Author

Giovanni Sgobba

Browsing

Un po’ fantacalcio, un po’ gioco di ruolo, un occhio al nuovo che avanza senza perdere il fascino di un’epoca eterna. Tra un “ce l’ho” e un “mi manca”, tra scambi all’oratorio e sotto i banchi scuola, anche quest’anno la Panini accompagna la stagione calcistica 2017-2018 con le sue intramontabili figurine.
E’ in edicola “Calciatori Adrenalyn XL 2017-18”, la raccolta di card Panini dedicata ai grandi protagonisti della nuova stagione calcistica. Una collezione composta da 471 card, con tutti i giocatori delle squadre di Serie A, di cui 111 con lavorazioni speciali: metal, “rainbow”, stampa in oro.
La raccolta ha le rose aggiornate alla prima giornata di campionato. Le card riferite agli ultimi colpi di mercato verranno inserite nelle bustine in edicola a partire dal mese di ottobre.

Tradizione e rinnovamento, dicevamo: questa raccolta, infatti, è anche un appassionante gioco che consente di ricreare vere e proprie partite di calcio attraverso la costruzione di una formazione sempre più competitiva. Le partite possono essere disputate sul campo di gioco contenuto nello Starter Pack, abbinato alla Guida Ufficiale, ma c’è anche la possibilità di “replicarle” online sul sito www.paniniadrenalyn.com.
Nella collezione vi sono un minimo di 18 card per ogni squadra della Serie A TIM, alle quali si aggiunge la card dedicata al Trofeo.

Spazio anche alle card speciali: tra queste, novità assolute sono le “Super Draft”, che ritraggono giovani talenti in rampa di lancio nel panorama del calcio italiano, e le “Supereroi” su giocatori già affermati considerati veri e propri eroi dai propri sostenitori. Altra novità di questa collezione, è uno spazio online esclusivo dedicato a youtuber e blogger, che potranno realizzare video e partecipare ad un concorso.

Per i fanatici e super appassionati ci saranno anche le bustine “Premium” che conterranno 10 card, tra cui una in edizione limitata, e le bustine “Premium Oro” con un contenuto, anche quest’anno, decisamente speciale ed esclusivo. Sempre più numerose le card “Limited Edition”, quest’anno 20 in tutto: queste card verranno distribuite con diversi prodotti a partire da “Bomber”, la nuova rivista Panini dedicata al mondo del calcio, in edicola dal 15 settembre.

Ecco le parole di Antonio Allegra, direttore Mercato Italia di Panini:

«La collezione ‘Calciatori Adrenalyn XL  2017-2018’, arrivata alla nona edizione, inaugura come di consueto la stagione dei prodotti collezionabili dedicati alla Serie A. Quest’anno, sulla scia dell’incredibile successo ottenuto lo scorso anno, la raccolta è stata ulteriormente arricchita in termini di contenuti e giocabilità, sia fisica che online, grazie ai codici univoci stampati su ogni carta. La novità forse più rilevante è data dal coinvolgimento di influencer e appassionati nel creare contenuti video dedicati, amplificando l’esperienza di gioco. Siamo certi che i collezionisti e gli appassionati della Serie A ameranno di nuovo questa raccolta, in attesa dell’uscita della classica collezione di figurine ‘Calciatori’, prevista entro la fine dell’anno»

Ricordiamo, inoltre, che la Panini ha rilasciato anche l’album sull’evento calcistico più atteso di tutto il 2018, il Mondiale in Russia. ROAD TO 2018 FIFA World Cup Russia – Sticker Collection contiene 30 tra i migliori teams nazionali e 480 figurine di giocatori, tutti da collezionare nell’album di 64 pagine. Perché la sfida è sempre più accesa e le ultime partite saranno decisive per definire le nazionali che prenderanno parte alla prossima Coppa del Mondo. E poi magari fra 50-60 anni si scatenerà un’asta per avere l’album come accaduto con uno del 1970 con la firma di Pelé.

La palla che rimbalza nella terra di nessuno, poco lontano dall’area di rigore del Galles, il guizzo di Didì che riesce ad anticipare di testa l’intervento dell’avversario e a servire un ragazzino, tanto piccolo quanto formidabile.
Il ragazzino, spalle alla porta, in meno di due secondi riscrive la sua storia e quella del Brasile: stoppa la palla di petto che rimane incollata lì, la lascia scendere dolcemente per poi la piroetta in aria con un delicato, ma al tempo stesso energico colpo di punta, un archibugio che spiazza il difensore Mel Charles che lo stava marcando. O pensava di marcarlo.

Il ragazzino si gira in un battito di ciglio, lascia rimbalzare a terra la sfera, alza rapidamente lo sguardo per capire in quale angolo del terreno di gioco si trova e schiaffeggia la palla d’istinto. Sempre di destro, quasi storto. Jack Kelsey, il portiere, è immobilizzato: non ha capito nulla di quello che gli è successo davanti.
Può solo voltarsi a guardare la palla avvolta dalla rete e tutti i brasiliani, entusiasti, che abbracciano oltre la linea di porta l’autore del gol, in lacrime. Del suo primo gol in un Mondiale. E’ il primo capitolo della storia infinita di Edson Arantes do Nascimento, o se preferiamo Pelé, con la maglia del Brasile.

E’ il 19 giugno 1958, minuto 66, di Brasile – Galles, quarto di finale del Mondiale in Svezia, paese neutro e non allineato, ideale per ospitare la sesta Coppa Rimet in un clima globale spaccato in due dalla guerra fredda. Quello di Pelé, oltre a essere il primo gol con il Brasile, è anche la sua prima rete nel torneo che lo vedrà, successivamente, esplodere a colpi di giocate e reti: sua la tripletta nel 5-2 in semifinale contro la Francia e analogo risultato in finale coi padroni di casa della Svezia, ma qui la Perla nera segna “solo” una doppietta.

Primo dei tre Mondiali per l’attaccante verdeoro, ma anche un paio di record personali ancora imbattuti: con la rete contro il Galles, a 17 anni e 239 giorni, è diventato e lo è tuttora il marcatore più giovane in una edizione dei Mondiali; mentre a 17 anni e 249 giorni ha sollevato la Coppa Rimet diventando il più giovane vincitore del titolo iridato.

“Un gatto con gli artigli di ferro”, hanno detto i giornali brasiliani vedendo quella rete. Di soprannomi lui ne ha avuti tanti nella sua longeva carriera, da “O’ Rey” alla “Perla nera”, ma ha messo d’accordo tutti. Lui è stato è e sarà l’espressione pura del calcio.

Prima di Berlino 2006, c’è stato un Berlino 2002. Il cielo era sempre azzurro anche se all’interno del palazzetto, dove si è disputata la finale, non era così facilmente visibile. Un sogno che è diventato realtà e che parla femminile: le ragazze dell’Italvolley di coach Bonitta conclusero l’avventura del Mondiale in Germania nella maniera più bella possibile.
Sul tetto del mondo, domando la pericolosissima formazione statunitense per 3-2, il 15 settembre 2002. Prima volta nella storia della pallavolo femminile, un successo ancor più bello perché arrivato in un’avventura verso l’iride che ha visto le ragazze protagoniste non senza qualche sussulto.

I nomi, del dream team scolpito nella storia, ce li ricordiamo ancora: le schiacciatrici Simona Rinieri, Darina Mifkova, Francesca Piccinini, Valentina Borrelli; le centrali Manuela Leggeri, Sara Anzanello, Paola Paggi, Anna Vania Mello; le palleggiatrici Eleonora Lo Bianco, Rachele Sangiuliano; l’opposto Elisa Togut, MVP del torneo, le cui sassate – due pipe dalla seconda linea, al tie break, – sono state decisive per demolire il muro degli Stati Uniti; Paola Cardullo, per finire, libero.

La partenza dell’Italia è da top team: a Muenster, nel Girone A, è assieme a Bulgaria, Giappone, Messico, Repubblica e i padroni di casa della Germania. Cinque gare, cinque vittorie tutte imponendosi per 3 set a 0. Accesso, dunque, nella seconda fase che si disputa a Brema; qui la musica cambia, ma nonostante tutto, non scalfisce l’animo delle pallavoliste. Vittoria per 3 a 0 sulla Grecia, ma crollo contro Russia (2-3) e Cuba (1-3). Ciononostante, l’Italia guadagna l’accesso ai quarti di finale, nei quali batte la Corea del Sud 3 a 0, e poi alla semifinale, durante la quale mette a segno una importantissima vittoria contro la Cina e conquistando la finale contro gli Stati Uniti.

Coach Marco Bonitta, alla vigilia, avrebbe firmato per potersi migliorare rispetto al quinto posto del mondiale di quattro anni prima in Giappone, ma le “dodici meraviglie” hanno fatto molto di più arrivando alla medaglia d’oro. Gli Stati Uniti si presentavano alla finale con un ruolino di dieci vittorie consecutive, ma questo non ha buttato giù Piccinini e socie: sussulti, cambi di ritmo, agonismo e tanta gioia. E’ 3-2 (18-25; 25-18; 25-16; 22-25; 15-11).

Se nel volley maschile abbiamo avuto la Generazione di fenomeni, quell’Italia della pallavolo femminile, a partire dal 15 settembre 2002, resterà sempre nei nostri cuori.

 

E sono nove. Nove titoli mondiali in sella a una moto. Proprio come l’altro ragazzo eterno. Tony Cairoli da un lato e Valentino Rossi dall’altro. Il pilota siciliano si è laureato campione del mondo di motocross per la nona volta in carriera. La matematica è arrivata dopo il secondo posto in Gara-1 di Assen, proprio dove aveva vinto il primo alloro iridato.
Sul gradino più alto di tutti, con cinque giornate d’anticipo. Un campionato 2017 che lo ha visto primeggiare sei volte, andando a podio in dodici e una costanza di rendimento assolutamente inarrivabile per gli avversari.

TC222, classe 1985, è nel giro dal 2004: il primo titolo lo conquista nel 2005, bissato poi nel 2007. Nel 2009 il debutto nella classe regina ed è subito mondiale. Poi il cambio di moto, si va dalla Yamaha alla KTM: un amore quasi eterno come la sua carriera, cinque mondiali prima del buio nel 2015.
Un infortunio al braccio, lesione ossea al gomito sinistro, addio alla stagione, la riabilitazione e al termine di una lunga convalescenza, si frattura due costole in allenamento, poco prima dell’inizio del Mondiale 2016. Condizioni fisiche precarie che pregiudicano la sua stagione.

Ma lui è ancora qui, ancora più avanti di tutti:

«Vincere questo titolo è stato molto importante per me e per tutta la squadra – ha spiegato Tony – a inizio stagione non eravamo dati per favoriti ma abbiamo lavorato duramente durante l’inverno per essere pronti a combattere nuovamente dopo le ultime due stagioni difficili. È stato un anno straordinario, credo il mio migliore finora ed è sorprendente notare che posso ancora migliorarmi dopo 14 anni che corro nel Mondiale. Un titolo è molto speciale per me: è il primo con una KTM 450 e ci ripaga di tutto il lavoro che abbiamo fatto per sviluppare questa moto e renderla adatta al mio stile di guida. Voglio ringraziare tutto il mio team, tutte le persone che lavorano in KTM, la mia famiglia, i miei sponsor e i tifosi di tutto il mondo per il loro incredibile supporto durante questi anni»

Toni è caduto, si è rialzato e non ha mai mollato. Il fango, il sudore e la gloria appartengono a lui. Ma non smette: abituato a correre c’è un altro obiettivo da raggiungere. Il decimo Mondiale. C’è riuscito solo uno, il belga Stefan Everts. Fino ad oggi…

«Avete lasciato qualche medaglia agli avversari?!», chiede ironicamente un utente sulla pagina Facebook della Federazione italiana Tiro a volo. Sorride la Nazionale e mostra con orgoglio le tante medaglie conquistante in questo Mondiale disputato in Russia e appena concluso.
Se nei giorni passati, tra Senior e Junior, sono fioccate medaglie d’oro (ricordiamo su tutti Jessica Rossi, Daniele Resca e Maria Lucia Palmitesssa), anche in prossimità del gong finale, l’Italia piazza altri due colpi d’assoluto prestigio.

Dalla Russia arriva una conferma prima di equivoci: Gabriele Rossetti è sempre il numero uno del mondo nello Skeet. Lo era un anno fa dopo la vittoria alle Olimpiadi di Rio e si è riconfermato al Fox Lodge della capitale russa con la conquista del titolo iridato del 2017. Un titolo individuale che è ulteriormente impreziosito da un perfetto oro a squadre in collaborazione con Tammaro Cassandro e Riccardo Filippelli.
Gabriele Rossetti ha affrontato il Mondiale russo con la consapevolezza di essere al top della preparazione e lo ha voluto ribadire componendo un perfetto percorso di approccio alla finale. L’azzurro di Ponte Buggianese ha conquistato l’accesso al sestetto dei duellanti da primo della classe con un solidissimo 123/125 che nessun altro dei fuoriclasse in gara a Mosca aveva saputo imitare. In finale, dopo che il cipriota Achilleos è rimasto fuori dalla corsa al titolo e si è classificato terzo, l’ostacolo tra Gabriele e la vittoria iridata è stato soltanto la rivelazione tedesca Vincent Haaga, battuto per 54 a 52.

Ma non è tutto perché la spedizione russa si conclude con un’altra medaglia: bronzo nello skeet misto conquistato da Tammaro Cassandro e Katiuscia Spada, bravissimi a restare sempre coi primi e a strappare alla Cina l’ultimo gradino del podio, alle spalle di Russia e
Usa. Mentre tutti si aspettavano il colpaccio della coppia formata dai campioni olimpici Gabriele Rossetti e Diana Bacosi, gli applausi, invece, se li sono presi Cassandro e Spada, lui ventiquattrenne campano nipote di Ennio Falco, oro ad Atlanta e mito dello skeet, lei trentasei anni, umbra di una famiglia di tiratori, entrambi cresciuti a pane e piattelli e fame di vittoria che li ha portati a vincere una medaglia di bronzo che vale oro.

Sono in corso, in questi giorni, i Mondiali di Tiro a volo in Russia, 37esima edizione iridata.
Ultimi colpi ancora in canna per gli atleti, ma sulle pedane Mondiali del Foxlodge Shooting Range di Mosca, per i colori azzurri, le emozioni non sono di certo mancate.

Jessica Rossi torna a dominare il Trap femminile e si mette al collo, con classe e coraggio da fuoriclasse, il terzo titolo iridato della carriera. Dopo tre serie di qualifica chiuse con l’ottimo punteggio di 73 su 75, la poliziotta di Crevalcore ha raccolto tutta la concentrazione e le energie per affrontare la manche decisiva al meglio.
Ad attenderla sul campo di finale tiratrici del calibro della Campionessa Olimpica di Rio 2016, Catherine Skinner, e della due volte medaglia d’argento olimpica, Zuzana Stefecekova (Pechino 2008 e Londra 2012). Ed è proprio con queste due tiratrici che l’olimpionica di Londra 2012 si è giocata le medaglie in palio, mettendole in riga, una dopo l’altra. Dopo quello di Maribor nel 2009 e quelli di Lima del 2013, questo è il terzo titolo iridato per lei.

Ma il Trap parla ancora italiano, anzi emiliano: dopo l’oro di Jessica Rossi, medaglia preziosa anche per Daniele Resca, classe 1986 di Pieve di Cento, conquista l’oro con una finale da brividi. Meritatosi il pass per il round decisivo con un ottimo 122/125, il talentuoso carabiniere solo nello scontro finale con l’inglese Edward Ling, medaglia di Bronzo lo scorso anno a Rio, ha dato qualche cenno di cedimento, ma si è ripreso immediatamente ed ha regolato il britannico con 42 a 40.

Gioie tra i Senior, dunque, ma grandissimi sorrisi anche nella categoria Junior perché nella finale femminile, il tricolore invade il podio. A diplomarsi Campionessa del Mondo è stata Maria Lucia Palmitesssa, diciottenne di Monopoli, provincia di Bari, che dopo il bronzo nell’Europeo Juniores dello scorso anno a Lonato, ha confermato di avere nelle canne risultati importanti. Poco meno di un mese fa, infatti, la portacolori delle Fiamme Oro era salita sul secondo gradino del podio della Coppa del Mondo Juniores di Porpetto, iniziando la rincorsa che oggi l’ha portata fino alla vetta.

Sul podio anche Diana Ghilarducci. Dopo uno spareggio di ingresso alla finale con il punteggio di 65/75, la viareggina del Gruppo Sportivo dei Carabinieri ha messo nel suo mirino il podio e con 26/40 si è assicurata il bronzo. Ma le emozioni non finiscono per le due atlete perché, assieme a Greta Luppi di Crevalcore, undicesima con 64, è arrivato anche l’oro ed il titolo di Campionesse del Mondo a squadre con il totale di 200/225, davanti alle padrone di casa russe ed alle statunitensi, rispettivamente argento con 191 e bronzo con 187.

Medaglia d’argento, invece, per Matteo Marongiu nella categoria Junior. Dopo essersi qualificato alla finale con il punteggio di 117 su 125, il diciassettenne di Sassari è arrivato a contendersi il titolo iridato con il francese Clement Bourgue negli ultimi 10 piattelli della serie decisiva.
Pur mantenendo una pressione costante sull’avversario, l’azzurrino non è riuscito a recuperare tutto lo svantaggio accumulato nelle prime fasi e con lo score finale di 43 a 42 si è dovuto accontentare dell’argento. Per lui, già medaglia d’argento all’Europeo di Lonato 2016, è comunque una gran bella soddisfazione che lo conferma tra le giovai promesse di questa specialità.

Sono in corso, in questi giorni, i Mondiali di Tiro a volo in Russia, 37esima edizione iridata.
Ultimi colpi ancora in canna per gli atleti, ma sulle pedane Mondiali del Foxlodge Shooting Range di Mosca, per i colori azzurri, le emozioni non sono di certo mancate.

Jessica Rossi torna a dominare il Trap femminile e si mette al collo, con classe e coraggio da fuoriclasse, il terzo titolo iridato della carriera. Dopo tre serie di qualifica chiuse con l’ottimo punteggio di 73 su 75, la poliziotta di Crevalcore ha raccolto tutta la concentrazione e le energie per affrontare la manche decisiva al meglio.
Ad attenderla sul campo di finale tiratrici del calibro della Campionessa Olimpica di Rio 2016, Catherine Skinner, e della due volte medaglia d’argento olimpica, Zuzana Stefecekova (Pechino 2008 e Londra 2012). Ed è proprio con queste due tiratrici che l’olimpionica di Londra 2012 si è giocata le medaglie in palio, mettendole in riga, una dopo l’altra. Dopo quello di Maribor nel 2009 e quelli di Lima del 2013, questo è il terzo titolo iridato per lei.

Ma il Trap parla ancora italiano, anzi emiliano: dopo l’oro di Jessica Rossi, medaglia preziosa anche per Daniele Resca, classe 1986 di Pieve di Cento, conquista l’oro con una finale da brividi. Meritatosi il pass per il round decisivo con un ottimo 122/125, il talentuoso carabiniere solo nello scontro finale con l’inglese Edward Ling, medaglia di Bronzo lo scorso anno a Rio, ha dato qualche cenno di cedimento, ma si è ripreso immediatamente ed ha regolato il britannico con 42 a 40.

Gioie tra i Senior, dunque, ma grandissimi sorrisi anche nella categoria Junior perché nella finale femminile, il tricolore invade il podio. A diplomarsi Campionessa del Mondo è stata Maria Lucia Palmitesssa, diciottenne di Monopoli, provincia di Bari, che dopo il bronzo nell’Europeo Juniores dello scorso anno a Lonato, ha confermato di avere nelle canne risultati importanti. Poco meno di un mese fa, infatti, la portacolori delle Fiamme Oro era salita sul secondo gradino del podio della Coppa del Mondo Juniores di Porpetto, iniziando la rincorsa che oggi l’ha portata fino alla vetta.

Sul podio anche Diana Ghilarducci. Dopo uno spareggio di ingresso alla finale con il punteggio di 65/75, la viareggina del Gruppo Sportivo dei Carabinieri ha messo nel suo mirino il podio e con 26/40 si è assicurata il bronzo. Ma le emozioni non finiscono per le due atlete perché, assieme a Greta Luppi di Crevalcore, undicesima con 64, è arrivato anche l’oro ed il titolo di Campionesse del Mondo a squadre con il totale di 200/225, davanti alle padrone di casa russe ed alle statunitensi, rispettivamente argento con 191 e bronzo con 187.

Medaglia d’argento, invece, per Matteo Marongiu nella categoria Junior. Dopo essersi qualificato alla finale con il punteggio di 117 su 125, il diciassettenne di Sassari è arrivato a contendersi il titolo iridato con il francese Clement Bourgue negli ultimi 10 piattelli della serie decisiva.
Pur mantenendo una pressione costante sull’avversario, l’azzurrino non è riuscito a recuperare tutto lo svantaggio accumulato nelle prime fasi e con lo score finale di 43 a 42 si è dovuto accontentare dell’argento. Per lui, già medaglia d’argento all’Europeo di Lonato 2016, è comunque una gran bella soddisfazione che lo conferma tra le giovai promesse di questa specialità.

Riponete (solo momentaneamente) il fazzoletto con cui vi siete asciugati le lacrime quando, due anni fa, l’Adidas annunciò l’interruzione della produzione delle celebri Predator. In questi giorni, infatti, la società di abbigliamento sportivo ha lanciato un’edizione limitata di una delle sue scarpe da calcio più iconiche, le Predator Precision.
Un modello appositamente reinventato per i calciatori di oggi, integrando le tecnologie adidas più all’avanguardia. Ma attenzione: la quantità è davvero limitata e le scapre sono disponibili sullo store online  e presso rivenditori selezionati dall’8 settembre.

 

 

In realtà, come detto, dopo 21 anni ai piedi dei più celebri calciatori, l’Adidas, due anni fa, aveva deciso di smettere con questa linea. Fu la stessa azienda tedesca a comunicarlo: «Il gioco del calcio è cambiato nel corso degli anni. Posizioni, tratti e caratteristiche che prima contavano, ora sono irrilevanti», si leggeva nella nota che confermava la decisione storica di non puntare più su questa linea. L’Adidas, infatti, presentò immediatamente due nuovi modelli, ACE15 e X15, ideati per rispondere all’evoluzione calcistica e indossate, per la prima volta, durante la finale di Champions League a Berlino, tra Juventus e Barcellona.

 

adidaspre3

 

Resa celebre tra gli anni novanta e duemila da giocatori quali David Beckam, Zinédine Zidane, Xavi, Steven Gerrard e Alessandro Del Piero, la gamma Predator fu lanciata nel 1994 proponendo una nuova caratteristica rivoluzionaria: eliminando il cuoio dalla zona del collo interno del piede e applicando strisce di gomma, era possibile aumentare la sensibilità e l’attrito tra il pallone e la scarpa, facilitando il controllo e la rotazione della sfera stessa.

 

 

Il modello, in realtà, seguì il progetto sviluppato da un ex calciatore australiano, Craig Johnston. Ritiratosi a soli 27 anni per assistere a sua sorella malata, l’ex centrocampista di Middlesbrough e Liverpool, divenne coach in alcune scuole australiane. Durante un allenamento, un ragazzo fece notare gli era impossibile controllare la palla perché, ironicamente disse, le sue scarpe erano realizzate con pelle di pipistrello e non di ping-pong. Johnston pensò, allora, di rimuovere la parte anteriore di una racchetta e attaccarla alla scarpa con un elastico.

 

 

La cosa funzionò e l’australiano iniziò il suo studio su differenti prototipi e modelli, ma inizialmente i suoi progetti furono bocciati da diverse ditte, tra le quali c’era anche l’Adidas. Craig, però, prima di abbandonare definitivamente, chiese a tre leggende del calcio tedesco, Franz Beckenbauer, Karl-Heinz Rummenigge e Paul Breitner, di realizzare un breve filmato per mettere in mostra le qualità della scarpa in condizioni proibite, come giocare sotto la neve. Gli addetti dell’Adidas furono i primi a convincersi dell’idea innovativa, così acquistarono il brevetto da Johnston.

 

 

Realizzati con pelle di canguro e seguendo uno stile cromatico semplice (chi può mai dimenticarsi la scarpa nera con qualche tocco di rosso e con tre strisce bianche ai lati!?), dal 1994 ad oggi, si sono succeduti 12 i modelli di Predator, con qualche variante per il rugby e versioni più economiche in pelle sintetica.
E sapete chi fu il primo giocatore a segnare una rete con queste scarpe? Il primo gol fu realizzato il 30 aprile 1994 da John Collins, giocatore del Celtic, che trasformò un calcio di punizione nell’1-1 contro il Rangers.

 

 

Le Predator non erano solo delle scarpe: erano un’era calcistica. Erano ai piedi di Zidane quando segnò quel gol stupendo in finale di Champions League contro il Leverkusen. Erano ai piedi di Beckham quando, con l’Inghilterra, realizzò il calcio di punizione nei minuti di recupero contro la Grecia per la qualificazione ai Mondiali del 2002. Ed erano ai piedi di Del Piero quando sbagliò, davanti alla porta, un gol in finale di Euro 2000 contro la Francia. In fondo, quell’era ci piaceva davvero tanto.

 

 

Il 5 settembre del 1972, poco dopo le 4 di mattina, un commando terroristico composto da otto palestinesi fece irruzione all’interno dell’abitazione israeliana situata nel villaggio olimpico in Connollystraße 31, dopo aver scavalcato una recinzione di appena 2 metri. Uccisero due atleti israeliani (Moshe Weinberg, allenatore di lotta greco-romana, e Yossef Romano, sollevatore di pesi) che avevano tentato di fermarli, e ne sequestrarono altri nove.

L’epilogo è tragicamente noto: dopo una giornata di estenuanti e fallimentari trattative di negoziazione, la polizia tedesca provò a liberare gli ostaggi con un atto di forza all’aeroporto di Fürstenfeldbruck, ma nella sparatoria che si innescò morirono tutti gli atleti, cinque terroristi ed un poliziotto tedesco.

 monaco_72_ritorno_israele_getty

 

Fu una catastrofe senza precedenti all’interno di una manifestazione internazionale. Una nuova realtà di terrorismo si affacciò sulla scena mondiale sfruttando proprio l’Olimpiade come palco per mostrarsi al mondo intero.
Otto fedayyin armati di AK-47 e facenti parte dell’organizzazione “Black September”, col pretesto della mancata partecipazione della Palestina, sconquassarono i Giochi e destabilizzarono la polizia di Monaco. Manfred Schreiber curò in prima persona le trattative, ma si dimostrò impreparato commettendo una serie concatenata di errori tragici nella loro sciocchezza. Si badò all’aspetto estetico ignorando l’allarme di possibili azioni terroristiche perché, quelle del 72′, volevano essere le Olimpiadi della rinascita tedesca, dopo il periodo nero di Hitler.
Pochi controlli, 2000 agenti della polizia in borghese (le armi non dovevano essere visibili), forma di sicurezza passiva formata da volontari dell’Olys il cui compito era semplicemente quello di placare eventuali tafferugli. Nessuno doveva pensare ad una Germania militarizzata, dovevano regnare la pace, i colori e l’atmosfera festosa. Ma i giochi rappresentavano altresì l’occasione per atleti israeliani di partecipare nuovamente ad una manifestazione di tale portata, dopo i tragici anni dell’Olocausto, ma di questo nessuno se ne curò realmente.

 

 

Erano da poco passate le 6 di mattino, quando da una finestra dell’edificio, i terroristi lanciarono due fogli con su scritta la loro richiesta: scarcerare 234 palestinesi in Israele entro le ore 9.00. Schreiber fu abile nel prorogare più volte la scadenza fino alle 17.00, mentre da Israele non giunsero mai segnali incoraggianti: infatti, Golda Meir, l’allora Primo Ministro, sin da subito si rifiutò di accettare una simile pretesa.
Nel frattempo intorno alle 11.00, a causa delle pressioni del pubblico e dei media, i Giochi furono ufficialmente sospesi, mentre un funzionario olimpico, Walther Tröger, ottenne il permesso di entrare nell’abitazione per controllare lo stato di salute degli atleti rapiti.
In realtà il suo scopo era quello di contare il numero di palestinesi armati (secondo lui 5), unica informazione per poter programmare un’azione offensiva che avrebbe previsto l’irruzione a sorpresa di un nucleo di tredici agenti utilizzando i condotti di ventilazione posti sul tetto dell’edificio.

 

 

Ma con i Giochi sospesi, folle di curiosi si riversarono in prossimità dell’edificio in Connollystrasse, e con loro una nutrita schiera di giornalisti e reporter che raccontavano e riprendevano in diretta quanto stesse accadendo. Nulla di più sbagliato. Nelle fasi concitate della preparazione dell’assalto, Schreiber si dimenticò completamente di isolare e liberare la zona (i terroristi potevano sparare sulla folla in qualsiasi momento) e il maldestro e goffo risultato fu che l’intera operazione fu ripresa in diretta dalle telecamere, consentendo anche ai terroristi, che all’interno dell’appartamento stavano osservando la TV, di venire a conoscenza del piano minacciando, così, di uccidere gli ostaggi immediatamente.

 

 
La svolta arrivò poco dopo le 17.00, quando Issa, leader del gruppo terroristico (nonché infiltrato come operaio durante la costruzione delle strutture olimpiche), avanzò la richiesta di trasferimento con gli ostaggi all’aeroporto del Cairo per poter continuare da lì le trattative.
Consci dell’assenso negato dalle autorità egiziane, la polizia, con l’idea di provare un’ultima volta a salvare gli atleti, assecondò il volere dei terroristi ed ordinò il loro trasferimento, attraverso 2 elicotteri, all’aeroporto di Fürstenfeldbruck, a pochi chilometri da Monaco, dove avrebbero trovato un Boeing 727 della Lufthansa.

Il piano prevedeva che all’interno dell’aereo, camuffati da piloti e membri della compagnia, un gruppo di poliziotti avrebbe dovuto uccidere Issa ed il vice, mentre cinque cecchini posti sulle torri avrebbero dovuto uccidere gli altri tre terroristi. Ma il piano si rivelò ben presto un fallimento: mentre gli elicotteri erano prossimi all’atterraggio, il gruppo di poliziotti all’interno dell’aereo annullò l’operazione reputandola troppo pericolosa.
Il destino degli atleti era pertanto affidato ai soli cecchini (che in realtà non erano veri e propri tiratori scelti, in quanto al tempo nella Germania dell’Ovest, l’esercito non poteva essere chiamato per risolvere questioni all’interno del territorio) sprovvisti di infrarossi, di caschi protettivi, con poca luce a favore ed ignari sul numero reale dei terroristi (sapevano fossero ancora cinque).

Tale impreparazione fu fatale nei trenta minuti di fuoco che seguirono dalle 22.30 fino alle 23.00. I cecchini spararono alla cieca mentre i rinforzi arrivarono solo alle 24.00 quando oramai il destino era tragicamente segnato: i terroristi, capito l’inganno e circondati, uccisero tutti gli atleti.
L’assurdità dell’intera operazione trovò il suo drammatico apice quando, in un primo momento, radio e televisioni affermarono l’avvenuta liberazione degli atleti, salvo poi dover diramare la crudele realtà. Il giorno seguente, i Giochi ripresero il regolare svolgimento.

Nel 2012, a 30 anni dall’eccidio, mentre il Cio (Comitato Olimpico Internazionale) si è dimostrato poco flessibile non lasciando troppo spazio ai ricordi durante le Olimpiadi di Londra, in Germania, dove ancora si avverte un senso di sconfitta per gli errori commessi, si è voluto ricordare quel giorno nefasto. Sul luogo dove 40 anni prima ci fu un bagno di sangue, un rabbino ha celebrato una messa alla quale hanno partecipato funzionari tedeschi, parenti delle vittime ed alcuni atleti israeliani sopravvissuti, uniti per ricordare Mark Slavin, Eliezer Halfin,David Berger, Ze’ev Friedman, Yossef Romano, Andre Spitzer, Moshe Weinberg, Amitzur Shapira, Yossef Gutfreund, Yakov Springer, Kehat Shorr.

 

Le mani di chi vuole sfidare il mondo, le sue insidie, superare sé stesso, portando al limite la resistenza umana. In condizioni proibitive con uno scopo filantropico e uno più prettamente sportivo. Sono le mani di Alex Gregory, campione olimpionico britannico vincitore di cinque medaglie d’oro ai Mondiali e due nel “4 senza” a Londra 2012 e Rio de Janeiro 2016.

Vesciche, bollee su tutto il palmo, polpastrelli aggrinziti: non dev’essere entusiasmante avere per ore e ore i quanti fradici mentre si voga nelle acque gelide polari. Gregory ha fatto parte di un team di canottieri che, a partire da 20 luglio 2017, ha navigato i mari gelidi con lo scopo di attraversare il circolo polare Artico da Sud a Nord.

“The Polar Row”, la pionieristica impresa, inizialmente, prevedeva due step: la prima tappa della spedizione è partita da Tromsø (Norvegia) per arrivare a Longyearbyen (Svalbard) toccando così il punto più settentrionale mai raggiunto da un equipaggio di canottaggio. Mentre venivano demoliti altri record, il piano iniziale dei ragazzi era quello di raggiungere l’Islanda, ma a causa di varie difficoltà, tra i quali i venti taglienti, l’equipaggio ha terminato il viaggio a Jan Mayen. Il team, ricordiamo, non aveva a disposizione vele o motori e gli effetti si vedono tutte nelle mani di Alex Gregory.

Come detto la spedizione aveva uno scopo benefico, ovvero trovare fondi per realizzare una scuola in India, nella regione dell’Himalaya. Ma nell’occasione, il team ha conquistato 11 record mondiali su 12 che si era prefissato. Eccone alcuni: la latitudine più settentrionale (78° 15’20”) raggiunta da un gruppo di canottaggio, la più veloce attraversata dell’oceano Artico, prime persone ad attraversare l’ceano Artico Sud a nord, più grande equipaggio, cinque membri, in questa particolare disciplina. Qui la lista completa.

 

Le mani che Gregory ha deciso di fotografare ricordano le gambe del ciclista Paweł Poljański segnate dalla fatica del Tour de France.