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Giovanni Sgobba

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Si è uomini prima di essere calciatori. Quando ti ritiri dal mondo del calcio, rimane solo il ricordo di quello che hai fatto, vittorie, sconfitte, gioie e delusioni vengono archiviate e rimangono lì sospese nelle memorie di una lunga cronologia. Quando appendi le scarpe al chiodo, qualsiasi scelta fatta, qualsiasi “tradimento sportivo” compiuto e non digerito dai tifosi, dovrebbe restare lì appeso al medesimo chiodo. Dovrebbe.

Ci si dimentica troppo spesso che prima di essere sportivi, prima di avere un contratto, dei soldi, una vita tranquilla e spensierata, si è uomini. O meglio, che non tutti i calciatori decidono di seguire la vita stereotipata, quell’essere omologato che segue il successo per appesantire il proprio portafoglio da sventolare dinanzi a qualche bella donna.

E chissà quanti ne hai visti e quanti ne vedrai di giocatori che non hanno vinto mai ed hanno appeso le scarpe a qualche tipo di muro e adesso ridono dentro a un bar, e sono innamorati da dieci anni con una donna che non hanno amato mai….

Quando De Gregori scrisse questa canzone chissà se aveva in mente proprio Agostino Di Bartolomei. I suoi compagni lo soprannominarono Sant’Agostino per quanto era insensibile alla bella vita: lui e il lusso orbitavano su due mondi lontani, inconciliabili. Rappresentava l’eccezione, ma non fu capito.

E’ stato il capitano della Roma, per molti ancora lo è: dalle giovanili giallorosse in prima squadra, saltando pochissime partite, rimediando una sola espulsione e conquistando quella fascia da capitano che ha onorato con orgoglio e con rispetto ed educazione sportiva per anni, gli stessi anni che hanno portato la Roma a vincere il suo secondo Scudetto, tre Coppe Italia e a raggiungere l’ambita finale di Coppa dei Campioni, persa poi ai calci di rigore contro il Liverpool.

Coincidenza quella partita si giocò proprio all’Olimpico di Roma. Un’altra coincidenza, drammatica, è che fu disputata il 30 maggio del 1984. Chi è di Roma, chi conosce la storia di questa squadra, sa che nella vita di questo prestigioso club possono passare pochissimi treni: accarezzare l’idea di trionfare nel proprio stadio, davanti ai proprio tifosi, familiari e amici e poi vederla frantumare in mille pezzi dopo aver sbagliato dei calci di rigore, è un peso insopportabile per molti. Fa troppo male pensare a quanto tempo deve trascorrere per rivivere una partita di tale prestigio e provare a cambiare l’esito e la storia.

«Non è da questi particolari che si giudica un giocatore…», aggiungeremmo che non è da questi particolari che si giudica una squadra, ma sappiamo che non è sempre vero: in molti pensano che essere secondi significa non essere nessuno, significa gettare e dimenticare tutto il percorso, gli ostacoli superati, le emozioni provate per raggiungere quel gradino più basso. Ago (così lo chiamavano i tifosi), da capitano, da romano, percepisce la delusione di tutto l’ambiente che lo circonda, anche lui è amareggiato, ma da leader non la mette in pubblico, anzi è il primo a voler ripartire, a voler immediatamente provare a rifarsi, a prendere una rivincita.

Ma non viene capito. Non gli viene data questa possibilità, viene trattato come un “semplice” calciatore, uno dei tanti che va e viene: ceduto senza troppe spiegazioni al Milan. Una doppia sconfitta per Di Bartolomei, quella più pesante però non avviene sul campo, contro gli inglesi, ma nel suo cuore, viene ferito nell’orgoglio, lo stesso che lo portò ad andarsene senza fiatare, solo con la mente proiettata a rispettare il nuovo contratto. Nessuna riconoscenza per il capitano dello Scudetto da parte dei dirigenti, pochissima invece da parte di alcuni dei suoi ex-tifosi che proprio in un Roma – Milan lo accolsero da traditore, da colui che abbandona la nave prima che affondi. Solo pochi mesi prima, alla sua ultima passerella con la maglia della Lupa, la Sud gli dedicò uno striscione con su scritto: «Ti hanno tolto la Roma ma non la tua curva» . Come darsi una spiegazione? Immaginava di chiudere la carriera con addosso l’unica vera maglia della sua vita e invece si ritrova in una città del nord, fredda, distaccata per i suoi gusti. Si è sentito tradito da coloro che lo etichettavano come traditore, non ebbe mai modo di riconciliarsi, di riappacificarsi con l’ambiente giallorosso: né un ruolo dirigenziale, nemmeno un ruolo all’interno dello staff. Il suo sogno era allenare i bambini, per fargli crescere con la passione genuina nel tirare un calcio al pallone, perché era quello che credeva veramente. Niente: era semplicemente considerato come un ex giocatore della Roma. Non si scoraggiò, fondò una piccola scuola di calcio a San Marco. Era deluso dagli altri, ma era contento.
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L’immagine è quella di un esiliato che lascia nella sua patria affetti, amici, ricordi, la sua vita insomma; fa di tutto per riottenerla e invece viene ignorato. Lui questo non riuscì mai ad accettarlo nemmeno dopo il ritiro dal mondo del calcio: la mattina del 30 maggio 1994, impugna la sua calibro 38 e spara un colpo. In molti hanno creduto ad una beffarda coincidenza, un sincronismo ricercato e voluto tra la finale del 1984 e il suicidio: stessa data, dieci anni più tardi, dai riflettori dell’Olimpico che illuminano un 29enne all’apice della carriera, al silenzio, alla malinconia che lo attanagliavano, a 39 anni, e lo distruggevano. Da quel momento in poi il 30 maggio verrà ricordato dai tifosi romanisti non più per quella rocambolesca partita, ma per la sua scomparsa. Ho scelto volontariamente di non parlare troppo della sua carriera, di non descrivere il ruolo che aveva in campo, delle sue splendide punizioni, delle sue bombe e dei suoi interventi energici in mezzo al campo. Ho semplicemente voluto raccontare di un uomo che si celava dietro la sagoma di un calciatore…
Dal profondo del tempo come un rimpianto ora rinasci tuquesto mondo coglione piange il campione  quando non serve più ci vorrebbe attenzione verso l’errore oggi sarebbe qui  se ci fosse più amore per il campione oggi saresti qui. Ricordati di me mio capitano  cancella la pistola dalla mano tradimento e perdono fanno nascere un uomo ora rinasci tu… [Antonello Venditti – Tradimento e perdono]

L’Italia femminile non si inceppa proprio sul più bello, all’ultimo test prima del Mondiale in Francia, in programma dal 7 giugno al 7 luglio. La squadra azzurra, allenata dalla ct Milena Bertolini, batte la Svizzera per 3-1 a Ferrara partendo per la Coppa del Mondo con un ruolino di marcia invidiabile: in questo 2019 è praticamene imbattuta con sette vittorie e un pareggio contro la Corea del Sud, match poi perso ai rigori nella Cyprus Cup.

Contro le elvetiche, solo tre posizioni sotto l’Italia nel ranking Fifa (18 a 15 la differenza), l’Italia scende con il 4-4-2 e parte fortissima: la prima occasione arriva con la traversa colpita dal sinistro di Valentina Cernoia. Al 32′ poi l’Italia passa con una bella azione in profondità che Iaia Galli tramuta in gol. A fine primo tempo un’altra traversa salva la Svizzera: questa volta è Barbara Bonansea a liberarsi in area e con il destro a giro non riesce a raddoppiare.

Vivi con noi il Mondiale femminile

Il 2-0 arriva però nel secondo tempo con Cristiana Girelli che sfrutta l’assist di Bonansea. L’Italia cala un po’ il ritmo e la ct Bertolini si concede anche qualche cambio per dare minutaggio a tutte le ragazze. La Svizzera trova il gol che accorcia le distanze con la giocatrice del Francoforte, Reuteler. Ma nel finale chiude sul 3-1 Daniela Sabatino che raccoglie un altro assist di Barbara Bonansea. Ottime indicazioni, dunque, in vista del Mondiale e una vittoria che non può che far aumentare entusiasmo e fiducia.

Il Presidente del Senato, Elisabetta Casellati, riceverà il 1 giugno, a Palazzo Giustiniani le atlete della Nazionale di calcio femminile accompagnate dal Presidente della Federazione italiana Gioco Calcio, Gabriele Gravina,  dal Commissario Tecnico, Milena Bertolini e dal Vicepresidente della  Lega Pro, Cristiana Capotondi. E’ la prima volta che una squadra di calcio femminile viene ricevuta al Senato. La delegazione porterà in omaggio al Presidente la maglia della Nazionale prima di partire per i Mondiali di Francia.

 

Intanto, a supporto della spedizione in terra francese di Sara Gama e compagne, la FIGC ha lanciato l’hashtag #RagazzeMondiali che sarà associato a ogni iniziativa, online e offline, intrapresa in occasione della Coppa del Mondo.

Questo il dettaglio dei profili social della Nazionale Femminile di Calcio:

TABELLINO

Italia-Svizzera 3-1

Marcatori: 32′ Galli, 61′ Girelli, 83′ Reuteler, 89′ Sabatino

Italia: Giuliani, Bergamaschi (75′ Cimini), Gama, Galli (75′ Rosucci), Linari, Guagni (43′ Bartoli), Girelli (66′ Giacinti), Bonansea, Mauro (53′ Sabatino), Cernoia, Giugliano (66′ Parisi). A disp. Marchitelli, Pipitone, Bartoli, Tarenzi, Serturini, Fusetti, Boattin, Giacinti, Cimini, Sabatino, Parisi, Rosucci.

Svizzera: Thalmann, Megroz (46′ Surdez), Rinast, Maritz, Reuteler, Widmer (46′ Stapelfeldt), Bachmann (80′ Dubs), Kiwic, Gut (58′ Mauron), Calligaris (79′ Calo), Bernauer. A disp. Herzog, Calò, Mauron, Stapelfeldt, Dubs, Surdez

Il termine anglosassone è prank, vale a dire scherzo. Esattamente quello che hanno fatto Aguero e De Bruyne ad alcuni tifosi. Il giorno dopo la vittoria della Premier League, infatti, il Manchester City ha invitato alcuni supporter inglesi e festeggiare il titolo assieme ai due rappresentativi calciatori: oltre al giro del centro d’allenamento e alle foto di rito, il gruppetto ha poi alzato il trofeo, ma – accidentalmente – i due calciatori l’hanno fatto precipitare dalla balconata, distruggendolo in mille pezzi.

 

Il video è diventato subito virale con i tifosi sbigottiti e imbarazzati: alcuni hanno sgranato gli occhi, altri coperto la bocca con la mano, il tutto in un paio di secondi surreali con l’argentino e il belga che si accusano a vicenda. Ma è stato lo stesso Manchester City, qualche giorno dopo, a svelare la messa in scena: è solo uno scherzo di City Tv, un modo per prendere in giro Oleks Zinchenko, che aveva rovesciato il trofeo nella passata stagione.

Infatti nella parata celebrativa per la conquista di uno storico Quadruple (Premier, FA Cup, Carabao Cup e Community Shield), il prestigioso riconoscimento era regolarmente al suo posto.

 

Allora come oggi lo si vede in giro nei circuiti automobilistici con in testa un vistoso cappello cowboy. Un po’ guascone un po’ falso americano. Arturo Merzario ha 76 anni, la maggior parte di questi vissuti in un abitacolo.
Dal rally al GT, Merziano è stato un distinto pilota: dal 1972 al 1979 ha gareggiato nei circuiti di Formula 1 con diverse scuderie, tra cui la Ferrari, mentre nel 1976 disputò il campionato mondiale di F1 alla guida di una March 761 della canadese Wolf Williams. Il primo agosto 1976 era in programma la decima gara stagionale sul prestigioso circuito del Nürburgring che si snoda intorno al Castello di Nürburg, in Germania.

Poco prima della corsa, la pioggia aveva reso i 22,835 km della Nordschleife insidiosi, ma nonostante la sollecitazione di qualche pilota, la direzione optò per scendere in pista. Tra i meno convinti c’era Niki Lauda, campione iridato in carica e leader della classifica generale.
Passarono solamente tre giri e si assistette all’evento che cambiò la Formula 1: poco dopo la curva Ex-Muhle e il tornante Bergwerk, Lauda perse il controllo della sua monoposto, la Ferrari 312 T2, schiantandosi contro una parete rocciosa prima di essere rimpallato in pista. Nel colpo perse il casco, mentre poco dopo la sua vettura venne colpita da quelle di Harald Ertl e Brett Lunger e iniziò a prendere fuoco. Il pilota austriaco, ancora cosciente, venne così avvolto dalle fiamme.

Passarono qualche secondo e sul luogo dell’incidente si fiondò anche Arturo Merzario. Sarebbe potuto andare oltre, ma d’istinto si bloccò e scese per soccorrere il suo collega intrappolato. Ecco cosa dirà anni dopo:

Dell’incidente di Lauda bisogna analizzare tre aspetti: ha perso il casco nel primo impatto e per questo è stato esposto alle fiamme e alle bruciature, le esalazioni di magnesio lo stavano ammazzando e non da ultimo, è stato davvero difficile estrarlo dalla macchina. Gli altri usavano l’estintore, io non riuscivo a schiacciare la levetta per sbloccare la cintura perché si dimenava: la sua fortuna fu quella di svenire così io riuscii a liberarlo. Un’altra sua fortuna è stata la respirazione artificiale che ho imparato al militare e che gli ha consentito di rimanere in vita per circa 10 minuti prima dell’arrivo dei soccorsi

Lauda venne trasportato in tre ospedali differenti, aveva uno zigomo fratturato, ustioni di primo grado alle mani e di terzo grado al volto. Per tutto il pomeriggio piloti, staff, moglie e familiari rimasero con il fiato sospeso temendo il peggio. Poi arrivò il bollettino positivo che allontana il rischio di morte, ma consegnò un Lauda a pezzi e avrebbe dovuto affrontare una lunga, lunghissima guarigione. Con un monito: l’austriaco rischiava seriamente di non poter più gareggiare.

Il 12 settembre 1976, appena 42 giorni dopo il rogo del Nürburgring, Niki Lauda si ripresentò in pista e tagliò al quarto posto il traguardo del Gran Premio di Monza. Quell’anno avrebbe vinto il suo storico rivale James Hunt, ma la stagione successiva fu tutta per l’austriaco che vince il secondo dei suoi tre titoli mondiali.
La curva dello schianto è stata rinominata Laudakurve, Niki è rimasto nel mondo automobilistico con il suo inconfondibile berretto rosso e ha dovuto fare autocritica. Quando tornò in pista, infatti, Lauda non si fermò mai a salutare Arturo:

Venne a trovarmi in Austria qualche mese dopo e fece il gesto di togliersi l’orologio per regalarmelo. Io lo presi e lo lanciai via. I meccanici dell’Alfa lo raccolsero, vennero da me e mi fecero un sacco di paternali, forse avevo sbagliato, ma io c’ero rimasto male

Ha impiegato tre decenni per ringraziare Arturo per il gesto che gli ha salvato la vita. Anche lui, ancora oggi ricorda quei momenti drammatici. Sempre con il cappello da cowboy sempre in testa.

 

Fonte: video Rai

Niki Lauda, uno dei più famosi piloti nella storia della Formula 1, è morto lunedì 20 maggio. Lauda aveva 70 anni: durante la sua carriera vinse tre Mondiali alla guida di Ferrari (1975 e 1977) e McLaren (1984) e fu protagonista di una delle più iconiche rivalità nella storia degli sport motoristici con il pilota britannico James Hunt, raccontata da Ron Howard nel film Rush.

«Con profonda tristezza, annunciamo che il nostro amato Niki è morto pacificamente con la sua famiglia lunedì scorso», si legge in un comunicato diffuso dalla famiglia e pubblicato da The Sun. E’ considerato tra i migliori piloti di sempre. Nel corso della sua carriera ha disputato 171 Gran Premi vincendone 25. L’ex pilota austriaco era stato ricoverato in una clinica privata in Svizzera per problemi ai reni, sottoponendosi ad un trattamento di dialisi resosi necessario per migliorare le proprie condizioni. Scrivono i familiari:

I suoi risultati unici come atleta e imprenditore sono e rimarranno indimenticabili, come il suo instancabile entusiasmo per l’azione, la sua schiettezza e il suo coraggio. Un modello e un punto di riferimento per tutti noi, era un marito amorevole e premuroso, un padre e nonno lontano dal pubblico, e ci mancherà

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E’ stato tre volte campione del mondo di Formula 1 (nel 1975 e 1977 con la Ferrari, nel 1984 con la McLaren), come imprenditore ha fondato e diretto due compagnie aeree, la Lauda Air e la Niki; come dirigente sportivo, dopo avere diretto per due stagioni la Jaguar, è stato dal 2012 presidente non esecutivo della scuderia Mercedes AMG F1. Ha disputato 171 Gran Premi, vincendone 25, segnando 24 pole position e altrettanti giri veloci. Ha avuto una carriera sportiva di grande livello guidando per March, BRM, Ferrari, Brabham e, infine, McLaren.

Lauda iniziò a correre prima di compiere vent’anni. Proveniva da una ricca famiglia di banchieri viennesi che non vedeva bene il suo interesse per le automobili e la velocità. Dovette quindi arrangiarsi. Nel 1968 iniziò nelle gare riservate a vetture Mini, piccole e poco costose automobili allora prodotte dalla British Motor Corporation. Per arrivare soltanto in Formula 2 fu costretto a farsi prestare soldi e a dare come garanzia una polizza di assicurazione sulla propria vita. Entrò a far parte del team March e nel 1971 debuttò per lo stesso team in Formula 1, dove corse alcune gare. L’anno seguente partecipò all’intero campionato ma la macchina era poco competitiva e non ottenne nemmeno un punto.

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In seguito ottenne, pagandoselo con un complicato contratto, un posto alla BRM, un’altra scuderia britannica, in cui rafforzò il suo rapporto con il pilota svizzero Clay Regazzoni. Lauda si fece conoscere come buon pilota, ma soprattutto come esperto collaudatore, dotato di una particolare sensibilità nel riconoscere i difetti delle auto, al punto che fu soprannominato “il computer” per la meticolosità con cui metteva a punto il proprio mezzo. Fu notato dall’occhio lungo di Enzo Ferrari, il quale, anche su consiglio dell’amico Regazzoni, lo portò alla Ferrari.

Anche caratterialmente si mostrava freddo, poco emotivo e molto determinato, specialmente agli occhi di chi non era a stretto contatto con lui. Perfino il suo stile di guida era essenziale e, per gli appassionati, scarsamente divertente ma, visti i risultati, molto efficace.

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Uno dei momenti più ricordati della carriera di Lauda fu il terribile e famoso incidente che avvenne durante il Gran Premio di Germania, sul lunghissimo tracciato del Nürburgring, del 1976. A causa dell’incendio riportò numerose ustioni soprattutto al viso, che non era protetto né dalla tuta né dal casco. Il danno più serio, ma meno visibile, lo ebbe ai polmoni: aveva inalato aria molto calda e satura dei prodotti di combustione della benzina, che lo avrebbero potuto uccidere. Nei primi giorni, quando i medici erano molto scettici sulle sue condizioni, un prete gli diede l’estrema unzione. Per ricostruirgli parte del volto i chirurghi eseguirono un autotrapianto di pelle da una sua gamba. Ma a tal proposito affermò che preferiva il fondoschiena a un bel viso perché era convinto che una vettura si guida soprattutto “con il sedere”.

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«La decisione più passionale e razionale che abbia mai preso», dice Vincent Kompany, difensore belga e capitano del Manchester City. Anzi, ex oramai. Dopo 11 stagioni, 360 partite e tanti successi (in ordine di tempo  lo storico “treble” Premier League, FA Cup e Coppa di Lega), il leader dei Citizen ha annunciato il suo addio al club di Manchester, ma non al calcio giocato.

Kompany torna in patria, torna all’Anderlecht che lo ha lanciato come promessa talentuosa, in una nuova – inusuale – veste: giocatore e allenatore.

Per i prossimi tre anni assumerò l’incarico di allenatore-giocatore dell’Anderlecht. Il signor Coucke mi ha promesso tempo, budget, struttura e personale. Guardiola ha riacceso il mio amore per il gioco. Il Manchester City gioca il calcio che voglio insegnare e vedere

 

Passione, come ha detto lui stesso, per questo sport che ha professato con lealtà e grande maturità. Il difensore belga, che ha compiuto 33 anni meno di un mese fa, ha deciso di chiudere la sua lunga esperienza al City con cui ha giocato dal 2008 fino ad oggi e di cui era capitano, lasciando l’ultimo ricordo indelebile ai suoi tifosi, il bellissimo gol siglato contro il Leicester, nella terzultima giornata di Premier League, decisivo per la corsa al titolo finale.

Ho immaginato questo momento innumerevoli volte e ancora non mi sembra reale. Il Manchester City mi ha dato tutto e ho provato a restituire il più possibile. Ora per me è giunto il momento di andare

 

Il Manchester City, in realtà, avrebbe offerto a Kompany la possibilità di entrare nello staff di Guardiola o di continuare a giocare nel New York City, club satellite, ma il belga ha preferito tornare all’Anderlecht dove, come detto, potrà imparare il mestiere da allenatore e sentirsi ancora un calciatore per i prossimi tre anni. Il ritorno del “figliol prodigo”, cresciuto nelle giovanili e in prima squadra dal 2003 al 2006, prima di trasferirsi all’Amburgo.

 

Una scelta che ricorda altri precedenti, illustri o meno: Gianluca Vialli giocò e allenò nel Chelsea nel 1997-98 piazzando in bacheca una Coppa di Lega inglese, una Coppa delle Coppe e una Supercoppa europea; o il suo predecessore, Ruud Gullit che, nel ruolo di giocatore-allenatore, ha conquistato la FA Cup 1996-97 diventando l’allenatore più giovane nonché il primo non britannico a conquistare questo trofeo. Di recente, ricordiamo l’esperienza di Marco Materazzi che nel settembre 2014, a 41 anni, ha firmato per gli indiani del Chennaiyin: terzo posto alla stagione d’esordio, successo in campionato nel dicembre 2015.

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I grandi, con l’Ajax portabandiera di un movimento espressivo di gioco e mentalità, stanno tracciando la strada. A livello di club, certo, con la squadra in finale di Champions League, ma che si dirama all’interno di tutto il calcio olandese.

Così anche l’Europeo Under 17 vede brillare i talenti arancioni, a discapito degli azzurrini italiani: 4-2 dell’Olanda sull’Italia nella finale di Dublino, un risultato mai messo in discussione che ribadisce la forza in questa era calcistica. Al Tallaght Stadium, gli azzurrini di Nunziata perdono la rivincita della finale di Rotherham di dodici mesi fa: la squadra che ha conquistato il secondo titolo di fila, dopo il successo ai rigori sempre sugli azzurri nell’edizione 2018 è espressione di un movimento che ha un modello culturale di riferimento, il 4-3-3, pressing e corsa, praticato dai primi calci agli adulti.

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Primo tempo chiuso 3-0, venti minuti di reazione con il gol del milanista Lorenzo Colombo, 4-1 Orange con il baby Unuvar, 15 anni, capocannoniere del torneo, infine la rete di Colombo per la doppietta personale. La nazionale di Carmine Nunziata ha perso, ma esce dal campo a testa alta, consapevole di aver dato tutto contro una squadra superiore.

E lo si intuisce dai primi minuti perché la banda di Van der Veen prende subito il comando delle operazioni: l’Italia è costretta ad arretrare, non per scelta, ma per la forza degli “arancioni”. L’1-0 matura al 20’: tiro di Bannis, respinta e botta finale di Hansen. Brobbey, un armadio, cerca subito il 2-0. Cutrig al 31’ ha una chance, ma l’Olanda si salva e al 37’, dopo la punizione calciata da Hoever, Bannis raddoppia. In chiusura, sinistro assassino di Maatsen.

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Nell’intervallo Nunziata scuote gli azzurrini con i cambi: dentro Colombo e Ruggeri, fuori Cudrig e Moretti. Dopo un paio di minuti, entra anche Sekulov al posto di Brentan. L’Olanda sfiora il poker, ma l’Italia ha un altro passo e Colombo riapre il match con un capolavoro. Colombo insiste: calcia fuori al 61’ e il portiere olandese esce sui suoi piedi al 64’. Gli azzurri sono più determinati, ma nel momento migliore Unuvar, appena entrato, cala il poker.

L’Italia non si arrende, la reazione d’orgoglio è ammirevole e Colombo, all’89’, firma la doppietta personale. Olanda campione d’Europa, ma l’Italia, seconda, può sorridere pensando ai successi contro Spagna, Portogallo e Francia. E soprattutto a 11 vittorie consecutive su altrettante partite tra qualificazione e prima fase del torneo. Comunque applausi.

 

OLANDA-ITALIA 4-2

OLANDA (4-3-3): Raatsie; Hoever, Bogarde, Rensch, Salah-Eddine (68′ Kasanwirjo); Taylor, Taabouni (86′ Proper), Maatsen; Hansen (68′ Unuvar), Bannis, Brobbey. All. Peter Van Der Veen

ITALIA (4-3-1-2): Molla; Lamanna, Dalle Mura, Pirola, Moretti (46′ Ruggeri) Brentan (47′ Sekulov), Panada (K), Udogie; Tongya (82′ Giovane) ; Cudrig (46′ Colombo), Esposito. All. Nunziata

ARBITRO: Espen Eskås (NOR)

MARCATORI: 20′ Hansen, 37′ Bannis, 45′ Maatsen (O), 56′ Colombo (I), 69′ Unuvar. 88′ Colombo (I)

La stagione non è stata di certo positiva con il cambio in panchina tra Lopetegui e il ritorno di Zidane e l’addio in estate di Cristiano Ronaldo. Ma nonostante questo, il Real Madrid può vantare il titolo di club con il brand più prezioso (economicamente) al mondo. Lo rivela l’ultimo studio di Brand Finance che pubblica la classifica delle 50 società dal marchio più ricco. I Blancos fanno addirittura registrare un + 26,9 per cento rispetto al 2018, sorpassando in classifica il Manchester United (-5,8 per cento), mentre sul terzo gradino del podio rimane stabilmente il Barcellona, altra squadra spagnola.

Le squadre inglesi dominano, però, la restante la Top Ten: oltre ai Red Devils, infatti, ci sono anche Manchester City (5°), Liverpool (6°), Chelsea (7°), Arsenal (9°) e Tottenham (10°). Completano il lotto delle prime dieci il Bayern Monaco (4°) e il Paris Saint Germain (8°).

 

E le italiane? Il club della nostra Serie A che vanta il brand più ricco è la Juventus, che si piazza all’11esimo posto, appena fuori dai dieci, in posizione stabile rispetto al 2018. Anche l’Inter conferma la posizione numero 13 alle spalle del Borussia Dortmund, mentre il Milan avanza di 4 gradini rispetto a un anno fa issandosi al 15esimo posto. La Roma è 18esima, il Napoli è 26esimo (+5 posizioni rispetto al 2018) e la Lazio è 42esima (-4).

L’enfasi patriottica è una prerogativa essenziale nell’identikit (un po’ stereotipato, dai) di un perfetto americano. Del resto, come mai gli alieni che decidono di devastare il mondo e annullare l’umanità, si concentrano sul suolo a stelle e strisce?

Toni epici, da mano sul cuore, attraversano Hollywood per poi arrivare alla musica e all’arte, ma c’è un campo indiscusso dove il valore dell’essere americano è superiore: lo sport. E quando uno statunitense sa di essere forte, la combo può essere atomica. Non solo nel basket, nell’NBA, quintessenza dello sport, ma anche nel calcio femminile, gli Usa possono vantare – legittimamente – la loro superiorità.

Detentrice dell’edizione 2015 in Canada, Nazionale con più successi (tre), la squadra degli Stati Uniti si pone un gradino sopra le altre anche ai nastri di partenza del Mondiale 2019 in Francia e, Fox Sports america, broadcaster ufficiale della competizione, ha deciso di ribadire questo concetto nel suo spot promozionale girato dal famoso regista Joseph Kahn.

Epica, enfasi, patriottismo e climax ascendente adrenalinico, ovviamente, non mancano. Fox sapeva che bisognava sparare per colpire e lo si capisce dal titolo: “All eyes on us”, che oltre a caricare di responsabilità e aspettative le 23 calciatrici, pone una domanda che i tifosi di tutto il mondo si stanno chiedendo, ovvero, qualcuno può competere con l’America, regina indiscussa?

Del resto il claim, recitato dall’attrice Carrie Coon, dice: «Take your best shot. Just remember – You come at the queen, you best not miss». Il risultato è uno spot veloce, furioso e coinvolgente in cui, in successione, si vedono le statunitensi, dalla Morgan a Rapinoe, gareggiare contro la Francia tra contrasti intensi e azioni rapide. Il video è stato talmente preso sul serio dalla calciatrici che Robert Gottlieb, vice presidente esecutivo e responsabile marketing di Fox Sports, ha svelato questo aneddoto:

Becky Sauerbrunn, che alla fine della pubblicità la si vede affrontare in takle una giocatrice francese, durante le riprese ha subito un colpo al ginocchio e ha iniziato a perdere sangue. Non si è lamentata durante la fase di registrazione, ma quando abbiamo visto la ferita abbiamo pensato che fosse arrivato il momento di fermarsi: un infortunio così sarebbe stato un disastro. Ovviamente non abbiamo detto nulla all’allenatore altrimenti avrebbe perso la testa!

Calcio e musica: due passioni differenti, ma due mondi affini che si coinvolgono a vicenda, due rifugi dove ritrovare pace e cercare nuovi stimoli, due sfaccettature di un’unica arte. Due lingue che, se non contaminate dal moderno, corrotte dal capitalismo, possono essere portatrici di messaggi forti.
L’11 maggio si ricorda la scomparsa di colui che ha fatto della musica la sua vocazione e del calcio il suo diletto, la sua passione. Un piccolo omaggio a chi invece è stato gigante, a chi il termine “musicista” andrebbe troppo stretto, a Bob Marley.
Lui non ha lasciato un testamento, non ne sentì il bisogno: i suoi messaggi d’amore, di pace, di rispetto e disciplina, d’ammonimento verso il male, contro il razzismo, sono incisi nella sua musica, in quel genere musicale che viene spesso canticchiato e raramente vissuto nella sua profonda essenza.

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Aneddoti, storielle più o meno plausibili si intrecciano attorno alla sua immagine, il mito si insinua tra i dati storici, confondendoli e confondendoci e proprio attorno alla sua morte sono state tramandate differenti versioni. Quella più “popolare”, lasciateci passare il termine, vuole che sia deceduto per overdose, ma la sua vita non è mai stata improntata sull’eccesso: non si sarebbe mai permesso di tradire quei precetti morali, quel rigore religioso che lui stesso diffondeva attraverso la musica, l’unica cosa veramente “eccessiva” nella sua vita.

Partiamo da quello che è l’accaduto più vicino alla realtà: nel 1977 scoprì di avere una ferita all’alluce destro. Inizialmente pensò di essersi fatto male forse durante una partitella giocata a Parigi tra giornalisti francesi e i suoi “frattelli-amici” The Wailers, nella quale rimediò un duro colpo al piede, oppure in un’altra partita precedente dove, si dice, un suo amico gli lacerò l’alluce con un tacchetto arrugginito.

Ma successivamente, sempre giocando a calcio, l’unghia dell’alluce si staccò. Solo a quel punto fu fatta la diagnosi corretta: melanoma maligno che non venne mai curato in quanto la sua religione non consente l’amputazione degli arti per rispetto dell’integrità del corpo.
Bob Marley scelse solo di rimuovere la pelle al di sotto dell’unghia, ma  il melanoma non fu curato del tutto e progredì fino al cervello.

Quel che è certo è che Bob vedeva nel calcio una forma di espressione autentica, genuina come quel luogo povero e semplice che è la Giamaica. Disse:

Se non fossi diventato un cantante sarei stato un calciatore o un rivoluzionario. Il calcio significa libertà, creatività, significa dare libero corso alla propria ispirazione

Per questo quando giocava, si racconta, non aveva un ruolo preciso, non pensava agli schemi, non pensava a nulla, giocava per il gusto semplice di calciare un pallone e condividere momenti spensierati della giornata con gli amici.
Si spense l’11 maggio del 1981 e fu sepolto vicino a Nine Mile, riabbracciando quel luogo che lo vide nascere e dal quale Bob mai si separò e mai gli voltò le spalle. Si portò con se una chitarra, una piantina di marijuana, una bibbia ed un pallone: la sua esistenza racchiusa in quattro oggetti semplici. Semplice come l’ultima frase sussurrata al figlio:

I soldi non comprano la vita

Ed è facile intuire ed immaginare che il calcio di oggi, dell’era moderna, di Babilonia e del Dio Denaro, di sicuro non gli sarebbe piaciuto.

Se vuoi conoscermi devi giocare a calcio contro me e i the Wailers