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Giovanni Sgobba

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Passo importante e momento storico per il calcio italiano. Durante Juventus – Cagliari, anticipo della nuova stagione di Serie A 2017-2018, è stato assegnato il primo rigore nella storia del nostro campionato mediante l’utilizzo del Var Video Assistenza Arbitrale.
Al minuto 37 del primo tempo, infatti, l’arbitro Fabio Maresca ha fischiato il penalty contro i Campioni d’Italia per l’intervento di Alex Sandro sull’attaccante croato cagliaritano, Duje Cop.

 

 

Inizialmente l’arbitro non aveva giudicato falloso l’intervento in area, ma dopo aver parlato e discusso con i due arbitri addetti al Var, ha fatto dietrofront: è andato di persona a rivedere l’azione sul monitor della postazione di revisione a bordo campo e quindi ha dato l’ok per il calcio di rigore. Il tutto dopo 81 secondi e con la decisione accettata da tutti.

Sul dischetto si è presentato Diego Farias il cui tiro è stato neutralizzato da Buffon.

L’Olimpiade di Rio 2016, l’esaltazione massimo dello sport, dell’agonismo, ma anche della gioia e dell’euforia. Esserci, per molti atleti, fu già considerato un successo. Trionfare e conquistare la medaglia d’oro, poi, una gioia inarrivabile. Ma tra le tante celebrazioni, una su tutte è passata alla storia di questa rassegna.

Fehaid Aldeehani è un tiratore kuwaitiano di 50 anni. Nel 2016 si era qualificato alle Olimpiadi di Rio de Janeiro nella specialità di tiro a volo del double trap, ma ci andò senza poter esibire la sua bandiera. Sì, perché la federazione del Kuwait fu squalificata dal Cio, il Comitato Internazionale Olimpico, a causa di alcune pressioni e ingerenze del governo su di essa. Così tutti gli atleti furono “obbligati” a concorrere come indipendenti.

E così il 10 agosto, Aldeehani, dopo una prestazione superba, precisa e limpida, riuscì a vincere la medaglia d’oro. Il gradino più alto, quasi impensabile, per uno sportivo alla soglia dei 50 anni e che aveva solo precedentemente accarezzato il bronzo. Il primo nella storia olimpica del Kuwait ad aver conquistato una medaglia alle Olimpiadi e un momento altrettanto storico: mai nella storia un atleta indipendente era riuscito a vincere la medaglia più prestigiosa in una Olimpiade.

La squadra degli Atleti Indipendenti raccoglie tutti gli sportivi che non possono concorrere sotto la propria bandiera, o perché il loro paese sta affrontando una transizione politica (come una recente indipendenza) o perché la loro federazione è stata squalificata. In passato gli unici atleti olimpici indipendenti a vincere medaglie erano stati alcuni dei pochi iugoslavi che parteciparono a Barcellona 1992 quando La Iugoslavia venne squalificata dal Cio in seguito all’inizio del conflitto nei Balcani.

Fehaid Aldeehani è entrato, a sue spese, nella storia. Una storia senza inno e senza bandiera.

Ottava giornata dei Mondiali di atletica leggeri in corso a Londra. Dopo la debacle azzurra dei giorni scorsi, oggi si possono incrociare le dita per i due azzurri impegnati in gara.

Subito protagonista Marco Tamberi nella sessione mattutina. L’altista di Civitanova Marche riappare in Nazionale dopo tredici mesi: ad Amsterdam, nel luglio 2016, vinse l’oro europeo. In mezzo, di tutto con due operazioni alla caviglia sinistra, una a distanza di sei mesi dall’altra. Oggi, alle ore 12.15 è chiamato alla sessione di qualificazione del salto in alto.

A 39 anni, Marco Lingua sta vivendo un sogno: oggi disputerà la sua prima finale in una rassegna internazionale. Il martellista si è qualificato con il dodicesimo posto a disposizione grazie a un lancio di 74,41. Alle 21.30 lo vedremo in pedana per il lancio del martello.

Copertura televisiva

Raisport dalle 9.30 e dalle 19.30;
Rai Due dalle 21.05;
Eurosport in diretta dalle 9.30 e dalle 19.30

 

Tempo fa vi avevamo raccontato la curiosa storia di Florent Malouda, forte centrocampista transalpino, che ha scelto di giocare per la Nazionale della Guyana francese. Non senza polemiche e giro di regolamenti perché il paese sudamericano, di fatto, costituisce una regione della Francia e non è affiliato alla Fifa.

In questi giorni, però, un’altra storia bizzarra è legata nuovamente a una nazione ex colonia della Francia: il Gibuti ha sciolto la rappresentativa maggiore perché…non vince mai. Sembra assurdo ma la Federazione del paese africano ha espressamente motivato così la propria decisione:

 E’ necessario per stoppare la pochezza di risultati

La decisione, a suo modo storica, è stata presa dopo la sconfitta per 5-1 contro l’Etiopia nella prima giornata di qualificazione al prossimo Campionato delle Nazioni Africane, un torneo nato nel 2009, diverso dalla Coppa d’Africa, perché riservato a squadre nazionali formate da calciatori che militano nel campionato del proprio paese. Il direttore tecnico Omar Ali Mohamed ha aggiunto:

Poiché come Nazionale maggiore non facciamo risultati, ci concentreremo sulle squadre giovanili. Non è  un problema di soldi. E’ la nuova politica della Federazione. Forse parteciperemo alle prossime competizioni Under 15, Under 17 o Under 20

Il Gibuti, paese da meno di 900mila abitanti, ha disputato la sua prima ufficiale il 5 dicembre 1947 proprio contro l’Etiopia, con il vecchio nome di Somalia francese e perdendo 5-0. La Fédération Djiboutienne de Football è nata ufficialmente nel 1979 e il Gibuti è affiliato alla Fifa dal 1994.

Il paese che si affaccia sul Mar Rosso (da cui deriva il soprannome Riverains de la Mer Rouge) non è riuscito a qualificarsi in nessuna competizione. Attualmente, secondo i dati trasmessi il 10 agosto 2017, il Gibuti è (ma forse ora bisognerebbe dire “era”) al posto numero 192 del ranking Fifa, ma in passato è riuscito a far peggio scendendo al 207° posto tra aprile e novembre 2015.

Sono solo tre gli atleti azzurri impegnati nella settima giornata dei Mondiali di atletica leggera, in corso a Londra. Nella serata di giovedì 10 agosto riflettori puntati sulla qualificazione del salto in alto femminile. Alle 20.10 sia Alessia Trost che Erika Furlani proveranno ad accedere alla finale.

Per la friulana, la qualificazione alla finale dovrebbe essere l’obiettivo minimo con promozione diretta fissata a 1.94, il suo punteggio stagionale. Per la giovane atleta romana, invece, il suo best score stagionale si è fermato a 1.92, ma ha tutte le carte per giocarsi al meglio la qualificazione.

La terza atleta azzurra è l’italo-cubana Yusneysi Santiusti impegnata, alle ore 20.52, nella quarta batteria degli 800m. Ricordiamo che passano alle semifinali le prime tre di ogni serie e i sei migliori tempi.

 

Copertura televisiva

Raisport: dalle 19.30;
Rai Due: dalle 21.05;
Eurosport: dalle 19.30

Un Destriero a galoppo, solcando l’oceano e spingendosi laddove nessuno aveva ancora osato. E’ un’impresa che, mischiando letteratura navale, epopea e racconti da vascello, fa il solco alla storia. Una storia tutta italiana, affascinante e sospesa che, ancora oggi, ritorna come la risacca a riva.
Il Destriero, un monoscafo in alluminio con carena a V profondo con propulsione a idrogetti che il 9 agosto 1992 percorse 3.106 miglia nautiche senza rifornimento sull’oceano Atlantico. Partito dal faro di Ambrose Light, New York, al faro di Bishop Rock nelle Isole Scilly, in Inghilterra.
Impiegò 58 ore, 34 minuti e 50 secondi, alla velocità media di 53,09 nodi (98,323 km/h). Ecco il record di velocità nella traversata atlantica. Un record tuttora inviolato. Con qualche se e qualche ma.

Era l’alba del 9 agosto e il personale del faro inglese si sentì dire al telefono gracchiante: «Buongiorno, qui è la nave Destriero, siamo partiti da New York, grazie per registrare data e ora del nostro passaggio». La risposta fu: «Buongiorno Destriero, non vi attendevamo così presto…». Sì perché Destriero impiegò esattamente 21 ore e mezza in meno del precedente record appartenuto al catamarano inglese Hoverspeed Great Britain.

Orgoglio, lungimiranza ed efficacia italiana. Paese di navigatori che si spingono oltre l’immaginario. La voce gracchiante era di Cesare Fiorio, responsabile e organizzatore di un team composto pressoché da italiani. Costruito da Fincantieri, il Destriero era nato da un progetto dello studio navale Donald L. Blount and Associated, ma l’impresa fu voluta e patrocinata da Karim Aga Khan, ricco uomo d’affari e principe ismailita, e appoggiata dalla Fiat di Gianni Agnelli e dall’Iri di Franco Nobili.

C’era da conquistare il prezioso Nastro Azzurro, la Blue Riband, il riconoscimento che veniva attribuito alla nave passeggeri che deteneva il record di velocità media di attraversamento dell’Atlantico, in regolare servizio e senza scali di rifornimento. C’era da emulare le gesta del transatlantico Rex, la prima nave italiana in grado di fregiarsi del Nastro Azzurro che nel 1933, partendo da Gibilterra, impiegò 4 giorni, 12 ore e 53 minuti per raggiungere il faro di Ambrose, a una media di 28,92 nodi.

Il lungo fiocco garrisce ancora l’albero di Destriero. Seppur simbolicamente. Perché come qualsiasi avventura mitologica c’è sempre l’antieroe di turno. Gli storici navali o almeno alcuni. Le cause imputate: una unità che nel tentativo di record non stava svolgendo regolare servizio passeggeri sull’Atlantico. Due, l’impresa si è compiuta sulla rotta New York – Bishop Rock (da Ovest verso Est) invece che da Est verso Ovest, come avveniva per le grandi navi di linea.

Il Destriero, infatti, provò a stabilire il record all’andata, ma incappò in una tempesta e arrivò in America con dopo più di 100 ore. Ma la storia è anche originalità, proprio come l’assegnazione dello stesso fiocco. E’ lo stesso Fiorio a raccontarlo:

Avevamo il nastro già a bordo e delle giuste dimensioni. Infatti c’è una vecchia formula che il comandante Mancini aveva scovato su documenti antichi che stabilisce le dimensioni esatte di questo nastro in base alla lunghezza della nave, alla sua altezza e alla velocità media. Da questa formula veniva fuori che per il Destriero il Nastro Azzurro dovesse consistere in un pennello, cioè in una striscia di seta azzurra alta 30 centimetri sul bordo d’attacco, e che si assottiglia all’altra estremità dopo una lunghezza di 8 metri e 25 centimetri. Siccome la velocità abbiamo potuto stabilirla solo in vista del traguardo, in quel momento abbiamo tagliato il nastro alla lunghezza esatta. Ad attribuircelo è stata la storia, nel senso che dalla prima metà del secolo scorso le navi

di varie nazionalità conquistavano automaticamente questa prestigiosa insegna sulla base di un cronometraggio certo

 

 

I Mondiali 2017 di atletica leggera entrano nel vivo con la sesta giornata di gare allo stadio Olimpico di Londra. Oggi, mercoledì 9 agosto, saranno cinque gli atleti azzurri a scendere in pista. Occhi puntati, ovviamente, sulla semifinale maschile dei 200m dove ci sarà Filippo Tortu (21.55 ora italiana) che proverà a strappare un pass per la finale.

Il giovane velocista milanese è, in realtà, l’ultimo tra gli italiani a gareggiare: la serata si apre con Laura Strati chiamata alle qualificazioni nel salto in lungo (20.10) e successivamente sarà il turno di Marco Lingua con il lancio del martello, sempre turno di qualificazione (20.20).

Francesca Bertoni, invece, inaugurerà le batterie dei 300m siepi alle 20.41, mentre sempre nella categoria lancio del martello Simone Falloni si piazzerà in pedana alle 21.50.

Copertura televisiva

Raisport: a partire dalle 19.30;
Rai Due: a partire dalle 21.05;
Eurosport: a partire dalle 19.30

Sono quattro gli atleti italiani impegnati oggi, martedì 8 agosto, nella quinta giornata di gare dei Mondiali di atletica, in corso a Londra.

La prima a scendere, alle 21.10 ore italiane, è Irene Siragusa nella batteria di qualificazione dei 200m. Sempre nei 200m e con la speranza di strappare un pass per le semifinali, alle 21.18 sarà il turno di Gloria Hooper. Sono previste sette batterie con accesso alle semifinali per le prime 3, più 3 migliori tempi di recupero.

Grande attesa, invece, per le altre due atlete azzurre: Ayomide Folorunso e Yadisleidy Pedroso, rispettivamente in gara alle 21.45 e 21.55, si giocano un posto nella finale dei 400m. Compito arduo per loro: accedono all’ultimo turno le prime 2 di ogni semifinale e 2 tempi di recupero.

Copertura televisiva

RaiSport: 19.55-21.05
Rai 2: 21.05-23.15

In pochi possono dire “io c’ero” quel pomeriggio di un anonimo 14 luglio 2001, nello stadio di Debrecen, la seconda città più importante in Ungheria. C’erano pochi spettatori ai Mondiali di atletica della categoria Allievi – per intenderci – quelli riservati agli Under 18. E quei pochi che erano presenti videro, ignari, passare davanti ai loro occhi un ragazzotto che segnerà il futuro e la storia dell’atletica leggera mondiale.

Non era Allyson Felix, quattrocentista americana, o il mezzofondista kenyano Brimin Kipruto. Tutti ragazzi forti, fortissimi che avrebbero fatto il salto di qualità. C’era anche il sedicenne Andrew Howe che nel salto in lungo conquistò il bronzo e l’unica medaglia per l’Italia.

E poi c’era un ragazzo di quasi 15 anni, magro e alto, tanto magro e alto quanto inizialmente spaesato e nervoso. Fece un po’ di stretching e si presentò ai blocchi di partenza indossando la maglia della Giamaica. Postazione numero 3, Usain Bolt.
Chiuse i 200m in poco più di 21 secondi, davanti a tutti. Primo a tagliare il traguardo come avverrà successivamente nel 2008 o nel 2009 e poi ancora nel 2012 o nel 2016. Tutto secondo uno spartito che abbiamo imparato a conoscere e ad amare: partenza lenta, poi attimo dopo attimo, al battito di ciglia aumentò la sua progressione e a metà della corsa era davanti a tutti gli avversari. Lui ad ampie falcate, gli altri boccheggiando furiosi. Lui che si invola verso il finish e rallenta la sua falcata ormai sicuro del successo.

Bolt aveva vinto la sua prima gara internazionale. Prima delle medaglie d’oro alle Olimpiadi di Pechino o di Londra e Rio, prima dei successi e dei record ai Mondiali di Berlino o di Mosca. Tutto ha un inizio e per Lightning Bolt, per il fulmine, tutto ebbe inizio il 14 luglio 2001.

Il velocista giamaicano ha spezzato un equilibrio solido e decennale: laddove l’atletica era un’esibizione di muscoli pompati, lui ci ha messo grazia ed eleganza. Con un fisico diverso da tutti gli altri atleti: alto 1,95 metri e con delle gambe esageratamente lunghe. Una storia straordinaria resa speciale non solo per non avere il canonico physique du rôle, ma anche perché è rimasto re delle competizioni per oltre un decennio: in molti hanno provato a detronizzarlo, ma nessuno ci è mai realmente riuscito per 10 anni, quando la media di altri atleti è di 3-4 anni sulla cresta dell’onda.

Una saetta sin dalla nascita, verrebbe da dire. Eppure secondo la madre Jennifer, l’unica volta in cui il figlio sarebbe stato lento è stato il giorno della nascita quando, il 21 agosto 1986, è arrivato con una settimana di ritardo rispetto al previsto.

 

La Ferrari, quest’anno, sta andando davvero bene e sta alimentando l’entusiasmo sempre più coinvolgente di tanti supporter. La doppietta rossa al Gp d’Ungheria di domenica 30 luglio, poi, ha elettrizzato ancor di più l’ambiente: Sebastian Vettel è arrivato primo al termine di una gara da brividi, nella quale è stato a lungo alle prese con grossi problemi allo sterzo. Il tedesco della Ferrari ha siglato un capolavoro anche e soprattutto grazie al compagno finlandese Kimi Raikkonen che lo ha difeso, da buon gregario, scortandolo per tutto il tracciato.

Un’autentica impresa e tra chi si è complimentato con i due piloti, nel pomeriggio domenicale c’era anche Leonardo Bonucci, il difensore che ha infiammato il calciomercato passando dalla Juventus al Milan. Ecco il suo post su Facebook:

Tra vari hashtag ed emoji di rito, Bonucci ha definito Vettel e Raikkonen “stoici” aggettivo che riferendosi storicamente alla stoa, cioè alla scuola filosofica fondata da Zenone di Cizio, per estensione significa coloro che dimostrano fortezza d’animo dinanzi alle avversità. Tipo Vettel e il problema allo sterzo.
Tutto chiaro, no? Macché! Molti utenti di Facebook, la maggior parte juventini ancora infuriati/delusi e con la bile carica di frustrazione, hanno iniziato a ironizzare e sbeffeggiare il centrale difensivo perché, a loro giudizio, si sarebbe dimenticato la lettera erre. Insomma no “stoici”, bensì “storici”.

Oltre a sfottò da bontemponi misti a gravi offese, strappa più di un sorriso leggere certi commenti (tutti visibili sotto il post di Bonucci). Tipo Giulio Guidobaldi che dice: “Da quando sei del milan non sai più neanche scrivere”. Dario Maulini, invece, vede strane connessioni con la Cina: “Hai dimenticato la “L” di “STOLICI” #bilancinese #madeinchina”.
Come un disco rotto, l’accostamento con la nuova proprietà orientale è in loop: Antonio Lubraco commenta con “Un mese al milan già ha preso l’accento cinese #stoici”; poi c’è quello che, da fine conoscitore della lingua italiana, fa notare l’errore, lo corregge, scivolando, a sua volta, su una buccia di banana, tipo Giovanni Tamburrino: “Storici se mai Leo”. Semmai, Giovanni, semmai!

Prontamente e con tanta ironia, altri utenti hanno fatto notare l’esistenza dell’aggettivo “stoici”. Insomma, deliri domenicali causa assenza pennichella. Come fece Alessandro Manzoni con i suoi “Promessi sposi, forse un sarebbe opportuno “sciacquare i panni in Arno”. Sperando che non venga fraintesa pure questa.