Author

Giovanni Sgobba

Browsing

C’è una cosa che rende eterno e immenso Roger Federer: mette tutti d’accordo. Anche se nel tennis, visto al di qua della realtà, possono esserci meno conflitti, anche se non ci sono Maradona o Pelè o Messi a creare faide o estremismi, la storia di uno degli sport più coinvolgenti e affascinanti e ricchi di colpi di classe è fatta di tanti uomini vincenti.
Ogni epoca ha avuto il suo mito, in alcune ere si sono scontrati titani, nel mondo moderno Rafa Nadal – Roger Federer è stata un’autentica dicotomia spezzata da Novak Djokovic o, di tanto in tanto, da Andy Murray. Un posticino tra i grandi, quando veniva concesso. Chi, però, non è mai venuto meno è stato proprio il tennista svizzero.

A lui gli hanno affibbiato l’appellativo di Re, qualcuno lo vorrebbe innalzare a divinità dopo l’ottavo Wimbledon conquistato nella sua carriera, nella terra dove si invoca Dio per salvare la regina. Su questa terra, anzi su questo prato verde, dai formalismi classici, dalle uniformi bianche e dalle fragole con panna, Federer ha compiuto un passo decisivo verso l’eternità.
Ed è un’affermazione che, in loop, ritorna e si aggiorna a ogni suo successo. A ogni sua vincita l’asticella si sposta in avanti, poco alla volta. Ma questa volta, a 35 anni e 342 giorni, ci sono più motivi per poter incoronare la carriera di un tennista che ha cucito una forma d’arte unica, irripetibile.

Il 3-0 rifilato al sofferente Marin Cilic (causa vescica sotto il piede sinistro) nella finale di Wimbledon è il suggello di una prestazione che Federer non aveva ancora compiuto: per la prima volta, ha alzato il trofeo senza concedere nemmeno un set. Lui è riuscito anche in questo paradosso: il suo 19esimo Slam, insperato e con qualche acciacco non da poco lasciatosi alle spalle, è quello con meno games giocati.

E’ anche per questo che lo svizzero mette tutti d’accordo: il 2016 era stato l’anno dello sconforto, quello che preannuncia un declino fisico e sportivo inevitabile. “E’ stato bello, ora è tempo di crescere”, la fine della gioventù sua e di molti appassionati che l’anno visto, strabuzzando gli occhi, per la prima volta nel 2001. Il giovincello dal look da teenager, capello lungo e collanina che prova l’assalto al trono, affrontando il sette volte campione Pete Sampras. E riuscendo a buttarlo fuori con una risposta al servizio da mostro.

Il 2016, dicevamo, quello della maturità e consapevolezza: gli scricchiolii alle ginocchia e alla schiena, molto spesso superati grazie alla sua classe immensa che copriva i gap fisici, i set in cui arrivava stremato e la presa di posizione ovvero la decisione di operarsi al ginocchio e chiudere in anticipo l’anno.
Il recupero, la saggezza di rinunciare a determinati tornei e ricalibrare gli allenamenti. Abnegazione e voglia di dimostrare di essere ancora al centro della sua vita, del suo sport. Il resto è noto: vittoria a Melbourne, Miami, Halle, Wimbledon.

 

Ecco perché lo svizzero mette tutti d’accordo: perché è un re senza corona, è mortale nelle sue scelte e nelle sue decisioni. E’ vicino a noi, è la spinta a non mollare mai. Il suo pianto sul Centre Court dopo la vittoria di Wimbledon alla vista dei suoi quattro figli e l’affermazione «E’ la nostra vittoria» chiude il cerchio con le lacrime liberatorie del 2003, quando centrò il suo primo Slam, sconfiggendo Mark Philippoussis.
Oggi, 19 Slam dopo, Federer sfida il tempo, anzi, il tempo è l’unico suo vero avversario. Annienta Cilic finale in 1 ora e 41 minuti con il punteggio di 6-3,6-1,6-4, il secondo punteggio più netto nei 19 suoi vittoriosi Slam dopo la vittoria su Hewitt nel 2004; non ha concesso nemmeno le briciole agli avversari in questo cammino di Championships, come solo quattro altri hanno fatto prima di lui sull’erba verde di Londra: Don Budge nel 1938, Tony Trabert nel 1955, Chuck McKinley nel 1963 e Bjorn Borg nel 1976.

A 36 anni da compiere ad agosto, il suo unico e vero sfidante è, dunque, Kronos, dio del tempo. Nel tennis di oggi ognuno recita la propria parte: tennisti, commentatori, appassionati, ciascuno di loro ha il proprio copione. Ma tutti aspettano la giocata di Federer. Il tifo sarà sempre dalla sua parte. E anche la storia. Si può dire che esiste un tennis prima di Federer e dopo di Federer. Il campione ha spostato oltre l’immaginazione i limiti del tennis, dello sport e della vita.
Ha sfidato Kronos, l’avversario più temuto e, a giudicare il suo 2017 sublime, forse sta vincendo anche quest’altro match.

Pierre Remy è il nuovo campione del mondo di parapendio. La francese Seiko Fukuoka Naville mantiene il titolo per la categoria donne, bronzo per l’italiana Silvia Buzzi Ferraris. Anche nella categoria squadre i transalpini salgono sul gradino più alto. 

Il parapendio ha i suoi nuovi campioni del mondo: a dominare in ogni classifica la Francia. Nella categoria Overall l’oro va al francese Pierre Remy che raccoglie il testimone dal connazionale Honorin Hamard. Argento al britannico Guy Anderson e doppia medaglia di bronzo per Honorin Hamard (Fra, ex campione del mondo) e per Jurij Vidic (Slo).
Nella categoria donne resta regina indiscussa la già campionessa in carica Seiko Fukuoka Naville (Fra) che ha difeso il titolo in solitaria. Argento per Kari Ellis, l’australiana rivelazione di questo campionato, bronzo per l’italiana Silvia Buzzi Ferraris.

Podio Overall

Ancora Francia anche per l’oro a squadre. Argento alla Slovenia e bronzo alla Svizzera.

Si chiude quindi con la task di sabato 15 luglio il MonteAvena2017, 15° Mondiale di Parapendio, che per la prima volta è stato ospitato in Italia e che con le 48 Nazioni in gara, ha segnato il record assoluto nella storia di questa disciplina.

Podio Donne

Più di 30.000 gli appassionati che negli 11 giorni di gara si sono mossi per seguire da vicino i 150 piloti in lizza per il titolo. Ben 150 vele che si sono mosse in un’area di 5.000 kmq, regalando uno spettacolo mozzafiato che ha coinvolto i cieli di tutto il triveneto.

Un risultato straordinario per gli organizzatori di casa nostra che hanno raccolto il plauso e il consenso non solo delle Istituzioni italiane, ma anche quello delle Federazioni internazionali di disciplina: «Un risultato che fa onore al nostro Paese. Abbiamo senza dubbio alzato l’asticella degli standard in questo sport. Siamo soddisfatti e orgogliosi del lavoro svolto», dichiarano gli organizzatori.

Podio Squadre

 

CATEGORIA OVERALL: Pierre Remy (FRA), Guy Anderson (GBR), Jurij Vidic (SLO)

DONNE: Seiko Fukuoka Neville (FRA), Kari Ellis (AUS), Silvia Buzzi Ferraris (ITA)

SQUADRE: France, Slovenia, Svizzera

Nella task 10 di venerdì 14 luglio, penultima, giornata di mondiale, è l’argentino Hernand Pitocco ad arrivare primo. Tra le donne ancora una volta la francese Seiko Fukuoka Naville a tagliare il traguardo per prima.
Chiudono il percorso in 20, molti dei favoriti degli ultimi giorni a terra lungo il percorso. Quarto posto di giornata per l’italiano Biagio Alberto Vitale.

 Una gara quella di venerdì 14 luglio disputata in gruppo compatto per lunga parte del percorso. Effettuati senza particolari problemi gli aggiramenti sopra Crosara, Possagno. A questo punto in gara ci sono ancora 120 piloti che si dirigono in direzione Vidor per aggirare la terza boa. Ma quando il gruppo è in sorvolo sulla zona tra il golf club di Asolo e la zona industriale di Pederobba circa 80 piloti non riescono a mantenere quota e sono costretti ad atterrare.

Per chi riesce a rimanere in aria inizia un lavoro fatto di nervi saldi, pazienza ed esperienza. Così circa in 20 riescono poco alla volta a ritornare in quota e ad effettuare l’aggiramento sopra Vidor. Qui con metodo e sangue freddo continuano ad alternare brevi spostamenti in avanti e momenti in cui rifanno quota, fino ad arrivare all’altezza di Soligo. A questo punto sono pronti a riprendere la corsa in direzione Revine per tagliare la linea di goal.

Biagio Alberto Vitale

Nel gruppo di 20 piloti che hanno chiuso la task, i campioni del mondo in carica Honorin Hamard e Seiko Fukuoka Naville, ma anche moltissimi atleti che non avevano finora dominato nessuna manche. Tra questi l’argentino Hernand Pitocco che si attesta vincitore di giornata. Ottimo risultato anche per l’italiano Biagio Alberto Vitale che chiude in quarta posizione.

Classifica provvisoria della task 10, in attesa degli accertamenti tecnici:

Uomini: Hernand Pitocco (Arg) , Josh Cohn (Usa), David Ohlidal (Cze)

Donne: Seiko Fukuoka Naville (Fra),  Klaudia Bulgakow (Pol), Silvia Buzzi Ferraris (Ita)

 

Classifica generale provvisoria, in attesa degli accertamenti tecnici:

Overall: Honorin Hamard (Fra), Jurij Vidic (Slo), Dusan Oroz (Slo)

Donne: Seiko Fukuoka Neville (Fra), Kari Ellis (Aus), Emanuelle Zufferey (Sui)

Squadre: Francia, Slovenia, Svizzera

Buone le condizioni di partenza, poi lo stop per rovesci sopra Feltre.
I migliori risultati di giornata sono di Torsten Siegel (Ger) per la categoria overall e Laurie Genovese (Fra) per le donne. Anche il ministro dello Sport Luca Lotti a Pedavena per salutare i Mondiali e congratularsi con gli organizzatori.

Giovedì 13, gara stoppata alle 14.24 per un rovescio sopra Feltre. La buona notizia è che i chilometri percorsi saranno conteggiati come validi per le classifiche. A portare a casa i risultati migliori per questa giornata è stata la Germania che ha dominato la manche conquistando primo, secondo e terzo posto della classifica overall con i piloti Torsten Siegel, Andreas Malecki e Marc Wensauer. Per le donne i migliori risultati di giornata sono di Laurie Genovese (Fra), Emanuelle Zufferey (Sui) e Yvonne Dathe (Ger).

I piloti sono partiti giovedì mattina alle 13.00 tagliando la linea di start sopra Croce d’Aune e si sono da subito divisi in due gruppi: il primo ha puntato all’aggiramento delle prima boa da nord, scegliendo di costeggiare la montagna. Strategia che nei giorni precedenti si era rivelata vincente, ma non oggi.
Le condizioni meteo hanno, infatti, favorito il gruppo che ha puntato alla prima boa scegliendo la via più a sud, sopra la piana di Feltre: le termiche sono buone e i piloti mantengono facilmente velocità e quota e si assicurano un passaggio veloce.

Sulla via della seconda boa, da aggirare sopra il Monte Avena, i piloti in testa trovano uno stallo nel passaggio sopra il Telva e perdono buona parte del loro vantaggio. Il passaggio della seconda boa avviene in modo sostanzialmente compatto, con gli inseguitori che agganciano il gruppo di testa sulla via della terza boa, che viene aggirata sopra Stabbie. Poi, quando le vele sono già rivolte in direzione Rasai per l’aggiramento della quarta boa, mentre i piloti sono nuovamente sopra il Telva, arriva il rovescio e con esso il segnale di stop. La manche però è valida e i vincitori di giornata hanno accumulato punti preziosissimi in vista di sabato, ultima giornata della gara mondiale.

Lo spettacolo è stato seguito in parte anche dal ministro dello sport Luca Lotti, che nell’odierna trasferta bellunese ha fatto tappa al quartiere operativo dei Mondiali di parapendio MonteAvena2017 a Pedavena (Bl). Il ministro ha consegnato agli organizzatori della manifestazione un attestato di riconoscimento per l’importante lavoro svolto sia in termini sportivi, sia per l’ottima promozione della disciplina, sia per le eccellenti interconnessioni create tra sport, territorio e offerta turistica. Ecco le sue dichiarazioni:

Siamo qui oggi perché non esistono sport minori. Per noi tutti gli sport hanno pari dignità. Superare questa distinzione è uno dei principali obiettivi che ci siamo posti. Quando ci sono eventi come questo non si tratta solo di sport. Qui parliamo di cultura, turismo, economia oltre che delle performance atletiche. Questo è il messaggio che deve passare e che gli organizzatori di questo Mondiale hanno espresso in modo eccellente

 

Classifica provvisoria della task numero 9, in attesa degli accertamenti tecnici:

Uomini: Torsten Siegel (Ger) , Andreas Malecki (Ger), Marc Wensauer (Ger)

Donne: Laurie Genovese (Fra),  Emanuelle Zufferey (Sui), Yvonne Dathe (Ger)

 

Classifica generale provvisoria, in attesa degli accertamenti tecnici:

Overall: Jurij Vidic (Slo), Dusan Oroz (Slo), Pierre Remy (Fra)

Donne: Seiko Fukuoka Neville (Fra), Kari Ellis (Aus), Silvia Buzzi Ferraris (Ita)

Squadre: Francia, Slovenia, Svizzera

Fonte: comunicato stampa

Ce lo ricordiamo per il suo inserimento pungente con cui si è incuneato nella difesa dell’Italia prima di essere steso da Materazzi, in area di rigore. Quel rigore trasformato da Zidane nella finale del Mondiale 2006 a Berlino. Florent Malouda, puro esterno sinistro, alcune volte impiegato come terzino per la sua capacità di essere duttile e soprattutto rapido ed efficace.
Quel 9 luglio all’Olympiastadion, Florent è uscito dal campo con una medaglia d’argento al collo, ma nella sua carriera ha vinto davvero tanto: con l’Olympique Lione ha conquistato quattro campionati consecutivi, poi, passato al Chelsea, si è confermato pedina indispensabile riuscendo ad alzare al cielo una Champions League e un’Europa League.
Dopo l’esperienza inglese, Malouda ha iniziato un giro strambo tra Trabzonspor, Metz, Wadi Degla in Egitto, e Delhi Dynamos in India.

Per il 37enne francese nato a Caienna, però, le avventure non sono ancora finite. Sì perché 11 anni dopo l’avventura con Francia nel Mondiale giocato in Germania, Malouda ritorna a giocare in Nazionale, ma non indossando la casacca bleu!

Qualche mese fa, infatti, Malouda ha disputato la Coppa dei Caraibi con la maglia della Guyana francese, sua terra d’origine essendo nato, come detto, nel capoluogo Caienna. Ma un momento: non è vietato giocare con due Nazionali differenti? In realtà il paese sudamericano che costituisce una regione della Francia, non è affiliato alla Fifa e, secondo gli standard giuridici, il centrocampista aveva le carte in regola per vestire la maglia della Guyana e così ha fatto aiutando la squadra a ottenere il bronzo nella manifestazione.

Ma la Guyana francese si è qualificata anche per la Gold Cup, una competizione del Nord America e del Centro America, organizzata dalla Concacaf, ogni due anni. E qui le regole sono le stesse della Fifa: niente cambio di Nazionale, dunque.
Ma nonostante questo divieto Malouda è stato confermato, con tanto di fascia di capitano, nella formazione inserita nel gruppo A assieme a Canada, Costa Rica e Honduras. E proprio contro l’Honduras, l’ex francese che ha 80 presenze e nove reti con Les Bleus, è sceso in campo dando una mano per strappare un pareggio storico.
Ovviamente è già partito l’esposto con cui l’Honduras chiede una vittoria a tavolino per 3-0.

Il caso “spinoso” apre scenari interessanti: la Francia, come residui del suo impero coloniale, dispone di dipartimenti e di regioni d’oltremare. Quest’ultime sono collettività territoriali integrate nella Repubblica Francese allo stesso titolo dei dipartimenti o delle regioni della Francia metropolitana, facendo quindi parte integrante dell’Unione europea.
Ciascuno di questi dipartimenti costituisce una regione mono-dipartimentale, che è stata denominata Regione d’oltremare in seguito alla revisione costituzionale del 2003 e sono cinque: Guadalupa, Martinica, Riunione, Mayotte e, appunto, Guyana francese.

Evidentemente Malouda, che tanto ha girato nella sua carriera tra Francia, Inghilterra, Egitto, Turchia e India, forse, a questo giro, ha perso la bussola.

 

Taglio della linea di meta contemporaneo per Stephan Morgenthaler (Sui) e Jurij Vidic (Slo). Terzo posto per Pierre Remy (Fra). Tra le donne, prima l’autrasliana Kari Ellis.  

Ancora un’ottima giornata di gara, quella di mercoledì 12, per i piloti che si stanno contendendo il titolo di campione del mondo. Con 73,9 chilometri percorsi tutti nella vallata feltrina e buone condizioni di volo, ben 115 hanno centrato l’obiettivo chiudendo la task di giornata senza particolari difficoltà.

Tagliano la linea di goal simultaneamente, per primi, lo svizzero Stephan Morgenthaler e lo Sloveno Jurij Vidic che già nel giorno prima aveva condotto un’ottima gara chiudendo in terza posizione la task. La terza posizione del podio di questa ottava giornata di gara appartiene invece al francese Pierre Remy. L’australiana Kari Ellis conferma le ottime prestazioni dei giorni precedenti e oggi chiude prima tra le donne, interrompendo la serie della francese Fukuoka Naville.

Una gara compatta dove i percorsi scelti dai piloti si sono discostati solo in brevissimi tratti.  Lo start alle 13.00 sopra Pedavena, il gruppo è compatto e dopo il via si muove velocemente, aggira la prima boa sopra Pullir e altrettanto veloce si dirige alla seconda boa che aggira sopra il monte Vallorca, a sud di Fonzaso.
Sulla via della terza boa, da aggirare sopra Santa Giustina, in prossimità della linea di decollo i piloti si prendono un momento per fare termica e riconquistare quota. È a questo punto che un gruppo di sei si stacca e parte velocissimo, subito dietro il resto dei piloti: una parte costeggia i monti e passa sopra San Gregorio e mantiene facilmente quota e velocità. Una parte sceglie di passare sopra Cesiomaggiore e resta un po’ più indietro.

Dopo la boa di Santa Giustina il gruppo comunque si ricompatta, la ventina di piloti che aveva scelto la via di San Gregorio si trova in leggero vantaggio. Tutti gli altri inseguono. Direzione Arten, aggiramento dell’ultima boa, poi taglio della meta sopra il Boscherai, disimpegno su Col Melon e atterraggio al Boscherai.

Uno spettacolo davvero suggestivo, tantissimi i piloti arrivati a meta in un susseguirsi omogeneo di vele colorate che una dopo l’altra hanno toccato terra tra gli applausi dei presenti.

 

Classifica provvisoria dell’ottava task  in attesa degli accertamenti tecnici:

Uomini: Jurij Vidic (SLO), Stephan Morgenthaler (SUI), Pierre Remy (FRA)

Donne: Kari Ellis (AUS), Laurie Genovese (FRA), Seiko Fukuoka Naville (FRA)

Classifica generale provvisoria, in attesa degli accertamenti tecnici:

Overall: Pierre Remy (FRA), Jurij Vidic (SLO), Luc Armant (FRA)

Donne: Seiko Fukuoka Neville (FRA), Kari Ellis (AUS), Silvia Buzzi Ferraris (ITA)

Squadre: Francia, Svizzera, Slovenia

Cosa si può fare in 11 ore e 5 minuti? Per esempio, se avete un lavoro impiegatizio, potete lavorare otto canoniche ore e poi avere il tempo per una passeggiata, per fare la spesa, per giocare con i vostri figli o andare in giro con il cane. Si può dormire serenamente, svegliarsi, fare colazione, andare a mare o fare un rapidissimo salto in montagna. Oppure si può stare attaccati alla tv e gustarsi le maratone elettorali di Mentana su La7.

John Isner e Nicolas Mahut, invece, nel 2010, hanno pensato di giocare a tennis (quasi) ininterrottamente.
E’ la partita di tennis più lunga della storia, forse irripetibile, certamente entusiasmante e a tratti drammatica con i giocatori esausti e provati, ma anche consci di entrare nei record dei record.
Ben 11 ore e 5 minuti con il punteggio di 6/4 – 3/6 – 7/6 – 6/7  e…70/68 in favore di Isner.

Wimbledon è il palcoscenico perfetto per entrare nella storia: il 22 giugno 2010, alle ore 18.18, inizia il match tra l’americano John Isner e il francese Nicolas Mahut. E’ solo il primo turno e nemmeno un incontro di cartello, Mahut è numero 148 del ranking Atp e si ritrova nel tempio del tennis inglese dopo due incontri di qualificazione. Il luogo dell’eroica disputa è il campo secondario numero 18.

Nulla, all’inizio, lascia presagire l’epicità del match: tutto scorre in maniera lineare, il primo set dura 32’, il secondo 29’, molto rapidi, il terzo 49’ e il quarto 64’. Poi è il momento del quinto set. Durata? Quattrocentonovantuno minuti. Interminabili (provate a dirlo con la voce narrativa di Fantozzi).

Come detto, l’incontro iniziò martedì 22 giugno alle 18.18, venne poi sospeso una prima volta alle 21.07 per la troppa oscurità; venne ripreso mercoledì 23 alle 14.05 e già alle 17.45 Isner e Mahut entrarono nella storia come match più lungo di sempre, superando  le 6 ore e 33 minuti del match Fabrice Santoro – Arnaud Clément al Roland Garros nel 2004.

Ma siamo solo a metà: alle 21.13, l’incontro viene sospeso per il secondo giorno consecutivo sul punteggio di 59-59 del quinto set. Si arriva a giovedì 24 e la contesa dura circa un’ora: inizia alle 15.40 e termina alle 16.48 con la vittoria di Isner.

John McEnroe, esaltato come tutti dall’incontro storico, chiese di far spostare i due tennisti sul campo centrale, ma non se ne fece nulla. Durante la seconda giornata, inoltre, il tabellone Ibm che segnava il punteggio, rimase bloccato sul 47-47 prima di spegnersi. Furono gli stessi programmatori a spiegare che il tabellone era settato al massimo con tale punteggio.

Se 11 ore e 5 minuti possono solo rendere una parziale idea dell’impresa, ecco altri numeri e record: sono 183 i game giocati, (112 era il precedente nel match tra Pancho Gonzales e Charlie Pasarell nel 1969); 215 gli ace, di cui 112 di Isner e 103 di Mahut (il precedente era fermo a 96 ace nel match Ivo Karlović e Radek Štěpánek); set più lungo della storia con 8 ore e 11 minuti.

Al termine dell’incontro, è stato consegnato a entrambi i giocatori un riconoscimento speciale da parte dell’All England Club. Lo stesso club ha, inoltre, posto una speciale placca commemorativa del match nel campo 18: the longest match.

 

Vi risparmiamo tutto il match. Qui potete vedere l’ultimo game e il match point decisivo, la gioia di Isner, lo sconforto di Mahut e la premiazione:

IL PILOTA PIÚ GIOVANE

Si chiama Tyr Goldsmith Tyr, ha 19 anni, arriva dall’Islanda, gareggia con il numero 139 ed è il più giovane tra i piloti in gara.
Ha cominciato a volare quando aveva appena 14 anni, grazie anche alla passione trasmessa dal padre Bruce Goldsmith, a sua volta parapendista, di origine britannica, campione del mondo nel 2007. Tyr si racconta:

All’inizio quando ero piccolo ho cominciato con il kite surf, poi un giorno ho provato il parapendio e ho visto i miglioramenti che facevo giorno per giorno. A quel punto ho capito le possibilità che questo sport poteva aprirmi e da allora è diventato il mio sport. Quest’area è davvero eccezionale per il volo, si può passare dalle montagne alla pianura davvero in poco tempo, con un’ottima varietà di paesaggi e condizioni. Spero di imparare molto in questo campionato, ho la possibilità di competere con i migliori piloti del mondo e capire meglio come gestire gare di alto livello

 

 

IL PILOTA PIÚ ANZIANO

Non ci dice quanti anni ha, ma ci racconta che vola da quando aveva 16 anni e ormai sono quasi 44 anni che vola. Lunga esperienza quindi per il lussemburghese Etienne Coupez, unita a grande senso dell’ironia.
Gareggia con il numero 146 ed è l’unico pilota in gara a difendere i colori del Lussemburgo. Le sue parole:

È molto bello volare qui: ci sono montagne bellissime e pianure che lanciano grandi sfide. E i paesaggi che possiamo vedere dall’alto sono davvero molto interessanti. Negli anni passati avevo volato nelle zone di Bassano, ma ora con questo Mondiale ho l’opportunità di conoscere da vicino anche questa zona

 

LA RIVELAZIONE TRA LE DONNE

È australiana la donna rivelazione di questo Mondiale. Kari Ellis gareggia con il numero 61 e, con grande sorpresa di tutti (sua per prima), sta insidiando da vicino, nella categoria donne, la campionessa del mondo in carica Seiko Naville Fukuoka e la nostra Silvia Buzzi Ferraris posizionandosi nel terzo gradino di un podio che da anni ormai apparteneva a Francia e Italia. Il suo sguardo ci fa capire la differenza tra Italia e Australia:

È la prima volta che volo nelle Alpi ed è in assoluto la prima volta che sorvolo montagne grandi come queste. In Australia abbiamo grandi pianure e montagne molto piccole. Ironicamente, tuttavia, la cosa più difficile in questi giorni è stato proprio sorvolare i tratti di pianura, perché presenta condizioni assolutamente diverse da quelle australiane

 

Fonte: comunicato stampa

Fu il giorno in cui la prosa umiliò la poesia. Una generazione cresciuta con racconti sfocati senza mai aver vissuto il Maracanazo, si ritrovò incollata alla tv o allo stadio ad assistere un nuovo passaggio storico, il Mineirazo. L’8 luglio 2014 è stato il giorno più nero per gli appassionati di calcio in Brasile e, per contraltare, l’esaltazione massima per il popolo tedesco: Brasile – Germania 1-7. Nel Mondiale giocato in casa, nel Mondiale di Neymar e della possibile sesta Coppa del mondo, tutta una nazione implose smarrita nella notte più oscura di sempre.

Una semifinale mai esistita, il peggior incubo. Ancora in casa, come il Mondiale del 1950, acciuffato dall’Uruguay nella finale allo stadio Maracanã, davanti a quasi 200mila spettatori increduli, sbigottiti. In precedenza, il Brasile aveva perso una sola volta con un simile scarto di gol, nel 1920 perse 6-0 contro l’Uruguay, e non aveva mai subito sette reti in una partita mondiale.
Il Mineirão diventò la tomba per i calciatori carioca, l’altare della gloria per i teutonici: Müller, Klose, due volte Kroos, Khedira e due volte Schürrle annientarono i sogni di gloria di un paese che a cicli alterni, si ritrova invischiato in scandali, corruzione e lotte tra trafficanti. Oscar, al 90’, piazzò la rete della bandiera, una bandiera maciullata, vilipesa.
Miroslav Klose, con il gol del 2-0, raggiunse le 16 reti nelle fasi finali di un mondiale, divenendo il miglior marcatore nella storia del torneo, superando proprio il brasiliano Ronaldo.

E’ una delle tante, tantissime storie snocciolate dopo l’impresa tedesca. Gli appassionati di statistica, subito dopo il triplice fischio finale, hanno riavvolto le loro menti, i ricordi e sfogliato tutti i dati per trovare altre sconfitte roboanti nelle quali era necessario l’utilizzo del pallottoliere. E ce ne sono: ecco i match finiti in goleada:

10- Turchia – Corea del Sud 7-0, 1954

Sette gol nel Mondiale in Svizzera nel 1954 messi a segno dalla nazionale turca alla sua prima apparizione mondiale. Il turco Burhan Sargun segnò una tripletta , ma quella sconfitta non fu la peggiore subita dai coreani ai Mondiali di Svizzera;

 

9- Uruguay – Scozia 7-0, 1954

Ancora in Svizzera, un’edizione ricca di gol. Gli scozzesi subirono la loro peggior sconfitta nella storia del torneo iridato al St. Jakob Stadium di Basilea, alla loro prima partecipazione. Tripletta di Carlos Borges e due doppiette, quella di Oscar Miguez e di Julio Abbadie;

 

8- Polonia – Haiti 7-0, 1974

Sempre con uno scarto di sette reti, Haiti venne demolita alla sua prima e tutt’oggi unica apparizione. Il polacco Andrzej Szarmach, all’Olympiastadion di Monaco di Baviera, segnò tre gol. Eppure il paese caraibico, all’esordio contro l’Italia riuscì addirittura a passare in vantaggio (poi perse 3-1) con Sanon, che pose fine all’imbattibilità di Dino Zoff arrivata a 1.143 minuti;

 

7- Portogallo – Corea del Nord 7-0, 2010

Quello del 2010 in Sudafrica, fu uno strano Mondiale per il Portogallo. Inserito nel girone assieme Costa d’Avorio, Brasile e Corea del Nord, i portoghesi superarono il turno arrivando secondi e perdendo poi contro la Spagna per 1-0, grazie a due 0-0 contro Brasile e Costa d’Avorio e demolendo per 7-0 gli asiatici. Insomma, tutti i gol segnati dal Portogallo furono realizzati in un solo match anche se, alla fine del primo tempo, il risultato era ancora sull’1-0;

6- Svezia – Cuba 8-0, 1938

Solita storia che si ripete alle nazionali alla prima partecipazione in assoluto. Cuba fu distrutta nei quarti di finale dalla Svezia, grazie alle due triplette di Harry Andersson e Gustav Wetterstrom;

 

5- Uruguay – Bolivia 8-0, 1950

Altro match con otto gol di scarto, derby tutto sudamericano. L’Uruguay che poi vincerà quell’edizione nel famigerato Maracanazo, a Belo Horizonte demolì la Bolivia per 8-0. Tra i protagonisti, Oscar Miguez, autore di una tripletta;

 

4- Germania – Arabia Saudita 8-0, 2002

Partita dai pronostici abbastanza morbidi e larghi, i sauditi non riuscirono a reggere il confronto contro la squadra che arrivò in finale contro il Brasile nel Mondiale giocato in Giappone e Corea. Miroslav Klose realizzò una tripletta completata dalle reti di Michael Ballack, Carsten Jancker, Thomas Linke, Oliver Bierhoff e Bernd Schneider;

3- Ungheria – Corea del Sud 9-0, 1954

Si sale sul gradino più basso del podio. E torna la Corea del Sud che, dopo i sette gol subiti contro la Turchia nello stesso Mondiale, ne prende ben nove, tre giorni dopo, dall’Ungheria. Mattatori furono Sandor Kocsis e Ferenc Puskas che realizzarono due triplette;

2- Jugoslavia – Zaire 9-0, 1974

Lo Zaire ai Mondiali del 1974 verrà ricordato per sempre dalla punizione “al contrario” calciata come urlo liberatorio dal difensore Ilunga Mwepu, contro il Brasile. Ma quell’episodio storico ha un antefatto: il larghissimo e umiliante risultato contro la Jugoslavia. Fu lo stesso Mwepu a spiegare la drammatica esperienza che vissero i calciatori dello Zaire: «Pensavamo che saremmo diventati ricchi, appena tornati in Africa, ma dopo la prima sconfitta venimmo a sapere che non saremmo mai stati pagati e quando perdemmo 9-0 con la Jugoslavia gli uomini di Mobutu ci vennero a minacciare. Se avessimo perso con più di tre gol di scarto col Brasile, ci dissero, nessuno di noi sarebbe tornato a casa»;

1- Ungheria – El Salvador 10-1, 1982

E’ il match dove venne registrata la più grande sconfitta nella storia dei Mondiali. Il Mondiale di Spagna ’82, felice per noi italiani, fu lo scenario della mattanza ungherese: Laszlo Kiss diventò il primo giocatore, subentrato dalla panchina, a segnare una tripletta al Mondiale, mentre Luis Ramirez Zapata segnò l’unico gol di El Salvador in quella partita e l’unico in assoluto nella storia dei salvadoregni in una fase finale.

La pianura povera di termiche ha messo a terra molti tra i più titolati. Completano il percorso solo in sei.

Dopo i due stop dei giorni precedenti, finalmente una giornata di gara portata a termine. Molti però i piloti che non sono riusciti a completare il percorso, alla linea di goal arrivano infatti solo in sei.
Anche la quinta giornata di gara della 15eisma edizione del Mondiale di parapendio ha messo alla prova pensiero strategico, resistenza mentale e perseveranza dei 150 in lizza per il titolo di campione.

Una task partita sopra Passo Croce D’Aune: i piloti riescono a fare quota facilmente e aggirano tutti senza problemi la prima boa (Le Buse) per dirigersi Verso il Nevegal. Un gruppo di testa, dove si trovavano anche italiani, francesi e sloveni, parte velocissimo, ma sopra la piana di Villabruna molti finiscono per perdere quota, non trovano termiche per risalire e sono costretti ad atterrare. Tra questi anche il campione del mondo in carica Honorin Hamard (Fra).

La fretta del gruppo di testa è stata però propizia a tutti quelli rimasti indietro che, vista la parata delle prime linee hanno scelto di puntare più a nord per dirigersi verso la seconda boa costeggiando la montagna. Strada più lunga, ma più ricca di correnti ascensionali.
La gara a questo punto è aperta su due fronti: sotto montagna lo svizzero Morgenthaler guida un gruppo che ha scelto il percorso più lungo, ma che ha mantenuto quota con maggior facilità, che deve tuttavia fermarsi a fare quota a nord di Belluno, più a sud invece un gruppo di piloti resiste alla mancanza di termiche, cercando di recuperare poco a poco quota sopra Villabruna. Tra i secondi i nostri italiani Biagio Alberto Vitale e Luca Donini e i francesi Seiko Fukuoka Naville e Pierre Remy.

Del gruppo “arenato” nella piana di Villabruna una parte riesce e fare quota e prendere il nord per aggirare la boa del Nevegal, come fatto in precedenza dal gruppo guidato da Morgenthaller (tra questi Donini e Fukuoka), gli altri (Vitale e Remy) riescono a fare termica in pianura e raggiungono e aggirano la boa del Nevegal da sud.
A questo punto direzione comune Cesiomaggiore e qui sopra i tre filoni di gara si ricongiungono e si dirigono ad aggirare la boa di Villabruna. In aria restano circa 30 piloti. Il percorso continua con l’aggiramento di boa sopra Salmenega, poi Monte Aurin e taglio della linea di fine gara sopra il Boscherai.

Chiude la manche per primo Adrian Hachen (Sui). Tra le donne nessuna taglia il traguardo. Per gli italiani la miglior posizione di giornata appartiene al trentino Luca Donini che chiude in 2^ posizione.

Classifica provvisoria della task dell’8 luglio, in attesa degli ultimi recuperi e degli accertamenti tecnici è la seguente: per gli uomini Adrian Hachen (Sui), Luca Donini (Ita) e Von Kanel Patrick (Sui) e per le donne: Kari Ellis (Aus) e Seiko Fukuoka Naville (Fra) a pari punteggio, in terza posizione Khobi-Jane Bowden (Rsa)

Classifica generale provvisoria, in attesa degli ultimi recuperi e degli accertamenti tecnici è la seguente: per gli uomini Pierre Remy (Fra), Dusan Oroz (Slo), Honorin Hamard (Fra) e per le donne Seiko Fukuoka Naville (Fra), Silvia Buzzi Ferraris (Ita), Kari Ellis (Aus). Squadre: Svizzera, Francia e Slovenia.

Fonte: comunicato stampa