roberto Vecchioni, di soprannomi ne ha avuti tanti così come di classe e di fantasia di quei calciatori che hanno corso sul suo manto erboso. San Siro, la “Scala del calcio” o il “Tempio del calcio”, simbolo dell’élite meneghina, di quel calcio condotto con fierezza da mecenati del pallone milanese che contendevano a Torino la corona della capitale “pallonara” d’Italia.
Metà casa del Milan, metà casa dell’Inter, San Siro, inaugurato il 19 settembre 1926 accanto all’ippodromo del troppo su volere dell’allora presidente del Milan, Piero Pirelli, ha una capienza di oltre 80mila spettatori. Un catino con i suoi vortici laterali venerato e osannato dagli appassionati sportivi.

Il 2 marzo 1980 lo stadio è stato intitolato a Giuseppe Meazza, eterno campione scomparso il 21 agosto dell’anno prima. L’occasione fu quella del derby, vinto per 1-0 dall’Inter con un gol di Lele Oriali al 77′. Un suggello che impreziosì l’annata neroazzurra conclusasi con la vittoria del 12esimo scudetto.

Senza troppo giri di parole Meazza è considerato tra i più grandi calciatori italiani di tutti i tempi: ha vinto due Mondiali (nel ’34 e nel ’38), per tre volte è stato capocannoniere del campionato di Serie A e ha vinto tre volte lo scudetto.
Era soprannominato “Balilla” perché, quando fu aggregato nella prima squadra dell’Ambrosiana Inter, a 16 anni, dall’allenatore Arpad Weisz, alla lettura della formazione titolare, Leopoldo Conti, tra i più anziani, sorpreso esclamò: «Adesso facciamo giocare anche i balilla!», ovvero i ragazzini.
Ma ben presto si intuirono le sue doti: in carriera ha segnato più di 250 gol tra Inter, Milan, Juventus, Varese e Atalanta, ma è con la Nazionale guidata da Vittorio Pozzo che è diventato davvero immortale.

 

Esordì non ancora ventenne, il 9 febbraio 1930 nel match tra Italia e Svezia finito 4-2 con due sue gol. Trascinatore nell’eroica vittoria per 5-0 a Budapest contro l’Ungheria, autentica forza del tempo, Giuseppe Meazza fu anche il leader che portò gli azzurri a vincere il primo Mondiale, quello del 1934 in casa.
La prima Coppa Rimet alzata al cielo. Quattro le reti in quella manifestazione: due contro la Grecia nei preliminari, una contro gli Stati Uniti negli ottavi e una nei quarti di finale, ripetuti, contro la Spagna.

Quattro anni dopo, Meazza, è ancora il condottiero azzurro: diverso il ruolo, centrocampista, ma con più responsabilità rappresentata dalla fascia di capitano al braccio. In semifinale, contro il Brasile, Meazza segnò l’ultima delle sue 33 reti realizzate con la maglia azzurra. Fu una rete decisiva (l’Italia si impose 2-1), ma anche tragicomica: a causa della rottura dell’elastico dei pantaloncini, tirò il rigore tenendoli con una mano.
Il suo record di gol sarà raggiunto dal solo Gigi Riva nel 1973 per un totale di 35 reti con la Nazionale.

La paranoia per il terrorismo o per l’immigrazione clandestina è talmente esasperata da provocare autentici abbagli. Anche se la storia di Adrian Solano, uno sciatore di fondo venezuelano, è davvero assurda e romanticamente imprevedibile.
Sì non è un errore: abbiamo detto sciatore che proviene dal Venezuela, anche se, da quelle parti di neve non si ha traccia. Solano ha partecipato ai Mondiali di sci di fondo a Lahti, in Finlandia e, vedendolo così impacciato nella performance di qualificazione, si può solamente intuire quello che, poi, l’atleta stesso ha confermato: prima della gara, non aveva mai sciato sulla neve.

Sembrerebbe assurdo o un’autentica follia, eppure il venezuelano (unico rappresentante del suo paese) aveva programmato tutto: dopo essersi allenato solo con gli skiroll (sci a rotelle), avrebbe voluto passare un mese in Svezia per prendere confidenza con il manto nevoso prima dei Mondiali.
Peccato che, e ci colleghiamo con l’apertura, tutto è saltato drammaticamente: il 19 gennaio, Solano, dopo aver fatto scalo in Francia prima di raggiungere il paese scandinavo, è stato espulso e rimandato in Venezuela perché la polizia non aveva creduto che fosse davvero uno sciatore e pensava che stesse cercando di emigrare illegalmente.

Ma Adrian non si è mai demoralizzato, non ha mollato e dopo tanto peregrinare burocratico è riuscito a presentarsi a la via della 10 km tecnica classica con la pettorina numero uno: avvio goffo, diverse cadute, bastone rotto e tanta difficoltà. Il 23enne ha tenuto botta, arrivando fino alla fine dei 6 km.

La sua determinazione e sana follia, oltre a suscitare sano umorismo e ilarità, ad alcuni ha ricordato la leggendaria

Nazionale giamaicana di bob alla sua prima partecipazione all’Olimpiade invernale di Calgary nel 1988.
Passione e caparbietà: nello sport si può davvero fare tutto. Anche sciare senza neve.
 

Ha visto il campo e ha deciso di impugnare la racchetta. La passione per il tennis è più forte di lei. L’ex tennista brindisina, Flavia Pennetta, a Montecarlo per girare alcuni spot, non ha resistito al richiamo del cemento. Nonostante l’abbigliamento non “ufficiale” (jeans e maglioncino) e il suo bel pancione (incinta, al sesto mese di gravidanza), ha cominciato ad andar giù di dritti e rovesci. Ma non è tutto: a pochi passi da lei, sull’altro campetto, ecco che sbuca un campione mondiale…addirittura Novak “Nole” Djokovic.

Quando vedo un campo mi viene voglia di giocare…anche in jeans! ??E guardate un po’ chi c’è nel campo di fianco! #tennisday

Un post condiviso da Flavia Pennetta (@flaviapennetta82) in data:

Flavia Pennetta è un’ex tennista italiana che ha deciso di ritirarsi nel 2015 a 33 anni. Vincitrice degli Us Open 2015, è stata la seconda italiana di sempre, dopo Francesca Schiavone, a essersi aggiudicata un torneo del Grande Slam, battendo la connazionale Roberta Vinci in una storica finale tutta italiana e diventando, con i suoi 33 anni, la tennista con l’età più alta nella storia del tennis mondiale ad aggiudicarsi il primo Slam della carriera.
Considerata come una delle più forti tenniste italiane di tutti i tempi, se non la più grande dell’era moderna, in carriera ha vinto in tutto 11 tornei Wta in singolare. Si è sposata l’11 giugno 2016 con il tennista Fabio Fognini.

L’idea di creare la squadra fu di due statunitensi, George Fitch e William Maloney, che avevano affari e legami familiari con la Giamaica. Videro una gara di “carretti” e pensarono che somigliava al bob, eccetto per il ghiaccio. Poiché la partenza è una parte molto importante della gara e la Giamaica ha così tanti velocisti, pensarono di poter reclutare qualcuno degli atleti delle olimpiadi estive, ma questi non stravedevano per l’idea. Si rivolsero all’esercito e proposero l’idea al Colonnello Ken Barnes.

A dirlo è  Devon Harris, un bobbista giamaicano, anzi uno dei quattro a far parte della spedizione dell’isola caraibica alle Olimpiadi invernali di Calgary nel 1988, celebri per noi italiani, per l’impresa di Alberto Tomba.
Proprio nella terra calda che ha visto nascere corridori e velocisti, pensiamo al dominio di Usain Bolt o ad Arthur Wint, primo giamaicano a vincere un oro alla prima apparizione della sua Nazionale alle Olimpiadi di Londra del 1948. Idea abbastanza folle: una Nazionale di bob messa su grazie alla passione (o scommessa?) dei due miliardari statunitensi e all’intuito di chiedere “in prestito” alcuni sprinter da riadattare al ghiaccio. Devon Harris, tenente dell’esercito giamaicano; Dudley Stokes, capitano dell’aeronautica giamaicana; Michael White, soldato della Riserva Nazionale e Samuel Clayton, ingegnere ferroviario.
Ecco il team strambo, agli occhi esterni, che per la prima volta nella storia si è presentato a un’Olimpiade invernale.

Dopo la selezione degli atleti, i primi allenamenti si tennero proprio in Giamaica su quei “famosi” carretti, ma successivamente il team si spostò a Lake Placid negli Stati Uniti e a Igls in Austria.
Male, malissimo all’inizio, ma piano piano anche grazie a Sepp Haidacher, allenatore austriaco, arrivarono i primi risultati che avrebbero portato la squadra alle Olimpiadi di Calgary, nel febbraio del 1988.

“Squadra simpatia” per eccellenza, carica di ironia, ma anche determinazione e orgoglio. Dal sole tropicale al gelo, loro ci avevano creduto per davvero, creando attese nella competizione del bob a quattro. La terza manche è passata alla storia: i quattro giamaicani a pochi metri dal traguardo cappottarono rovinosamente. Sconforto e dolore, ma supportati e incitati, volevano a ogni modo arrivare fino in fondo. Così, aiutati dallo staff della manifestazione, trascinarono il bob e varcarono la linea a piedi.

La loro storia è stata immortalata nel 1993 nel film prodotto dalla Disney “Cool Runnings – Quattro sottozero”, ma anche in Italia, negli anni successivi è arrivato il loro eco. La Fiat, infatti, negli anni 2000 ha girato un paio di spot per promuovere il modello Doblò, invitando proprio la Nazionale giamaicana a girare una serie di sketch esilaranti.

La possiamo definire un’impresa, senza retorica: la Giamaica è stata presente alle Olimpiadi invernali nel bob fino ai giochi di Salt Lake nel 2002 mentre, dodici anni dopo, in Russia si è presentata la squadra del bob a due, con la coppia formata dal quarantaseienne Winston Watt, che era uno dei membri del team del 1994 e del 1998, e dall’ex velocista Marvin Dixon.
A quasi 30 anni dal debutto a Calgary (l’anno prossimo ci saranno le Olimpiadi in Corea del Sud) la squadra è senza un allenatore e senza i soldi necessari per assumere uno. Si sono rivolti al web, creando una campagna di crowdfunding sul sito GoFundMe: al momento hanno racconto circa 2mila dollari, ma il loro obiettivo è arrivare a 60mila.
Kathleen Pulito, media coordinator del team che ha creato la donazione, crede nell’impresa: con l’allenatore e il giusto apporto la Giamaica può lottare per una medaglia!

 

Il team originale in una foto del 2007

 

Magie che solo l’FA Cup sa regalare. La principale coppa nazionale di calcio inglese, nonché la più antica competizione calcistica ufficiale al mondo, essendo stata istituita nel 1872, nel match del Monday night ha messo di fronte Sutton e Arsenal. Se i Gunners non hanno bisogno di presentazioni, va spesa qualche parola in più per la squadra del sobborgo di Londra che gioca in quinta serie.
Le stelle della Premier League sul campo sintetico del Gander Green Lane, un impianto con appena 5013 posti, solo 765 quelli a sedere, spogliatoi minimalisti, una caldaia che funziona a intermittenza e poco altro. Non c’è stato, però, l’happy ending tanto atteso per il piccolo Sutton che si ferma al quinto turno: con i gol di Lucas Perez e Theo Walcott, l’Arsenal ha vinto 2-0.
Post scriptum: c’è stata anche questa bizzarra invasione.

Rimarrà un uomo, però, nei ricordi e nella mitologia del calcio inglese: Wayne Shaw. Portiere di riserva del Sutton e, al contempo, preparatore dei portieri più giovani, Shaw, 45 anni e quasi 120 kg, è diventato immediatamente l’idolo degli appassionati.
Uno show di Shaw, verrebbe da dire, giocando sull’assonanza fonetica. Ci teneva a non far fare brutta figura alla sua realtà, ai suoi cittadini e al suo team: già nei giorni prima del match ha aiutato a risistemare il terreno di gioco e a cambiare le luci del riflettore.
Qualche ora prima dell’inizio dell’incontro, invece, lo si è visto passare l’aspirapolvere accanto alle panchine.

Goffo, ma bello da vedere, Shaw ha dato spettacolo anche durate la partita stessa. L’ex gelataio, al minuto 82, a match praticamente archiviato e con i cambi tutti effettuati, ha deciso in tutta tranquillità di gustarsi un meat pie (una specie di torta di carne). Strambo abbastanza no? Eppure, lo stesso profilo Twitter del club, al termine del primo tempo, ha pubblicato un’immagine con il risultato parziale accompagnata dall’ormai iconico cibo. Devono andare pazzi da quelle parti!

 

Perdonateci il paragone, ma a noi è venuto in mente un altro bizzarro portiere di Sua Maestà: John Osborne, portiere degli anni ’60, idolo del West Bromwich Albion con oltre 250 presenze, immortalato mentre sul terreno di gioco si fuma beatamente una sigaretta. Nel calcio, è successo anche questo.