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Giovanni Sgobba

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Nemmeno un folle avrebbe mai potuto immaginare cosa mi stava per accadere. Ci sono periodi nella vita di un calciatore nei quali ti riesce tutto. Basta che respiri e la metti dentro. Per me questo stato di grazia è coinciso con quel campionato del mondo

Italia ’90, per l’esattezza. Le “notti magiche” cantate da Gianna Nannini ed Edoardo Bennato; quel «inseguendo un gol» che trascinò cinquanta milioni di italiani. Tutti tranne uno: Salvatore Schillaci, detto Totò, non inseguiva il gol, ma, al contrario, era lui che cercava l’attaccante azzurro. Sembra paradossale, ma a quel Mondiale, alla punta nata a Palermo il 1° dicembre 1964, bastava un tocco per segnare. Eroe per caso, come le storie belle: comprato dalla Juventus nel 1989, decisivo con le sue 15 reti in 30 partite, la convocazione in azzurro fu quasi un premio. E quasi un traguardo anche perché in avanti la coppia era già scritta, doveva essere Vialli – Carnevale.

Nell’esordio contro l’Austria, però, le emozioni sono poche, l’Italia non è pericolosa. Così, a un quarto d’ora dalla fine, Vicini chiama Totò: «Scaldati, tocca a te». Totò entra al posto di Carnevale, tocca un pallone ed è gol. Toccata e fuga, poi nuovamente in panchina contro gli Stati Uniti. Contro la Cecoslovacchia, nella terza partita, Schillaci c’è dal primo minuto e ne passano solamente nove per far esplodere tutto lo stadio.
Inizia il Mondiale di Totò-gol: sempre a segno contro l’Uruguay negli ottavi e contro l’Irlanda nei quarti. In semifinale, poi, la sentita sfida contro l’Argentina di Maradona, giocata proprio a Napoli, nel suo tempio. Eppure questa partita verrà ricordata per il gol, rocambolesco, sempre del folletto di Palermo. Ad oggi, rivedendo le immagini sgranate a rallentatore, si fa fatica a capire con quale arto del corpo sia riuscito a superare Goycochea.


L’Italia, che fino ad allora non aveva subito reti, venne trafitta dall’Argentina e poi, dopo l’1-1 dei tempi regolamentari e supplementari, perse ai calci di rigore.
Nella finalina, contro l’Inghilterra, l’Italia giocò solo per Schillaci. Baggio lasciò a lui un calcio di rigore che gli consentì di totalizzare sei reti nel Mondiale. Capocannoniere di quell’edizione, vinse la Scarpa d’oro Adidas e il Pallone d’oro Adidas come miglior giocatore del torneo. Ma non solo: venne eletto migliore calciatore della manifestazione e nello stesso anno si piazzò al secondo posto nella graduatoria del Pallone d’oro, tra i due tedeschi dell’Inter, Lothar Matthäus, primo e Andreas Brehme, terzo.

Spente le luci sul Mondiale italiano, anche la stella di Schillaci si eclissa: fa fatica nella Juventus, poi ceduto all’Inter, non riesce a essere determinante. A soli 29 anni, attratto dall’esperienza estera e dal buon contratto, lascia la Serie A dopo aver totalizzato complessivamente 120 presenze e 37 reti, per approdare in Giappone. Primo giocatore italiano nella storia: nel Júbilo Iwata trascorrerà tre stagioni segnando 56 gol.

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Nico Rosberg o Lewis Hamilton? Chi vincerà l’edizione 2016 del Mondiale di Formula1? I due piloti, compagni di team alla Mercedes, se la vedranno nell’ultimo Gp della stagione, quello di Abu Dhabi. Una stagione giocata colpo su colpo con il tedesco, che sogna di alzare al cielo il primo titolo iridato della sua carriera, attualmente leader con solo 12 punti di vantaggio sul britannico.
Ma nella storia della Formula1 ci sono state sfide entusiasmanti giocate con distacchi minimi: da Niki Lauda a Michael Schumacher, passando per il primo storico Mondiale del 1950 fino ai giorni nostri. Ecco alcune storici titoli assegnati all’ultima curva:

Nel 1950, la prima edizione di Formula1 prevedeva solo sette circuiti. Se dal punto di vista dei costruttori si registrò un dominio dell’Alfa Romeo che piazzò in prima linea i suoi migliori piloti, questi si giocarono il primo titolo raggruppati in un fazzoletto. Cavallo di punta della scuderia era l’argentino Juan Manuel Fangio, ma l’italiano Nino Farina, che prima dell’ultimo Gp a Monza era terzo in classifica e distante quattro punti, riuscì a spuntarla alla fine e a trionfare perché Fangio fu costretto al ritiro. Fu il primo italiano a laurearsi campione del mondo con tre punti di vantaggio sull’argentino, 30 contro 27. Luigi Fagioli, invece, sarebbe secondo con 28 punti, ma viene classificato al terzo posto con 24.

Sul finire degli anni ’70, Niki Lauda e James Hunt hanno dato vita a una delle edizioni più storiche e drammatiche dello sport, tanto da essere raccontata nel film “Rush” diretto da Ron Howard. L’edizione del 1976 è ricordata anche per il terribile incidente di Lauda al Nurburgring che tenne lontano dalle corse il ferrarista austriaco per 42 giorni e diede la possibilità al pilota della McLaren di farsi sotto e di giocare il tutto per tutto.
E’ Giappone, sul circuito del Fuji, l’ultimo scenario della stagione: con un gap di 3 punti in favore dell’austriaco, prima della gara ci fu un fortissimo temporale che sconvolse i piani delle scuderie. Alla fine fu Hunt, grazie al ritiro di Lauda, nonostante il terzo posto in gara, riuscì a vincere il titolo iridato.

Stessa suspense nel 1984, dove si registra lo scarto più basso nella storia della Formula1, con la vittoria finale in mano per mezzo punto. E’ dominio McLaren, è ancora Niki Lauda, passato alla scuderia inglese a vedersela, questa volta, con il compagno-rivale Alain Prost. Una stagione dove gli altri hanno pagato il biglietto come spettatori nel vedere i due piloti dividersi le vittorie. In Portogallo, all’Estoril, si gioca l’ultima gara: Lauda arrivò con un risicato vantaggio di 2,5 punti, ma partì in undicesima posizione. Prost vinse, ma dopo una rimonta finale e il ritiro di Nigel Mansell, secondo a pochi giri dal termine, Lauda riuscì a strappare la seconda posizione, conseguendo il titolo iridato per mezzo punto.

Gli anni ’80 si chiudono con la scoppiettante (in tutti i sensi) edizione del 1986. Prima dell’ultima gara la classifica vedeva Nigel Mansell a 70 punti, Alain Prost a 64 e Nelson Piquet a 63. In Australia, Gran Premio di Adelaide, Piquet partì forte, ma si fece raggiungere dopo un testacoda che lo rallentò, ma lo tenne ancora in gara. Dopo fu il turno di Mansell che fu costretto al ritiro a causa dell’esplosione di un pneumatico. Allarmata dall’incidente e dalla pericolosità, la Williams, per precauzione, decise di fermare anche Piquet, spianando la strada a Prost che vinse il campionato.

Gli anni ’90 sono ricordati per l’ascesa di Michael Schumacher e la sua sfrontatezza. Nel 1994, è un testa a testa tra il giovane pilota della Benetton e Damon Hill, della scuderia Williams. Schumi vince otto Gp su 16 a disposizione e si presentò in Australia con un solo punto di vantaggio sul rivale. Il tedesco mantenne la testa nella prima parte di gara, ma al 36° giro, commise un errore andando a toccare un muretto: dopo l’urto, il pilota rientrò velocemente in pista, mentre sopraggiungeva Hill che non riuscì a scansare Schumacher. Collisione inevitabile, Hill provò disperatamente a riparare la sua monoposto, ma entrambi furono costretti al ritiro. Schumacher mantenne, così, il punto di vantaggio e si aggiudicò il suo primo titolo mondiale, che nella conferenza stampa post-gara dedicò ad Ayrton Senna, morto tragicamente lo stesso anno.

L’irruenza del tedesco ritorna nel 1997. Situazione simile: Schumacher, questa volta alla Ferrari, arrivò a Jerez, in Spagna, per il Gran Premio d’Europa, con un punto di vantaggio su Jacques Villeneuve. Nel sabato di qualifiche, succede qualcosa di unico nella storia della competizione automobilistica: tre piloti, Jacques Villeneuve, Michael Schumacher e Heinz-Harald Frentzen, conquistarono la pole con lo stesso identico tempo: 1’21″072. Secondo le regole la pole position spetta al primo che ha realizzato il tempo, ovvero al canadese Villeneuve. In una gara disputata sul filo del rasoio, a ventidue giri dal termine il canadese cercò il sorpasso sul tedesco, Schumacher lo chiuse con il solo risultato di terminare la sua gara nella sabbia permettendo al canadese di proseguire verso la vittoria del titolo.

Dopo l’era dominata da Schumacher, anche gli anni 2000 riservano battaglie e trofei conquistati all’ultimo Gp.
Nel 2007, Hamilton si presentò a Interlagos, in Brasile, con 107 punti, Alonso dietro a 103 e Raikkonen leggermente distaccato a 100. La gara fu esaltante e piena di colpi di scena: Hamilton partì male e si fece scavalcare da Raikkonen e Alonso. Successivamente il britannico ebbe un problema al cambio e gettò al vento le possibilità di vincere il mondiale che andò incredibilmente al ferrarista Raikkonen.
Il 2008, forse, è l’anno del colpo di scena più incredibile: è l’anno del triste epilogo di Felipe Massa. Il brasiliano della Ferrari, arrivò a Interlagos, la sua pista, con 7 punti di ritardo su Hamilton. Sembrava impossibile, ma un acquazzone divino mischiò tutte le carte. Il ferrarista vinse la gara, con Hamilton che annaspava nelle retrovie: ai box tutti esultavano, per 39 secondi è stato campione del Mondo, poi, all’ultima curva, Hamilton superò la Toyota di Glock e conquistò il Mondiale per un solo punto.

 

Allo stadio Euganeo di Padova, l’Italrugby ha affrontato Tonga nell’ultimo test match di novembre. Dopo la storica vittoria contro Sudafrica della settimana scorsa, i ragazzi di coach O’Shea scivolano sul finale, perdendo 19-17. Partono bene i XV azzurri grazie alla meta di Cittadini e alla trasformazione di Canna. Il 7-0 tiene per buona parte del primo tempo, poi sale in cattedra Takulua che trasforma due punizioni.
Nella ripresa poi la doccia fredda con la meta di Piutau. E’ 13-7, ma dura davvero un giro di lancette di orologio: Allan spacca la linea e realizza la seconda meta azzurra. Ancora Takulua trafigge l’Italia con un calcio, ma segue Padovani per il 17-16. A un passo dallo scadere, ecco la beffa: Takulua con un’altra punizione fissa il risultato sul 19-17.

Ecco di seguito alcune foto realizzate prima e durante la sfida:

 

Lo abbiamo lasciato piegato in due su se stesso, con il fraterno abbraccio di Luis Suarez a consolare chi, nella sua lunga, tenace e sempre controcorrente carriera, si è ritrovato a lottare contro nemici più grandi di lui. Capitano del Liverpool, capitano dell’Inghilterra in un’era del football dal forte sapore amarognolo, dal grande potenziale smarrito per strada. Una condanna eterna, per chi nell’eternità ci entra a colpi di tackle, sassate da fuori area e inserimenti puntuali. Geometra e scassinatore, progressista del centrocampo moderno. Steven Gerrard, annunciando il suo ritiro dal calcio giocato ha detto:

Ho avuto una carriera incredibile e sono grato per ogni momento della mia carriera a Liverpool, con l’Inghilterra e nei Los Angeles Galaxy. Mi sento fortunato ad aver vissuto così tanti momenti meravigliosi nel corso della mia carriera

Se con il Liverpool la gioia più grande l’ha provata nella notte pirotecnica di Istanbul con la vittoria della Champions League ai danni del Milan, in Nazionale le cose sono andate diversamente. Drammaticamente. Dalla felicità del suo esordio, il 31 maggio 2000, a 20 anni compiuti da un giorno, alla prima acerba delusione per il Mondiale del 2002 saltato per un infortunio, fino ai ripetuti ceffoni presi nelle edizioni successive. Dodici partite in tutto, da Germania 2006 a Brasile 2014. Lui ha provato a invertire un destino nefasto, un peccato originale che la Nazionale inglese si trascina da mezzo secolo. Ecco alcune istantanee che immortalano gli alti e i bassi di Gerrard nelle sue esperienze mondiali:

10 giugno 2006 – L’esordio in un Mondiale con la maglia dell’Inghilterra

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E’ il primo Mondiale per Steven Gerrard, gara d’esordio nel Girone B contro il Paraguay e lo inizia alla sua maniera. Tanta intensità a centrocampo, derviscio trita palloni ed entrate decise a tenaglia contro gli avversari sudamericani (vedere qui). Mentre Lampard, accanto a lui nella mediana di centrocampo, mantiene una certa compostezza mista a brillantina in testa e pensa principalmente ad avanzare e a cercare la rete, Stevie, fastidioso, si sporca sin da subito i calzettoni bianchi beccandosi un’ammonizione dopo appena 19’. Come diceva Brera, nella mente del numero 4 c’era solo da menare il torrone;

15 giugno 2006 – Il primo gol al Mondiale

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Va bene essere sporchi e cattivi, ma Gerrard, colui che ha anticipato i tempi incarnando il ruolo del centrocampista fosforo&tacchetti, doveva lasciare il suo timbro personale – non sui parastinchi degli avversari – al Mondiale in Germania. Contro Trinidad&Tobago, in un match viscoso sbloccato solo sul finale da Peter Crouch, il ragazzo del Liverpool chiude i giochi al 91’ con un bel tiro di sinistro piazzato all’angolino alto, dopo una bella finta a rientrare da fuori area;

20 giugno 2006 – Usa la testa Stevie!

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La Nazionale dei Tre Leoni, che ha raccolto più punti che bel gioco, si fa travolgere dagli assalti della Svezia. Il gol spettacolare di Joe Cole non cambia la storia dell’incontro, fino all’ingresso di Gerrard. Entrato al 70’, quando l’1-1 sembrava andar più che bene all’Inghilterra e strettissimo agli svedesi, dopo 16 minuti, il centrocampista riceve in area un cioccolatino morbido del solito Joe Cole e dolcemente, ma con giustezza infila Isaksson di testa. L’incontro termina comunque 2-2 e l’Inghilterra di Sven-Göran Eriksson accede agli ottavi contro l’Ecuador;

1° luglio 2006 – Non è da questi particolare che si giudica un giocatore

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Rigori, dannati rigori. Contro il Portogallo, l’Inghilterra crea tante occasioni quante ne ha avute in tutti i match precedenti della fase a gironi, nonostante l’inferiorità numerica per l’espulsione scellerata di Rooney al 62’. Non bastano 120 minuti: Ricardo e la difesa portoghese alzano le barricate e, in queste circostanze (Gerrard lo sa bene pensando a Milanliverpooltreatre), chi l’ha giocata meglio alla fine cade nel tranello della tensione, della paura. Dagli 11 metri sbaglia subito Lampard, la rimette in piedi Hargreaves, poi crollo definito proprio di Stevie G. e del suo fido alleato in zona Merseyside, Jamie Carragher. Quattro rigori, tre errori, auf Wiedersehen Mondiale;

12 giugno 2010 – Con la fascia di capitano al braccio

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Dopo la clamorosa mancata qualificazione agli Europei del 2008, l’Inghilterra si presenta al Mondiale del 2010 con Fabio Capello in panchina e Steven Gerrard a guidare una Nazione con la fascia di capitano al braccio. E’ un tentativo di rinascita dopo la fallimentare gestione di McLaren, lo scandalo che coinvolse la vita privata di Terry, capitano fino a quel momento. Nei piani di Capello, in realtà, la fascia sarebbe spettata a Rio Ferdinand, ma un infortunio gli fece saltare quell’edizione dei Mondiali. Gerrard, in questa tormenta, è sempre lì: nel match d’esordio contro gli Stati Uniti è proprio lui a segnare la prima rete dell’Inghilterra. Classico inserimento che lo hanno reso giocatore moderno e poliedrico. L’incontro finirà 1-1;

27 giugno 2010 – La disfatta tedesca

Le istantanee che hanno fatto la storia di questo incontro e del calcio moderno sono due: il frame che immortala il gol di Lampard non convalidato, nonostante la palla avesse superato di netto la linea e la successiva disperazione del centrocampista del Chelsea. Quello in Sudafrica è stato un Mondiale sciapo per l’Inghilterra: dopo il pareggio all’esordio, segue uno spento 0-0 contro l’Algeria e una vittoria risicata contro la Slovenia. Contro la Germania è notte fonda: finisce 4-1, con la beffa di una possibile rimonta strozzata da un gol non visto (poteva essere il possibile 2-2). Unico sussulto parte dal solito piede di Gerrard che scodella in mezzo il cross per il 2-1 momentaneo realizzato dal difensore Upson. Solo tre reti per i Tre Leoni a questo giro: il capitano del Liverpool, magra soddisfazione per un Mondiale condotto da capitano, partecipa attivamente in due di queste;

19 giugno 2014 – La fine di un’era sbagliata: sconfitta contro l’Uruguay e titoli di coda

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Un lento declino che trova nel Mondiale del 2014 in Brasile la mazzata finale. Lo scetticismo che c’è attorno a Roy Hodgson trova conferme sul campo: Gerrard è ancora il capitano di una Nazionale che prova a ridisegnarsi con Sturridge, Sterling e Wellbeck su tutti, ma che si affida ancora alla Golden Generation di Lampard, Rooney e Gerrard appunto. Ma le cose vanno male. L’Italia sconfigge l’Inghilterra all’esordio per 2-1, il girone D è anomalo con Uruguay e Costa Rica a dettare legge, l’Inghilterra annaspa e crolla proprio nel secondo incontro, contro Suarez&co.
E’ la cartolina di addio, poche parole scritte frettolosamente per dimenticare al più presto. E’ Suarez che abbraccia e consola Gerrard a fine incontro, due amici, due che hanno provato a scrivere un pezzo di storia a Liverpool. Ed è un peccato che sia stato proprio il centrocampista col numero 4 sulle spalle a spizzare la sfera di testa consegnandola al letale attaccante per il gol del 2-1. La Nazionale della Regina è già fuori, per Gerrard è l’ultima partita con la fascia da capitano: nell’ultimo, inutile, match contro il Costa Rica, entra, infatti, a partita in corso.

Dopo 14 anni, 114 presenze, 21 gol, tra gioie, lacrime e delusioni, tra contrasti, calzettoni sporchi e tagliati e la carica di un condottiero che si è perso tra primedonne, quella volta chiuse con la Nazionale. Questa volta è davvero finita. Stevie, it’s over.

Steph Curry è avvisato. La mira infallibile del talento dei Golden State Warriors vacilla dinanzi all’impresa del 28enne australiano Derek Herron, star del canale Youtube, How Ridiculous,  che ha realizzato il record del mondo per il canestro realizzato dalla maggiore altezza possibile, ben 180.968 metri.

L’evento, ufficialmente riconosciuto dal comitato del Guinness World Record, si è svolto, in Svizzera, in una suggestiva cornice tra Alpi e acque limpide, nei pressi della diga di Mauvoisin Dam. Herron, che già nel 2011 aveva stabilito il primo record con un tiro da 66.89 metri, ha centrato questa volta il canestro dopo soli tre tentativi. Che dire…un cecchino infallibile. Arriverà una risposta da parte dell’asso del Nba?

Qui il video dell’impresa:

Non ci sono stati giri di parole o mezzi termini: quella di sabato contro il Sudafrica è una vittoria storica, il trionfo più bello della Nazionale italiana di rugby. Placcati, con il risultato di 20-18, gli Springboks, due volte campioni del mondo e tra le squadre più forti nel panorama mondiali e storico della palla ovale. Fino a oggi, la piccola Italia non era mai riuscita a battere le tre grandi dell’emisfero sud (Nuova Zelanda, Australia e, appunto, Sudafrica) e, allo stadio Franchi di Firenze, la squadra allenata da O’Shea ha celebrato il trionfo grazie alle mete di van Schalkwyk e Venditti.

Nel valzer delle “prime volte”, il ricordo, però, va alla prima celebre vittoria del rugby italiano nel Sei Nazioni, il più importante torneo internazionale di rugby a 15 dell’Emisfero Nord, che prima dell’annessione degli azzurri, era denominato Cinque Nazioni e che, di fatto, ha spalancato agli azzurri le porte dell’élite europeo di questa disciplina. Cenerentola della manifestazione, l’Italrugby esordì il 5 febbraio 2000, allo stadio Flaminio di Roma quasi tutto esaurito, contro la Scozia, nazione detentrice dell’ultimo Cinque Nazioni, vinto nel 1999.

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Sembra un’era fa, l’Italia etichettata come “senza speranza” riuscì nell’impresa di sconfiggere gli scozzesi per 34-20. Una partita intensa, dominata da uno splendido Diego Dominguez, autore di 29 punti (una trasformazione, tre drop e sei calci piazzati – fino ad allora record di punti personali realizzati in una partita nel torneo) e suggellata al 78′ da una meta di Giampiero “Ciccio” De Carli, pilone romano.
E’ il tappeto rosso che si srotola sotto i piedi degli azzurri che, per trovare un nuovo successo nel prestigioso torneo, devono attendere tre anni, quando nel 2003, riuscirono a battere il Galles per 30-22.

Sarà un derby speciale, il prossimo Milan–Inter, anzi sarà un derby mondiale: le stime parlano di 643.165.764 persone che seguiranno la partita in tv da ogni parte del pianeta. Ma non solo: anche la tribuna stampa di San Siro sarà composita con 250 giornalisti accreditati pronti a scommettere su chi sarà più decisivo tra Donnarumma o Icardi, tra Niang o Handanovic.
E’ il derby, dunque, anche dei giovani, delle possibili sorprese per alcuni o della prova di maturità per altri; di chi, insomma, potrebbe ritagliarsi uno spazio importante durante i prossimi Mondiali del 2018 in Russia. E proviamo a immaginare, pescando dalle rose di Milan e Inter, l’11 migliore in prospettiva. Il modulo è il 3-4-3.

Portiere

Gigio Donnarumma: nel 2018, il giovane talentuoso portiere del Milan avrà 19 anni. Anche se Buffon dimostra ancora di essere una garanzia tra i pali e vero leader nello spogliatoio, il ragazzotto è il futuro della Nazionale italiana e, se diamo per sicura la sua convocazione in Russia, è auspicabile anche un suo impiego;

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Difesa

Jeison Murillo: anche se la sua Colombia ha perso 3-0 nell’ultima sfida contro l’Argentina ed è momentaneamente a due punti dal quarto posto che significa qualificazione matematica per Russia 2018, il difensore dell’Inter, classe 1992, è una certezza nelle retrovie della Nazionale sudamericana;

Alessio Romagnoli: da acquisto troppo costoso per il suo reale valore (il Milan l’ha preso dalla Roma a 25 milioni) a incrociare le dita (e relativi scongiuri dall’altra sponda di Milano) per vederlo in campo nel derby. Ha il numero 13, come quello di Alessandro Nesta, non da poco. In Nazione ha esordito lo scorso 6 ottobre 2016, a 21 anni, giocando titolare nella partita pareggiata 1-1 contro la Spagna. Il Milan e Ventura possono sorridere: il ragazzo si farà;

Miranda: a suo modo, può essere una sorpresa. Il centrale brasiliano dell’Inter non è più tanto giovane (nel 2018 avrà 34 anni), ma è stato in grado di conquistare il posto nella difesa del Brasile, spodestando Thiago Silva e David Luiz. Ma il difensore esploso nel San Paolo e portato in Europa dall’Atletico Madrid, è una garanzia: con lui in campo, la Nazionale carioca, ha perso solo contro il Cile nell’ottobre 2015; poi tre pareggi e otto vittorie;

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Centrocampo

Manuel Locatelli: il The Guardian l’ha inserito nella lista dei migliori cinquanta calciatori nati nel 1998. Le premesse ci sono tutte. Il ragazzo di 18 anni ha segnato il suo primo gol in Serie A con un bel gol da fuori area, nella partita vinta per 4-3 contro il Sassuolo, dopo essere subentrato a Montolivo. Qualche settimana dopo ha castigato anche la Juventus nella vittoria per 1-0. Personalità e piedi buoni per il centrocampista. Al momento è stato convocato dal ct Di Biagio dell’Under-21, ma una coppia Verratti-Locatelli sarebbe affascinante, non trovate?

João Mário: all’Inter, società e tifosi, aspettano di vedere il reale potenziale del portoghese, acquistato quest’estate dallo Sporting Lisbona e tra i protagonisti del trionfo del Portogallo nell’Europeo francese. In patria ha fatto vedere ottime cose in qualità di mediano, in Serie A, complice il disastroso inizio di stagione dei neroazzurri, ha avuto difficoltà a caricarsi sulle spalle le responsabilità del controcampo. A 23 anni c’è tempo ancora per crescere e diventare leader anche della sua Nazionale;

Suso: è maturato nel Genoa, succursale per certi versi del Milan. Da possibile meteora rossonera, da quando Montella siede sulla panchina, il fantasista spagnolo sta diventando sempre più prezioso e pedina insostituibile. Fosforo e piedi buoni per il 23enne di Cadice che in Serie A sta dimostrando personalità. Sarà, però, sufficiente per trovare una maglia nella Spagna dove il tasso tecnico è estremamente elevato? Intanto il ct Lopetegui, nell’ultimo giro di partite l’ha inserito nella lista dei pre-convocati. Anche se nel suo ruolo c’è Isco, Lopetegui conosce molto bene Suso, avendolo già convocato negli anni scorsi con le nazionali giovanili, Under-19 e Under-21. Bisogna crederci;

Marcelo Brozović: la sua Croazia ha un girone di qualificazione molto abbordabile. Il primo posto in classifica e una buona chance di arrivare in Russia è, dunque, abbastanza possibile. La sua è stata un’estate travagliata, tra voci di calciomercato e difficoltà nel trovare continuità tra i vari allenatori, ma il centrocampista 24enne dell’Inter, cresciuto tantissimo dal suo arrivo in Italia nel gennaio 2015, è il giocatore di maggior spessore e tecnica tra le pedine a disposizione di Pioli. E’ stato convocato per i Mondiali 2014 senza aver mai vestito la maglia della Nazionale maggiore in precedenza;

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ATTACCO

Gabriel Barbosa, Gabigol: troppi punti interrogativi aleggiano attorno a lui e alla sua esperienza interista. Il 20enne brasiliano, messosi in luce nell’ultima Olimpiade a Rio, dove ha vinto la medaglia d’oro con la Nazionale brasiliana, è stato l’acquisto di punta della scorsa estate. Quasi 30 milioni di euro, uno spot di presentazione sfarzoso, qualche minuto giocato con il Bologna e nulla più. Con il 2016 ormai al termine, può essere il 2017 il suo anno? Inter e Brasile ci sperano;

Gianluca Lapadula: la sua è una nomina romantica per caparbietà e determinazione che caratterizzano l’attaccante di Torino che ha fatto bene nel Teramo prima di esplodere al Pescara. Nel maggio del 2016 ha rifiutato la proposta della Nazionale peruviana di prendere parte alla Copa América perché, in cuor suo, ha sperato in una convocazione italiana. Arriva, infatti, nello scorso match, dopo il forfait di Manolo Gabbiadini, viene convocato da Ventura per la sfida contro il Liechtenstein e l’amichevole contro la Germania;

Mauro Icardi: tra Higuain, Aguero, Messi, Dybala e Di Maria, gli spazi, in attacco, sembrano serrati. L’Argentina, che sta arrancando nel girone di qualificazione, in avanti può vantare tra i migliori bomber nel panorama calcistico mondiale. L’attaccante dell’Inter che, a 23 anni, stringe al braccio la fascia di capitano, sul campo dimostra di essere predatore d’area, come pochi. I guai, però, sono tutti fuori dal terreno di gioco. Nell’Albiceleste, tra i grandi, non ha ancora debuttato; Maradona e Messi sono contrari: riuscirà a dimostrare tranquillità e maturità per ottenere la fiducia del ct Bauza?

Ecco la formazione al completo: Donnarumma – Miranda, Romagnoli, Murillo – Suso, João Mário, Locatelli, Brozović – Gabigol, Lapadula, Icardi.

Quando si dice gettare il sangue per la propria squadra. Siamo in Argentina, a Rosario, città legata alla leggenda del calcio, Marcelo “El Loco” Bielsa, tanto da intitolargli lo stadio cittadino. Sponda Newell’s Old Boys, però. Qui la grinta, l’entusiasmo e l’appartenenza alla maglia sono talmente viscerali da diffondersi anche tra i più piccoli: la Lepra (La lebbra, soprannome del club) va difesa contro i rivali cittadini del Rosario Central.

C’è un titolo di campioni da conquistare: ai bambini, classe 2003, del Newell’s Old Boys, basta un pareggio per il trionfo, ma si giocano la stagione proprio nel derby contro il Rosario Central. Un match da giocare con il cuore in mano, così, prima del fischio iniziale, il giovane capitano, Maximiliano Pariente, riunisce la squadra in cerchio e, stringendo la “camiseta”, carica così i suoi compagni:

Parole da vero leader. Alla fine il derby è terminato 0-0 e i ragazzi del club rossonero di Rosario hanno potuto alzare le mani al cielo. Nella terra del Loco Bielsa, piccoli “pazzi-coraggiosi” crescono.

L’ultimo, in ordine di tempo, è stato Jamie Vardy, l’attaccante del Leicester e della Nazionale inglese che, dopo il gol contro la Spagna, nell’amichevole finita 2-2, ha esultato rimanendo immobile. O, per meglio dire, non ha proprio esultato. Semplicemente ha portato in campo un nuovo tormentone nato negli Stati Uniti ed esploso in pochi giorni tra sportivi e non: il Mannequin challenge. La “sfida del manichino” è semplice e intuitiva: più persone assieme, rigide e immobili per alcuni secondi, ricreano delle scene, mentre qualcuno riprende passando in mezzo ai manichini umani.

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L’idea è nata a fine ottobre in una scuola della Florida e, in batter di ciglia, si è propagata in giro per il mondo: cantanti, attori e sportivi, negli spogliatoi, negli stadi e addirittura alla Casa Bianca. Tra i mannequin challenge più famosi c’è, infatti, quello realizzato dalla squadra di basket dei Cleveland Cavaliers con LeBron James e l’ex first lady, Michelle Obama, in grande spolvero.

Una delle migliori e più coinvolgenti performance arriva dall’Australia con gli oltre 11mila spettatori che erano andati alla Perth Arena a vedere la partita di basket tra i Perth Wild Cats e i New Zealand Breakers.

In Europa il tormentone l’ha portato il Borussia Dortmund con un video, postato sul profilo Instagram di Mario Götze, girato nella palestra del club tedesco e con Reus, Schürrle, Weidenfeller, Kagawa e gli altri che ben si prestano alla sfida. Anche i giocatori della Juventus si sono lasciati contagiare,

Il Portogallo è stata la prima Nazionale di calcio a esibirsi. Con Cristiano Ronaldo protagonista in prima fila, completamente nudo, solo in mutande, con gli addominali contratti e una delle sue classiche posizioni statuarie. Oltre ai lusitani, anche la Spagna, sempre nello spogliatoio, si è fatta prendere la mano.

Vardy, dunque, ha portato il mannequin challenge sul rettangolo verde di calcio, ma siamo sicuri che sia stato il primo a esultare rimanendo fermo? In Italia ricordiamo ancora Mark Bresciano, centrocampista australiano, con quasi 250 presenze in Serie A tra Empoli, Parma, Palermo e Lazio. Ad ogni gol si irrigidiva e senza tradire sentimenti ed espressioni, rimaneva fermo, imperioso, come una statua.

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Non si aspettava lacrime e pioggia, Felipe Massa, al suo ultimo Gran Premio di Interlagos, in Brasile. Magari un sorriso e un po’ di sole accogliente in quella che è stata la sua ultima gara dinanzi al suo pubblico, alla sua gente. Il pilota della Williams, ed ex Ferrari, è stato costretto al ritiro durante il 48esimo giro per un testacoda causato dall’aquaplaning che l’ha portato ad andare a sbattere contro le barriere.

Rientrando mestamente a piedi ai box, Massa ha raccolto una bandiera del Brasile piovuta dagli spalti e l’ha srotolata, avvolgendola dietro le spalle e al collo. Commosso, ha salutato i suoi tifosi, prima di ricevere un genuino applauso dai colleghi e dai meccanici delle altre squadre. Emozionante il suo passaggio davanti alla scuderia Ferrari, seguito da sua moglie e da suo figlio Felipinho.

Un video pubblicato da Andréa (@77ariani) in data:

A Interlagos, Massa ha pianto un’altra volta: 2 novembre 2008, quando, per 38 secondi è stato campione del Mondo. In quell’edizione, rocambolesca e drammatica fino all’ultima curva, il brasiliano sulla Ferrari riuscì a giocarsela con il giovane Lewis Hamilton della McLaren che, prima dell’ultimo Gp, aveva sette punti di vantaggio sul ferrarista. Al britannico, per vincere il titolo iridato, bastava solo piazzarsi al quinto posto, un traguardo che si fece complicato agli ultimi giri, causa autentico acquazzone.
Massa, che chiuse primo quel Gran Premio, aspettava le ultime curve per esultare assieme al box, ma 38 secondi dopo, quando i giochi sembravano chiusi, Hamilton riuscì a scavalcare Timo Glock che, montando gomme da asciutto, si fec superare proprio alla fine. Vinse Lewis con 98 punti, mentre Felipe chiuse quell’anno a quota 97.