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Giovanni Sgobba

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C’è anche la bandiera dell’Italia sul podio nella prova in linea Under 23 dei Mondiali di ciclismo su strada a Doha, in Qatar. Jakub Mareczko si è, infatti, piazzato al terzo posto al termine dei 166 km di corsa, dietro al norvegese Kristoffer Halvorsen, oro per lui, e al tedesco Pascal Ackermann, argento e battuto al fotofinish.
Il velocista azzurro, di origini polacche, ringrazia l’ottimo lavoro in solitaria di Simone Consonni negli ultimi chilometri, mentre in generale non è stata una grande prova per il team italiano complice anche il ritiro agli ultimi km del piemontese Filippo Ganna che ha stretto i denti, insofferente, per tutto il percorso, nonostante una caduta nella prima parte della gara. Gli altri azzurri si sono, così, piazzati: Riccardo Minali è arrivato 29esimo, Consonni 76esimo, Vincenzo Albanese 82esimo, Davide Ballerini 100esimo.

Cadute, i 40°, l’assenza di vento e l’asfalto rovente, hanno reso la gara mediamente piatta con una prima parte segnata dalla fuga a nove con un vantaggio fino a 3’10’’ sul restante gruppo, mentre nelle fasi finali il controllo è stato principalmente di Germania e Norvegia. Il Paese scandinavo torna sul gradino più alto del podio nella prova in linea Under 23 dopo la vittoria di Bystrøm a Ponferrada, in Spagna, nel 2014.

Piange Jakub Mareczko al termine della corsa. Il ragazzo nato in Polonia, ma trasferitosi in Italia all’età di quattro anni e da due anni professionista nelle file della Wilier-Southeast, non nasconde un po’ di delusione:

Speravo in una volata, ma la Norvegia non ha mollato. Sono contento di questo podio, abbiamo una medaglia e va bene lo stesso. Le lacrime? Sono un po’ di gioia, un po’ di amarezza. I norvegesi hanno controllato la fuga e condotto a volata come volevano

L’ordine di arrivo

Tony Martin mette dietro tutti ed eguaglia Fabian Cancellara: il tedesco si aggiudica la medaglia d’oro nella prova a cronometro ai Mondiali di Doha con il tempo di 44’42” e completa, così, il poker di successi iridati come lo svizzero. Quella di Martin, dopo la vittoria di domenica scorsa nella cronosquadre con l’Etixx-Quick Step, è stata una prova convincente che ha rispettato i pronostici della vigilia: dietro di lui, con 45’’ di ritardo si piazza il campione uscente, il bielorusso Vasil Kiryienka, mentre il bronzo va allo spagnolo Jonathan Castroviejo.

Dopo la tripletta nel 2011, 2012 e 2013 e dopo il beffardo argento nel 2014, il “Panzerwagen” si riscatta con una prestazione di alto livello, arrivando in testa già al primo intermedio e rafforzando la leadership nella seconda parte con più rettilinei e favorevole al tedesco. Male, invece, l’olandese Tom Dumoulin, uno dei favoriti, ma ancora sottotono, che ha chiuso in undicesimo con oltre due minuti di ritardo. Non bene nemmeno i colori italiani: Manuel Quinziato è solo 22esimo a 2’39”. Le dichiarazioni del tedesco:

È emozionante, questo successo mi fa dimenticare tutto quello che è successo durante l’anno. Il percorso era veramente per me. L’unico timore era il caldo. Ho fatto una gara splendida fin dall’inizio. Il quarto titolo mondiale? Io non conto le vittorie, adesso sono orgoglioso della mia prestazione

Ordine d’arrivo

  1. Tony Martin (Ger) 40 km in 44’42″99
  2. Vasil Kiryienka (Blr) a 45″05
  3. Jonathan Castroviejo (Spa) a 1’10″91
  4. Bodnar (Pol) a 1’16″77
  5. Mullen (Irl) a 1’21″75
  6. Dennis (Aus) a 1’27″12
  7. Lampaert (Bel) a 1’45″11
  8. Van Emden (Ola) a 1’45″41
  9. Hollenstein (Svi) a 1’51″51
  10. Jungels (Lus) a 1’56″59
  11. Quinziato a 2’39″35

 

Le favorite erano altre, ma la statunitense Amber Neben ha sorpreso tutti, bissando il successo, dopo l’oro a Varese nel 2008, nella crono femminile nel Mondiale su strada di Doha. Dopo otto anni dal successo italiano e dopo quattro anni lontana da una competizione mondiale, la 41enne ciclista californiana della BePink riacciuffa il gradino più alto del podio fermando le lancette a 36’37’’, davanti all’olandese campionessa olimpica su strada, Ellen Van Dijk, seconda a poco meno di 6″ e all’australiana Katrin Garfoot, prima volta sul podio in carriera, arrivata terza a 8″ di distacco.

Amber Neben ha mantenuto ha gestito con costanza gli sforzi nei 28.9 chilometri che compongono il tracciato cronometro, mantenendo il risicato vantaggio su Van Dijk, in un testa a testa incerto fino all’ultimo. Per la statunitense è un successo meritato e un premio anche alla sua travagliata vita e carriera: sempre in lotta con svariati infortuni, all’età di quattro anni è sopravvissuta ad una meningite spinale, mentre nel 2007 ha sconfitto un melanoma alla schiena.

Buona la prova di Elena Cecchini, unica italiana in pista nella cronometro donne, che ha chiuso la prova piazzandosi al 15esimo posto con 2’30’’ di ritardo. Cecchini ha sostituito Elisa Longo Borghin, bronzo a Rio,  una scelta voluta da commissario tecnico Dino Savoldi, probabilmente per preservarla in vista della prova in linea di sabato prossimo.

 

 

Grande prova di forza dell’americano Brandon McNulty che vince la medaglia d’oro nella cronometro categoria juniores maschile al Campionato del mondo su strada di Doha, in Qatar. Il giovane statunitense ha concluso i 28.9 chilometri del tracciato in 34’42”, con una media di quasi 50 k/h, e staccando il danese Mikkel Berg, arrivato secondo sul podio, in ritardo di ben 35″. Medaglia di bronzo, invece, per l’altro americano Ian Garisson che ha chiuso a poco più di 53″.

Gli altri si sono classificati sopra il minuto di ritardo: tra loro, sorprende l’eritreo Awet Habtom, settimo, a 1’40’’. Il giovane McNulty conquista il suo primo oro dopo il terzo posto ottenuto l’anno passato nei Mondiali di ciclismo a Richmond negli Stati Uniti.

Lontani, invece, gli italiani: solo 27esimo posto per Alexander Konychev, a 2’58’’, mentre Alessandro Covi supera il distacco dei tre minuti, giungendo 32esimo a 3’13’’.

Ordine di arrivo

  1. Brandon McNulty (Usa) in 34’42”29
  2. Mikkel Bjerg (Den) a +35’18”
  3. Ian Garrison (Usa) a +53’08”
  4. Julius Johansen (Den) a +1’02”55
  5. Ruben Apers (Bel) a +1’24”05
  6. Iver Knotten (Nor) a +1’32”99
  7. Awet habtom (Eri) a +1’40”02
  8. Marc Hirschi (Sui) a +1’43”70
  9. Jaka Primožic (Slo) a +1’53”95
  10. Jarno Mobach (Ned) a +2’00”5

La grafica su schermo aveva da poco segnato il passaggio dal settimo all’ottavo secondo, in Gibilterra e in Belgio, forse, alcuni tifosi si stavano per accomodare sul divano con una birra in mano e hanno già visto i giocatori belgi esultare per la rete del vantaggio. L’attaccante Benteke ha segnato il gol più veloce nella storia delle Mondiali e delle relative qualificazioni. Un’azione fulminea mista all’ingenuità della retroguardia della piccola Nazionale da poco riconosciuta dalla Fifa, assieme al Kosovo: fischio d’inizio, i padroni di casa giocano un pallone all’indietro, Ryan Casciaro si lascia soffiare la sfera da Christian Benteke che punta il capitano Roy Chipolina, lo supera agevolmente e infilza il portiere Ibrahim, che durante il match, verrà superato per altre cinque volte. Un 6-0 tennistico impreziosito dalla rete in 8,1 secondi, secondo la Uefa, dell’attaccante del Crystal Palace.

Dopo 23 anni cade, dunque, il precedente record che è appartenuto al sammarinese Davide Gualtrieri. Da una piccola nazione a un’altra, da Gibilterra a San Marino. Era il 17 novembre del 1993, qualificazioni per il Mondiale del ‘94 e al Dall’Ara di Bologna, contro i colossi dell’Inghilterra, l’attaccante della piccola nazione enclave, scrisse il suo nome nella storia, siglando la rete del vantaggio in 8,3 secondi con complicità del difensore Stuart Pierce. Una rete talmente veloce che i fotografi non riuscirono ad immortalare l’evento a tal punto che i giornali, il giorno dopo, utilizzarono un fermo immagine preso dal video del match. “End of the world” intitolò il Daily Mail il giorno dopo: un esito drammatico per i Three Lions che, nonostante la vittoria per 7-1, non ottennero il pass perché scavalcati da Norvegia e Olanda.

Anche se Benteke ha fatto meglio di lui, Davide Gualtieri, come lui stesso ha raccontato al sito Uefa.com, è ancora oggi un idolo:

A distanza di tempo mi accorgo di aver fatto davvero qualcosa di importante. Un gol in poco più di 8 secondi all’Inghilterra non capita sempre, forse è proprio per questo che ancora oggi anche i tifosi di altri paesi passano a trovarmi nel mio negozio di elettronica

Social network e media spagnoli hanno accusato Gerard Piqué, difensore del Barcellona e della Nazionale iberica, di aver volontariamente rimosso, dai bordi delle maniche, il rosso e il giallo, unici simboli che richiamano la bandiera sulla camiseta da trasferta completamente bianca. La vittoria fuori casa della Spagna di Lopetegui per 2-0 sull’Albania, valevole per la qualificazione ai Mondiali in Russia nel 2018, è passata in secondo piano perché i riflettori erano tutti puntati sulla maglietta di Piqué.

In molti, riconoscendo il forte trasporto politico del difensore blaugrana, sostenitore dell’indipendenza della Catalogna, hanno visto questo gesto come chiara offesa e presa di posizione rispetto alla bandiera spagnola. Sospetti in gran parte ingiustificati, ma che ben fanno capire quando Piqué sia sempre nell’occhio del ciclone quando scende in campo con le Furie Rosse.

Il difensore ex Manchester United ha indossato la maglia numero 3 a maniche corte con sotto una maglia termica, più aderente, a maniche lunghe. Nulla di strano, si è visto già in altri stadi e in altre partite, eppure gli occhi attenti della rete hanno notato un’anomalia rispetto al modello Adidas a maniche corte che prevede il richiamo ai colori spagnoli ai bordi. Giù il putiferio prontamente smorzato dalla Federazione calcistica spagnola e dal calciatore che in un’intervista nel post-gara ha esibito la maglia: Piqué, che è solito giocare con le maniche lunghe, sentendosi accaldato e “imballato” nei movimenti ha deciso di prendere un paio di forbici e tagliare le maniche senza cambiare direttamente divisa.

L’ennesimo episodio controverso che ha fatto definitivamente sbottare Piqué: al termine del match, infatti, ha dichiarato di dire addio dalla Nazionale dopo il Mondiale 2018. Una scelta che avrebbe dell’incredibile considerando la sua età (nel 2018 avrebbe 31 anni e ancora nel pieno della carriera). Piqué ha anche detto che non si ritirerà nei prossimi giorni solo per rispetto all’allenatore Lopetegui e al suo nuovo ciclo in Nazionale.
Quello tra il difensore, la Roja e i tifosi è un rapporto in pieno conflitto: alcuni lo vedono sempre con lo sguardo rivolto verso il basso durante la Marcha Real, l’inno ufficiale della Spagna, come atteggiamento in aperta contestazione, altri ricordano un presunto dito medio, fatto sempre durante l’inno, nella partita tra Croazia e Spagna durante l’ultimo Europeo, mentre ciclicamente torna d’attualità la partecipazione di Piqué alla Diada nel 2014, una festa molto sentita in Catalogna e che ricorda la caduta di Barcellona nelle mani di Madrid nel 1714, ovvero la fine dell’indipendenza e l’inizio del dominio della Castiglia.

E’ uno dei prestigiosi e distintivi simboli del ciclismo e dello sport in generale: la maglia iridata, scettro da esibire per un anno intero, che viene indossata dal campione del mondo in carica di una delle otto discipline ufficialmente riconosciute dall’Unione ciclistica internazionale. E’ bianca con al centro una serie di bande colorate orizzontali: dall’alto verso il basso, i colori sono blu, rosso, nero, giallo e verde, ovvero gli stessi degli anelli olimpici, simbolo dei cinque continenti. Da Peter Sagan, ultimo a vincere il Mondiale su strada, al britannico Mark Cavendish, passando per il plurivincitore spagnolo Óscar Freire, fino ad arrivare agli italiani (per citare solo alcuni) Alessandro Ballan, Paolo Bettini e Alfredo Binda, il primo a trionfare nel 1927, in tanti hanno avuto l’onore di vestirsi con la celebre maglia.

Ma attorno alla casacca coi colori dell’iride, aleggia una maledizione, un intruglio di coincidenze, annate storte e morti tragiche, che colpisce colui che la indossa. Ecco alcune storie: Tom Simpson, britanno, ha vinto il titolo mondiale nel 1965; l’anno successivo fu disastroso perché si ruppe una gamba mentre stava sciando e vanificò sia in termini di visibilità che sportivi, il suo anno da iridato. Più tragico è il destino di Jean-Pierre Monseré, trionfatore nel 1970, che morì nel 1971, poco prima della Milano-Sanremo in una gara in Belgio investito da un’automobile sbucata dalla fila. Un altro belga, Freddy Maertens, primo al mondo nel 1981, l’anno dopo non vinse nessuna gara e nel complesso vinse solo altre due gare in carriera.
Rimanendo in Belgio, Rudy Dhaenens, maglia iridata nel 1990, si ritirò poco dopo per problemi cardiaci prima di perdere la vita, in un incidente stradale, sei anni più tardi. Negli anni recenti, oltre ad alcuni casi di doping, colpì la storia dell’italiano Bettini: il 24 settembre 2006 vinse la maglia iridata nel campionato mondiale su strada a Salisburgo, in Austria; otto giorni dopo, il 2 ottobre, il fratello maggiore Sauro morì mentre era alla guide della sua auto.

Nel 2015, sulla rivista scientifica “The British medical journal”, è stato pubblicato uno studio che tende a sfatare tale maledizione. Basandosi su diverse teorie (come la maggior esposizione mediatica e quindi la tendenza a far passare per notizia anche un normale calo sportivo che si combina anche con una fisiologica inflessione dopo avere raggiunto il punto più alto nella disciplina) e incrociando dati e stagioni dei ciclisti vincitori, l’indagine ridimensiona la negatività attorno alla maglia iridata, fino a smontare il caso.

Nadia Comaneci torna a Montréal questa volta come testimonial dei Mondiali di ginnastica artistica che si svolgeranno nella città canadese dal 2 all’8 ottobre 2017. Il suo nome e la sua storia sono legati a una pagina storica dello sport e della ginnastica: lei è stata la prima atleta a ricevere il punteggio di 10 alle Olimpiadi.

Era il 18 luglio 1976, secondo giorno dei Giochi olimpici di Montréal, in Canada. Nadia, ginnasta rumena di soli 14 anni, era in gara per la finale femminile delle parallele asimmetriche. Al tempo i tabelloni che segnano i punteggi non prevedevano un numero a due cifre prima della virgola che segna i decimi e i centesimi, ma solo una cifra: in buona sostanza era possibile segnare massimo un 9,99 e non un 10; una scelta voluta dallo stesso Cio, il Comitato olimpico internazionale, che escludeva un possibile punteggio.

Fino ad allora, infatti, nessuno aveva mai ipotizzato una prestazione “perfetta” in un evento competitivo e difficile come l’Olimpiade. Ma alla finale delle parallele, Nadia stupì tutti: con la pettorina numero 073 e un nastrino legato ai capelli che librava a ogni movimento morbido e sinuoso della ginnasta, la Comaneci non commise nessun errore. Un’esibizione limpida, pulita e senza sbavature seguita dalle esclamazioni sbigottite e sorprese del pubblico.
I giudici erano convinti, Nadia meritava il 10, ma come segnarlo nel tabellone? Seguirono minuti di attesa, il tecnico che gestiva il tabellone consigliò di segnare un 1,00 e moltiplicarlo più volte e così fecero. Ci fu un po’ di stupore e inizialmente l’atleta non capì: una sua compagna di squadra le fece notare che c’era un’anomalia nel tabellone, ma che i giudici le avevano assegnato un 10. In quell’edizione, la ginnasta ottenne l’oro anche nel concorso generale e nelle travi e fece conoscere al mondo il suo Paese, la Romania.

«Sono molto felice ogni volta che ritorno a Montréal, è come tornare a casa. E sono orgogliosa di parlare francese, lingua che ho imparato a scuola quando ero molto piccola – ha detto Nadia Comaneci durante l’assegnazione del titolo di madrina dei prossimi Mondiali -. Qui ho tanti ricordi, e non riesco a credere che siano passati 40 anni». L’atleta, dopo l’Olimpiade del 1976, ha vinto altre medaglie e si è ritirata nel 1984. La sua storia sportiva è legata a quella personale: contraria e in disaccordo verso il regime comunista di Nicolae Ceausescu, Nadia, la mattina del 28 novembre 1989, scappò dalla Romania, camminando per sei ore prima di raggiungere il confine Ungherese. Venne accolta come rifugiata politica dagli Stati Uniti.

 

Possibile pasticcio della Nazionale boliviana che viene formalmente accusata dalla federazione calcistica cilena per aver schierato irregolarmente un giocatore. A distanza di un mese dal match del sei settembre tra Cile e Bolivia, terminato 0-0 e valido per le qualificazioni ai Mondiali del 2018, la Roja chiede chiarezza sulla nazionalità di Nelson Cabrera.

Il difensore 33enne, nato a Capiatá, Paraguay, si è trasferito in Bolivia nel gennaio 2013 per difendere la maglia del Club Bolivar che lo ha acquistato dai cinesi del Chongqing Lifan e, se per il Paese sudamericano non ci sono stati intoppi nel rilasciare la cittadinanza nel febbraio 2016, diversi sono i requisiti che pretende la Fifa da chi chiede di rappresentare una Nazionale di calcio diversa dal paese di nascita. Nell’articolo 17 – comma d del regolamento della Federazione internazionale si legge, infatti, che può acquisire una differente nazionalità solo chi “ha vissuto almeno cinque anni continui nel territorio della federazione in questione dopo aver compiuto i 18 anni”.

Come visto, Cabrera vive in Bolivia da tre anni e, secondo le norme Fifa, può essere convocabile solo a partire dal 2018. In realtà il centrale di difesa, già sceso in campo con los Verdes durante il centenario della Copa América, ha collezionato due gettoni nei primi incontri del girone unico di qualificazione sudamericano per Russia 2018: contro i cileni, per l’appunto, nella trasferta a reti bianche a Santiago del Cile e nella vittoria per 2-0 contro il Perù. Se la Fifa dovesse accettare il ricorso, la Bolivia perderebbe i quattro punti conquistati con Cabrera in campo, dando due vittorie a tavolino agli avversari.

Schermaglie nella zona dell’Atiplano che, però, rischiano di non aver nessun proseguo: il reclamo, infatti, per poter essere valido andava presentato entro le 24 ore successive dalla fine del match. Il Cile chiede comunque provvedimenti per un’irregolarità grave ed evidente, mentre Guillermo Ángel Hoyos, commissario tecnico della Nazionale boliviana, per evitare ulteriori rogne non ha convocato l’ex difensore del Colo Colo per le prossime sfide contro il Brasile ed Ecuador.

La Nazionale femminile di hockey su pista ha concluso al settimo posto la sua avventura al Mondiale disputatosi a Iquique, in Cile, che ha visto il trionfo della Spagna vincitrice in finale, grazie al golden gol, per 3-2 sul Portogallo dopo essersi trovata in svantaggio di due reti. Tra le azzurre scese in campo durante la manifestazione c’è anche Maria Teresa Mele, esterno classe ’92 del Sinus Hockey Matera, legata al commissario tecnico Pino Marzella per una curiosità apparsa un paio di anni fa su diversi giornali: la Mele, infatti, è stata la prima giocatrice italiana ad aver disputato un match di Serie A maschile.

Il tutto è successo nell’aprile del 2014, quando Teta, questo il suo soprannome, ha fatto il suo esordio nella Pattinomania Matera, durante l’ultima partita stagionale di A1, contro il Breganze. La scelta fu di Pino Marzella, al tempo allenatore della squadra lucana, oggi coach della Nazionale femminile, che le fece giocare poco più di otto minuti, prima di essere sostituita, nell’incontro terminato 3-3.

Marzella, tra i più vincenti nella storia dell’hockey italiano, intuì la bravura della giovane atleta che dall’inizio della stagione si stava allenando con gli uomini e motivò la convocazione non per semplice “premio” di fine stagione, ma per aver dimostrato una crescita notevole e talento. Anche se il regolamento non lo vieta, nessun’altra società di A1 aveva precedentemente schierato una donna in campo: ci arrivò molto vicino Irene Actis che, nel 2000, andò in panchina con il Vercelli, senza mai esordire. Episodi simili si sono visti in A2, ma mai nella serie maggiore dove la Mele ha esordito non ancora 22enne.

Durante il Mondiale in Cile, la Mele, la più “anziana” delle spedizione dopo Giulia Galeassi del ’91 ed Elena Toffanin del 1989, ha fatto mangiare la mani ai tifosi azzurri per aver sbagliato tre rigori in una stessa partita, nel pareggio per 1-1 contro la Colombia.