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Giovanni Sgobba

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Vola lontano Ryoyu Kobayashi, vola dritto nella storia del salto con gli sci. Il 22enne giapponese, domenica 6 gennaio ha trionfato anche sul trampolino di Bischofshofen, in Austria – è il primo nipponico a riuscirci – e stravincere la Tournée dei Quattro Trampolini, con un en plein, quattro su quattro, che nella storia del torneo è riuscito solo ad altri due atleti: il tedesco Sven Hannawald nel 2002 e il polacco Kamil Stoch nel 2018.

Quinta vittoria consecutiva in stagione, Kobayashi  quest’anno non ha letteralmente rivali: dopo aver trionfato a Oberstdorf,       a Garmisch-Partenkirchen e a Innsbruck, il ragazzo di Hachimantai si aggiudica l’aquila d’oro con un salto finale dallo stile impeccabile che gli permette di rimontare dopo il quarto posto al primo volo.  E il podio finale è altrettanto storico con due tedeschi e nessun austriaco: medaglia d’argento per Markus Eisenbiechler e medaglia di bronzo per Stephan Leyhe.

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Fuori dai magnifici tre, l’austriaco Stefan Kraft, a podio a Bischofshofen ma fuori dal medagliere finale per il salto bucato a Garmisch, e niente medaglia al collo proprio per Kamil Stoch, leader indiscusso l’anno passato, ma quest’anno mai all’altezza.

La Tournée dei Quattro Trampolini, in tedesco “Vierschanzentournee”, è una delle più prestigiose competizioni della specialità dopo le Olimpiadi e la Coppa del Mondo ed è un torneo di salto con gli sci organizzata dagli sci club di quattro località sciistiche alpine, due tedesche e due austriache. Istituito nel 1952, il torneo è assegnato al saltatore che totalizza il punteggio complessivo più alto sui quattro eventi. A partire dalla stagione 1979-1980 le singole gare che compongono il torneo sono valide anche ai fini della classifica di Coppa del Mondo.

Ryoyu Kobayashi  bissa l’unico successo di un connazionale, il celebre Kazuyoshi Funaki, due ori alle Olimpiadi e secondo come piazzamento finale nella Coppa del Mondo 1997-1998 dove trionfò nei Quattro Trampolini centrando tre successi su quattro e mancando il primo posto a Bischofshofen.

Una doppietta contro il Real Madrid non vale una carriera, ma può essere il fiocco rosso di un regalo inestimabile, quello di ritornare a giocare a calcio dopo due anni da incubo. Che non è un modo di dire, non per Santi Cazorla, l’esterno spagnolo 34enne del Villareal che proprio contro i madrileni freschi vincitori del Mondiale per club ha segnato i due gol della sua rinascita.

Una serata magica terminata 2-2 nel recupero della 17esima giornata della Liga tra Villareal e Real Madrid con l’ex Arsenal protagonista finalmente dopo esser tornato in estate in forza al sottomarino giallo. E che c’erano i presupposti per una notte irreale lo si era percepito sin dall’inizio con Cazorla che sblocca le ostilità dopo 4 minuti, poi la rimonta del Real firmata Varane-Benzema prima del definitivo 2-2 all’81’ grazie ancora a Cazorla, con un colpo di testa. Nonostante i suoi 168 centimetri di altezza.

Prima del ritorno in campo di giovedì 3 dicembre e prima di questa stagione, l’esterno non scendeva in campo dal 19 ottobre 2016, giorno di Arsenal-Ludogorets, partita terminata 6-0 in favore dei Gunners. I problemi per lo spagnolo erano iniziati tre anni prima durante l’amichevole Spagna-Cile con una frattura ossea al tallone d’Achille; nulla di grave apparentemente, una sosta di un mese e mezzo, poi l’inizio del calvario: dal 2013 al 2018 Cazorla si è sottoposto a undici operazioni al tallone, causa due batteri nel tendine e un terzo nel malleolo che stavano mangiando l’osso. Ha rischiato addirittura l’amputazione del piede, ora ha il tatuaggio con il nome di sua figlia India è diviso in due parti: una è sul braccio sinistro, dove originariamente era stato fatto, un’altra sulla caviglia.

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Sei anni all’Arsenal, poi il ritorno a casa, a Villareal che l’ha accolto come un figlio della sua terra. Il ritorno a giugno, la magica presentazione all’Estadio de la Ceramica, il ritorno al gol lo scorso 4 ottobre nel match di Europa League contro lo Spartak Mosca, una rete che mancava da due anni e da oltre sette in Europa. Fino all’indimenticabile doppietta di giovedì sera al Real Madrid che è valsa un punto al Villareal e la convinzione per Santi di non essersi mai arreso.

Giovedì 3 gennaio, in Inghilterra si è giocata la partita dell’anno tra Manchester City e Liverpool, due squadre che fino alla fine si contenderanno il titolo della Premier League 2018-2019. I ragazzi di Klopp arrivavano all’Ethiad Stadium da imbattuti, con solo otto gol subiti e con un bottino di sette punti di vantaggio sui rivali di Guardiola che, contano, invece il miglior attacco e che ha perso terreno soprattutto nel mese di dicembre con tre sconfitte.

Ha vinto il Manchester City per 2-1 al termine di una partita frizzante, combattuta, giocata a ritmi altissimi e senz’altro spettacolare. Il Liverpool trova la prima sconfitta del suo campionato nello scontro diretto deciso da Leroy Sané, a segno nel momento in cui la capolista sembrava aver preso in mano la partita con il pareggio di Firmino, risposta corale al primo vantaggio firmato da una magia del Kun Agüero. I Reds ora sono ancora in testa a 54 punti, ma il City risale e si piazza a 50.

Il Liverpool però può recriminare soprattutto per l’incredibile doppia, tripla occasione creata nel primo tempo e con il risultato ancora bloccato sullo 0-0: all’alba del minuto 18, Salah controlla e sterza su Bernardo Silva (che ha corso durante il match per 13,7 km, il dato più alto quest’anno in Premier) nel cerchio di centrocampo, serve Firmino indietreggiato che, di spalle, gli restituisce il pallone di prima con un pregevole tocco di tacco, sfera ancora all’egiziano che imbuca Mané che nel frattempo ha tagliato al centro dell’attacco. L’esterno è abile a controllare e a calciare appena dentro l’area per superare il portiere del City Ederson che, nel frattempo, è uscito sui piedi del senegalese.

 

La palla, però, lentamente finisce sul palo e qui succede di tutto: il centrale John Stones è l’unico della retroguardia  a seguire l’azione ed è il primo che si ritrova in prossimità della palla che, dopo aver centrato il legno, ritorna pericolosamente in area piccola. Il 24enne non bada al sottile e prova a spazzare il più lontano possibile, ma nel frattempo Ederson si rialza e prova intercettare la palla per bloccarla, ne viene fuori un clamoroso rimpallo che va all’indietro verso la porta con Salah che sfreccia come un treno per ribattere e sentenziare a porta vuota. Ma è ancora Stones, in questo susseguirsi d’istanti e di fiato sospeso tra le due tifoserie, che in scivolata e sulla linea intercetta ancora una volta e libera definitivamente.

E’ dentro? E’ fuori? Non è gol? L’attaccante africano del Liverpool si sbraccia, ma inutilmente: la Goal Line Tecnology dice che il pallone non ha totalmente superato la linea bianca.

Potete vedere il video e i successivi replay a partire dal minuto 2:00

In conferenza stampa, Jürgen Klopp l’ha definita “the hardest game in the world”, la partita più difficile al mondo. Il suo Liverpool, capolista in Premier League con 54 punti e zero sconfitte, è chiamato a tenere botta all’Etihad Stadium dove, nel posticipo della 21esima giornata in programma giovedì sera 3 gennaio (qui le quote Replatz), affronta il Manchester City di Guardiola che ha un unico obiettivo in testa: vincere per ridurre il gap con la squadra di Liverpool. Una sfida che dirà tanto tantissimo di questa Premier League 2018-2019 con il City, indietro di sette punti, che ha visto perdere terreno dopo un dicembre orribile in cui è incappato in tre sconfitte.

E che metterà Aguero, Sterling, Mahrez e tutta la ciurma offensiva dei City dinanzi ai solo 8 gol subiti dai Reds quest’anno. E’ la classica sfida tra miglior attacco (54 reti in 20 giornate, 2.7 di media) contro la miglior difesa, ma  non solo, perché duello nel duello sarà provare a dribblare Virgil van Dijk, qualcosa di rimasto intentato nel 2018. Tra i numeri formidabili del roccioso difensore olandese, infatti, c’è anche questa curiosità: nessun avversario è riuscito a saltarlo in dribbling.

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Chiude le gambe, abbassa la saracinesca e la chiude con doppia mandata, dalle sue parti non si passa. Nell’uno contro uno, il 27enne di Breda è praticamente insuperabile come rivelano i dati del portale specializzato Whoscored.com: un record senza pari nelle cinque principali leghe europee che oltre all’Inghilterra, include Italia, Spagna, Germania e Francia. Merito delle qualità fisiche e del senso tattico del difensore olandese, quasi sempre in grado di farsi trovare al posto giusto nel momento giusto.

Arrivato ad Anfield Road per 85 milioni di euro nello scorso gennaio dal Southampton e spesso etichettato come lento e sopravvalutato, il gigante olandese sta facendo ricredere a suon di prestazioni i suoi detrattori e più di qualcuno in Inghilterra ora lo considera il miglior difensore al mondo. Dalle parti di Liverpool, in realtà, è stato amore (quasi) a prima vista grazie al gol al suo esordio, in FA Cup, nei minuti finali, nel derby sentito contro l’Everton.

Ora van Dijk indossa anche la fascia da capitano, primeggia nei duelli vinti e nelle intercettazioni difensive, e in 34 presenze con la maglia del Liverpool, l’olandese si è dimostrato una garanzia per i suoi compagni di reparto: 19 clean sheets e appena 18 gol concessi agli avversari. Il muro è pronto a proteggere Alisson e il primo posto dei Klopp e compagni.

Si chiama semplicemente “Schumacher. The Official App” ed è disponibile a partire dal 3 gennaio 2019 in occasione del cinquantesimo compleanno della leggenda della Formula 1, Michael Schumacher. L’app, disponibile sia per Android che iOS e realizzata dalla Keep Fighting Foundation, permette di rivivere i momenti più intensi della carriera del tedesco.

Come si legge, infatti, sul sito ufficiale “Schumacher. The Official App” è un museo digitale senza precedenti che onora la carriera del pilota più vincente nella storia della F1 e oltre a molte immagini dell’ex ferrarista, sarà possibile vedere vetture da corsa in 3D con il loro sound originale, approfondire le statistiche e i record detenuti da Michael e ascoltare un’intervista registrata nel 2013.

Inoltre è possibile effettuare un tour virtuale della Michael Schumacher Private Collection, situata nel Motorworld Cologne-Rheinwald Museum di Colonia, e dello storico kartodromo di Kerpen, dove Michael si allenava da ragazzo.

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Ma le sorprese per i 50 anni del Kaiser non sono finite: il Museo Ferrari di Maranello apre proprio il 3 gennaio una mostra speciale a lui dedicata con una serie di stanze decorate con fotografie relative all’indimenticabile esperienza di Michael con il team del Cavallino Rampante. Un forte segno di amicizia e gratitudine al pilota del Cavallino Rampante più vincente di tutti i tempi.

Nel comunicato, poi, viene presentata anche una terza iniziativa, la Starbox, un’edizione limitata in 91 esemplari (come le sue vittorie) di sette fotografie autografate da Michael. Tutte le foto sono del professionista Michael Comte, impreziosite dal logo di Michael Schumacher, e ognuna di esse rappresenta ciascuno dei sette Titoli Mondiali ottenuti dal pilota tedesco. Le fotografie coprono un arco di un quarto di secolo e documentano vari aspetti della Formula Uno. Avrebbero dovuto essere già pubblicate nel 2006, all’epoca del primo ritiro, quando Michael le autografò, ma poi l’uscita venne posticipata.

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La famiglia di Michael ha chiesto inoltre comprensione in merito alla volontà di mantenere la riservatezza sulle sue condizioni di salute:

Lui è nelle mani migliori in assoluto e stiamo facendo tutto ciò che è umanamente possibile per aiutarlo. Vi chiediamo di rispettare la privacy per un argomento così delicato come la sua salute. La app è stata pensata come regalo per lui, per la sua famiglia e per tutti i suoi tifosi

Auguri Michael, continua a lottare…

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Statement of Michael’s family: “We are very happy to celebrate Michael’s 50th birthday tomorrow together with you and thank you from the bottom of our hearts that we can do this together. As a gift to him, you and us, Keep Fighting Foundation has created a virtual museum. The Official Michael Schumacher App will be released tomorrow, so that we can review all together Michael’s successes. The app is another milestone in our effort to do justice to him and you, his fans, by celebrating his accomplishments. We wish you a lot of fun with it. Michael can be proud of what he has achieved, and so are we! That’s why we remember his successes with the Michael Schumacher Private Collection exhibition in Cologne, by publishing memories in social media and by continuing his charitable work through the Keep Fighting Foundation. We want to remember and celebrate his victories, his records and his jubilation. You can be sure that he is in the very best of hands and that we are doing everything humanly possible to help him. Please understand if we are following Michael’s wishes and keeping such a sensitive subject as health, as it has always been, in privacy. At the same time we say thank you very much for your friendship and wish you a healthy and happy year 2019.” @keepfighting #Michael50 #TeamMichael

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Arriva un punto della vita in cui i genitori si mettono l’anima in pace lasciando ai propri figli la libertà di tappezzare i muri della stanzetta con poster, immagini, scritte e quant’altro. Nella cameretta di ogni adolescente c’era, c’è e ci sarà il volto di un personaggio di un fumetto, di un cartone animato, del proprio idolo sportivo. E di certo, le riviste con gli inserti speciali e i calciatori a grandezza naturale non aiutavano.

Kylian Mbappé lo scorso 20 dicembre 2018 ha compiuto 20 anni, è ancora un ragazzino anche se per lui l’anno appena concluso l’ha consacrato come il talento più cristallino non solo in prospettiva, ma letale e decisivo anche declinando il tempo al presente. Veloce, tecnico, rapido nello stretto, funambolico e letale sottoporta, l’ex ragazzotto cresciuto nel Monaco, si è affermato al Paris Saint-Germain e con la Nazionale francese vincendo da protagonista il Mondiale in Russia.

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Negli ultimi due-tre anni la vita dell’esterno/punta nato a Bondy è letteralmente andata di corsa, spedita  come quando sul campo accelera e lascia le fiamme dietro di sé: era solo un bambino, un adolescente con i propri idoli appiccicati sulla parete della cameretta. Anzi l’idolo era solo uno: Cristiano Ronaldo. Nel 2013 il giornale France Football ha scattato una foto di Mbappé, quando aveva soltanto 14 anni, nella sua stanza, con felpa e sguardo sognante e alle spalle decine di immagini del portoghese, idolo della sua infanzia.

Ora, però, sul suo profilo Instagram, per augurare a se stesso e a tutti un 2019 quanto meno positivo come l’anno appena compiuto, ha pubblicato una foto nel quale ha “cancellato” dal muro le foto di CR7 piazzando gli istanti più iconici del suo anno incredibile che, oltre ad averlo visto sollevare la Coppa del Mondo, si è arricchito di una Ligue1, Coppa di Lega, Coppa di Francia, Supercoppa, riconoscimento come miglior giovane del Mondiale, nell’All Star team di Russia 2018 e vincitore del Trofeo Kopa come miglior under-21 al mondo. E una copertina del Time.

 

 

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• 2018 🏆🎉✅ • 2019…..❓❓❓ 🥳HAPPY NEW YEAR🥳

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Un fotomontaggio, ovviamente nulla contro Cristiano Ronaldo, solo un messaggio chiaro: è cresciuto, ha realizzato in un batter ciglio i suoi sogni, raggiungendo traguardi che altri calciatori non raggiungerebbero nemmeno in una carriera intera. Ora il mito del giovane Kylian è Mbappé stesso.

Ma CR7 rimane l’idolo del giovane francese e il calcio, nell’ultimo anno, ci ha nuovamente sorpreso con il passaggio del portoghese alla Juventus. Mbappé sogna in grande, sogna da ragazzo di 20 anni e chissà cosa gli regalerà questo 2019…

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Se non è stata una “maggioranza bulgara”, poco c’è mancato: 142 voti su 155 disponibili, un’annata da incorniciare per giocate e gol e con la Coppa Uefa alzata davanti ai musi lunghi dei tedeschi del Borussia Dortmund. Il 28 dicembre 1993, Roberto Baggio vince il Pallone d’oro. Con la Juventus, il Divin Codino si afferma e si consacra nel panorama calcistico internazionale. Il riconoscimento della rivista francese France Football non lascia dubbi: nessuno può eguagliare il talento italiano. Alle sue spalle, distaccati, l’olandese Dennis  Bergkamp, che quell’estate passerà dall’Ajax all’Inter, e l’istrionico francese Eric Cantona, idolo tra i tifosi del Manchester United.

Dopo la convincente vittoria della Juventus per 3-1, nell’andata della finale di Coppa Uefa contro il Borussia Dortmund al Westfalenstadion, è lo stesso calciatore nato a Caldogno a ironizzare, dopo avere segnato una doppietta, sulla sua possibilità di alzare il trofeo dorato: «Il Pallone d’oro io a Baggio lo darei».
Con il 3-1 all’andata e il 3-0 al ritorno a Torino, quei pochi scettici si convincono della strepitosa annata del talento con il numero 10 cucito sulle spalle. Del resto, i numeri della stagione 1992-1993 parlano chiaro, chiarissimo: in Serie A, Baggio gioca 27 partite e realizza 21 rete, il suo rendimento migliore dopo la rinascita a Bologna nel 1997-1998 dove segnerà 22 marcature. Letale anche in Coppa Uefa con 6 gol in 7 gettoni.

Attorno ai suoi tocchi, alle sue giocate e al suo talento, la Juventus vuole ricucire i suoi successi, smarriti dopo l’addio di un altro fuoriclasse come Michelle Platini. Ma il Milan di Fabio Capello sfugge e, nonostante, il ricco bottino di segnature di Baggio (solo Signori fece meglio con 26 reti), la Juventus concluderà quarta con 39 punti, meno 11 rispetto al Milan. Unica pacata consolazione per il Divin Codino è la splendida rete che segna a San Siro, nella “Scala del calcio”, proprio ai rossoneri:

E’ in Europa, come detto, che la Juventus e Baggio trovano gloria: è proprio il fantasista ad aprire le marcature europee del club torinese nel 6-1 del primo turno contro i ciprioti dell’Anorthosis Famagosta. Poi un digiuno che si interrompe in semifinale, quando, contro il Paris Saint Germain, tira fuori tutta la sua classe segnando una doppietta nella vittoria per 2-1 all’andata e per 1-0 in terra transalpina. Da antologia i due gol segnati a Torino:

Alla premiazione del Pallone d’oro, Roberto Baggio disse:

Il Pallone d’oro è una cosa mia: sono sicuro che se scendeste in strada a chiedere ai tifosi cosa vorrebbero che vincessi vi risponderebbero lo scudetto, se sono juventini; il Mondiale, se non lo sono. Infatti i miei veri traguardi sono questi, come per un attore è bello vincere l’Oscar, ma è molto meglio se il pubblico apprezza il suo film

Il Mondiale negli Stati Uniti è, forse, il più grande rammarico nella carriera di Baggio e dei tanti tifosi che, in lui, avevano riposto speranze di successo. Dopo una stagione da protagonista, con la Juventus che è riuscita a issarsi al secondo posto, dietro sempre al Milan, nel 1994 Baggio trascinò l’Italia, praticamente da solo, in una storica finale contro il Brasile. Ma quel pomeriggio avverso, furono i rigori a strozzare le grida di gioia.
Il Divin Codino, però, non si è mai dato per sconfitto: al Milan, tra alti e bassi, non ha espresso tutta la sua grazia. E’ rinato a Bologna, è diventato leggenda a Brescia.

In una lettera rivolta ai giovani e ai suo figli, durante una serata del festival di Sanremo nel 2013, si intuisce perché è arrivato fin là, avendo il rispetto di tifoserie e avversi rivali. E’ stato e, forse lo è tutt’ora, il più grande calciatore italiano – e uomo- di sempre:

La lettera di Roberto Baggio indirizzata ai giovani 14-02-2013 (Sanremo 2013) from dioddo on Vimeo.

Prima guerra mondiale, Natale 1914, regione belga delle Fiandre. In diversi punti lungo la linea del fronte occidentale, i soldati tedeschi, britannici e in parte minore francesi, misero in atto un “cessate il fuoco” spontaneo, non ufficiale e autorizzato. Uscirono dalle loro trincee e iniziarono timidamente a fraternizzare. Alcuni affermano che siano stati i tedeschi a iniziare, intonando canti natalizi e addobbando con alberi di Natale le loro trincee.
Un accordo di massima, una stretta di mano da signori: «Voi non sparate, noi non spariamo», così i soldati si incontrarono nella terra di nessuno per fraternizzare, scambiarsi cibo, doni e souvenir. Seppellirono i caduti dopo funzioni religiose comuni, scattarono foto ricordo assieme, bevvero liquori e addirittura organizzarono improvvisate partite di calcio. Il tutto venne ricordato negli anni come la Tregua di Natale.

La partita tra inglesi e francesi durante la Tregua di Natale del 1914

Gli eventi, però, non furono immediatamente riportati dai media: ci fu un po’ di autocensura rotta il 31 dicembre 1914 dal The New York Times, rivista statunitense, paese in quel momento ancora neutrale. I giornali britannici seguirono questo esempio e nei primi giorni del 2015 riportarono numerosi resoconti in prima persona degli stessi soldati, presi dalle lettere inviate alle famiglie. Insomma, la tregua venne vista come gesto miracoloso e positivo. Diversa, invece, la percezione che ci fu in Germania, con molti giornali critici nei confronti dei soldati tanto che nessuna immagine dell’evento fu pubblicata.

In diverse zone del fronte i combattimenti proseguirono per tutto il giorno di Natale, ma è anche vero che episodi di “cessate il fuoco” si verificarono anche in altre zone. E con essi anche le partite di calcio. Il calcio, il “football”, in quegli anni aveva preso ormai piede come passatempo e divertimento sia in Gran Bretagna che in Germania. E’ probabile, dunque, che presi da un momento di ristoro e di gioia, soldati di entrambi i fronti abbiano tirato un paio di calci a un pallone improvvisato.
Le prime notizie vennero raccolte e diffuse dal The New York Times il 1° gennaio 2015, con la pubblicazione di una lettera scritta da un medico della Rifle Brigade, che parlava di

Una partita di calcio… giocata tra loro e noi davanti alla trincea

La scultura “All together now” dell’artista britannico Andrew Edwards

La più dettagliata di queste storie proviene, però, dal versante tedesco: il 133esimo reggimento Reale Sassone, infatti, racconta di  un match nato per casualità tra la formazione di Tommy e quella di Fritz (nomi comuni per indicare i britannici e i tedeschi):

Il terreno gelato non era un grande problema. Poi abbiamo organizzato ogni lato in squadre, allineando in righe multicolori, il calcio al centro. La partita si è conclusa 3-2 per la squadra di Fritz

E’ difficile affermare con certezza quello che è successo: il risultato, però, trova conferme anche negli scritti di Robert Graves, un rinomato poeta britannico, scrittore e veterano di guerra, che ha ricostruito l’incontro in una storia pubblicata nel 1962. Nella versione di Graves, il punteggio resta 3-2 per la tedeschi, ma lo scrittore aggiunge una serie di sfumature fantasiose che danno un tocco di finzione ed epicità.
Quello che rimane è il gesto, un atto di libertà, di unione, che lo sport, in ogni sua forma ha sempre trasmesso e veicolato.

Quella 2015-2016 è stata la sua stagione più prolifica, l’ultima con la maglia della Roma e quella che, per intenderci, ha convinto la dirigenza juventina ha sborsare 32 milioni di euro imposti dalla clausola per portarlo a Torino. Ben 10 gol e 12 assist per Miralem Pjanic quell’anno, il suo quinto nella capitale, calci di punizione letali e incursioni spesso decisive con picchi di prestazioni che all’ombra della Mole non ha mai avuto.

Il bosniaco, però, da giovane promessa è diventato un leader del centrocampo, dall’essere uno dei primi acquisti della Roma americana, ora è punto fermo della Juventus di Allegri. Pjanic certamente non aveva la costanza di prestazioni che sta avendo con i bianconeri, anche se per quanto riguarda la pericolosità offensiva, tifosi juventini e soprattutto i nuovi fantallenatori forse hanno dei rimpianti.

Sicuramente c’entra il contesto tattico in cui Allegri ha inquadrato il classe ’90: a Roma, infatti, Pjanic ha sempre fatto la mezzala e solo con Spalletti, nei suoi ultimi mesi alla Roma, l’ex numero 15 aveva assunto atteggiamenti più simili a un regista, confermati poi da Allegri alla Juventus, dove Mire è diventato uno dei registi più apprezzati a livello europeo e mondiale.

Al momento in 111 gettoni con la Juventus, Pjanic ha segnato 18 reti e fornito 30 assist e quest’anno stanno mancando i suoi bonus: la doppietta di rigore contro il Valencia nella prima partita del girone di Champions League è stata di fatto un assolo perché il centrocampista in Serie A ha segnato solo un gol e mandato in rete i suoi compagni solamente in due occasioni. E’ diventato senz’altro più accorto, ma secondo la fantamedia di queste prime 14 giornate di Serie A il suo voto è ampiamente sufficiente: 6,21 che diventa 6,36 con i bonus gol e assist e i malus ammonizioni, quattro.

Il ragazzo nato a Tuzla 28 anni fa si rifarà con il classico gol dell’ex? Sabato 22 dicembre gioca proprio contro la Roma: tanti compagni e soprattutto amici, uno su tutti, in particolare. Dzeko, suo connazionale, da cui ha preso il nome che ha dato a suo figlio, Edin.

Nella sua vacanza di pochi giorni che si è concesso, a ogni passo che percorreva per le strade di Parigi, veniva fermato per una foto o un autografo. Ci può stare, in fondo, Nihad Dedovic è un giocatore di basket del Bayer Monaco. Gioca la Bundesliga e l’Eurolega, palcoscenico prestigioso, ha 28 anni, è bosniaco di origine e in passato ha vestito anche la maglia della Virtus Roma per due stagioni.

C’è un però, un fastidiosissimo “però”: Nihad non viene fermato in quanto Nihad, ma perché scambiato con un altro sportivo, uno che a Parigi così come in tutte le città e i campionati in cui ha giocato, ha marchiato indelebilmente il suo nome: Zlatan Ibrahimovic.

 

La somiglianza tra i due atleti è notevole, Dedovic per di più si sta facendo crescere i capelli e questo aggrava ulteriormente la sua posizione: adesso viene anche taggato sui post tra Facebook e Instagram. Esasperato, l’Eurolega ha pensato di suggerirgli un bel rimedio, scrivere un libro che fa il verso a “I am Zlatan”. Il suo libro si intitolerebbe “I am NOT Zlatan” e c’è anche la copertina digitale. “Io non sono Zlatan” che è la risposta che, pazientemente Nihad dà ai fan che chiedono un selfie pensando di trovarsi davanti al fuoriclasse svedese.