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Giovanni Sgobba

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Jeeg Robot, fortunato manga nipponico, a quanto pare in Giappone non è l’unico essere mitologico a esser d’acciaio. Sì perché Kazuyoshi Miura è sia asceso al mito, sia indistruttibile. Nel 2019 l’ex Genoa (stagione 1994-1995…assurdo) ha ulteriormente perfezionato il suo record (conquistato l’anno scorso): a 52 anni ha aggiunto un ulteriore passo alla sua già lunghissima carriera di calciatore firmando il prolungamento del contratto con lo Yokohama, club della seconda divisione di J-League,   di fatto confermando l’essere il più anziano giocatore ad aver giocato una partita di calcio professionistico.

Miura, e siamo nel 2020, è entrato  nella sua  trentacinquesima stagione da professionista.  Un record incredibile, la cui portata si può comprendere se si pensa che, fino a quel giorno, apparteneva al portiere inglese Kevin Poole che si ritirò dal calcio giocato a 51 anni nel 2014,  e poi, risalendo a 52 anni prima, ad una pietra miliare del calcio mondiale come Stanley Matthews, il primo pallone d’oro della storia, il quale a 50 anni e 5 giorni giocò la sua ultima partita con la maglia dello Stoke City.

UNA VITA DA RECORD

Ma se la si guarda a ritroso, la storia di Miura ha un che di leggendario sin dall’inizio, quel qualcosa che la rende magica, al di là del reale.
Kazu se ne va dal Giappone ancora giovanissimo, a 15 anni, spostandosi nel lontanissimo Brasile per cercare fortuna nel mondo del pallone. Una scelta sicuramente estrema, ma che ricalca alla perfezione le orme del campione che in quegli anni sta infiammando i sogni dei ragazzini del Sol Levante: Oliver Hutton di Holly e Benji.

Miura la stoffa ce l’ha. Viene ingaggiato dal Club Atletico Juventus di San Paolo dove si fa le ossa per 4 anni fino a passare al più blasonato Santos (sì, quello di Pelé e, più di recente, Neymar), cambiando però casacca ogni anno fino al 1990 quando, visto che la carriera non decolla nonostante la vittoria del campionato Paranaense del 1990 con il Coritiba, decide di tornare in patria, al Verdy Kawasaki di Tokio.

In Giappone la classe di Kazu è un lusso e le sue prestazioni stuzzicano vari club, tra cui il Genoa del Presidente Spinelli, che lo acquista nell’estate del 1994. Ecco il primo record di Miura: è il primo calciatore giapponese a giocare in Serie A, l’ariete che spiana la strada al mercato orientale in Italia che poi vedrò l’arrivo nel Belpaese dei vari Nakata, Morimoto, Nakamura, Nagatomo, Honda e soci.

E poco importa che la sua stagione sia da dimenticare: 21 presenze ed un solo gol, ma dal valore molto particolare, perché realizzato nel derby della Lanterna contro la Sampdoria (poi però vinto dai blucerchiati per 3-2). Nel suo piccolo, forse, un record anche questo.

Dopo questa parentesi italiana, Kazu torna in patria dove continua a fare le fortune dei propri compagni, concedendosi qualche gita fuori porta, prima alla Dinamo Zagabria e poi all’FC Sidney, lasciando però magri ricordi di sé.

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LEGGENDA

In patria, invece, Miura è leggenda, sia al livello di club che di nazionale, di cui è il secondo miglior marcatore della storia con ben 55 reti in 89 partite e con cui ha vinto la Coppa d’Asia nel 1992 ma con il rimpianto di non aver mai partecipato ad un Mondiale. Ed ovviamente detiene un altro record: quello del marcatore più anziano nella storia del campionato giapponese, risultato raggiunto il 7 agosto 2016, quando segnò contro il Cerezo Osaka.

Viene da chiedersi quale sia il segreto di questo tranquillo cinquantenne che non ci pensa neanche a farsi da parte dopo ben 34 stagioni da professionista. Probabilmente la risposta è racchiusa nelle parole dello stesso Miura durante l’intervista di rito al superamento dell’ultimo record della sua incredibile vita, di due anni fa:

Sinceramente, non mi sento di aver battuto una leggenda. Avrò anche superato Matthews come longevità della carriera, ma non posso concorrere con lui, con i suoi numeri e il suo passato. Mi piace il calcio, e la mia passione non è cambiata. Non sono più giovane, faccio fatica fisicamente, ma sono ancora felicissimo se la mia squadra vince o se riesco a giocare bene. Finché mi divertirò, continuerò a giocare

Umiltà, passione e cultura del lavoro: la ricetta vincente.

…Li faccio sognare, in balia del mio spirito innocente, li stupisco sempre sono un giocoliere, li faccio godere geniale, anarchico e irriverente, tutti battono le mani, si alzano improvvisamente, per non perdere di vista la palla avvelenata che sembra impazzire innamorata, quando sulla fascia vola la Farfalla Indiavolata…

“Chi si ricorda di Gigi Meroni?” Questo è il titolo della canzone dalla quale sono tratte le parole. Come rispondere a tale domanda? Genio, giocoliere, funambolico, irriverente, anarchico…tanti aggettivi che dipingono Luigi “Gigi” Meroni, tra i più geniali calciatori italiani degli anni Sessanta, sciaguratamente scomparso, a Torino, all’età di 24 anni il 15 ottobre 1967.
In carriera ha indossato le maglie del Como (25 presenze e 3 gol), del Genoa (40 presenze con 6 reti) e del Torino di Nereo Rocco, collezionando con i granata 103 presenze e  22 gol.

In Nazionale fu convocato per la prima volta nel 1965 in occasione della partita di qualificazione con la Polonia.  Partecipò alla sfortunata spedizione guidata dal commissario tecnico Edmondo Fabbri ai Mondiali di Inghilterra del 1966, culminata con l’incredibile sconfitta contro la Corea del Nord per 0-1 e l’eliminazione al primo turno. Per le continue divergenze con il tecnico, Meroni giocò solo la seconda partita contro l’Unione Sovietica.

Un ragazzo straordinario nell’accezione che troviamo sui dizionari: “fuori dall’ordinario”, fuori dagli schemi tradizionali. E allora anche questo pezzo farà altrettanto, raccontando Gigi attraverso un elenco, in ordine alfabetico, di quegli aspetti che lo hanno reso indimenticabile.

ARTISTA

Molto spesso snaturata dall’utilizzo (alle volte improprio) del mondo pallonaro, questa parola sottolinea la bellezza e l’eleganza espressa da un calciatore. Lui, Gigi, era certamente bello ed elegante sul terreno verde di gioco, ma aveva passioni un po’ naif o forse semplicemente strambe, da renderlo artista anche fuori dal campo di calcio.
Nella fredda città piemontese, infatti, trovava calore e conforto dipingendo: gli piaceva l’arte e la pittura, un passatempo che si portava dietro sin da quando era ragazzino e che il successo non affievolì. Da giovane lavorò anche come disegnatore di cravatte di seta, un mestiere che gli piacque e che perfezionò fino ad arrivare a disegnare i propri abiti. Creava il modello, sceglieva lui la stoffa ed affidava tutto al sarto.

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ANTICONFORMISTA

Era un ventenne e come ogni ragazzino che si affaccia all’età adulta era infiammato da una ribellione adolescenziale. Ma era una ribellione positiva: rispettoso delle regole, mai fuori dalle righe, non pensava minimamente a cambiare il mondo, ma di fatto, il suo modo di vivere stravagante o semplicemente da ventenne un po’ guascone, destabilizzò l’Italia bigotta. Era un mezzo scapigliato (giusto per rimanere in tema d’arte). Calzini abbassati e maglia da fuori; prima i baffetti, poi capelli portati più lunghi e poi la barba.
«Se vai dal parrucchiere, potrai andare in Nazionale», roba da ridere a pensarlo oggi, eppure il concetto era questo. Accettò dinanzi alla possibilità di perdere il treno azzurro, poi divenuto famoso ed idolo di molti ragazzi che lo emulavano, l’allenatore dell’Italia dovette chiudere più di un occhio. Erano gli anni dei Beatles, ed un po’ ci somigliava: facile e scontato il soprannome. In Inghilterra c’era George Best definito il “quinto Beatle”, da noi Meroni era semplicemente il “Beatle italiano”. Viva la fantasia…

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BALILLA

L’elegante vecchia Fiat Balilla. La “sua” macchina che lo distingueva dalla massa. Gli altri in giro con le nuove Fiat, lui si riconosceva in quella, elegantemente nera.

CRISTIANA

Lui l’artista, lei la sua musa ispiratrice. «La bella tra le belle al Luna Park» (sempre nella canzone), nipote del giostraio del parco giochi di Genova, dove Gigi la vide e decise di non farla uscire più dalla sua vita. Era innamorato, tantissimo, al punto tale da fare avanti e dietro tra Genova e Milano (dove viveva lei) e non riposare. Dinanzi al lei, per lei, tutto il resto scivolava in secondo piano.
Il biondo dei suoi capelli, rendevano grigio tutto ciò che li circondava. Fece un patto con il Genoa quando era in odor di convocazione della Nazionale B. Disse:

Gioco, vi faccio rimanere in Serie B, ma prima della fine del match, fasciatemi la gamba così non vado in ritiro

Come andò a finire? Due gol di Meroni, Genoa ancora in B ed un gesso applicato alla gamba “solo” per stare un paio di giorni con Cristiana che era scesa.
Sfidò, anzi, ignorò il sistema prevenuto e chiacchierone che, soprattutto quando viveva a Torino, mal digeriva il rapporto tra un calciatore, così in vista, ed un ragazza, separata, che aveva avuto alle spalle una precedente relazione. Ma lui andava oltre.

 

DERBY

Quello della Mole Antonelliana, quello più amaro perché lui ormai non c’era più. Lo si giocò appena dopo una settimana dal tragico incidente in una atmosfera surreale: entrambe le tifoserie in silenzio mentre assistevano alla caduta di alcuni fiori, lanciati da un elicottero, che vennero poi posati lungo tutta la fascia destra, la sua “zona di competenza”. Dopo il match con la Sampdoria, nella quale Nestor Combin segnò una tripletta, Meroni (così riferisce Combin stesso) disse all’attaccante che anche contro la Juventus avrebbe segnato tre gol.
Combin, volle giocare a tutti i costi quella partita, nonostante un attacco febbrile. Andò in rete per tre volte nel 4-0 finale con il quale i granata sconfissero la Vecchia Signora. Ironia (c’è sempre lei di mezzo), fu la prima stracittadina vinta dopo sette partite, la prima senza Gigi che mai riuscì ad esultare contro i cugini rivali.

 

ESTERNO DESTRO

Alla domanda «preferisci entrare in porta con il pallone o magari fare il regista a centrocampo?» Gigi rispose che per lui era importante fare gol, senza dribblare tutti.
Mentiva: era un’ala destra estrosa capace di dribbling ubriacanti e di invenzioni geniali, veloce, guizzante, una “farfalla” come venne definito in sporadiche occasioni. Ma era un genio imprevedibile che seguiva il suo istinto e come tale non poteva essere imprigionato in uno schema specifico. A lui, infatti, era permesso anche accentrarsi in mezzo al campo per dar pieno sfogo alla suo essere estroso.

 

GALLINA

Se gli altri vanno in giro con i cani, perché io non posso andare a spasso con una gallina?

Nulla da obiettare. Guinzaglio al collo, portava in giro la sua fida amica, gelosa di Cristiana al punto da beccarla, ma si dimostrava calma e pacata con Gigi. E se ne andava in giro a Torino, mica un paesino sperduto delle Alpi…

 

FOLLE

Dopo quanto detto c’è da aggiungere altro?

 

INTER

O meglio la “Grande Inter” di Helenio Herrera, quella che nel 1967 dopo tre anni di imbattibilità in casa, capitolò a San Siro proprio per via di un gol di Meroni. Fu una partita frizzante per l’ala destra del Torino, che si muoveva leggero e che si difendeva coi denti contro Facchetti, ma a sgusciare era sempre lui. Imprevedibile come quando, appena dentro l’area, segnò un gol con un tocco morbido a giro che si insaccò sul lato sinistro della porta. La fotografia che rappresenta, forse, il punto più alto della carriera di un ragazzo che doveva ancora sbocciare. Una partita giocata con l’animo sereno di chi la notte precedente non dormì, ma aspettò sotto la pioggia la sua dolce amata per riappacificarsi dopo un litigio.

 

INSURREZIONE POPOLARE

Dopo il goal a San Siro, gli occhi di tutti vanno su quel ragazzino con la maglia granata ed il numero 7. Due occhi, però, sono i più temuti: quelli di Gianni Agnelli, presidente della Juventus. Allora era difficile dire di no al presidente bianconero e lui voleva Meroni a tal punto da offrire al presidente del Toro, Orfeo Pianelli, una cifra superiore ai 700 milioni di lire. Appena questa voce circolò tra le vie della città piemontese, una folla di tifosi granata protestò contro questa possibile cessione che di fatto, ufficialmente (ma c’è da credere il contrario) non fu mai presa minimamente in considerazione.

 

MORTE

Come definirla?Fatalità?Evento nefasto? La sera del 15 ottobre 1967, dopo aver giocato e battuto la Sampdoria per 4-2, Meroni e Poletti uscirono assieme per incontrare le rispettive fidanzate e mentre attraversarono corso Re Umberto, a pochi passi dalla casa di Gigi e vicino allo stadio Comunale, una macchina sfiorò Poletti, colpendo alla gamba sinistra Meroni che venne scaraventato al centro della strada e colpito a morte da una macchina che proveniva in senso opposto.
Una tragica morte accentuata dal sapore di beffa e di ironia. Ci si domanda se c’è qualcuno (lassù, laggiù, a destra o a sinistra..fate un po’ voi) che si diverte a giocare intrecciando destini. Alla guida dalla prima auto, quella che lo colpì alla gamba, c’era Attilio Romero, studente e tifoso granata che sul cruscotto aveva la foto del suo idolo del cuore, Gigi Meroni, e che prese parte nei “moti” derivati dalla possibile cessione del numero 7 alla Juve. Trentatré anni dopo, lo stesso Romero diventerà presidente del Torino.

Aldo Agroppi, non può dimenticare quel 15 ottobre 1967:

Gioia per l’esordio in A e dolore alla notizia dell’incidente. Dopo le partite Fabbri ci voleva in ritiro per evitare che andassimo in discoteca. Quel pomeriggio vincemmo e insistemmo tanto che il mister ci lasciò liberi. Avessimo perso, Gigi non sarebbe stato investito

Quella maledetta vittoria. Aveva 24 anni e lui che amava la pittura, stava dipingendo un quadro, un ritratto della sua Cristiana. Ci provava e riprovava, ma non riusciva a dipingere gli occhi: voleva rendere perfetto lo sguardo di una ragazza innamorata. E’ rimasto un quadro incompiuto, come la vita di un ragazzo che (trovando positiva risposta alla domanda di apertura) non verrà mai dimenticato.

Calzava 38. Per alcuni addirittura 37.
Era alto più di un metro e novanta. E il 38 di piede fa strano.
Era soprannominato, per ovvie associazioni, “o Magrão”.
Condottiero del centrocampo e della vita.
Era soprannominato anche “o Doutor” perché aveva una laurea in medicina.
Il padre, un buon uomo di sinistra e appassionato di letteratura greca, lo chiamò Sócrates.
In realtà il suo vero nome è Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira.
W la “democrazia corinthiana”. Durante la dittatura in Brasile, siamo alla fine degli anni ’70, Sócrates introdusse nel Corinthians una sorta di autogestione. Dal magazziniere, al presidente, passando per i giocatori, tutti avevano diritto di voto su qualsiasi decisione del club.

Pazzia? Tenacia! La squadra brasiliana così vinse due titoli. E non succedeva da più di un quarto di secolo.
Aveva la numero 8. E sgroppante come una gazzella, schiena dritta, ha segnato il gol dell’1-1 in Brasile – Italia, Mondiali del 1982.
Diavolo se era bello vederlo giocare!

Ha vestito anche la maglia della Fiorentina. Al suo arrivo in Italia, un giornalista gli chiese: «Quale italiano stimi di più, Mazzola o Rivera?».

Risposta:
Non li conosco. Sono qui per leggere Gramsci in lingua originale e studiare la storia del movimento operaio
L’altro suo soprannome era “o calcanhar que a bola pediu a Deus”“Il tacco che la palla chiese a Dio”. E leggetelo ad alta voce anche voi: tutt’attorno si fa magico, una musica leggera, una bosso nova magari, che vi intorpidisce.
E a saperlo che si poteva essere speciali anche con un 38 di piede.
Il calcio ti ringrazia. Anzi o futebol.

Obrigado, Socrates.
Obrigato, Doutor.

Se non è stata una “maggioranza bulgara”, poco c’è mancato: 142 voti su 155 disponibili, un’annata da incorniciare per giocate e gol e con la Coppa Uefa alzata davanti ai musi lunghi dei tedeschi del Borussia Dortmund. Il 28 dicembre 1993, Roberto Baggio vince il Pallone d’oro. Con la Juventus, il Divin Codino si afferma e si consacra nel panorama calcistico internazionale. Il riconoscimento della rivista francese France Football non lascia dubbi: nessuno può eguagliare il talento italiano. Alle sue spalle, distaccati, l’olandese Dennis  Bergkamp, che quell’estate passerà dall’Ajax all’Inter, e l’istrionico francese Eric Cantona, idolo tra i tifosi del Manchester United.

Dopo la convincente vittoria della Juventus per 3-1, nell’andata della finale di Coppa Uefa contro il Borussia Dortmund al Westfalenstadion, è lo stesso calciatore nato a Caldogno a ironizzare, dopo avere segnato una doppietta, sulla sua possibilità di alzare il trofeo dorato: «Il Pallone d’oro io a Baggio lo darei».
Con il 3-1 all’andata e il 3-0 al ritorno a Torino, quei pochi scettici si convincono della strepitosa annata del talento con il numero 10 cucito sulle spalle. Del resto, i numeri della stagione 1992-1993 parlano chiaro, chiarissimo: in Serie A, Baggio gioca 27 partite e realizza 21 rete, il suo rendimento migliore dopo la rinascita a Bologna nel 1997-1998 dove segnerà 22 marcature. Letale anche in Coppa Uefa con 6 gol in 7 gettoni.

Attorno ai suoi tocchi, alle sue giocate e al suo talento, la Juventus vuole ricucire i suoi successi, smarriti dopo l’addio di un altro fuoriclasse come Michelle Platini. Ma il Milan di Fabio Capello sfugge e, nonostante, il ricco bottino di segnature di Baggio (solo Signori fece meglio con 26 reti), la Juventus concluderà quarta con 39 punti, meno 11 rispetto al Milan. Unica pacata consolazione per il Divin Codino è la splendida rete che segna a San Siro, nella “Scala del calcio”, proprio ai rossoneri:

E’ in Europa, come detto, che la Juventus e Baggio trovano gloria: è proprio il fantasista ad aprire le marcature europee del club torinese nel 6-1 del primo turno contro i ciprioti dell’Anorthosis Famagosta. Poi un digiuno che si interrompe in semifinale, quando, contro il Paris Saint Germain, tira fuori tutta la sua classe segnando una doppietta nella vittoria per 2-1 all’andata e per 1-0 in terra transalpina. Da antologia i due gol segnati a Torino:

Alla premiazione del Pallone d’oro, Roberto Baggio disse:

Il Pallone d’oro è una cosa mia: sono sicuro che se scendeste in strada a chiedere ai tifosi cosa vorrebbero che vincessi vi risponderebbero lo scudetto, se sono juventini; il Mondiale, se non lo sono. Infatti i miei veri traguardi sono questi, come per un attore è bello vincere l’Oscar, ma è molto meglio se il pubblico apprezza il suo film

Il Mondiale negli Stati Uniti è, forse, il più grande rammarico nella carriera di Baggio e dei tanti tifosi che, in lui, avevano riposto speranze di successo. Dopo una stagione da protagonista, con la Juventus che è riuscita a issarsi al secondo posto, dietro sempre al Milan, nel 1994 Baggio trascinò l’Italia, praticamente da solo, in una storica finale contro il Brasile. Ma quel pomeriggio avverso, furono i rigori a strozzare le grida di gioia.
Il Divin Codino, però, non si è mai dato per sconfitto: al Milan, tra alti e bassi, non ha espresso tutta la sua grazia. E’ rinato a Bologna, è diventato leggenda a Brescia.

In una lettera rivolta ai giovani e ai suo figli, durante una serata del festival di Sanremo nel 2013, si intuisce perché è arrivato fin là, avendo il rispetto di tifoserie e avversi rivali. E’ stato e, forse lo è tutt’ora, il più grande calciatore italiano – e uomo- di sempre:

La lettera di Roberto Baggio indirizzata ai giovani 14-02-2013 (Sanremo 2013) from dioddo on Vimeo.

Se pensi a Michael Jordan, istintivamente, di seguito, ti verranno in mente il logo dei Chicago Bulls, lo spettacolo dell’Nba, i sei anelli vinti con due Three-peat (91-92-93 e 96-97-98), il film Space Jam con i Looney Tunes e il numero 23. Talmente cucito addosso che è diventato icona da venerare e rispettare negli anni da appassionati e sportivi. Massimo Ambrosini, ex-centrocampista del Milan, per esempio, ha scelto il 23 come numero di maglia proprio in onore di MJ. I Miami Heat, squadra in cui Jordan non giocò mai, la ritirarono nel 2003.
La storia del prestigioso numero, fatto di adii, ritiri e ritorni lega sua maestà Jordan in un rapporto simbiotico ed eterno, ma in realtà, “l’incontro” fu abbastanza fortuito e forzato.

Durante il periodo all’High school, Jordan dovette decidere il numero da indossare: lui voleva il 45, ma all’epoca era lo stesso numero che vestiva suo fratello Larry. Air Jordan decise quindi di dimezzare il numero 45 arrotondandolo, poi, per eccesso: ecco come nasce il 23.
In realtà il rapporto con il 45 avrà più di un seguito: è con questo numero che, nel 1994, dopo il momentaneo ritiro dal basket, affrontò la sua modestissima avventura nel baseball, in Minor League, con i Birmingham Barons; ed è con lo stesso 45 che, nel 1995, annunciò il suo ritorno in Nba.

È il 18 marzo 1995 quando, alle 11:40, venne diramato un breve comunicato: «Michael Jordan ha informato i Bulls di aver interrotto il suo volontario ritiro di 17 mesi. Esordirà domenica a Indianapolis contro gli Indiana Pacers».
Il giorno dopo, durante una conferenza stampa, che Michael Jordan disse una semplice frase destinata a rimanere nella storia: «I’m back» (Sono tornato).
Essendo, però, la mitica 23 ormai ritirata e appesa al soffitto del nuovo United Center in segno di devozione e rispetto, Michael scelse di usare il 45.

Fu accolto da tutti come un eroe, ma qualcosa in lui non funzionava: giocò 17 partite, le peggiori in regular, per media punti e tiro dal campo, dal 1986 al 1998.
Episodio chiave il 7 maggio 1995, gara-1 della semifinale della Eastern Conference tra Orlando e Chicago, partita 17esima per Jordan. I Magic vinsero con un canestro, a sei secondi dalla fine, firmato Horace Grant su clamoroso recupero su Michael Jordan.

MJ non ci pensò su due volte: niente da fare, si cambia numero. Tre giorni dopo, in gara-2, la stella dei Chicago si ripresentò in campo col 23, all’insaputa di tutti, compagni inclusi. L’Nba non gradì e multò i Bulls di 25mila dollari per non aver comunicato il cambio di numero. Ma a Chicago questo non importava: Jordan fu di nuovo Jordan, con uno show da 38 punti che regalò ai Bulls l’1-1 nella serie.

Qualche giorno dopo, Jordan disse:

Penso sia stato un problema di fiducia. Il 23 è quello che sono e me lo terrò fino a quando non smetterò di giocare a basket. Quindi perché cercare di essere qualcun altro?

Era il quinto rigorista designato nel Brasile nella lotteria dei calci di rigore, contro l’Italia, nella finale dei Mondiali del 1994 negli Stati Uniti d’America. Un rigore che, Bebeto, non ha mai calciato perché non ce ne fu bisogno, dopo l’errore di Roberto Baggio che andò ad aggiungersi a quelli di Franco Baresi e Daniele Massaro.
Il suo, personale, Mondiale, non verrà ricordato per quel non-rigore, ma per un’esultanza, spontanea e istintiva che ancora oggi è icona emulata sui campi da calcio, da quelli professionisti a quelli di periferia.

Era il 62’ di Brasile – Olanda, quarti di finale. I Verdeoro avevano sbloccato il match 10 minuti prima con Romario, ma è proprio il brevilineo centravanti che al tempo giocava in Spagna, nel Deportivo de La Coruña, a realizzare la rete del raddoppio, insinuandosi tra i due centrali Oranje e dribblando il portiere Ed de Goey.

Poi l’esultanza: con le mani unite fa finta di cullare un bebè. Una dedica speciale, al suo terzo figlio, nato due giorni prima, il sette luglio 1994. Fu istintivo e non programmato, ma Mazinho e Romario lo affiancarono creando un movimento ritmico e ipnotico che solo il sangue brasiliano sa alimentare.
Il match si concluderà poi 3-2 per i brasiliani, con la terza rete messa a segno da Branco, nonostante la rimonta olandese firmata Dennis Bergkamp e Aron Winter.

Ecco, 23 anni dopo quel bebè che tutto il mondo conobbe per l’esultanza del padre ha firmato con lo Sporting Lisbona. Mattheus è un calciatore professionista che si è fatto tutta la trafila nel Flamengo prima di volare in Europa, in Portogallo, acquistato dall’Estoril nel 2015.

 

E’ lo stesso Bebeto, ad annunciare su Twitter, il cambio di maglia di suo figlio pronto a fare il salto di qualità: per lui, infatti, un contratto di cinque anni con i Leões che l’hanno acquistato per un milione di euro.
Figli predestinati crescono…

 

 

In Australia, nello slang sportivo e colloquiale, si è diffusa l’espressione “doing a Bradbury”, un modo ironico per parlare di una vittoria inattesa, al limite del miracolo e dell’impossibile. Chi interpella il divino, chi la buona sorta, ma dal 2002, Steven Bradbury, pattinatore professionista australiano di short track, è l’atleta a cui è legata la rimonta e l’impresa sportiva più bizzarra e assurda di sempre. Il simbolo di chi, nemmeno quotato tra i possibili vincitori, sorprese tutti (e, forse, anche se stesso). A metà tra lo scandalo, la truffa, la favola e il romanticismo.

Durante le Olimpiadi invernali di Salt Lake City, nel 2002, Bradbury vinse la medaglia d’oro nei 1000 metri semplicemente perché rimase in piedi per ultimo. Una serie di rocambolesche coincidenze gli garantirono non solo l’accesso, insperato, in finale, ma anche la possibilità di salire sul gradino più alto del podio.

Dopo aver vinto la propria batteria, infatti, arrivò terzo nei quarti di finale e venne eliminato perché nello short track accedono alla fase successiva solo i primi due. Ma il giapponese Naoya Tamura, arrivato secondo, a sette decimi avanti a lui, fu squalificato, dando così all’atleta australiano la possibilità di essere ripescato in semifinale.
Qui, come se non bastasse, avvenne qualcosa di ancor più insolito: Steven, ampiamente quinto e ultimo, era staccato dal gruppo quando mancava un giro al termine. A un tratto, il coreano Kim Dong-Sung, secondo, perse l’equilibrio e finì a terra e poco dopo, lungo il rettilineo finale, scivolò anche il giapponese Satoru Terao portandosi con sé il canadese Mathieu Turcotte. Incredibilmente, da ultimo, Bradbury si ritrovò a entrare in finale come secondo.

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Sorte, caso e caos divennero, in buona sostanza, la strategia del pattinatore anche in finale: attendere in fondo al gruppo e sperare in un contatto e in una caduta. Sempre all’ultimo giro, dopo una gara tesissima e disputata sul minimo equilibrio nonostante la velocità del percorso, l’effetto domino tanto ambito arrivò, ormai, quasi inesorabilmente. Il cinese Li Jiajun inciampò dopo un contatto con l’americano Apolo Anton Ohno, primo in quel momento. Jiajun, nel cadere, toccò il pattino del coreano Ahn Hyun-Soo, che riuscì a rimanere in piedi solo per una frazione di secondo, prima di andare a sbattere contro l’americano. Tutti e due a terra, così, poco dopo, il canadese Mathieu Turcotte che arrivava dalle retrovie se li ritrovò davanti e non riuscì a scansarli. In un battito d’occhio, in meno di un secondo, Bradbury, passato indenne dalla mattanza sportiva, fu l’unico a emergere in piedi e a tagliare il traguardo. Medaglia d’oro, la prima nelle Olimpiadi invernali nella storia dell’Australia.

Nella beffa, nell’incredulità generale, la vittoria a sorpresa di Bradbury, forse, è un merito alla sua determinazione a non mollare mai: una promessa negli anni ’90 (vinse tre medaglie mondiali nei 5000 metri staffetta, un oro nel 1991, un bronzo ne 1993 e un argento nel 1994, oltre alla medaglia di bronzo alle Olimpiadi invernali di Lillehammer nel 1994), ma una carriera compromessa per un gravissimo infortunio.
A Montréal, nella Coppa del Mondo, subì una lacerazione profonda all’arteria femorale, causata dalla lama di un altro pattino; perse quattro litri di sangue, rischiava di morire e ci vollero 111 punti di sutura e 18 mesi di riabilitazione.  Nel 2000, un altro infortunio, frattura al collo, sembrava interrompere la sua carriera. Ma nonostante questo, nonostante fosse atleticamente lontano da buoni livelli, decise di partecipare ai Giochi del 2002.
In un’intervista disse:

Non ero sicuro se avessi dovuto festeggiare oppure andare a nascondermi in un angolo. Non ero certamente il più veloce, ma non penso di aver vinto la medaglia col minuto e mezzo della gara. L’ho vinta dopo un decennio di calvario

L’abbiamo abbandonato in una stanza d’albergo di Rimini, l’abbiamo negato ai nostri sentimenti, quasi dimenticato salvo poi riconvertici dopo la sua morte, il giorno di San Valentino, il 14 febbraio 2004. L’autopsia rivelò che la morte era stata causata da un edema polmonare e cerebrale, conseguenza di un’overdose di cocaina.
La mamma Tonina grida ancora giustizia, molte cose non quadrano, lei se lo sente, ha inviato più volte a riaprire il caso, poi richiuso: «E’ stato un omicidio e non un suicidio».
Intercettazioni parlano dell’intromissione della camorra, riferendosi all’episodio di Madonna di Campiglio, che alterando il sangue di Pantani lo portò all’esclusione dal Giro d’Italia 1999.

La morte del “Pirata” ha lasciato sgomenti tutti gli appassionati non solo del ciclismo: a testa bassa, abbiamo rimpianto la perdita di un grande corridore, uno degli sportivi italiani più popolari, influenti e belli da vedere dal dopoguerra. Protagonista di tante imprese, anche e soprattutto umane.
Il suo mito, fatto di semplicità e di sacrificio, si è addentrato nella cultura popolare italiana, abbracciando ogni momento della quotidianità. Dal look della sua bandana alle corse tra amici fatte gridando il suo nome passando per il suo impegno sulle due ruote: ha vinto il Giro d’Italia nel 1998, per la prima volta, e nello stesso anno anche Tour de France, 33 anni dopo Felice Gimondi. E chi si dimentica l’incredibile successo nella tappa Les Deux Alpes?
L’accoppiata Giro-Tour è un’impresa riuscita a pochi, pochissimi. Si è ritirato, è ritornato nel 2000 ma non era più lo stesso: durante il Tour de France abbozza una sfida con Lance Armstrong, qualche schermaglia, qualche sussulto finale, prima di lasciare il dominio statunitense.

Anche la musica lo ha celebrato, osannato e ha puntato il dito sulla cecità di chi l’ha abbandonato. Già nel 1999, I Litfiba hanno dedicato a Marco Pantani la canzone Prendi in mano i tuoi anni, pubblicata nel 1999 nell’album Infinito. A differenza di tutte le altre, questa è l’unica canzone scritta quando il ciclista era ancora in vita:

Il tempo corre sul filo segnano il nostro cammino
so già che vuole averla sempre vinta lui
duello duro col tempo con il passato e il presente
e pure oggi mi dovrò affilare le unghie
la luce rossa dice “c’è corrente”
perché qualcosa stimola la mente
il mio futuro è nel passato e nel presente
ehi, dove sei? cosa aspetti ancora?
gioca la tua partita non sarà mai finita
la corsa nel tempo in salita forse è la mia preferita

Poi c’è stato Riccardo Maffoni con Uomo in fuga; Francesco Baccini e la sua In fuga; Alexia ha scritto Senza un vincitore. Tanti artisti differenti come Gli Stadio che hanno scritto appositamente per lui E mi alzo sui pedali, nel quale hanno integrato il testo della canzone con alcuni pensieri scritti dallo stesso ciclista e ritrovati su fogliettini sparsi nella stanza d’albergo:

E mi rialzo sui pedali con il sole sulla faccia
e mi tiro su gli occhiali al traguardo della tappa
ma quando scendo dal sellino sento la malinconia
un elefante magrolino che scriveva poesie
solo per te… solo per te…
io sono un campione questo lo so
un po’ come tutti aspetto il domani
in questo posto dove io sto
chiedete di Marco, Marco Pantani

Nel febbraio 2006, invece, nell’album Con me o contro di me, i Nomadi gli hanno dedicato la canzone L’ultima salita:

Cerchi questo giorno d’inverno
il sole che non tramonta mai
lo cerchi in questa stanza d’albergo
solo e sempre con i tuoi guai.
dammi la mano fammi sognare
dimmi se ancora avrai
al traguardo ad aspettarti
qualcuno oppure no

 

Una canzone dura, ma che ben racconta la critica di una società miope che ha puntato il dito contro quelli che erano i suoi miti per poi scaricarli, secondo logiche morali e ipocrite, è quella scritta da Antonello Venditti nel 2007. Con Tradimento e perdono, il cantautore romano si sofferma non solo su Marco Pantani, ma anche su Agostino Di Bartolomei e Luigi Tengo, uomini che hanno in comune un solo difetto, non esser stati compresi:

Mi ricordi di Marco e di un albergo
nudo e lasciato lì
era San Valentino l’ultimo arrivo
e l’hai tagliato tu
questo mondo coglione piange il campione
quando non serve più
ci vorrebbe attenzione verso l’errore oggi saresti qui
se ci fosse più amore per il campione oggi saresti qui

 

Massimo Ranieri si appresta a vincere la trentottesima edizione del festival di Sanremo con “Perdere l’amore”, l’Italia rimane incollata alla tv per quello che è l’ultimo prestigioso eco della canzone nazionale, ma qualche istante prima i riflettori e il palcoscenico, seppur idealmente, sono per un ragazzotto di San Lazzaro di Savena di appena 22 anni.
Uno che è stato in grado di interrompere e deviare momentaneamente il rigido e ingessato festival della musica italiana con le sue regole ed etichette…lui che è uno sciatore. Non un calciatore, non appartenente a uno sport, diciamo, più nazionalpopolare.
Alberto Tomba irrompe nella serata finale del festival: un collegamento in diretta con l’innevato Canada per le Olimpiadi di Calgary del 1988, dove il bolognese è al cancelletto di partenza per la seconda manche dello slalom speciale.

Alberto Tomba, “la Bomba”, è riuscito a coinvolgere spontaneamente milioni di italiani, con il suo carisma, il suo fare fuori dalle regole, istrionico ed estroverso, il suo essere campione e anche personaggio che lo sport italiano ha conosciuto poche altre volte. Uno dei primi fenomeni mediatici che ha fatto innamorare la stampa italiana, l’unico a polarizzare l’attenzione degli spettatori al di fuori dei confini strettamente sportivi e a sfidare, con ironia, un idolo internazionalmente riconosciuto:

Maradona è venuto in Italia e tanti si inginocchiano davanti a lui. Fanatici nel calcio ce ne sono più che nello sci. No, non lo invidio, mi sta bene così. Ma lo voglio sfidare perché al calcio non sono male, voglio vedere lui sugli sci… Ecco, Maradona ti sfido” (Gazzetta dello Sport – 31 dicembre 1988)

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Dall’orchestra al pubblico esigente del teatro Ariston, dai cantanti ai conduttori Miguel Bosé e Gabriella Carlucci, passando per i tanti ospiti internazionali che sono saliti sul palco nei quattro giorni di spettacolo come Paul McCartney, Joe Cocker, Bon Jovi o Paul Anka, l’unica esibizione che volevano vedere era quella di Alberto Tomba che, due giorni prima, aveva conquistato l’oro nel gigante alla sua prima partecipazione a dei Giochi olimpici invernali.

In silenzio e in trepidazione, tutti osservano la sua prova: Tomba parte, famelico, aggredendo la pista con il suo stile unico. Segna, alla fine della prova, il tempo ottimo di 1:39,47, guida la classifica provvisoria, ma bisogna ancora aspettare il tedesco Wörndl. Va, arriva al traguardo e il cronometro segna 1: 39,53. Sei centesimi di differenza, sei centesimi per consegnare la seconda medaglia d’oro al collo dell’italiano Tomba. Sono ben 20 milioni, gli italiani che incollati davanti allo schermo, quella sera durante il festival. Alla fine della performance, il primo ad alzarsi dal pubblico è Aldo Biscardi, conduttore del celebre “Processo”.

Saranno in totale in carriera, cinque medaglie olimpiche (tre d’oro), quattro trofei mondiali (due ori), una Coppa del mondo nel 1995 e otto di specialità tra quattro di slalom e quattro di gigante, per un totale di 88 podi in Coppa del mondo e 50 vittorie.

A fine 1988, quando l’Italia e il mondo scoprono il talento di un giovane ragazzo romagnolo destinato a entrare nella leggenda, Alberto non si rende conto di quello che ha fatto, anzi, desideroso di diventare il migliore, confessò di avere un sogno che, rileggendolo oggi, lui, personaggio carismatico, mediatico e dello show, suona quanto mai appropriato:

Diventare il più grande del mondo. Riuscire a conquistare talmente tanto, che la gente che per ora non mi conosce tanto, potrebbe riconoscermi dappertutto anche vestito in borghese. Essere noto come il Papa, Reagan, Gorbachov o Stallone. No ma forse Stallone in Africa non lo conoscono…”

 

(Gazzetta dello Sport – 31 dicembre 1988)

Si può dire che il Sei Nazioni, prestigioso torneo internazionale di rugby a 15, sia tra i più importanti in questa disciplina. Senza dubbio per l’Italia è il più importante anche perché a lungo inseguito. Nato nel 1883 e disputato solo tra i paesi britannici (Inghilterra, Irlanda, Galles e Scozia), ha cambiato nome e forma altre due volte: nel 1910 con l’ingresso della Francia e poi nel 2000 con la felice ammissione dell’Italia.
Un salto tra i grandi, tra gli adulti. Il percorso dell’Italia fu lungo e tortuoso e la soddisfazione di partecipare in una competizione tosta, privilegiata e entusiasmante non sempre ha fatto seguito a buone prove degli azzurri.
In 14 edizioni, il XV azzurro ha chiuso il torneo all’ultimo posto vincendo (si fa per dire) il temuto cucchiaio di legno. Ma tra fango, delusioni, ferite e botte, l’Italia ha saputo anche ruggire, mettendo la testa al di là della barricata e portando a casa delle storiche vittorie. Letteralmente storiche.

5 febbraio 2000: Italia – Scozia 34-20

Sin dall’inizio. Prima partita in assoluto nel Sei Nazioni, allo stadio Flaminio di Roma, l’Italia affronta la Scozia. E’ il 5 febbraio 2000, l’epifania più bella: guidati dall’ex All Black, Brad Johnstone, gli Azzurri battono la Scozia 34-20. Diego Dominguez è il solito trascinatore segnando 3 drop e 7 punizioni, per un totale di 30 punti. La ciliegina sulla torta è la meta di De Carli al 78’.
E’ euforia: l’Italia evita così il “cappotto”(whitewash) cosa che invece subì la Francia all’esordio nel 1910. Dall’altare alle polveri, però, il passo è breve: dopo quella vittoria, tuttavia, seguiranno ben 14 sconfitte consecutive: le successive quattro partite del 2000 più le edizioni 2001 e 2002 chiuse tutte in bianco.

Sei Nazioni 2014

 

15 febbraio 2003: Italia – Galles 30-22

Bisogna andare veloce nel tempo e arrivare nel 2003. Dopo due anni bui, ancora al Flaminio, ancora all’esordio, arriva la seconda vittoria dell’Italia nel Sei Nazioni. Galles per la prima volta piegato: è 30-22 il punteggio finale, tre mete a due, De Carli, Festuccia e Phillips per i colori azzurri e con il solito sontuoso Diego Dominguez a fare la differenza, ben 15 punti.

24 febbraio 2007: Scozia – Italia 17-37

E’ tempo di mostrare maturità e di conquistare qualche avamposto estero. Ci sono voluti otto anni, ma finalmente il 24 febbraio 2007 arriva la prima vittoria dell’Italia lontano da casa: a Murrayfield, l’Italia piazza e issa la sua bandiera tricolore. Un secco 37-17 alla Scozia, attonita, demolita.
L’aurea della leggenda con seimila tifosi a seguito in un esodo magico. Tre mete in appena sette minuti: già dopo 20 secondi Mauro Bergamasco si tuffa in meta, poi segue Scanavacca e poi ancora Robertson. Guardando il tabellone è 21-0 dopo 360 secondi. E’ la prima vittoria lontano dalle mura amiche, ma che vittoria…

12 marzo 2011: Italia – Francia 22-21

Vi ricordate Grenoble 1997? L’ultima volta che l’Italia è riuscita a sconfiggere la Francia. Una rivalità antipatica, genuina che ha visto fin troppe volte i francesi spuntarla. Sono passati quattordici anni dal trionfo di Grenoble: il 12 marzo 2011 la Francia cade nuovamente sotto i colpi di un’Italia come quel giorno commovente, indomita e feroce.
Sotto con il punteggio, il XV azzurro è stato capace di un parziale di 16-3 negli ultimi 21 minuti. La meta di Masi e i 17 punti di Mirco Bergamasco riscrivono la storia con un finale di 22-21. I cugini tornano a casa in silenzio. L’Equipe il giorno dopo, per criticare la troppa mancanza di concentrazione dei transalpini, titola: “Vacanze romane”. Au revoir.