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Giovanni Sgobba

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Non è solo l’orgoglio di essere riusciti a portare il mondiale in Italia per la prima volta, è anche la consapevolezza di avere un’occasione unica per fare in modo che si cominci a parlare un po’ di più di questo sport

Orgoglio, consapevolezza e auspicio: sono le tre parole attorno alle quale Matteo Di Brina, presidente del Comitato organizzatore, spera di costruire il Mondiale di parapendio 2017 che si disputerà per la prima volta in Italia, dal 1° al 15 luglio.

Dopo un duro sforzo per confermarsi paese ospitante e per costruire questo progetto, Di Brina chiama a raccolta i tifosi, gli appassionati e anche semplicemente i curiosi, perché è da loro che deve crescere la passione per uno sport sostenibile e ricco di emozioni uniche:

Avremo in gara piloti di primissimo ordine, che si sfideranno in un territorio tra i più invidiati al mondo per bellezza e varietà di correnti: siamo uno sport di nicchia, certo, ma questa è un’occasione irripetibile per lasciare il segno e allargare i confini di questa nicchia. Questo è uno sport con un grandissimo potenziale: è uno sport sostenibile, praticabile da tutti, che ti consente di provare emozioni uniche e vedere le cose letteralmente da un altro punto di vista. Assieme ai volontari, che da due anni lavorano instancabilmente a questo progetto, ce l’abbiamo messa tutta per rendere memorabile questa prima edizione italiana. Ora la palla passa al pubblico, che noi immaginiamo numeroso, fatto di appassionati ma anche di amanti di attività all’aria aperta, che approfitteranno di queste giornate anche per scoprire le bellezze che questo territorio ha da offrire

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Perdere contro una persona che ti sta simpatica è un po’ meno duro, rende la cosa più dolce

La mente vola al 2006, Gran Premio di Valencia. Valentino Rossi, al tempo era sul sellino della Yamaha, aveva otto punti di vantaggio sullo statunitense Nicky Hayden, pilota Honda, prima dell’inizio dell’ultimo tracciato dell’anno.
Inaspettatamente il Dottore andò giù lungo, fuori dalla pista, fuori dai sogni di alzare il titolo che passò nella mani del Kentucky Kid.
Al termine, mentre il paddock era diviso tra euforia e disperazione, Rossi, ancora in pista, raggiunge Hayden che stringe la bandiera americana. Sotto i caschi e le visiere impermeabili agli sguardi il ragazzotto di Tavullia si sarà complimentato, sinceramente.

I due piloti hanno incrociato le loro moto e i loro destini in tante, entusiasmanti sfide, ma Valentino Rossi non dimentica la prima volta che l’ha visto:

Mi ricorderò sempre la prima volta in cui lo incontrai. Era arrivato dagli USA in Giappone e lo vidi alla stazione di Tokyo, era vestito ‘da americano’ e sembrava un pesce fuor d’acqua. Poi abbiamo passato tanto tempo insieme, era una persona simpatica a tutti, un vero figo

Un figo, ma anche un ragazzo semplice, genuino e che ti strappa un sorriso. Hayden, classe 1981, è morto dopo cinque giorni di coma, il 22 maggio dopo esser stato investito il 17 maggio mentre si stava allenando in bicicletta sulla strada provinciale Riccione-Tavoleto, non lontano da Misano Adriatico.
E gli stessi abitanti, nel giorno in cui la salma del pilota tornava a casa, a Owensboro, hanno voluto rendere omaggio al numero 69, appoggiando la bandiera americana sulla Ducati guidata dall’australiano Troy Bayliss ed esposta al centro di una rotonda spartitraffico.

Un gesto sentito, spontaneo, come i tanti che hanno segnato il rapporto tra Rossi e Hayden. Le congratulazioni dell’italiano nel 2006 a Valencia, come visto, oppure sempre in Spagna, quando nel 2015, Rossi era uscito sconfitto dalla lotta per il titolo e Hayden era alla sua ultima gara in MotoGP con l’americano che si è avvicinato a consolarlo e a dargli forza.

Ma c’è un piccolo gesto che, rivisto oggi con questo video a rallentatore, mette un po’ di magone e lascia sospirare: nel 2012, durante il Gran Premio degli Stati Uniti d’America di Laguna Seca, Valentino Rossi, ritiratosi per una caduta, chiede un passaggio in moto proprio a Nicky che lo fa montare su prima di allontanarsi, assieme, salutando il pubblico di casa:

Giovanni Sgobba

La vendetta è un piatto che va servito freddo. Molto freddo. E questo modo di dire popolare, beffardo, deve averlo imparato Diego Maradona, uno che è solito vestire i panni del maestro e non dell’alunno. Fatto sta che il Pibe de Oro, questa volta, deve accettare lo sbeffeggio di un giocatore della Corea del Sud, padroni di casa del Mondiale Under 20.

L’idolo immortale di Napoli, durante il sorteggio dei gironi, aveva riso di gusto quando aveva pescato la Corea del Sud nello stesso girone dell’Argentina, il gruppo A. Una provocazione che i sudcoreani non hanno dimenticato e quando c’è stata l’occasione per accattare, hanno aggredito la preda: Seung-Ho Paik, autore del secondo gol, su calcio di rigore, nell’esultanza ha mimato proprio il foglietto del sorteggio, con un’espressione perplessa del tipo: «E adesso non dici nulla?».

 

Sì perché l’Argentina, che già aveva perso il match d’esordio con un sonoro 3-0 contro l’Inghilterra, è capitolata anche contro i padroni di casa che si sono imposti per 2-0. Zero punti in due partite e addio a sogni di gloria: una grande delusione per l’Albiceleste, alla vigilia data tra le favorite del torneo.

Seung-Ho Paik, l’autore della presa in giro nei confronti di Maradona, è uno dei due coreani  a giocare nelle giovanili del Barcellona. L’altro, Lee Seung-Woo, è stato l’autore, invece, della prima rete. Una rete fantastica, al momento la più bella del torneo. Una rete alla Messi per rimanere nei dintorni del club catalano: progressione da centrocampo, dribbling secco sulla trequarti a lasciar lì l’avversario e poderosa progressione fino al tocco morbido con cui ha superato il portiere argentino.
Qui potete vedere il gol e tutte le azioni del match:

Povero Maradona: oltre il danno, la beffa. Un altro modo di dire popolare.

Giovanni Sgobba

Siamo alla conclusione di maggio, in giro per Europa i campionati di calcio sono pressoché terminati, i titoli sono stati assegnati, rimane qua e là qualche lotta e spareggio per non retrocedere più un paio di coppe ancora da giocare, tra cui Europa League e Champions League.
Alcuni calciatori sono già in vacanza, altri stanno seguendo i trattamenti personalizzati per ristabilirsi dagli infortuni ed essere al top per la prossima stagione, altri stanno recuperando le energie in vista della Confederations Cup.

Ma c’è chi al calcio proprio non sa rinunciare: è Tyrone Mings, difensore centrale di 24 anni del Bournemouth, club inglese che quest’anno si è piazzato sorprendentemente al nono posto in Premier League. Va detto che la stagione di Mings è andata a folate, dopo aver passato due anni di calvario: solo sette presenze quest’anno, dopo aver saltato i primi mesi di stagione per recuperare dalla rottura dei legamenti del ginocchio rimediata il giorno del suo esordio in Premier League, nel settembre del 2015 contro il Leicester. Per lui solo 12 minuti e poi una stagione completamente andata.


Il numero 26 è stato molto spesso in panchina o in tribuna, ma a inizio 2017, l’allenatore Eddie Howe l’ha fatto giocare titolare con delle buone prestazioni. Poi il match contro il Manchester United e soprattutto la scazzottata da saloon contro Zlatan Ibrahimovic gli sono costate cinque giornate di squalifica e il ritorno in panca:

Forse anche per le poche partite ufficiali disputate, Tyrone Mings, annoiato, ha espresso su Twitter nel pomeriggio del 23 maggio, il desiderio di tirare due calci al pallone. Detto fatto subito dopo è arrivata la proposta di Alex Deutsch, tifoso dei Cherries, che lo invitata a giocare una partitella 7 contro 7 in un campetto della città con lui e i suoi amici. Tyrone, dopo aver chiesto informazioni sul campo, non c’ha pensato su due volte e ha semplicemente risposto con un «Figo, ci vediamo lì».

Tra l’incredulità, la speranza e l’euforia, i ragazzi hanno visto arrivare il difensore dall’alto del suo metro e 95 centimetri. Non sappiamo il risultato finale del match, ma sappiamo solo che Tyrone non è stato l’unico calciatore professionista a partecipare: assieme a lui c’era, infatti, anche Omar Sowunmi, 21enne dello Yeovil Town, squadra di quarta serie. A fine partita, Mings ha ringraziato ancora una volta su Twitter e c’è una bella foto di gruppo a immortalare e ricordare l’evento:

 

Complimenti a Tyrone: dopo due stagioni passate tra infermeria e giudice sportivo, giocare a calcio è la miglior vitamina per riprendersi e continuare a lavorare e sorridere!

Giovanni Sgobba

Tutti giù per terra e, per fortuna, senza nessuna grave conseguenza. Durante il Gran Premio di Le Mans della classe Moto3, disputato domenica 21 maggio, si è assistito a un autentico e rocambolesco incidente che ha coinvolto ben 15 piloti.
Tutti lunghi, chi sdraiato, chi di fianco, chi perdendo subito il controllo. Alcuni si sono visti scavalcare dalla moto, travolti, ma illesi. Una maxi-caduta all’uniscono, durante il secondo giro, di quelle che si vedono nei videogiochi quando si decide di tamponare volontariamente l’avversario.

Tutto è nato dal giro precedente quando, a causa di un incidente che aveva coinvolto Dalla Porta, Cordaz, Suzuki e Kornfeil, proprio quest’ultimo ha perso olio e, nel rientrare in pista, l’ha sparso per buona parte del tracciato, specialmente in prossimità della curva 6, una delle più difficili di Le Mans essendo in discesa con una pendenza importante. E proprio in quel punto è avvenuta la bagarre.

In pochi secondi si è assistito a una scena surreale: prima Mir, poi anche Fenati, poi la situazione si è fatta complicata ed è sfuggita di mano creando un effetto domino che, fortunatamente, non ha causato danni. Immediata bandiera rossa, gara sospesa con alcuni piloti acciaccati e zoppicanti che sono andati al centro medico.
A rivedere i replay si può capire quanta fortuna abbiano avuto i piloti.

Alla fine a spuntarla è stato lo spagnolo Joan Mir che ha conquistato il suo terzo GP stagionale consolidando la testa del mondiale con 34 punti di vantaggio sull’italiano Fenati e 36 sul connazionale Canet.

Giovanni Sgobba

Dal 1° al 15 luglio, l’Italia ospiterà per la prima volta i Mondiali di parapendio. La cornice, suggestiva, sarà la splendida regione Predolomitica della Valbelluna.
Maurizio Bottegal, direttore di gara, spiega che tipo di competizione sarà e cosa aspettarci:

Avremo a disposizioni 12 giorni di gara effettiva, diverse centinaia di chilometri quadrati di superficie da sorvolare, moltissimi punti di decollo e atterraggio e i migliori piloti al mondo, il tutto racchiuso in uno scenario di una bellezza da togliere il fiato con una varietà di conformazione del territorio che davvero permetterà di mettere assieme task per tutti i gusti. La mia intenzione è quindi quella di sfruttare al massimo tutta questa ricchezza e dare vita a delle manche di gara in cui poter dare risalto alle diverse abilità, tecniche e di intuito che un pilota può avere

Con un record di 48 paesi partecipanti, in questa edizione di Mondiali si cercherà di differenziare i tracciate, dare agli atleti la possibilità di confrontarsi con sfide emozionanti e nuove anche per chi già conosce il territorio. Il sogno è attraversare tutte le Dolomiti:

Saranno senza dubbio manche che mescoleranno velocità e tecnica, voglia di azzardo e capacità di controllo. Inoltre sto lavorando per mettere a punto anche delle nuove boe, da un lato per dare anche a chi già conosce questo territorio modo di mettersi a confronto con sfide del tutto nuove, dall’altro per valorizzare appieno l’intera superficie di gara. Per fare qualche esempio, senza dubbio ci saranno delle giornate in cui decolleremo dal Monte Avena e atterreremo al Boscherai, ma non mancheranno decolli da Marostica con atterraggi in Alpago, decolli da Aviano con atterraggi a Bassano del Grappa o Levico, manche che interesseranno Gemona del Friuli, Fiera di Primiero, Valdobbiadene, Borso del Grappa e via dicendo. Il grande sogno è quello di potere affidare una task che attraversi tutte le Dolomiti, collegando la pianura Pedemontana per arrivare in Val Pusteria, atterrando a Brunico

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Con i suoi sei gol e dieci assist Kerem Demirbay è stato tra i trascinatori che hanno portato il sorprendente Hoffenheim, in Bundesliga, a giocarsi l’accesso alla prossima Champions League. Il fantasista numero 13, però, si trova ora al centro di un intricato e spinoso caso diplomatico che coinvolge le Federazioni calcistiche di Turchia e Germania.

Nella giornata di mercoledì 17 maggio, il commissario tecnico della Nazionale campione del mondo, Joachim Löw , ha diramato le convocazioni per la prossima Confederations Cup che si giocherà in Russia a partire dal 17 giugno; una formazione “sperimentale”, nella quale non figurano Neuer, Hummels, Khedira o Muller, ma, per esempio, proprio Demirbay, al suo debutto nella Nazionale maggiore tedesca.

Dov’è l’intoppo? Semplicemente il ragazzo 23enne avrebbe ammesso, inizialmente, di preferire la Nazionale turca. E a conferma, c’è un documento, datato solo 15 maggio, scritto e firmato dallo stesso Kerem.
Nelle lettera inviata alla Fifa, infatti, si legge:

Ho già giocato con la Nazionale tedesca, ma a partire da adesso, vorrei giocare con la Nazionale turca. La mia famiglia viene dalla Turchia e io mi sento turco. E’ molto importante per me giocare per la mia Nazione…Capisco l’impatto di questo cambiamento e sono consapevole che questo cambiamento sarà definitivo

 

Sembra, dunque, che la decisione di Demirbay sia maturata solo nell’arco delle ultime 48 ore, lasciando sbigottito lo stesso Fatih Terim, ct turco, che era pronto a convocarlo per il match del prossimo 11 giugno contro il Kosovo. Lo stesso Terim aveva parlato con il consulente familiare confermando quanto scritto nella lettera, poi il cambio repentino di decisione che ha spiazzato tutti.
Demirbay ha dichiarato di aver firmato la lettera con noncuranza, senza controllare scrupolosamente cosa era riportato. La sua intenzione era semplicemente capire se ci fosse stata la possibilità di giocare per la Turchia, ma senza decisione vincolante.

Così, mentre in Turchia lo scandalo è si propagato, Demirbay ha smontato il caso, ammettendo di aver fatto un passo indietro:

Ho cambiato decisione all’ultimo momento. Ho preferito la Germania alla Turchia. Per me è un grande onore: quando è arrivata la chiamata del ct Löw non ci credevo

Demirbay è nato a Herten, paese della Renania Settentrionale-Vestfalia, il tre giugno 1993 e ha la doppia cittadinanza turca-tedesca. Dal settembre 2011 al marzo 2013 ha giocato dodici partite di prova nelle giovanili della Turchia, destando ottima impressione, ma sprovvisto al tempo di passaporto turco, non ha giocato nessuna partita ufficiale.
E’ stato, invece, convocato da Horst Hrubesch, ct della Germania, per gli Europei Under 21 in Repubblica Ceca, dove però non è mai stato utilizzato nelle quattro partite del torneo.

Giovanni Sgobba

Il murale di Tortolì, in provincia di Nuoro, in Sardegna, sarà sicuramente ricordato come una delle icone più rappresentative di questo centesimo storico Giro d’Italia. Ha colpito i cuori degli sportivi e degli appassionati per una speciale dedica a Michele Scarponi che, quasi in disparte sull’uscio, si accomiata, con il suo pappagallo sulla spalla, e saluta tutti. Accanto a lui, una frase che lo lega a Marco Pantani.
Ma, quella apparsa sull’edificio, è un’opera che va ammirata e respirata nella sua interezza perché è legata visceralmente al territorio e alle persone che quotidianamente lo rendono luminoso e vivo.
Così abbiamo parlato con l’autore, Franco Mascia, artista poliedrico nato e cresciuto a Tortolì, che ha vissuto a Londra prima di fermarsi a Cagliari. Usa l’arte nella forma più libera, coi colori, con la voce o con l’ironia girando le piazze della Sardegna con la compagnia comica “A sa parte”, capeggiata da Alverio Cau.

Franco, partiamo dall’atmosfera che si è respirata a Tortolì nei giorni precedenti e durante il Giro d’Italia. Si può dire che, forse assieme ai Mondiali di calcio, è l’unica manifestazione sportiva ancora oggi in grado di legare le persone e portarle a scendere in strada?

Per noi è stato sicuramente un evento a livello mondiale, c’erano 180 televisioni di tutto il mondo! Edizioni precedenti del Giro in rosa erano solo nei lontani meandri della memoria di mio padre. Ci sono state davvero tante iniziative come la “bici umana” realizzata con la Pro Loco: all’aeroporto ho disegnato un’enorme bicicletta e circa 800 persone l’hanno riempita, sedendosi. Abbiamo realizzato anche le panchine d’autore con una firmata dalla maglia rosa e dai ciclisti che hanno fatto tappa

E quindi, tra le varie idee, a te è venuto in mente di realizzare un murale?

Sì, ho visto l’opportunità di vestire a festa il mio paese, così ho proposto l’idea al Comune di Tortolì che ha accettato. Il Giro d’Italia così come l’attenzione di tutti è un’occasione grande, però è tutto concentrato in due giorni, dopodiché il paese torna nella sua normalità. E io volevo far conoscere a tutti la nostra normalità. Quando realizzo un dipinto, uso la fase iniziale per capire le persone, entrare in contatto con loro per realizzare qualcosa che rispecchi chi vive

Il dipinto è ricco di dettagli e sfumature: c’è un movimento attorno con i ciclisti, donne chinate, monumenti. C’è una storia che hai voluto raccontarci, qual è?

Ho dipinto una cornice che racchiude l’opera d’arte, ma la vera opera non è quella che ho fatto io, ma quella che ha fatto la natura, qui a Tortolì, con paesaggi meravigliosi. E ho voluto dare la maglia rosa simbolicamente a si dà da fare, a chi si rimbocca le maniche e continua a lavorare per far splendere il paese che ha meno di 18mila abitanti, ma che in estate accoglie 150mila persone.
Quindi ci sono le infioratrici tortoliesi con ragazze chinate a mettere i fiori; dietro le balle di fieno che rievocano le Tortolimpiadi, una sorta di gara tra i rioni nella quale vince chi riesce a tagliare prima il traguardo spostando le balle stesse. E poi c’è Borgo Marinaro che si svolge ad Arbatax frazione di Tortoli con la degustazione di pesce pescato dai marinari.
Infine ho raffigurato tutti i monumenti come il faro di Arbatax, le Rocce rosse, la torre di San Gemiliano e la chiesa di Sant’Andrea. Il concetto è che i ciclisti si stanno addentrando in quell’opera d’arte che è Tortolì

Sopra la tela appaiono dei tagli, sembra si stia staccando. Cosa vuoi dirci?

Quello che abbiamo vissuto con il Giro d’Italia è solo un foglio e mi auguro che ci siano tanti altri per scrivere e completare un libro. E’ una bella istantanea, un augurio affinché possano seguirne altri

Cosa ha significato per te, per voi, la morte di Scarponi? Perché hai deciso di ricordarlo nella tua opera?

Il capitano dell’Astana doveva essere Fabio Aru, nostro compaesano, e noi ci tenevamo tanto a vederlo in Sardegna. Poi lui si è infortunato al ginocchio e Michele Scarponi l’ha sostituito così noi l’abbiamo “adottato” come figlio di Sardegna, pensavamo di vederlo come figlio accolto dalle nostre terre, ma così non è stato.
Ecco perché ho scritto:  «Ci siamo illusi che passassi da qui ma hai cambiato percorso, ora pedala tra le nuvole, se incontri Marco portagli i nostri saluti». Poi, mia figlia Simona, anche lei pittrice, cantante e pianista, ha realizzato i fiori che, col soffio di vento, partono dalle infioratrici e avvolgono Michele

Infine, hai voluto omaggiare anche Marco Pantani…

Non ho molta cultura ciclistica, mi piace leggere e informarmi e Pantani lo vedo come “l’Enzo Tortora” del 2000, maltrattato dalla gogna mediatica. Per questo ho invitato Michele a portare i nostri saluti a Marco perché noi, da quaggiù, già sapevamo che Pantani non c’entrava nulla in questa brutta storia che gli hanno dipinto addosso

Giovanni Sgobba

Era il quinto rigorista designato nel Brasile nella lotteria dei calci di rigore, contro l’Italia, nella finale dei Mondiali del 1994 negli Stati Uniti d’America. Un rigore che, Bebeto, non ha mai calciato perché non ce ne fu bisogno, dopo l’errore di Roberto Baggio che andò ad aggiungersi a quelli di Franco Baresi e Daniele Massaro.
Il suo, personale, Mondiale, non verrà ricordato per quel non-rigore, ma per un’esultanza, spontanea e istintiva che ancora oggi è icona emulata sui campi da calcio, da quelli professionisti a quelli di periferia.

Era il 62’ di Brasile – Olanda, quarti di finale. I Verdeoro avevano sbloccato il match 10 minuti prima con Romario, ma è proprio il brevilineo centravanti che al tempo giocava in Spagna, nel Deportivo de La Coruña, a realizzare la rete del raddoppio, insinuandosi tra i due centrali Oranje e dribblando il portiere Ed de Goey.

Poi l’esultanza: con le mani unite fa finta di cullare un bebè. Una dedica speciale, al suo terzo figlio, nato due giorni prima, il sette luglio 1994. Fu istintivo e non programmato, ma Mazinho e Romario lo affiancarono creando un movimento ritmico e ipnotico che solo il sangue brasiliano sa alimentare.
Il match si concluderà poi 3-2 per i brasiliani, con la terza rete messa a segno da Branco, nonostante la rimonta olandese firmata Dennis Bergkamp e Aron Winter.

Sono passati quasi 23 anni e quel bebè, che tutto il mondo conobbe per l’esultanza del padre, ha appena firmato con lo Sporting Lisbona. Mattheus ha 22 anni, è un calciatore professionista e si è fatto tutta la trafila nel Flamengo prima di volare in Europa, in Portogallo, acquistato dall’Estoril nel 2015.

 

E’ lo stesso Bebeto, ad annunciare su Twitter, il cambio di maglio di suo figlio pronto a fare il salto di qualità: per lui, infatti, un contratto di cinque anni con i Leões che l’hanno acquistato per un milione di euro.
Figli predestinati crescono…

 

Giovanni Sgobba

L’universo del parapendio si concentrerà, nei prossimi mesi, in un unico punto: l’Italia. Anzi, per essere più precisi, nei cieli delle Valbelluna. Dal primo al 15 luglio, infatti, si svolgeranno i Mondiali di parapendio e, per i colori azzurri, c’è già da alzare un trofeo, un riconoscimento: mai nella storia di questa disciplina si era, infatti, registrato un numero così alto di Nazioni partecipanti. Alla prima comunicazione ufficiale, infatti, si sono iscritti 48 Paesi pronti a contendersi il titolo di campione del mondo.

Per fare un paragone, nella precedente edizione, quella del 2015 disputata a Roldanillo, in Colombia, le Nazioni in gara erano 38. Un record che, ovviamente, fa sorridere gli organizzatori e tra loro, Matteo di Brina, presidente del Comitato organizzatore, ha così commentato:

Siamo fieri e soddisfatti di questo traguardo raggiunto. Ancora una volta spetta a noi il merito di aver alzato di una tacca l’asticella degli standard in questo sport. Senza dubbio la location straordinaria garantita dal nostro territorio ha avuto una parte importante nell’attirare l’interesse di così tante Nazioni. La speranza ora è che gli italiani manifestino lo stesso entusiasmo e si presentino numerosi ai vari appuntamenti con una risposta all’altezza della fiducia che le squadre delle varie nazioni ci hanno anticipatamente dimostrato.

Durante le giornate di gara, i 150 piloti si muoveranno su un campo di gara di 5mila chilometri quadri. La vista sarà senz’altro affascinante e mozzafiato: dalle Dolomiti bellunesi, a Venezia e alla sua laguna sullo sfondo, passando per il monte Avena che sarà il centro nevralgico delle competizioni assieme alla catena Predolomitica e la Valbelluna. Non solo Veneto, però: alcune task vedranno gli atleti darsi battaglia nei cieli di Friuli Venezia Giulia e Trentino.

Insomma, un circuito unico tra Veneto, Trentino e Friuli Venezia Giulia, percorsi aerei con correnti termiche che daranno filo da torcere anche ai migliori. A terra un’area attrezzatissima in cui gli appassionati potranno vivere la diretta della gara minuto per minuto, senza rinunciare a relax, chioschi, punti ristoro e un fitto programma di scoperta del territorio e dei suoi borghi storici.

Giunto alla sua 15esima edizione, il Mondiale di parapendio si è disputato per la prima volta a Kossen, in Austria. Gli attuali campioni in carica sono i francesi Honorin Hamard, per la categoria maschile e Seiko Fukuoka Naville, per quella femminile.

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