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Giovanni Sgobba

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Chiamatelo pure Special Once. C’era una volta lo Special One strabiliante, quello della Champions League impossibile al Porto e dell’ancor più assurdo triplete dell’Inter del 2010. E in mezzo l’amore più bello con il Chelsea ambizioso di Abramovich e la prima Premier League vinta dopo 50 anni. Quel José Mourinho che in dodici anni, dal 2003 al 2015, ha rivoluzionato il calcio europeo tra Portogallo, Inghilterra, Spagna e Italia, portando a casa 22 titoli, non c’è più.

Quello che si toglieva la medaglia dal collo mentre il Porto alzava la Champions League, quello “padrone” del suo futuro che piangeva e abbracciava Materazzi dopo la finale di Madrid, ecco quel Mourinho che non è più artefice del suo destino. E lo dimostrano le sue ultime due gestioni, dal ritorno al Chelsea agli ultimi anni al Manchester United, da  una coincidenza di tempi beffarda: il 17 dicembre 2015 José Mourinho veniva esonerato dal Chelsea, tre anni dopo il 18 dicembre 2018, esattamente alle 9.46 orario inglese, il manager portoghese viene licenziato dal Manchester United.

 

Nell’arco temporale di tre anni, due bocciature pesanti per lo Special One, con tre glorie isolate come la conquista della Coppa di Lega, dell’Europa League e della Community Shield, con i Red Devils, nel 2017. Tre trofei, certamente importanti, ma che non hanno entusiasmato l’ambiente di Manchester abituato ai fasti di Alex Ferguson, a vincere le coppe “di Serie A” e a trionfare in Premier Leauge. Mou viene esonerato per un gioco mai decollato e apprezzato, ma anche e soprattutto per i risultati mediocri, ennesimi, in Premier. Nel complesso dei due anni e mezzo, è stato in panchina 144 volte, vincendo 84 partite, pareggiandone 31 e perdendone 29, ma pesa il sesto posto in classifica, lontani dalla zona Champions e a -19 dal Liverpool che è in testa e proprio domenica 16 dicembre vittorioso per 3-1. Pesa la gestione burrascosa con alcuni giocatori importanti dello spogliatoio dal capitano Valencia a Lukaku, ma soprattutto con Paul Pogba, la cui immagine da imbacuccato spettatore panchinaro durante la partita di Anfield è eloquente.

Per la quarta volta in carriera, Mourinho non riesce a completare l’anno calcistico all’interno della medesima società. Oltre all’ultima esperienza di Manchester e al già citato esonero di tre anni fa al Chelsea, nella carriera del portoghese, è successo solamente altre due volte e, coincidenza, ancora a dicembre: nel settembre del 2000, Mourinho lasciò il Barcellona per essere ingaggiato dal Benfica in sostituzione dell’esonerato Jupp Heynckes. Fu la prima esperienza su una panchina prestigiosa, ma dopo sole nove partite di campionato, il 5 dicembre, rassegnò le dimissioni a causa del cambio di presidenza del club.

Nel gennaio 2001 si accasò all’União Leiria, conducendo la squadra prima al quinto posto, la posizione più alta mai raggiunta dal club, e poi al terzo posto nel dicembre del campionato 2001-2002 prima di passare, ancora una volta durante l’ultimo mese dell’anno, al Porto. Esattamente la squadra da cui è partita la rincorsa verso il successo. Il successo dello Special One…ora Special Once.

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In Serie A ha toccato quota 121 consecutive, l’ultima nel pareggio 2-2 contro la Sampdoria ha anche segnato. E se estendiamo la striscia comprese coppe europee e Coppa Italia, Francesco Acerbi ha superato le 140 gare di fila in cui è stato regolarmente schierato in campo. Da titolare, per di più. La centoquarantesima è toccata a fine novembre contro l’Apollon in Europa League e, com’è plausibile immaginare, il numero tenderà ad aggiornarsi di volta in volta.

Alla voce stacanovista del calcio, troverete il faccione del 30enne centrale difensivo della Lazio, un passato da ottimi livelli a Sassuolo e Chievo, meno al Milan dove si dimostrò “nomen omen” (solo in quella circostanza) troppo acerbo. Una sfida, una dimostrazione di grande caparbietà e correttezza: 90’ più recupero da quattro stagioni praticamente, nemmeno una squalifica per somma di ammonizioni o espulsione diretta. E il turnover? Manco a pensarci.
Lui in campo c’è sempre ed è la sua inconscia risposta alla sfida vinta contro il cancro due volte: la prima diagnosi nell’estate del 2013, con l’operazione d’urgenza al testicolo. Poi la recidiva, le cure, la chemio. Acerbi ha sconfitto due volte il tumore, poi è tornato in campo maturo e consapevole e la sua costanza e l’ottimo rendimento, quest’estate l’hanno portato a lasciare Sassuolo per iniziare la nuova avventura con la Lazio.

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E proprio contro il club biancoceleste, quasi come segno del destino, è iniziata la sua lunga striscia di partite consecutive: era il 18 ottobre 2015 e il Sassuolo vinse quel match 2-1. Acerbi aveva saltato i due turni precedenti contro Chievo ed Empoli per infortunio, una parola cancellata dal vocabolario da quel giorno in poi. Ma altra pazzesca curiosità: da quando è rientrato nel settembre 2014 dopo il tumore al testicolo, Francesco Acerbi è stato impiegato regolarmente per tutti i minuti di gioco, recuperi compresi, tranne in una sola circostanza quando è uscito per espulsione (doppia ammonizione) all’88’ di Sassuolo – Cagliari del 1 febbraio 2015.

Davanti a sé, Acerbi ha ancora una rosea carriera da difensore centrale, tra i migliori in Italia negli ultimi 4-5 anni per costanza e rendimento, qualità che strizzano l’occhio al fantacalcio. Nel suo macinare record su record ci sono però due mostri sacri che l’attendono: Javier Zanetti ha giocato 137 gare consecutive in Serie A, ma il vero primatista assoluto è Dino Zoff che ha la serie più lunga di presenze consecutive, ben 332, cominciata con Napoli – Bologna del 21 maggio 1972 e conclusasi con Juventus – Genoa del 15 maggio 1983.

Sul suo profilo Instagram pubblica la foto con la medaglia di bronzo al collo accompagnato da un hashtag eloquente che benedice la buona sorte che, ogni tanto, ci vuole soprattutto lungo una carriera vincente che l’ha messa davanti a sfide contro avversarie, ma anche contro sé stessa. Federica Pellegrini rientra dalla Cina, dove si sono tenuti i Mondiali di nuoto, con la medaglia internazionale numero 50 quando ha superato i 30 anni, una medaglia stregata arrivata in maniera rocambolesca: un incredibile performance nella 4×100 mista delle azzurre che, quarte in acqua dopo un grande recupero di Federica Pellegrini, salgono sul podio per la squalifica del quartetto australiano per lo stacco irregolare di 0.06 nel cambio rana farfalla da parte di Emily Seebohm.

 

La nuotatrice di Mirano c’ha creduto e ha fatto numero tondo, 50, ripensando a dove tutto è iniziato, nel 2004 quando aveva da poco compiuto 16 anni e si ritrovava a gareggiare alle Olimpiadi di Atene. Sconquassò l’Italia, abbracciò Novella Calligaris, unica italiana fino prima di lei ad aver conquistato medaglie olimpiche nel nuoto femminile, seppur un’era fa a Monaco 1972, e di un anno più grande rispetto alla ragazza veneziana.

In quell’occasione fu medaglia d’argento nei 200 stile ed entrò di prepotenza nella storia dello sport italiano. Federica Pellegrini aveva 16 anni e dodici giorni esatti e l’inesperienza acerba che la portò a non guardare la rimonta della romena Camelia Potec che trionfò per soli 19 centesimi. Un battito che avrebbe domato e controllato se Federica avesse ripetuto il tempo delle semifinali con 1’58″02. E quell’istante che la immortala sul podio ci consegnò una ragazza decisa, felice, che si aggiustava i capelli senza sciogliersi in lacrime.

Una carriera infinita, iniziata a grandi livelli nel 2004 e proseguita con un successo dopo l’altro e ben 25 ori. E una carriera che dovrebbe prolungarsi fino a Tokyo 2020, quinta ed ultima Olimpiade di Federica, che non ha però ancora deciso se in Giappone gareggerà negli amati 200 o sulle distanze più brevi, come anticipato dopo la delusione di Rio 2016.

Meno male che questo giro di coppe europee è terminato. Lo sfacelo tra Champions League ed Europa League delle italiane è tale che nell’ultima partita dei rispettivi gironi non si è salvato nessuno, anche Roma e Juventus, qualificate, hanno rimediato brutte figure.

E la brutta serata svizzera di mister Allegri e giocatori, sul campo dello Young Boys, è tutta nell’istantanea del possibile 2-2 che, avrebbe quanto meno reso meno amara una prestazione sottotono. C’ha provato Paulo Dybala a raddrizzare una partita stortissima, l’ingresso in campo dell’attaccante bianconero ha quasi cambiato la partita con “La Joya” che ha segnato il 2-1 e poi pure il 2-2 al 92’. Un bellissimo tiro a giro di interno sinistro, di prima intenzione, carico d’effetto e di potenza che lascia di sasso il portiere Marco Wolfli. Peccato che di mezzo c’era Cristiano Ronaldo: sulla traiettoria del tiro, ha provato a colpire la palla di testa. Ma era in fuorigioco attivo.

Il talento argentino, però, è in ottima compagnia perché nella storia del calcio ci sono altre gemme balistiche o azioni furbe o estremamente spettacolari che, per errore dell’arbitro, per una svista o perché non era giornata, non sono stati convalidati come gol effettivo. Eccone cinque:

Edison Cavani in Barcellona – Napoli

 

Frank Lampard durante i Mondiali del 2010 in Germania – Inghilterra

 

Cristiano Ronaldo con tocco di testa di Nani in Spagna – Portogallo

 

Michel Platini in Coppa Intercontinentale nel 1985 tra Juventus – Argentinos Jr.

 

Pablo Daniel Osvaldo in Roma – Lecce

Stando ai dati della Lega Serie A, la durata media di ciascuna partita della scorsa stagione 2017-2018 è stata di 95 minuti e 19 secondi anche se, tolte tutte le interruzioni, il tempo effettivo di gioco è stato solamente di 51 minuti e 8 secondi. Si è giocato, dunque, poco più del 53% dei minuti a disposizione. Ma se pensate a un problema tutto italiano, non è esattamente così: in Premier League il tempo effettivo è di 56 minuti e 35 secondi, in Bundesliga 56 minuti e 31 secondi, mentre nella Liga spagnola si viaggia sui 53 minuti e 18 secondi.

Il calcio sta cambiando drasticamente ed è inevitabile seguire il flusso dei tempi: dalle bombolette spray in dotazione agli arbitri per rispettare le distanze, alla preziosa goal-line technology fino alla madre di tutte le rivoluzioni dell’era moderna: l’introduzione del Var, il Video Assistant Referee, “la moviola” tanto cara al Biscardi nazionale, essenziale aiuto tecnologico per l’arbitro stesso.

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E i tempi sono necessariamente dilatati rispetto al calcio di soli cinque o sei anni fa: il check del giudice di gara che rivede un’azione dal monitor per convincersi di un rigore o di un’espulsione, il confronto con l’assistente per rasserenarsi su una decisione delicata, l’attesa necessaria per rivedere i replay, incidono sul ritmo di gara. Che, attenzione, non è assolutamente un male.

I 90 minuti, però, iniziano a esser stretti e non possono i minuti di recupero essere un’effettiva risposta come dimostrano le tre rocambolesche partite giocate nel 15esimo turno di Serie A: il 2-2 finale di Cagliari – Roma è stato deciso al 96’ con la rete di Sau dopo che precedentemente ci sono state due espulsione (quella di Ceppitelli e Srna) quattro minuti dopo il 90’; stesso risultato, stesso finale infuocato per Lazio – Sampdoria con Immobile che trasforma il rigore al 96’ e Saponara che trova nuovamente il pari a nove minuti oltre il tempo regolamentare; e per chiudere i pirotecnici pareggi, il 3-3 tra Sassuolo e Fiorentina ha la stessa trama e lo stesso finale: Mirallas segna al minuto 96.

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Chris Nawrat e Steve Hutchings, nel libro “The Sunday Times Illustrated History of Football” del 1996 raccontano l’aneddoto che ha portato l’introduzione dei minuti di recupero, nel 1892, durante una partita tra Stoke e Aston Villa, e oggi utilizzato e segnalato dall’arbitro in base al numero di sostituzioni, interruzioni causa infortuni e che solitamente va dal minuto a tre-quattro minuti: in quella gara lo Stoke, che stava perdendo 1-0, aveva conquistato un calcio di rigore a due minuti dalla fine, ma il portiere dell’Aston Villa, William Dunning, calciò il pallone fuori dal campo e prima che si riuscisse a ritrovarlo l’arbitro fu costretto a decretare la fine della partita, essendo già passato il 90° minuto.

E se nel calcio, dunque, si introducesse il tempo effettivo di gioco? In alcuni sport sono previste sospensioni del cronometro durante il time-out o parzialmente come avviene nel football americano. Nel calcio a 5, invece, il cronometro si interrompe ogniqualvolta si ferma il gioco o per battere una rimessa o quando la palla esce sul fondo o quando si fischia un fallo.

Chissà cosa penserebbe di tutto questo Renato Cesarini...

La BBC in Inghilterra si chiede: «Abbiamo finalmente una lotta al vertice in Premier League?». E a guardare il rendimento di Manchester City e Liverpool la risposta non può che essere positiva. Il colpo di scena era atteso, ed è arrivato alla giornata numero sedici: il primo passo falso del City di Guardiola è arrivato contro il Chelsea di Maurizio Sarri, mentre li Liverpool di Klopp macinava il miglior rendimento nelle ultime 5 partite tra le 20 formazioni di Premier: 5 vittorie su 5, 13 gol fatti e un solo subito.

E quindi c’è il sorpasso in testa: Liverpool 42, Manchester City 41. Quello che ha creato in due anni l’allenatore ex Borussia Dortmund rimarrà scritto nella storia dei Reds perché lo dicono i numeri fino ad ora. Non solo la finale in Champions League, ma anche la miglior partenza in Premier League in 126 anni di storia del club. Trema la voce dalle parti di Anfield che non vede un titolo da 1990, quando ancora si chiamava First Division.

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E proprio da quegli anni riemergono analogie con l’andamento macina risultati di oggi: adeguando le vittorie con tre punti odierni, il Liverpool aveva conquistato 41 punti nella stagione 1990-1991 dopo 16 giornate e alla fine della stagione ha chiuso al secondo posto, mentre grazie alla terza e quarta partenza migliore di sempre nello stesso conteggio delle gare nell’1988 e nel 1979 ha alzato al cielo lo scettro finale.

I numeri fanno impressione anche dal punto di vista difensivo: Alisson e Van Dijk saranno pure stati costosi acquisti, ma attorno all’ex portiere della Roma e all’olandese si sta strutturando una fase difensiva che ha concesso solo sei reti in Premier League. E Jürgen Klopp su questo sta costruendo sia vittorie roboanti come l’ultima 4-0 in casa del Bournemouth o l’1-0 di inizio dicembre con cui ha sbancato il derby del Merseyside contro l’Everton grazie al gol (e alla papera di Pickford) al 96’.

Eroe, tanto per cambiare, nel successo roboante contro il Bournemouth è stato Mohamed Salah che ha realizzato una tripletta, si è portato il pallone a casa, toccando quota 10 reti nella Premier 2018-2019. E considerando le 32 realizzazioni dell’anno passato, in un solo anno e mezzo, l’egiziano è già entrato nella Top10 dei più prolifici marcatori nella storia del Liverpool. E se dovesse continuare la sua marcia letale, già quest’anno potrebbe raggiungere Fernando Torres fermo a 65 reti.

 

E a dimostrazione del bel clima che Klopp e la sua banda sta respirando sotto la Kop, proprio al termine della partita contro la squadra della contea di Dorset, Salah si è distinto per un bellissimo gesto: premiato come Man of the Match ha ceduto il riconoscimento al suo compagno di squadra James Milner che ha toccato quota 500 partite giocate in Premier League.

 

La cartolina dallo stadio San Nicola girata sui social domenica 3 dicembre a qualcuno ha smosso discrete emozioni, ad altri un magone ricordanti fasti ormai andati. L’illusione a vedere la curva Nord durante Bari – Nocerina, partita di Serie D, gruppo I, è che quella foto era un fermo immagine preso direttamente dai primi anni Novanta, ma lo stadio, ovviamente non pieno, e i petali che continuano a staccarsi dall’astronave progettata da Renzo Piano ci rimbalzano nel 2018.

Una tifoseria spesso esigente, più volte meritevole di altre e alte piazze, altre categorie, è ancora presente nella nuova rinascita della squadra del capoluogo pugliese, dopo l’assurdo commiato del 16 luglio 2018 con il fallimento societario, un debito di 17 milioni di euro e la conseguente mancata iscrizione al campionato di Serie B. Un’estate focosa, travagliata, l’ennesima nel recente passato biancorosso, il titolo sportivo del Football Club Bari revocato.

Poi la rinascita sotto nuove spoglie, sotto nuovi nomi per LA Bari (rigorosamente femminile secondo dogma dei supporter): il nuovo titolo sportivo ceduto dal sindaco Antonio Decaro alla Filmauro Srl, proprietaria anche del Napoli, con Luigi De Laurentiis nuovo presidente e Giovanni Cornacchini nuovo allenatore. Altra rinascita, dunque, con un paio di certezze solide per la Stella del Sud: il galletto nel nuovo logo nonostante la ridenominazione in Società Sportiva Calcio Bari Società Sportiva Dilettantistica, la presenza dei tifosi della Nord e anche della birra Peroni, istituzione locale, che è nuovamente sponsor sulle maglie dei calciatori.

E in campo il Bari ha fretta di risalire, voglia di ritornare nel calcio professionistico dopo essersi levato di dosso cattive gestioni che hanno inquinato e ammalato tutto l’ambiente. Inserito, come detto, nel Girone I della Serie D, la formazione pugliese è alla prima concreta minifuga della stagione: la vittoria per 3-0 sul campo del Portici, alla 14esima giornata e la contemporanea sconfitta della Turris, secondo in classifica, ha portato i baresi a 36 punti, più nove proprio sulla squadra di Torre del Greco. E i prossimi quattro impegni ravvicinati in 15 giorni diranno molto sulle ambizioni di promozioni dei ragazzi di mister Cornacchini già prima di Natale.

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I numeri impreziosiscono la marcia pugliese: la vittoria contro la Nocerina per 4-0 è stata anche la più rotonda fino ad adesso e conferma due impressioni, la capacità di andare in rete facilmente con tutto l’organico (il capocannoniere del Bari è Simone Simeri con 6 reti, ma hanno segnato in 12) e di subire pochissimi gol, solo 4, largamente la miglior difesa di tutta la Serie D. Nella sessione di mercato invernale, la società ha confermato l’arrivo di Pasquale Iadaresta, attaccante con oltre 120 gol in carriera, capitano del Latina con cui ha giocato nel Girone G. E altro dato da non sottovalutare, il Bari è ad oggi imbattuto, unica squadra nella categoria assieme al Lecco nel Girone A.

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Alcune persone tra staff, steward e qualche tifoso, avevano già un mezzo piede sul rettangolo di gioco. Tutti, ormai, pensavano fosse finita e che l’arbitro Gottfriend Dienst avrebbe fischiato la fine dell’incontro da un momento all’altro. Geoff Hurst, però, era l’unico che voleva continuare a giocare:

Ricordo di aver pensato: “Sono stanco, la partita è quasi finita, tiro la palla con tutta la forza che ho, tanto se va in mezzo alla folla, finché il raccattapalle recupera la palla, il match sarà sicuramente  terminato

Invece quella palla scagliata col piede sinistro – quello più debole – non schizzò via verso le stelle, ma a modo suo si innalzò nell’Olimpo dei Mondiali di calcio. Il portiere tedesco Hans Tilkowski venne trafitto per la quarta volta durante la partita, l’Inghilterra divenne campione del mondo vincendo 4-2 contro la Germania Ovest. E’ il Mondiale 1966, è il Mondiale giocato davanti alla regina Elisabetta II. E’ l’unico titolo intercontinentale alzato al cielo dai padri protettori del football e quel tiro di Hurst, quel gol cercato ostinatamente, nonostante 120′ di battaglia, gli consentirono di essere mezzo secolo fa e tutt’ora il primo e finora unico uomo a segnare una tripletta in una finale della Coppa del Mondo.

 

Gli eventi all’interno di una finale della Coppa del Mondo hanno “il vizio” di trascendere dal mondo del calcio per diventare momenti culturali iconici a pieno titolo. Ogni leggenda ha bisogno di un protagonista, in questa dal forte folklore britannico, abbiamo un cavaliere fedele al suo regno: Sir Geoff Hurst.

Sono passati da poco 50 anni dal 30 luglio 1966, quando, in un primo pomeriggio estivo, nello stadio simbolo di Wembley, l’Inghiterra alzò il trofeo davanti a quasi 97mila spettatori. L’hat-trick di Hurst (secondo i canoni dei puristi inglesi è la tripletta perfetta perché segnata di testa, di sinistro e di destro) è ancora oggi ricordato e venerato. Della sua impresa sportiva si tramandano di generazione in generazione i minuti dei gol segnati: due sono arrivati nei supplementari con l’ultimo, al 120′, che non è stato ancora eguagliato. Per dire, Mario Götze, l’ultimo ad aver segnato in una finale mondiale ha realizzato la rete decisiva per il trionfo tedesco al 113′.

Ma oltre ai minuti, a chi ha fatto l’assist, ancora oggi a creare grande dibattito e argomentazione è la seconda rete: «Geoff, ma la palla ha varcato la linea o no?». Nell’era moderna della Goal Line Technology o dell’Hawk-Eye, nella quale grazie alla tecnologia si vuole provare a governare il calcio e tutte le diatribe che si trascina con sè, la rete di Sir Geoff è da considerarsi a tutti gli effetti il primo celebre caso di “gol fantasma”: minuto 101, il terzino destro Cohen crossa la palla a mezza altezza, si fionda con il numero 10 proprio Hurst che controlla allontanandosi di qualche centimetro dalla porta avversaria e poi repentinamente si accartoccia su se stesso per concludere a rete. La sfera batte sulla traversa e rimbalza quasi perpendicolarmente: è gol? Ha superato interamente la linea? Dopo qualche secondo di incertezza con 97mila anime sospese nel vuoto, consultandosi con il guardalinee, l’arbitro indica il centrocampo.

A noi non interesserà mai fino in fondo conoscere la verità. E nemmeno Geoff, ormai alla soglia dei 76 anni, ci pensa più. Non gli si può certo dire di essere un “romantico” avendo venduto tutti i cimeli di quel Mondiale del 1966 che l’avrebbe dovuto vivere da comprimario essendo una riserva,  ma su una cosa sarà sempre convinto:

Ero al meglio della mia forma quando l’Inghilterra era al suo meglio: quello, dal 1965 al 1972, è stato il miglior periodo per il calcio oltremanica. Senza dubbio

#Ballsout. Fuori le palle. Un pizzico di ironia, un invito a essere forti e a reagire, ma anche per porre attenzione alla prevenzione, senza imbarazzo. Tutti uniti, stretti stretti in cerchio, come si fa prima della partite di rugby. Nel mezzo si alza il grido “Fuori le palle” e tutti insieme si rasano a zero i capelli per sostenere il compagno di squadra malato.

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I giocatori della Benetton sostengono Nasi Manu, 30 anni, terza linea biancoverde di origine tongana che, dopo una delicata operazione il 30 agosto scorso nel reparto di urologia dell’ospedale Cà Foncello, da metà ottobre si sta sottoponendo a cicli di chemioterapia. Così i ragazzi della squadra trevigiana, rasoio elettrico in mano, hanno deciso di radersi la testa: il primo a tagliarsi i capelli, un mese fa, era stato il neozelandese Hame Faiva, anche lui atleta del club trevigiano:

Solo un piccolo segno di supporto, amico mio, prima che per te arriva la parte più difficile, prima che arrivi la parte dura. Tutto il meglio per la tua prossima ‘partita’ con la chemio. Io sono sempre qui con te

Mercoledì 5 agosto, al termine dell’allenamento serale, si sono dati appuntamento all’interno dello spogliatoio per unirsi all’avversario più difficile.  Il campione del Pacifico in questi giorni aveva risposto su Instagram ai tanti messaggi di solidarietà arrivati: «Grazie per tutti l’aiuto. Ci sono molte cose importanti ancora da fare e la strada è lunga, ma in Italia so di poter contare sulle migliori cure. Mi riprenderò pienamente, ne sono sicuro». 

E’ il momento di tirare fuori le palle!

Una finale dolorosa. Emotivamente e fisicamente. L’ultima volta che l’Italia arrivò fino in fondo in Coppa Davis, contro la Svezia. Al Forum di Assago, a Milano, tra il 4 e il 6 dicembre 1998, appassionati e tifosi sostennero una squadra a un passo dal successo, dopo la splendida vittoria per 4-1 in semifinale, a Milwaukee, contro gli Stati Uniti. Dopo tre semifinali consecutive, ecco l’atto finale giocato in casa, la possibilità di bissare il successo del 1976.
C’era speranza e fiducia, ma i sogni si frantumarono sin da subito, assieme alla spalla del miglior tennista azzurro di quella generazione, il faentino Andrea Gaudenzi. Uno dei pochi ad aver battuto Roger Federer e Pete Sampras, al suo ultimo match, nel 2002 al Roland Garros. Leader indiscusso di un team allenato da Paolo Bertolucci, che aveva sostituito, con polemiche annesse, il suo ex compagno di doppio Adriano Panatta sulla panchina azzurra, e composto dal napoletano Diego Nargiso, dallo spezzino Davide Sanguinetti e dal barese Gianluca Pozzi, come riserva.

 

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Andrea Gaudenzi con la sua fascetta tricolore in testa, l’immagine di un’atleta arrivato in alto con la forza, la determinazione e la fatica; una favola rotta sul più bello. Nel primo singolare affrontò Magnus Norman, in una partita combattuta e fin troppo lunga. Andrea, però, veniva purtroppo da un brutto infortunio, con conseguente operazione, alla spalla destra, l’articolazione più sollecitata dal movimento del servizio.
Aveva recuperato, ma forse non del tutto. Il match si trascinava in un sussulto di set, si dice che Gaudenzi negli spogliatoi abbia chiesto un’iniezione di antidolorifico. I due tennisti arrivarono al quinto set, con lo svedese avanti 4-0. Ecco la forza di Andrea che, nonostante tutto, rimontò portandosi addirittura sul 6-5, ma proprio sull’ultimo servizio, quello del match-point, il tendine cedette: un grido, il silenzio e poi il ritiro. Dopo quasi sei ore di gioco Gaudenzi mollò e con lui i sogni del tennis italiano.

Perché per il team azzurro, quell’infortunio così scenico e plateale, fu uno shock: Sanguinetti, subito dopo, scese in campo quasi demotivato e venne surclassato da Gustafsson. Il giorno dopo, nel doppio, Bertolucci schierò Sanguinetti accanto a Nargiso, ma la cosa non funzionò affatto: arrivati coraggiosamente al tie break nel primo set, Jonas Björkman e Nicklas Kulti li demolirono nei set successivi per un secco 3-0 (7-6, 6-1, 6-3). Fu la Svezia ad alzare la Coppa Davis in alto con il finale punteggio di 4-1.

Andrea, che ha convissuto anche negli anni successivo con gli infortuni, si è ritirato dall’attività agonistica nel 2003. Dal 2012, è general manager della Real Fun Games dopo aver lavorato con vari incarichi in Bwin dal 2006.

Sanguinetti, dopo una sconfitta nel secondo turno del torneo futures di Caltanissetta ad opera di Gianluca Naso, decide di ritirarsi il 13 marzo 2008. È stato l’allenatore del tennista Vince Spadea. Dal febbraio 2011 allena la tennista russa Dinara Safina. Nel 2010 è Consulente Tecnico Sportivo del Challenger Atp di Caltanissetta. Nel 2012 diventa allenatore del tennista giapponese Go Soeda.

Diego Nargiso ha abbandonato l’attività professionistica nel 2001. È stato candidato alle Elezioni europee del 1999 con Forza Italia e a quelle del 2004 nelle file di Alleanza Nazionale nella Circoscrizione Italia centrale, ma entrambe le volte non è risultato eletto: nella seconda occasione ha ottenuto 5.948 voti.