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Giovanni Sgobba

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L’universo del parapendio si concentrerà, nei prossimi mesi, in un unico punto: l’Italia. Anzi, per essere più precisi, nei cieli delle Valbelluna. Dal primo al 15 luglio, infatti, si svolgeranno i Mondiali di parapendio e, per i colori azzurri, c’è già da alzare un trofeo, un riconoscimento: mai nella storia di questa disciplina si era, infatti, registrato un numero così alto di Nazioni partecipanti. Alla prima comunicazione ufficiale, infatti, si sono iscritti 48 Paesi pronti a contendersi il titolo di campione del mondo.

Per fare un paragone, nella precedente edizione, quella del 2015 disputata a Roldanillo, in Colombia, le Nazioni in gara erano 38. Un record che, ovviamente, fa sorridere gli organizzatori e tra loro, Matteo di Brina, presidente del Comitato organizzatore, ha così commentato:

Siamo fieri e soddisfatti di questo traguardo raggiunto. Ancora una volta spetta a noi il merito di aver alzato di una tacca l’asticella degli standard in questo sport. Senza dubbio la location straordinaria garantita dal nostro territorio ha avuto una parte importante nell’attirare l’interesse di così tante Nazioni. La speranza ora è che gli italiani manifestino lo stesso entusiasmo e si presentino numerosi ai vari appuntamenti con una risposta all’altezza della fiducia che le squadre delle varie nazioni ci hanno anticipatamente dimostrato.

Durante le giornate di gara, i 150 piloti si muoveranno su un campo di gara di 5mila chilometri quadri. La vista sarà senz’altro affascinante e mozzafiato: dalle Dolomiti bellunesi, a Venezia e alla sua laguna sullo sfondo, passando per il monte Avena che sarà il centro nevralgico delle competizioni assieme alla catena Predolomitica e la Valbelluna. Non solo Veneto, però: alcune task vedranno gli atleti darsi battaglia nei cieli di Friuli Venezia Giulia e Trentino.

Insomma, un circuito unico tra Veneto, Trentino e Friuli Venezia Giulia, percorsi aerei con correnti termiche che daranno filo da torcere anche ai migliori. A terra un’area attrezzatissima in cui gli appassionati potranno vivere la diretta della gara minuto per minuto, senza rinunciare a relax, chioschi, punti ristoro e un fitto programma di scoperta del territorio e dei suoi borghi storici.

Giunto alla sua 15esima edizione, il Mondiale di parapendio si è disputato per la prima volta a Kossen, in Austria. Gli attuali campioni in carica sono i francesi Honorin Hamard, per la categoria maschile e Seiko Fukuoka Naville, per quella femminile.

Seguite gli aggiornamenti sulla pagina Facebook dell’evento o sul sito www.monteavena2017.org

Momento storico per l’Italia che ama il volo libero, perché per la prima volta si appresta ad ospitare i Mondiali di questa disciplina, dal 1 al 15 luglio nella splendida regione Predolomitica della Valbelluna.
Un appuntamento imperdibile che avrà il suo quartier generale alle pendici del Monte Avena, ma che vedrà le vele dei 150 atleti provenienti da 48 nazioni gareggiare in una superficie di gara di ben 5mila chilometri quadri.

Monte Avena 2017 non sarà solo task, tecnica e fatica: la grande macchina organizzativa, infatti, ha lavorato sodo per creare, durante i 15 giorni di gara, eventi ed iniziative per intrattenere accompagnatori e supporters. Saranno  numerose e varie le opportunità per coloro che seguiranno il mondiale da terra  mentre i piloti saranno impegnati a conquistare i loro migliori risultati: accompagnatori, appassionati e curiosi potranno scegliere di andare alla scoperta dei borghi storici della provincia di Belluno, di prendere parte ad una escursione naturalistica o ancora di scoprire i prodotti di eccellenza gastronomica che il territorio ha da offrire.
Non mancheranno attività e gruppi di lavoro anche per i più piccoli ed eventi di intrattenimento per tutti.

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Fonte: comunicato stampa

Avere nella propria “hall of fame” la maglia di Lionel Messi dev’essere una grande soddisfazione. Ma se è Messi ad avere la TUA maglia, beh, forse è davvero un sogno, il massimo riconoscimento possibile.
Nel mondo dello sport tra atleti professionisti e appassionati è storica la mania di collezionare cimeli legati a un singolo giocatore, a una squadra o più club: molto diffusa nel calcio è, per esempio, l’usanza di scambiarsi la propria casacca a fine partita tra due calciatori.
Soprattutto nelle classiche sfide da “Davide contro Golia” i giocatori del club più debole rincorrono la celebrità di turno e fanno a gara tra loro pur di accaparrarsi l’ambito trofeo.

Anche Messi, l’attaccante argentino del Barcellona, considerato tra i più forti giocatori di sempre, ha una sua privata collezione che ha mostrato sul suo profilo Instagram. Date un’occhiata con attenzione:

 

Un post condiviso da Leo Messi (@leomessi) in data:

Tra le circa 70 maglie, la fila centrale è rigorosamente dedicata alla “Pulce” stessa: ci sono le sue camisetas della Nazionale argentina e quelle del Barcellona. Ma guardando velocemente a destra e sinistra troviamo “volti” noti e prestigiosi come Francesco Totti, capitano della Roma, Iker Casillas e Raul, storiche bandiere del Real Madrid, Gerard Pique, Cesc Fabregas e Dani Alves, suoi amici al Barcellona, Yaya Touré, passato al Barça e poi al Manchester City come Sergio Agüero. In alto, nel lucernario, anche la casacca di Pavel Nedved ai tempi della Juventus e di Henry.

Ma se aguzzate la vista inizia il bello. Sì perché nella sala che con tanta fierezza Messi mostra immortalato accanto a suoi figlio Thiago saltano dei nomi un po’ buffi, inusuali e bizzarri. Niente Cristiano Ronaldo o Buffon, per intenderci. Accanto a lui, sulla sua destra, troviamo Oscar Ustari, portiere argentino di 30 anni che attualmente gioca in Messico, nell’Atlas, dopo aver girato diversi club in carriera. Con Messi ha condiviso tutta la trafila argentina, tra Under e breve apparizione in Nazionale maggiore.   Rimanendo sempre nella terra del tango, un’altra maglia che attira l’attenzione è quella di Manuel Lanzini, fantasista di 24 anni che gioca nel West Ham e a giudicare da questa foto su Instagram si sono scambiati le rispettive casacche nel gennaio 2016.

Sueño cumplido!! Gracias @robertolopeztattoo y un crack @leomessi increíble día Un post condiviso da Manuel Lanzini (@manuulanzini) in data:

Ma prepariamoci al meglio. Il lato destro, infatti, è un guazzabuglio di magliette “italiane”. Oltre a Francesco Totti, l’altro italiano a essere onorato e immortalato nella collezione è l’ex capitano del Cagliari, Daniele Conti. Bandiera della società sarda per aver giocato dal 1999 al 2015, è suo padre, Bruno, a svelare come ha fatto a impossessarsi della maglia:

Sono onorato di vedere Messi con la maglia di mio figlio. Un giorno Daniele mi ha chiamato dicendomi di avere due biglietti per andare a Barcellona. Gli chiesi se ci fosse la possibilità di farci una foto con Messi. Avevo sentito anche il mio capitano, Francesco Totti, prima di andare da Messi il quale mi ha dato una maglia autografata da consegnarli. Messi è stato di una disponibilità incredibile, ci ha dato la maglietta firmata per Daniele e per Totti. Oltre a un fenomeno ho conosciuto una persona di grande umiltà

 

Kevin Costant è davvero una sorpresa, non fosse che, giocando contro il Milan, Messi avrebbe potuto chiedere quella di Nesta, tanto per rimanere in difesa. Le due squadre, negli ultimi anni, si sono incrociate diverse volte, ma a guidare dallo stile, dovrebbe essere stagione 2012-2013.
Un altro ex Milan appare nel muro a destra: Adil Rami, che da due anni gioca col Siviglia, mentre più spostata c’è la casacca di Rodrigo de Paul, attualmente all’Udinese, ma per due stagioni al Valencia.

 

Ma sul pavimento c’è una doppia sorpresa: due magliette dell’Apoel Nicosia, la squadra più titolata di Cipro. Sono di Tomas De Vincenti, centrocampista argentino, e Mario Sergio, difensore portoghese. Ancora una volta è la Champions League a incrociare le storie: i due club, infatti, si sono incontrati nella stagione 2013-2014.
Beh che dire, anche in questo Messi si dimostra unico!

 

Giovanni Sgobba

Doveva essere un’edizione speciale, un’edizione tonda, la numero 100. Ma il Giro d’Italia 2017 è diventato il giro nel ricordo di Michele Scarponi. A 37 anni, per il rotto della cuffia della sua carriera di ciclista, avrebbe corso il Giro d’Italia da capitano della sua squadra, l’Astana. Avrebbe.
Il 22 aprile è morto in un tragico incidente, investito da un furgone, in sella alla sua bicicletta, mentre si allenava a Filottrano, suo paese, vicino Ancona. Si stava allenando per essere pronto per la Corsa rosa.

Ecco che, il Giro d’Italia, al via nella prima tappa ad Alghero, ha omaggiato Michele Scarponi: un minuto di silenzio osservato tra lacrime, rispetto ed emozione, dai ciclisti, dai suoi compagni e dagli spettatori. Poi applausi e la partenza con l’Astana in testa al gruppo ad aprire la gara davanti a tutti. Rigorosamente in otto, lasciando libero quel posto, da capitano, che spettava al ciclista marchigiano e che non hanno voluto rimpiazzare.

 

Tra le 21 tappe e i 3.572 km complessivi, inoltre, un momento speciale sarà il passaggio sul Mortirolo, previsto il 23 maggio: una delle montagne simbolo del Giro d’Italia sarà la “salita Scarponi” in segno di omaggio al ciclista soprannominato l’Aquila di Filottrano proprio per le sue abilità da scalatore.
Nel 2010, infatti, vinse ad Aprica la sua ultima tappa al Giro d’Italia davanti a Ivan Basso e Vincenzo Nibali, costruendo il suo successo proprio sulla salita e la discesa del Mortirolo.

A Tortolì, in Sardegna, su una delle strade in cui passeranno i ciclisti, l’artista Franco Mascia ha realizzato un murale in cui si vede Scarponi con il pappagallo Frankie e la dedica: «Ci siamo illusi che passassi da qui ma hai cambiato percorso, ora pedala tra le nuvole, se incontri Marco portagli i nostri saluti».
Un chiaro omaggio e riferimento al pirata Pantani.

 

Nel 2011, nelle file del team Lampre, Scarponi salì sul podio finale del Giro, chiudendo al secondo posto alle spalle del vincitore Alberto Contador e davanti a Vincenzo Nibali. In seguito alla squalifica di Contador per positività al clenbuterolo conquistò a tavolino la vittoria finale della Corsa rosa e la Coppa del 150° anniversario dell’Unità d’Italia.

 

Quante pedalate, quante strattonate, quanti ciclisti e quanti chilometri abbiamo visto nella lunga storia del Giro d’Italia. Ora che siamo prossimi al secolo di vita, sommando tutte le 99 precedenti edizioni, si sono percorsi oltre 346mila km. Non sapete quantificare una cifra così spaventosamente enorme? Beh, pensate solo che la luna dista dalla terra, in media, poco più di 384mila km.

Dall’anno della sua fondazione, il 1909, la corsa a tappe maschile su strada più importante dello stivale e tra le più prestigiose al mondo, ha visto battaglie, sfide, cadute e tanto altro ancora.
La maglia rosa si è legata a nomi che il solo ricordo rievocano dolci emozioni: da Girardengo a Binda, passando per Bartali e Coppi, e ancora  Merckx, Pantani, Cunego, Contador, Basso e Nibali. Dieci nomi solo per farceli stare sulle dita di due mani, ma è certo che in tanti meriterebbero onori e allori.

Ma tra le leggende e le istantanee che trasudano passato e gloria del Giro d’Italia, ci sono anche aneddoti, curiosità beffarde che, con oltre un secolo di storia, strappano un sorriso. Alcune le ha raccolte in una simpatica infografica il sito Bikester: scommettiamo che proprio non le conoscete?

Nel 1909, durante la seconda tappa, Guglielmo Lodesani, Vincenzo Granata e Andrea Provinciali trovandosi in ritardo, pensarono di recuperare salendo su un treno. Salirono alla stazione di Ancona e scesero a Grottammare, perché lì era previsto un controllo. Ma, sfortuna per loro, sullo stesso vagone c’erano anche alcuni giudici che si stavano spostando da Bologna a Chieti. Attraverso le fotografie che erano state scattate a tutti i partecipanti prima della partenza, i tre girini vennero riconosciuti e squalificati.
Successivamente anche un altro ciclista, Giuseppe Brambilla, già fuori Giro a causa di una caduta, venne squalificato per lo stesso motivo. Sempre nel primo storico Giro d’Italia, Giovanni Rossignoli, che concluderà terzo in classifica venne investito da un cavallo.

Uno degli slogan più appariscenti del primo storico Giro d’Italia definiva la corsa come la “più ricca del mondo”. Effettivamente il montepremi complessivo ammontava a 25.000 lire (circa 600.000 euro attuali) e il vincitore, Luigi Ganna, guadagnò 5.325 lire (circa 133.000 euro odierni).
Giuseppe Perna, 49° e ultimo accumulò 300 lire (circa 7.000 euro di oggi).
Lo stesso Ganna, appena tagliato il traguardo da vincitore della prima edizione, alla domanda di un giornalista su come si sentisse di fronte alla vittoria raggiunta, rispose, in dialetto lombardo:

Me brüsa tanto el cü!

 

Nel 1914, un altro espediente da “furbetti”, il primo e vero episodio di traino da un’auto: durante la tappa Bari-L’Aquila, e più precisamente sulla Salita delle Svolte, i ciclisti Carlo Durando, Alfonso Calzolari (che poi vincerà quell’edizione) e Clemente Canepari si aggrappano sull’auto dell’inviato dell’Italia Sportiva e vennero penalizzati di 3 ore 8 minuti e 1 secondo.
Nello stesso anno, inoltre, si registrò il numero più basso di corridori che riuscì a tagliare il traguardo: su 81 iscritti e partecipanti, solo in otto conclusero tutte le tappe in programma.

Non solo stratagemmi, ma anche prove di grande cuore e sforzo sovrumano. Tra questi, Fiorenzo Magni, che durante il Giro d’Italia del 1956, nonostante la rottura della clavicola in seguito a una caduta, terminò la gara, piazzandosi al secondo posto, stringendo tra i denti una camera d’aria legata al manubrio, così da poter sia diminuire lo sforzo richiesto alla spalla sinistra infortunata, sia sfogare il dolore affondando i denti nella gomma.
Questo il racconto dello stesso Magni:

Al Giro del ’56 sono caduto nella discesa di Volterra e mi sono fratturato la clavicola. “Non puoi partire”, mi dice il medico. Io lo lascio parlare e faccio di testa mia: metto la gommapiuma sul manubrio e corro la crono. Poi supero gli Appennini. Ma provando la cronoscalata di San Luca mi accorgo di non riuscire nemmeno a stringere il manubrio dal dolore; allora il mio meccanico, il grande Faliero Masi, decide di tagliare una camera d’aria, me la lega al manubrio e io la tengo con i denti, per non forzare le braccia. Il giorno dopo, nella Modena-Rapallo cado di nuovo e mi rompo anche l’omero. Svengo dal dolore. Sono sulla lettiga quando riprendo coscienza e ordino a chi guida l’ambulanza di fermarsi. Mi butto giù, inseguo il gruppo, lo riprendo e arrivo sul Bondone sotto una tormenta di neve. Per questo gesto Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello, che seguivano il Giro, mi ribattezzarono Fiorenzo il Magnifico

 

Fonte: Uscat, Wikipedia

Giovanni Sgobba

L’incantesimo sulla pista di Sochi è infranto. Con la doppietta rossa nelle qualifiche, la prima fila è tutta Ferrari con Vettel che ha conquistato la pole position e Raikkonen appena dietro di lui.
La seppur breve e acerba storia del circuito che dal 2014 figura tra i tracciati di Formula 1 è stata riscritta.

Nelle tre edizioni precedenti, infatti, il Gp di Russia ha avuto una sola scuderia al comando: 159 giri su 159 con i testa la Mercedes. E’ una curiosità unica, se vogliamo, nel panorama delle monoposto.
Dal 2014 al 2016 Hamilton è stato il leader per 100 giri, Rosberg per 59. Solo loro hanno avuto il piacere di trovarsi la strada spianata senza dover provare a realizzare sorpassi e contromosse.

Un record olimpico verrebbe da dire, anche perché il circuito, lungo 5,9 km (il quarto per lunghezza in questa edizione di Formula 1), è sorto proprio attorno al villaggio olimpico che ha ospitato gli atleti partecipanti ai Giochi olimpici invernali 2014, lungo la costa del Mar Nero.

La doppietta Ferrari ha, così, interrotto l’egemonia Mercedes in Russia, dove le Frecce d’Argento hanno sempre dominato in prova e in gara. Un record nel record se pensiamo che l’ultima volta che abbiamo visto una prima fila tutta rossa era il 2008 sul circuito di Magny-Cours, quando Raikkonen si piazzò davanti a Massa.

Lui c’ha provato con forza e tenacia a non mollare. A riprendersi in mano il rugby, la sua vita, ricucendo le ferite e ricostruendosi una carriera, nonostante il parere negativo dei medici.
E’ tornato ad allenarsi a levarsi dalla testa quell’orribile incubo in cui è piombato una sera di novembre nel 2015. Ma alla fine Aristide Barraud si è dovuto arrendere e mollare il suo sport.

Il mediano francese d’apertura del Mogliano, club di rugby a 15 che milita in Eccellenza, il 13 novembre 2015 era a Parigi, non molto lontano il teatro Bataclan preso di mira dai terroristi che sparavo forsennatamente contro tutto e tutti.
In mezzo al caos e al sangue, anche lui fu colpito: i proiettili impazziti lo colpirono a un polmone e a un piede. Ha visto la morte in faccia, è stato tra i pochi fortunati a uscire vivo da quella strage, un mese di ospedale e poi la lenta e complessa rieducazione per tornare a giocare. Appena rientrato a casa, scrisse un messaggio di ringraziamento ai tanti sostenitori:

Giorno dopo giorno sto riprendendo il controllo della mia vita. Ho scoperto tutti i vostri messaggi di sostegno e d’amicizia. Vi devo la mia guarigione veloce, il vostro sostegno mi ha portato molto dal primo giorno. Secondo i dottori, devo la mia vita alla mia forza mentale e alla mia condizione fisica. Secondo me, la devo alla forza di mia sorella e dei miei amici che sono riusciti a tenermi sveglio

 

Da allora Barraud si è sottoposto a diverse operazioni, si è allenato, ha rivisto il campo solo per qualche corsa. A piccoli, ma decisivi passi, sembrava potesse ritornare al rugby giocato.
In realtà, qualche mese fa, ha capito che il suo fisico stava pian piano cedendo. Una decisione sofferta, amara, ma che non manca di speranza e voglia di vivere. Ancora.

 

Poche sere fa, mentre insieme ai compagni stava cucinando una delle usuali grigliate, ha espresso il desiderio di poter dire le stesse cose a tutti, una sola volta, raccontare la verità e poi lasciarsi tutto alle spalle per andare finalmente avanti. Nell’ultima partita dei suoi compagni davanti al pubblico di casa, ha battuto il calcio d’inizio salutando il pubblico modo suo.
In una lunga e commovente lettera sul sito della società, Aristide annuncia il suo ritiro, spiegando le difficoltà e i rischi degli ultimi mesi. Qui, riportiamo solo una parte:

Da tre mesi ho visto il mio corpo non accettare più lo sforzo fisico e inviarmi segnali negativi, troppi. Ho 28 anni, il mio corpo è a dir poco distrutto. Due mesi fa mi hanno diagnosticato ulteriori problemi causati dalle cure effettuate per tenermi in vita. Con tutti gli altri danni fisici subiti, non sono cose che posso trascurare ed ho iniziato ad aver paura per la mia vita. Tornando a giocare rischio oggettivamente la morte, e morire in campo, davanti ai miei amici e a chi mi vuole bene non mi sembra assolutamente una buona idea. Volevo arrivare fino in fondo, raggiungere l’obiettivo che pensavo fosse tornare quello di prima, ma evidentemente non mi ero reso conto di quanto fosse realisticamente impossibile. Ho lottato con tutte le mie forze e sono vivo, spaccato, distrutto, ma ancora in piedi ben saldo sulle mie gambe. Il rugby mi ha salvato la vita, l’idea di tornare a giocare mi ha salvato la vita. Mi ha tenuto lontano anche dall’incubo della follia. Però adesso devo ascoltare quello che il mio corpo mi sta dicendo da tempo, sono arrivato al limite e non intendo più oltrepassarlo. Tornerò, perché questo sport è la mia vita, ma lo farò quando starò davvero bene e potrò dare il meglio di me stesso per gli altri. Penso che un domani potrò essere utile a quelli che rappresenteranno il futuro di questo sport. Amo il rugby e amo la gente che lo vive con passione. L’Italia mi ha dato tantissimo e un giorno vorrei poter restituire quello che ho ricevuto. Ciao a tutti

Giovanni Sgobba

“Love is in the air” cantava John Paul Young alla fine degli anni ’70. L’amore è nell’aria, magari svolazza leggero all’interno di una torçida calorosa, tra un coro e un’esultanza. Nello stadio del Corinthians.
Perché oltre alla passione che unisce due tifosi, ci può anche scappare un autentico colpo di fulmine. Ma cosa succede se, da imbranato, riesci solo a strappare il nome della persona per cui ti sei preso una cotta senza chiederle un numero di telefono o un modo per rivederlo in futuro?

Dominique, la tifosa che si è invaghita di un altro supporter, deve averci pensato molto e, tremendamente combattuta e desiderosa di rincontrare quel ragazzo, ha direttamente contattato la squadra brasiliana. Così il Corinthians per un momento, ha svestito i panni di club calcistico per indossare quelli di Cupido:

 

La donna ha inoltrato un video-appello al club brasiliano che a sua volta ha deciso di pubblicarlo sul proprio account Twitter lanciando l’hashtag #CadêORaphael. Di questo ragazzo, infatti, si sa sol il nome, Raphael per l’appunto, ma Dominique non si rassegna:

E’ molto difficile trovare una persona di cui sai solo il nome. Il suo sorriso mi ha incantata quanto il tatuaggio sul suo braccio

Dominique ha anche aggiunto di essere tifosa del Corinthians sin da bambina quando andava allo stadio con suo padre prima e suo patrigno dopo, ma che ultimamente, per questioni economiche, non sempre riesce ad andarci.

 

Oltre al club paulista anche il profilo social dello stadio e altre emittenti stanno retwittando il messaggio per aiutare la ragazza a trovare il suo amore.
Perché, in fondo, il calcio è amore e lo dice anche la scienza: alcuni ricercatori dell’università di Coimbra, in Portogallo, hanno infatti affermato che quando guardiamo una partita della nostra squadra del cuore, si mettono in moto le stesse aree del cervello che regolano il funzionamento dell’amore.

Per Dominique, dunque, una doppia storia d’amore! Attendiamo nuove puntate….

C’è chi la chiama “Regina delle classiche” per la sua importanza acquisita nei decenni; chi “Corsa di Pasqua” per il periodo in cui si svolge, solitamente nella prima metà di aprile e talvolta coincide proprio con la domenica pasquale; per altri è detta “Inferno del Nord” per le durezze del tracciato, parte sul pavé.
E’ la Parigi-Roubaix, una delle più importanti gare di ciclismo al mondo. La 115esima edizione si è corsa il 9 aprile per un totale di 257 chilometri e l’ha vinta il belga Greg Van Avermaet.
Ma tra gli eroi di questa edizione non c’è solo il vincitore o chi, stremato è arrivato al traguardo: a partire, infatti, erano stati in 199, ma all’arrivo sono arrivati in 100. Alcuni corridori sono arrivati oltre tempo limite di mezz’ora e quindi squalificati, altri ancora si sono ritirati. Tra stanchezza, ferite, cadute e….chi ha sbagliato strada.

L’italiano Andrea Guardini è il velocista che corre per la UAE Team Emirates. Ha 27 anni, è professionista dal 2011 e, durante la Parigi-Roubaix, si è ritrovato a pedalare in autostrada.
Il ciclista voleva ritirarsi, solitamente si aspetta la propria ammiraglia per caricare la bici e ufficializzare il ritiro. Solo che quando è arrivata, evidentemente perché piena, gli è stato detto di togliersi il numerino e uscire dal tracciato, cercando di arrivare al traguardo seguendo un altro percorso.

Eh, ma quale percorso?
Qui il racconto diventa esilarante: Guardini dovrebbe aver seguito le indicazioni stradali per Roubaix, ma non conoscendo la zona, e probabilmente pure il francese, si è ritrovato in una strada a scorrimento veloce, sulla quale tra l’altro le bici non possono accedere.
Così per molti automobilisti dev’esser stato buffo vedere un corridore, in chiara tenuta sportiva, sfrecciare accanto. C’è anche un video dell’avvistamento:

Qualcun altro ha, invece, chiamato la Gendarmerie (la polizia francese) che effettivamente ha fermato il Guardini e l’ha portato in caserma (nessun arresto, sia ben chiaro!).
E mentre girano foto ironiche su Facebook, tramite la pagina del suoi fan, arriva il racconto dettagliato della sua disavventura:

Sembra che, ormai già sera, il massaggiatore della squadra sia andato a prendere il ciclista italiano che ha omaggiato i poliziotti francesi con la sua maglia e borraccia.

 

Giovanni Sgobba

A Dortmund in pochi, questa notte, sono riusciti a chiudere occhio. Il terrore bussa alla finestra, vuole entrare nei cuori e disfare le menti. E’ imprevedibile: colpisce quando meno te lo aspetti. E attacca chiunque.
Ieri aveva puntato i calciatori del Borussia Dortmund. Il martedì della Champions League, una di quelle partite che contano davvero durante la stagione. Contro i francesi del Monaco, nell’affascinante stadio del Signal Iduna Park.

Superate da poco le 19, il pullman che portava la squadra tedesco verso lo stadio è stato attaccato. Tre esplosioni, una dopo l’altra, a 10 km dallo stadio, lungo la Wittbraeucker Strasse. Un attacco mirato, preciso, organizzato da professionisti, da chi, insomma, sa come collegare e piazzare ordigni.
Circolano ipotesi, si fanno idee. Tante teorie, ovviamente, che mettono in mezzo gruppi antifascisti e terrorismo internazionale. La polizia, spiega il giornale Süddeutsche Zeitung, sta seguendo varie piste, ma nelle ultime ore ha preso corpo la pista islamica. Una lettera, la cui autenticità va tutta confermata, trovata nei pressi dell’esplosione comincerebbe con le parole “In nome di Allah il compassionevole, il misericordioso”.

I giocatori, ovviamente, sono sotto shock. Partita rinviata (si giocherà oggi alle 18.45), ma per fortuna, considerando il potenziale rischio di una strage, a riportare delle ferite è il solo centrale spagnolo Marc Bartra. Inizialmente si parlava di lievi ferite al braccio, mentre secondo le ultime informazioni è stato operato al polso per una frattura e per rimuovere le schegge.
Il portiere svizzero Roman Bürki è stato l’unico a parlare, colto dai giornalisti arrivati sul posto: «L’autobus ha girato sulla strada principale e c’è stata un’enorme detonazione. Io ero seduto in fondo vicino a Bartra, che è stato raggiunto da schegge di vetro. Dopo l’esplosione, eravamo spaventati, non sapevamo se potesse succedere altro. La polizia è arrivata rapidamente e ci ha rassicurati».
«Immagini del genere non escono dalla testa»
, ha detto, invece, il direttore generale del Borussia Dortmund, Hans-Joachim Watzke.

.Il terrore, come detto, bussa. Ma Dortmund non lo vuole fare entrare. L’umanità, lo spirito che unisce le persone, le fa abbracciare, è stato superiore. Ha vinto a tavolino contro la paura.
I tifosi francesi che ero già all’interno dello stadio, dopo aver saputo dell’attacco agli avversari hanno iniziato a intonare un potente coro, all’unisono. “Dortmund, Dortmund” hanno gridato, con quella loro “r moscia” riconoscibile ovunque, levando al cielo la voglia di affermare energie positive.

Ma non è tutto: lo stesso Borussia, sul suo profilo Twitter, ha lanciato l’hashtag #bedforawayfans. In buona sostanza, considerando il giorno in più di permanenza per molti supporter monegaschi, vari tifosi Bvb hanno deciso di accoglierli in casa, facendoli riposare e passando una serata particolare. Guardare le immagini per credere: se il terrorismo prova a dividere, il calcio sicuramente unisce. Das ist Fußball!

 

Giovanni Sgobba