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Giovanni Sgobba

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Come nei passi della vita che ci chiama a scegliere che strada percorrere arrivati a un bivio, anche nel calcio fattori contingenti posso determinare il flusso del futuro. Noi non sapremo mai se senza gli infortuni di Biglia e di Bonaventura e le conseguenti scelte obbligate di Rino Gattuso, avessimo potuto davvero apprezzare l’attuale Tiémoué Bakayoko.

Il francese contro l’Empoli ha probabilmente giocato la migliore partita con la maglia del Milan, un 7 in pagella pieno che alza la sua media che, dall’inizio della stagione, ha visto troppe insufficienze. Prestazioni che avvaloravano l’oscura annata al Chelsea, dubbi sull’operazione di mercato – 5 milioni per il prestito e riscatto a 35 – e un’inadeguatezza di inizio stagione coincisa con le brutte rimonte subite da Napoli e Atalanta.

 

 

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Proud and fortunate to have met such legends of the club 💪🏾🔴⚫️ #forzamilan

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Partita dopo partita, Bakayoko è diventato il leader del centrocampo rossonero. E anche dei tifosi che, nel giro di 40 giorni durante la sessione di mercato invernale, si sono ritrovati con tre nuovi beniamini: Piatek, Paquetà e proprio il centrocampista francese al punto che la società lo ha scelto come testimonial su Instagram per presentare la maglia vintage disegnate per i 119 anni del Milan.

Parliamoci chiaro: l’ex centrocampista del Monaco con cui ha vinto la Ligue1 ha un fisico fuori parametri per gli standard della Serie A. Con i suoi 190 centimetri d’altezza, petto e spalle possenti, gambe robuste è atleticamente “diverso” dagli altri avversari e, una volta “scolarizzato”, diventa davvero complesso girargli attorno. Perché nonostante il mismatch Tiémoué non è un calciatore falloso, contro l’Empoli ha recuperato otto palloni in 80 minuti, un numero che sintetizza il suo momentaneo dominio nel campionato italiano.

Ovviamente ciò che dà in fase di non possesso, perde in fase di impostazione con un’espressione di gioco evidentemente diversa da Biglia, più playmaker e accentratore. Al momento, l’allenatore del Milan, sta ovviando con due soluzioni tattiche: molte volte Ricardo Rodriguez gioca in una posizione ibrida tra terzino e terzo centrale proprio per incaricarsi di giocare il pallone in avanti; oppure quando il turco Calhanoglu ha agito da mezzala è stato lui ad abbassarsi per impostare da dietro.

L’arrivo di Lucas Paquetà è la chiave di volta: il brasiliano è entrato talmente tanto in sintonia da non aver saltato una partita dal suo arrivo e Gattuso non ci ha pensato su due volte nel buttarlo nella mischia, già bello e pronto. Un impatto continuativo, qualità di palleggio, inserimento e geometria, che racchiudono tutte le caratteristiche della mezzala moderna, lasciando a Kessiè e Bakayoko i muscoli necessari.

 

 

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Happiness 😁😁 #2019

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Probabilmente l’edizione 2017 della Notte degli Oscar, in scena al Dolby Theatre di Hollywood, verrà ricordata per l’imbarazzante guaio nel momento, forse, più atteso dell’evento, ovvero la proclamazione del miglior film. Quando attori, produttori e regista di “La la land” erano sul palco con tanto di statuetta in mano, è arrivato il dietrofront che, alla fine, ha visto premiare “Moonlight”.
Malpensanti, complottasti, gaffe, cospirazioni e tanto imbarazzo: si potrà ricamare a lungo su questo episodio che conferma, ancora una volta, quanto riesce a catalizzare l’attenzione di appassionati di cinema e non solo. Da buoni sportivi, infatti, ci siamo tuffati nelle edizioni precedenti andando a rivedere i film “sportivi” che hanno vinto uno o più statuette. Un paio, forse, sono scontati, ma ci sono altre pellicole davvero interessanti.

Lassù qualcuno mi ama (Somebody Up There Likes Me) – 1956

Film del 1956 diretto da Robert Wise e tratto dalla biografia di Rocky Graziano, campione di boxe degli anni quaranta. Il ruolo di protagonista andò a Paul Newman, dopo l’incidente mortale di James Dean, cui era stato, inizialmente, proposto e la pellicola ottene due Oscar: migliore fotografia e migliore scenografia;

Rocky – 1976

Rocky è un film del 1976 diretto da John G. Avildsen. Sylvester Stallone, allora attore poco conosciuto, ha scritto ed interpretato questo film, grazie al quale è divenuto uno dei volti più amati di Hollywood.
Il film vinse tre premi Oscar: miglior film, miglior regia e miglior montaggio. Grazie a Rocky, Stallone è diventato il terzo uomo nella storia del cinema, dopo Charlie Chaplin e Orson Welles, a ricevere la nomination all’Oscar sia come sceneggiatore che come attore per lo stesso film. Realizzato in appena 28 giorni con un budget di 1,1 milioni di dollari ne incassò al botteghino 225.
Durante la Notte degli Oscar, mentre Sylvester Stallone era sul palco per ritirare il premio, alle sue spalle sbuca il pugile Muhammad Ali e inscenato una finta scazzottata. Uno dei momenti più belli nella storia dell’evento;

Il paradiso può attendere (Heaven can wait) – 1978

Premio Oscar come miglior sceneggiatura, il film è diretto e interpretato da Warren Beatty (lo stesso che ha letto “La la land” al posto di “Moonlight”). Un angelo distratto combina un grosso pasticcio: fa andare in paradiso un giocatore di football americano ancora vivo.
Occorre rimediare all’errore: al malcapitato atleta viene trovato un corpo, quello di un miliardario, che però viene ucciso dalla propria moglie. Un altro angelo trova un nuovo corpo (di un altro calciatore) e questa volta è quello buono. Per andare in paradiso c’è ancora tempo;

Toro scatenato (Raging Bull) – 1980

Diretto da Scorsese, il film si ispira all’autobiografia del pugile Jake LaMotta, Raging Bull: My Story.
Robert De Niro interpreta il ruolo del pugile peso medio italo-americano Jake LaMotta, dal carattere brusco e paranoico, che, cresciuto nel Bronx, si allena tenacemente per raggiungere i vertici della boxe, per poi subire una vera caduta, accompagnata da notevoli problemi con la famiglia e gli amici.
La sua interpretazione è unanimemente considerata come una delle più intense di tutta la storia del cinema e fu premiata con l’Oscar al miglior attore;

Momenti di gloria (Chariots of Fire) – 1981

Momenti di gloria è un film del 1981 scritto da Colin Welland e diretto da Hugh Hudson. E’ tratto dalla storia vera degli universitari di Cambridge che si allenarono per partecipare alle Olimpiadi del 1924 di Parigi. Il film ricevette sette nomination agli Oscar e ne vinse quattro, tra cui a sorpresa anche il premio Oscar come miglior film.
La pellicola è ricordata soprattutto per la celebre colonna sonora del compositore greco Vangelis, che ottenne l’Oscar e divenne in breve tempo una vera hit, venendo poi considerata e utilizzata come un inno delle grandi imprese sportive, e più in generale allo sport. Gli altri due riconoscimenti sono come migliore sceneggiatura originale e migliori costumi;

Jerry Maguire – 1996

Diretto da Cameron Crowe e con Tom Cruise, Cuba Gooding Jr. e Renée Zellweger, il film racconta la vita di un procuratore sportivo senza cuore e scrupoli (interpretato da Tom Cruise) che, colto da redenzione, decide di sottoporsi a esami di coscienza e di cambiare il modo di vivere lo sport professionistico. Lo seguiranno solo la sua segretaria e un giocatore di football decisamente in difficoltà, ma la loro si rivelerà una squadra vincente. Cuba Gooding Jr. vinse l’Oscar come miglior attore non protagonista;

Quando eravamo re (When We Were Kings) – 1996

Sempre proiettato nel 1996, “Quando eravamo re” è un documentario diretto dal regista Leon Gast. Nato come film sul concerto di musica soul che doveva precedere l’incontro di pugilato tra Muhammad Ali e il campione del mondo George Foreman, svoltosi a Kinshasa nello Zaire il 30 ottobre 1974, dopo una gestazione di ben ventidue anni divenne il ritratto di uno dei più grandi atleti del secolo.
Il regista, infatti, attraverso interviste e filmati d’archivio, ricostruisce la carriera di Cassius Clay, il suo carisma e la battaglia per i diritti civili, soprattutto in favore degli afroamericani. Alì si fa portavoce e simbolo del riscatto culturale e morale dell’intero popolo africano. Nella Notte degli oscar del 1997 ottiene il premio come miglior documentario;

Million Dollar Baby – 2004

Film toccante e dai forti temi, è interpretato, diretto e prodotto da Clint Eastwood. La rentenne Maggie Fitzgerald (Hilary Swank) irrompere nella vita dell’anziano manager di pugilato Frankie Dunn (Clint Eastwood), un uomo senza illusioni, ma privo di rancori. Frankie vede in lei, pur senza ammetterlo, la figlia che non vede ormai da troppi anni. Inizia così il loro sodalizio che comprende la totale dedizione della donna per quell’uomo che sembra essere l’ultimo legame tra lei ed il resto dell’umanità.
Anche il vecchio ex-pugile Scrap (Morgan Freeman), che è diviso tra amicizia e risentimento per Frankie, si unisce al progetto di trasformare la ragazza in un pugile di qualità, in un lasso di tempo proibitivo. L’alchimia che unisce i tre darà risultati insperati. Maggie combatterà con onore, fino alla svolta tragica. Durante gli Oscar 2005 ha vinto quattro riconoscimenti: miglior film, miglior regia, miglior attrice protagonista a Hilary Swank e miglior attore non protagonista a Morgan Freeman;

The Fighter – 2010

Diretto da David O. Russell, il film trae ispirazione dalla vita e dalla storia sportiva del pugile americano di origine irlandese Micky Ward, campione nella categoria pesi leggeri, famoso per aver incontrato per tre volte il pugile di origine italiana Arturo Gatti, e del suo fratellastro, pugile per un breve periodo e allenatore di Ward, Dicky Eklund. Quest’ultimo nella sua breve carriera pugilistica si è scontrato con il campione del mondo degli anni settanta Sugar Ray Leonard.
Dopo un cambio di regia e conseguente cambio di attori, il ruolo del fratellastro venne affidato a Christian Bale, la cui interpretazione, assieme a quella di Melissa Leo, fu apprezzata tanto che entrambi ottenere un riconoscimento nelle categorie di attori non protagonisti.

Allora come oggi lo si vede in giro nei circuiti automobilistici con in testa un vistoso cappello cowboy. Un po’ guascone un po’ falso americano. Arturo Merzario ha 74 anni, la maggior parte di questi vissuti in un abitacolo.
Dal rally al GT, Merziano è stato un distinto pilota: dal 1972 al 1979 ha gareggiato nei circuiti di Formula 1 con diverse scuderie, tra cui la Ferrari, mentre nel 1976 disputò il campionato mondiale di F1 alla guida di una March 761 della canadese Wolf Williams. Il primo agosto 1976 era in programma la decima gara stagionale sul prestigioso circuito del Nürburgring che si snoda intorno al Castello di Nürburg, in Germania.

Poco prima della corsa la pioggia aveva reso i 22,835 km della Nordschleife insidiosi, ma nonostante la sollecitazione di qualche pilota, la direzione optò per scendere in pista. Tra i meno convinti c’era Niki Lauda, campione iridato in carica e leader della classifica generale.
Passarono solamente tre giri e si assistette all’evento che cambiò la Formula 1: poco dopo la curva Ex-Muhle e il tornante Bergwerk, Lauda perse il controllo della sua monoposto, la Ferrari 312 T2, schiantandosi contro una parete rocciosa prima di essere rimpallato in pista. Nel colpo perse il casco, mentre poco dopo la sua vettura venne colpita da quelle di Harald Ertl e Brett Lunger e iniziò a prendere fuoco. Il pilota austriaco, ancora cosciente, venne così avvolto dalle fiamme.

Passarono qualche secondo e sul luogo dell’incidente si fiondò anche Arturo Merzario. Sarebbe potuto andare oltre, ma d’istinto si bloccò e scese per soccorrere il suo collega intrappolato. Ecco cosa dirà anni dopo:

Dell’incidente di Lauda bisogna analizzare tre aspetti: ha perso il casco nel primo impatto e per questo è stato esposto alle fiamme e alle bruciature, le esalazioni di magnesio lo stavano ammazzando e non da ultimo, è stato davvero difficile estrarlo dalla macchina. Gli altri usavano l’estintore, io non riuscivo a schiacciare la levetta per sbloccare la cintura perché si dimenava: la sua fortuna fu quella di svenire così io riuscii a liberarlo. Un’altra sua fortuna è stata la respirazione artificiale che ho imparato al militare e che gli ha consentito di rimanere in vita per circa 10 minuti prima dell’arrivo dei soccorsi

Lauda venne trasportato in tre ospedali differenti, aveva uno zigomo fratturato, ustioni di primo grado alle mani e di terzo grado al volto. Per tutto il pomeriggio piloti, staff, moglie e familiari rimasero con il fiato sospeso temendo il peggio. Poi arrivò il bollettino positivo che allontana il rischio di morte, ma consegnò un Lauda a pezzi e avrebbe dovuto affrontare una lunga, lunghissima guarigione. Con un monito: l’austriaco rischiava seriamente di non poter più gareggiare.

Il 12 settembre 1976, appena 42 giorni dopo il rogo del Nürburgring, Niki Lauda si ripresentò in pista e tagliò al quarto posto il traguardo del Gran Premio di Monza. Quell’anno avrebbe vinto il suo storico rivale James Hunt, ma la stagione successiva fu tutta per l’austriaco che vince il secondo dei suoi tre titoli mondiali.
La curva dello schianto è stata rinominata Laudakurve, Niki è rimasto nel mondo automobilistico con il suo inconfondibile berretto rosso e ha dovuto fare autocritica. Quando tornò in pista, infatti, Lauda non si fermò mai a salutare Arturo:

Venne a trovarmi in Austria qualche mese dopo e fece il gesto di togliersi l’orologio per regalarmelo. Io lo presi e lo lanciai via. I meccanici dell’Alfa lo raccolsero, vennero da me e mi fecero un sacco di paternali, forse avevo sbagliato, ma io c’ero rimasto male

Ha impiegato tre decenni per ringraziare Arturo per il gesto che gli ha salvato la vita. Anche lui, ancora oggi ricorda quei momenti drammatici. Sempre con il cappello da cowboy sempre in testa.

 

Fonte: video Rai

Forse dalla Spagna arriva un proposta interessante anche per il calcio italiano: una Supercoppa a quattro squadre, una rivoluzione che la Federcalcio spagnola ha annunciato a partire già dall’estate 2019. A contendersi quello che è solitamente il primo trofeo dell’anno (in Italia, negli ultimi anni si sta giocando nel periodo natalizio) giocheranno le prime due della Liga e le due finaliste della Coppa del Re.

Luis Rubiales, presidente della Federcalcio spagnola, ha annunciato il cambio di format del torneo istituito nel 1982, che mette di fronte la squadra vincitrice della Liga e quella che ha trionfato nella Copa del Rey. Fino al 2018, la competizione si è giocata in doppio confronto con match di ritorno in casa della società campione nazionale. A partire dalla prossima estate, la manifestazione sarà giocata da quattro squadre, ad eliminazione diretta.

 

I tre match, le due semifinali e la finale, (non è prevista la “finalina”, la sfida per il terzo posto) si giocherebbero tutti in una città straniera, nella settimana precedente all’inizio del nuovo campionato. Secondo Rubiales, la Supercoppa diventerà «una festa del calcio e genererà sempre maggiore attenzione» perché il nuovo format ha l’esigenza di espandere ulteriormente il brand del calcio spagnolo. Con tanto di tifoseria che storce il naso per ovvie questioni di costi e di distanze.

Del resto già la recente Supercoppa si è giocata a Tangeri, in Algeria, dove il Barcellona si è imposto per 2-1 sul Siviglia, ottenendo quindi il 13° trofeo, oltre 10 finali perse, un record assoluto in Spagna. Dal 2018, inoltre, si decise che il trofeo sarebbe stato assegnato in gara unica, in modo da poterla disputare all’estero, come accade anche in Italia, ma il regolamento della Supercoppa è cambiato nel corso degli anni.

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Nato nel 1982, prevedeva andata e ritorno, oltre all’assegnazione automatica in caso di double Liga e Coppa del Re come successo al Bilbao nel 1984 e al Real nel 1989. Negli anni ’90 quest’ultima parte venne eliminata: in caso di double (situazione che si verificò in 6 stagioni, compresa l’ultima), avrebbe giocato la finalista perdente di Coppa del Re.

Prima lo spavento, il cuore che si mette a battere all’impazzata, talmente tanto da insospettire anche Sami Khedira. Qualcosa non va, salta la trasferta di Champions League contro l’Atletico Madrid, immediate le visite e poi il responso: il calciatore tedesco ha un problema cardiaco simile a quello che fermò Stephan Lichtsteiner nel settembre del 2015. “Eventuale trattamento di un’aritmia atriale”, è in sintesi il comunicato stampa della Juventus, in buona sostanza, se gli esami dovessero confermare le ipotesi, Khedira potrebbe mancare dal campo per circa un mese e mezzo. Ma al di là del calcio, la complicazione è assolutamente superabile: la fibrillazione atriale è il caso più grave di aritmia, un battito completamente irregolare del cuore, risolvibile con un’ablazione e può capitare anche ai calciatori.

Dicevamo di Lichtsteiner e sì, dev’essere proprio il Frosinone che non porta bene ai giocatori della Juventus, perché l’ultimo bianconero a fermarsi per un problema al cuore fu proprio lo svizzero durante l’unico precedente allo Stadium tra la bianconeri e i ciociari. L’ex terzino, ora all’Arsenal, aveva avuto difficoltà respiratorie dovute a un’aritmia cardiaca benigna ed era stato operato qualche giorno dopo, per rientrare in campo a novembre in Champions a un mese dall’intervento. Un grande spavento ma Lichtsteiner da allora ha sempre giocato senza patemi, così come accaduto ad altri colleghi, costretti a fare i conti con un cuore matto.

 

Il caso più noto è stato quello di Antonio Cassano, che ai tempi del Milan finì sotto i ferri ma per un problema diverso: aveva una malformazione cardiaca che gli provocò un malore in aereo, di ritorno da una trasferta a Roma, e venne operato per una sofferenza cerebrale su base ischemica. Rientrò cinque mesi più tardi, dopo aver seguito una terapia anticoagulante. Più di recente, all’inizio di questa stagione, il club rossonero ha dovuto fronteggiare l’ipertrofia del muscolo cardiaco di Ivan Strinic, che l’ha tenuto fermo tre mesi. Ora il cuore è a posto ma lui non è ancora rientrato perché ha altri problemi fisici.

Risultati immagini per cassano cuore

Più simili a quello di Lichtsteiner e di Khedira sono i casi di Abel Hernandez e Jonathan Biabiany. Hernandez aveva un’aritmia, fu sottoposto pure lui a un’ablazione e se la cavò con un mesetto di stop, a Biabiany invece venne riscontrata una miocardite ad agosto 2014, ovvero un’infiammazione: stette fuori un anno e raccontò di aver avuto paura di morire, ma è tornato a giocare e a sorridere. E’ stato meno fortunato l’interista Felice Natalino, che fu costretto a lasciare il calcio a soli 21 anni per un’aritmia cardiaca: ha un defibrillatore impiantato dentro al petto che fa da sentinella ai suoi battiti, e se per caso impazziscono interviene. Di lavoro ormai fa l’osservatore per il settore giovanile nerazzurro. Altro ricordo doloroso per gli interisti è quello legato a Nwankwo Kanu, che nel 1996 prima ancora di indossare la divisa nerazzurra era stato fermato dai medici per una disfunzione cardiaca congenita. La sua carriera sembrava segnata, invece la valvola aortica venne sostituita: lo stop fu lungo ma il nigeriano poté tornare a inseguire un pallone.

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Dalla Juventus a quello che avrebbe potuto giocare tra i bianconeri, Patrik Schick, a cui il cuore ha cambiato il corso della carriera: l’attaccante ex Sampdoria era a un passo dalla Juventus, che però bloccò il trasferimento per un problema al cuore riscontrato durante le visite mediche. E’ guarito in poco più di un mese ed è finito alla Roma, che su di lui ha investito 40 milioni.

 

Calzava 38. Per alcuni addirittura 37.
Era alto più di un metro e novanta. E il 38 di piede fa strano.
Era soprannominato, per ovvie associazioni, “o Magrão”.
Condottiero del centrocampo e della vita.
Era soprannominato anche “o Doutor” perché aveva una laurea in medicina.
Il padre, un buon uomo di sinistra e appassionato di letteratura greca, lo chiamò Sócrates.
In realtà il suo vero nome è Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira.
W la “democrazia corinthiana”. Durante la dittatura in Brasile, siamo alla fine degli anni ’70, Sócrates introdusse nel Corinthians una sorta di autogestione. Dal magazziniere, al presidente, passando per i giocatori, tutti avevano diritto di voto su qualsiasi decisione del club.

Pazzia? Tenacia! La squadra brasiliana così vinse due titoli. E non succedeva da più di un quarto di secolo.
Aveva la numero 8. E sgroppante come una gazzella, schiena dritta, ha segnato il gol dell’1-1 in Brasile – Italia, Mondiali del 1982.
Diavolo se era bello vederlo giocare!

Ha vestito anche la maglia della Fiorentina. Al suo arrivo in Italia, un giornalista gli chiese: «Quale italiano stimi di più, Mazzola o Rivera?».

Risposta:
Non li conosco. Sono qui per leggere Gramsci in lingua originale e studiare la storia del movimento operaio
L’altro suo soprannome era “o calcanhar que a bola pediu a Deus”“Il tacco che la palla chiese a Dio”. E leggetelo ad alta voce anche voi: tutt’attorno si fa magico, una musica leggera, una bosso nova magari, che vi intorpidisce.
E a saperlo che si poteva essere speciali anche con un 38 di piede.
Il calcio ti ringrazia. Anzi o futebol.

Obrigado, Socrates.
Obrigato, Doutor.

Se non è stata una “maggioranza bulgara”, poco c’è mancato: 142 voti su 155 disponibili, un’annata da incorniciare per giocate e gol e con la Coppa Uefa alzata davanti ai musi lunghi dei tedeschi del Borussia Dortmund. Il 28 dicembre 1993, Roberto Baggio vince il Pallone d’oro. Con la Juventus, il Divin Codino si afferma e si consacra nel panorama calcistico internazionale. Il riconoscimento della rivista francese France Football non lascia dubbi: nessuno può eguagliare il talento italiano. Alle sue spalle, distaccati, l’olandese Dennis  Bergkamp, che quell’estate passerà dall’Ajax all’Inter, e l’istrionico francese Eric Cantona, idolo tra i tifosi del Manchester United.

Dopo la convincente vittoria della Juventus per 3-1, nell’andata della finale di Coppa Uefa contro il Borussia Dortmund al Westfalenstadion, è lo stesso calciatore nato a Caldogno a ironizzare, dopo avere segnato una doppietta, sulla sua possibilità di alzare il trofeo dorato: «Il Pallone d’oro io a Baggio lo darei».
Con il 3-1 all’andata e il 3-0 al ritorno a Torino, quei pochi scettici si convincono della strepitosa annata del talento con il numero 10 cucito sulle spalle. Del resto, i numeri della stagione 1992-1993 parlano chiaro, chiarissimo: in Serie A, Baggio gioca 27 partite e realizza 21 rete, il suo rendimento migliore dopo la rinascita a Bologna nel 1997-1998 dove segnerà 22 marcature. Letale anche in Coppa Uefa con 6 gol in 7 gettoni.

Attorno ai suoi tocchi, alle sue giocate e al suo talento, la Juventus vuole ricucire i suoi successi, smarriti dopo l’addio di un altro fuoriclasse come Michelle Platini. Ma il Milan di Fabio Capello sfugge e, nonostante, il ricco bottino di segnature di Baggio (solo Signori fece meglio con 26 reti), la Juventus concluderà quarta con 39 punti, meno 11 rispetto al Milan. Unica pacata consolazione per il Divin Codino è la splendida rete che segna a San Siro, nella “Scala del calcio”, proprio ai rossoneri:

E’ in Europa, come detto, che la Juventus e Baggio trovano gloria: è proprio il fantasista ad aprire le marcature europee del club torinese nel 6-1 del primo turno contro i ciprioti dell’Anorthosis Famagosta. Poi un digiuno che si interrompe in semifinale, quando, contro il Paris Saint Germain, tira fuori tutta la sua classe segnando una doppietta nella vittoria per 2-1 all’andata e per 1-0 in terra transalpina. Da antologia i due gol segnati a Torino:

Alla premiazione del Pallone d’oro, Roberto Baggio disse:

Il Pallone d’oro è una cosa mia: sono sicuro che se scendeste in strada a chiedere ai tifosi cosa vorrebbero che vincessi vi risponderebbero lo scudetto, se sono juventini; il Mondiale, se non lo sono. Infatti i miei veri traguardi sono questi, come per un attore è bello vincere l’Oscar, ma è molto meglio se il pubblico apprezza il suo film

Il Mondiale negli Stati Uniti è, forse, il più grande rammarico nella carriera di Baggio e dei tanti tifosi che, in lui, avevano riposto speranze di successo. Dopo una stagione da protagonista, con la Juventus che è riuscita a issarsi al secondo posto, dietro sempre al Milan, nel 1994 Baggio trascinò l’Italia, praticamente da solo, in una storica finale contro il Brasile. Ma quel pomeriggio avverso, furono i rigori a strozzare le grida di gioia.
Il Divin Codino, però, non si è mai dato per sconfitto: al Milan, tra alti e bassi, non ha espresso tutta la sua grazia. E’ rinato a Bologna, è diventato leggenda a Brescia.

In una lettera rivolta ai giovani e ai suo figli, durante una serata del festival di Sanremo nel 2013, si intuisce perché è arrivato fin là, avendo il rispetto di tifoserie e avversi rivali. E’ stato e, forse lo è tutt’ora, il più grande calciatore italiano – e uomo- di sempre:

La lettera di Roberto Baggio indirizzata ai giovani 14-02-2013 (Sanremo 2013) from dioddo on Vimeo.

Se pensi a Michael Jordan, istintivamente, di seguito, ti verranno in mente il logo dei Chicago Bulls, lo spettacolo dell’Nba, i sei anelli vinti con due Three-peat (91-92-93 e 96-97-98), il film Space Jam con i Looney Tunes e il numero 23. Talmente cucito addosso che è diventato icona da venerare e rispettare negli anni da appassionati e sportivi. Massimo Ambrosini, ex-centrocampista del Milan, per esempio, ha scelto il 23 come numero di maglia proprio in onore di MJ. I Miami Heat, squadra in cui Jordan non giocò mai, la ritirarono nel 2003.
La storia del prestigioso numero, fatto di adii, ritiri e ritorni lega sua maestà Jordan in un rapporto simbiotico ed eterno, ma in realtà, “l’incontro” fu abbastanza fortuito e forzato.

Durante il periodo all’High school, Jordan dovette decidere il numero da indossare: lui voleva il 45, ma all’epoca era lo stesso numero che vestiva suo fratello Larry. Air Jordan decise quindi di dimezzare il numero 45 arrotondandolo, poi, per eccesso: ecco come nasce il 23.
In realtà il rapporto con il 45 avrà più di un seguito: è con questo numero che, nel 1994, dopo il momentaneo ritiro dal basket, affrontò la sua modestissima avventura nel baseball, in Minor League, con i Birmingham Barons; ed è con lo stesso 45 che, nel 1995, annunciò il suo ritorno in Nba.

È il 18 marzo 1995 quando, alle 11:40, venne diramato un breve comunicato: «Michael Jordan ha informato i Bulls di aver interrotto il suo volontario ritiro di 17 mesi. Esordirà domenica a Indianapolis contro gli Indiana Pacers».
Il giorno dopo, durante una conferenza stampa, che Michael Jordan disse una semplice frase destinata a rimanere nella storia: «I’m back» (Sono tornato).
Essendo, però, la mitica 23 ormai ritirata e appesa al soffitto del nuovo United Center in segno di devozione e rispetto, Michael scelse di usare il 45.

Fu accolto da tutti come un eroe, ma qualcosa in lui non funzionava: giocò 17 partite, le peggiori in regular, per media punti e tiro dal campo, dal 1986 al 1998.
Episodio chiave il 7 maggio 1995, gara-1 della semifinale della Eastern Conference tra Orlando e Chicago, partita 17esima per Jordan. I Magic vinsero con un canestro, a sei secondi dalla fine, firmato Horace Grant su clamoroso recupero su Michael Jordan.

MJ non ci pensò su due volte: niente da fare, si cambia numero. Tre giorni dopo, in gara-2, la stella dei Chicago si ripresentò in campo col 23, all’insaputa di tutti, compagni inclusi. L’Nba non gradì e multò i Bulls di 25mila dollari per non aver comunicato il cambio di numero. Ma a Chicago questo non importava: Jordan fu di nuovo Jordan, con uno show da 38 punti che regalò ai Bulls l’1-1 nella serie.

Qualche giorno dopo, Jordan disse:

Penso sia stato un problema di fiducia. Il 23 è quello che sono e me lo terrò fino a quando non smetterò di giocare a basket. Quindi perché cercare di essere qualcun altro?

L’abbiamo abbandonato in una stanza d’albergo di Rimini, l’abbiamo negato ai nostri sentimenti, quasi dimenticato salvo poi riconvertici dopo la sua morte, il giorno di San Valentino, il 14 febbraio 2004. L’autopsia rivelò che la morte era stata causata da un edema polmonare e cerebrale, conseguenza di un’overdose di cocaina.
La mamma Tonina grida ancora giustizia, molte cose non quadrano, lei se lo sente, ha inviato più volte a riaprire il caso, poi richiuso: «E’ stato un omicidio e non un suicidio».
Intercettazioni parlano dell’intromissione della camorra, riferendosi all’episodio di Madonna di Campiglio, che alterando il sangue di Pantani lo portò all’esclusione dal Giro d’Italia 1999.

La morte del “Pirata” ha lasciato sgomenti tutti gli appassionati non solo del ciclismo: a testa bassa, abbiamo rimpianto la perdita di un grande corridore, uno degli sportivi italiani più popolari, influenti e belli da vedere dal dopoguerra. Protagonista di tante imprese, anche e soprattutto umane.
Il suo mito, fatto di semplicità e di sacrificio, si è addentrato nella cultura popolare italiana, abbracciando ogni momento della quotidianità. Dal look della sua bandana alle corse tra amici fatte gridando il suo nome passando per il suo impegno sulle due ruote: ha vinto il Giro d’Italia nel 1998, per la prima volta, e nello stesso anno anche Tour de France, 33 anni dopo Felice Gimondi. E chi si dimentica l’incredibile successo nella tappa Les Deux Alpes?
L’accoppiata Giro-Tour è un’impresa riuscita a pochi, pochissimi. Si è ritirato, è ritornato nel 2000 ma non era più lo stesso: durante il Tour de France abbozza una sfida con Lance Armstrong, qualche schermaglia, qualche sussulto finale, prima di lasciare il dominio statunitense.

Anche la musica lo ha celebrato, osannato e ha puntato il dito sulla cecità di chi l’ha abbandonato. Già nel 1999, I Litfiba hanno dedicato a Marco Pantani la canzone Prendi in mano i tuoi anni, pubblicata nel 1999 nell’album Infinito. A differenza di tutte le altre, questa è l’unica canzone scritta quando il ciclista era ancora in vita:

Il tempo corre sul filo segnano il nostro cammino
so già che vuole averla sempre vinta lui
duello duro col tempo con il passato e il presente
e pure oggi mi dovrò affilare le unghie
la luce rossa dice “c’è corrente”
perché qualcosa stimola la mente
il mio futuro è nel passato e nel presente
ehi, dove sei? cosa aspetti ancora?
gioca la tua partita non sarà mai finita
la corsa nel tempo in salita forse è la mia preferita

Poi c’è stato Riccardo Maffoni con Uomo in fuga; Francesco Baccini e la sua In fuga; Alexia ha scritto Senza un vincitore. Tanti artisti differenti come Gli Stadio che hanno scritto appositamente per lui E mi alzo sui pedali, nel quale hanno integrato il testo della canzone con alcuni pensieri scritti dallo stesso ciclista e ritrovati su fogliettini sparsi nella stanza d’albergo:

E mi rialzo sui pedali con il sole sulla faccia
e mi tiro su gli occhiali al traguardo della tappa
ma quando scendo dal sellino sento la malinconia
un elefante magrolino che scriveva poesie
solo per te… solo per te…
io sono un campione questo lo so
un po’ come tutti aspetto il domani
in questo posto dove io sto
chiedete di Marco, Marco Pantani

Nel febbraio 2006, invece, nell’album Con me o contro di me, i Nomadi gli hanno dedicato la canzone L’ultima salita:

Cerchi questo giorno d’inverno
il sole che non tramonta mai
lo cerchi in questa stanza d’albergo
solo e sempre con i tuoi guai.
dammi la mano fammi sognare
dimmi se ancora avrai
al traguardo ad aspettarti
qualcuno oppure no

 

Una canzone dura, ma che ben racconta la critica di una società miope che ha puntato il dito contro quelli che erano i suoi miti per poi scaricarli, secondo logiche morali e ipocrite, è quella scritta da Antonello Venditti nel 2007. Con Tradimento e perdono, il cantautore romano si sofferma non solo su Marco Pantani, ma anche su Agostino Di Bartolomei e Luigi Tengo, uomini che hanno in comune un solo difetto, non esser stati compresi:

Mi ricordi di Marco e di un albergo
nudo e lasciato lì
era San Valentino l’ultimo arrivo
e l’hai tagliato tu
questo mondo coglione piange il campione
quando non serve più
ci vorrebbe attenzione verso l’errore oggi saresti qui
se ci fosse più amore per il campione oggi saresti qui

 

Quando nella stessa dichiarazione, a caldo, uno sportivo, un calciatore mette assieme “notte magica” e “il mio sogno da bambino” il rischio è che sia o una frase fatta o un’esaltazione talmente indescrivibile e che parte dalla pancia che vengono in mente le prime, semplici e genuine, parole.

Nicolò Zaniolo a 19 anni, 7 mesi e 10 giorni si è preso lo stadio Olimpico, la Roma e la sua acerba carriera, li ha mescolati bene bene e in una serata di Champions League ha confermato di essere una delle cose più belle che l’Italia calcistica possiede. La sua doppietta di martedì ha permesso alla Roma di vincere 2-1 l’andata degli ottavi di Champions League contro il Porto e Zaniolo ha scelto il palcoscenico più vistoso e luccicante per segnare due gol.

A 19 anni, 7 mesi e 10 giorni, ed è giusto ribadirlo ulteriormente, è il più giovane calciatore italiano a segnare una doppietta in Champions Leauge. Ha segnato sotto la curva Sud, quella dei tifosi romanisti, ed è andato a correre verso di loro, qualcosa che non si può spiegare.

 

Il talento nascente della Roma, arrivato in estate sull’asse di mercato tra la capitale e l’Inter nell’operazione Nainggolan, non è però il più giovane italiano ad aver segnato in Europa. In questa classifica è sesto e al primo posto, più in alto di tutti, c’è Paolo Ferrario, ex-attaccante del Milan che ha marcato la sua prima e unica esperienza nella Coppa dei Campioni con una rete a suo modo “storica”.

Nel 5-1 tra Barcellona e Milan, ritorno degli ottavi di Coppa del 1959, Ferrario ha segnato la rete della bandiera, al Camp Nou, al minuto 38. A 17 anni, 8 mesi e 27 giorni, “Ciapina” (soprannome che deriva da Ugo Ciappina della famosa “Banda Dovunque” per l’abilità a realizzare gol di rapina) aveva appena realizzato la rete del momentaneo 3-1 e come compagni di squadra aveva, per citarne alcuni, Cesare Maldini, Altafini e  Liedholm.

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Cresciuto nelle giovanili del Milan, Paolo Ferrario fece il suo esordio in Serie A 10 giorni prima il match contro il Barcellona, il 15 novembre 1959 in Padova-Milan, 2-0. Rimarrà rossonero anche se non consecutivamente per otto anni, fino a che il ritorno di José Altafini convincerà la società a metterlo sul mercato. Ha giocato anche con Lazio, Monza, Varese, Cesena, Bologna, Perugia terminando la carriera nel 1973 nella Ternana. La sua migliore stagione è quella del 1962-1963 nella quale ha realizzato 18 reti in 27 incontri per il Monza; bene anche nella stagione 1964-1965 nella quale segna 12 gol in 20 partite col Milan. In carriera ha totalizzato complessivamente 56 presenze e 19 reti in Serie A e 128 presenze e 46 reti in Serie B.