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Giovanni Sgobba

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Nel baseball ci sono delle qualità essenziali come avere reattività, scatto, prontezza di riflessi e una solida presa. Per afferrare la palla o qualche volta…direttamente una mazza impazzita.
Sembra una gag o uno spot pubblicitario, ma il gesto istintivo di Luis Guillorme è stato spettacolare quanto più che opportuno.
Guillorme è una riserva dei New York Mets, ha 22 anni, buone prospettive e il suo desiderio è giocare in pianta stabile nella Mlb, il massimo campionato di baseball negli Stati Uniti. Dopo questa clip, forse, gli verrà più facile.

Durante il secondo inning, nel match di giovedì 2 marzo, i Mets erano in battuta e  i Miami Marlins, con Adeiny Hechavarria, in ricezione.  Hechavarria nel colpire la sfera, perde incredibilmente il controllo della mazza che, piroettante, si dirige proprio verso la panchina dei Mets. Mentre tutti si sono allontanati (tra cui Tj Rivera, con la maglia numero 9, che si china), Luis Guillorme è rimasto impassibile, rigido nella sua posizione e, con nonchalance, ha afferrato al volo la mazza prendendola dall’impugnatura. Poi l’ha restituita come se nulla fosse accaduto:

L’esilarante presa ha entusiasmato anche il pubblico che ha applaudito il gesto. Ma non dovrebbe essere una sorpresa: secondo il report di scouting di Mlb.com, Luis Guillorme, tra i giocatori più promettenti, è quello che ha le statistiche più alte nelle prese effettuate.

Di Francis Koné probabilmente non ricorderemo la sua carriera calcistica: l’attaccante togolese, 26 anni, ha girato già diverse squadre tra Costa d’Avorio, Thailandia, Oman, Portogallo e Ungheria. Svincolato nel 2015, è stato acquistato  dal Fc Slovácko, squadra che milita nel massimo campionato della Repubblica Ceca (La 1. Liga o ePojisteni.cz liga per ragioni di sponsor).
Tre reti l’anno passato, altrettante quelle messe a segno durante l’attuale stagione. Non ha alzato trofei, forse non lo farà mia, ma Francis rimarrà nei ricordi di almeno quattro calciatori, dei loro cari e dei loro supporter. Koné, infatti, ha salvato la vita a quattro giocatori che hanno seriamente rischiato di morire sul campo da calcio.

Il 25 febbraio, durante il match di campionato, con il  suo Slovacko, Koné era ospite del Bohemians 1905, allo stadio Ďolíček di Praga. Una partita terminata a reti inviolate, ma poco dopo la mezz’ora la cronaca sportiva ha dovuto stopparsi per raccontare attimi complessi, drammatici: Koné servito da un lancio lungo, prova a raggiungere la sfera, ma desiste, quando, al limite dell’area di rigore, viene superato dal difensore Daniel Krch.
Nel frattempo anche il portiere Martin Berkovec era uscito per intercettare la sfera: entrambi sono con lo sguardo rivolto al pallone, non si sentono. L’impatto, testa contro testa, è forte, terribile, tanto da rimbombare nello stadio. Poi i due corpi cadono a terra e lì accanto c’era proprio Koné che, in un’intervista al The Guardian, ha detto:

Ho visto il difensore che si stava rotolando e si muoveva quindi non ero preoccupato per lui, ma il portiere era ancora sdraiato sulla schiena e ho potuto vedere il bianco dei suoi occhi. Era o incosciente o peggio. Così ho piantato il ginocchio sul suo petto per bloccare e controllare il suo braccio sinistro e ho cercato di forzare le dita in bocca

Quando si sviene o si perde conoscenza, il rischio è infatti che la lingua possa cadere all’indietro ostruendo le vie respiratorie. Ma Francis, dopo aver capito la gravità dell’attimo e contro l’orologio, ha rapidamente infilato le dita in bocca e srotolato la lingua. Poi, assieme a compagni e avversari, ha spostato il corpo del portiere di lato e poco dopo ha ripreso conoscenza.

Gli incresciosi “buuu” razzisti della tifoseria rivale si sono trasformati in applausi per aver prontamente salvato la vita al loro estremo difensore Berkovec. Martin Dostal, difensore del Bohemians, ha dato una sincera pacca al giocatore togolese per ringraziarlo; lui ha detto:

Senza Dio, quel giorno, sarebbe potuto accadere qualcosa di brutto, qualcosa di terribile. Poteva essere morto, ma sapevo che cosa fare. Era già successo

Koné non ha alcuna formazione medica, ma è l’esperienza la sua più grande ricchezza. L’incidente in Repubblica Cesa è il quarto a cui ha assistito nella sua ancora breve carriera professionista di otto anni, sparsa in diversi continenti. Non tutti, però, sono stati in campo.
In Thailandia, infatti, un compagno di squadra è collassato dopo aver subito un trauma cranico in palestra. La seconda volta è stata tornando in Africa, per una partita col Togo: un suo amico gli chiese di organizzare una partita amichevole prima di tornare al suo club in Oman, l’Al-Mussanah. Qui uno scontro simile a quello di febbraio, giocatore contro portiere e la nuca che colpisce terra. La terza volta, di nuovo in Africa, è stato solo due anni fa.

In tutte queste circostanze, Koné era lì, mosso dall’istinto. Un angelo nero, orgoglio dei suoi genitori. Uno che non gira lo sguardo, mai scappare se succede qualcosa di brutto sul campo:

Non si può sempre aspettare l’intervento di qualcun altro

Luci a San Siro di quella sera
che c’è di strano siamo stati tutti là,
ricordi il gioco dentro la nebbia?
Tu ti nascondi e se ti trovo ti amo là.

Ha ispirato Roberto Vecchioni, di soprannomi ne ha avuti tanti così come di classe e di fantasia di quei calciatori che hanno corso sul suo manto erboso. San Siro, la “Scala del calcio” o il “Tempio del calcio”, simbolo dell’élite meneghina, di quel calcio condotto con fierezza da mecenati del pallone milanese che contendevano a Torino la corona della capitale “pallonara” d’Italia.
Metà casa del Milan, metà casa dell’Inter, San Siro, inaugurato il 19 settembre 1926 accanto all’ippodromo del troppo su volere dell’allora presidente del Milan, Piero Pirelli, ha una capienza di oltre 80mila spettatori. Un catino con i suoi vortici laterali venerato e osannato dagli appassionati sportivi.

Il 2 marzo 1980 lo stadio è stato intitolato a Giuseppe Meazza, eterno campione scomparso il 21 agosto dell’anno prima. L’occasione fu quella del derby, vinto per 1-0 dall’Inter con un gol di Lele Oriali al 77′. Un suggello che impreziosì l’annata neroazzurra conclusasi con la vittoria del 12esimo scudetto.

Senza troppo giri di parole Meazza è considerato tra i più grandi calciatori italiani di tutti i tempi: ha vinto due Mondiali (nel ’34 e nel ’38), per tre volte è stato capocannoniere del campionato di Serie A e ha vinto tre volte lo scudetto.
Era soprannominato “Balilla” perché, quando fu aggregato nella prima squadra dell’Ambrosiana Inter, a 16 anni, dall’allenatore Arpad Weisz, alla lettura della formazione titolare, Leopoldo Conti, tra i più anziani, sorpreso esclamò: «Adesso facciamo giocare anche i balilla!», ovvero i ragazzini.
Ma ben presto si intuirono le sue doti: in carriera ha segnato più di 250 gol tra Inter, Milan, Juventus, Varese e Atalanta, ma è con la Nazionale guidata da Vittorio Pozzo che è diventato davvero immortale.

 

Esordì non ancora ventenne, il 9 febbraio 1930 nel match tra Italia e Svezia finito 4-2 con due sue gol. Trascinatore nell’eroica vittoria per 5-0 a Budapest contro l’Ungheria, autentica forza del tempo, Giuseppe Meazza fu anche il leader che portò gli azzurri a vincere il primo Mondiale, quello del 1934 in casa.
La prima Coppa Rimet alzata al cielo. Quattro le reti in quella manifestazione: due contro la Grecia nei preliminari, una contro gli Stati Uniti negli ottavi e una nei quarti di finale, ripetuti, contro la Spagna.

Quattro anni dopo, Meazza, è ancora il condottiero azzurro: diverso il ruolo, centrocampista, ma con più responsabilità rappresentata dalla fascia di capitano al braccio. In semifinale, contro il Brasile, Meazza segnò l’ultima delle sue 33 reti realizzate con la maglia azzurra. Fu una rete decisiva (l’Italia si impose 2-1), ma anche tragicomica: a causa della rottura dell’elastico dei pantaloncini, tirò il rigore tenendoli con una mano.
Il suo record di gol sarà raggiunto dal solo Gigi Riva nel 1973 per un totale di 35 reti con la Nazionale.

La paranoia per il terrorismo o per l’immigrazione clandestina è talmente esasperata da provocare autentici abbagli. Anche se la storia di Adrian Solano, uno sciatore di fondo venezuelano, è davvero assurda e romanticamente imprevedibile.
Sì non è un errore: abbiamo detto sciatore che proviene dal Venezuela, anche se, da quelle parti di neve non si ha traccia. Solano ha partecipato ai Mondiali di sci di fondo a Lahti, in Finlandia e, vedendolo così impacciato nella performance di qualificazione, si può solamente intuire quello che, poi, l’atleta stesso ha confermato: prima della gara, non aveva mai sciato sulla neve.

Sembrerebbe assurdo o un’autentica follia, eppure il venezuelano (unico rappresentante del suo paese) aveva programmato tutto: dopo essersi allenato solo con gli skiroll (sci a rotelle), avrebbe voluto passare un mese in Svezia per prendere confidenza con il manto nevoso prima dei Mondiali.
Peccato che, e ci colleghiamo con l’apertura, tutto è saltato drammaticamente: il 19 gennaio, Solano, dopo aver fatto scalo in Francia prima di raggiungere il paese scandinavo, è stato espulso e rimandato in Venezuela perché la polizia non aveva creduto che fosse davvero uno sciatore e pensava che stesse cercando di emigrare illegalmente.

Ma Adrian non si è mai demoralizzato, non ha mollato e dopo tanto peregrinare burocratico è riuscito a presentarsi a la via della 10 km tecnica classica con la pettorina numero uno: avvio goffo, diverse cadute, bastone rotto e tanta difficoltà. Il 23enne ha tenuto botta, arrivando fino alla fine dei 6 km.

La sua determinazione e sana follia, oltre a suscitare sano umorismo e ilarità, ad alcuni ha ricordato la leggendaria

Nazionale giamaicana di bob alla sua prima partecipazione all’Olimpiade invernale di Calgary nel 1988.
Passione e caparbietà: nello sport si può davvero fare tutto. Anche sciare senza neve.
 

Ha visto il campo e ha deciso di impugnare la racchetta. La passione per il tennis è più forte di lei. L’ex tennista brindisina, Flavia Pennetta, a Montecarlo per girare alcuni spot, non ha resistito al richiamo del cemento. Nonostante l’abbigliamento non “ufficiale” (jeans e maglioncino) e il suo bel pancione (incinta, al sesto mese di gravidanza), ha cominciato ad andar giù di dritti e rovesci. Ma non è tutto: a pochi passi da lei, sull’altro campetto, ecco che sbuca un campione mondiale…addirittura Novak “Nole” Djokovic.

Quando vedo un campo mi viene voglia di giocare…anche in jeans! ??E guardate un po’ chi c’è nel campo di fianco! #tennisday

Un post condiviso da Flavia Pennetta (@flaviapennetta82) in data:

Flavia Pennetta è un’ex tennista italiana che ha deciso di ritirarsi nel 2015 a 33 anni. Vincitrice degli Us Open 2015, è stata la seconda italiana di sempre, dopo Francesca Schiavone, a essersi aggiudicata un torneo del Grande Slam, battendo la connazionale Roberta Vinci in una storica finale tutta italiana e diventando, con i suoi 33 anni, la tennista con l’età più alta nella storia del tennis mondiale ad aggiudicarsi il primo Slam della carriera.
Considerata come una delle più forti tenniste italiane di tutti i tempi, se non la più grande dell’era moderna, in carriera ha vinto in tutto 11 tornei Wta in singolare. Si è sposata l’11 giugno 2016 con il tennista Fabio Fognini.

L’idea di creare la squadra fu di due statunitensi, George Fitch e William Maloney, che avevano affari e legami familiari con la Giamaica. Videro una gara di “carretti” e pensarono che somigliava al bob, eccetto per il ghiaccio. Poiché la partenza è una parte molto importante della gara e la Giamaica ha così tanti velocisti, pensarono di poter reclutare qualcuno degli atleti delle olimpiadi estive, ma questi non stravedevano per l’idea. Si rivolsero all’esercito e proposero l’idea al Colonnello Ken Barnes.

A dirlo è  Devon Harris, un bobbista giamaicano, anzi uno dei quattro a far parte della spedizione dell’isola caraibica alle Olimpiadi invernali di Calgary nel 1988, celebri per noi italiani, per l’impresa di Alberto Tomba.
Proprio nella terra calda che ha visto nascere corridori e velocisti, pensiamo al dominio di Usain Bolt o ad Arthur Wint, primo giamaicano a vincere un oro alla prima apparizione della sua Nazionale alle Olimpiadi di Londra del 1948. Idea abbastanza folle: una Nazionale di bob messa su grazie alla passione (o scommessa?) dei due miliardari statunitensi e all’intuito di chiedere “in prestito” alcuni sprinter da riadattare al ghiaccio. Devon Harris, tenente dell’esercito giamaicano; Dudley Stokes, capitano dell’aeronautica giamaicana; Michael White, soldato della Riserva Nazionale e Samuel Clayton, ingegnere ferroviario.
Ecco il team strambo, agli occhi esterni, che per la prima volta nella storia si è presentato a un’Olimpiade invernale.

Dopo la selezione degli atleti, i primi allenamenti si tennero proprio in Giamaica su quei “famosi” carretti, ma successivamente il team si spostò a Lake Placid negli Stati Uniti e a Igls in Austria.
Male, malissimo all’inizio, ma piano piano anche grazie a Sepp Haidacher, allenatore austriaco, arrivarono i primi risultati che avrebbero portato la squadra alle Olimpiadi di Calgary, nel febbraio del 1988.

“Squadra simpatia” per eccellenza, carica di ironia, ma anche determinazione e orgoglio. Dal sole tropicale al gelo, loro ci avevano creduto per davvero, creando attese nella competizione del bob a quattro. La terza manche è passata alla storia: i quattro giamaicani a pochi metri dal traguardo cappottarono rovinosamente. Sconforto e dolore, ma supportati e incitati, volevano a ogni modo arrivare fino in fondo. Così, aiutati dallo staff della manifestazione, trascinarono il bob e varcarono la linea a piedi.

La loro storia è stata immortalata nel 1993 nel film prodotto dalla Disney “Cool Runnings – Quattro sottozero”, ma anche in Italia, negli anni successivi è arrivato il loro eco. La Fiat, infatti, negli anni 2000 ha girato un paio di spot per promuovere il modello Doblò, invitando proprio la Nazionale giamaicana a girare una serie di sketch esilaranti.

La possiamo definire un’impresa, senza retorica: la Giamaica è stata presente alle Olimpiadi invernali nel bob fino ai giochi di Salt Lake nel 2002 mentre, dodici anni dopo, in Russia si è presentata la squadra del bob a due, con la coppia formata dal quarantaseienne Winston Watt, che era uno dei membri del team del 1994 e del 1998, e dall’ex velocista Marvin Dixon.
A quasi 30 anni dal debutto a Calgary (l’anno prossimo ci saranno le Olimpiadi in Corea del Sud) la squadra è senza un allenatore e senza i soldi necessari per assumere uno. Si sono rivolti al web, creando una campagna di crowdfunding sul sito GoFundMe: al momento hanno racconto circa 2mila dollari, ma il loro obiettivo è arrivare a 60mila.
Kathleen Pulito, media coordinator del team che ha creato la donazione, crede nell’impresa: con l’allenatore e il giusto apporto la Giamaica può lottare per una medaglia!

 

Il team originale in una foto del 2007

 

Magie che solo l’FA Cup sa regalare. La principale coppa nazionale di calcio inglese, nonché la più antica competizione calcistica ufficiale al mondo, essendo stata istituita nel 1872, nel match del Monday night ha messo di fronte Sutton e Arsenal. Se i Gunners non hanno bisogno di presentazioni, va spesa qualche parola in più per la squadra del sobborgo di Londra che gioca in quinta serie.
Le stelle della Premier League sul campo sintetico del Gander Green Lane, un impianto con appena 5013 posti, solo 765 quelli a sedere, spogliatoi minimalisti, una caldaia che funziona a intermittenza e poco altro. Non c’è stato, però, l’happy ending tanto atteso per il piccolo Sutton che si ferma al quinto turno: con i gol di Lucas Perez e Theo Walcott, l’Arsenal ha vinto 2-0.
Post scriptum: c’è stata anche questa bizzarra invasione.

Rimarrà un uomo, però, nei ricordi e nella mitologia del calcio inglese: Wayne Shaw. Portiere di riserva del Sutton e, al contempo, preparatore dei portieri più giovani, Shaw, 45 anni e quasi 120 kg, è diventato immediatamente l’idolo degli appassionati.
Uno show di Shaw, verrebbe da dire, giocando sull’assonanza fonetica. Ci teneva a non far fare brutta figura alla sua realtà, ai suoi cittadini e al suo team: già nei giorni prima del match ha aiutato a risistemare il terreno di gioco e a cambiare le luci del riflettore.
Qualche ora prima dell’inizio dell’incontro, invece, lo si è visto passare l’aspirapolvere accanto alle panchine.

Goffo, ma bello da vedere, Shaw ha dato spettacolo anche durate la partita stessa. L’ex gelataio, al minuto 82, a match praticamente archiviato e con i cambi tutti effettuati, ha deciso in tutta tranquillità di gustarsi un meat pie (una specie di torta di carne). Strambo abbastanza no? Eppure, lo stesso profilo Twitter del club, al termine del primo tempo, ha pubblicato un’immagine con il risultato parziale accompagnata dall’ormai iconico cibo. Devono andare pazzi da quelle parti!

 

Perdonateci il paragone, ma a noi è venuto in mente un altro bizzarro portiere di Sua Maestà: John Osborne, portiere degli anni ’60, idolo del West Bromwich Albion con oltre 250 presenze, immortalato mentre sul terreno di gioco si fuma beatamente una sigaretta. Nel calcio, è successo anche questo.

Il suo unico vero errore durante il Mondiale negli Stati Uniti nel 1994? Beh, girare un’imbarazzante spot per l’Ip, la vecchia Italiana Petroli.
Ironia, tanta ironia, al punto da dimenticarsi del rigore fallito dagli 11 metri più importanti della sua vita. E anche della nostra. Contro il Brasile, in finale a Pasadena. Vien da sorridere perché, in fondo, a quel Mondiale, Sacchi, l’Italia e noi italiani ci siamo aggrappati per il “codino”. Roberto Baggio trascinatore di una spedizione, alla fine, fallimentare.

Ma il Baggio che gira la pubblicità per l’Ip e che viene sapientemente caricaturizzato dalla parodia di Guzzanti, altro genio assieme al numero 10, ci porta nell’altra dimensione della comunicazione. La società contemporanea non rimaneva impassibile: lui spostava gli equilibri della Serie A  e spostava, al contempo, la fantasia e l’opinione. Baggio ha cambiato tante maglie, ma si può dire che l’unica casacca indossata nella sua carriera è proprio la fantasia.

Nazionalpopolare al punto giusto, il “Divin codino” è riuscito anche a distorcere la realtà, a plasmarla rendendola piacevole ed eterna come i sogni dei tanti tifosi. Quella traversa che trema ancora con il portiere carioca Taffarel che esplode di gioia, così, sempre in uno spot, questa volta della Wind, diventa un tiro che supera la dimensione della logica e si insacca in rete.

Era il 2000, ben sei anni dopo gli Usa, in mezzo un altro campionato del mondo finito ai rigori, contro la Francia, nel 1998. Al Mondiale transalpino, Baggio ci arriva dopo una stagione incredibile, la più prolifica dal punto di vista realizzativo.
Con l’idea di trovare continuità per convincere il ct Cesare Maldini, Roby accetta di trasferirsi dal Milan al Bologna (nel mezzo un accordo quasi raggiunto con il Parma, ma senza la convinzione di Carlo Ancelotti).
Si taglia il codino, si converte al buddismo, segna 22 reti in 30 partite. E’ la sua rinascita, Bologna si esalta, la Granarolo, con sede nel capoluogo emiliano, decide di andare in tv per esaltare il “campione dell’alta qualità”:

Lui l’anno dopo lascia l’Emialia-Romagna per tornare a San Siro, questa volta sponda Inter. Ma tra i rossoblu ha lasciato un profondo amore: all’ombra della Torre degli Asinelli e di portici in portici, il nome di Roberto provoca autentica nostalgia.
Chi si addormenta con la sua maglia, chi ne parla al bar, chi non vede più un senso alla domenica pomeriggio senza lui in campo. Tra loro c’è il bolognese Cesare Cremonini, ex frontman dei Lunapop che, sulle note di “Marmellata#25”, dice:

Ah, da quando Senna non corre più
Ah, da quando Baggio non gioca più
Oh no, no! Da quando mi hai lasciato pure tu
Non è più domenica

A Bologna ha incantato tutti, anche Lucio Dalla che, nel 2001 all’interno dell’album Luna Matana scrive la canzone “Baggio Baggio”:

Sei mai stato il piede del calciatore che sta per tirare un rigore,
e il mignolo destro di quel portiere che è lì, è lì per parare
meglio, sta molto meglio il pallone, tanto, lo devi solo gonfiare.

Baggio è arte con le calze slabbrate a coprire i parastinchi. Arte che entra nell’arte come la musica oppure alzando il sipario di un teatro. “Orfeo Baggio”, infatti, è una pièce musicale, è un giallo complesso con sullo sfondo un omicidio, realizzato da Mario Morisini.
In un articolo sul Corriere della Sera, il sceneggiatore disse: «Accostare Baggio a Orfeo può parere provocatorio, in realtà si tratta di due miti con molte affinità. Entrambi sono incantatori di folle: Orfeo con la cetra, Baggio con il pallone. Entrambi devono affrontare una discesa agli Inferi alla ricerca di qualcosa di impossibile. Per me, figlio di un operaio emigrato in Francia, le origini italiane sono sempre state motivo di fierezza. Ma accanto a Leonardo e Michelangelo, a Verdi e Manzoni, non esito ad aggiungere Baggio. A suo modo anche lui un artista sommo».

Baggiomaniaci, baggiocentrici e chi più ne ha di neologismi, più ne metta. Forse è esagerato? Beh Roby è talmente mitologico che è finito anche in un episodio di “Holly&Benji”, massima espressione infantile e adolescenziale del calcio puro. Puro divertimento. Unica nota stonata, ma divertente: quando Rob Denton calcia il pallone, la voce fuori campo, estasiata, esclama un buffo: “Robbbbbertobbbaggio”. Poesia.

 

Giovanni Sgobba

E’ ipnotica, invitante e soprattutto divertente. L’effetto ottico, poi, in uno stadio gremito, leva il respiro per il suo andamento ritmico e sinuoso che coinvolge chi ti sta accanto. Una  marea umana che si incunea nelle tribune, passa per le curve e rientra prima di svanire. Diffusa, oggigiorno, nelle manifestazioni sportive internazionali (dalle amichevoli di calcio alle Olimpiadi, passando per i Mondiali), la “Ola” è  una coreografia entrata a far parte di una tradizione ormai acquisita del culto sportivo. Però, c’è da chiedersi: chi l’ha inventata?

In molti, nel corso degli anni, si sono scervellati alla ricerca di una fonte attendibile dell’atto primordiale della genesi. Mitologie, racconti, testimonianze, ovviamente si mescolano rendendo il tutto estremamente torbido. Eppure, qualche anno fa, il quotidiano inglese The Guardian aveva chiesto ai suoi lettori di approfondire la materia, proponendo alcune date e accogliendo nuovi riferimenti.
Alcune risposte sono state esilaranti: un lettore ha sostenuto di esser stato il primo a farla, da solo, nel suo soggiorno nel 1954, mentre un altro ha giurato di averlo visto fare nel 1945, da quattro persone in una partita di softball giovanile in Canada. Poi c’è stato lo storico che ha detto: «Sono stati i nativi americani nelle grandi pianure durante la caccia che, in fila, alzavano le braccia ondulandole per disorientare il bisonte e portarlo in una certa direzione, in una trappola o su una scogliera». Dicono di averla vista anche in una corrida in Spagna nel 1930.

Com’è intuibile i casi di “avvistamento” sono più numerosi di quelli sugli Ufo. E il nome, di certo, non aiuta: “Ola”, infatti, è la versione spagnola di “onda”; nei paesi anglofoni è chiamata “Mexican wave” perché è diventata popolarissima, diramata in tutto il globo, grazie alle riprese televisive del Mondiale del 1986 in Messico vinti dall’Argentina di Maradona.
Ma l’onda ha un origine ancor più anteriore. Di cinque anni. La Ola, infatti, è nata come “The Wave” a Oakland, in California, negli Stati Uniti, il 15 ottobre 1981. Durante il match di baseball tra Oakland A’s e New York Yankees, circa 48.000 spettatori ondeggiarono simultaneamente, capitanati da Krazy George Henderson, un cheerleader professionista che può, dunque, considerarsi il genitore della coreografia.

Krazy George, padre della “Ola”

Ovviamente, come tutte le cose belle, anche l’Ola è nata fortuitamente: Henderson, infatti, afferma che  è nata per un ritardo di sincronia durante una partita di hockey al Northlands Coliseum di Edmonton, in Canada. La sua idea originale era quella di far alzare e far applaudire gli spettatore di un lato dell’arena con successiva risposta di quelli seduti sul lato sopporto.
Ma quella sera una sezione adiacente, sempre sullo stesso lato, ritardava di qualche secondo a saltare in piedi, così, incantati dal movimento, anche gli altri hanno iniziato a rispondere in ritardo. La partita di baseball del 1981, giocata all’Oakland Alameda Coliseum, fu l’occasione perfetta, visto la grande affluenza di pubblico, per sperimentare ufficialmente l’Ola. Ci furono alcune false partenze, tre o quattro, ma alla fine la folla capì l’idea di Krazy Henderson.

Tra le varie curiosità esiste un sito internet, StoptheWave.net, che organizza campagne contro questa coreografia perché, secondo alcuni fan, distrae il pubblico che perde l’adrenalina per l’incontro o anche perché spesso è fatto al momento sbagliato.
In occasione delle Olimpiadi di Pechino del 2009, la Ola divenne oggetto di studio: circa 300 persone furono incaricate di studiare nei dettagli la tecnica per replicarlo durante la manifestazione e trasformare, così, lo sport in una grande festa.

 

Possiamo srotolare tutti gli appellativi prendendo prestiti dalla cultura di massa, dalla letteratura, mitologia o dalla musica: la sfida di Champions League tra Napoli e Real Madrid, in 180 minuti da giocare al Bernabeu e al San Paolo, può avere numerose etichette.
La classica, quella più inflazionata, ci porta alla battaglia tra il gigante Golia e Davide, reminiscenze bibliche che trovano eco nel primo libro di Samuele. Il guerriero filisteo che, a prima vista sembrava invincibile, sconfitto dall’arguzia di Davide e dalle cinque pietre scagliate con la sua frombola.
Dalle citazioni coraniche fino alle opere di Caravaggio, del Bernini o di Tanzio, il dualismo intelletto-forza bruta si è propagato nel linguaggio più comune dei nostri giorni.

Tra i tanti ricami saltati fuori attorno a quest’entusiasmante sfida, oltre al ricordo dell’unico doppio precedente (nel 1987, 2-0 per i merengues all’andata in un Bernabeu a porte chiuse; 1-1 al ritorno in casa dei partenopei), Napoli contro la squadra bianca di Madrid è un match di campioni. Tanti sono i calciatori vincenti che hanno sfilato tra la penisola flegrea e quella sorrentina, tra Puerta del Sol e il Palacio Real. Tra loro ci sono anche discreti campioni del Mondo.

In occasione del Mondiale del 2014 giocato in Brasile, il tabloid inglese Daily Mail pubblicò un articolo sui team e, di riflesso, sui campionati maggiori nazionali che hanno avuto il maggior numero di calciatori vincitori di un Mondiale mentre erano tesserati tra le loro file. Nel complesso, la Serie A ha avuto ben 90 calciatori laureatisi campioni del Mondo (con la Juve in testa con 22, seguita dall’Inter con 18).
Anche la Triestina o la Lucchese o il Lecce possono vantare un menzione speciale, ma tra i pezzi da novanta, a Napoli, ricorderanno con piacere uno in particolare, tanto da dedicargli un altarino in via San Biagio dei Librai: nato a Lanús il 30 ottobre 1960 e con l’azzurro, il bianco e il sole cuciti sulla pelle, che sia dell’Argentina o del golfo, “El Pibe de oro”, Diego Armando Maradona.

Ecco che l’accezione Davide contro Golia acquista una sfumatura in più che ne aumenta la tensione, l’ansia e la scaramanzia. Ma che innalza anche la qualità. Se Maradona è l’unico “napoletano” campione del Mondo, il Real Madrid, infatti, può sfoggiare quasi una formazione intera: ben 10 hanno sollevato in trionfo la gloriosa coppa d’oro di Silvio Gazzaniga.
L’infornata più grande, va detto, è merito della Spagna totalizzante dell’ultima era, con due Europei e il Mondiale vinto nel 2010 nella finale contro l’Olanda decisa da Iniesta.

Ben cinque facevano parte di quella spedizione: il portiere Iker Casillas, i difensori Sergio Ramos, Álvaro Arbeloa e Raúl Albiol (ex di questo incontro assieme a José Callejon) e il centrocampista Xabi Alonso.
A completare la formazione ideale ci sono ancora: il terzino brasiliano Roberto Carlos (Corea del Sud-Giappone 2002) che chiude la difesa a 4, così come 4 sono i centrocampisti con il francese Christian Karembeu (Francia 1998) e il duo tedesco Günter Netzer (Germania Ovest 1974) e Sami Khedira (Brasile 2014). Mancherebbe una punta per completare il modulo, ma al Madrid può bastare un solo attaccante: l’argentino Jorge Valdano (Messico 1986).

Nella storia gloriosa a ritmi alterni del Napoli, Maradona è lui l’unico trofeo che i partenopei possono vantare di più di ogni altra cosa. Perché nel Mondiale del 1986, il numero 10 argentino dimostrò che si possono avere tanti campioni in squadra, ma lui era diverso. Speciale, irriverente, imprendibile, leader. Quello che non erano gli altri.
Quello del 1986 fu un Mondiale perfetto nella sua complessità, nelle sue polemiche, nelle sue tensioni politiche. Forse, anche per questo, irripetibile.
Ma senza ombra di dubbio fu un’edizione piena di stelle: dalla Francia di Platini, all’Inghilterra di Linecker, passando per il Brasile di Socrates e la Germania di Rummenigge. E di una rete fantasmagorica: il gol degli “11 tocchi” di Maradona contro l’Inghilterra, seguita dal telecronista sudamericano che non riesce a stargli dietro e si limita a esclamare “ta-ta-ta”.
Qualche istante prima, invece, la marcatura, altrettanto memorabile, passata alla storia come la “mano de Dios”. La più grande scorrettezza e la più bella magia, insieme nella stesa partita. Solo a Diego è concesso fare questo. Tra la guerra delle Malvine, la crisi diplomatica tra due paesi che, per il controllo delle Folkland, hanno impugnato le armi; tra Inghilterra e Argentina c’era solo lui.

Per tutti gli argentini e per gli sportivi, quello sarà per sempre il Mondiale di Maradona. Lui è riuscito a segnare un passaggio importante nel calcio: si può essere trascinatori di un’intera squadra. Anche da soli.
Come ha detto Giovanni Galli, portiere dell’Italia quell’anno:

Se Maradona avesse vestito la maglia della Corea, quell’anno la Corea avrebbe vinto il Mondiale