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Giovanni Sgobba

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L’unico a essere ancora in campo oggi come 20 anni fa è sempre lui, Gigi Buffon. L’unico precedente spareggio che l’Italia è stata costretta a disputare per ottenere il “pass di riserva” per andare a un Mondiale è stato 20 anni fa, contro la Russia. E per Gigi, appena 19enne, fu il suo esordio nella Nazionale dei grandi.
E proprio in terra siberiana la Nazionale vuole fare tappa nel prossimo giugno. Ma dopo la pesante sconfitta contro la Spagna che consegna alle Furie Rosse il prima consolidato del girone e vedendo sfumare la possibilità di un accesso diretto, il playoff rimane l’unica soluzione.

Due decenni fa, nella Qualificazione per Francia ’98, l’Italia fu inserita nel Girone 2 assieme a Inghilterra, Polonia, Georgia e Moldavia. I ragazzi di Cesare Maldini disputarono anche un buon torneo: sapevamo che gli inglesi erano i concorrenti diretti per acciuffare il primo posto che significava qualificazione diretta senza passare dagli insidiosi pareggi.
L’Italia chiuse a 18 punti, senza nemmeno una sconfitta, con 5 vittorie e tre pareggi, un solo gol subito e la memorabile vittoria a Wembley contro l’Inghilterra firmata dal guizzo dell’inglese Zola e dalla saracinesca umana Peruzzi. Ma non fu abbastanza: l’Inghilterra passò come prima avendo totalizzato 19 punti. Per gli azzurri fu fatale il pareggio in casa nello scontro diretto contro i Tre Leoni e, forse, ancor più i due 0-0 ottenuti in trasferta in Georgia e Polonia.

Archiviate, dunque, le speranze di qualificazione diretta, il sorteggio consegnò i russi all’Italia. All’andata, il 29 ottobre, a Mosca, gli azzurri si ritrovarono un campo innevato e ai limiti della praticabilità. C’era da portare a casa la pelle limitando i danni e provare a uscire sani e salvi dalla zuffa fangosa moscovita.
Buffon, alla mezz’ora, prese il posto di Pagliuca, Vieri al 49’ da buon ariete trafisse il portiere di casa, ma appena quattro minuti più tardi, una sfortunata autorete di Cannavaro rimise tutto in discussione. Risultato finale 1-1 e qualificazione che passa per Napoli, il 15 novembre. Fu Casiraghi, al 53’, spinto dall’euforia straripante del San Paolo a regalare la vittoria e il Mondiale all’Italia.

Vent’anni dopo, cosa ci aspetta?

Agli spareggi partecipano le otto migliori seconde dei nove gironi di qualificazioni. La peggior seconda, dunque, sarà esclusa. Al momento le Nazionali sarebbero: Portogallo, Svezia, una tra Ucraina e Croazia, Slovacchia, Irlanda del Nord, Irlanda e Grecia. L’Italia, grazie al coefficiente ranking verrà valutata come testa di serie e quindi eviterà le insidie e lo spauracchio che ha il volto di Cristiano Ronaldo (eviterebbe anche la Croazia o l’Ucraina).

I playoff da dentro o fuori verso Russia 2018 si giocheranno il 9/10 novembre per la partita di andata e il 13/14 novembre per il match di ritorno.

Il triplice fischio dell’arbitro Coelho. Poi una sfrenata corsa ad abbracciare chi si ha accanto, in campo o sugli spalti. L’ultimo frame che abbiamo in mente è Dino Zoff che solleva in cielo la Coppa del Mondo. Nel cielo spagnolo, nel cielo di Madrid.
Il Santiago Bernabeu diventa l’altare della gloria azzurra: 11 luglio 1982. Rossi, Tardelli e Altobelli stendono la Germania Ovest nel 3-1 reso forse più beffardo e amaro per i teutonici per la rete di Breitner al minuto 83.

Contro la Spagna, nella partita decisiva nel girone G delle qualificazioni mondiali di cui fanno parte sia la Roja che gli azzurri, l’Italia torna nuovamente al Bernabeu 35 anni dopo l’ultima volta. Insomma l’accesso diretto al Mondiale di Russia, passa da Madrid, in una sera di fine estate. Estate che è la stagione più bella per il calcio nazionale.

Quella volta, sulla terra madrilena, c’era Zoff, Bergomi, Cabrini, Gentile, Collovati, Scirea, Conti, Tardelli, Rossi, Oriali, Graziani che si infortunò al settimo, e poi Altobelli e Causio. A guardarli e a dirigerli c’era Bearzot. Fu nel secondo tempo, dopo un’occasione sciupata da Cabrini nel primo tempo, che gli azzurri modellarono il loro trionfo: segnò Rossi di testa, poi Tardelli fece urlare la Penisola con una rete da cineteca. A “Spillo” Altobelli, la gioia del 3-0 per gentile concessione di uno straripante Conti. In tribuna, il presidente Pertini esultava come tutti i tifosi italiani.

Le Furire rosse, invece, non giocano una partita ufficiale nel tempio del Real Madrid dal 28 marzo 2009, quando incontrò la Turchia. La Nazionale italiana in realtà manca da Madrid da molto meno: il 5 marzo 2014, perse 1-0 l’amichevole contro la Spagna, ma si giocò allo stadio Vicente Calderon.

L’infortunio di Valentino Rossi che il 31 agosto, nel corso di un allenamento con una moto da enduro, si è procurato la frattura scomposta di tibia e perone, ci riporta in mente una carrellata di incidenti o anche “fuori programma” che vedono come protagonisti sportivi e atleti in contesti fuori dal loro ordinario.
O per diletto impegnati in altri sport o durante momenti di svago o domestici. Alcuni hanno saltato il Mondiale di calcio, altri sono stati costretti a restare ai box per diversi mesi nella propria disciplina. In altri casi hanno avuto conseguenze drammaticamente gravi.

Chi l’ha detto che la poltrona è comoda e sicura?

Ironicamente chi passa ore e ore a oziare, afferma che è anche questo è uno sport. Beh, più o meno, il che implica anche il rischio infortuni. Il difensore inglese Rio Ferdinand si lesionò i legamenti del ginocchio semplicemente stando a casa perché si è alzato troppo velocemente dal divano.
Non andò meglio al suo connazionale ed estremo difensore dei Tre Leoni, David James, che si procurò uno strappo alla schiena allungandosi, dal proprio sofà, per afferrare disperatamente il telecomando.

Disavventure Mondiali

L’edizione 2002 in Corea e Giappone ha visto trionfare il Brasile trascinato soprattutto da Ronaldo. Un top player che avrebbe fatto sicuramente comodo era Emerson, all’apice della sua carriera, convocato ma costretto a ritornare a casa e a vedere i suoi compagni esultare a causa di un infortunio in allenamento. Cosa c’è di strano? Beh il “Puma” si mise in porta per parare i tiri dei compagni, ma un tuffo gli fu fatale, visto che gli costò la lussazione della spalla.
Altro infortunio assurdo, stesso Mondiale: Santiago Cañizares, istrionico portiere ossigenato del Valencia e della Nazionale spagnola, saltò la Coppa del Mondo dopo essersi lesionato un tendine delle dita del piede, tagliandosi con i cocci di un flacone di dopobarba caduto per terra.

E vi ricordate Pietro Anastasi? Saltò Mexico 1970 per uno scherzo davvero pesante e di cattivo giusto fatto all’interno dello spogliatoio: asciugamano dritto al ventre che gli provocò un doloroso rigonfiamento ai testicoli.
E poi c’è Aksel Svindal, sciatore norvegese cinque volte campione del mondo e oro olimpico nel 2010. Il suo è uno dei “classici”: nel 2014, giocava a calcetto con amici dopo un allenamento e, a causo di uno scontro, si è rotto il tendine d’achille. Buona parte della stagione saltata e una convocazione al Mondiale Usa acciuffato in extremis, ma senza essere al top della forma.

Videogiochi che fanno male dal “vivo”

Qui entriamo in un campo pieno zeppo di mitologia e smentite. Il più classico che sa di leggenda metropolitana: Alessandro Nesta nel 2005 ha un polso sinistro che lo tormenta e lo costrinse all’operazione chirurgica. Ipotesi circolata spesso? Abuso di PlayStation con l’ex compagno di stanza Andrea Pirlo.
Ma nessuno può raggiungere per nostalgia Lionel Simmons, giocatore di basket ed ala del Sacramento. Nel 1991, durante il boom del GameBoy della Nintendo, Simmons era talmente dipendente tanto da sviluppare una tendinite a polso e avambraccio.

 

Animali fatali

Partiamo sul soft. Darren Barnard, calciatore gallese ma nato in Germania, si fratturò un piede dopo esser scivolato in casa sulla pipì del cane.
Ancora cane, ma qui è poco “fido”: il portiere Chic Brodie, icona del Brentford, nel 1970 fu attaccato da un cane feroce mentre era sul campo di gioco. Rottura dei legamenti e ritiro dal calcio.
Ancora un’aggressione: Svein Grøndalen, stopper svedese fastidioso tra gli anni ’70 e ’80, era un grande appassionato di jogging. Un giorno, durante, un’uscita fu attaccato da un alce.

 

Ferrari…da schianto

Il fantasioso Ever Banega si infortunò mentre stava facendo il pieno alla sua Ferrari dal benzinaio perché non aveva tirato il freno a mano. Stesso bolide, forse ancor più da ridere. Alan Wright, centrocampista, si stirò la gamba per aver pigiato sull’acceleratore della fiammante rossa.

E poi c’è Darren Bent, calciatore rimasto fuori dai campi per otto settimane perché si era lacerato il tendine tagliando la cipolla oppure il grande poritere Alex Stepney che si slogò la mascella richiamando con grinta i compagni di squadra.

Ci sono due medaglie d’oro che si passano 16 anni di distanza, ma uno stesso scenario: la Francia. E il medesimo avversario in finale: la Spagna.
C’è il basket italiano sul tetto d’Europa nel 1983 a Nantes e nel 1999 a Parigi. Secolo scorso, millennio passato.

Nantes 1983

Nel Girone B, per esempio, URSS e Germania Ovest si scontravano sul parquet, ma le scintille andavano oltre il palazzetto. E poi c’era il girone A con Italia, Spagna, Francia, Jugoslavia, Grecia e Svezia. Passavano solo le prime due.
Eppure l’impresa di 34 anni fa (perché di impresa si parla) confermò la forza di un gruppo che aveva vinto a Mosca, l’anno prima, l’argento alle Olimpiadi. Un’Olimpiade monca per il boicottaggio statunitense. L’Europeo del 1983 fu un autentico atto di forza e di sovversione: cinque partite su cinque vinte nel girone, poi giù con l’Olanda sbolognata in semifinale e poi Spagna in finale. Era il 4 giugno 1983 e la vittoria per 105 a 96 chiuse il cerchio magico aperto proprio contro gli spagnoli, nella prima gara di Limoges.
Lì il primo segno di un percorso che sarebbe diventato fantastico: il canestro sul “ferro e dentro” di Pierluigi Marzorati e vittoria allo scadere di misura. E poi il bacio al pallone di Charlie Caglieris al suono della sirena nella finale contro la Spagna. In mezzo una scazzottata nera contro la Jugoslavia, con tanto di paio di forbici branditi Goran Grbovic.

Quella vittoria della pallacanestro italiana guidata da coach Sandro Gamba e dal magistrale Dino Meneghin è una delle pagine più belle della nostra storia sportiva. Questi gli uomini d’oro di Nantes, oltre a SuperDino: Marco Bonamico, Roberto Brunamonti, Carlo Caglieris, Ario Costa, Enrico Gilardi, Pierluigi Marzorati, Antonello Riva, Romeo Sacchetti, Renzo Vecchiato, Renato Villalta e Alberto Tonut.
Una convocazione, quella di Tonut, che oggi fa sorridere: rimasto fuori dalla lista dei convocati, passò una giornata a mare con amici e con la ragazzi. Aveva solo 21 anni anni. Tornato a casa, la madre disse di aver ricevuto la chiamata di convocazione in Nazionale e lui ovviamente lo prese come uno scherzo. No, era tutto vero.

PARIGI 1999

Chi crebbe a pane e miti come Meneghin e Caglieris fu la generazione d’oro del 1999, quella fatta di grandi nomi, ma anche di spalle solide che sapevano giocare di squadra, nonostante le individualità di spicco. Se nel 1983 non figurava nessun italiano nel quintetto tipo di quell’Europeo, nell’edizione di fine secolo c’erano Gregor Fucka (anche MVP del torneo), Carlton Myers e Andrea Meneghin.
Sotto canestro Roberto Chiacig e Denis Marconato trasmettevano sicurezza, dietro c’era la fantasia e lo spirito vincente di Alessandro Abbio, Gianluca Basile e Davide Bonora. Jack Galanda poteva essere decisivo anche ad altissimo livello. Sandro De Pol, Michele Mian e Marcelo Damiao erano lì pronti a dare l’anima.

E l’allenatore? Bogdan Tanjević, infinita conoscenza del basket e di come si gestisce un gruppo, uno che ha lasciato a casa Gianmarco Pozzecco. L’Italia passò il girone come seconda dietro la Turchia, poi una lunga cavalcata verso la finale fatta di deja vu: battuta la Russia ai quarti, ecco nuovamente la Jugoslavia, superata questa volta senza rissa. E poi la Spagna ancora a sbarrare la strada nella finale. Il risultato sorride nuovamente agli azzurri: 64 a 56 con 18 punti infilati da Myers.

Da un Meneghin a un altro. Amici veri: ecco la ricetta per essere sul trono d’Europa e ancora oggi nei cuori non più giovani dei tifosi.

Ha preso il via martedì 29 agosto, a Oslo, la 15esima edizione della Homeless World Cup, la Coppa del mondo di calcio annuale rivolta ai senzatetto. Il torneo, che terminerà il 5 settembre, si svolge al centro dell’iconica Rådhusplassen, la piazza adiacente al municipio della capitale norvegese. Qui, ben 72 squadre provenienti da 54 paesi si sfideranno in più di 400 partite: 48 squadre nel gruppo maschile/misto e ben 24 squadre esclusivamente femminili. Per la prima volta Irlanda e Irlanda del Nord avranno una nazionale di donne, mentre la rappresentante maschile del Kenya ritorna dopo l’ultima apparizione nel 2011.

L’edizione del 2016 a Glasgow ha visto il dominio messicano: la compagine maschile ha conquistato il trofeo per la seconda volta consecutiva, mentre quella femminile ha alzato la Coppa del mondo per la quarta volta.

La Nazionale italiana

L’Italia è con la Nazionale Solidale (maschile) ed è stata inserita nel Gruppo C, proprio quello dei campioni messicani, assieme a Romania, Cambogia, Corea del Sud e Germania. Il progetto è sostenuto dalla Dogma Onlus, associazione milanese nata nel giugno 2011 dalla passione di tre sportivi che hanno sempre creduto nei valori e nella forza dello sport con finalità di solidarietà sociale. In particolare, l’attenzione è rivolta nei confronti delle persone senza fissa dimora o che si trovano in una situazione di forte disagio abitativo.

La Nazionale Solidale, sin dal 2003 ha sempre partecipato all’Homeless World Cup. L’allenatore Matteo Volpi, già giocatore in passato, guiderà il team composto da sette azzurri: il capitano Paolo, Carlos, Pajazit, Andrea, Elia, Kekeli e Kevin.

Sport, solidarietà, ma anche riflessione: sul sito dell’organizzazione del torneo, infatti, sotto ogni scheda del paese che partecipa, sono presentati i dati sui senzatetto. In Italia, secondo un dato del 2012, 48mila persone non hanno una casa, di questi quasi il 60% sono migranti e proprio l’immigrazione, si legge, è una delle sfide più complesse che riguarda il nostro paese.

Storia e regole

L’idea di organizzare un torneo di calcio per senzatetto venne a Mel Young, cofondatore della Big Issue Scotland, e Harold Schmied, editore della Megaphon, durante l’International Network of Street Papers Conference tenutasi a Città del Capo nel 2001. Diciotto mesi dopo il loro incontro, venne organizzata la prima edizione della Homeless Word Cup a Graz, in Austria. Il successo ottenuto li spinse a proseguire con questo progetto che, annualmente, vede sempre maggior partecipazione.

Ogni squadra può schierare quattro giocatori, incluso il portiere. Quattro sono anche le sostituzioni disponibili durante una partita che dura 14 minuti. La squadra vincitrice si aggiudica 3 punti, i perdenti 0; in caso di pareggio, si ricorre ai calci di rigore e chi vince ottiene 2 punti, mentre gli sconfitti un punto.

L’Olympiastadion di Helsinki non ha lo stesso fascino dei suoi simili sparsi in giro per l’Europa e per il mondo, ma in quanto a tradizione, non è secondo a nessuno. Costruito nel 1934 e terminato nel 1938 con l’auspicio di ospitare la XII edizione delle Olimpiadi – poi sospesi per lo scoppio della seconda guerra mondiale – l’Helsingin Olympiastadion è stato teatro della XV edizione dei Giochi Olimpici del 1952, ma non solo: nell’impianto si è disputata la prima edizione dei campionati del mondo di atletica leggera, nel 1983, e la decima edizione, nel 2005.
Ha ospitato anche i campionati europei di atletica leggera, ha una capienza di circa 40mila spettatori e attualmente è lo stadio dove gioca la Nazionale di calcio finlandese. Forse attualmente non è il riferimento temporale più adatto perché dal marzo 2016 è chiuso per un profondo e radicale restauro che dovrebbe durare fino al 2019.

Gli spalti, i gradoni, le tribune, dunque, anno visto decenni di sport internazionale. Migliaia di spettatori, di età e generazioni differenti, ognuno con storie uniche…e magari anche un po’ sbadati tanto da smarrire, tra un’esultanza e una ola, il proprio portafoglio.
Quello che sta succedendo in questi giorni, infatti, è davvero curioso e da classificare in preziosi “ritrovamenti archeologici”. L’account Twitter ufficiale dello stadio finlandese sta pubblicando foto di portafogli abbastanza scoloriti e impolverati, ritrovati dagli addetti durante lo smantellamento.

 

E proprio come dei novelli Indiana Jones, i dipendenti sono riusciti a risalire alla data di smarrimento, provando a basarsi su ogni indizio utile come una banconota o tessere. Si legge, infatti, che un portafoglio è risalente agli anni ’60 ed è di una donna, l’altro, invece, è “più recente”, circa anni ’90.

Gli addetti hanno anche lanciato un appello per rintracciare i proprietari. Nonostante l’età, loro sono molto fiduciosi. E noi, assieme a loro, aspettiamo la seconda parte di questa storia sportiva-archeologica.

 

Figlio di una terra complessa, frammentata e ancora oggi solo parzialmente riconosciuta. Përparim Hetemaj calpesta i campi da calcio italiani da diversi anni prima a Brescia e poi con la maglia del Chievo Verona, con cui gioca dal 2011-2012.
Hetemaj è nato a Skënderaj, città del Kosovo, quasi 31 anni fa, ma all’età di sei anni, assieme ai suoi genitori albanesi-kosovari e suo fratello Mehmet, anch’egli giocatore ma un anno più grande, si è rifugiato in Finlandia. Era il 1992. Un percorso che molti kosovari o albanesi hanno fatto durante quegli anni segnati dalle guerre jugoslave.
Troppa insicurezza, troppa paura, così iniziò la diaspora nei paesi scandinavi, in Svizzera, in Italia e in altri paesi europei. L’anno successivo, nel 1993, entrò nelle giovanili dell’HJK di Helsinki, club prestigioso che lo dirottò prima nel Klubi-04, squadra di riserve della stessa società, prima di fare il debutto in prima squadra nel 2005. L’anno prima, invece, Përparim ottenne la cittadinanza finlandese che gli consentì di essere convocato nell’Under-21 del paese scandinavo.

Ha fatto, poi, il suo esordio in Nazionale maggiore il 4 febbraio 2009 nella rotonda vittoria per 5-1 contro il Giappone, ma bisogna aspettare due anni per vederlo convocato con una certa regolarità. Oggi, fa parte regolarmente del team finlandese, ma la terra e gli affetti che l’hanno visto nascere e muovere i suoi primi passi rimangono in un posto segreto del cuore. E nel Gruppo I di Qualificazione ai prossimi Mondiali in Russia, oltre a Turchia, Ucraina, Croazia e Islanda, la Finlandia è stata inserita proprio assieme al Kosovo.
Entrambe ormai lontane dal gruppo, dopo sei giornate hanno un solo punto, in virtù del pareggio 1-1 nel match del 5 settembre 2016.

Per una scelta di cuore e di rispetto, Hetemaj quella volta non c’era. E non ci sarà nemmeno nella prossima sfida di settembre: il selezionatore della Finlandia, Markku Kanerva, ha deciso di esentare Hetemaj come un anno fa aveva fatto Hans Backe, il suo predecessore. Per Përparim, il Kosovo non potrà mai essere una squadra da sfidare. Un’anno fa, infatti, disse:

Scusate, ma contro la mia gente non gioco

Il Kosovo ha visto partire tanti figli, in molti si sono staccati dal cordone ombelicale per non tornare più. Ma Hetemaj porta le sue origini con sè…

Il calcio di rigore assegnato al Cagliari contro la Juventus, nella prima giornata di Serie A, mediante l’utilizzo del Video assistant referee (Var) ha aperto ufficialmente la strada a una svolta epocale nel calcio italiano. Con entrambi i piedi, lo sport più seguito in Italia ha fatto un salto deciso e convinto verso il futuro e l’era moderna.
Non senza qualche perplessità o giri a vuoto (del resto “Roma non è stata costruita in un giorno”) anche sugli altri campi di Serie A abbiamo visto gli arbitri ricorrere alla “moviola” per togliersi dubbi su situazioni di non immediata comprensione.

La tecnologia metterà d’accordo tutti quanti e potremo presto dire addio alle chiassose liti da bar (che si sono spostate al momento sul: “si dice la Var o il Var?” Con tanto di Accademia della Crusca costretta a intervenire e dar forza al pronome maschile del termine).

Lo sport, dunque, cambia e accetta contaminazioni ed evoluzioni per star al passo coi tempi e alle logiche sempre più pressanti e imperanti di interessi, spettacolarità, giri economici e social. Non solo il calcio, abbiamo detto, ma anche basket e volley sono prossimi a significative evoluzioni. Vediamole assieme.

 

Calcio – moviola, 5 sostituizioni e diversa lotteria dei rigori

Se nei piani alti del calcio italiano abbiamo visto l’introduzione del Var, cambiamenti significativi avverranno anche nelle serie inferiori. All’inizio di agosto il Consiglio Federale della Figc aveva approvato la proposta della Lega Nazionale Dilettanti di portare le sostituzioni da tre a cinque.
Un’opportunità per dare alle società la possibilità di schierare più giovani che così vedranno sempre meno la panchina durante la stagione, ma anzi avranno modo di crescere e di farsi “le ossa”. Una rivoluzione che ha immediatamente coinvolto anche la Serie C (ormai ex Lega Pro): in pratica già dalla stagione 2017-2018, pur mantenendo le tre finestre per i cambi durante una partita, l’allenatore potrà mandare in campo cinque giocatori freschi.

Certamente è uno storico cambiamento se pensiamo agli anni 60’ e alle prime proposte di introdurre un giocatore per far posto a uno infortunato, ma che dire all’idea già sperimentata in Inghilterra di alterare l’ordine dei calci di rigore? Infatti, come si è potuto già vedere durante l’ultimo Community Shield vinto dall’Arsenal contro il Chelsea, la lotteria dagli 11 metri ha subito un cambiamento: non più l’ordine classico A-B-A-B con alternanza delle due squadre, ma la novità è A-B-B-A come avviene similmente nel tie-break tennistico.
Qui potete capire meglio:

 

Basket – cambio infrazione di passi

Anche se ufficialmente non si parla di rendere il basket, al di fuori dei confini della Nba, più spettacolare è evidente che la pallacanestro guardi agli Stati Uniti come modello da seguire. Tempo fa, infatti, ci fu il cambio delle dimensioni del campo con allargamento dell’area e aumento della distanza della linea dei tre punti.
Ma la Fiba, la Federazione internazionale che gestisce il basket (tranne la Nba), il 17 agosto, ha annunciato un’altra importante novità che entrerà in vigore dal prossimo mese di ottobre: cambierà, infatti, la regola che riguarda l’infrazione di passi.

Nella Nba (ma prossimamente anche su tutti i parquet del mondo) il regolamento è più permissivo: infatti, il piede che è a terra nel momento in cu si riceve il pallone non è considerato il primo dei due passi consentiti, ma un simil “passo zero”. Ciò significa che verrà concesso al giocatore che in fase di corsa o palleggio raccoglie la palla di compiere due passi prima di liberarsene con un passaggio o un tiro. Questo rende l’azione molto più fluida dando più libertà ai giocatori.
Attenzione, però, alle critiche – consentite – dei puristi: le infrazioni di passi, in America, non sempre vengono fischiate e ai giocatori capita spesso di fare più passi senza palleggiare e non essere sanzionati dall’arbitro. Una cosa è certa: si discuterà per molto tempo e vedremo un po’ di confusione nei primi mesi.

 

Volley – cambio dei set e della battuta

Calcio, basket…e ora pallavolo. Anche la Fivb, la Federazione internazionale di volley, vuole stare al passo degli altri sport popolari e, sempre nel mese di agosto, ha comunicato l’intenzione di stravolgere alcune regole basilari e di usare il Mondiale U-23 in Egitto come tester per valutare se promuovere o bocciare il cambio.

Il primo, significativo, impatto riguarda i punteggi: non più cinque set da 25 punti, ma sette da 15. La squadra che si aggiudica per prima i quattro set, vince. In caso di vittoria con almeno due set di scarto, alla squadra vincitrice verranno assegnati tre punti, mentre in caso di vittoria per 4-3 i punti saranno due. La squadra che perde con questo punteggio tornerà a casa con un punto.

Dimentichiamoci, inoltre, le poderose sassate in battuta con i giocatori che pestano la riga di fondo: per non commettere fallo, infatti, bisognerà ricadere prima della linea che delimita il campo.
Varia anche il tempo di interruzione tra un set e l’altro: non più tre minuti, ma soltanto due. Il cambio di campo avverrà ogni due set, mentre attualmente avviene al termine di ogni parziale.

 

A 71 anni si è abbastanza saggi da capire quando è necessario fermarsi. Respirare. E riflettere. A 71 anni non è necessario inseguire la velocità, essere davanti a tutti e primeggiare. No, se di mezzo ci sono valori più alti e più nobili. Anche se sei un nuotatore e stai partecipando a una competizione internazionale, come i Mondiali Master di nuoto a Budapest.

Fernando Álvarez è salito sul suo blocco di partenza, ha fatto un respiro profondo, ma non si è tuffato. Ha atteso dritto con le mani alzate mentre vedeva gli altri nuotatori muoversi e allontanarsi. Ha aspettato per 60 secondi. Esattamente il minuto di silenzio che aveva chiesto al comitato organizzatore per ricordare e rispettare le vittime dell’attacco terroristico a Barcellona del 17 agosto.

Nessun colpo scenico, ma una silenziosa protesta: da due giorni chiedeva la possibilità di osservare il minuto di silenzio; ha inviato email ma non ha ricevuto risposte. E quindi ha deciso di rispondere lui: a 71 anni, uno che decide di partecipare a un Master, dimostra determinazione e grinta che non si scalfiscono facilmente.
Una risposta quasi beffardo: il protocollo è troppo complesso e non si può spostare l’evento di un minuto? Bene, vuol dire che lo facciamo finire più tardi comunque.

E infatti Fernando Álvarez, specialista nella rana, si è buttato fuori sincrono, più tardi degli avversari, e la sua protesta è diventata eclatante. Anche perché non gli hanno registrato il tempo per non destare sospetti e imbarazzi. Ma i social, quando vogliono, portano in alto storie belle come questa.

Álvarez si è tuffato, dopo il minuto di pace con se stesso, e ha nuotato a rallentatore:

Ho avuto più soddisfazione che a vincere l’oro

Nè paura, nè odio, solo tanta umanità e profondo dolore. A 71 anni si è abbastanza saggi da capire quando fermarsi.