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Giovanni Sgobba

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I colori, il rosso e il nero, sono gli stessi, dal Flamengo alla nuova avventura al Milan. Il rosso del cuore che ha messo Lucas Paquetà per segnare il suo primo gol a San Siro, il nero della fascia a lutto che ha indossato sul braccio e che si è sfilato per stringerla in un pugno rivolto verso al cielo. La sua è una dedica speciale: il brasiliano, che ha segnato la rete del 2-0 contro il Cagliari, beffando Cragno di interno sinistro, grazie a un cross perfetto di Calabria sul secondo palo, ha voluto omaggiare gli ex compagni di squadra, le dieci giovanissime vittime dell’incendio nel centro tecnico del club rossonero di Rio de Janeiro, avvenuto nella notte tra il sette e l’otto febbraio.

Piange Paquetà, piange tutto il calcio brasiliano è in lutto: a Vargem Grande, quartiere della zona ovest di Rio, la nuova stella del Milan ha passato 12 anni della sua vita e fino a poche settimane fa si allenava proprio al  “Ninho do Urubu”, al nido degli avvoltoi.

Sono stati giorni speciali per me, il gol al Milan è un sogno che si realizza, come era un sogno giocare al Milan ma per anni io ho vissuto al Flamengo e quella era casa mia

Tra le vittime dell’incendio c’è Christian Esmerio, portiere di 15 anni che era considerato una grande promessa in Brasile, già nel giro della Nazionale della sua categoria. A dicembre aveva pubblicato su Instagram una foto in compagnia di Tite, allenatore della Seleçao. Oltre a Christian Esmerio, sono stati riconosciuti tra le vittime i calciatori Arthur Vinícius de Barros Silva Freitas, difensore di 14 anni (ne avrebbe compiuti 15 questo sabato) che aveva giocato con la nazionale brasiliana U-15. Tra gli scomparsi anche il nome di Pablo Henrique da Silva Matos, 14 anni, cugino di Werley, difensore della squadra professionistica del Vasco da Gama, uno dei rivali del Flamengo a Rio. Nonostante le difficoltà per i soccorritori e gli inquirenti nell’identificare i corpi carbonizzati, con il passare delle ore si è allungata la lista dei nomi dei convolti. Tra questi quello di Bernardo Pisetta, portiere, di 15 anni, dell’attaccante quattordicenne Victor Isaías, e di Athilas Soza Paixão. Alla lista si sono aggiunti poi Jorge Eduardo, terzino sinistro di 15 anni, che ne avrebbe compiuti 16 il 14 febbraio, Samuel Thomas, terzino destro di 15 anni, e Rosa Gédson Santos, detto Gedinho, centrocampista quattordicenne. Era appena arrivato al ritiro, stava vivendo i suoi primi giorni dell’esperienza al Flamengo. È invece Rykelmo de Souza Viana, 16 anni mediano di spinta, la decima ed ultima vittima individuata. Era soprannominato Bolivia ed avrebbe compiuto 17 anni tra pochi giorni, il 26 febbraio.

 

Leonardo, direttore generale dell’area tecnico-sportiva del Milan, è cresciuto proprio lì e ha detto: «Sono molto toccato da quello che è successo al centro Ninho do Urubu, quando ho cominciato a giocare nelle giovanili del Flamengo c’era solo il terreno e il sogno di costruire un centro sportivo di alto livello. Vorrei abbracciare tutte le famiglie delle vittime dell’incendio. Il mio pensiero e la mia preghiera sono per quei giovani che inseguivano il sogno di diventare calciatori».

 

 

 

 

 

 

 

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Otra tragedia…El mundo del fútbol está de luto… Que tristeza irmãos brasileiros… #flamengo #quetristeza #forçaflamengo #elfutbolestadeluto

 

Un post condiviso da Javier Zanetti (@javierzanetti) in data:

 

Prima della partita, lo speaker di San Siro aveva letto un messaggio per i giovani scomparsi: «Questi 10 ragazzi giocheranno con gli angeli», mentre sul maxi-schermo è stato proiettata un’immagine in cui lo stemma del Milan e quello del Flamengo, che condividono i colori rosso e nero, si sono intrecciati, con la scritta #ForçaFlamengo.

 

Con la prima partita in Italia tra gli azzuri e il Galles allo stadio Olimpico di Roma, prende il via la seconda giornata del Sei Nazioni 2019.
Gli uomini guidati dal ct O’Shea hanno esordito con una sconfitta contro la Scozia e oggi ospitano i dragoni.

Come ogni anno si spera che l’Italrugby non ottenga il tanto odiato “cucchiaio di legno”.
Per l’Italia non uno score grandioso nel Sei Nazioni: dal 2000, anno in cui c’è stata la prima partecipazione al torneo di rugby a cui hanno preso parte le nazionali di Inghilterra, Scozia, Galles, Irlanda, Francia e, appunto, Italia, sono state ben 13 le volte in cui gli azzurri sono arrivati ultimi. Non è un’effige d’onore, ma è una tradizione ormai imprescindibile per la palla ovale.
Il “cucchiaio di legno” è il simbolico trofeo che si assegna alla Nazione peggiore del torneo. Sopra gli azzurri ci sono altre nazioni che però hanno decenni di gettoni alle spalle (pensate che il torneo esiste dal 1883): guida la classifica l’Irlanda con 36 cucchiai, mentre la Francia è a 18.

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Lo sfottò tra le tifoserie di rugby

Ma come nasce questa singolare tradizione? Probabilmente bisogna partire dall’università di Cambridge all’inizio dell’Ottocento, quando il cucchiaio veniva assegnato allo studente che, pur riuscendo a superare la prova, otteneva il risultato più basso alla prova finale del corso di matematica (erano i “Cambridge Mathematical Tripos”, il più antico dell’università). Nel corso degli anni, verso i primi del Novecento, il cucchiaio raggiungeva addirittura il metro e mezzo di altezza: era molto carnevalesco, con cerimonie e decorazioni varie.
Dalla matematica allo sport, il merito sembra avercelo il canottaggio: sempre in ambito universitario, agli equipaggi britannici classificati per ultimo si donava l’ormai celebre feticcio. Dal canottaggio al rugby, il passo è breve: ormai entrato nel gergo quotidiano, lo scettro dell’ultimo classificato è approdato anche nel torneo del Sei Nazioni verso la fine dell’Ottocento, rimanendo, però, sempre “virtuale”.

Nel torneo, inoltre, ci sono altri riconoscimenti “non ufficiali”. Il cucchiaio di legno, infatti, non deve essere confuso con il whitewash (cappotto), che si assegna quando una squadra finisce il torneo senza vincere neppure una partita e finendo ultima in classifica con zero punti (e, ahinoi, è successo nella scorsa edizione per l’Italrugby).
Per le nazioni d’oltremanica, inoltre, Inghilterra, Scozia, Irlanda e Galles c’è in palio un altro trofeo: la Triple Crown (Tripla Corona), che va alla nazionale che riesce a battere tutte le altre.

Qui, un divertente spot di Sky girato qualche anno fa che ironizza, appunto, sul cucchiaio:

C’è anche Paul Gascoigne al Festival di Sanremo. In una via indiretta, una citazione più per la sua vita extracalcistica che per le sua carriera passata anche in Italia, nella Lazio dal 1992 al 1995. Tra le 24 canzoni in gara al Festival iniziato martedì 5 febbraio e giunto alla 69° edizione, c’è anche il brano “Rolls Royce” del rapper/trapper Achille Lauro, che omaggia grande icone del rock come Doors e Rolling Stones e della musica in generale come Amy Winehouse, ma anche Axl Rose, Billie Joe, Jimi Hendrix, Elvis Presley e Marilyn Monroe.

In realtà Achille Lauro si concede un paio di citazioni fuori dal campo musicale: due sono rivolti all’arte con Mirò e Van Gogh; l’altro, appunto al calcio, con l’ex calciatore inglese Paul “Gazza” Gascoigne, noto sì per il suo talento, ma anche per il suo carattere esuberante, animoso e sferzante e per la sua difficile e complicata dipendenza dall’alcol accompagnata da disturbi psichici sempre più gravi. Nel brano, infatti, il riferimento è proprio a quest’ultimo aspetto:

No, non è un drink, è Paul Gascoigne

Achille Lauro è di Roma, ha 28 anni e ha scelto il suo nome d’arte sulla base del suo vero nome, cioè Lauro De Marinis. In un’intervista ha detto che la scelta è stata quasi naturale, dal momento che, quando era più giovane, il suo nome di battesimo veniva spesso associato a quello dell’armatore Achille Lauro, che fu anche sindaco di Napoli negli anni Cinquanta e al quale venne intitolata una nave divenuta famosa per il suo dirottamento e per la crisi che ne seguì nel 1985, la cosiddetta “crisi di Sigonella”.

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Achille Lauro è in attività dal 2012, ma ha raggiunto una certa fama anche fuori dalla scena underground da poco più di un anno. Nel 2017 ha partecipato al reality show Pechino Express, quello in cui coppie di personaggi più o meno famosi devono superare varie prove, ed è arrivato al terzo posto nella classifica finale. Nel 2018 è uscito il suo ultimo disco, Pour l’amour, prodotto insieme a Boss Doms con il quale Achille Lauro ha detto di aver creato un genere nuovo, la “samba trap”, simile alla trap ma con degli elementi sudamericani e più glamour.

Il testo completo di “Rolls Royce”, la canzone che Achille Lauro al Festival di Sanremo:

Sdraiato a terra come i Doors
Vestito bene, via del Corso
Perdo la testa come Kevin
A ventisette come Amy
Rolls Royce
Sì come Marilyn Monroe
Chitarra in perla, Billie Joe
Suono per terra come Hendrix
Viva Las Vegas come Elvis
Oh Rolls Royce
Rolls Royce
Rolls Royce
Rolls Royce
Rolls Royce
Rolls Royce
No, non è vita, è Rock’n Roll
No, non è musica, è un Mirò
È Axl Rose
Rolling Stones
No, non è un drink, è Paul Gascoigne
No, non è amore, è un sexy shop
Un sexy shop, sì, sì, è un Van Gogh
Rolls Royce
Rolls Royce
Voglio una vita così
Voglio una fine così
C’est la vie
Non è follia ma è solo vivere
Non sono stato me stesso mai
No, non c’è niente da capire
Ferrari bianco, sì, Miami Vice
Di noi che sarà
Rolls Royce Rolls Royce
Di noi che sarà
Rolls Royce Rolls Royce
Rolls Royce
Rolls Royce
Voglio una vita così
Voglio una fine così
C’est la vie
Amore mio sei il diavolo
Che torni ma
Solo per dare fuoco al mio cuore di carta
Dio ti prego salvaci da questi giorni
Tieni da parte un posto e segnati ‘sti nomi
Rolls Royce
Rolls Royce
Rolls Royce

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Mettete che state giocando contro la seconda in classifica, la squadra che ha il miglior attacco con una media di oltre due gol a partita. Mettete che voi siete al quarto posto, giocate in casa, in una bolgia calorosa che spinge fino al 97’ per trascinare la squadra nella risalita della classifica. Una partita sentita contro una nobile retrocessa che vuole affrettare i tempi per ritornare nella massima serie. E poi c’è il ragazzo ex di turno che, dopo 20 secondi, decide che è arrivato il suo momento e di indirizzare le sorti della sfida con una prodezza irreale.

Facciamo un po’ di ordine: giovedì sera 31 gennaio si è giocato il posticipo della 2.Bundesliga tra Union Berlin e Colonia. La stagione è ripresa proprio negli ultimi giorni di gennaio dopo la sosta invernale con una classifica decisamente interessante nelle parti alte: c’è l’Amburgo che è primo a 40 punti e prova a staccarsi dalle inseguitrici, al secondo posto c’è, come detto, il Colonia a 36, a 34 il St. Pauli che è incappato in una sconfitta e a 31 l’Union Berlin, la squadra di Berlino Est.

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E’ migliore attacco contro migliore difesa, quasi da dentro o fuori per i rossi berlinesi, ci si aspettava una partita bloccata e tesissima, di fatto la tensione è rimasta alta fino alla fine con un espulso per l’Union, ma dopo 22 secondi i padroni di casa sono passati in vantaggio. Con i 22.012 spettatori dello stracolmo An der Alten Försterei increduli per il gol capolavoro di Marcel Hartel.

Hartel che è nato proprio a Colonia 23 anni fa e si è fatto tutta la trafila, dalle giovanili fino all’Under 19. E che non aveva ancora segnato in stagione. Fischio di inizio, palla che arriva al portiere dell’Union che la smista subito sulla destra per il terzino Trimmel, passaggio forte a cercare la punta centrale Polter che stoppa male, ma serve sull’esterno destro Abdullahi che alza la testa, vede Hartel solo in area e lo serve con un cross delicato. Il numero 7 va incontro alla sfera, anticipa il difensore un po’ stordito, controlla con un colpo di petto che alza la palla tanto quanto basta per non pensarci su due volte: si sistema con il corpo, defilato rispetto alla porta, si coordina con un precisa rovesciata che beffa il portiere avversario Horn.

“Unglaublich”, incredibile, echeggia dalle curve, l’allenatore dell’Union Berlin, Urs Fischer è incredulo, tutti fanno festa tranne proprio Hartel che non esulta come classico – quanto inutile – gesto di rispetto verso la squadra che l’ha cresciuto. Trattiene l’euforia, ma sa benissimo cosa si è inventato. In una partita delicatissima, in un momento che ha colpito nell’animo il Colonia che ha perso per 2-0.

🌝 Per conoscere il quartiere Arcella 🌝

Mondiali.it ospita nel suo spazio, in via de’ Menabuoi 4 a Padova, la libreria Limerick. Marta e Grazia ci consigliano tre letture e ne discutiamo assieme:

– “Arpad Weisz e il Littoriale” di Matteo Matteucci; –

“Zlatan: Un viaggio dove comincia il mito” di Paolo Castaldi;

– “Giorni Selvaggi” di William Finnegan | 66thand2nd Editore

Se vi interessano, chiedete direttamente a loro come acquistarli!

🎯 Ma prima di parlare dei libri, come nasce la libreria Limerick? E perché questo nome? 🎯

In coda al video, altre tre proposte di libri che potete trovare sul nostro shop online

Arpad Weisz e il Littoriale 

 Bologna, 1938.  Una squadra che regala emozioni, uno stadio tra i belli d’Europa, una città che esulta, sogna, sorride al futuro. Un allenatore e la sua famiglia, approdati in un’Italia che riconosce il talento e che vuole crescere. Poi, all’improvviso, il grigio all’orizzonte. I sorrisi spenti, gli sguardi bassi; il disprezzo. È tempo di andare. Non si può tornare indietro. E in un attimo la felicità è un ricordo lontano, sempre più sbiadito. I pomeriggi in campo con la squadra, gli incoraggiamenti nello spogliatoio la domenica mattina, le trasferte, le partite vinte e quelle perse, i successi che portano in alto, le strategie ideate passeggiando in via Saragozza sulla strada verso casa: tutto cancellato. Cancellati i nomi sul campanello di via Valeriani, quelli dei figli sul registro di scuola; cancellati i progetti, i desideri, le speranze; cancellato un uomo e la sua vita. Un uomo che un giorno è costretto a salire su un treno, non sa per dove. Insieme a lui tante altre vite annullate dall’odio. La destinazione è una e terrificante, e non prevede ritorno.

Arpad Weisz (Solt, Ungheria, 1896 – Auschwitz, Polonia, 1944), fu l’allenatore ebreo ungherese che dal 1935 al 1938 portò la squadra di calcio del Bologna a vincere per due volte consecutive lo scudetto e la prestigiosa Coppa del Torneo dell’Esposizione di Parigi nel 1937. Le tavole del volume di Matteo Matteucci “Arpad Weisz e il Littoriale” (Bologna, Minerva 2016), esposte in originale o riprodotte graficamente, raccontano le vicende calcistiche e storiche del periodo compreso tra gli anni Venti e gli anni Quaranta nel territorio bolognese. Si parte dall’inaugurazione dello Stadio nel 1926, con la presenza di Mussolini per arrivare fino agli anni nei quali la squadra del Bologna, all’epoca vincente in Italia e in Europa, è guidata dall’ungherese Arpad Weisz.

Ulteriore approfondimento qui

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Zlatan: Un viaggio dove comincia il mito

Puoi togliere il ragazzo dal ghetto, ma non il ghetto dal ragazzo

Rosengård è uno dei pochissimi quartieri-ghetto della Svezia. A detta di alcuni, il più pericoloso. Turchi, arabi, polacchi, magrebini. C’è tutto il “vecchio continente”, tutto il Mediterraneo, lì.  Migliaia di persone hanno cercato un futuro possibile lungo l’Amiralsgatan, la principale arteria stradale del quartiere di Malmö. Un futuro per loro e per i loro cari. E c’era una volta… anche un ragazzino di origini slave, introverso e irrequieto, a inseguire il suo pezzetto di destino. Abitava al quarto piano del 5C di Cronmansvag e il suo nome era Zlatan Ibrahimovic. Per la gente di lì, per la gente di Rosengård, per la sua gente, semplicemente “Zlatan”. Perché non Ibrahimovic disegna su carta gli anni giovanili del fuoriclasse che tutti oggi conosciamo, quelli che ne hanno formato il carattere spigoloso e ribelle, troppe volte, troppo superficialmente, accostato alla parola “prepotenza”. Un viaggio-reportage tra le vie di Rosengård che mostra il giovane (ma già altissimo) Ibrahimovic in cerca della sua chance, del suo riscatto da una vita difficile passata tra i campetti del quartiere e la casa del padre, dove il frigorifero è sempre troppo vuoto e la guerra in Jugoslavia sempre troppo presente.

Paolo Castaldi si è imposto con la graphic novel Diego Armando Maradona, con cui ha raccontato a fumetti uno dei miti del calcio. Fra le altre sue opere, pubblicate in vari paesi del mondo, Etenesh, l’odissea di una migrante, Gian Maria Volonté (su sceneggiatura di Gianluigi Pucciarelli), Pugni (insieme a Boris Battaglia) e Allen Mayer. All’attività di fumettista, Castaldi affianca quella di disegnatore di storyboard, che lo ha portato a collaborare con lo studio di Bruno Bozzetto. Per Feltrinelli Comics ha pubblicato Zlatan. Un viaggio dove comincia il mito (2018).

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Giorni Selvaggi 

 Per molti il surf è solo uno sport. Per il surfista è una filosofia di vita, «una via» alla ricerca di sé. William Finnegan ha cominciato a sfidare il dio oceano da ragazzo, in California e alle Hawaii. Giorni selvaggi è la storia di una vita trascorsa a inseguire le onde più belle nei cinque continenti, dalla Polinesia all’Australia, da Madeira al Sudafrica, dalle Figi al Madagascar. È il diario di un’ossessione, uno straordinario romanzo d’avventure, e infine un viaggio iniziatico nei segreti di un’arte esatta – il surf –, che è la chiave per esplorare la vita. Il surfista ha sempre davanti un orizzonte che attrae e atterrisce: nel mare ogni cosa è connessa alle altre. «Le onde sono il tuo campo da gioco,» scrive Finnegan «sono l’oggetto dei tuoi desideri e della tua adorazione e più profonda». Ma allo stesso tempo sono il tuo avversario, il tuo nemico mortale, la tua nemesi. Vincitore del premio Pulitzer 2016

66thand2nd (Sixtysixthandsecond) è l’incrocio tra la Sessantaseiesima Strada e la Seconda Avenue, a Manhattan, dove gli editori hanno creato il primo nucleo del progetto editoriale di 66thand2nd

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Sapete quante volte non si è disputata la Maratona di New York dal suo primo anno d’esordio, nel 1970? Sono in una circostanza, nel 2012, a causa del devastante uragano Sandy. Quell’anno, Leonardo Cenci avrebbe voluto partecipare alla storica corsa che attraversa i cinque distretti della Grande Mela e passa per il famigerato ponte di Verrazzano; si stava allenando duramente per essere in forma, lui che ha iniziato a correre dal 1999. Ma quel momento, quell’attesa si allungarono di giorni in anni: non era performante, poi la febbre alta. Dopo una lastra toracica è emersa una massa grande quanto una pallina da tennis al polmone destro; pare sia adenocarcinoma al quarto stadio, ma poco dopo la brutta notizia, diventa pessima: una tac alla testa evidenzia metastasi celebrali e alle ossa.

Leonardo, però, quell’edizione del 2012 annullata la colse come segno del destino e mi confidò: «Alzai gli occhi al cielo e pensai: è un messaggio per me, qualcuno mi sta dicendo “pensa a curarti che la maratona aspetta te”».

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Leonardo è morto questa mattina, poco dopo le 10. Come ha scritto la sua associazione “Avanti tutta” in un post su Facebook, «di questi sei anni che gli sono stati “regalati” dalla malattia non ha sprecato neanche un giorno», ma da qualche settimana il suo quadro clinico era peggiorato. Un primo ricovero i primi di novembre, poco dopo il suo compleanno per un improvviso abbassamento della vista causato dalle metastasi al cervello. Poi si è ripreso e ha continuato le sue innumerevoli attività. Alla vigilia di Natale, però, un attacco epilettico. E stavolta la situazione è apparsa subito più seria. Leo non ha rinunciato a nulla fino all’ultimo, nonostante le condizioni aggravate.

Un ragazzotto di 46 anni, i medici gli avevano dato sei mesi di vita, ma lui questa sfida l’ha subita accettata e si era detto: «Vediamo, quanto sono terminale?». Si rialzò, riprese prima a camminare, poi a correre, ad allenarsi, a essere – paradossalmente –  sostegno e conforto per chi gli stava vicino. Perché sorrideva alla vita e diceva che in fondo aveva «una clessidra con meno granelli».

Convinto e cocciuto, si segnò sul calendario quel 2012, quella Maratona di New York rimasta sul groppone, aveva un grande obiettivo: con fierezza voleva essere il primo maratoneta italiano a correre con un cancro ancora in atto e dimostrare che si può convivere con la malattia. Ci riuscì nel 2016, ma non gli bastava, lui voleva tagliare il traguardo con un tempo preciso: battere il record di Fred Lebow, cofondatore della maratona e unico atleta al mondo, prima di lui, a partecipare con un cancro in atto.

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E secondo voi com’è finita? Leonardo ce l’ha fatta, tagliando il traguardo in 4 ore 27′ e 57” e superando le 5 ore 32′ 34″ di Lebow.  Una medaglia al collo e un selfie ironico-irriverente (nel senso buonissimo del termine) alla consegna, nel 2017, di una prestigiosa onorificenza, il titolo di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, conferito proprio da Sergio Mattarella.

Leonardo è un vincente, la sua linguaccia era uno smacco alla malattia. Grazie per il prezioso insegnamento. Corri ancora Leonardo!

Il suo soprannome è Filippa proprio come il beniamino di cui è fan sfegatata: Filippo Inzaghi. Lei si chiama Ni-Min vive a Shanghai e ha macinato migliaia di chilometri per salutare il suo mito, l’allenatore del Bologna. O meglio, ex-allenatore perché nella giornata di lunedì 28 gennaio, Inzaghi è stato esonerato dopo la pesante sconfitta per 4-0 subita contro il Frosinone.

Tempismo davvero notevole, quello di Ni-Min che si è presentata al centro allenamenti di Casteldebole per scattare una foto assieme a Inzaghi e ha scoperto la rottura del rapporto tra l’ex giocatore del Milan e la società emiliana. E dire pure che la cinese era sotto l’ombra delle Due Torri da quattro giorni, s’è vista pure la brutta partita allo stadio Dall’Ara pur di aumentare la collezione di cimeli a tema “SuperPippo” tra foto, autografi e calendari.

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Ai giornalisti fa vedere i video di qualche incontro passato come quello dell’anno scorso quando era ancora sulla panchina del Venezia, ma a questo giro, la sua giornata tutta speranzosa e positiva si è trasformata in una mattinata infelice.  Un incubo che unisce la tifosa e Inzaghi: entrambi hanno perso il sorriso.

La storia di Ni-Min ricorda un episodio altrettanto rocambolesco vissuto nel 2012 da un giornalista giapponese, Daisuke Nakajima, esperto di calcio scozzese per aver seguito, per diversi anni, le gesta del mito nipponico Shunsuke Nakamura nel Celtic. Lui, però, era tifoso dei rivali protestanti, i Rangers che in quegli anni, dopo il fallimento, era scesi nei bassi fondi della piramide calcistica scozzese.

Nakajima non aveva smarrito l’entusiasmo e quando gli si presentò l’opportunità di assistere a un match dal vivo, si imbarcò sull’aereo in direzione Scozia, precisamente a Elgin, città dove si sarebbe svolta la partita. Ben 10mila chilometri, 14 ore di viaggio in aereo e circa cinque in treno, poi l’amara scoperta: il match tra Elgin e Rangers era stato annullato.

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Il motivo? Il presidente dell’Elgin City, fiutando affari e soldi facili per un partita di così altro prestigio nonostante fosse in terza divisione, aveva deciso non solo di alzare i prezzi dei singoli biglietti, ma di venderne molti di più della capienza massimo dello stadio. La polizia, dunque, per motivi di sicurezza aveva deciso di chiudere i cancelli dello Borough Briggs e rinviare la partita.

Ma c’è un lieto fine, se così si può dire, per Daisuke Nakajima (e chissà magari si concretizza anche a Ni-Min): i dirigenti del Rangers, venuti a conoscenza dell’assurda disavventura, l’hanno invitato a partecipare ad un tour all’interno della sala trofei dell’Ibrox Stadium.

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Un toscanaccio verace, classe 1914 e passato alla storia per la vittoria al Tour de France 1938. “Uno scalatore unico” dicevano i giornali il giorno dopo, una prova di resistenza. Dieci anni dopo centrò il bis in quella che fu una vittoria iconica per tutta l’Italia perché a detta di molti contribuì ad allentare il clima di tensione sociale dopo l’attentato a Palmiro Togliatti.

E poi nell’immaginario collettivo, il duello infinito contro Fausto Coppi, i tre Giri d’Italia conclusi in testa e il suo riconoscimento come “Giusto tra le nazioni”. Gino Bartali era questo, ma non solo: durante il suo discorso dopo la vittoria del Tour ringraziò solo i suoi tifosi e non il Duce, come richiedeva la prassi istituzionale.
Era un cattolico convinto, uno dei vari aspetti del suo essere – oltre l’uomo, lo sportivo, il credente, il marito fedele “di due mogli”, la sua bicicletta da corsa e quella in carne e ossa, Adriana, l’antifascista, l’anima controversa e schiva lacerata dalla morte prematura del fratello Giulio – che si possono respirare nel libro “Gino Bartali. Una bici contro il fascismo” scritto da Alberto Toscano.

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Nella prefazione a cura di Gianni Mura si legge che “la sua religiosità ha giocato un ruolo importante nell’avversione verso le leggi razziali, nel rifiuto dei simboli della dittatura, oltre che nello straordinario dinamismo della rete clandestina nata nel 1943 per nascondere e salvare moltissimi ebrei. Per questo motivo oggi leggiamo il suo nome sul Muro dei Giusti al Memoriale di Yad Vashem a Gerusalemme. «Ginettaccio» non amava parlare dei suoi meriti extra sportivi e tantomeno dei suoi «chilometri per la vita», percorsi fra la Toscana e l’Umbria per salvare gli ebrei perseguitati, procurando loro i documenti falsi, che nascondeva nell’intelaiatura metallica e nella sella della sua bicicletta. Non lo considerava un gesto fuori dal comune, ma la reazione che ogni persona dovrebbe avere di fronte alla vita minacciata degli altri. Un esempio di umanità per ricordarci la nostra”.

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Tra il 1943 e il 1944 salvò oltre 800 persone con la sua bicicletta percorrendo 185 chilometri al giorno avanti indietro. Nella canna e nel manubrio nascondeva documenti falsi che da Assisi, dove c’era una stamperia clandestina, portava all’arcivescovo vescovo di Firenze che, assieme al rabbino, poi li distribuiva agli ebrei per permettergli l’espatrio e quindi la salvezza dal fascismo. Non temeva di esser scoperto, non temeva la fucilazione e la morte seguente, divenne il postino segreto dell’organizzazione clandestina, tutti avrebbero pensato che si stesse allenando e a nessuno sarebbe mai saltato in mente di controllarlo. Eppure a Firenze fu fermato dalla polizia per un controllo, ma nessuno controllò la sua bicicletta.

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Nel 2006, dall’allora Presidente della Repubblica, Ciampi, era stata conferita una medaglia d’oro al valore civile alla memoria di Bartali e nel 2013 gli era stata assegnata dallo Stato di Israele l’importantissima onorificenza di Giusto fra le Nazioni.

E’ uno tra i simboli più tatuati dagli statunitensi, scrive, nel saggio critico “No logo”, l’autrice Naomi Klein. Parliamo dello Swoosh, il logo universalmente riconosciuto della Nike, una delle società d’abbigliamento che più si è legata allo sport e alle gesta degli atleti. Con un fatturato che nel 2015 ha superato  i 30 miliardi di dollari, negli anni, Nike è diventato il primo produttore mondiale di accessori e abbigliamento sportivo, soprattutto per il calcio, il basket, il tennis e diverse discipline atletiche.

Nike Inc. nasce il 25 gennaio 1967, su idea di un allenatore, Bill Bowerman, e di uno studente di Economia, Phil Knight, per importare scarpe sportive dal Giappone. Fu scelto Il nome “Nike” perché nella mitologia greca l’omonima dea simboleggiava la vittoria. A guardar bene, infatti, lo Swoosh rappresenta la  dinamicità stilizzata della dea alata Nike di Samotracia.

Dalle scarpe alle magliette, dagli orologi ai polsini, il brand è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità, cavalcano lo slogan “Just do it” ed efficaci campagne pubblicitarie. Dallo spot girato dalla Nazionale di calcio brasiliana in aeroporto, a Michael Jordan, siamo rimasti incollati davanti allo schermo e ancora oggi ricordiamo con affetto queste pubblicità.
Qui di seguito, abbiamo raccolto gli spot che hanno aumentato la popolarità del marchio portandolo alla supremazia attuale:

1988 – La prima volta di “Just do it”

La prima volta che il mondo si accorge di queste tre semplici parole è in uno spot televisivo del 1988. Si vede Walt Stack, allora 80eene corridore, correre a petto nudo lungo il Golden Gate Bridge di San Francisco, mentre dice al pubblico che corre 17 miglia ogni mattina. “Just Do It” è stato un spartiacque per l’azienda: a metà degli anni ’80, infatti, aveva perso negli Stati Uniti il dominio sulla vendita delle scarpe sportive. Questo passo è stato decisivo per il definitivo rilancio;

1991 – Ci vuole il rock: Agassi e i Red hot

Esplode la carica degli anni ’90 e la Nike pensa di miscelare rock e sport, dimostrando di poter spaziare e accogliere le icone più trend del momento. Per la musica ecco i Red Hot Chili Peppers, mentre come atleta sportivo si sceglie il ribelle, alternativo e un po’ punk nell’anima: la folta chioma (che poi perderà) del tennista Andre Agassi;

1995 – La sfida infinita: Agassi contro Sampras

E’ ancora il tennis a proiettare la Nike in una nuova dimensione. Questa volta scende in strada, tra i comuni passanti. La forza espressiva del marchio è talmente forte da piazzare nello spot una delle rivalità sportive più acri e suggestive: Agassi contro Sampras. Lo spot “Guerrilla-tennis”, definito come uno dei migliori 25 sportivi da Espn, è un incontro improvvisato tra le vie di New York con gli spettatori sorpresi e poi entusiasti;

1996 – Il calcio va all’inferno

Com’è facilmente intuibile, il calcio (soccer) in America è partito un paio di gradini al di sotto rispetto basket, baseball o anche tennis. Nel corso degli anni è diventato sempre più popolare anche se la Nike, attenta anche al mercato europeo, ha sempre avuto un occhio di riguardo al calcio nostrano.
Nel 1996 fa centro con uno spot mitologico che vede Maldini, Ronaldo, Brolin, Rui Costa, Kluivert, Campos chiamati a salvare il calcio da orrendi e maligni diavoli. Il tocco finale è un must ancora oggi: Cantona che si alza il colletto e prima di perforare il portiere esclama: “Au revoir”.
La Nike, in seguito, realizzerà tante altre campagne sul calcio (ricordiamoci Ronaldo e il Brasile in aeroporto o tutto il capitolo sulla “gabbia” o il “joga bonito”), ma questo spot di metà anni ’90 è una tappa miliare e unica;

1996 – “I’m Tiger Woods”

Nello stesso anno, Nike decide di puntare e investire su un ragazzo, un golfista, da poco passato ai professionisti. Crede nelle potenzialità del ragazzo e gli dedica una campagna ad hoc semplice ed efficace, tanto da rimanere in testa per giorni e giorni. Bambini e ragazzini, in successione, pronunciano «I’m Tiger Woods»: è la presentazione al mondo di quello che per molti sarà considerato il più grande golfista di sempre e tra i migliori sportivi.
La carriera di Woods non ha bisogno di ulteriori parole: già nel 1997 vince il Masters a 21 anni e 3 mesi risultando il più giovane vincitore nella storia del torneo;

2001 – Dopo il rock, ora tocca all’hip hop

E’ probabile che quella generazione di ragazzini si sia appassionata all’hip hop e al basket vedendo questo spot. Una scarica di adrenalina, la voglia di prendere in mano la palla e fare acrobazie e freestyle. Sfondo nero, luci soffuse, un beat creato dal suono dei rimbalzi della palla e dalle scarpe che scivolano sul parquet e si sforna un autentico capolavoro. Divenuto icona del nuovo secolo, lo spot è stato riadattato anche in versione “calcistica”;

2003 – Ciao Michael Jordan

Michael Jordan è la leggenda del basket. Michael Jordan per quasi due decadi è stato uno dei volti più di successo della Nike che già verso la fine degli anni ’80 aveva scommesso su di lui. Basta pensare che esiste una linea, “Air Jordan”, costruita esclusivamente sull’icona dei Chicago Bulls.
Nel 2003, all’annuncio del suo reale e definitivo ritiro come giocatore dall’Nba, la Nike, in preda alla nostalgia, gira uno spot sulla falsariga di quelli passati. C’è il regista Spike Lee nelle vesti di Mars Blackmom (nome di fantasia di questo personaggio molto amico di Mj) che persuade e prova a convincere il numero 23 a ritornare a giocare.
Una serie di infinite telefonate e poi alla fine del video, si sente dall’altra parte della cornetta Jordan che saluta. Poi “tu-tu-tu”. E’ la conclusione di un pezzo inarrivabile di storia. Divertente e un po’ triste allo stesso tempo;

2005 – Con le traverse di Ronaldinho esplode internet

Nike introduce il concetto di “viralità”, fenomeno di ipercondivisione ed emulazione che si diffonde attraverso la rete. Bastano solo alcune parole: Ronaldinho, Barcellona, quattro traverse (più una quinta che si sente in chiusura dello spot). Il capolavoro è servito;

2013 – 25 anni di “Just do it”

La Nike, come visto con Spike Lee, ha ciclicamente chiesto la partecipazione di attori, registi e addetti allo spettacolo. Per celebrare i 25 anni dalla nascita dello slogan, si serve della voce di Bradley Cooper per narrare le gesta dello spot dal nome “Possibilities”.
E’ un invito a non mollare mai, a credere in quello che si fa: fatica, sudore e sconfitte forgiano gli atleti vincenti di domani. Così, si arriva a giocare assieme a Piqué (difensore del Barcellona) o a sfidare Serena Williams o LeBron James.
Inutile dirlo, la campagna è diventata subito virale, ottenendo più di quattro milioni di visualizzazioni nella prima settimana di lancio;

Ora la palla passa a voi: quali spot vi sono rimasti più impressi?

Domenica 3 febbraio, lo sport a stelle e strisce e anche molti fan di tutto il globo si fermeranno per assistere alla 53esima edizione del Super Bowl, la finale del campionato della Nfl, la National Football League americana. Al Mercedes-Benz Stadium di Atlanta, in Georgia, i New England Patriots, ancora una volta in finale, se la vedranno contro i Los Angeles Rams per decretare il campione della stagione 2018.

I Patriots si sono qualificati per la terza volta consecutiva al Super Bowl, la quarta in cinque anni e la nona dell’era Belichick-Brady; diventano così la terza squadra a disputare tre finalissime consecutive, dopo i Buffalo Bills 1990–93 e i Miami Dolphins 1971–73. Per la francighia dei Rams, invece, sarà finale dopo ben diciassette anni dall’ultima apparizione nel Super Bowl XXXVI del 2001.

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Tra i tanti volti protagonisti c’è anche quello dell’allenatore Sean McVay, al suo primo Super Bowl in carriera essendo stato ingaggiato due anni fa dopo aver ricoperto solo incarichi da assistente in squadre che non erano mai arrivate alla finale. Una particolarità di McVay è che vive le partite in maniera estremamente intensa, fino a ignorare quello che gli sta succedendo attorno. Così, per evitare che durante le partite si scontri con gli arbitri a bordo campo incorrendo poi in sanzioni, un assistente dello staff dei Rams ha l’incarico di seguirlo e spostarlo di forza quando sta per avvicinarsi a un arbitro. Nel video esilarante di Espn si vede Ted Rath, ufficialmente il “get back coach” spiegare il suo peculiare ruolo. E McVay ovviamente non sembra nemmeno accorgersene.

Sean McVay con i suoi 33 anni (è nato il 24 gennaio 1986) è il più giovane coach nella Nfl e secondo Espn è anche il più giovane dal 1983 quando Art Lewis dei Cleveland divenne allenatore all’età di 27 anni.