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Dario Sette

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Un campione, si sa, non lo è solo in campo durante una gara, ma lo è a 360 gradi, anche nella vita quotidiana. Un gesto d’affetto, di rispetto e di passione, infatti, può essere più indelebile di un trionfo in un match o della conquista di un trofeo.

Proprio questo è quello che capita a quei fuoriclasse che sono veri uomini anche lontano dalle competizioni agonistiche.

Bebe Vio, vincitrice dell’oro paralimpico nel fioretto alle Olimpiadi di Rio 2016 e icona dello sport italiano,fa parlare molto di sé anche quando non è in pedana. Tra sketch ironici sulla sua disabilità e campagne di sensibilizzazione per le vaccinazioni, la campionessa ha regalato un’immensa gioia a una sua collega di fioretto Alice Pigato, un’atleta 16enne di Novi Ligure. Durante un torneo valido per il campionato nazionale la giovane Alice ha portato a casa la terza posizione, preceduta da Alessia Biagini e proprio da Bebe Vio, vincitrice della prova. La campionessa paraolimpica, al momento della premiazione, non ha esitato un attimo nel regalare la sua medaglia d’oro proprio ad Alice.

Ma Bebe Vio non è stata la prima a fare quest’umile gesto. In passato, infatti, campionissimi come ad esempio il rugbista neozelandese Sonny B Williams o la Nazionale azzurra di pallavolo maschile o il pugile Carl Frampton.

Williams, il centro degli All Blacks, poco dopo aver ricevuto la medaglia d’oro  della Coppa del Mondo 2015 a Londra, ha voluto premiare un ragazzino che era entrato in campo proprio per abbracciare il suo beniamino. Il piccolo, dopo essersi divincolato dalla polizia è riuscito a farsi notare dai giocatori neozelandesi che stavano festeggiando la vittoria ed è stato preso in custodia proprio da Williams, il quale dopo quest’umile gesto è stato definito golden heart.

E dal cuore d’oro sono stati anche i ragazzi della nazionale italiana di pallavolo, i quali hanno deciso di donare il premio di 50mila euro ottenuti dalla Fondazione Giovanni Agnelli alle popolazioni colpite dal terremoto in Umbria, Lazio e Marche. Durante la stessa premiazione, anche il fiorettista Daniele Garozzo, oro a Rio 2016, ha voluto devolvere la vincita di 150mila euro in beneficenza.

Anche dalla Scozia giungono notizie dal sapore romantico. L’ex allenatore del Glasgow Rangers, Mark Warburton, colui che è stato l’artefice del ritorno in Premiership della squadra più titolata di Scozia, ha regalato la sua medaglia a un piccolo supporter dei Gers affetto da una rara malattia. Il gesto è stato complimentato in primis dal giovane fan ma soprattutto da altri personaggi famosi.

Un gesto insperato l’ha subito anche un altro giovanissimo appassionato di boxe, Devon Gillespie, il quale ha ricevuto a sorpresa la medaglia del pugile nordirlandese, Carl Frampton. Dopo aver firmato l’autografo al piccolo Devon, il boxer britannico gli ha piacevolmente offerto la medaglia ottenuta poco prima.

Discorso inverso è accaduto al forte pugile irlandese, Michael Conlan. Un bambino di 5 anni ha fatto recapitare all’atleta una lettera scritta di suo pugno oltre che una medaglia vinta a scuola per sottolineargli la sua ammirazione nonostante la sconfitta subita alle Olimpiadi in Brasile.

Il tecnico, Josè Mourinho, è stato addirittura due volte coinvolto in “generosi” regali ad estranei. Lo Special One, forse troppo abituato a vincere, ha regalato, sia nel 2009 quando era allenatore dell’Inter dopo la sconfitta in Supercoppa Italiana che nel 2015 quando era al Chelsea, la sua medaglia d’argento a persone presenti in tribuna.

C’è chi però la sua medaglia d’oro olimpica l’ha proprio svenduta in maniera più che goffa. Il polacco Pawel Fajdek, campione del mondo nel lancio del martello a Pechino 2015, dopo aver festeggiato la vittoria a suon di brindisi, ha pagato il taxi che lo ha riportato a casa proprio con la medaglia d’oro vinta qualche ora prima non avendo contanti. Per fortuna le autorità cinesi hanno rimediato all’errore dell’atleta visibilmente ubriaco.

Vabbè, nel bene o nel male regalare una medaglia fa sempre notizia.

Dario Sette

Lo sport è fatto di partenze nostalgiche ma anche di graditissimi ritorni.
Il rientro dell’allenatore italiano di volley Giampaolo Medei dopo l’esperienza estera in Francia è sicuramente una bella notizia per lo sport nostrano.

Il coach marchigiano, dopo aver guidato ben tre squadre transalpine, ha deciso dopo 11 anni di tornare proprio a casa, nella sua Macerata. In effetti dopo aver trascorso la carriera d’allenatore, prima nel settore giovanile e successivamente come vice di Roberto Masciarelli, torna finalmente alla guida della panchina della squadra fresca del quarto titolo di campione d’Italia.
Tuttavia c’è comunque da sottolineare che l’Italia non è mai stata realmente “abbandonata” da Medei, dato che dal 2015 è il vice commissario tecnico della Nazionale italiana (del ct Chicco Blengini), argento alle Olimpiadi 2016 a Rio de Janeiro.

Nella Cucine Lube Civitanova andrà a sostituire proprio il ct Blengini, il quale dopo la vittoria del titolo ha deciso di concentrarsi solamente per la Nazionale in vista dell’Europeo di agosto.

 

Per quanto riguarda invece il tecnico originario di Treia, l’obiettivo futuro è sicuramente quello di cercare di proseguire il lavoro di Chicco Blengini: confermarsi sia a livello nazionale e cercare di fare bene anche in Europa. Giampaolo Medei sa come si può vincere a Macerata. Nei suoi cinque anni di permanenza dal 2001 al 2006 ha ottenuto, infatti, un campionato, una Coppa Italia, una Champions League (2001/02) e due coppe Cev.

Proprio la Cev Cup è stato l’ultimo trofeo vinto dal tecnico marchigiano alla guida del club francese Tours VB lo scorso aprile. La squadra transalpina ha sconfitto al Golden set la Diatec Trentino . La squadra italiana è stata beffata di due punti nell’ultimo set decisivo dopo che si era presentata in Francia con un secco 3-0 ottenuto all’andata. Al palazzetto Salle Robert-Grenon di Tours la squadra guidata da Medei ha chiuso il discorso con uno scoppiettante 15-13, vincendo così il primo titolo Cev della sua storia.

 

Dunque coach Medei lascia la Francia con un successo e in seguito non ha potuto declinare la proposta ricevuta dalla società di Macerata per guidare una delle squadre più blasonate della pallavolo nostrana.

Soddisfatto il presidente della Lube, Fabio Giuliani:

La scelta di Giampaolo Medei è all’insegna della continuità con il nostro condottiero Chicco Blengini. L’identikit del nuovo tecnico ci ha subito portato a lui, una decisione che vuole premiare anche la storia della nostra ‘cantera’. Si è creato un grande gruppo e stiamo lavorando soprattutto per non disperdere quanto fatto finora: ripeto, continuità è la nostra parola d’ordine.

In Italia è ricordato come il collaboratore tecnico di Antonio Conte; colui che, negli anni di rinascita bianconera, ha dato il contributo alla vittoria dei primi tre scudetti accanto all’allenatore salentino.
A qualche anno di distanza però, Massimo Carrera è diventato finalmente il vero protagonista indiscusso del successo in un campionato di calcio, e lo ha fatto in Russia.

Il 53enne tecnico milanese è riuscito a trionfare con lo Spartak Mosca, ottenendo la decima Prem’er-Liga russa della storia del club moscovita dopo 16 lunghi anni d’attesa. Infatti, il titolo di campione  mancava in casa biancorossa dal lontano 2001, dopo che nelle prime dieci stagioni gli Spartachi erano riusciti a trionfare addirittura nove volte.
Il successo, per l’ex campione della Juventus, arriva anche grazie alla sconfitta dello Zenit San Pietroburgo per 1-0 contro il Terek.
Una stagione calcistica dominata sin dall’inizio. In effetti la squadra, a suon di vittorie, è riuscita a domare club molto più prestigiosi e blasonati come lo Zenit di mister Lucescu, e i rivali cittadini del Cska Mosca. Il tutto è stato appunto possibile grazie alla guida di Massimo Carrera che, dopo gli anni accanto ad Antonio Conte, è riuscito a mettere in pratica gli insegnamenti tanto da poi essere vincente anche da solo.

L’avventura in Russia inizia a rilento perché il tecnico lombardo entra nello staff del team in qualità di allenatore in seconda. Dopo la prima giornata di campionato però, prende provvisoriamente il posto del dimissionario Dmitrij Alenicev. Dopo la più che positiva partenza, il presidente del club moscovita, Leonid Fedun, lo ha confermato sulla panchina e lui ha ricambiato la fiducia con uno storico trionfo, ottenuto addirittura con tre giornate d’anticipo.

“Abbiamo pianto per l’emozione. Io e mia moglie Pinny. Al fischio finale ho provato un’emozione fortissima. Un risultato molto bello e importante per tutta la nostra famiglia e per la mia carriera. Sono felice per i giocatori, per i nostri tifosi e per il presidente. È la vittoria di tutti”.

A contribuire nella vittoria c’è anche un altro po’ di Italia. In effetti, all’interno della rosa biancorossa, c’è anche un altro italiano doc, Salvatore Bocchetti. Il difensore ex Genoa e Milan è oramai russo d’adozione poiché ha vestito anche la maglia del Rubin Kazan. Nel club, inoltre, militano anche altre conoscenze della Serie A come i brasiliani Luiz Adriano (ex Milan), Fernando (ex Sampdoria) e Mauricio (ex Lazio).

Un trionfo italiano in Russia quello di Massimo Carrera che si va ad aggiungere ai due campionati vinti da Luciano Spalletti nel 2010 e nel 2012 alla guida dello Zenit.
I complimenti per la vittoria del Russian Premier League sono arrivati anche dal club bianconero attraverso i social.

Per l’allenatore italiano ora non resta che chiudere al meglio il campionato per poi godersi le meritate vacanze in vista della prossima stagione che vedrà il club moscovita protagonista non solo in Russia ma anche in Europa in Champions League; e magari il destino potrà fare scontrare il tecnico lombardo con il suo mentore Antonio Conte, ora alla guida degli inglese del Chelsea.

Dario Sette

Il ritornello del tormentone dell’estate 2015 di Giusy Ferreri era “Volerei da te, da Milano fino a Hong Kong, passando per Londra, da Roma e fino a Bangkok”. In effetti questa strofa è anche un po’ la sintesi dell’avventura dell’attuale allenatore della nazionale femminile pallanuoto della Thailandia, Daniele Ferri, che nel 2013 ha iniziato la sua esperienza sulla panchina del setterosa Thai.
Laureato in Economia e dipendente in un’azienda informatica, il giovane toscano lascia l’Italia per la volta di Bangkok per inseguire il sogno di diventare allenatore di pallanuoto. Il sogno è poi diventato realtà, condito anche con i successi ottenuti in vasca come la storica medaglia d’oro ai Sea Games del 2015 a Singapore. Daniele Ferri prima di essere tecnico della nazionale asiatica, seppur sempre appassionato di pallanuoto, aveva allenato solamente per hobby nel tempo libero quando era a Prato.

Com’è partita questa avventura, lasciare improvvisamente l’Italia per la Thailandia?

È nato tutto per caso, io sono venuto in Thailandia prima per una vacanza e in seguito la dirigenza della squadra ha chiesto a un mio amico se avesse potuto aiutare loro alla ricerca di un head coach per la Nazionale femminile. Un progetto nuovo, che sarebbe partito da zero. Beh! Mi hanno contattato e non ci ho pensato su due volte.

Come si trova in Thailandia?

Molto bene. Chiaramente ci sono usi e costumi molto diversi dai nostri. Reputo la Thailandia un Paese bellissimo, proprio come l’Italia, entrambe però hanno altri tipi di problemi purtroppo.

Com’è stato il primo approccio con la squadra? Come comunica con loro?

Da parte mia c’è stato un approccio poco democratico, direi prevalentemente “autoritario”. Sapevo benissimo che per ottenere subito dei risultati le ragazze dovevano seguirmi, a volte con le buone a volte meno. Proprio perché ho cercato di inculcare il lavoro e il sacrificio.
In allenamento comunico in lingua Thai, quando faccio delle riunioni parlo in inglese.

Oggi invece come procede il lavoro? Come definisce le sue ragazze?

Il progetto prosegue bene, la squadra è in crescita sempre e posso confermare che un giorno raggiungeremo una maturità tale da potercela giocare con squadre di livello top.
Le due sedute di allenamento quotidiane affiancate a tre giorni di palestra con personal trainer e a un giorno di riposo ci aiutano a migliorare il nostro livello. In effetti ad oggi siamo primi nel Sudest asiatico e quinti in Asia.
Le mie giocatrici le chiamo Thaigers, le tigri thailandesi (ride ndr).

Come avviene lo scouting per la ricerca di nuovi talenti?

I talenti li creiamo con il mio staff. Insieme si va alla ricerca nelle file del nuoto. Purtroppo in Thailandia ci sono pochi club e in più non seguono un iter professionistico preciso. Adesso siamo in Grecia e stiamo giocando con le migliori squadre di A1 ellenica. Siamo in gradi di giocarcela alla pari o vincere con tutte, solamente l’Olympiacos e il Vouliagmeni sono una spanna sopra, tant’è che lottano per vincere anche in Europa.
Alcune delle ragazze presenti in rosa hanno iniziato da poco, adesso sono ottime giocatrici. Sono molto fiero di quanto fatto sinora.

Qual è il punto forte del suo team e invece dove c’è ancora da lavorare?

Sicuramente siamo una squadra molto veloce in contropiede e con un’attenzione particolare alla difesa. Tatticamente non abbiamo niente da invidiare a tante squadre, anche perché con il mio staff abbiamo potuto osservare diversi stili di pallanuoto nel mondo. Abbiamo rubato qualcosa da tutti. Certamente  dobbiamo acquisire maggiore esperienza e giocare più partite ufficiali, anche perché la media dell’età è di 18 anni, in effetti ci sono giocatrici che hanno 15-16 anni.

Il successo ai Sea Games ti ha dato una grossa fama nel Paese, com’è stata l’esperienza?

La medaglia d’oro ai Giochi del sud est asiatico la paragono al vittoria della Premier League vinta dal Leicester di Claudio Ranieri: un mezzo miracolo. Era trent’anni che vinceva Singapore, noi siamo riusciti a spezzare questo dominio e in più l’abbiamo fatto in casa loro.
Questa stagione è in programma un torneo in Australia a Sidney e poi ci sono nuovamente in Sea Games, in Malesia. L’obiettivo è quello di avvicinarsi alla top ten delle squadre più forti a livello mondiale. Per ora in Asia, Kazakhistan, Cina e Giappone ci sono superiori.

Cosa fai nel tempo libero?

Nel tempo libero cerco di fare video analisi delle partite. Mi piace molto mangiare anche se qui la cucina è un po’ troppo piccante. Mi piace molto la tradizione Thai e tutto ciò che fa parte della loro cultura antica.

Hai qualche obiettivo personale da raggiungere? Sogni magari un salto di qualità?

Vedremo, ma è difficile. Nel calcio si vedono sempre più allenatori giovani alla guida di squadre forti, purtroppo nella pallanuoto vedo sempre le solite persone. In Italia siamo fortunati ad avere grandi allenatori come Fabio Conti e Sandro Campagna. Mentre in alcuni Paesi asiatici puntano più sul nome che sulle capacità. Ogni volta vedo che vanno alla ricerca di allenatori dalla Serbia, Croazia e Montenegro.  In Italia forse non ci sono i giocatori più forti del mondo, ma sicuramente ci sono i più grandi allenatori.

A proposito d’Italia, ti manca?

L’Italia è il Paese più bello del mondo, posso ribadirlo dato che ho girato tantissimo nella mia vita. Amo molto il mio Paese e mi commuovo quando sento il mio inno nazionale. Mi manca l’espresso, ormai in tutto il mondo sanno fare un discreto cappuccino ma l’espresso è buono solo da noi.

Dario Sette

La sua carriera in Serie A è iniziata con l’etichettatura di eterno secondo, ma in oltre 20 anni di carriera mister Carlo Ancelotti ha sfatato qualsiasi mito diventando l’allenatore re d’Europa grazie alle conquiste dei titoli nazionali dei maggiori campionati europei: Italia, Francia, Inghilterra e Germania; e la decima Champions League del Real Madrid in Spagna.

Ancelotti, con il suo 19esimo titolo in bacheca, è diventato così il re Mida italiano: dove arriva lui, la sua squadra vince. L’ultimo successo in ordine cronologico è stato il Meisterschale in Bundesliga con il Bayern Monaco, avvenuta dopo la delusione per l’uscita dalla Champions League contro il Real Madrid.

Proprio in Spagna quando era allenatore dei blancos, mister Ancelotti non è riuscito a portare a casa la Liga; in compenso però ha avuto modo di ottenere la tanto desiderata quanto storica Décima Coppa dei Campioni.

Nella lista degli allenatori più vincenti della storia del calcio moderno europeo c’è sicuramente il suo nome. Uno sportivo che, dopo i successi con Milan e Roma da calciatore, ha avuto modo di ottenere tantissimi trionfi anche dalla panchina. In effetti, Carlo Magno  (come lo hanno definito alcuni media spagnoli durante la sua esperienza al Real), dopo le due Champions vinte da calciatore, ha avuto modo di alzare altre 3 volte la coppa dalle grandi orecchie: 2 col Milan (2003 e 2007) e una col Real Madrid nel 2014.

In bacheca però ci sono anche e soprattutto i campionati che ha vinto negli ultimi 20 anni.

Dopo un inizio di carriera positivo grazie al raggiungimento di uno inaspettato secondo posto con il Parma nella stagione 1996/97, Carletto subisce un calo dovuto anche alla sfortuna nei primi anni 2000 a Torino, sponda bianconera. Nella Juventus infatti, arriva con l’intento di fare bene e di vincere dopo gli anni trionfanti di Marcello Lippi. Le attese però non vengono ripagate perché nelle due stagioni alla guida della Vecchia Signora  non va oltre due secondi posti (1999/00 Scudetto alla Lazio e 2000/01 Scudetto alla Roma ed etichetta di “perdente di successo”.

In seguito all’esperienza negativa sulla panchina bianconera, nel 2001 Ancelotti si trasferisce al Milan. Nelle otto stagioni trascorse tra i rossoneri, l’allenatore di Reggiolo vince praticamente tutto, diventando anche  il secondo tecnico per numero di presenze della squadra milanese dopo Nereo Rocco. Unica amarezza in rossonero è l’amara sconfitta a Istanbul nella finale di Champions nel 2005 contro il Liverpool, vendicata due anni più tardi ad Atene.

Dal 2009 in poi il tecnico decide di provare esperienze all’estero. La prima avventura fuori dai confini italiani è la Premier League nel Chelsea post Mourinho e Hiddink. A Londra vince campionato, FA Cup e Community Shield. Nel maggio 2011, il presidente dei Blues, Roman Abramovich, in seguito a una stagione inferiore alle aspettative con un secondo posto in campionato e l’eliminazione in Champions League, decide di esonerarlo.

In seguito alla parentesi londinese, mister Ancelotti vola in Ligue 1 nel Paris Saint Germain del presidente Al-Khelaifi. Nella capitale francese riesce a riportare il titolo dopo quasi venti anni di digiuno. La stagione 2012/13 con la vittoria del terzo Hexagonal il Psg non si è più fermato diventando una macchina perfetta in campionato e una realtà concreta anche a livello europeo.

In Spagna nel Real Madrid post Mourinho ha il compito di cambiare totalmente filosofia di calcio rispetto a quella del portoghese e ci riesce. Seppur in Liga non ottiene nessun titolo (3° nel 2013/14 e 2° nel 2014/15) riesce a portare la decima Champions League nella capitale spagnola dopo 12 lunghi anni d’attesa.

L’ultima gioia per Carlo è la Germania. Dopo un anno sabbatico torna a sedere in panchina, nella squadra più titolata in Bundesliga. Con i bavaresi ottiene il suo 19esimo titolo personale e il 27esimo trionfo tedesco della storia del club in Bundes, il quinto di fila (anche questo è un record). La prossima stagione dovrebbe essere ancora a Monaco di Baviera ma chissà se in mente ha ancora altre terre da conquistare. Gli resta poco da esplorare, ma a Carlo Magno sa come e dove vincere.

Dario Sette

Se in Serie A la Juventus domina il calcio italiano oramai quasi da 6 anni, si può ribadire che anche gli juventini che giocano in club all’estero si trovano ad alzare trofei pur non vestendo la maglia bianconera.
Tra questi c’è sicuramente il giovane portiere di proprietà della Juve, Nicola Leali, che con il suo Olympiacos ha vinto il campionato di Super League con due giornate d’anticipo.

A difendere i pali della squadra greca il giovane estremo difensore che, dopo l’esperienza in Serie A l’anno scorso con il Frosinone, è stato mandato a “farsi le ossa” nel massimo campionato greco.

La squadra ellenica, con la vittoria di quest’anno, ha raggiunto quota 44 scudetti, si può certamente paragonare i biancorossi come la “Juventus greca”.

Il portiere, cresciuto nelle giovani del Brescia, ha disputato 27 partite stagionali, tra campionato, coppa nazionale ed Europa League. Nella squadra, infatti, non c’è solamente il portiere italiano, ma anche il greco Stefanos Kapino.

Esperienza più che positiva quindi per Nicola Leali che, dopo parecchie stagioni in Serie B e un’annata difficilissima con i ciociari in Serie A con conseguente retrocessione, è riuscito a far parte di un gruppo vincente.

La stagione del portiere, tuttavia, non è stata semplice in primis per la concorrenza con l’altro collega in rosa ma anche perché s’è dovuto rialzare dal punto di vista psicologico dalle “accuse” social in seguito alla partita degli ottavi di Europa League contro il Besiktas. Il ruolo del portiere è sempre molto delicato,e, se in passato sei stato definito come l’erede di Gigi Buffon, i tifosi non la prendono bene se si subiscono quattro reti di cui due propiziati da interventi maldestri.

La sconfitta non ha certamente abbattuto Leali che ha continuato a lavorare e che sicuramente ha dato il suo contributo sia dentro che fuori dal campo ad ottenere il settimo scudetto consecutivo dei Thrilos.
Ad aiutare l’estremo difensore nel migliorarsi e nell’acquisire più esperienza possibile c’è Esteban Cambiasso. L’argentino, dopo i dieci anni all’Inter e l’esperienza in Premier League a Leicester, sta continuando la sua grandissima carriera in Grecia continuando a mietere successi.

Nell’organico dei biancorossi milita anche un’altra meteora del calcio italiano, il tedesco Marko Marin (ex Fiorentina), il quale ha ritrovato costanza nel giocare dopo anni in cui è stato tormentato da infortuni.

A Nicola Leali non resta che chiudere al meglio la stagione con l’Olympiacos così che possa capire al quanto prima cosa ne sarà del futuro prossimo.
La Juventus per ora lo ha ceduto in prestito e la prossima stagione sarà ancora Buffon a difendere la porta del Vecchia Signora. Tuttavia in casa bianconera c’è soprattutto da capire il futuro di Neto, attuale riserva del capitano. Il brasiliano ha più volte ribadito di voler giocare con più continuità e forse per la prossima stagione può provare un’esperienza lontana da Torino. Per questo motivo la strada di un rientro da parte di Leali non è impossibile. Con Buffon avanti nelle gerarchie il portiere mantovano avrà modo di imparare e continuare la sua crescita professionale.

Dario Sette

Ha lasciato la Serie A in piena maturità calcistica per farsi trovare pronto in un campionato con caratteristiche diverse. Prima o poi ritornerà in Italia per godersi il futuro.

Stiamo parlando di Marco Donadel, centrocampista 34enne, che dal 2015 ha intrapreso l’avventura calcistica in Major League Soccer nella squadra canadese del Montréal Impact.
È partito dall’Italia, nonostante le avance dell’Hellas Verona, per provare un’ esperienza diversa con nuovi stimoli e per cimentarsi in una cultura diversa.
La sua ascesa nel calcio che conta è rapidissima: la promozione in Serie A con il Lecce e i trionfi nel 2004 con la maglia della Nazionale Under 21.
In Serie A gli anni più intensi gli ha trascorsi nella Fiorentina, di cui è stato anche capitano.

Come valuti la tua esperienza canadese in Mls?

Sono contento di aver fatto questa scelta perché l’ho fatta al momento opportuno dal punto di vista anche fisico data la caratteristica del campionato. Venire a 31 anni, quando fisicamente ero ancora integro, mi ha dato la possibilità di dare il massimo.

Il calcio americano si è evoluto anche grazie all’arrivo di calciatori europei. Com’è il livello?

Da quando sono venuto qui il calcio è cresciuto molto. Posso confermare che, dalle prime apparizioni nell’ottobre 2014 ad ora, il gioco è migliorato nettamente. Ciò è stato possibile non solo per l’arrivo di calciatori europei ma anche grazie all’attenzione delle società che hanno investito prendendo tecnici preparati e migliorando le strutture sportive. Per questo motivo la gente va allo stadio e ci sono più risorse da investire sui giovani.

Qual è l’obiettivo del Montréal in questa stagione?

Il nostro obiettivo è quello di migliorarci ogni anno. Nelle ultime stagioni abbiamo fatto bene in Concacaf, la Champions League americana. Per quanto riguarda il campionato speriamo di raggiungere nuovamente la finale di Eastern Conference e magari provarla a vincere.

Non sei il primo italiano che è volato in Canada. Di Vaio e Nesta ti hanno consigliato qualcosa?

In realtà mi ha contattato direttamente la società per un periodo di “ambientamento” che prevedeva conoscenza delle strutture e allenamenti. Sono stato due settimane con Marco Di Vaio, che giocava qui. Mi ha parlato molto bene della città e della società.
Durante una cena ho avuto modo di chiacchierare anche con Alessandro Nesta, il quale mi ha evidenziato quanto il calcio fosse diverso da quello europeo ma che comunque regala una forte esperienza.
Tuttavia al di là dei loro consigli, posso ribadire di esser venuto qui per mia scelta.

Ci sono differenze culturali tra Italia e Canada? 

Confermo che ce ne sono anche se Montréal tutto sommato è una città che somiglia molto a quelle europee anche dal punto di vista della vita. La gente si gode il tempo libero: passeggiate, aperitivi e visite per la città.

Con te gioca Matteo Mancosu, il quale si dice “abbia spodestato Drogba”. È davvero successo?

Non c’è stato un vero e proprio spodestamento (ride, ndr). Drogba era all’ultimo anno e la società, nel mercato estivo, ha cercato di acquistare un attaccante che lo avrebbe sostituito non appena fosse andato via. La scelta è ricaduta su Matteo Mancosu.
All’inizio è partito dalla panchina ma si è fatto trovare pronto nella fase a eliminazione. Lucidità e freschezza fisica, oltre a un infortunio a Drogba, hanno fatto sì che Matteo scendesse in campo con più regolarità.
Ciò non toglie il grande contributo che l’attaccante ivoriano durante la sua permanenza ha dato al club e allo spogliatoio.

Qual è il rapporto con i compagni di squadra?

Preferisco scindere il rapporto professionale da quello amichevole. Con tutti i miei compagni di squadra cerco di instaurare un rapporto in primis di rispetto. Il feeling in campo aiuta anche la conoscenza.
Ho la camera con Mancosu e spesso usciamo per la città o giochiamo a carte. Ci si diverte con gli argentini, come Ignacio Piatti, anche per facilità di lingua. Ma tutto sommato ho un buon legame con tutti componenti della rosa.

Qual è stato il tuo idolo calcistico?

Da piccolo, fine anni ‘80 inizio ‘90, sono stato attratto dalla tecnica e dalle reti dei “gemelli del gol” Vialli e Mancini nella Sampdoria. Da quindicenne amavo interpreti come Veron ai tempi del Parma e Rui Costa a Firenze.
In seguito alla mia collocazione fissa a centrocampo, posso certamente dire che il mio idolo è stato l’ex capitano del Manchester United, Roy Keane. L’irlandese ha sempre incarnato il mio prototipo di centrocampista.

Ci sarà possibilità che americani vengano a giocare più spesso in Italia?

Sì, penso che ci saranno americani  in Italia anche grazie a un mercato sempre più globale. L’abnegazione e il lavoro, soprattutto negli allenamenti, permetterà ai giovani americani di migliorarsi e provare quindi un’esperienza nel calcio europeo. Diciamo che ai ragazzi americani manca solamente quella “malizia” che noi italiani impariamo soprattutto da piccoli nei campetti o nei parchi.

Cosa fai nei momenti liberi?

Non ho molto tempo libero a causa degli allentamenti. Nei momenti di relax faccio il papà a tempo pieno. Quando le temperature sono piacevoli io e la mia famiglia cerchiamo di uscire per passeggiate nei parchi, mentre quando ho qualche giorno in più optiamo per visitare altre città americane.

C’è stata qualche situazione particolare al tuo arrivo?

I primi mesi, poiché avevo la mia famiglia ancora in Italia, sono stati un po’ difficili anche a causa delle temperature rigide. Ha nevicato molto e all’inizio, quando guidavo, non ero abituato a fermarmi ben distante dal semaforo e, beh, mi sono spesso ritrovato al centro dell’incrocio! (ride, ndr).

Qual è stato il momento più bello della tua carriera in generale?

Posso ritenermi fortunato perché ho avuto tanti bei momenti nella mia carriera. La prima gioia l’ho vissuta a Lecce quando abbiamo ottenuto la promozione in Serie A. La stagione successiva a Parma abbiamo ottenuto una qualificazione in Coppa Uefa con una squadra di giovani.
Ho un bellissimo ricordo anche con la Nazionale Under 21 dove nel 2004 in pochi mesi abbiamo vinto l’Europeo in Germania e la medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Atene.
Tuttavia gli anni migliori gli ho trascorsi a Firenze dove ho avuto costanza nel giocare e ho trovato tanti amici. Un ricordo indelebile sarà sicuramente legato alla mia ultima partita in maglia viola quando tutto lo stadio Franchi a fine gara mi ha salutato con affetto, quella stessa sera poi è anche nata mia figlia. Un mix di emozioni.
Ora aspetto di vivere qualche bella sensazione anche qui in Canada.

Ti manca l’Italia? Una volta terminata la tua esperienza, cosa farai?

Certo che mi manca: il cibo, la vita, la solarità della gente e tanto altro. Torno due volte all’anno in Italia e credo che prima o poi rientrerò nella mia terra. Sto cercando ancora di imparare tante cose nel mondo calcistico e, se nel futuro ci sarà modo, potrei restare nel mondo del pallone.

Dario Sette

Partito da Roma con tantissime ambizioni per vincere trofei, nel 2013 è volato in Nba per fare il salto di qualità a livello mondiale, ma dal 2015 ha trovato la sua stabilità professionale in Turchia con il Fenerbahçe. Stiamo parlando di Luigi Datome, ventinovenne cestista della Nazionale italiana, nato nella provincia di Treviso ma cresciuto sportivamente in Sardegna.
Datome si è fatto le ossa nella regione sarda nelle giovanili della Santa Croce di Olbia, ma il suo nome in Italia è sicuramente accostato alla Virtus Roma con cui disputa cinque stagioni e trova la definitiva consacrazione. In effetti, nell’ultimo anno nella capitale, il cestista viene eletto miglior giocatore della regular season di Serie A 2012/13 giungendo in finale play-off da capitano e trascinatore. Partita persa contro la Montepaschi Siena (4-1).

La fama mondiale però arriva solamente con la vetrina del basket americano, in Nba. Il Gigione, viene chiamato così nell’ambiente della pallacanestro, si accasa nei Pistons a Ditroit con il sogno di poter far bene nel basket che conta. Alla star più famosa del basket americano LeBron James si presenta così:

L’ala piccola della Nazionale azzurra è un amante dei social network in primis proprio Twitter (quasi 150mila follower). Tant’è che nelle prime stagioni in America viene ricordato più per le vicende extrasportive che per le prestazioni in campo. Tale situazione è dovuta in parte anche al grave infortunio al piede rimediato con l’Italia che lo tiene lontano dai parquet Nba per parecchio tempo e che lo fa scendere nelle gerarchie di squadra.

Tra pochi alti e molti bassi Gigione si trasferisce a Boston nei Celtics per una seconda chance americana. La stagione sembra molto più favorevole. Si rivede il Datome della Virtus Roma tanto da essere definito dal suo coach, Brad Stevens “one of the better shooters”. ICelts raggiungono i play-off ma vengono poi battuti dai Cavaliers di LeBron James.

La sua avventura in Nba tramonta da lì a poco anche perché Datome non riesce a trovare una giusta collocazione. Per questo motivo torna in Europa, in Turchia a Fenerbahçe dove in molti lo apprezzano per le doti tecniche e fisiche. Tra le peculiarità fisiche c’è sicuramente anche la folta barba. Tra le varie battute a riguardo, il cestista ha ribadito (ovviamente su Twitter) che se la sarebbe tagliata solamente in caso di vittoria con la Nazionale azzurra.

Peccato che per ora la barba cresce sempre più e l’Italia, abbia in rosa ottimi cestisti, non riesce a imporsi a livello internazionale.

In Turchia, Datome ha ritrovato lo spirito giusto in un basket ad alti livelli, seppur diverso da quello Nba. Il club turco ha prospettive e da molti anni calca palcoscenici importanti come l’Eurolega. Lo scorso anno il club ha disputato una stagione stratosferica, aggiudicandosi campionato e coppa nazionale oltre che la finale di Eurolega, persa contro i russi del Cska Mosca. Datome viene definito l’uomo chiave della squadra. In effetti l’ala italiana, nonostante una media punti non altissima a canestro, riesce a dare quell’equilibrio che serve ai cinque in campo.

Datome si definisce uno che senza regole non sa se avrebbe fatto questa carriera” ma resta il fatto che il Giggione (con doppia G come lo chiamano i romani) mantiene le promesse. Ultima in ordine cronologico è la parola mantenuta con i ragazzi del Brembate Sopra, squadra amatoriale di basket, con cui disputerà una partita dopo aver perso una scommessa lanciata sui social.
La sfida era stata lanciata da una giocatore del Csi che aveva twittato al cestista sardo:
Hey! Quanti retweet devo fare per far si che tu venga a giocare con la mia squadra per una partitella?
Risposta di Datome: 10 mila.
Detto e fatto. Il giovane, con una grande mobilitazione sui social, ha vinto la scommessa, i retwett hanno superato la quota e l’azzurro giocherà in un campetto del bergamasco.

Campione anche fuori dal campo con l’obiettivo di vincere l’Eurolega e perché no anche un titolo con l’Italia perché vogliamo vedere Datome senza barba.

Dario Sette

Ha iniziato a giocare con una palla ovale a sei anni quando era un bambino e oggi, con oltre 120 presenze in Nazionale, non ha intenzione di smettere. Si tratta di Sergio Parisse, 33enne rugbista italiano nato in Argentina a La Plata da genitori abruzzesi residenti in Sudamerica per lavoro. Suo padre, Sergio senior, era già stato giocatore di rugby a L’Aquila. Rientrato in Italia in età adolescenziale, si è immerso appieno nel rugby per poi mai staccarsene sino a diventare una bandiera e storico capitano dell’Italrugby.

Leader indiscusso della Nazionale italiana, oltre che del club in cui milita lo Stade Français Paris, il capitano copre il ruolo di terza linea centro come il più classico dei numeri 8.
Parisse è nella capitale francese da dodici anni e ha avuto modo di vincere due campionati, uno nella stagione 2005/06 e l’altro nel 2014/15 ricevendo anche il riconoscimento di miglior giocatore del torneo.

Storica è stata la notizia di qualche settimana fa di un dietro front che ha riguardato proprio la società francese. Per molto tempo si è parlato di una fusione tra il club Stade Français e l’altra squadra parigina e rivale, il Racing 92. La notizia aveva scaturito mugugni soprattutto tra i tifosi, infatti la rivalità tra le due squadre è molto forte, paragonabile ai derby italiani Roma – Lazio e Milan – Inter.
Una vera e propria rivoluzione che per giorni ha reso teso il clima a Parigi e nelle due squadre che insieme contano quasi 90 giocatori. Infatti il progetto societario prevedeva un taglio del 50% dei giocatori facenti parte delle due rose. Taglio che però non avrebbe coinvolto direttamente Sergio Parisse così come non avrebbe interessato Dan Carter, il rugbista neozelandese del Racing 92 nonché il più pagato al mondo. A farne le spese sarebbero stati molti compagni di squadra del capitano azzurro.
Proprio per questo motivo l’intera rosa dello Stade Français, guidata proprio da Parisse, aveva pensato di proclamare un vero e proprio sciopero, interrompendo gli allenamenti e minacciando anche di non scendere in campo per il match di campionato.
Tuttavia attraverso un comunicato ufficiale, il presidente del Racing 92, Jacky Lorenzetti, ha ufficializzato che la fusione non si è fatta più, per la gioia dei tantissimi supporters e dei giocatori.

Aldilà degli aspetti prettamente sportivi, dopo tante stagioni a Parigi, Sergio Parisse è quasi francese d’adozione anche se il suo cuore batte solamente per l’Italia. Negli ultimi anni, proprio il capitano è stato il simbolo di un’Italrugby che ha cambiato look e che si è affacciata a palcoscenici internazionali con una gran voglia di farsi notare.

Il leader della Nazionale vive con la sua famiglia nella capitale transalpina, il tempo libero lo dedica alla sua famiglia e al relax. Piace accompagnare sua figlia a scuola o al parco, ma adora anche dormire, soprattutto le sera dopo un duro match.
Prima del riposo a letto però, Sergio Parisse, a fine gara negli spogliatoi cerca di alleviare la fatica gustandosi una buona birra con i suoi compagni con tanto di selfie. Ovviamente la birra la si gusta meglio dopo una vittoria.

 

A quasi 34 anni è ancora punto di riferimento del suo club e della Nazionale. Il sacrificio, la pazienza  e la costanza hanno fatto sì che diventasse uno dei giocatori più forti della storia dell’Italrugby. Il suo sogno è vincere qualcosa proprio con la maglia azzurra, provando a fare meglio nella prossima Coppa del Mondo in Giappone nel 2019.

Più fattibile è la situazione con il suo club, seppure in questa stagione lo Stade Français non stia brillando. Parisse spera che il prossimo anno si possa ripuntare alla vittoria del campionato magari con un suo “drop”, colpo di rara bellezza ma che il capitano ha già saputo realizzare molto tempo fa.

Dario Sette