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Giovanni Sgobba

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Nadia Comaneci torna a Montréal questa volta come testimonial dei Mondiali di ginnastica artistica che si svolgeranno nella città canadese dal 2 all’8 ottobre 2017. Il suo nome e la sua storia sono legati a una pagina storica dello sport e della ginnastica: lei è stata la prima atleta a ricevere il punteggio di 10 alle Olimpiadi.

Era il 18 luglio 1976, secondo giorno dei Giochi olimpici di Montréal, in Canada. Nadia, ginnasta rumena di soli 14 anni, era in gara per la finale femminile delle parallele asimmetriche. Al tempo i tabelloni che segnano i punteggi non prevedevano un numero a due cifre prima della virgola che segna i decimi e i centesimi, ma solo una cifra: in buona sostanza era possibile segnare massimo un 9,99 e non un 10; una scelta voluta dallo stesso Cio, il Comitato olimpico internazionale, che escludeva un possibile punteggio.

Fino ad allora, infatti, nessuno aveva mai ipotizzato una prestazione “perfetta” in un evento competitivo e difficile come l’Olimpiade. Ma alla finale delle parallele, Nadia stupì tutti: con la pettorina numero 073 e un nastrino legato ai capelli che librava a ogni movimento morbido e sinuoso della ginnasta, la Comaneci non commise nessun errore. Un’esibizione limpida, pulita e senza sbavature seguita dalle esclamazioni sbigottite e sorprese del pubblico.
I giudici erano convinti, Nadia meritava il 10, ma come segnarlo nel tabellone? Seguirono minuti di attesa, il tecnico che gestiva il tabellone consigliò di segnare un 1,00 e moltiplicarlo più volte e così fecero. Ci fu un po’ di stupore e inizialmente l’atleta non capì: una sua compagna di squadra le fece notare che c’era un’anomalia nel tabellone, ma che i giudici le avevano assegnato un 10. In quell’edizione, la ginnasta ottenne l’oro anche nel concorso generale e nelle travi e fece conoscere al mondo il suo Paese, la Romania.

«Sono molto felice ogni volta che ritorno a Montréal, è come tornare a casa. E sono orgogliosa di parlare francese, lingua che ho imparato a scuola quando ero molto piccola – ha detto Nadia Comaneci durante l’assegnazione del titolo di madrina dei prossimi Mondiali -. Qui ho tanti ricordi, e non riesco a credere che siano passati 40 anni». L’atleta, dopo l’Olimpiade del 1976, ha vinto altre medaglie e si è ritirata nel 1984. La sua storia sportiva è legata a quella personale: contraria e in disaccordo verso il regime comunista di Nicolae Ceausescu, Nadia, la mattina del 28 novembre 1989, scappò dalla Romania, camminando per sei ore prima di raggiungere il confine Ungherese. Venne accolta come rifugiata politica dagli Stati Uniti.

 

Possibile pasticcio della Nazionale boliviana che viene formalmente accusata dalla federazione calcistica cilena per aver schierato irregolarmente un giocatore. A distanza di un mese dal match del sei settembre tra Cile e Bolivia, terminato 0-0 e valido per le qualificazioni ai Mondiali del 2018, la Roja chiede chiarezza sulla nazionalità di Nelson Cabrera.

Il difensore 33enne, nato a Capiatá, Paraguay, si è trasferito in Bolivia nel gennaio 2013 per difendere la maglia del Club Bolivar che lo ha acquistato dai cinesi del Chongqing Lifan e, se per il Paese sudamericano non ci sono stati intoppi nel rilasciare la cittadinanza nel febbraio 2016, diversi sono i requisiti che pretende la Fifa da chi chiede di rappresentare una Nazionale di calcio diversa dal paese di nascita. Nell’articolo 17 – comma d del regolamento della Federazione internazionale si legge, infatti, che può acquisire una differente nazionalità solo chi “ha vissuto almeno cinque anni continui nel territorio della federazione in questione dopo aver compiuto i 18 anni”.

Come visto, Cabrera vive in Bolivia da tre anni e, secondo le norme Fifa, può essere convocabile solo a partire dal 2018. In realtà il centrale di difesa, già sceso in campo con los Verdes durante il centenario della Copa América, ha collezionato due gettoni nei primi incontri del girone unico di qualificazione sudamericano per Russia 2018: contro i cileni, per l’appunto, nella trasferta a reti bianche a Santiago del Cile e nella vittoria per 2-0 contro il Perù. Se la Fifa dovesse accettare il ricorso, la Bolivia perderebbe i quattro punti conquistati con Cabrera in campo, dando due vittorie a tavolino agli avversari.

Schermaglie nella zona dell’Atiplano che, però, rischiano di non aver nessun proseguo: il reclamo, infatti, per poter essere valido andava presentato entro le 24 ore successive dalla fine del match. Il Cile chiede comunque provvedimenti per un’irregolarità grave ed evidente, mentre Guillermo Ángel Hoyos, commissario tecnico della Nazionale boliviana, per evitare ulteriori rogne non ha convocato l’ex difensore del Colo Colo per le prossime sfide contro il Brasile ed Ecuador.

La Nazionale femminile di hockey su pista ha concluso al settimo posto la sua avventura al Mondiale disputatosi a Iquique, in Cile, che ha visto il trionfo della Spagna vincitrice in finale, grazie al golden gol, per 3-2 sul Portogallo dopo essersi trovata in svantaggio di due reti. Tra le azzurre scese in campo durante la manifestazione c’è anche Maria Teresa Mele, esterno classe ’92 del Sinus Hockey Matera, legata al commissario tecnico Pino Marzella per una curiosità apparsa un paio di anni fa su diversi giornali: la Mele, infatti, è stata la prima giocatrice italiana ad aver disputato un match di Serie A maschile.

Il tutto è successo nell’aprile del 2014, quando Teta, questo il suo soprannome, ha fatto il suo esordio nella Pattinomania Matera, durante l’ultima partita stagionale di A1, contro il Breganze. La scelta fu di Pino Marzella, al tempo allenatore della squadra lucana, oggi coach della Nazionale femminile, che le fece giocare poco più di otto minuti, prima di essere sostituita, nell’incontro terminato 3-3.

Marzella, tra i più vincenti nella storia dell’hockey italiano, intuì la bravura della giovane atleta che dall’inizio della stagione si stava allenando con gli uomini e motivò la convocazione non per semplice “premio” di fine stagione, ma per aver dimostrato una crescita notevole e talento. Anche se il regolamento non lo vieta, nessun’altra società di A1 aveva precedentemente schierato una donna in campo: ci arrivò molto vicino Irene Actis che, nel 2000, andò in panchina con il Vercelli, senza mai esordire. Episodi simili si sono visti in A2, ma mai nella serie maggiore dove la Mele ha esordito non ancora 22enne.

Durante il Mondiale in Cile, la Mele, la più “anziana” delle spedizione dopo Giulia Galeassi del ’91 ed Elena Toffanin del 1989, ha fatto mangiare la mani ai tifosi azzurri per aver sbagliato tre rigori in una stessa partita, nel pareggio per 1-1 contro la Colombia.

Quella tra Argentina e Russia è una finale inedita nella storia dei Mondiali di futsal. Giunto alla ottava edizione, il campionato del mondo di calcio a 5 ha visto precedentemente un incontrastato duopolio con il Brasile vincitore di cinque titoli, spezzettato solamente dalla doppietta 2000 – 2004 della Spagna, in una ciclica sfida tra calcio sudamericano, ideatore e custode dello sport e calcio europeo che via via ha trovato sempre più sostenitori. Il duello Sudamerica – Europa, però, nel futsal ha ben presto abbandonato l’agonismo e si è spostato sulla politica: quelli che si disputano attualmente con cadenza quadriennale sono, infatti, i Mondiali organizzati dalla Fifa, da quando ha preso in mano la gestione del calcio a 5 a livello globale verso la fine degli anni ’80.

Il futsal, sin dalle sue origini com’è evidente il nome neolatino, è nato e si è diffuso principalmente in Sudamerica: padre e ideatore è Juan Carlos Ceriani, giovane insegnante di educazione fisica argentino ma trasferito a Montevideo che, sulla scia della popolarità acquisita dal calcio in Uruguay grazie al Mondiale del 1930, nello stesso anno ideò questa disciplina spinto dall’esigenza di far giocare a pallone i suoi allievi in una palestra chiusa anche quando fuori pioveva o sfruttando i campi da basket già esistenti. Impiegando al meglio le sue conoscenze plurisportive, Ceriani pensò di utilizzare regole prese da differenti sport: non snaturò quella principale del calcio, ovvero, non toccare la sfera con gli arti superiori, pensò al basket per il numero di giocatori da schierare in campo (5 per squadra) e alla pallamano per le dimensioni delle porte.

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Il merito di Ceriani è stato quello di dare una forma a un gioco che già veniva praticato approssimativamente nei vari paesi confinanti tra cui le favelas brasiliane: è proprio in Brasile questa disciplina si è affermata e ha preso quota col passare degli anni. Il fútbol de salón di lingua ispanica diventò futebol de salão (da qui la crasi in futsal) e nel 1971, a San Paolo, venne fondata la Federação Internacional de Futebol de Salão (Fifusa), la prima istituzione a governare il calcio a 5, comprendente 32 paesi e adottando le regole brasiliane. La Fifusa organizzò diverse manifestazioni per diffondere questa nuova disciplina sportiva fino ad arrivare a un embrionale mondiale di calcio (disputando due edizione nel 1982 e 1985), ma verso gli anni ’80 entrò prepotentemente la Fifa decisa a diffondere uno stile di football indoor con le sue proprie regole (per esempio, diversa gestione delle sostituzioni e pallone di dimensione più grande).

Nel 1988 l’organo federale con sede a Zurigo ottenne in toto la gestione del calcio a 5, l’anno dopo, a Rio de Janeiro si tenne una riunione della Fifusa con l’intento di entrare nella Fifa, ma in molti votarono contro. Dopo mancati accordi e tentativi di unificazione, la Fifusa pian piano si dissolse e dalle sue ceneri, nel 2002, è nata in Paraguay, tra i Paesi che più rifiutarono l’omologazione con la Fifa, l’Asociación Mundial de Futsal, l’Amf, che comprende 40 federazioni nazionali e il ripristino delle regole originarie.

Il condottiero di una squadra, l’idolo di un’intera Nazione che si è aggrappata alla sua fascia da capitano e ai suoi gol, quelli che, per la prima volta in assoluto, hanno portato l’Ucraina a ottenere l’accesso a un Mondiale di calcio. Tra le tante figurine di Germania 2006 c’è anche quella di Andriy Shevchenko, viso pulito e sguardo determinato che i tifosi rossoneri ricorderanno per quel frame prima del calcio di rigore decisivo nella finale di Champions League del 2003 contro la Juventus. Gli stessi tifosi rimasti delusi, nell’estate di tre anni più tardi, quando lo zar venuto dall’Est decide di allontanarsi dal Milan per sbarcare a Londra, sponda Chelsea di Mourinho e Abramovich.

Proprio all’Old Trafford di Manchester, durante i festeggiamenti per la vittoria della coppa dalle grandi orecchie, Andriy correva sul rettangolo verde, impugnando e mostrando a tutti la bandiera azzurra e gialla dell’Ucrania: per un Paese nato dalla dissoluzione dell’Urss poco più di 10 anni prima è l’unica possibilità per apparire sul grande palcoscenico del calcio. Ma l’usignolo di Kiev, all’apice della sua carriera e in stato di grazia, va oltre: i successi con il Milan, il Pallone d’oro conquistato nel 2004 e le tante aspettative per una cessione traumatica e costosa, non distraggono e destabilizzano il ragazzo nato a Dvirkivschyna, ex Unione sovietica, da quello che è il momento storico-sportivo che lui e il suo popolo sognavano dall’indipendenza.

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Dopo aver ottenuto sorprendentemente il primo posto nel girone 2 di qualificazione per l’accesso a Germania 2006 (chiuso con una sola sconfitta e vincendo, tra l’altr, per 3-0 sul campo della Turchia, seconda, con doppietta di Sheva), l’Ucraina allenata da Oleh Blochin strappa il pass per volare in Germania. Assieme all’ex attaccante del Milan, la formazione è di tutto rispetto: dal portiere storico Shovkovskiy, al difensore Nesmachniy, passando per il centrocampista Tymoshchuk fino ad arrivare ai solidi attaccanti Voronin e Rebrov.

E’ a Lispia che l’Ucraina fa il suo esordio nel Mondiale del 2006: il 14 giugno ad attenderla c’è la Spagna, in un girone H abbordabile con Tunisia e Arabia Saudita. Contro le “Furie rosse”, Sheva e compagnia escono sconfitti per 4-0; nessun dramma perché riescono subito a risollevarsi sconfiggendo i sauditi con lo stesso punteggio della gara d’esordio (l’attaccante ex Milan segna la rete del momentaneo 3-0) e la Tunisia per 1-0, grazie alla realizzazione su calcio di rigore sempre del numero 7. La sua freddezza dal dischetto si scioglie, però, agli ottavi, nel match contro la Svizzera: terminati i tempi regolamentari e supplementari sullo 0-0, è la lotteria dagli 11 metri a sentenziare chi va avanti e chi torna a casa. Sheva sbaglia il primo tiro per l’Ucraina, ma gli elvetici fanno peggio calciando malamente tutti i tiri a disposizione. L’Ucraina accede, così, ai quarti di finale dove incontra l’Italia che si impone con un secco 3-0: per Shevchenko, contro i suoi ex compagni Pirlo e Gattuso, è il capolinea dell’avventura in terra tedesca.

Sono, dunque, due le reti in un Mondiale per Andriy: con la nazionale maggiore, il cui esordio risale nel 1995 a 18 anni, totalizzerà 111 presenze e 48 gol. Ritiratosi nell’estate del 2012, è ritornato in nazionale prima come assistente di Mykhailo Fomenko, poi, da luglio 2016, come commissario tecnico, subentrando proprio al posto di Fomenko dopo il negativo Europeo in Francia.

Tra la fine del vecchio millennio e l’inizio del nuovo secolo, in cinque anni di attività, dal 1998 al 2002, il cavallo Varenne ha conquistato record e successi, diventando un simbolo del trotto italiano e affermandosi nell’olimpo delle leggende sportive mondiali con 73 corse disputate e 62 vinte.

Nato il 19 maggio 1995 nell’allevamento Zenzalino di Copparo, alle porte di Ferrara, Varenne deve il suo nome alla via della sede della Camera di commercio italo-francese di Parigi che sorge, appunto, in Rue de Varenne. Figlio di Waikiki Beach e Ialmaz, il trottatore, quando era ancora un piccolo puledro, viene venduto, in Normandia, al francese Jean Pierre Dubois, ma non avendo la silhouette da potenziale campione, è rispedito in Italia, dove la sua carriera rischia di non decollare per un problema alla cartilagine del posteriore destro. Sono in tre a scommettere sul giovane cavallo sgraziato dal manto baio: Enzo Giordano che diventerà il proprietario acquistandolo per 170 milioni di lire, il fantino Giampaolo Minnucci e l’allenatore finlandese Jori Turja. La scelta si rivela sin da subito vincente: nel 1998 vince il Derby del Trotto, avendo la meglio su Viking Kronos, pressoché invincibile sino a quel momento.

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E’ il 2001, l’anno che consegna “il Capitano” alle pagine eterne dello sport: unico cavallo nella storia a vincere nello stesso anno le tre gare del Grande Slam come il Prix d’Amerique di Parigi (l’ultimo italiano ad aver vinto in Francia era stato a metà degli anni ’40), il Gran Premio Lotteria a Napoli, l’Elit Lopp a Stoccolma e, infine, la prestigiosa Breeders Crown Open trot negli Stati Uniti, segnando quello che allora era il nuovo record del mondo con il tempo di 1’09.01’’ su chilometro.

Ha bissato i successi nel Grande Slam anche nel 2002, anno del suo ritiro che è avvenuto ufficialmente il 28 settembre a Montreal, in Canada. Varenne è stato l’unico a vincere il titolo di “cavallo dell’anno” in tre differenti Paesi: nel 2000, 2001 e 2002 in Italia, in Francia nel 2001 e 2002, Stati Uniti, infine, nel 2001. Attualmente vive nella scuderia del Grifone, a Vigone, in provincia di Torino, come stallone da monta.