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Giovanni Sgobba

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Un incontro di boxe atteso da quasi un anno, un match valido per il titolo mondiale dei pesi massimi Wba-Ibf; la rivincita di Evander Holyfield contro Riddick Bowe. Lo stesso Holyfield che diventerà famoso nel giugno 1997 per il morso subito all’orecchio da Mike Tyson.
Qui siamo qualche anno indietro, al 6 novembre 1993, praticamente un anno dopo il primo incontro tra Holyfield e Bowe was, disputato a Las Vegas, in Nevada, con la vittoria di “Big Daddy”. Lo scenario è ancora Las Vegas, questa volta il ring all’aperto del prestigioso Caesars Palace. “Repeat or Revenge” è lo slogan che accompagna l’evento sportivo, ma se questo incontro è passato alla storia tra gli eventi del ‘900, non è per quello che è successo nel ring, ma….sul ring.

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Durante il settimo round, nell’inconsapevolezza dei due pugili e dell’arbitro di gara, gli spettatori vengono distratti da qualcosa, o meglio, da qualcuno che è piombato dall’alto, prima di schiantarsi goffamente in prossimità del quadrato. James Miller, paracadutista e pilota, con il suo paramotore, dopo aver sorvolato il Caesars Palace per una decina di minuti, decide di scendere in picchiata, invadendo proprio il match di pugilato.
Gli animi si accendono subito: i fili che sorreggono l’ala rimangono aggrovigliati all’impianto di illuminazione, così Miller, rimane appeso e inerme. Invano, l’improvvisato stuntman ha provato ad aggrapparsi con un piede e con un mano alle corde attorno al ring per provare a scendere: da lì a poco si scatena il caos.
I tifosi lo trascinano a bordo ring, lo circondano e iniziano a colpirlo e ad attaccarlo. La security, intervenuta poco dopo, riferirà che Miller è stato colpito una ventina di volte. Dopo aver perso i sensi, il pilota è stato ricoverato in un ospedale vicino, mentre, nel frattempo, gli spettatori meno feroci tagliavano pezzi di ala come ricordo e souvenir di questo bizzarro momento storico.

Evander Holyfield

Il match, sospeso per 21 minuti, ha visto alla fine la vittoria ai punti di Holyfield su Bowe in quella che sarà l’unica sconfitta nella sua carriera in 45 incontri ufficiali. Dopo il suo rilascio dall’ospedale, Miller è stato portato al centro di detenzione di Clark County, dove è stato accusato di volo pericoloso e rilasciato su una cauzione di 200 dollari.
I media lo hanno soprannominato “Fan man” in riferimento al paramotore attaccato alla sua imbracatura. In un’intervista esclusiva con i giornalisti britannici dopo l’incontro, Miller ha ammesso che l’indicente è stato accidentale e non intenzionale, causato da problemi meccanici. Scherzando, ha poi detto:

E’ stata una lotta pesante e io sono stato l’unico a esser messo KO

 

Negli ultimi anni il duopolio Messi-Cristiano Ronaldo ha ridotto l’assegnazione del Pallone d’oro a una sfida al limite della monotonia, provocando una certa disaffezione tra gli appassionati di calcio che vedono il prestigioso trofeo, assegnato su idea della rivista sportiva francese France Football, al pari di un Telegatto piazzato ogni anno a Mike Bongiorno. Scontato e anche un po’ banalizzato.
Dal 2010, ma solo fino al 2015 – complice un sentito fallimento della proposta- il riconoscimento si è fuso con il Fifa World Player of the Year, dando vita a un nuovo premio denominato Pallone d’oro Fifa, con votazione estesa non solo ai giornalisti sportivi provenienti da tutto il mondo, ma anche agli allenatori e capitani delle nazionali affiliate alla Federazione internazionale.

Una trovata tra il marketing e la personale “stima” dell’amico calciatore che, di fatto, non è piaciuta e ha ulteriormente accentuato l’accentramento del premio tra la star del Barcellona e quella del Real Madrid che si spartiscono il trofeo dal 2008 (Kakà è stato l’ultimo umano a vincerlo nel 2007).
Quest’anno si è tornati nella vecchia formula, ma forse, mai come negli ultimi anni il Pallone d’oro è stato vinto meritatamente da Cristiano Ronaldo che nell’anno solare 2016 ha messo in bacheca personale la Champions League con il Real Madrid e l’Europeo con il Portogallo. Impresa non esattamente alla portata di tutti.

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Eppure dalla sua nascita nel 1956, il Pallone d’oro si svincolava dalla conquista di altri trofei che in qualche maniera giustificasse l’assegnazione; semplicemente si votava il calciatore più forte dell’anno, con un solo limite: dal 1956 fino all’edizione del 1994, infatti, il regolamento imponeva che il giocatore dovesse essere di nazionalità europea per poter aspirare al titolo; dal 1995 questa distinzione è stata superata, potendo quindi concorrere al premio anche giocatori di nazionalità extra-europea, ma appartenenti a squadre europee; dal 2007 possono concorrere al premio, calciatori militanti in qualsiasi club della Fifa.

Nel 1956, anno della prima edizione, i giornalisti di 16 Nazioni europee assegnarono il pallone doro a Stanley Matthews, ala destra del Blackpool, davanti al madridista Alfredo Di Stéfano e al francese Raymond Kopa. Un riconoscimento, si dirà più avanti, alla sua lunga lunghissima carriera, alla sua impresa maggiore: conquistare coi The Tangerines (i mandarini) la prestigiosa FA Cup tre anni prima. Pelé disse di Matthews:

Ci ha insegnato il modo in cui il calcio deve essere giocato

Un attestato di stima che la dice lunga sull’impatto che l’ex nazionale inglese ha avuto sul calcio e, più in particolare, sul ruolo dell’ala. Soprannominato “The Wizard of football”, la carriera di Matthews abbracciò tre decenni, ma solo due distinti club: Stoke City (dal 1932 al 1947, e poi successivamente dal 1961 al 1965) e Blackpool (dal 1947 al 1961). Esordio a 17 anni, ultima partita da professionista cinque giorni dopo aver compiuto 50 anni; un Pallone d’oro conquistato a 41 anni e due Mondiali con l’Inghilterra nel 1950 e 1954, giocando con la maglia dei Tre Leoni fino a 42 anni (nessuno lo ha ancora superato).

E’ il 2 maggio 1953 il suo giorno, la partita che è passata alla storia come la “finale di Matthews”. Nel prestigioso stadio di Wembley si giocava la finale di Fa Cup, il trofeo più antico del mondo, tra il Blackpool di Stanley e il Bolton, largamente favorito, che dopo soli 75 secondi, conferma i pronostici della vigilia passando in vantaggio e raddoppiando al 18′. Un gol del Blackpool nel primo tempo, illuse i mandarini che si ritrovarono subito sotto per 3-1 all’inizio della ripresa.
A Wembley ci fu record di affluenza, c’erano 100mila persone, molte solo per incoraggiare Matthews che, però, sulle gambe, era piegato in due dalla stanchezza. A 38 anni a inseguire gli avversari più giovani, a correre, dribblare e fare su e giù sulla fascia. Ma ecco la magia: al 69’ Stanley Matthews trascina la squadra alla rimonta, involandosi sulla destra e crossando in mezzo per Mortensen che segnò il 2-3. A un minuto dal 90esimo è ancora Mortensen a realizzare il 3-3, su punizione. Quando tutti erano con la testa ai supplementari, Matthews, mai domo,  ancora sulla fascia, scodellò un altro pallone, questa volta, a Perry che trasforma il 4-3 finale.

Hai 32 anni, pensi di riuscire a giocare un altro paio di stagioni?

E’ quello che disse Joe Smith, allenatore del Blackpool a Stanley Matthews nel 1947. Sei anni prima della finale di Fa Cup e nove anni prima del Pallone d’oro.

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Di inglese, ormai, le è rimasto poco: oltre al suo cognome, in più di un’intervista ha detto che il richiamo al suo Paese d’origine riaffiora quando deve esternare i sentimenti e quando parla sempre in maniera schietta e diretta. Fiona May ha scritto e regalato emozionanti pagine di sport all’Italia, soprattutto nell’atletica leggera, disciplina dove, escludendo qualche picco isolato, si fa ancora fatica a tracciare una continuità.
La sua vita, la sua passione per il salto in lungo e le medaglie appese al collo sono tutte sotto la bandiera verde, bianco e rossa. Fiona, nata Slough il 12 dicembre 1969, nonostante il ritiro dall’attività agonistica è ancora oggi l’unica atleta italiana a esser salita più volte sul podio ai campionato del Mondo di atletica leggera.

E’ il salto in lungo, come detto, la specialità che le ha portato 15 medaglie internazionali: le prime tre con la maglia della Nazionale inglese (oro agli Europei juniores ’87, oro ai Mondiali juniores ’88 e argento alle Universiadi di Sheffield nel 1991), le restanti con la maglia azzurra, l’ultimo nel 2005 con l’oro ai giochi del Mediterraneo ad Almeria.
Quattro medaglie conquistate in altrettanti Mondiali outdoor, ma anche un oro nel Mondiale indoor a Parigi nel 1997, una medaglia che bisserà l’anno dopo agli Europei indoor a Valencia. Gloria anche nelle Olimpiadi: due preziosi argenti conquistanti ad Atlanta 1996 e a Sidney 2000.

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Detiene, inoltre, il record italiano del salto in lungo che, nel corso della carriera ha migliorato per altre sette volte, arrivando a 7,11 metri che, negli Europei di Budapest ne 1998, valsero la medaglia d’argento. La sfida più ardua della sua carriera:

In pedana c’erano davvero tutte le migliori, la tensione si tagliava a fette, un problema concentrarsi e rendere al massimo delle proprie potenzialità. Quando feci 7,11 pensai di aver vinto; poi saltò la Drechsler e arrivò a 7,16. Aveva 35 anni, Heike: che grandissima atleta

Nata nel Regno Unito da genitori giamaicani, Fiona May è diventata cittadina italiana per naturalizzazione dopo il matrimonio con l’atleta Gianni Iapichino, avvenuto nel 1994. L’esordio nella nazionale azzurra risale allo stesso anno agli Europei di Helsinki, dove conquistò la medaglia di bronzo.
Un anno dopo, ai Mondiali di Göteborg nel 1995, ecco la sua prima grande gioia personale: l’oro ottenuto con un salto di 6,98 metri, utile per distanziare la cubana Niurka Montalvo con 6,86 metri, e la russa Irina Mushailova con 6,83. Alta, snella e armoniosa con gambe lunghissime e robuste, le mani sui fianchi e lo sguardo scalfito sul viso mentre trova la concentrazione osservando la pedana: in quel momento l’Italia scopre una nuova beniamina.

E la coccola tanto da spingerla a non mollare e a ritrovare le forze per andare avanti nonostante le delusioni del Mondiale del 1999 a Siviglia (argento):

Dopo quel Mondiale volevo smettere e non l’ho fatto solo per tutte le lettere di incoraggiamento che ho ricevuto

Non demorde e si presenta nel 2001 ai Mondiali di Edmonton, in Canada, dopo una stagione travagliata con numeri al di sotto dei suoi standard. Ma alla fine, a esultare, è ancora lei: gradino più alto del podio con 7,02 metri, seguita dalla russa Tatyana Kotova, un centimetro appena sotto, e da Niurka Montalvo con 6,88 metri.

Dalla relazione con Gianni Iapichino sono nate due bambine: Larissa nel 2002 e Anastasia nel 2009. Proprio Larissa, nei mesi scorsi, ha conquistato il titolo cadetti, a soli 14 anni, nei 300 metri ostacoli ai campionati italiani di Cles, in Trentino Alto Adige. Le prospettive ci sono tutte: che dire…quando il talento è in famiglia.

Ancora non ci credo…campionessa italiana nei 300 ostacoli!!???‍♀️?⚪️?? ph. consigliata da: @giada.de.martino ?

Una foto pubblicata da Larissa Iapichino? (@larissaiapichino) in data:

Torna per amore del pattinaggio, ha detto più volte. Per riprendere in mano la sua carriera agonistica ed essere lei a decidere quando smettere e in che maniera, senza l’imposizione dall’esterno. Il pattinaggio artistico italiano riabbraccia la sua divinità più luminosa: Carolina Kostner, il 9 dicembre, rientra in gioco, in una competizione ufficiale.

Al 49° Golden Spin, nona e tappa conclusiva delle Challenger Isu 2016, il secondo circuito internazionale dopo il Grand Prix; è il palaghiaccio di Zagabria il palcoscenico del suo ritorno, esattamente dove nel 2008 e 2013 ha conquistato due dei suoi cinque Europei. Solo alcuni dei tanti, tantissimi successi nella carriera dell’atleta altoatesina, bloccata per 985 giorni: in mezzo anche una squalifica di tredici mesi (scaduta il 31 dicembre scorso) per il caso Alex Schwazer, suo fidanzato all’epoca dei fatti.

Una pagina scura, da strappare in fretta per la ragazza 29enne che non disputa una gara ufficiale dal 29 marzo 2014, dai Campionati mondiali a Saitama in Giappone, dove conquistò il bronzo, uno di 26 luccicanti medaglie dove a brillare sono soprattutto il bronzo alle Olimpiadi invernali di Soci 2014 e la medaglia d’oro ai Mondiali del 2012.

E’ il 31 marzo 2012, a Nizza, all’interno del Palais des Expositions Acropolis, Carolina si classifica prima nel programma libero, segnando il proprio nuovo record personale e vincendo la medaglia d’oro con 189,94 punti. Prima pattinatrice italiana nella storia ad ottenere l’iridato nel pattinaggio di figura singolo e momento storico per il pattinaggio azzurro che, oltre al successo nel 2001 di Barbara Fusar-Poli e di Maurizio Margaglio nella danza, mai aveva raccolto un titolo individuale.
Dietro di lei la russa Alena Leonova e la giapponese Akiko Suzuki, ma gli applausi sentiti, squillanti che coprono le note di Mozart, il pezzo di sottofondo dell’esibizione dell’altoatesina, sono tutti per lei. Lei che, pian piano si scioglie, sorride e intuisce l’impresa al suo decimo mondiale, dopo due bronzi, nel 2005 e nel 2011, e un argento, nel 2008.

Maestosa ed elegante, nel 2012, a 25 anni, qualcuno ipotizzò un suo ritiro ora che era sul gradino più alto del podio, da regina mondiale, ma lei aveva ancora un obiettivo in testa, visto sfumare disgraziatamente più volte: una successo alle Olimpiadi invernali. Predestinata, ma anche dannata, portabandiera alle Olimpiadi in Italia, a Torino 2006, appena maggiorenne, in quelli che dovevano essere i suoi Giochi, poi trasformati in un incubo a causa di una caduta.
Una maledizione che la perseguiterà anche a Vancouver 2010, altra caduta. Un incantesimo spezzato, quando sembrava quasi impossibile, a Sochi, in Russia, nel 2014. Pronta mentalment e fisicamente, non ha tradito se stessa e tutti gli appassionati: nel programma libero, sulle note del Bolero di Ravel è stata perfetta, cristallina e dolce. Una medaglia di bronzo che sa tanto d’oro.

Se non bastavano le emozioni a dirci che Carolina Kostner è stata e lo sarà per molti decenni ancora, la pattinatrice più limpida e preziosa dello sport azzurro, la medaglia di bronzo ha regalato quel senso di compiutezza che la carriera della bolzanina meritava. Ma forse, non è finita qui…

Prima della nascita della Coppa del mondo per club sotto la supervisione della Fifa, in passato ci sono stati svariati tentativi di organizzare un torneo “sovranazionale” per decretare il miglior club a livello internazionale e mondiale. Riconosciuti o meno, organizzati da mecenati o poco dopo soppressi, il desiderio di scegliere la squadra più forte del globo risale ai primi anni del ‘900 quando il calcio era ancora dilettantistico e una forma embrionale di quello che è oggi.

1908, Il Torneo Internazionale Stampa Sportiva

Antesignano dell’attuale Mondiale per club è il Torneo Internazionale Stampa Sportiva, manifestazione sportiva del 1908, organizzata da La Stampa, quotidiano di Torino. Il formato prevedeva un mini-torneo di qualificazione interno per le squadre italiane che furono Ausonia Pro Gorla, Juventus, Piemonte e Torino, con la vincente che avrebbe poi partecipato al torneo vero e proprio, assieme agli svizzeri del Servette, ai tedeschi del Freiburger e ai francesi del Parisienne. Quell’edizione fu vinta dal Servette che sconfisse, in finale, il Torino per 3-1.

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1909-1911, Sir Thomas Lipton Trophy

Il Torneo Internazionale Stampa Sportiva piacque, c’era entusiasmo attorno, così, Thomas Lipton, imprenditore scozzese e mercante soprattutto di tè, sì offrì per sovvenzionare una seconda edizione che prese il suo nome. Così nacque la Sir Thomas Lipton Trophy, un torneo a scadenza biennale giocato nel 1909 e nel 1911. Alla competizione dovevano partecipare i club in testa nei campionati delle nazioni più forti in quel momento storico, ovvero Inghilterra, Svizzera, Germania, mentre per l’Italia si optò per una selezione dei migliori giocatori tra Torino, Juventus e Piemonte. Nell’edizione 1911 cambiarono leggermente le regole: non ci fu la squadra tedesca, per l’Inghilterra c’era la conferma della squadra detentrice del titolo, ovvero il West Auckland Town (che conquistò anche questa edizione), per la Svizzera il club in testa, mentre Juventus e Torino parteciparono distintamente.

1951-1952, Copa Rio

Nei primi anni 50 venne proposta una nuova competizione internazionale, organizzata dalla  Confederazione sportiva del Brasile, con un richiamo al Mondiale del ’50 disputato in Brasile dopo un vuoto causa guerra mondiale. Al torneo Copa Rio, infatti, partecipavano, su invito, le otto squadre campioni nazionali in carica delle nazioni che meglio si piazzarono al Campionato Mondiale. La prima edizione del 1951 vide la vittoria del Palmeiras contro la Juventus, mentre l’anno dopo, nel 1952, nel derby tutto brasiliano, la Fluminense ebbe la meglio sul Corinthians. Pur con riserva, la Fifa riconobbe la manifestazione del 1951 come il primo torneo per club di livello mondiale e, dunque, il Palmeiras può essere considerato il primo campione del mondo nella storia dei club.

1952-1975, Pequeña Copa del Mundo

Affascinante e poliedrica fu anche la Pequeña Copa del Mundo, torneo che si organizzò a Caracas, in Venezuela, nel 1952. Anche per questa manifestazione si poteva accedere solo tramite invito e, nelle 14 edizioni a intervalli irregolari fino al 1975, parteciparono squadre eterogenee: dal Real Madrid, ai colombiani del Millonarios, passando per il Valencia, il Benfica e il Chelsea, disputarono il trofeo anche la Roma nel 1953, arrivando seconda, e la Lazio, nel 1966, terza. Spazio anche per una Nazionale: nel 1975, il trofeo lo alzò al cielo la Germania Est.

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1960-2004, Coppa Intercontinentale

In quei stessi anni prese corpo un trofeo parallelo, ma che di fatto, diventerà la Coppa Intercontinentale ufficialmente riconosciuta da club e tifosi. Nata nel 1960, come torneo esclusivo tra  la vincitrice della Coppa dei Campioni d’Europa (poi Champions League), e la vincitrice della Coppa Libertadores, la Coppa dei due mondi ha subito modifiche nel corso degli anni: con cadenza annuale, dall’esordio nel 1960 all’edizione del 1979 le due sfidanti si incontravano in una gara d’andata e in una di ritorno nei rispettivi stadi.
Ma a causa di climi sempre più ostili in Sudamerica e a causa della difficile collocazione nel calendario tra i vari impegni, le squadre iniziarono a declinare la partecipazione: nel 1971, gli olandesi dell’Ajax furono i primi.
Negli anni ’80, per recuperare prestigio e creare stabilità, la Toyota decise di gestire direttamente la manifestazione, finanziandola e spostandola in Giappone con un match secco. Una formula che funzionò e che noi italiani ricordiamo soprattutto per le partite della Juventus nel 1996 e del Milan nel 1989, 1990 e nel 2003.

2004, Mondiale per Club

Nel 2004, la Fifa entra prepotentemente nella strutturazione della competizioni, estendendo il torneo a tutti i vincitori dei tornei continentali organizzati della sei confederazioni sotto etichetta della stessa Federazione internazionale. Così oltre Champions League e Libertadores, alla competizione prendono parte anche i campioni centro-nordamericani, quelli africani, quelli asiatici e quelli dell’Oceania. Dal 2007, inoltre, partecipa anche la squadra vincitrice del campionato della nazione ospitante.

Un fulmine a ciel sereno ha scosso la Formula 1 e gli appassionati di sport: il pilota Nico Rosberg, fresco vincitore dell’ultimo Mondiale di F1, ha deciso di ritirarsi. L’ormai ex pilota della Mercedes, a 31 anni, ha detto basta, spiegando e raccontando la sua decisione su un lungo post su Facebook. Sul punto più alto del mondo, nel momento più bello della sua vita professionale:

Ho deciso di chiudere la mia carriera in F1 adesso. È difficile da spiegare, sin da quando avevo 6 anni avevo un sogno ed era quello di diventare campione del mondo. Ora l’ho raggiunto, ho dato tutto per questo obiettivo: duro lavoro, sacrificio, dolore. Ho scalato la mia montagna e l’ho fatto per 25 anni,  con l’aiuto di chi mi circonda, dei tifosi, della famiglia e dei miei amici

Cinque giorni dopo aver alzato le braccia al cielo per il suo primo titolo mondiale, seguendo le orme di suo padre Keke, Rosberg ammette di avere deciso l’addio alle corse già lunedì, dopo settimane di pressione:

Quando ho vinto la corsa a Suzuka, avevo il titolo nelle mie mani. La pressione era aumentata e ho iniziato a pensare da lì di ritirarmi dal motorsport da campione del mondo. Domenica mattina ad Abu Dhabi sapevo che quella corsa sarebbe potuta essere l’ultima della mia carriera. E prima della gara ho sentito improvvisamente che tutto era chiaro e giusto. Volevo gustarmi dall’interno ogni secondo del fatto che quella sarebbe stata la mia ultima gara, e quando i semafori si sono spenti è diventata la corsa più intensa della mia carriera. Lunedì mattina mi sono deciso in modo definitivo a fare questo passo

La Formula 1 perde un talento, la Mercedes adesso dovrò cercare un sostituto all’altezza da affiancare a Lewis Hamilton. Nelle sue parole rivolte ai suoi supporter, Nico Rosberg ritorna sulle delusioni degli anni passati nel vedere il suo compagno-rivale trionfare, ricordando anche i sacrifici della sua famiglia e di sua moglie Vivian:

È stata un’esperienza incredibile qualcosa che ricorderò per sempre. Ed è stato anche molto difficile, specie negli ultimi due anni con le sconfitte contro Lewis. Ho spinto come un pazzo, i momenti difficili che mi hanno dato una spinta, mi hanno motivato in un modo che non credevo fosse possibile per tornare a combattere. E’ stato un sacrificio da parte di tutta la mia famiglia, tutto è stato messo dietro a questo mio obiettivo. Mia moglie Vivian è stata incredibile, ha capito fino in fondo quel che volevo, ha badato a nostra figlia ogni notte, andando oltre quando le cose per me non si mettevano bene

Infine, un saluto e un arrivederci in un futuro tutto ancora da scrivere:

Ora mi godo il momento. C’è tempo per riflettere sulla stagione e godermi ogni esperienza che si presenterà sulla mia strada. La prossima pagina della mia vita vedremo cosa mi regalerà

Nemmeno un folle avrebbe mai potuto immaginare cosa mi stava per accadere. Ci sono periodi nella vita di un calciatore nei quali ti riesce tutto. Basta che respiri e la metti dentro. Per me questo stato di grazia è coinciso con quel campionato del mondo

Italia ’90, per l’esattezza. Le “notti magiche” cantate da Gianna Nannini ed Edoardo Bennato; quel «inseguendo un gol» che trascinò cinquanta milioni di italiani. Tutti tranne uno: Salvatore Schillaci, detto Totò, non inseguiva il gol, ma, al contrario, era lui che cercava l’attaccante azzurro. Sembra paradossale, ma a quel Mondiale, alla punta nata a Palermo il 1° dicembre 1964, bastava un tocco per segnare. Eroe per caso, come le storie belle: comprato dalla Juventus nel 1989, decisivo con le sue 15 reti in 30 partite, la convocazione in azzurro fu quasi un premio. E quasi un traguardo anche perché in avanti la coppia era già scritta, doveva essere Vialli – Carnevale.

Nell’esordio contro l’Austria, però, le emozioni sono poche, l’Italia non è pericolosa. Così, a un quarto d’ora dalla fine, Vicini chiama Totò: «Scaldati, tocca a te». Totò entra al posto di Carnevale, tocca un pallone ed è gol. Toccata e fuga, poi nuovamente in panchina contro gli Stati Uniti. Contro la Cecoslovacchia, nella terza partita, Schillaci c’è dal primo minuto e ne passano solamente nove per far esplodere tutto lo stadio.
Inizia il Mondiale di Totò-gol: sempre a segno contro l’Uruguay negli ottavi e contro l’Irlanda nei quarti. In semifinale, poi, la sentita sfida contro l’Argentina di Maradona, giocata proprio a Napoli, nel suo tempio. Eppure questa partita verrà ricordata per il gol, rocambolesco, sempre del folletto di Palermo. Ad oggi, rivedendo le immagini sgranate a rallentatore, si fa fatica a capire con quale arto del corpo sia riuscito a superare Goycochea.


L’Italia, che fino ad allora non aveva subito reti, venne trafitta dall’Argentina e poi, dopo l’1-1 dei tempi regolamentari e supplementari, perse ai calci di rigore.
Nella finalina, contro l’Inghilterra, l’Italia giocò solo per Schillaci. Baggio lasciò a lui un calcio di rigore che gli consentì di totalizzare sei reti nel Mondiale. Capocannoniere di quell’edizione, vinse la Scarpa d’oro Adidas e il Pallone d’oro Adidas come miglior giocatore del torneo. Ma non solo: venne eletto migliore calciatore della manifestazione e nello stesso anno si piazzò al secondo posto nella graduatoria del Pallone d’oro, tra i due tedeschi dell’Inter, Lothar Matthäus, primo e Andreas Brehme, terzo.

Spente le luci sul Mondiale italiano, anche la stella di Schillaci si eclissa: fa fatica nella Juventus, poi ceduto all’Inter, non riesce a essere determinante. A soli 29 anni, attratto dall’esperienza estera e dal buon contratto, lascia la Serie A dopo aver totalizzato complessivamente 120 presenze e 37 reti, per approdare in Giappone. Primo giocatore italiano nella storia: nel Júbilo Iwata trascorrerà tre stagioni segnando 56 gol.

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Nico Rosberg o Lewis Hamilton? Chi vincerà l’edizione 2016 del Mondiale di Formula1? I due piloti, compagni di team alla Mercedes, se la vedranno nell’ultimo Gp della stagione, quello di Abu Dhabi. Una stagione giocata colpo su colpo con il tedesco, che sogna di alzare al cielo il primo titolo iridato della sua carriera, attualmente leader con solo 12 punti di vantaggio sul britannico.
Ma nella storia della Formula1 ci sono state sfide entusiasmanti giocate con distacchi minimi: da Niki Lauda a Michael Schumacher, passando per il primo storico Mondiale del 1950 fino ai giorni nostri. Ecco alcune storici titoli assegnati all’ultima curva:

Nel 1950, la prima edizione di Formula1 prevedeva solo sette circuiti. Se dal punto di vista dei costruttori si registrò un dominio dell’Alfa Romeo che piazzò in prima linea i suoi migliori piloti, questi si giocarono il primo titolo raggruppati in un fazzoletto. Cavallo di punta della scuderia era l’argentino Juan Manuel Fangio, ma l’italiano Nino Farina, che prima dell’ultimo Gp a Monza era terzo in classifica e distante quattro punti, riuscì a spuntarla alla fine e a trionfare perché Fangio fu costretto al ritiro. Fu il primo italiano a laurearsi campione del mondo con tre punti di vantaggio sull’argentino, 30 contro 27. Luigi Fagioli, invece, sarebbe secondo con 28 punti, ma viene classificato al terzo posto con 24.

Sul finire degli anni ’70, Niki Lauda e James Hunt hanno dato vita a una delle edizioni più storiche e drammatiche dello sport, tanto da essere raccontata nel film “Rush” diretto da Ron Howard. L’edizione del 1976 è ricordata anche per il terribile incidente di Lauda al Nurburgring che tenne lontano dalle corse il ferrarista austriaco per 42 giorni e diede la possibilità al pilota della McLaren di farsi sotto e di giocare il tutto per tutto.
E’ Giappone, sul circuito del Fuji, l’ultimo scenario della stagione: con un gap di 3 punti in favore dell’austriaco, prima della gara ci fu un fortissimo temporale che sconvolse i piani delle scuderie. Alla fine fu Hunt, grazie al ritiro di Lauda, nonostante il terzo posto in gara, riuscì a vincere il titolo iridato.

Stessa suspense nel 1984, dove si registra lo scarto più basso nella storia della Formula1, con la vittoria finale in mano per mezzo punto. E’ dominio McLaren, è ancora Niki Lauda, passato alla scuderia inglese a vedersela, questa volta, con il compagno-rivale Alain Prost. Una stagione dove gli altri hanno pagato il biglietto come spettatori nel vedere i due piloti dividersi le vittorie. In Portogallo, all’Estoril, si gioca l’ultima gara: Lauda arrivò con un risicato vantaggio di 2,5 punti, ma partì in undicesima posizione. Prost vinse, ma dopo una rimonta finale e il ritiro di Nigel Mansell, secondo a pochi giri dal termine, Lauda riuscì a strappare la seconda posizione, conseguendo il titolo iridato per mezzo punto.

Gli anni ’80 si chiudono con la scoppiettante (in tutti i sensi) edizione del 1986. Prima dell’ultima gara la classifica vedeva Nigel Mansell a 70 punti, Alain Prost a 64 e Nelson Piquet a 63. In Australia, Gran Premio di Adelaide, Piquet partì forte, ma si fece raggiungere dopo un testacoda che lo rallentò, ma lo tenne ancora in gara. Dopo fu il turno di Mansell che fu costretto al ritiro a causa dell’esplosione di un pneumatico. Allarmata dall’incidente e dalla pericolosità, la Williams, per precauzione, decise di fermare anche Piquet, spianando la strada a Prost che vinse il campionato.

Gli anni ’90 sono ricordati per l’ascesa di Michael Schumacher e la sua sfrontatezza. Nel 1994, è un testa a testa tra il giovane pilota della Benetton e Damon Hill, della scuderia Williams. Schumi vince otto Gp su 16 a disposizione e si presentò in Australia con un solo punto di vantaggio sul rivale. Il tedesco mantenne la testa nella prima parte di gara, ma al 36° giro, commise un errore andando a toccare un muretto: dopo l’urto, il pilota rientrò velocemente in pista, mentre sopraggiungeva Hill che non riuscì a scansare Schumacher. Collisione inevitabile, Hill provò disperatamente a riparare la sua monoposto, ma entrambi furono costretti al ritiro. Schumacher mantenne, così, il punto di vantaggio e si aggiudicò il suo primo titolo mondiale, che nella conferenza stampa post-gara dedicò ad Ayrton Senna, morto tragicamente lo stesso anno.

L’irruenza del tedesco ritorna nel 1997. Situazione simile: Schumacher, questa volta alla Ferrari, arrivò a Jerez, in Spagna, per il Gran Premio d’Europa, con un punto di vantaggio su Jacques Villeneuve. Nel sabato di qualifiche, succede qualcosa di unico nella storia della competizione automobilistica: tre piloti, Jacques Villeneuve, Michael Schumacher e Heinz-Harald Frentzen, conquistarono la pole con lo stesso identico tempo: 1’21″072. Secondo le regole la pole position spetta al primo che ha realizzato il tempo, ovvero al canadese Villeneuve. In una gara disputata sul filo del rasoio, a ventidue giri dal termine il canadese cercò il sorpasso sul tedesco, Schumacher lo chiuse con il solo risultato di terminare la sua gara nella sabbia permettendo al canadese di proseguire verso la vittoria del titolo.

Dopo l’era dominata da Schumacher, anche gli anni 2000 riservano battaglie e trofei conquistati all’ultimo Gp.
Nel 2007, Hamilton si presentò a Interlagos, in Brasile, con 107 punti, Alonso dietro a 103 e Raikkonen leggermente distaccato a 100. La gara fu esaltante e piena di colpi di scena: Hamilton partì male e si fece scavalcare da Raikkonen e Alonso. Successivamente il britannico ebbe un problema al cambio e gettò al vento le possibilità di vincere il mondiale che andò incredibilmente al ferrarista Raikkonen.
Il 2008, forse, è l’anno del colpo di scena più incredibile: è l’anno del triste epilogo di Felipe Massa. Il brasiliano della Ferrari, arrivò a Interlagos, la sua pista, con 7 punti di ritardo su Hamilton. Sembrava impossibile, ma un acquazzone divino mischiò tutte le carte. Il ferrarista vinse la gara, con Hamilton che annaspava nelle retrovie: ai box tutti esultavano, per 39 secondi è stato campione del Mondo, poi, all’ultima curva, Hamilton superò la Toyota di Glock e conquistò il Mondiale per un solo punto.

 

Allo stadio Euganeo di Padova, l’Italrugby ha affrontato Tonga nell’ultimo test match di novembre. Dopo la storica vittoria contro Sudafrica della settimana scorsa, i ragazzi di coach O’Shea scivolano sul finale, perdendo 19-17. Partono bene i XV azzurri grazie alla meta di Cittadini e alla trasformazione di Canna. Il 7-0 tiene per buona parte del primo tempo, poi sale in cattedra Takulua che trasforma due punizioni.
Nella ripresa poi la doccia fredda con la meta di Piutau. E’ 13-7, ma dura davvero un giro di lancette di orologio: Allan spacca la linea e realizza la seconda meta azzurra. Ancora Takulua trafigge l’Italia con un calcio, ma segue Padovani per il 17-16. A un passo dallo scadere, ecco la beffa: Takulua con un’altra punizione fissa il risultato sul 19-17.

Ecco di seguito alcune foto realizzate prima e durante la sfida:

 

Lo abbiamo lasciato piegato in due su se stesso, con il fraterno abbraccio di Luis Suarez a consolare chi, nella sua lunga, tenace e sempre controcorrente carriera, si è ritrovato a lottare contro nemici più grandi di lui. Capitano del Liverpool, capitano dell’Inghilterra in un’era del football dal forte sapore amarognolo, dal grande potenziale smarrito per strada. Una condanna eterna, per chi nell’eternità ci entra a colpi di tackle, sassate da fuori area e inserimenti puntuali. Geometra e scassinatore, progressista del centrocampo moderno. Steven Gerrard, annunciando il suo ritiro dal calcio giocato ha detto:

Ho avuto una carriera incredibile e sono grato per ogni momento della mia carriera a Liverpool, con l’Inghilterra e nei Los Angeles Galaxy. Mi sento fortunato ad aver vissuto così tanti momenti meravigliosi nel corso della mia carriera

Se con il Liverpool la gioia più grande l’ha provata nella notte pirotecnica di Istanbul con la vittoria della Champions League ai danni del Milan, in Nazionale le cose sono andate diversamente. Drammaticamente. Dalla felicità del suo esordio, il 31 maggio 2000, a 20 anni compiuti da un giorno, alla prima acerba delusione per il Mondiale del 2002 saltato per un infortunio, fino ai ripetuti ceffoni presi nelle edizioni successive. Dodici partite in tutto, da Germania 2006 a Brasile 2014. Lui ha provato a invertire un destino nefasto, un peccato originale che la Nazionale inglese si trascina da mezzo secolo. Ecco alcune istantanee che immortalano gli alti e i bassi di Gerrard nelle sue esperienze mondiali:

10 giugno 2006 – L’esordio in un Mondiale con la maglia dell’Inghilterra

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E’ il primo Mondiale per Steven Gerrard, gara d’esordio nel Girone B contro il Paraguay e lo inizia alla sua maniera. Tanta intensità a centrocampo, derviscio trita palloni ed entrate decise a tenaglia contro gli avversari sudamericani (vedere qui). Mentre Lampard, accanto a lui nella mediana di centrocampo, mantiene una certa compostezza mista a brillantina in testa e pensa principalmente ad avanzare e a cercare la rete, Stevie, fastidioso, si sporca sin da subito i calzettoni bianchi beccandosi un’ammonizione dopo appena 19’. Come diceva Brera, nella mente del numero 4 c’era solo da menare il torrone;

15 giugno 2006 – Il primo gol al Mondiale

English midfielder Steven Gerrard (L) sh

Va bene essere sporchi e cattivi, ma Gerrard, colui che ha anticipato i tempi incarnando il ruolo del centrocampista fosforo&tacchetti, doveva lasciare il suo timbro personale – non sui parastinchi degli avversari – al Mondiale in Germania. Contro Trinidad&Tobago, in un match viscoso sbloccato solo sul finale da Peter Crouch, il ragazzo del Liverpool chiude i giochi al 91’ con un bel tiro di sinistro piazzato all’angolino alto, dopo una bella finta a rientrare da fuori area;

20 giugno 2006 – Usa la testa Stevie!

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La Nazionale dei Tre Leoni, che ha raccolto più punti che bel gioco, si fa travolgere dagli assalti della Svezia. Il gol spettacolare di Joe Cole non cambia la storia dell’incontro, fino all’ingresso di Gerrard. Entrato al 70’, quando l’1-1 sembrava andar più che bene all’Inghilterra e strettissimo agli svedesi, dopo 16 minuti, il centrocampista riceve in area un cioccolatino morbido del solito Joe Cole e dolcemente, ma con giustezza infila Isaksson di testa. L’incontro termina comunque 2-2 e l’Inghilterra di Sven-Göran Eriksson accede agli ottavi contro l’Ecuador;

1° luglio 2006 – Non è da questi particolare che si giudica un giocatore

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Rigori, dannati rigori. Contro il Portogallo, l’Inghilterra crea tante occasioni quante ne ha avute in tutti i match precedenti della fase a gironi, nonostante l’inferiorità numerica per l’espulsione scellerata di Rooney al 62’. Non bastano 120 minuti: Ricardo e la difesa portoghese alzano le barricate e, in queste circostanze (Gerrard lo sa bene pensando a Milanliverpooltreatre), chi l’ha giocata meglio alla fine cade nel tranello della tensione, della paura. Dagli 11 metri sbaglia subito Lampard, la rimette in piedi Hargreaves, poi crollo definito proprio di Stevie G. e del suo fido alleato in zona Merseyside, Jamie Carragher. Quattro rigori, tre errori, auf Wiedersehen Mondiale;

12 giugno 2010 – Con la fascia di capitano al braccio

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Dopo la clamorosa mancata qualificazione agli Europei del 2008, l’Inghilterra si presenta al Mondiale del 2010 con Fabio Capello in panchina e Steven Gerrard a guidare una Nazione con la fascia di capitano al braccio. E’ un tentativo di rinascita dopo la fallimentare gestione di McLaren, lo scandalo che coinvolse la vita privata di Terry, capitano fino a quel momento. Nei piani di Capello, in realtà, la fascia sarebbe spettata a Rio Ferdinand, ma un infortunio gli fece saltare quell’edizione dei Mondiali. Gerrard, in questa tormenta, è sempre lì: nel match d’esordio contro gli Stati Uniti è proprio lui a segnare la prima rete dell’Inghilterra. Classico inserimento che lo hanno reso giocatore moderno e poliedrico. L’incontro finirà 1-1;

27 giugno 2010 – La disfatta tedesca

Le istantanee che hanno fatto la storia di questo incontro e del calcio moderno sono due: il frame che immortala il gol di Lampard non convalidato, nonostante la palla avesse superato di netto la linea e la successiva disperazione del centrocampista del Chelsea. Quello in Sudafrica è stato un Mondiale sciapo per l’Inghilterra: dopo il pareggio all’esordio, segue uno spento 0-0 contro l’Algeria e una vittoria risicata contro la Slovenia. Contro la Germania è notte fonda: finisce 4-1, con la beffa di una possibile rimonta strozzata da un gol non visto (poteva essere il possibile 2-2). Unico sussulto parte dal solito piede di Gerrard che scodella in mezzo il cross per il 2-1 momentaneo realizzato dal difensore Upson. Solo tre reti per i Tre Leoni a questo giro: il capitano del Liverpool, magra soddisfazione per un Mondiale condotto da capitano, partecipa attivamente in due di queste;

19 giugno 2014 – La fine di un’era sbagliata: sconfitta contro l’Uruguay e titoli di coda

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Un lento declino che trova nel Mondiale del 2014 in Brasile la mazzata finale. Lo scetticismo che c’è attorno a Roy Hodgson trova conferme sul campo: Gerrard è ancora il capitano di una Nazionale che prova a ridisegnarsi con Sturridge, Sterling e Wellbeck su tutti, ma che si affida ancora alla Golden Generation di Lampard, Rooney e Gerrard appunto. Ma le cose vanno male. L’Italia sconfigge l’Inghilterra all’esordio per 2-1, il girone D è anomalo con Uruguay e Costa Rica a dettare legge, l’Inghilterra annaspa e crolla proprio nel secondo incontro, contro Suarez&co.
E’ la cartolina di addio, poche parole scritte frettolosamente per dimenticare al più presto. E’ Suarez che abbraccia e consola Gerrard a fine incontro, due amici, due che hanno provato a scrivere un pezzo di storia a Liverpool. Ed è un peccato che sia stato proprio il centrocampista col numero 4 sulle spalle a spizzare la sfera di testa consegnandola al letale attaccante per il gol del 2-1. La Nazionale della Regina è già fuori, per Gerrard è l’ultima partita con la fascia da capitano: nell’ultimo, inutile, match contro il Costa Rica, entra, infatti, a partita in corso.

Dopo 14 anni, 114 presenze, 21 gol, tra gioie, lacrime e delusioni, tra contrasti, calzettoni sporchi e tagliati e la carica di un condottiero che si è perso tra primedonne, quella volta chiuse con la Nazionale. Questa volta è davvero finita. Stevie, it’s over.