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Dario Sette

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La partita tra Danimarca e Irlanda sarà una partita da gustare a 360 gradi. Sarà un match senza esclusioni di colpi per due nazioni che vogliono giocarsi il tutto per tutto per andare a giocarsi il Mondiale in Russia la prossima estate.

La vittoria avrà un’enorme valenza. Servirà avere un gruppo coeso e deciso per raggiungere l’obiettivo ma, come spesso accade, potranno essere determinati calciatori a fare la differenza nel match e l’artefice del passaggio del turno. Vediamo un po’ chi potrà essere il protagonista in questa doppia sfida.

DANIMARCA

Tra le due nazioni, i danesi hanno più dimestichezza con il calcio internazionale e ha molti calciatori che giocano in campionati importanti.

Finiti i tempi degli “italiani” Martin Jorgensen, Thomas Helveg e Jon Dahl Tomasson, la stella che brilla attualmente è sicuramente quella di Christian Eriksen. Il numero 10 classe 1992, nonostante sia ancora 25enne oramai è un veterano della nazionale danese con all’attivo oltre 70 presenze.
Il centrocampista del Tottenham, inoltre, ha già segnato 8 reti nella fase a gironi e a questo punto non ha intenzione di fermarsi.

In Premier League, a Leicester gioca anche il portiere Kasper Schmeichel, figlio del grande Peter. Nel corso degli anni è cresciuto calcisticamente e, la vittoria del campionato inglese con mister Ranieri, gli hanno un po’ “cancellato” l’ombra imponente del padre.

In difesa, c’è il capitano Simon Kjaer, ex conoscenza del calcio italiano avendo militato nel Palermo e nella Roma. Attualmente gioca in Spagna nel Siviglia dopo qualche anno in Turchia nel Fenerbahce. Centrale fisico che quasi sempre riesce a vincere i contrasti aerei.

IRLANDA

La nazionale irlandese vuole la Russia dopo il “torto” subito nel 2009. È ancora impresso negli occhi degli irlandesi il doppio fallo di mano di Thierry Henry che permise il gol qualificazione per il Mondiale 2010 al difensore Gallas.

Dopo tanti anni non è presente in rosa l’attaccante Robbie Keane, che con le sue 68 reti è il leader della classifica dei marcatori oltre ad avere anche più presenze (146).

Oggi non c’è una vera e propria punta di diamante, ma è il gruppo che fa la differenza. In effetti la squadra allenata da O’Neill è organizzata tatticamente, compatta e soprattutto unita (solo 6 reti subite).

Tuttavia, nella fase di qualificazione si è fatto notare con 4 reti il classe ’89 James McClean che gioca in Premier League nel West Bromwich Albion. In realtà in passato si era parlato di lui più per un aspetto politico- sportivo che prettamente calcistico. In effetti l’ala del West Bromwich ha scelto di passare dall’Irlanda del Nord alla Repubblica d’Irlanda, scatenando non poche polemiche. Come se non bastasse, McClean durante il Remembrance Day, giornata dedicata ai caduti in Gran Bretagna, si rifiuta di indossare il Poppy, simbolo inserito sulle maglie delle squadre di Premier, per motivi politici.

L’attaccante Robbie Brady ha raccolto la pesante eredità di Robbie Keane, non tanto per la posizione in campo, quanto per la leadership ed il numero che porta sulle spalle. Pur non avendo segnato in queste qualificazioni, infatti, è lui il faro che illumina questa squadra.

In difesa spicca l’esperienza e la duttilità di John O’Shea, ex difensore del Manchester United e attuale del Sunderland. Nonostante non sia più un ragazzino (è un classe 1981) O’Shea ha ancora le qualità e la professionalità che lo hanno contraddistinto, soprattutto ai tempi di Manchester quando da gregario si è fatto sempre trovar pronto dal manager Alex Ferguson.

Sembrava fosse come un abete, un pino o comunque un albero sempreverde, ma purtroppo la fine di una grande carriera è arrivata anche per Andrea Pirlo. Un 2017 che si porta via dai campi da calcio dopo Francesco Totti, Kakà, Xabi Alonso e Philipp Lahm, anche un altro campionissimo.

Domenica sera l’ultima gara disputata con il New York City in una semifinale di ritorno di Eastern Conference che ha visto la squadra newyorkese battuta contro i Columbus Crew.

Qualche ora prima dell’ultima apparizione ha ribadito che:

A 38 anni è giusto dare spazio ai ragazzi. No, non sono arrabbiato. Anzi do una mano agli altri e all’allenatore

L’ingresso all’89esimo minuto è stata più che altro una passerella per quello che è stato un fenomeno dentro e fuori dal campo. Un calciatore che si è fatto amare da tutti gli appassionati di calcio, in Europa ma anche negli Stati Uniti. In effetti nonostante con la squadra americana non siano arrivati i risultati che si speravano, il pubblico e la società non ha fatto che ringraziare quel calciatore che in silenzio, ha sempre fatto parlare con i piedi. L’esperienza estera gli ha permesso di vivere a New York e di dedicarsi anche ad altre attività che in Italia era impensabile poter fare.

Negli Stati Uniti si è fatto apprezzare ovviamente per le sue doti tecniche che, nonostante l’età lo hanno reso celebre durante le partite di Major League Soccer.

Poco dopo l’ultimo match ha voluto ringraziare tutti coloro che l’hanno sostenuto durante la parentesi al New York, ma anche a tutti coloro che lo hanno accompagnato in questi 23 anni di carriera.

Ultima partita in MLS. Visto che la mia avventura al NYFC è giunta alla fine vorrei dire poche parole. Volevo ringraziare tutti per la gentilezza e il supporto che mi hanno mostrato in questa incredibile città. Grazie agli incredibili fans, grazie a tutto lo staff e a tutti quelli che lavorano dietro le quinte, grazie ai miei compagni di squadra. Non solo la mia avventura a NY finisce ma anche la mia avventura come giocatore di calcio, per questo vorrei cogliere l’occasione per ringraziare la mia famiglia ei miei figli per il sostegno e l’amore che mi danno sempre, ogni squadra in cui ho avuto l’onore di giocare, tutti i compagni di squadra con cui ho giocato, tutte le persone che hanno reso la mia carriera così incredibile e ultimi ma non per ordine di importanza, tutti i tifosi da ogni parte del pianeta che mi hanno sempre mostrato supporto. Sarete sempre nel mio cuore!

L’avventura americana inizia il 6 luglio 2015, quando viene ufficializzato il suo passaggio a titolo gratuito al New York City. Dopo 20 stagioni in Serie A decide di cambiare aria e provare un’avventura oltreoceano. L’esordio in Mls avviene il 26 luglio, entrando al 56′ del match tra New York City e l’Orlando City del suo ex compagno al Milan, Kakà.

Tuttavia, per il primo gol americano del Maestro (è stato più volte chiamato così in Usa), c’è d’attendere un anno. In effetti il 18 giugno 2016, nella vittoria casalinga sui Philadelphia Union, segna su punizione (marchio di fabbrica Pirlo) il suo primo gol in Major League Soccer.

Anche la società che lo ha accolto nel 2015 ha voluto ringraziarlo in maniera ufficiale dedicandogli una copertina.

#GrazieMaestro ? #NYCFC

Un post condiviso da New York City FC (@nycfc) in data:

Ora che gli scarpini verranno appesi si dedicherà alla famiglia e al golf (sua passione coltivata in Usa). L’idea di vederlo su una panchina è ancora lontana dato che gli deve scattare la scintilla. A lui non è ancora scattata.

Dario Sette

Non solo Italia! Per gli spareggi mondiali ci sono altre 6 squadre che si giocano il pass per un posto al Mondiale di Russia 2018.

Tra le altre partite c’è sicuramente Danimarca – Irlanda sabato 11 novembre, con andata al Parken Stadium di Copenaghen.

Due squadre toste a confronto che sono arrivate seconde nel proprio girone: la Danimarca dietro un’avvincente Polonia e l’Eire alle spalle della sorprendente Serbia.

A confronto anche i due commissari tecnici: il norvegese Åge Hareide e il nordirlandese Martin O’Neill. Due allenatori stranieri per la loro nazionale che però hanno voglia di proseguire il percorso professionale e cogliere una qualificazione che per la Danimarca sarebbe la quinta partecipazione, mentre per la Repubblica d’Irlanda la quarta.

I convocati della Danimarca:

PORTIERI: Schmeichel (Leicester City), Ronnow (Brondby), Lossl (Huddersfield);

DIFENSORI: Christensen (Chelsea), Knudsen (Ipswich), Vestergaard (Borussia Monchengladbach), Kjaer (Siviglia), Bjelland (Brentford), M. Jorgensen (Huddersfield), Ankersen (FC Copenaghen), Stryger Larsen (Udinese);

CENTROCAMPISTI: Kvist (FC Copenaghen), Delaney (Werder Bremen), Eriksen (Tottenham Hotspur), Schone (Ajax), Lerager (Bordeaux), Jensen (Rosenborg), Pione Sisto (Celta Vigo);

ATTACCANTI: Poulsen (Lipsia), Fischer (Mainz 05), N. Jorgensen (Feyenoord), Bendtner (Rosenborg), Cornelius (Atalanta).

I convocati dell’Irlanda:

PORTIERI: Randolph (Middlesbrough), Westwood (Sheffield Wednesday), Elliot (Newcastle), Doyle (Bradford);

DIFENSORI: Christie (Middlesbrough), Doherty (Wolves), McShane (Reading), Keogh (Derby), Duffy (Brighton), Clark (Newcastle), O’Shea (Sunderland), K. Long (Burnley), Ward (Burnley);

CENTROCAMPISTI: McGeady (Sunderland), Horgan (Preston), Browne (Preston), Whelan (Aston Villa), Hourihane (Aston Villa), Arter (Bournemouth), McCarthy (Everton), Brady (Burnley), Hendrick (Burnley), O’Kane (Leeds), Meyler (Hull), Hoolahan (Norwich), O’Dowda (Bristol City), Hayes (Celtic), McClean (West Brom);

ATTACCANTI: Long (Southampton), Murphy (Nottingham Forest), McGoldrick (Ipswich), Maguire (Preston), Hogan (Aston Villa), O’Brien (Millwall).

Tra le fila della nazionale danese figurano anche due “italiani” che militano in Serie A. Il terzino destro Jens Stryger Larsen che gioca nell’Udinese, acquistato nella sessione di mercato estiva dall’Austria Vienna e l’attaccante Cornelius, il numero 9 dell’Atalanta che in 8 giornate ha segnato 2 reti in campionato.

Fabio Cannavaro fosse un vincente da calciatore era noto, ma l’ex capitano della Nazionale anche da allenatore si sta facendo valere.

L’ex campione del Mondo 2006 infatti, dal suo ritiro ai campi giocati ha trovato la sua nuova casa in Cina. Nel campionato cinese ha già avuto modo di allenare due squadre. Prima il Guangzhou Evergrande, dell’ex Marcello Lippi e attualmente il Tianjin Quanjian con cui ha chiuso un’annata spettacolare condita con la storica qualificazione ai preliminari della Champions League asiatica. Mica male per una neoporomossa.

Nella sua prima esperienza cinese viene chiamato a guidare il Guangzhou il 5 novembre 2014, su richiesta di Lippi che passò nel ruolo di direttore tecnico del club.

Il 4 giugno 2015, con la squadra al primo posto in campionato e ai quarti di Champions, è stato esonerato e sostituito da Luiz Felipe Scolari. In totale su 23 partite ne ha vinte 11, pareggiate 7 e perse 5.

Dopo una piccola parentesi in Arabia Saudita, il ritorno in Cina.

Nell’estate 2016 il Tianjin Quanjian gli offre un contratto molto vantaggioso per guidare una squadra militante nel campionato di China League One (la Serie B cinese) e la guida al primo posto con la promozione alla China Super League.

Ieri il grande traguardo della qualificazione alla Champions, battendo all’ultima giornata i campioni di Cina proprio del Guangzhou Evergrande. Una piccola rivincita per l’allenatore napoletano, esonerato con troppa facilità dal club di Canton.

Il pass per i preliminari dell’Asian Champions League è stato possibile grazie alla contemporanea sconfitta dell’Hebei Fortune di Lavezzi per 5-4 contro lo Shandong Luneng dove milita l’attaccante italiano, Graziano Pellè.

Tuttavia, nonostante il gran bel risultato ottenuto il tecnico Cannavaro quasi sicuramente lascerà lo Tianjin Quanjian che ha trovato un accordo con l’ex allenatore della Fiorentina, Paulo Sousa. Con l’approdo del portoghese, mister Cannavaro molto probabilmente dirà di sì a una nuova offerta proprio del Guangzhou Evergrande al posto dell’attuale tecnico brasiliano Felipe Scolari.

Dario Sette

Il Campionato del Mondo 1958 in Svezia fu la prima edizione in cui la nazionale italiana non partecipò per la mancata qualificazione e per il debutto del O Rei, Pelè.

Tuttavia in secondo luogo, il Mondiale scandinavo segnò un piccolo cambiamento per quel che riguardano i festeggiamenti post vittoria.

Il Brasile, a Stoccolma, vinse il primo titolo Mondiale dopo le delusioni del Maracanazo del 1950. Il capitano verdeoro, Hilderaldo Luiz Bellini, ebbe l’onore di prendere per primo la Coppa Rimet per la prima volta della storia del calcio brasiliano.

Dal momento in cui ricevette il trofeo, un suo gesto ha cambiato il concetto di vittoria.

Il capitano della Seleçao, poiché circondato da decine e decine di supporters, alzò la coppa in alto affinché i giornalisti brasiliani potessero fotografare lo storico momento. La Coppa Rimet fu sollevata e tenuta alta sopra il capo per parecchi secondi.

Un gesto casuale, nato così senza pensarci su, che però è diventato il simbolo di ogni capitano che prende per mano la Coppa del Mondo.

Nel 1962 è successo nuovamente a Bellini, trionfante con il suo Brasile anche in Cile, e da lì in poi a tutti i capitani delle vari nazionali vincenti.

Per la prima volta, Paolo Simoncelli, padre di Marco, è tornato a Sepang in Malesia su quella pista dove suo figlio ha perso la vita a causa di un incidente in gara di MotoGp nel 2011.

Il suo viaggio in Malesia però è stato qualcosa di particolare: il saluto dei piloti (su tutti Valentino Rossi), la piantagione di un albero giovane che simboleggia l’inno alla vita e l’abbraccio di una ragazza.

Sì proprio l’incontro con una ragazza sconosciuta ha reso questo viaggio per la famiglia Simoncelli indimenticabile. Una fanciulla che si è avvicinata al papà di Marco e gli ha dato qualcosa:

Io e mamma Rossella arriviamo in aeroporto previa telefonata, timidamente ci si avvicina una ragazza. Ci racconta una storia, di come si è data da fare per comprare un guanto di Marco da un commissario di gara, un guanto usato da lui. Tanti ragazzi ci raccontano le storie più improbabili di come riescono ad aggiudicarsi i cimeli dei loro idoli… solo mi sto chiedendo perché un guanto? Li vendono in coppia di solito. Poi tira fuori un guanto sinistro, aveva le mani grandi, lo riconosciamo subito. La abbraccio. Ce lo lascia, lo guardo è proprio quello che mancava all’appello, il destro è già a casa. Un abbraccio tra sconosciuti io non parlo bene la sua lingua ma credo di averle trasmesso il mio riconoscimento per questo suo prezioso gesto. Immagino le mille peripezie di questo guanto. Sono passati sei anni. Siamo tornati qui in Malesia e ci è stato restituito il guanto che Marco perse proprio quel giorno, nella sua ultima gara.. e poi dicono che non è destino. Un gesto particolare, assurdo e meraviglioso, quanto l’essere di nuovo qui con una squadra corse intitolata a lui.

Parole forti quelle di Paolo Simoncelli che ha scritto sul suo blog, parole che però riempiono di gioia una famiglia che ha sofferto e soffre ancora tanto per la perdita di un giovane pilota.

La ragazza aveva comprato quel guanto da un commissario di gara con l’intento un giorno di poterlo restituire alla famiglia. Così è stato. In aeroporto, con gli occhi timidi di una giovane, il guanto torna a casa.

Sepang porterà con sé sempre il ricordo della morte di Sic58, ma anche di quella speranza che quella sconosciuta ragazza ha saputo donare alla famiglia Simoncelli.

Un mese fa un’Italians doc come Cecilia Zandalasini ha vinto il titolo WNBA (il campionato di basket femminile) con le Minnesota Lynx. Noi di Mondiali.it abbiamo voluto contattare la prima Italians a volare in America e a vincere un titolo.

Si tratta della campionessa Catarina Pollini che, nel 1997 con la maglia delle Houston Comets, ha trionfato nel campionato di pallacanestro più importante e prestigioso al mondo.

Grande presenza anche con la nazionale italiana con cui ha vinto una medaglia d’argento agli Europei del 1995 in Repubblica Ceca e un altro secondo posto ai Giochi del Mediterraneo del 1993.

L’approdo a Houston arrivò dopo aver vissuto da protagonista tre stagioni vincenti con la Pool Comense con cui vinse 4 scudetti consecutivi. Attualmente vive e lavora in Spagna dove ha giocato fino a 40 anni con l’Ensino Lugo.

Cos’ha provato nel vedere trionfare un’altra italiana in WNBA?

Mi ha fatto molto piacere, Cecilia è il nuovo che avanza. Credo sia un punto di partenza importante per lei e per altre ragazze che vogliono intraprendere questa strada.

Che ricordo ha della sua esperienza americana?

Furono 3 mesi molto intensi, soprattutto le prime 3 settimane di allenamenti. Una bella esperienza, America allo stato puro!

È arrivata in America a 31 anni, come si è approcciata a quell’avventura?

Probabilmente con un pizzico di entusiasmo in meno che se ne avessi avuti 21. Invidio a Cecilia l’età e il futuro che ha davanti (ride, ndr).

Che flash fotografico ha di quel finale di stagione?

Tanta gente al palazzetto, cappellino e maglietta dei campioni, ma soprattutto una scatola di cereali con la foto della squadra per celebrare la vittoria.

Qual è stato il momento più bello a Houston e che cosa conserva di quell’avventura?

Credo l’esordio in casa, tanta gente presente, un’aspettativa pazzesca e delle compagne di squadra perfette.
In particolare conservo la consapevolezza di essere stata nel posto giusto al momento giusto.

Ricorda in quale occasione ha realizzato i primi punti in WNBA?

Se non ricordo male i primi due punti li realizzai dopo un bel rimbalzo d’attacco. Purtroppo è passato tanto tempo e potrei anche non ricordarmi bene.

Ha giocato anche oltre i 40 anni, un’atleta modello. Cosa consiglia alle atlete per rendere al massimo, come ha fatto lei?

Allenarsi bene, fare una vita sana, dormire molto e divertirsi giocando. Può essere un consiglio ma è quello che ho fatto io e che continuo a fare per stare bene.

Attualmente vive in Spagna, è rimasta nel mondo del basket e dello sport?

Si. Sono team manager della squadra dove ho giocato i miei ultimi anni.

Torna qualche volta in Italia? Ha nostalgia di Vicenza?

In Italia torno di solito d’estate e faccio qualche salto durante l’anno, quando il lavoro me lo permette. Ho nostalgia delle montagne di Vicenza, dato che adoro sciare. Ovviamente mi fa piacere tornare per rivedere famiglia e amici.

Si è sentita appagata dal basket o avrebbe voluto dare ancora di più?

Sempre si può fare e dare di più. Forse il rammarico di qualche partita buttata via in malo modo. Però il basket mi ha dato molto, non posso che essere contenta così.

Dario Sette

Insieme a Ciro Immobile è l’attaccante più in forma di questa prima quarto di campionato. Sinora nove le reti realizzate nel campionato, otto nelle ultime sei gare. Non male per chi era lo aveva definito un attaccante da pochi gol a stagione.

Stiamo parlando ovviamente di Simone Zaza, punta del Valencia che tanto bene sta facendo sotto gli occhi dei tifosi del Mestalla. Cecchino infallibile, che finalmente ha trovato il giusto equilibrio con i compagni e con la piazza valenciana.

Ultima vittima dei suoi colpi è stato il Deportivo Alaves di mister Gianni De Biasi, battuto in casa dai Taronges. Una staffilata sotto all’incrocio che ha beffato il portiere Pacheco.

Un infortunio al ginocchio subito il 5 ottobre scorso, in un’amichevole contro l’Eldense, aveva rischiato di fargli finire la stagione ancora prima di iniziarla. L’esclusione della rottura dei legamenti gli hanno permesso di riprendersi al meglio dopo qualche giorno ai box. Dopo il riposo e una terapia specifica è tornato a fare ciò che aveva lasciato in sospeso: segnare. 10 presenze – 9 reti, davanti a lui solo il marziano Lionel Messi con 12 centri.

Arrivato nella finestra di gennaio 2017 dopo la parentesi negativa al West Ham di sei mesi, Zaza ha segnato 6 gol in 20 presenze, tra cui la prima doppietta spagnola contro il Granada.


Quest’anno però la musica è cambiata ha subito innescato una marcia in più e a livello realizzativo è cresciuto in maniera evidente.

I tifosi e la squadra lo ha pian piano accolto e apprezzato dentro e fuori dal campo e anche lui ha risposto in maniera più che positiva tanto da mostrarsi al mondo come calciatore-tifoso. In effetti, qualche mese fa, durante il match del 22 agosto scorso contro il Las Palmas, l’attaccante lucano è stato “beccato” a cantare i cori dello stadio proprio nel bel mezzo del gioco. Un vero e proprio legame e una sinergia tra il numero 9 italiano e la tifoseria spagnola.

Ora, dato il buon rendimento in Liga, non basta che rivederlo con la maglia azzurra in vista soprattutto dello spareggio dei Mondiali 2018 in Russia contro la Svezia. La sua qualità e l’ottimo stato di forma può essere fattore fondamentale per l’Italia. Tutto sta nella decisione del commissario tecnico Ventura se convocarlo o no per il doppio match contro gli scandinavi. Certo ora come ora, tra gli attaccanti nel giro della Nazionale Italia il solo Immobile è in condizione. Il Gallo Belotti è ancora in fase di recupero dopo l’infortunio, Eder gioca col contagocce e Gabbiadini è un po’ altalenante. Simone Zaza potrebbe far comodo per la fase offensiva azzurra.

A Ventura la decisione, Zaza il suo lo sta facendo.

Dario Sette

Mario Balotelli non è un calciatore che ama molto le interviste anzi, in oltre occasioni, ci sono stati contrasti tra i media e l’attaccante.

I giornalisti del Nice Matin qualceh giorno fa, dopo un anno dal suo approdo in Francia, hanno avuto il “privilegio” di ascoltare le parole dell’italiano.

SuperMario ha spaziato su vari argomenti: dallo sport in cui ha parlato della sua avventura a Nizza ma soprattutto della Nazionale, oltre che della sua vita privata.

Convinto dell’intervista, Balotelli ha ribadito:

È importante che mi esprimi in modo che i tifosi sappiano la mia vera personalità e l’uomo che sono. Mi danno ai nervi i giudizi che vanno oltre il calcio!

A Nizza sta vivendo una nuova vita calcistica, l’anno scorso l’exploit della squadra della Costa Azzurra con tanto di qualificazione alla Champions League. Quest’anno la situazione è più altalenante. Attualmente i rossoneri non vincono in campionato da oltre un mese e domani c’è la trasferta a Parigi contro il Psg.

Vincere è possibile, difficile, ma fattibile. Anche se avrei preferito giocare contro Neymar.

In effetti la stella brasiliana salterà il match a causa dell’espulsione rimediata nell’ultima gara contro il Marsiglia, comunque sia un motivo in più per il Nizza per giocarsela di più contro i vicecampioni di Francia.

Ovviamente le belle prestazioni in campo di SuperMario portano al pensiero Nazionale. Lungo l’intervista Balotelli non ha negato il suo forte attaccamento alla maglia azzurra e che gli piacerebbe ancora tanto poterla indossare dato che l’ultima convocazione risale al novembre 2014 dal ct Conte. In quell’occasione la punta ha dato forfait a causa di un infortunio; mentre l’ultimo match in azzurro risale addirittura alla triste partita del Mondiale brasiliano 2014 persa per 1-0 contro l’Uruguay.

Se il ct Ventura volesse chiamarmi, io sarei pronto. Se non volesse farlo, tiferei sempre per la mia Nazionale!

Un attaccante più maturo quello visto a Nizza, grazie anche alla fiducia della squadra e alla stabilità personale. La nascita del secondo figlio, Lion, il bimbo avuto dalla relazione con Clelia, ragazza 26enne residente in Svizzera, ha giovato in Mario.

Good night ❤️ #Father&Son

Un post condiviso da Mario Balotelli???? (@mb459) in data:

Sembrano lontani i tempi del “Why always me?”

Balotelli sa che per meritarsi la maglia azzurra deve dimostrare di essere sempre ad alti livelli e come tale accetta di ascoltare le critiche solo calcistiche:

Accetto i giudizi anche se possono non piacermi. In ogni caso so bene quando non ho giocato bene la domenica: il lunedì ne discuto con l’allenatore. Non ho bisogno di leggerlo sui giornali per saperlo. E se ho giocato male, per rimediare devo lavorare duramente dal lunedì al venerdì per far bene alla domenica seguente. Non è che il giudizio degli altri m’interessi, ma per me il solo mezzo per migliorare è lavorare. Le critiche non mi piacciono, ma esistono e le accetto. Fanno parte del mestiere. Se non le accetti, bisogna cambiare sport!

Dario Sette

È atterrato a Toronto in una fredda giornata di febbraio nel 2015 ma, sin dai primi passi, ha capito che l’avventura in Canada sarebbe stato qualcosa di speciale. In effetti è così. Da subito Sebastian Giovinco si è ambientato in un campionato diverso da quello italiano. Un’altra cosa però ha portato via dal calcio italiano , oltre al talento: la voglia di vincere!

In una lettera commovente, il numero 10 del Toronto Fc ha voluto descrivere i suoi tre anni nella città canadese che lo ha accolto come un campione e lo venera come un divinità.

“Sono arrivato a Toronto da quasi tre anni e ci sono due cose che devo ancora vedere. Una sono le Cascate del Niagara. E ci andrò, alla fine. Ma prima, c’è qualcos’altro che voglio vedere. Che devo vedere: il Toronto FC che vince la MLS. L’anno scorso ci siamo andati abbastanza vicini, ma andarci vicino non è abbastanza. Vengo dall’Italia e lì ho giocato per la maggior parte della mia carriera. E in Italia abbiamo detto questo: è come andare a Roma e non vedere il Papa. Ora, non voglio confrontare il titolo della MLS con una visita in Vaticano o altro, ma …. Non sono venuto fin qui per non vedere Toronto vincere un campionato. Questo è tutto.

Ricordo il primo campo che ho calcato a Torino da bambino. Non c’era erba, solo sporcizia e linee di gesso che mi avrebbero polverizzato in qualsiasi momento con una caduta o una scivolata sbagliata. Su questo terreno difficile, se fossi caduto, è probabile che mi sarei rotto qualcosa. Ma quel campo era tutto quello che avevamo. Non c’era un grande cinema o un centro commerciale nella nostra città. Niente. Potevi giocare a calcio o … potevi giocare a calcio. Solo su quel terribile campo. Ma senza esso, non avrei iniziato a giocare a calcio. Non ero come gli altri bambini italiani che sognavano di giocare in Serie A. Non l’ho nemmeno guardato tanto in televisione. Per lo più rimanevo in giro con mia madre. Lavorava al piccolo bar che mio zio ha possedeva. Ma poi, ci sarebbe stato quel campo.

Passavo tutto il tempo con i miei amici. A volte vorrei guardare i ragazzi che giocano a calcio su quel campo. Alcuni squadre regionali. Un giorno, la squadra locale stava giocando a una partita 7 contro 7 e mancava un giocatore. All’epoca avevo solo sei o sette anni e i ragazzi della squadra erano molto più vecchi. Penso fossero disperati perché – visto che ero l’unico in giro – mi hanno buttato dentro.

E subito avevo capito: tutto sarà diverso per me. Giocare a calcio … mi ha reso felice. È stato divertente. Mi ha aiutato a crearmi nuovi amici. Quando sono tornato a casa quel giorno ho detto a mio padre della squadra e che volevo continuare a giocare per loro. Il giorno dopo sono tornato. E il giorno dopo pure.Ho iniziato come centrocampista, mi piaceva fare assist. Ma poi ho capito che l’unica cosa che mi rendeva più felice di fare un assist per un gol, era farlo. Per me, i gol erano la cosa più importante: è come vincere.

Divenne una specie di scuola per me. Ho passato tutto il tempo ad allenarmi con questa squadra: si chiamava San Giorgio Azzurri. Avrei giocato ovunque potevo, in una piazzola, nei parchi cittadini, e anche nel piccolo appartamento della mia famiglia con il mio fratellino, Giuseppe. Era un piccolo posto per noi quattro. C’era solo una camera da letto, quella per miei genitori, i capi. Io e mio fratello abbiamo dovuto dormire nel salotto. Durante la giornata giocavamo a calcio contro pareti di casa. Mia madre impazziva.

Almost the same @giuseppegiovinco

Un post condiviso da Sebastian Giovinco (@sebagiovincoofficial) in data:

Non avevamo molto. Vivevamo a sole 15 miglia dallo Stadio delle Alpi, ma non abbiamo mai comprato i biglietti per guardare la Juventus. Sicuramente non potevamo permetterci di comprare qualsiasi cosa. Ricordo che mio padre, che era un duro lavoratore, ha dovuto risparmiare un intero anno per comprarmi i miei primi scarpini da calcio. Scarpette, scarpini, qualunque cosa: non mi importava. Essere sul campo era l’unica cosa che contava.

Dopo un anno con la mia squadra, uno scout della Juventus mi ha invitato a giocare per le giovanili del club. Probabilmente sembra folle, ma fu così veloce. Un giorno stai giocando per la tua piccola squadra locale e poi ti chiama un club di Serie A. Almeno questo è stato per me. Un giorno un signore si è presentato, ha parlato con me e mio padre, e il giorno successivo facevo parte del vivaio della Juve.

Vivevo vicino al centro sportivo, sono quindi rimasto nella casa dei miei genitori. Ogni mattina mio padre mi portava al campo con la sua piccola Renault 5. Quindi tornava a casa, prendeva mia madre e la lasciava al bar dove lavorava. Alla fine della giornata, prendeva la mamma e la portava a casa in modo da poter preparare la cena mentre finivo l’allenamento. Vi giuro che ha fatto così tanti chilometri su quella piccola Renault che avrebbe dovuto cambiare auto ogni due anni.

Mio padre non era un fan del calcio. È stato un tifoso del Milan in quanto veniva da Milano, ed era la squadra più forte in quegli anni. Ma non ha mai giocato o visto una partita di calcio su un televisore. Quindi lui era contento di vedermi giocare alla Juventus finché io sarei stato felice di farlo.

Ma per un po’ non fui felice. Quando avevo circa 15 o 16 anni avevo tempo solo per giocare. E molte volte tornando a casa, salivo in macchina e piangevo. Un giorno, papà fermò la macchina. “Seba,” disse, “non ti voglio riportare lì domani.” Lo guardai in faccia, asciugandomi le lacrime: “Perché?” “Perché non ti porto qui per piangere.” Ho pensato per un momento: ok, non ho intenzione di piangere. Devo solo lavorare sodo. E vincere. Cosa che, onestamente, era tutto ciò che si aspettava il club. Niente lacrime. Zero. C’è questa mentalità alla Juventus. È abbastanza semplice ….Vincere. Ti insegnano il rispetto e il vincere con rispetto. Ma alla fine della giornata, conta solo una cosa. Aver vinto. Quella mentalità mi è stata inculcata dal momento in cui sono arrivato alla Juve. Vincere e basta.

E quando ho compiuto 17 anni avevo la possibilità di firmare il mio primo contratto ufficiale con la Juventus. Da quando ero piccolo, mio padre veniva con me. Avevo bisogno che mio padre venisse con me per firmare la carta per un nuovo appartamento. Era una delle prime cose che ho comprato per la mia famiglia: una stanza per tutti.

Ricordo la prima volta che ho fatto un passo sul campo allo stadio. Non era niente di simile a quello del mio primo campetto. Stavo giocando accanto a Del Piero, stavo servendo Trezeguet. Sono stato orgoglioso di aver lavorato per tornare in Serie A dopo solo una stagione. Non credo che avrei avuto l’opportunità di giocare tanto se non fossi stato in Serie B. Ma la promozione non era qualcosa di cui si parlava molto. Come ho detto, c’è solo una cosa che conta alla Juventus. E non importa come sia fatto. E per me, come sempre, tutto ciò che contava era che io fossi in campo.

Ma dopo qualche anno, sapevo che non avrei avuto più molti minuti in campo con la Juventus. Sono andato in giro per l’Italia con un paio di prestiti, e mentre il mio contratto alla Juve giungeva al termine ho iniziato a pensare di trasferirmi in MLS. Toronto fu il club che mi raggiunse e il colloquio tra le parti fu abbastanza veloce. Quindi, da quel momento c’era solo una squadra di cui mi importava: Toronto Fc. Entro due o tre giorni abbiamo raggiunto un accordo. Sarei venuto a giocare a Toronto.

La prima volta che sono arrivato a Toronto è stato nel febbraio 2015. E quando il mio aereo è atterrato … beh … diciamo solo che il freddo è la cosa che mi ricordo di più di quel giorno. Quello, e le centinaia di tifosi che sono venuti ad accogliermi in aeroporto.

E ho imparato due cose da quel momento:
1) che una giacca di Canada Goose mi terrà sempre al caldo (la squadra me ne diede una il giorno in cui ho atterrai);
2) che i tifosi di Toronto Fc saranno sempre accanto a noi.

Non credo di sapere quanto fosse bella questa città. È strano. È una sensazione strana. Ho giocato per altri club in altre città, e so non è facile spostare la propria vita, la propria carriera. Non è facile arrivare in un nuovo posto e avere i tifosi che ti accolgono. Ma a Toronto mi sono sentito subito a casa. Tutti volevano fare una sola cosa. Vincere. E lo abbiamo fatto.

Nel 2015, la mia prima stagione qui, abbiamo fatto la postseason per la prima volta nella storia del team. Ma credo che ci fosse un altro ostacolo davanti a noi. Dopo aver conquistato il nostro posto ai playoff, abbiamo festeggiato troppo. Abbiamo perso i nostri ultimi due match di campionato. E poi siamo stati eliminati nel primo round dei playoff a Montreal.

Vedi, c’è questa altra parte della mentalità della Juventus che penso che dobbiamo imparare qui a Toronto. Si vince oggi, si smette di festeggiare oggi e si passa avanti.

Quella sconfitta contro Montreal, però, è stata per me un’emozione. Volevo dimostrare qualcosa alla squadra, alla città. Volevo mostrare perché sono qui e cosa potevamo fare. Tutti hanno imparato da quella partita. Era una sorta di inizio di un viaggio per la nostra squadra. Abbiamo pensato che potevamo farcela nel 2016. Abbiamo imparato da Montreal nei playoff ma poi lo abbiamo rifatto in finale.

Ma, quella finale. Voglio dire, cosa puoi dire veramente su di essa? Se devo essere onesto, ho avuto questa sensazione un paio di giorni prima. Non lo so, c’era solo qualcosa dentro la mia mente che mi diceva che le cose non sarebbero andate per il verso giusto. Ho parlato con un paio di miei familiari e amici di questa cosa. E tentarono di scuotermi per il giorno della finale. Abbiamo avuto le nostre opportunità, ma non siamo riusciti a finirla. Non ho potuto finirla. Potrei chiedermi cosa sarebbe successo se non fossi uscito dal campo per crampi. Potrei chiedermi cosa sarebbe successo se avessi fatto questo o quello. Ma credo sia la stessa cosa di se vinci o perdi … devi andare avanti. Devi andare avanti.

Così abbiamo fatto i piccoli cambiamenti qua e là che dovevamo fare. Ed eravamo già abbastanza forti, per il semplice fatto che abbiamo due grandi giocatori:

C’è Michael Bradley. E ‘il nostro leader sul campo e nello spogliatoio. E dopo tutto quel tempo passato a giocare a Roma anche il suo italiano è abbastanza buono (forse anche meglio del mio!). Ma la cosa più importante è che lui sta dando consigli ai giovani e ci carica tutti prima di una partita.

E c’è poi Jozy. E ‘il mio uomo. È divertente, nel mio primo anno in MLS nessuno conosceva il mio stile di gioco, così potevo mettere a segno tanti gol quando i compagni mi servivano in area. Il secondo anno, immagino che gli avversari mi siano stati più attaccati. Sono stato coperto un po ‘di più. Ma quei ragazzi, come Jozy, si sono allenati per migliorare. E lo hanno fatto. Non lo so, io sento questo legame naturale con lui sul campo. Non abbiamo lunghe conversazioni prima di una partita. Andiamo là fuori e sappiamo dove l’altro sta andando.

Immagino che non sto veramente chiacchierando molto con nessuno, davvero. Forse è una cosa linguistica. Ma poi ci sono ragazzi che dimostrano sul campo il loro parlare. Del Piero era molto simile. E quando non parlo, ascolto. Sto ascoltando i nostri tifosi. Sarò onesto: ancora non capisco molti dei cori (sto imparando!), ma sento quando il mio nome viene cantato dalla folla al BMO. L’ho sentito. E lo sento.

Chiama la nostra stagione un ritorno, una storia di redenzione, qualunque cosa tu voglia. Siamo stati in cima tutto l’anno. Ma non siamo soddisfatti. E dopo ogni vittoriafermiamo i festeggiamenti e andiamo avanti. E non ci fermeremo finché non lo vedremo: uno scudetto a Toronto. E poi – dopo che ci vedrò sollevare la Coppa del MLS – so cosa farò.

Inoltre, sento che il lato canadese delle cascate del Niagara è molto più bello.”

Grande Seba!

Dario Sette