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Giovanni Sgobba

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Penultima giornata del fantastico campionato mondiale di beachvolley disputato alla Donauinseln, sulle rive del Danubio, dove i tifosi si sono messi diligentemente in fila fin dalle 7 di mattina per assicurarsi un posto a sedere.
Lo Stadio centrale ha cominciato a riempirsi e, subito, tra il numeroso pubblico di tutto il mondo si son fatti sentire con canzoni allegre, cori e anche magliette gialle e cappellini verdi i molti tifosi brasiliani, accorsi numerosi per assistere alle due partite dei loro beniamini e delle loro beniamine: incontri giocati entrambi contro il Canada.
La partita maschile si è risolta con la vittoria dei ragazzi, Andrè e Levandro che si sono così aggiudicati un posto nei quarti di finale di domani e con la sconfitta delle ragazze Talita e Larissa, che sono quindi arrivate terze.

Ma è stata Germania – America il match più aspettato della giornata perché si è trattato della finale femminile.
E’ Ludwig – Walkenhorst contro Ross e Fendrick. Le quattro pallavoliste hanno offerto agli spettatori un gioco davvero grandioso con tanti recuperi mozzafiato fuori campo in tuffo e ottime schiacciate.Entrambe le squadre si sono dimostrate molto forti ma sono state le ragazze americane a chiudere il primo set per 21-19.
È stato nel secondo set che Walkenhorst è venuta fuori con delle ottime performance grazie alle quali è riuscita ad ottenere un netto vantaggio sulle avversarie anche di 7 punti. La tedesca è riuscita a tirar fuori un’ incredibile grinta e ha fatto un punto dopo l’ altro e ha chiuso con un sorriso il secondo set per 21-13.
Nel terzo set le tedesche hanno iniziato alla grande, mettendo subito in difficoltà le americane che non hanno avuto più scampo davanti ai “mostri sacri“ della beachvolley di scuola alemanna che hanno conquistato la medaglia d’oro.

 

Natascia De Franceschi – Inviata

La Ferrari, quest’anno, sta andando davvero bene e sta alimentando l’entusiasmo sempre più coinvolgente di tanti supporter. La doppietta rossa al Gp d’Ungheria di domenica 30 luglio, poi, ha elettrizzato ancor di più l’ambiente: Sebastian Vettel è arrivato primo al termine di una gara da brividi, nella quale è stato a lungo alle prese con grossi problemi allo sterzo. Il tedesco della Ferrari ha siglato un capolavoro anche e soprattutto grazie al compagno finlandese Kimi Raikkonen che lo ha difeso, da buon gregario, scortandolo per tutto il tracciato.

Un’autentica impresa e tra chi si è complimentato con i due piloti, nel pomeriggio domenicale c’era anche Leonardo Bonucci, il difensore che ha infiammato il calciomercato passando dalla Juventus al Milan. Ecco il suo post su Facebook:

Tra vari hashtag ed emoji di rito, Bonucci ha definito Vettel e Raikkonen “stoici” aggettivo che riferendosi storicamente alla stoa, cioè alla scuola filosofica fondata da Zenone di Cizio, per estensione significa coloro che dimostrano fortezza d’animo dinanzi alle avversità. Tipo Vettel e il problema allo sterzo.
Tutto chiaro, no? Macché! Molti utenti di Facebook, la maggior parte juventini ancora infuriati/delusi e con la bile carica di frustrazione, hanno iniziato a ironizzare e sbeffeggiare il centrale difensivo perché, a loro giudizio, si sarebbe dimenticato la lettera erre. Insomma no “stoici”, bensì “storici”.

Oltre a sfottò da bontemponi misti a gravi offese, strappa più di un sorriso leggere certi commenti (tutti visibili sotto il post di Bonucci). Tipo Giulio Guidobaldi che dice: “Da quando sei del milan non sai più neanche scrivere”. Dario Maulini, invece, vede strane connessioni con la Cina: “Hai dimenticato la “L” di “STOLICI” #bilancinese #madeinchina”.
Come un disco rotto, l’accostamento con la nuova proprietà orientale è in loop: Antonio Lubraco commenta con “Un mese al milan già ha preso l’accento cinese #stoici”; poi c’è quello che, da fine conoscitore della lingua italiana, fa notare l’errore, lo corregge, scivolando, a sua volta, su una buccia di banana, tipo Giovanni Tamburrino: “Storici se mai Leo”. Semmai, Giovanni, semmai!

Prontamente e con tanta ironia, altri utenti hanno fatto notare l’esistenza dell’aggettivo “stoici”. Insomma, deliri domenicali causa assenza pennichella. Come fece Alessandro Manzoni con i suoi “Promessi sposi, forse un sarebbe opportuno “sciacquare i panni in Arno”. Sperando che non venga fraintesa pure questa.

 

Per uno sportivo conquistare una medaglia è il coronamento di tanti sacrifici e tanta dedizione. Valerio Catoia, 17 anni e con la sindrome di Down, ha passato tutta la sua giovane vita in acqua. Da quando ha tre anni, da quando i medici consigliarono i genitori di fargli fare nuoto per irrobustire un corpo gracile.
Ancora oggi, a Latina, si allena quattro giorni alla settimana, la sua passione è cresciuta sempre più e ha iniziato a gareggiare, diventando un tesserato della Fisdir (Federazione Italiana Sport Disabilità Intellettiva Relazionale) e vincendo la medaglia d’argento ai campionati nazionali.

Ma questa volta la medaglia che gli ha consegnato il ministro dello sport, Luca Liotti, è speciale, unica: non ha un valore metallico, né oro o bronzo, ma su di essa c’è scritto “Valerio, il nostro campione”.
Sì perché Valerio ha compiuto un gesto da piccolo grande eroe. Il 12 luglio era con la sua famiglia alla spiaggia La Bufalara di Sabaudia, non lontano da Latina quando ha visto una bambina di 10 anni che rischiava seriamente di affogare. Mentre si agitava e andava sott’acqua, Valerio e il padre si sono tuffati, ma è stato il ragazzo, senza averci pensato su due volte, ad afferrare la bambina e a riportarla a riva, dove poi sono arrivati i bagnini.

«Valerio sei uno sportivo straordinario, hai messo al servizio degli altri la tue abilità da nuotatore e per questo ti siamo riconoscenti», ha detto il ministro Lotti, durante la speciale “premiazione”. Il giovane nuotatore, forse, non si è ancora reso conto del gesto eroico e impavido che ha compiuto e, per questo, sono arrivati dei speciali messaggi: a sorpresa, infatti, direttamente dal Mondiale di Budapest, Federica Pellegrini, Gabriele Detti, Gregorio Paltrinieri e l’ex campione Massimiliano Rosolino hanno salutato Valerio, complimentandosi per quello che ha fatto.

Campione dello sport e campione della vita con tanto di invito speciale: Rosolino, accanto a Detti e Paltrinieri, ha chiesto al 17enne di fare un paio di vasche assieme ai due nuotatori che hanno annuito.

Orgoglio anche da parte di Luca Pancalli, presidente del Comitato Italiano Paralimpico:

Con coraggio e altruismo si è buttato in mare per salvare una bambina in difficoltà. Si tratta di una delle tante straordinarie storie che vedono protagonisti gli atleti paralimpici, spesso capaci di azioni di grande valore etico e sociale. Valerio Catoia ha compiuto un gesto esemplare che conferma quanto sia importante essere campioni nello sport e nella vita

 

E’ ancora una medaglia d’oro, ancora nell’arco. Ai World Games 2017 che si stanno disputando a Breslavia (Wrocław), in Polonia, è arrivata la seconda medaglia d’oro, la terza in totale, grazie a Cinzia Noziglia che ha trionfato nell’arco nudo. L’azzurra battuto la svedese Lina Bjorklund con il punteggio di 49-45, dopo aver sconfitto in semifinale la ceca Martina Mackova 47-39.

Sia in finale che in semifinale, l’arciere ligure ha avuto qualche difficoltà nella prima sessione di tiro, per poi riprendersi e crescere costantemente piazzando la rimonta e il sorpasso.

Dopo la medaglia d’oro di Amedeo Tonelli e il bronzo di Jessica Tomasi nel ricurvo, ecco arrivare un’altra soddisfazione per l’Italia.

 

La regina è ancora lei. Nel suo impero, nel mondo del nuoto, gode della stessa longevità della regina Elisabetta II del Regno Unito. I 200 metri stile libero le appartengono, ha tracciato una nuova epoca e, quando si ritirerà, la sua ombra detterà legge anche sulle future nuotatrici.
Federica Pellegrini, dopo l’oro mondiale conquistato a Budapest, è a un tantino dallo sfiorare l’olimpo divino. Un successo inaspettato, ma di quelli che strappano un urlo e un paio di lacrime. A quasi 29 anni e con una carriera mostruosa ricca di soddisfazioni e qualche rimpianto. L’oro è anche la settima medaglia mondiale consecutiva conquistata nella stessa disciplina: dalla rassegna di Montréal 2005 a quella di Budapest 2017, infatti, è sempre salita sul podio con tre ori, tre argenti e un bronzo. Giusto per ribadirlo, è l’atleta più vincente nei 200 m stile libero.

A una a una, partendo da Laure Manaudou, la Pellegrini ha visto le sue avversarie allontanarsi e ritirarsi. Campionessa iridata dei 200  e 400 m stile libero sia nel 2009 che nel 2011, è stata la prima nuotatrice capace di vincere consecutivamente il titolo in entrambe le discipline in due diverse edizioni.
E anno dopo anno, ha frantumato record su record. Ben 11 volte ha stabilito un nuovo primato mondiale. Certo, un campione o una campionessa non si valuta solo dai numeri o dai successi raggiunti, ma guardiamo la carriera di Federica e accorgiamoci di aver avuto tra le mani uno dei talenti più puri per l’Italia. E forse la sportiva azzurra più vincente di sempre.

La prima volta che infranse un record fu ai mondiali di Melbourne nel 2007 in cui disputò sia i 200 che i 400 m. Nelle otto vasche migliorò il primato nazionale, concludendo la finale con un 5º posto in 4’05″79. Due giorni più tardi, invece, stabilì a sorpresa il suo primo record mondiale nella semifinale dei 200 m, 1’56″47, migliore del precedente di Franziska van Almsick risalente al 2002.

Da lì, in poco meno di due anni, ne seguirono altri 10, l’ultimo, quello del dicembre 2009, agli Europei di Istanbul, fu anche il più malinconico: nel mese di ottobre morì, all’età di 66 anni, Alberto Castagnetti, il suo storico allenatore. Nonostante fosse psicologicamente scossa, la Pellegrini riuscì a riconfermare l’oro continentale nei 200 m stile libero realizzando l’undicesimo e ultimo record mondiale in carriera, con 1’51”17 che dedicò al tecnico scomparso.

I successi ottenuti in quella stagione le valsero il riconoscimento di “Nuotatrice dell’anno” per la rivista americana Swimming World Magazine: Federica fu la prima e tutt’ora unica nuotatrice italiana a essere insignita di tale riconoscimento.
Ma del resto, Federica ci aveva abituato troppo bene sin dai suoi esordi: alle Olimpiadi di Atene nel 2004, alla sua prima partecipazione, conquistò l’argento e a soli 16 anni e 12 giorni divenne la più giovane atleta italiana a salire su un podio olimpico individuale.

Gli 11 record di Federica Pellegrini

Amedeo Tonelli ci mostra, con orgoglio e fierezza, dopo una gara estenuante, la sua medaglia d’oro conquistata nella finale dell’arco ricurvo. Battuto il più quotato alla vigilia, lo statunitense Brady Ellison per 61-58. Una grande prova che porta in alto i colori dell’Italia. Ma un momento: medaglia d’oro, podio, inno nazionale. Ci sono nuovamente le Olimpiadi? Facciamo un passo indietro.

Ufficialmente si chiamano World Games (in italiano conosciuti anche come Giochi Mondiali) e in parole povere sono le Olimpiadi degli sport non olimpici. O meglio, di quei sport che “da grandi” sperano di entrare nel circuito ufficiale olimpico.
Un po’ più chiaro adesso? Niente cinque cerchi, niente fiamma olimpica accesa, dunque, ma l’agonismo e la determinazione dei numerosi atleti sono gli stessi. Fino a domenica 30 luglio, ben 110 nazioni si sfidano per la decima edizione dei World Games, in corso a Breslavia (Wrocław), in Polonia.

Nel panorama delle discipline inserite nei Giochi Mondiali c’è spazio per tutti, da quelli spettacolari come paracadutismo o l’aliante acrobatico che invitano gli spettatori ad alzare il naso all’insù o quelli un po’ più strambi come il fistball, il floorball (simil hockey ma senza pattini) o il lacrosse. C’è anche il frisbee, la danza sportiva come la salsa o il latino americano e anche due sport da “bar”, quelli insomma che si fanno tra una sigaretta e un bicchiere. Sì, c’è anche una competizione per il bowling e per il biliardo diviso in carambola a tre sponde, snooker e pool con 9 palle.

Non mancano poi alcune specialità di sport olimpici non inseriti nei calendari a cinque cerchi: prendete, per esempio, il tiro con l’arco con le varianti ricurvo, compound e arco nudo e, come se non bastasse gli organizzatori hanno aggiunto altri quattro sport dimostrativi ovvero il football americano, canottaggio indoor, kickboxing e lo speedway.

Come detto in apertura, tutte le discipline sognano di fare il salto nelle Olimpiadi: in passato ce l’hanno fatta il badminton, il beachvolley, il rugby a sette, il taekwondo e triathlon. I prossimi sport promossi e che vedremo ai Giochi olimpici di Tokyo 2020 sono il karate e l’arrampicata, alla loro ultima apparizione in Polonia.

I World Games esistono dal 1981 e questa in Polonia è la decima edizione. Dopo Taipei e la Colombia, i Giochi Mondiali tornano così in Europa a dodici anni dall’edizione tedesca di Duisburg, mentre la prossima andrà in scena a Birmingham in Alabama nel 2021.
E sapete qual è la nazione più vincente nella storia degli sport non olimpici? Proprio l’Italia con 137 ori e 394 medaglie complessive.

Aspettiamo la fine di questa edizione per tirare le somme. Insomma, prendete appunti: tra questi sport ci può essere un futuro “olimpico”.

Sospeso tra il futuro e il passato. Tra un progetto su cui sta lavorando da un po’ e che non vuole svelare e quel rigore sbagliato nella finale del Mondiale del 1994. Tra le prime 50 candeline spente e il nome di un giocatore che segue con interesse. Ma attenzione a parlare di erede perché di Roberto Baggio ne esisterà sempre e solo uno. Il Corriere della Sera, in occasione della presentazione di una nuova linea Diadora completamente dedicata al numero 10, ha intervistato il Divin Codino, da poco 50enne.

Ha fatto il nome dell’argentino Ricardo Centurión, da appassionato di calcio sudamericano lo stima molto anche se deve mettere la testa a posto; poi un tuffo nel passato: ricorda l’evoluzione del calcio degli anni ’90 ordita da Sacchi e del rifiuto di Ancelotti di volerlo al Parma perché non idoneo al 4-4-2.

Spazia tra quello che verrà e quello che è stato, non c’è nostalgia, ma la mente ritorna sempre a quegli anni, a quel tiro dagli 11 metri calciato nel cielo di Pasadena. Una riflessione anche su Pep Guardiola, compagno ai tempi del Brescia, ma già lungimirante e l’intramontabile domanda: che numero ti daresti in campo? E la risposta è sempre quella, come disse Platini: un 9,5, a metà tra la fantasia del 10 e l’istinto da cannoniere del 9.

A proposito di campioni: chi è il difensore più difficile contro cui ha giocato?
«Paolo Maldini. Quando te lo trovavi davanti sapevi che non passavi. Era grosso. Ed era forte di testa, di destro, di sinistro… Dovevi mettere insieme 15 giocatori per fare uno come lui».
E il giocatore con cui scambiava più volentieri la maglia?
«Marco van Basten. E mi sarebbe anche piaciuto giocarci insieme». 
Ha visto l’addio al calcio di Totti?
«No, ero via».
Ma avrà saputo del suo tormento. Per lei fu diverso. Lei disse: «Finalmente». 
«Sì, per me fu una liberazione purtroppo. Purtroppo perché, senza tutti quei problemi, non avrei smesso».

Continua a leggere l’intervista completa sul Corriere della Sera

Da santo a giullare e tutta una vita passata a riabilitarsi per una partita. Per una sola partita storta. Capro espiatorio di una debacle collettiva, eppure i mirini di stampa, tifosi e popolo era tutti puntati su di lui. Valdir Peres è l’incarnazione umana delle parole leggere e pungenti dello scrittore Eduardo Galeano che, nel romanzo “Splendori e miserie del gioco del calcio”, alla voce portiere dice questo. Da leggere tutte d’un fiato:

Lo chiamano anche portiere, numero uno, estremo difensore, guardapali, ma potrebbero benissimo chiamarlo martire, paganini (nella zona rioplatense indica scherzosamente chi paga il conto), penitente, pagliaccio da circo. Dicono che dove passa lui non cresce l’erba. E quando la squadra ha una giornata negativa, è lui che paga il conto sotto una grandinata di palloni, espiando peccati altrui. Gli altri giocatori possono sbagliarsi di brutto una volta o anche di più, ma si riscattano con una finta spettacolare, un passaggio magistrale, un tiro a colpo sicuro: lui no. La folla non perdona il portiere. E’ uscito a vuoto? Ha fatto una papera? Gli è sfuggito il pallone? Le mani di acciaio sono diventate di seta? Con una sola papera il portiere rovina una partita o perde un campionato, e allora il pubblico dimentica immediatamente tutte le prodezze e lo condanna alla disgrazia eterna. La maledizione lo perseguiterà fino alla fine dei suoi giorni

Valdir Peres è stato questo. Semplicemente vittima. Lui era l’estremo difensore della Nazionale brasiliana durante il Mondiale del 1982, quello disputato in Spagna e a noi, italiani, tanto caro quanto immortale.
Voluto dal ct Telé Santana per difendere i pali, Valdir Peres si trovò davanti l’uragano Paolo “Pablito” Rossi nella partita vinta dall’Italia 3-2 contro i verdeoro. Era il 5 luglio 1982, la “Tragedia del Sarrià”, venne ricordata da sponda brasiliana quella disfatta, a Barcellona, nell’Estadio Sarrià. Portiere contro portiere: da un lato, Zoff osannato e benedetto con tanto di parata del secolo a tempo scaduto; dall’altro il brutto anatroccolo.
Quella fu anche l’ultima partita per Peres in Nazionale: ritenuto uno dei maggiori colpevoli non sarà mai più convocato nella Seleção. Al rientro a casa, fu deriso da tutti: un ragazzino, all’aeroporto, gli consegnò un disegno, la sua caricatura con su scritto “Valdir Peres, specialità polli allo spiedo”.

A vedere e rivedere le immagini di quella partita, Peres non commise alcun errore grossolano o pacchiano sui tre gol subiti. Non aveva responsabilità, almeno lui. In realtà, tutto quel Mondiale fu una gogna: all’esordio contro l’Urss intervenne a “saponetta” su un tiro innocuo di Bal che segnò la rete del vantaggio dei sovietici. E giù con le critiche che si trascinarono anche a rassegna terminata.

Valdir sembrava un pesce fuor d’acqua in una squadra di prime donne tutte altezzose, lui pelato a 25 anni assieme a compagni dalla chioma fluente. Eppure prima del Mondiale 1982, Peres era un vincente: quattro campionati paulisti, una Copa do Brasil e un titolo nazionale oltre alla conquista, nel 1975, del Bola de ouro, il pallone d’oro brasiliano, primo portiere a vincere il trofeo  e ad aprire le porte ai vari Taffarel e Rogerio Ceni.

Ma non bastava. Così da santo divenne giullare. Sì, venne anche chiamato Sao Valdir: era il 19 maggio 1981, amichevole di prestigio Stoccarda, tra Brasile e Germania Ovest. A dieci minuti dal termine, con i verdeoro avanti 2-1, i tedeschi beneficiarono di un rigore e sul dischetto si presentò lo specialista Breitner. Il primo tentativo fu respinto da Peres, ma per il direttore di gara il portiere si era mosso anzitempo e il penalty era da ripetere. Al secondo tentativo Breitner cambiò angolo, ma il numero uno brasiliano respinse nuovamente: 

Al rientro in albergo il personale di servizio dell’hotel mi portò in trionfo. Avevano visto la partita in tv ed erano rimasti impressionati dalle mie prodezze. Rimasi sorpreso di fronte a tale slancio emotivo. La stampa brasiliana il giorno dopo parlò apertamente di Sao Valdir

La rivincita delpelato contro il capellone.
E’ morto il 23 luglio 2017, all’età di 66 anni colpito da un infarto durante una festa di compleanno a Mogi Mirim, nello stato di San Paolo. Non poteva andarsene via se non nel mese di luglio. Splendori e miserie del gioco del calcio.

 

Fonti:
Storie di calcio;
Calcioesteronews.it

Due giorni per superare il bottino di medaglie raccolto nei Mondiali di due anni fa, a Doha nel 2015. Tanto è bastato alla delegazione azzurra impegnata nei Mondiali paralimpici di atletica leggera a Londra.
Dopo l’oro di Martina Caironi, gli argenti di Monica Contrafatto, Federica Maspero, Giuseppe Campoccio, Simone Manigraso e il bronzo di Emanuele Di Marino, ecco arrivare un’altra preziosa medaglia.

Un’altra stella azzurra ha illuminato il cielo notturno di Londra, riempendo la costellazione dei successi di questa prima parte di manifestazione. Arjola Dedaj ha conquistato la medaglia d’oro nel lungo T11 (ciechi) con un salto a 4,65 m, davanti alla giapponese Chiaki Takada a 4,49, e alla cinese Huimin Zhong a 4,44. Settima medaglia italiana, dunque.

Arjola è arrivata dall’Albania in Italia all’età di tre anni con una diagnosi di retinite pigmentosa. Nel 2014 ha esordito con la maglia della nazionale italiana ai Campionati Europei di Atletica Paralimpica a Swansea, mettendosi al collo tre medaglie, due d’argento (nel salto in lungo e nei 200) e una di bronzo nei 100.

Una grande gioia e la dimostrazione di una forza individuale, ma anche supportata dall’amore. Arjola, infatti, è legata sentimentalmente a Emanuele di Marino, insieme formano la “Coppia dei Sogni”, progetto social che li ha portati prima verso Rio e ora verso Tokyo 2020.
Di Marino, nato con un piede torto congenito, ha ottenuto il podio nei 400, l’occasione per riscattarsi dopo la squalifica alle Paralimpiadi di Rio per invasione di corsia. A Londra, sul rettilineo finale era in quarta posizione ma, a pochi metri dal traguardo, la caduta del sudafricano Nour Alsana gli regalato il podio.

 

Bastava un pari per accedere ai quarti di finale, ma la Nazionale femminile di pallanuoto è stata travolgente. Tre gare vinte su tre nel girone di qualificazione, battuta nettamente la Cina per 15-8, triplette di Aiello, Palmieri e Bianconi, pass per i quarti, in programma lunedì 24 luglio alle ore 14.50. Il Setterosa aveva già sconfitto la Cina in un’amichevole di preparazione alla rassegna mondiale con un 10-4 ottenuto a Ostia.

Eppure l’Italia allenata da Conti inizia male, subendo gol dopo soli 26 secondi da Xiong Dunhan. In realtà passato lo spavento, il Setterosa prende il controllo della gara, grazie al parziale azzurro firmato Garibotti, Picozzi e Aiello. Doppietta di Bianconi e gol di Queirolo a tenere la Cina a distanza di sicurezza, così si arriva nel terzo periodo e non c’è partita più partita: 6-0 per l’Italia e il match si chiude con un tempo di anticipo. Poi lo show di Palmieri con tre gol in otto minuti.

ITALIA-CINA 15-8
ITALIA: Gorlero, Tabani 1, Garibotti 1, Queirolo 1, Radicchi 1, Aiello 3, Picozzi 1, Bianconi 3, Emmolo, Palmieri 3, Cotti 1, Dario, Lavi. Allenatore: Conti.
CINA: Peng Lin, Bi Yanan, Mei Xiaohan 1, Xiong Dunhan 1, Niu Gannan, Guo Ning, Nong Sanfeng, Zhang Cong 1, Zhao Zihan 1, Zhang Danyi, Chen Xiao 3, Zhang Jing 1, Shen Yineng. Allenatore: Gong Dali.
ARBITRI: Naumov (Rus), Stavridis (Gre).
NOTE: Parziali 3-2, 4-2, 6-0, 2-4. Nessuna giocatrice è uscita per limite di falli. Superiorità numeriche: Italia 7/9 + un rigore; Cina 2/5 + un rigore. Spettatori 500 circa