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Dario Sette

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La stagione in Major League Soccer entra nel vivo. Sta per concludersi la Regular Season e vogliamo fare il resoconto degli Italians che giocano nel campionato di soccer Americano, in vista della fase finale.

Come ben sappiamo il la stagione del calcio statunitense si divide in Western ed Eastern Conference. I nostri cinque italiani, che giocano in America (tutti in Eastern Conference), hanno saputo mettersi in mostra anche quest’anno.

Tra tutti, però, ha bisogno di un capitolo a parte, Sebastian Giovinco. La Formica Atomica ha ancora una volta fatto uno stagione sopra tutti e ha guidato il Toronto Fc alla fase finale della stagione, chiudendo al primo posto la classifica della Eastern Conference.

Il numero dieci della squadra canadese ha chiuso con 16 reti la classifica marcatori e sei assist, contribuendo appieno al risultato finale in classifica generale.

Le belle prestazioni in campo hanno dimostrato che l’attaccante classe ’87 è ancora in ottime condizioni e potrebbe essere utile anche all’Italia in vista dei playoff oltre che in un Mondiale futuro nel 2018. Lo stesso Sebastian ha ribadito di pensare all’azzurro, ma che forse il ct Ventura “snobba” il campionato a stelle e strisce.

Tantissime le belle reti realizzate da Giovinco, non ultima l’imparabile punizione contro l’Atlanta United. Ma oltre ai gol, The Atomic Ant (come lo chiamano in Usa) è oramai parte di un gruppo solido che sogna di arrivare in fondo alla stagione e provare a vincere il titolo MLS, sfuggitogli di mano lo scorso anno ai rigori davanti ai propri tifosi.

Un altro focus importante ha bisogno un veterano del calcio italiano e azzurro: Andrea Pirlo. Il campione del mondo 2006 ha deciso di appendere gli scarpini al chiodo al termine del 2017. Con il New York City Fc è riuscito a piazzarsi al secondo posto in classifica, volando così ai playoff della fase finale. Il talento bresciano proverà a guidare i suoi compagni a una storica vittoria che per lui sarebbe una vera e propria ciliegina sulla torta dopo una quantità innumerevole di trofei vinti lungo tutta la sua carriera. Il Maestro (come lo chiamano a New York), dopo il calcio, dedicherà il suo tempo alla famiglia e al relax, tuttavia nelle prossime settimane cercherà di dare il massimo per la squadra.

Un’annata un po’ storta l’hanno vissuta i due italiani del Montreal Impact: Marco Donadel e Matteo Mancosu che non sono riusciti a strappare il pass per i playoff e che quindi escono di scena per questa stagione. Il centrocampista ex Fiorentina ha avuto problemi fisici che lo hanno tenuto lontano dai campi per parecchio tempo, nell’ultima parte della stagione si è rivisto con più costanza e bellissima è stata la rete realizzata contro il Toronto in un caldissimo derby.

Mancosu ha realizzato sei reti in questa stagione in 26 presenze. Un’annata poco prolifica per l’attaccante sardo che tanto bene ha fatto lo scorso anno.

Infine, per chiudere con gli Italians oltreoceano c’è il napoletano Antonio Nocerino che gioca nell’Orlando City.

A dir la verità la poco entusiasmante stagione dei Lions dal punto di vista calcistico ha dato spazio maggiore alla notizia dell’addio di un grande campione come Kakà. Il calciatore brasiliano ha deciso di lasciare il club americano, ma non ha ancora scelto se ritirarsi o provare un’altra esperienza altrove. Tornando a Nocerino, l’ex Milan ha giocato quasi tutte le gare di campionato ma forse è mancato quel guizzo in più alla sua squadra per provare a fare il salto di qualità.

Dario Sette

Il Mondiale d’Inghilterra 1966 è stato ricco di colpi di scena. Dalla vittoria della stessa nazionale dei tre Leoni al gol fantasma della finale.

Tuttavia, durante il campionato del mondo inglese ci sono stati anche altri episodi particolari che l’hanno caratterizzato.

Uno di questi è stato sicuramente quello vissuto nel quarto di finale tra Inghilterra – Argentina.

È il 23 luglio 1966 e la nazionale sudamericana va a sfidare i padroni di casa, favoriti dal tifo del proprio pubblico nel grandioso stadio di Wembley.
L’arbitro del match è il tedesco Rudolf Kreitlein, colui che poi è diventato protagonista o antagonista (in base ai punti di vista).
Sullo 0-0 lo stesso direttore di gara espelle il centrocampista e capitano albiceleste, Antonio Rattìn dopo soli 35 minuti per un presunto fallo sul campione inglese Bobby Charlton.
“El Rata” (era soprannominato così in Argentina) lascia il campo in maniera furiosa: era in qualche modo già entrato nella storia in quanto primo calciatore “senior” ad avere un cartellino rosso nello stadio di Wembley.

Ma la particolarità dell’episodio non termina con la sola espulsione di Rattìn, ma col fatto che proprio il capitano della Selecciòn cercava di farsi spiegare il perché della decisione dell’arbitro di cacciarlo.

In effetti Rattìn inizialmente rifiuta di abbandonare il rettangolo verde di gioco, polemizzando fortemente con l’arbitro tedesco. Il gioco rimane fermo per 11 minuti, finché capitan Rattìn decide di uscire, seppur controvoglia.

Tornando negli spogliatoi, Antonio Rattìn passa vicino alla bandierina del calcio d’angolo su cui c’è lo stemma della corona e vi si stropiccia le mani come segno irritante. Non contento, va sotto al palco reale e si pulisce gli scarpini sulla guida di velluto.

Dopo queste due scene, il pubblico lo ricopre di fischi fino al suo rientro nel tunnel degli spogliatoi.

L’Argentina quel match lo perse ma, al rientro in patria, i giocatori furono accolti come vincitori e fra tutti il più osannato fu proprio “El Rata”.

Qualche giorno dopo la partita però vennero fuori altre indiscrezioni riguardo l’espulsione del capitano argentino. Pare che l’arbitro tedesco decise di espellerlo perché era stato “guardato male” dal numero 10.

In realtà, dalle immagini si può evincere che Rattìn rivendicava solamente il suo diritto di poter parlare con il direttore di gara in quanto capitano, indicando la fascia sul braccio. Secondo la versione argentina, lo stesso Rattìn chiese in quel momento l’aiuto di un interprete, che il tedesco Kreitlein non concesse. Entrò, invece, il supervisore Kevin Aston, discusse con il centrocampista argentino e il suo intervento irritò Rattìn.

Dopo cinque stagioni a Schio ha deciso di cambiare “lido” per cercare di crescere ancora. Si tratta di Giorgia Sottana, la guardia azzurra da qualche mese trasferitasi in Francia a Montpellier dopo aver vinto quattro Scudetti, tre Supercoppe italiane e tre Coppe Italia con la Famila Schio.

In un’intervista per Mondiali.it ci confida cosa si aspetta da questa stagione, la prima all’estero, e cosa ha lasciato a Schio dopo 5 anni. Un focus dettagliato anche alla Nazionale e quel sogno di poter vincere qualcosa con la maglia azzurra.

Come sei stata accolta in Francia e cosa ti aspetti quest’anno?

Sono stata accolta davvero bene, con molto entusiasmo, ed è certo che fa piacere. Mi aspetto di continuare il mio percorso di crescita, come atleta e come persona. Mi sto mettendo alla prova e voglio spingermi al massimo.

È la tua prima esperienza all’estero. Hai bisogno di adattarti o ti abitui subito?

Sono una persona molto intraprendente, e non ho avuto bisogno di grandi periodi di adattamento. Sono riuscita subito ad integrarmi sia per quanto riguarda il campo, sia per la mia vita al di fuori. Montpellier è una città davvero molto bella, vivo vicino al mare e la squadra è composta da persone di valore.

C’è qualche aneddoto particolare che ti è successo al tuo arrivo a Montpellier?

Il primo giorno, quando sono arrivata, è venuto a prendermi un signore, Maurice. Era li che mi aspettava all’aeroporto. Lo saluto e dico quelle tre parole che conosco di francese, cosi contento mi chiede appunto se so la lingua, e rispondo che no, non la so, ma un po’ la capisco. Saliamo in macchina e comincia a parlarmi e farmi domande, una dietro l’altra. Mi resi subito conto che avevo sbagliato a dire che un po’ capivo. Mi resterà sempre in mente quel viaggio in macchina di 10 minuti dove sicuramente mi avrà raccontato la storia della città, mentre io ho solo capito che hanno una squadra di Pallamano (ride, ndr).

In Francia c’è un basket diverso rispetto all’Italia?

Si. Decisamente. È un campionato di un livello fisico simile all’Eurolega, ed è equilibrato. Ci sono 12 squadre e sono tutte competitive. Ogni weekend è una lotta e c’è sempre qualche sorpresa. Non ci si può davvero mai rilassare e per questo ti stimola sempre a stare pronto al 100%.

Giocherai anche in Eurolega, un modo per incontrare anche altre realtà europee.

Si certo. Conosco bene l’Eurolega, sono anni che ci gioco, prima con Venezia, poi Taranto e Schio. Certo ora sono in una realtà diversa e sono una straniera, quindi il mio ruolo assume un altro sapore. Sarà sicuramente un’esperienza nuova sotto questo punto di vista.

Alla tua prima apparizione con il Montpellier sei già stata MVP, non male per un’esordiente nel campionato francese.

Sono stata messa nelle condizioni di farlo dalle mie compagne. A differenza degli anni scorsi qui mi ritrovo a giocare da guardia invece che da playmaker, quindi ho la possibilità di finalizzare e realizzare di più ricoprendo un altro ruolo.

Cosa ti porti a livello individuale e sportivo dall’esperienza di Schio, e cosa lasci?

Schio è un po’ casa mia. Negli ultimi 5 anni vissuti lì credo di essere cresciuta molto sia come giocatrice che come persona. Soprattutto nell’ultimo anno ho fatto un lavoro individuale importante che mi ha decisamente maturato e dato la spinta giusta per affrontare questo nuovo step.
Lasciare è stato davvero difficile. Ancora adesso a volte fa strano pensare di non essere più lì. Ma nello sport, come nella vita, ci sono dei cicli. Io mi sono sentita pronta per un qualcosa di nuovo, per mettermi alla prova al di fuori della mia comfort zone. Qualche lacrima l’ho versata, lo ammetto, ma penso sia normale quando lasci un posto che ti ha dato tanto e a cui hai dato tanto. Sono felice della scelta che ho fatto, e poi magari è solo un “arrivederci”.

Qual è il ricordo più bello che hai con gli orange?

Ho tantissimi ricordi stupendi legati a Schio. Dagli amici che ho lasciato lì, al basket giocato. Molti ricordi belli sono legati alle vittorie, e ai tifosi. Non dimenticherò mai quando si cantava sotto la curva “la gente come noi non molla mai”!

Invece il trofeo vinto che hai più a cuore?

Il primo scudetto, vinto con Taranto (contro Schio). Non me ne vogliano i tifosi orange, ma il primo scudetto ha sempre un sapore diverso da tutti gli altri. E mi porterò sempre dentro le emozioni di quelle partite.

Capitolo nazionale. Cosa credi che le azzurre debbano avere per avere quella marcia in più? Ha conosciuto il nuovo ct Crespi?

Credo che abbiamo dimostrato che per quanto riguarda il cuore e l’attaccamento per la maglia, i margini di miglioramento sono pochi: abbiamo fatto innamorare tantissime persone per la nostra volontà e per l’amore che abbiamo messo nel campo. Ciò non toglie che a livello tecnico rispetto alle nazioni vincitrici di medaglie, o quasi, c’è un gap fisico importante. Siamo una squadra tendenzialmente “bassa”, e a volte sotto il ferro si è sentita la mancanza di un centro puro.
Ress e Formica si sono davvero fatte in quattro per sopperire a questa cosa, così come Penna, De Pretto e Chicca Macchi finché non si è fatta male. Anche le altre ragazze che hanno giocato, pur non essendo il proprio ruolo principale, hanno dato il massimo.
Purtroppo però non possiamo neanche metter la testa sotto la sabbia e negare la realtà: un 5 di peso davanti ci darebbe una gran mano. Considerato che non c’è, ci sarà da inventarsi un gioco diverso basato più sulla velocità e intelligenza piuttosto che al fare a sportellate.
Ho già incontrato Crespi prima di partire per la Francia, e abbiamo parlato anche di questo. È chiamato a qualcosa d’importante, ma l’ho visto felice d’imbarcarsi in questa nuova avventura.

Non sei l’unica cestista che prova l’esperienza all’estero. In WNBA c’è stata Cecilia Zandalasini. Giocare in America è realmente il sogno di tutti i cestisti?

Penso sinceramente di sì. Anche solo per come è visto e considerato, lo sport oltre oceano è un qualcosa che chiunque sogna e vorrebbe un giorno provare.

Qual è invece il ricordo più bello con la maglia azzurra?

Ho un ricordo bellissimo legato ad Andrea Capobianco, nostro ex coach che, dopo aver battuto l’Ungheria entrando tra le prime 8 dello scorso Europeo, ha appeso in spogliatoio un foglio gigante con scritto “sono fiero di voi”. Ancora ora se ci penso ho i brividi. Grazie coach.

Sogni di poter vincere qualcosa di importante con il tricolore?

Si. Vincere qualcosa con l’Italia lo desidero ancora di più rispetto ad andare oltreoceano. Ecco, forse prima dell’America, ogni atleta sogna di vincere qualcosa con la propria Nazionale. È il sogno decisamente più grande a livello sportivo che ho.

Dario Sette

La doppia sfida del 10 e del 13 novembre mette di fronte all’Italia una nazionale che è riuscita a rialzarsi nonostante l’assenza fondamentale di un leader come Zlatan Ibrahimovic.

Gli azzurri, tuttavia, non devono certo abbassare la guardia contro una squadra che seppur diversa da quelle degli scorsi anni, ha saputo fare nel gruppo una vera e propria arma.

I precedenti con la nazionale gialloblù sono 23 considerando tutte le competizioni: 11 trionfi italiani, 6 pareggi e altrettante sconfitte. Ultimo match in ordine cronologico è stato nella fase a gironi dell’Europeo 2016 in Francia, quando la nazionale guidata da Conte ha battuto gli svedesi per 1-0 con gol di Eder.

È, invece, il primo confronto in uno spareggio per il Mondiale.

Il primo match in cui Italia e Svezia si sono scontrati è stato in occasione delle Olimpiadi 1912 a Stoccolma. Vittoria degli azzurri per 1-0 con rete di Bontadini. Qualceh anno più tardi seguirono due amichevoli con un pareggio per 2-2 (1924) e la prima sconfitta italiana per 5-3 all’Olympiastadion di Stoccolma (1926).

La vera prima beffa per la nazionale italiana avviene nel Mondiale 1950 in Brasile. Gli azzurri di mister Novo vengono sconfitti per 3-2 (reti di Carapellese e Muccinelli per gli Azzurri e doppietta di H. Jeppson e rete di Andersson per i Blagult) durante la fase a gironi. Sconfitta che costò l’uscita dell’Italia dal campionato del Mondo.

Tra un’amichevole e un’altra, la rivincita dell’Italia avviene nel Mondiale 1970 in Messico. Vittoria per 1-0 nel girone eliminatorio con gol di Domeneghini.

Un anno più tardi, Italia e Svezia si affrontano nella doppia sfida del gruppo 6 valevole per la qualificazione a Euro ’72 in Belgio. La prima gara giocata a Stoccolma si conclude 0-0. Il ritorno, a San Siro, vede trionfare l’Italia per 3-0 grazie alla reti di Boninsegna e alla doppietta di Riva.

Altri match negli anni ’80 e ‘90 in cui si alternano vittori e sconfitte di rilevanza minore.

In effetti bisogna fare un salto al 2004 per ricordare un match amaro per gli azzurri all’Europeo.
Nel girone C il match termina 1-1 (reti di Cassano e Ibrahimovic). L’Italia di Trapattoni, però, terminò anzitempo quella rassegna a causa del “biscotto” tra la stessa Svezia e la Danimarca che, a pari punti degli Italiani, pareggiarono 2-2 nell’ultimo incontro qualificandosi così grazie al maggior numero di gol segnati negli scontri diretti rispetto agli Azzurri. Una beffa che lascia ancora tanta amarezza.

Alla squadra di Ventura non resta che lavorare duro per riuscire a strappare il pass per Russia 2018.

Al Mondiale di Bergen in Norvegia ha alzato per due volte le mani al cielo tagliando per prima il traguardo, due ori che hanno tenuto alto l’orgoglio azzurro del ciclismo. Stiamo parlando della bolzanina 18enne Elena Pirrone, che, un mese fa, ha fatto sognare gli italiani diventando campionessa Mondiale Juniores 2017 in due categorie: la cronometro e la prova di linea.

Una ragazza umile e sorridente a cui piace divertirsi e stare in compagnia. Per Mondiali.it ci ha voluto raccontare la sua esperienza iridata e quello che sarà il suo futuro sia sportivo che extrasportivo.

A un mese dalla vittoria, che cosa pensi che tu abbia realizzato?

In realtà devo dire che faccio ancora fatica a realizzare! (ride ndr) Nel senso che, sono contentissima di aver vinto due ori, però sono ancora in quella fase un po’ di incredulità. Ero in Norvegia per onorare la maglia azzurra e penso di averlo fatto nel migliore dei modi.

Che cosa hai provato quando stavi per tagliare il traguardo e quando lo hai tagliato?

In riferimento alla prova di linea, è stata una grande emozione, mi ricordo che quando ho passato il cartello dei 2 km all’arrivo mi sono venuti i brividi, perché mi son detta che “ora non possono più riprendermi!”, anche perché quando ero a 10 km dalla conclusione avevo un po’ di dubbi sul vantaggio accumulato e se avessi retto fino alla fine, ho anche avuto problemi con la radio.
Tuttavia il corpo rispondeva alla grande e all’ultimo chilometro sono andata via con molta tranquillità.

Tra le due gare vinte, qual è stata più dura?

Posso chiaramente dire che come sforzo fisico la cronometro: perché comunque in 19/20 minuti di gara c’è bisogno di dare il massimo in tutto il percorso e per tutto il tempo.
Se invece penso al livello di agitazione, mi viene da dire la prova di linea perché prima che partissi c’è sempre quel punto di domanda. Alla partenza non so mai cosa può accedere in gara, quindi, finché non faccio l’attacco, sono sul chi va là!

Arrivare alla prova di linea già con una medaglia d’oro al collo, ti ha dato più carica o hai cercato di resettare il tutto?

Posso confermare che poco prima della partenza della prova su strada ho pensato “ho vinto un oro, proviamo a vincerne un altro!”. Ero convinta di quello che potevo realizzare e mi sono buttata a capofitto sulla gara, e alla fine è andata bene ad entrambe le uscite.

Immagino tu abbia fatto molti sacrifici, chi ti ha guidato al meglio per questa strada?

In realtà, secondo me, quando c’è la passione nel fare, le cose i sacrifici non li reputi tali. Ci sono stati momenti no, come ad esempio l’anno scorso in cui ho avuto un problema fisico in inverno e chi è protratto per tutta la stagione. Comunque in questo caso c’è stato il supporto dei miei genitori, in particolar modo di mio padre che è anche il mio allenatore e il mio direttore sportivo. Grazie a loro ho affrontato il tutto e sono riuscita a fare con la carica giusta.

Tra poco ti affaccerai tra i professionisti, con che spirito farai questo salto?

Fino alla conclusione del 2017 farò parte della Juniores, dal 2018 passo tra i professionisti e lo farò con lo spirito di quella che vuole mettersi in gioco.
So per certo che il primo anno sarà difficile e transitorio per via anche della scuola. Però voglio dare il massimo e voglio vedere cosa riesco a fare, e i due ori conquistati mi danno molta carica.

Hai voglia di percorrere il Giro Rosa?

Mi piacerebbe tantissimo. Per il prossimo anno, ahimè, sarà difficile per via degli esami di Stato al liceo scientifico. Per le prossime edizioni, si vedrà! Comunque rientra tra i miei obiettivi.

Oltre te anche altre azzurre sul podio: Alessia Vigilia e Letizia Paternoster. Siete amiche oltre che colleghe?

Letizia Paternoster la conosco da quando avevo 6 anni. Abbiamo iniziato a correre in due squadre diverse ma abbiamo stretto amicizia sin da subito. Allo stesso modo anche Alessia Vigilia, prima non ci frequentavamo molto, mentre ora è una delle mie migliori amiche.

Da quando hai avuto questa passione per il ciclismo?

Ho avuto da piccolina il mio primo triciclo rosso, anche se ho sempre di più preferito la biciclettina con le rotelle.
Mio padre mi ha subito affiancato per via del fatto che ha sempre corso anche lui, così come mia madre. Vengo da una famiglia con una gran bella tradizione ciclistica e io ho continuato su questa scia. Sin da piccola ho subito voluto che i miei genitori mi iscrivessero a una società ciclistica.
Loro, all’inizio, sono stati un po’ titubanti perché spesso il ciclismo è attribuito uno sport duro e faticoso. I miei non mi hanno mai dato pressioni, sono io che ho tanto insistito perché mia madre voleva che facessi pattinaggio artistico, meglio com’è andata! (ride ndr).

Come sei stata accolta in classe e a Bolzano, dopo la vittoria?

Mi hanno accolta nel migliore dei modi, mi sono sentita quasi parte di una famiglia. Mi hanno fatto una torta a forma di bici con le ruote iridate e ho ricevuto un piccolo pensiero oltre che un mazzo di fiori dai docenti. Inoltre sono stata molto felice di ricevere cartoline e complimenti anche da gente che ha visto la gara in tv oltre che dal sindaco e dalla giunta comunale.

Cosa ti piace fare nel tempo libero?

Adoro stare in compagnia. Mi piace stare con i miei amici e anche quando sono a casa adoro essere circondata dai miei cari. Mi diverto molto!

Nel tuo futuro c’è solo il ciclismo o hai intenzione di continuare gli studi?

Le mie intenzioni sono quelle di iscrivermi all’Università, alla facoltà di Giurisprudenza e quindi conciliare studi e ciclismo.

Dario Sette

Non ha resistito al ritorno in panchina e, non appena è arrivata una proposta, ha detto di sì.

È Alberto Zaccheroni che, dopo una parentesi come commentatore tecnico Rai per la partite della Nazionale italiana, ha dato il suo benestare alla nazionale degli Emirati Arabi Uniti. Il tecnico romagnolo sarà dunque selezionatore della federazione del Paese arabo.

Benvenuto Capitano”, l’annuncio sui vari social network da parte della nazionale.

Un invito particolare per mister Zaccheroni, il quale sarà il vero capitano degli Emirati Arabi. Una sorta di guida, di faro per una nazionale che ha perso la sua “rotta” e il pass per volare ai Mondiali di Russia 2018.

In effetti il commissario tecnico argentino fresco di esonero, Edgardo Bauza, è stato sollevato dall’incarico proprio a causa del flop nel girone di qualificazione per il prossimo campionato del Mondo.

Per Zaccheroni quindi serve innanzitutto rimettere in ordine idee e giocatori per cercare di creare le condizioni per far crescere la Nazionale araba e quindi porsi degli obiettivi. Il primo è sicuramente la Coppa d’Asia 2019, che sarà ospitata proprio dagli Emirati Arabi, il secondo la qualificazione al Mondiale 2022 in Qatar.

Ancora Asia nella carriera di Zac che ha già allenato il Giappone (con la quale ha vinto Coppa d’Asia 2011 e Coppa d’Asia Orientale 2013) e il Beijing Guoan (club cinese di Pechino che milita in China Super League). Quest’ultima esperienza non è andata come ci si aspettava a causa della mancanza di risultati e difficoltà nel mettere in mostra il proprio gioco.

Con la Nazionale del Sol Levante, invece, ha tagliato molti traguardi oltre che ha ottenuto tanti successi dal 2010 al 2014. L’ultima gara disputata sulla panchina nipponica è stata al Mondiale in Brasile del 2014, prima di decidere di non rinnovare il contratto.

Ora un nuovo percorso e un nuovo progetto sportivo l’aspetta. La nazionale emiratina si è affidata all’esperienza di mister Zac per provare a fare bene. Gli allenatori italiani all’estero sono sempre e comunque stimati.

Dario Sette

Indietro non si può più tornare e un bel po’ di amarezza c’è, per una scelta che si è rivelata sbagliata.

È quello che ha pensato l’attaccante classe ‘90 Aron Johansson, islandese di nascita ma con passaporto statunitense, dopo il fischio finale tra Usa – Trinidad & Tobago.

Per spiegare bene questa scelta bisogna fare un salto indietro di 4 anni. Il giocatore del Werder Brema, allora 23enne, ha deciso di puntare sulla Nazionale americana per volare in Russia per il Mondiale 2018. Il giovane Johansson è nato negli Usa da genitori islandesi. All’età di 3 anni si è trasferito nella terra della sua famiglia e, dopo esser cresciuto con il calcio islandese ed aver disputato alcune partite con l’Under 21 dell’Islanda, nel 2013 si è reso convocabile dalla Nazionale americana.

Le possibilità di giocare un Mondiale con gli Usa sono di molto superiori rispetto a quelle che avrei con l’Islanda.

Una decisione che sino a quattro anni fa era più che plausibile. Gli Usa con oltre 323 milioni di abitanti contro i soli 334mila della piccola Islanda. L’impero americano contro una piccola realtà che non avrebbe avuto scampo a livello calcistico. E invece no!

L’Islanda sorprende tutti: si qualifica prima all’Europeo 2016 in Francia, lo gioca da protagonista venendo eliminata solo ai quarti di finale e qualche giorno fa ha ottenuto anche il pass diretto per il Mondiale in Russia. Non male per uno Stato che ha meno abitanti della sola Bologna.

Una sorpresa che ha stupito anche l’attaccante Johansson il quale però ha confidato della forza degli Usa che, dal 1990 in poi, ha sempre disputato le fasi finali della Coppa del Mondo.

La beffa però c’è stata. Gli Stati Uniti, contro qualsiasi pronostico, sono stati sconfitti dai trinidadiani e addio Russia 2018.

Per Johansson ci sarà modo di riprovarci per i Mondiali 2022 in Qatar, intanto per il 2018 il campionato del mondo lo vedrà in tv e sarà costretto a guardarsi anche qualche partita dell’Islanda e i festeggiamenti con la geyser sound.

Tra il 9 e il 14 novembre prossimo, la Nazionale italiana affronterà la sua avversaria nelle due gare di spareggio per Russia 2018.

L’Italia, con un po’ di fatica, ha raggiunto il secondo posto nel suo girone alle spalle della Spagna e il 17 ottobre saprà che dovrà sfidare.
Le ultime due uscite azzurre (contro Macedonia e Albania) hanno evidenziato lacune nel gioco e schemi offensivi. In effetti l’Italia ha creato pochissimo contro i macedoni e qualcosa in più contro le aquile. Sintesi dei due match: 2 gol realizzati e uno subito. Il problema è che a segnare non sono stati gli attaccanti bensì un difensore (Giorgio Chiellini) e un centrocampista (Antonio Candreva). Un problema quello degli attaccanti che è evidente, soprattutto a causa dell’infortunio di Andrea Belotti, il quale sarà costretto a dare forfait anche per gli spareggi.
E qui la domanda spontanea: Non c’è qualcun altro, oltre Immobile, che possa sostituirlo?

In realtà c’è, anzi ci sono. Per il ct Ventura, no!

Si tratta dei due Italians: Mario Balotelli e Simone Zaza, che giocano rispettivamente in Ligue 1 a Nizza e in Liga a Valencia. Due giocatori che tanto bene stanno facendo nelle loro rispettive squadre. Ma partiamo da SuperMario.

L’attaccante ex Inter e Milan non gioca una partita con la maglia azzurra dal Mondiale in Brasile, mentre un’ultima convocazione risale al novembre 2014 dal ct Conte, in vista della partita di qualificazione a Euro2016 contro la Croazia, alla quale non partecipa lasciando in anticipo il ritiro per un infortunio.

Dopodiché il vuoto assoluto. Il passaggio in Costa Azzurra però ha dato nuova linfa all’attaccante che, nella scorsa stagione, ha realizzato 17 gol in 28 presenze e anche quest’anno è partito col piede giusto (7 gol in 9 presenze). Numeri non certo negativi, calcolando il fatto che, nel giro azzurro oltre Belotti e Immobile, c’è poca gente che fa gol. E allora perché non provarci? Perché non dare un’altra possibilità a una calciatore che, all’età di 27 anni e papà per la seconda volta, può aver raggiunto un maturità quanto meno calcistica e quindi utile alla causa azzurra?

Anche l’allenatore del Nantes, Claudio Ranieri, è a suo favore

Penso che Ventura lo segua comunque. Balotelli sta finalmente dimostrando il suo valore. Mi auguro possa tornare in Nazionale perché è un giocatore di grande qualità e l’Italia ne ha bisogno.

Mario Balotelli è comunque un ragazzo scherzoso a cui non puoi certo togliere la voglia di divertirsi, come ha fatto qualche giorno fa con un suo compagno di squadra.

Sorte simile a Simone Zaza. L’attaccante lucano sta vivendo un momento magico a Valencia (come la tripletta segnata in 8 minuti contro il Levante).

Oramai si ricorda Simone Zaza con soprattutto per quel sciagurato rigore sbagliato contro la Germania all’Europeo 2016. Invece, l’attaccante è poi stato convocato nel novembre 2016 anche per la partita contro il Liechtenstein e in un’amichevole proprio contro i tedeschi. 15 minuti in tutto in due match e poi quasi un anno di limbo.
Ok per queste ultime due gare è stato indisponibile per infortunio, ma dal prossimo week end sarà a disposizione del tecnico Marcelino.
Intanto al Mestalla se lo godono appieno, ma l’ex Juve ha voglia di rimettersi in gioco anche in azzurro per cercare di sopire l’amarezza di quel rigore calciato alle stelle. Perché non provare a convocarlo per i playoff?

Noi lanciamo l’idea, chissà se il ct Ventura avrà fatto il nostro stesso ragionamento.

Dario Sette

A luglio scorso aveva cercato lavoro come tanta gente comune che usa il social network LinkedIn, e alla fine c’è riuscito.

Il difensore campione del mondo Cristian Zaccardo, dopo aver cercato occupazione tramite web, ha trovato squadra e giocherà a Malta nella società dell’Hamrun Spartans militante nel massimo campionato maltese.

Per Zaccardo una nuova avventura estera dopo la parentesi al Wolfsburg in Bundesliga tra il 2008 e il 2009. All’epoca la vittoria del campionato del mondo e delle grandi stagioni nel Palermo, ne facilitarono il salto di qualità in quella che sarà la squadra vincitrice del Meisterschale 2009.

Stavolta il curriculum vitae ha fatto il suo dovere come milioni di altri utenti di LinkedIn. Rimasto svincolato dopo la parentesi nel Vicenza in Serie B con addosso la maglia numero 9, il terzino destro ha prontamente preso la decisione di trasferirsi a Malta.

Potrei giocare ancora due anni a livelli alti. Chi mi prende farà un affare. Sono serio, professionale e forte!

Era tra le note presenti nell’annuncio di Zaccardo sul suo profilo e, tuttavia, molta gente nei mesi scorsi ha preso a cuore questo gesto comune.

A 35 anni il difensore non voleva smettere e c’è chi ha creduto in lui e gli ha offerto un contratto. L’Hamrun attualmente è al sesto posto e il campione del mondo si è posto l’obiettivo di cercare di far arrivare la sua squadra tra i primi tre posti che significherebbero i preliminari per l’Europa.

È la prima volta che un campione del mondo va a giocare a Malta.

Durante il calciomercato ha ascoltato varie proposte, da Cipro, dall’Olanda, qualcuna anche dalla Serie C italiana (su tutte il Catanzaro). Discussioni anche con dei club di A e di B, ma niente di concreto. Sostanza che, invece, ha trovato nei dirigenti maltesi.

Mi hanno fatto sentire importante. Hanno un progetto, anche di business e marketing.

Indosserà la maglia numero 81, il suo anno di nascita, stesso numero che ha indossato nella parentesi rossonera a Milano, città dove ha lasciato moglie e figli e che vedrà per due giorni a settimana.

Dario Sette

2 giugno 1962, campionato Mondiale di calcio che si sta svolgendo in Sudamerica in Cile. La Roja sfida l’Italia, guidata dal ct Paolo Mazza, nella seconda gara del Gruppo 2.

Lo stadio Nacional de Chile di Santiago è caldo e anche il clima prepartita è stato abbastanza acceso. In effetti, a riscaldare i giorni prima del match, due giornalisti italiani inviati in Cile, per mezzo di alcuni articoli, avevano descritto la capitale come triste e ricca di difetti.
Notizie mal digerite dal popolo cileno, così come era malvisto l’uso frequente di giocatori oriundi dalla nazionale azzurra, giocatori spesso d’origine argentina (storica rivale del Cile).

Nonostante i dissapori fuori dal campo, la partita viene giocata.

I calciatori italiani, prima del fischio d’inizio, portano mazzi di fiori bianchi verso gli spalti: mossa consegnata per spezzare il clima ostile.
Gli azzurri, però, ricevono una bordata di fischi e persino i fiori donati vengono calpestati.

Ad arbitrare la partita è l’inglese Kevin Aston, il quale dirige la gara un po’ troppo all’inglese, lasciando correre parecchi contrasti duri, tanto che l’andamento del match diventa sempre più violento.
Il metro di giudizio però sembra un po’ impari, con un maggiore severità da parte del giudice nei confronti degli azzurri. Al settimo minuto, un fallo di reazione del centrocampista italiano Giorgio Ferrini, per un intervento da tergo del cileno Honorino Landa provoca la prima espulsione.

                                                                            Giorgio Ferrini espulso dall’arbitro Aston

Durante la discussione che ne segue, l’azzurro Humberto Maschio, oriundo (originario di Avellaneda), viene colpito con un pugno dal giocatore cileno Leonel Sánchez. Lo stesso Sànchez apostrofa Maschio come tradidor!” .
L’arbitro Aston, voltato, e ancora impegnato a discutere con Ferrini, non si accorge di nulla.
L’italo-argentino cade a terra con il naso fratturato e rimane in campo completamente stordito, in quanto le sostituzioni non sono ancora ammesse.
Nella colluttazione ancora Sànchez sferra un secondo pugno al terzino sinistro David e ancora una volta il direttore di gara britannico fa finta di non vedere. Salvo, poco dopo, espellere lo stesso David, il quale reagisce ai continui sputi e ingiurie ancora di Sànchez.

L’Italia, in nove contro undici e con Maschio infortunato, non riesce a evitare la sconfitta. A segnare per i cileni: Ramírez al minuto 74 e Toro all’88esimo, per il 2-0 finale.

Quel match ai fini del girone costò caro all’Italia che nonostante la vittoria netta per 3-0 contro la Svizzera non riuscì a passare il turno.

Una partita che è rimasta nella storia e tuttora pare sia una delle più violente della storia dei Mondiali, tanto da essere definita la “Battaglia di Santiago”.