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Dario Sette

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È stata una delle atlete migliori al Mondiale di Atletica a Londra. In un Mondiale poco positivo per l’Italia è stata una delle poche a brillare di luce propria e ha portato a casa una meritatissima medaglia di bronzo nella 20 chilometri di marcia.

Stiamo parlando della pugliese, Antonella Palmisano, marciatrice classe ’91 facente parte del gruppo sportivo delle Fiamme Gialle.

Dal carattere solare, Antonella ci ha raccontato in un’intervista esclusiva com’è andata la sua spedizione mondiale e cosa ha in mente per il futuro.

Nel settembre 2018 sposerà il suo compagno, l’atleta Lorenzo Dessì, in Puglia.

Qualche giorno fa, inoltre, ha anche vinto la quattro giorni di marcia “Around Taihu”, in Cina.

Partendo dalla medaglia di bronzo a Londra, come valuti la gara e come ti sei approcciata ad essa?

Posso certamente dire che in quasi tutte le gare, direi che il mio stato d’animo è lo stesso, soprattutto se sono grandi competizioni. Ho la stessa concentrazione ma anche le stesse ansie, gli stessi pensieri  che mi passano per la mente.
La gara in sé per sé è andata bene. Diciamo che in molti erano convinti che potessi prendere una medaglia, ma fino a quando non ce l’hai appesa al collo è tutto astratto, anche perché percorrere 20 km non sono una passeggiata.
Sapevo di stare bene, fisico e mente rispondevano bene. Restava comunque il fatto che alla gara avrebbero preso il via molte altre atlete forti. Nei vari mesi prima della gara si alternano varie attività: chilometri, pesi, piscina e carichi.
Una volta ottenuto il bronzo, mi sono goduta il momento qualche giorno, per poi riprendere il lavoro.

Dopo la medaglia di Londra, i prossimi pensieri sportivi dove sono diretti?

L’obiettivo mio primario è quello di migliorarmi sempre di più, anche perché raggiungere e restare ad alti livelli non è semplice e comporta sacrifici. Il prossimo anno c’è l’Europeo a Berlino e nel 2020 c’è l’Olimpiade a Tokyo.

Che valore dai al gruppo sportivo delle Fiamme Gialle?

Nel nostro sport, ahimè, dal punto di vista economico non c’è molto business. Non si può paragonare al calcio o anche ad altri sport praticati in Italia. Per questo il gruppo sportivo delle Fiamme Gialle offrono un contributo sia economico che sportivo a noi atleti, e io devo ritenermi fortunata dato che sono entrata a farne parte abbastanza presto.
Dal punto di vista prettamente sportivo, mi alleno nella caserma del gruppo sportivo quindi ho la comodità di essere sempre a contatto con tecnici, dirigenti e direttore generale. Viverli quotidianamente aiuta a creare un rapporto di fiducia e di rispetto. Le Fiamme Gialle per me sono una seconda famiglia.

Sei partita dalla Puglia. Come sei cresciuta e quando hai capito che l’atletica sarebbe stato il tuo presente e il tuo futuro?

Sono nata e cresciuta in Puglia. Ho avuto un’infanzia e un’adolescenza normale come tanti miei coetanei, con la mia cerchia di amici e con i miei genitori. In Puglia ora vado piacevolmente in vacanza o nei periodi di scarico.
Da piccola non ho mai pensato di entrare nel mondo dell’atletica. Vedevo le gare in tv, ma mi sono sempre detta “chi le farà mai!”. Diciamo che ho iniziato a prenderci gusto quando ho preso la mia prima medaglia in Coppa del Mondo di marcia, alla rassegna internazionale juniores a Chihuahua in Messico nel 2010 (bronzo nella classifica a squadre ndr) dietro ad atlete fortissime. Dopo quella medaglia ho iniziato a convincermi che Antonella poteva starci in questo “mondo”.

Com’è il livello generale dell’atletica italiana?

Aldilà delle critiche o delle parole esterne, c’è veramente da capire quello che è il problema dell’atletica in Italia. Io posso ribadire che quello che ho ottenuto l’ho fatto solamente con i miei sacrifici. Per buttarmi appieno nell’atletica ho dovuto prendere decisioni importanti, tra cui il trasferimento.
Ho deciso di dedicare il 100% di me stessa per quest’attività e devo dire che per fortuna e (per bravura ndr) i risultati sono arrivati.
Per alzare il livello in Italia bisogna voltarsi indietro, iniziare a rivedere la struttura atletica già all’interno delle scuole a maggior ragione al Sud. Bisogna capire se l’attività atletica viene fatta negli istituti e se ci sono i mezzi.
Io ho iniziato con i Giochi della Gioventù, ma ora non sono più pubblicizzati come una volta. Bisogna inculcare una cultura dell’atletica, che è uno sport bellissimo.

Dopo la dichiarazione in pubblico, decisa la data delle nozze?

Settembre 2018. Festeggiamo in Puglia, e immagino che farò un bel po’ di scarico dopo il ricevimento (ride, ndr).

Dario Sette

Ha detto no all’NBA per provare a vincere con una delle squadre più forti d’Europa e farlo insieme a un altro italiano. Stiamo parlando di Nicolò Melli, l’ala azzurra che ha detto sì ai turchi del Fenerbahce, squadra in cui milita il capitano dell’Italbasket, Gigi Datome.

Il club turco è uno dei più prestigiosi d’Europa, vincitore dell’Eurolega 2016/2017.

Il rinnovo di Datome e l’acquisto dell’ex ala dell’Olimpia Milano sottolinea il fatto che i gialloblu vogliono ancora essere protagonisti a livello nazionale e internazionale.

Per Melli dunque, dopo due anni alla corte di coach Andrea Trinchieri con la maglia del Bamberg e due titoli di Germania vinti, ha deciso di volare in Turchia per continuare la sua crescita.

Alcune fonti hanno confermato che il cestista 26enne abbia addirittura rifiutato una proposta in una squadra americana di NBA: nello specifico gli Atlanta Hawks, in cui milita l’altro azzurro Marco Belinelli.

In Germania, grazie ai consigli di coach Trinchieri, Nicolò è maturato molto ed è stato reduce da una stagione in Europa da 11.5 punti e 7.4 rimbalzi di media a partita, con il 43.4% dalla grande distanza. Numeri che gli hanno permesso di essere nominato anche giocatore del mese a dicembre e di essere inserito nel secondo miglior quintetto della competizione.

La stagione scorsa si è conclusa con l’Europeo di basket in cui l’Italia è uscita di scena contro la Serbia ai quarti di finale. Le prestazioni del neoacquisto del Fenerbahce è stato un po’ discontinuo, alternando buone prestazioni ad altre in cui è stato più in ombra, complice anche un infortunio al tendine rotuleo rimediato contro la Lituania.

Destino vuole che Melli ritroverà presto il suo passato nella prossima Eurolega. Il Fenerbahçe sarà infatti di scena al Forum di Assago nella seconda giornata, il 19 ottobre, contro la nuova Olimpia Milano affidata a Simone Pianigiani, e affronterà la trasferta in Germania a Bamberg il 10 novembre, in occasione della 6^ giornata. Un modo per mettersi in mostra contro le sue ex squadre.

In questa stagione ci sarà da divertirsi.

Dario Sette

Il 29 settembre è uscito in esclusiva in Italia il gioco di calcio più venduto e amato del mondo: FIFA 18.

Un gioco che ogni anno si migliora graficamente e per giocabilità. Un game che appassiona grandi e piccoli e che più viene sviluppato e più si avvicina alla realtà.

Quest’anno, inoltre, sono state inserite icone leggendarie del calcio mondiale. Campioni come Maradona, Pelé, Ronaldo e tanti tanti altri. Tuttavia in un modo o nell’altro ci sarà l’occasione da parte dell’utente di provare a usare campioni di altri tempi.

Ma facciamo un passo indietro, agli anni ’70. In quell’epoca, c’è da sottolineare che esistevano già i videogames, però certo non perfezionati come ora , e senza un vero e proprio gioco di calcio.
Esisteva però il gioco del Subbuteo, molto più famoso dei videogames e in commercio dal 1947 e che quest’anno compie proprio 70 anni. Un gioco da tavolo che accomuna piccoli e grandi e che fa rivivere su un vero campo di gioco gli schemi e la tattica calcistica.

Nel 1970 al Mondiale del Messico, fu realizzata la prima versione del “Subbuteo Mondiale”. Tale versione arrivò persino in Italia alla bella cifra di 10mila lire. In quella specifica creazione, il Subbuteo conteneva le squadre Brasile, Germania, Inghilterra e proprio l’Italia. Si optò per queste squadre perché le più mediatiche: il Brasile era la squadra da battere con il gioiello Pelél’Inghilterra e la Germania, rispettivamente campione e vicecampione del mondo ’66 e l’Italia che era comunque una nazionale dalla cultura calcistica e con due coppe Rimet in bacheca.

Nella famosa scatola erano presenti anche due palloncini di plastica bianchi e marroni, un tappeto di panno verde come campo, le porte, l’arbitro, i segnalinee e una lillipuziana riproduzione della storica Coppa Rimet.

Ora le cose sono un po’ cambiate, tuttavia l’uso del Subbuteo, nonostante la presenza ingombrante delle console da gioco, ha resistito, tanto che puntualmente vengono organizzati tornei a livello nazionale e internazionale.

Fatale è stata la sconfitta in trasferta al Parco dei Principi di Parigi. Carlo Ancelotti è stato esonerato dalla panchina tedesca del Bayern Monaco dopo poco più di un anno.

In effetti manca solo l’ufficialità del club, ma oramai la decisione sarebbe più che definitiva.

Gli ingranaggi con la squadra iniziavano ad andare a intermittenza da qualche settimana e ciò lo si era notato anche in campionato. In effetti, i bavaresi, durante le ultime due uscite in Bundesliga, hanno raccolto la miseria di un punto: sconfitta in trasferta contro l’Hoffenheim  e pareggio contro il Wolfsburg all’Allianz Arena per 2-2.

Neymar e compagni, nella seconda gara del girone di Champions, hanno fatto sì che la società bavarese optasse per questa decisione.

Dopo il ko europeo, infatti, la società tedesca, capeggiata dal presidente Rumenigge, ha deciso di riunirsi per un vertice d’emergenza, al fine di trovare la giusta strategia. Mister Ancelotti ha prima pensato alle dimissioni, ma alla fine le parti hanno convenuto per un esonero precoce, prima di Natale, cosa che al Bayern non accadeva dal 1991, quando fu Jupp Heynckes ad essere mandato a casa dopo un pessimo inizio di stagione.

Ad Ancelotti, oltre allo scarso rendimento in campo, è stato difficile reggere i comportamenti all’interno dello spogliatoio, situazioni che il tecnico di Reggiolo è sempre riuscito a gestire nei grandi club in cui allenato. Le frizioni con Robben, infatti, vanno ad aggiungersi a quelle recenti con Ribery, Lewandowski e Muller. I senatori della squadra, non proprio gli ultimi arrivati. Una spaccatura non risanata dentro e fuori dal campo.

Proprio il numero 10 olandese al termine del match aveva espresso il disappunto per la sua assenza tra gli undici titolari e della disfatta bavarese a Parigi:

Meglio non commentare le scelte, ogni parola detta in più sarebbe di troppo!

Dopo la vittoria di un Meisterschale e di due Supercoppa di Germania (l’ultima ottenuta all’inizio di questa stagione ai danni del Borussia Dortmund)l’avventura di Carlo Ancelotti in Baviera è giunta al capolinea.

Intanto è partito già il toto allenatore per sostituire il tecnico emiliano. Per ora la squadra è stata affidata al vice di Carletto, Willy Sagnol, ma la vera candidatura alla successione del tecnico italiano sarebbe Thomas Tuchel, ex allenatore del Dortmund.

Situazione simile a quella di Ancelotti, la sta vivendo Andrea Stramaccioni a Praga. Al quarto posto a dieci punti dal primo, l’allenatore dello Sparta non se la passa benissimo e già i tifosi gli hanno dato il ben servito.

Meglio va sicuramente ad Antonio Conte al Chelsea e a Claudio Ranieri che, dopo una partenza a singhiozzo, è riuscito a trovare i giusti equilibri a Nantes.

In Liga è appena sbarcato Gianni De Biasi che, dopo l’esperienza come ct dell’Albania, ha accettato l’incarico difficile all’Alaves, squadra ferma ancora a 0 punti dopo sei partite. Sarà un vero e proprio miracolo riuscire a salvare la squadra basca.

In Russia, è tornato a dominare lo Zenit San Pietroburgo grazie alla guida tecnica di Roberto Mancini, mentre lo Spartak Mosca di Carrera deve gestire bene il doppio impegno campionatoChampions League.

Fabio Cannavaro in Cina è quarto con il suo Tianjin Quanjian a pochi punti dal terzo posto.

Difficile la vita di un allenatore italiano all’estero.

Dario Sette

Siamo alla prima giornata del campionato australiano di calcio e, come spesso accade negli ultimi anni, ci sono alcuni giocatori italiani che ne prenderanno parte.

Tra questi c’è il centrocampista centrale Iacopo La Rocca, oramai trapiantato in Australia da 5 anni.

Durante l’esperienza oceanica il calciatore romano classe 1984 ha avuto modo di indossare tre maglie diverse di squadre militanti in A-League.

Ques’estate si trasferito nella capitale e giocherà per i Melbourne City, ma ha avuto modo di essere protagonista ad Adelalaide e a Sydney.

Come procede la permanenza in Australia? Come pensi che vada questa nuova stagione?

Quest’anno dobbiamo puntare a fare bene, abbiamo le potenzialità per essere davanti ma bisogna partire col piede giusto.
In Australia ho trovato una seconda casa. Ho ottenuto la cittadinanza e mia figlia è nata qui. Con mia moglie ci troviamo benissimo , peccato per la troppa distanza dall’Italia, da parenti e amici.

Com’è stato vincere il campionato australiano ad Adelaide, dove un altro italiano (Del Piero) non c’è riuscito?

Del Piero non ha avuto modo di vincere il campionato, ma la sua presenza ha portato un cambiamento radicale al calcio australiano, lui non è solo una leggenda per noi italiani ma in tutto il mondo.
Per me vincere il campionato è stato incredibile, un’atmosfera unica con lo stadio pieno. Per me, inoltre, c’è stata doppia soddisfazione perché abbiamo battuto la mia ex squadra, i Western Sydney.

Hai avuto modo di vincere anche la Champions Asiatica e poi partecipare anche al Mondiale per club, dove ha segnato il terzo gol di un italiano nel torneo, dopo Inzaghi e Nesta. Cos’hai provato?

Vincere la Champions League Asiatica con il Western Sydney Wanderers è stato qualcosa di inaspettato. In Australia nessuna squadra c’era mai riuscito. È stata una bella impresa soprattutto contro i colossi economici cinesi con budget illimitati. Partecipare poi al Mondiale per club in Marocco è stata una bella soddisfazione. Peccato aver perso ai tempi supplementari contro il Cruz Azul su un campo impraticabile.
Ho saputo solo dopo di essere insieme a Nesta ed Inzaghi tra gli unici italiani ad aver segnato in questa competizione due grandissimi campioni. Per me che sono romano e tifoso della Lazio, avere qualcosa che mi associa a Nesta mi rende molto orgoglioso.

Nel 2014 hai ottenuto anche il Joe Marston Medal.

Il Joe Marsten medal è una medaglia che assegnano al miglior giocatore della finale, è un importante riconoscimento ma avrei preferito senza dubbio vincere la finalissima, peccato aver perso ai tempi supplementari.

Come mai ha preso un aereo per l’Australia? Lo rifaresti?

Avevo un’offerta in Svizzera e in campionati dove non ero molto affascinato e convinto della proposta; poi il mio procuratore mi ha parlato di una squadra in Australia. Ci ho pensato, ma l’idea di andare a vivere in una delle città più belle del mondo Sydney, conoscere un nuovo Paese e una cultura differente mi ha convinto. Tuttavia è una scelta che rifarei, c’è meno stress rispetto alla Serie C italiana, dove se perdi un match sei subito contestato.

Hai avuto modo di giocare anche in Svizzera. Com’è andata?

La Svizzera è una nazione tranquilla molto simile all’Australia. Gli stadi sono bellissimi e ho un bel ricordo: la promozione nella serie A con il Bellinzona e l’aver giocato con Il Grassoppher, la squadra più titolata e una delle più forti elvetiche.

Sei cresciuto nella Lazio, senza mai esordire. Hai qualche rimpianto?

Ho giocato per 9 anni nelle giovanili dei biancocelesti  e non nascondo che certo mi sarebbe piaciuto giocare con la prima squadra.  La Lazio è la squadra per la quale faccio il tifo da bambino, ma sono comunque soddisfatto di quello che ho ottenuto e non ho nessun rimpianto.

Quando non ha gli allenamenti come trascorri il tempo libero?

Il tempo libero lo passo con mia moglie e mia figlia di 20 mesi. dedico il mio tempo alla mia famiglia. Siamo fortunati perché abitiamo vicino al mare e quindi ci concentriamo su ciò che è meglio per la piccola.

Dario Sette

In Italia siamo stati costretti a mandar giù bocconi amari per via di “biscotti” calcistici che ci hanno tagliato fuori. Un esempio è stato sicuramente il 2-2 tra Svezia e Danimarca all’Europeo 2004 in Portogallo. Una partita che prevedeva il passaggio di entrambe le nazionali scandinave alla fase ad eliminazione diretta solamente con il pareggio, e così è stato, e Italia a casa.

In Sudamerica si passa dal “biscotto” alla “marmellata”, cambia il sapore del dolce, ma il senso di nausea è lo stesso.
Argentina, Mondiali 1978. Il 21 giugno a Rosario va in scena Argentina – Perù valida per la seconda fase a gironi. Il Brasile conduce il girone con 5 punti mentre l’Albiceleste per poter volare in finale doveva vincere contro i peruviani con almeno 4 reti di scarto.

Opportunamente, i brasiliani li si era fatti giocare nel pomeriggio, così che ogni dettaglio era ben preparato. La nazionale carioca vinse 3-1 contro la Polonia.
Il match tra Argentina – Perù, al primo tempo, segnava 1-0 con l’unica rete realizzata da Kempes al 21esimo minuto.
Di rientro dagli spogliatoi, qualcosa accadde. I peruviani si sciolsero come neve al sole e per cinque volte la porta difesa dal portiere Ramon Quiroga fu bucata.

Le 5 marcature subite dal portiere suscitarono molti dubbi. In primis molti fecero notare con quanta superficialità il portiere fu battuto, in più nei suoi confronti ricaddero quelle accuse legate al suo passato. In effetti Ramon Quiroga (soprannominato El Loco, il matto) era un portiere argentino, natio proprio di Rosario, che nel 1977 ottenne la cittadinanza peruviana, con cui decise di disputare il Mondiale del ’78.

Al termine del Mondiale si venne a sapere che il governo argentino aveva mandato via nave, a titolo completamente gratuito, 35mila tonnellate di grano in Perù, oltre a un elevato quantitativo di armi. Inoltre, la banca centrale d’Argentina autorizzò lo sblocco d’una linea di credito di 50 milioni di dollari. Insomma piovvero aiuti come le cinque reti (Tarantini, doppietta di Luque e Houseman) subite nella seconda frazione di gioco.

L’esultanza di Luque dopo il gol

In più alcune testimonianze di quei giorni confermarono che circolavano bustarelle per tre nazionali peruviani, così come lo stesso Quiroga, in uno dei non rari momenti di ubriachezza, fece delle mezze ammissioni poi ritrattate.
Oggi più nessuno contesta che la partita fu comprata. La vicenda e passata alle cronache come la “marmelada peruana”.

Nel momento magico che sta vivendo la cestista Cecilia Zandalasini negli Stati Uniti d’America, un passo indietro lo facciamo pensando a quella che è stata una delle prime azzurre a calcare i parquet americani della pallacanestro.

È il 2005 e l’allora 29enne, Francesca Zara, riceve la chiamata dagli States per un’avventura nella WNBA. A proporgli un contratto è la squadra delle Seattle Storm.

La guardia, ai tempi della chiamata, giocava nel Napoli Vomero, con cui rimane due stagioni mentre partecipa alle qualificazioni per gli europei successivi.

La sua avventura in Usa è stato un sogno, qualcosa di inimmaginabile per una cestista che sino ad allora aveva calcato solamente i parquet italiani. Una ragazza dal grande talento che aveva bisogno di provare un’esperienza fuori dal comune e che era successa soltanto ad altre sue colleghe come, Catarina Pollini e Susanna Bonfiglio.

Ma la bravura c’era e se n’erano accorti gli americani. Il trasferimento a Seattle l’aiutano a crescere e avere più consapevolezza dei suoi mezzi. Durante tutta la parentesi in WNBA viene impiegata in 37 occasioni, di cui 34 in regular season e 3 nei playoff (persi al primo turno contro le Houston Comets).
Francesca cerca di sfruttare al meglio l’occasione capitatale e risponde con efficacia ogni qual volta scende in campo. Saranno oltre 100 i punti messi a segno. Non male per una che veniva dal basket europeo.

Il sogno però si interrompe ai playoff, amara soddisfazione per un’avventura che le ha segnato la carriera. In effetti proprio Francesca indosserà altre canotte, tra cui anche quella dello Spartak Mosca, e dalla Valenciennes all’estero, subito dopo il rientro dagli Usa.

Durante l’annata in Russia ha avuto modo anche di vincere il torneo di Eurolega nel 2007 oltre che il campionato russo. Nel 2006 È stata selezionata anche per l’All Star Game Fiba.

Attualmente a 41 anni non ha lasciato il mondo della pallacanestro, lo scorso anno ha deciso di rimettere gli scarpini e di ritornare a giocare in A1 con la squadra di cui è dirigente: la Techedge Broni.

Dario Sette

Quando in una partita di calcio della nazionale un gol diventa fondamentale, anche i telecronisti spesso si fanno prendere dalla gioia nel commentarla. È successo a grandi cronisti italiani come Nando Martellini al gol di Tardelli in finale al Mondiale 1982, è successo a Sandro Ciotti alla rete del pareggio di Roberto Baggio contro la Nigeria agli ottavi di finale a Usa ’94.

C’è chi però ha esultato con grande entusiasmo al 93esimo minuto per il gol della Siria che ha regalato al Paese mediorientale la possibilità di volare a Russia 2018 affrontando i tanto insperati playoff. È successo al telecronista siriano che stava commentando la partita della sua nazionale. Proprio a pochi secondi dal fischio finale il gol di Omar Al Soma ha fatto letteralmente saltare dalla sedia il giornalista come un vero e proprio tifoso da stadio. Un urlo di quasi un minuto che sottolinea l’importanza del gol. Rete che ha permesso appunto la Siria di disputare i prossimi playoff. Evento storico per una nazione che non ha mai disputato un campionato Mondiale di calcio e che da anni vive nella guerra. La nazionale, inoltre, sono sei anni che non disputa una gara ufficiale nei propri confini, ma sono costretti a disputare le gare casalinghe in Malesia.

All’Europeo 2016 una delle protagoniste principali è stata l’Islanda. La nazionale baltica e i suoi tifosi hanno appassionato tutti con la gran voglia di calcio. A fine gara la celebre “Geyser Sound” che gli ha resi famosi in tutto il mondo e un telecronista che va in visibilio al gol partita di Traustason al minuto ’94 contro l’Austria.

In Italia invece le emozioni che ci hanno regalato i campionati del Mondo sono state uniche. Come dimenticare l’esplosione del telecronista alla rete del 3-1 di Marco Tardelli alla finale di Madrid del Mondiale 1982, contro la Germania Ovest. La gioia del giornalista Nando Martellini ha accompagnato le storiche immagini dell’esultanza del centrocampista, che ha percorso decine e decine di metri gridando “Goal! Goal”, rendendo felici milioni di italiani.

Un altro nostalgico cronista della nazionale azzurra è stato sicuramente Sandro Ciotti. Con la sua voce rauca è entrato nelle case degli italiani durante l’estate del 1994 per il campionato del Mondo in Usa. Il suo “Santo Dio, era ora!” è entrato di diritto tra le frasi più celebri delle telecronache sportive. Quasi una vera e propria liberazione, per un’Italia che sino a quel momento non era riuscita a brilla. Proprio quel gol di Baggio sbloccò la situazione tanto da portare gli azzurri in finale, poi persa ai rigori ai danni del Brasile.

È uno degli astri nascenti della pallanuoto italiana a livello nazionale e internazionale. Ha preso parte al settebello Under 23 della nazionale e si è affermato nelle acque del Trieste.

Si tratta del difensore classe 1996, Niccolò Rocchi, il quale, per una serie di motivi, si è trasferito nel campionato francese e giocherà la prossima stagione con la cuffia del Nizza.

In effetti la scelta di andare a giocare in Francia non è stata presa molto bene da parte del pallanuotista ligure che si è trovato tra l’incudine e il martello. Proprio Rocchi era appieno nel progetto della Pallanuoto Trieste per la stagione, dopo le ultime buone annate. Purtroppo il cartellino dell’atleta è in mano alla società d’origine, l’Imperia. Negli ultimi anni la società ligure lo ha mandato in giro con le modalità del prestito, tra l’altro a cifre spropositate.

La notizia di un interessamento da parte del Nizza ha fatto ben pensare Rocchi di accettare, così da sfruttare il regolamento che prevede lo svincolo da una società italiana se si fa un’esperienza lontano dall’Italia. In effetti l’idea di accettare il progetto francese è proprio quello di svincolarsi dai doveri contrattuali con l’Imperia così da poter esser libero per la prossima stagione.

In effetti la carta d’identità è dalla sua parte e in futuro potrà decidere con più tranquillità il da farsi.
In realtà l’idea è quella di tornare a Trieste perché si è sentito a casa e ha avuto modo di crescere con costanza e diventare punto fermo. Infatti, Niccolò Rocchi, nonostante i soli 21 anni ha dimostrato di essere un atleta di qualità e quantità.

Tuttavia c’è da capire come potrà ambientarsi nella città della Costa Azzurra che, tra l’altro, già ospita un altro sportivo italiano, il calciatore Mario Balotelli.

Tra le note positive di questa futura avventura francese è che non dovrà spostarsi molto da casa, data la vicinanza geografica tra Imperia e Nizza.

La nostalgia per l’addio al capoluogo friulano è racchiuso in un post di poche righe.

Una grave perdita per la squadra allenata dal mister Miroslav Krstovic, che, per tappare il buco della perdita di Rocchi, ha acquistato Nino Blazevic, difensore croato classe ’92, con un’ultima esperienza in Romania.

Dario Sette

In un presente tecnologico e all’avanguardia in cui viviamo adesso, non potremmo mai immaginare di lasciar andare un gol irregolare, soprattutto durante una partita del Mondiale di calcio. Con il VAR o con tutti gli arbitri presenti in campo, viene difficile pensarlo.

Fino ad ora la “moviola in campo” sta facendo il suo dovere nei maggiori campionati di calcio europei e sarà utilizzato anche al Mondiale di Russia 2018, come ha più volte confermato il presidente FIFA, Gianni Infantino.

Fino a qualche anno fa, questa rivoluzione non era stata presa in considerazione e se facciamo un salto indietro, nel 1982 al Mondiale spagnolo, c’è chi ha messo in pratica una VAR a modo suo.

Siamo a Valladolid allo stadio José Zorrilla, 21 giugno 1982, e si sta disputando il match Francia – Kuwait, valida per la prima fase a gironi. I francesi sono largamente favoriti rispetto ai kuwaitiani e poi tra le file bleus ci sono campioni, su tutti Michel Platini.
La squadra dell’emirato, allenata dal commissario tecnico brasiliano Carlos Alberto Perreira, schiera in campo quattro giocatori appartenenti all’esercito nazionale. Nella gara d’esordio, gli arabi hanno ottenuto un buon punto contro la Cecoslovacchia e possono giocarsi una miracolosa qualificazione proprio contro i francesi.

La partita scorre in maniera agevole dalla parte dei transalpini che all’80esimo minuto sono su un rassicurante 3-1, grazie alle reti di Genghini, de “Le Roi” Platini e Six; gol della bandiera per Abdullah Al-Buloushi.
Al minuto 81, l’episodio che non ha segnato solamente quel Mondiale, ma la storia degli annali calcistici.
I francesi segna la quarta rete: Platini serve una gran palla ad Alain Giresse, che non deve far altro che insaccarlo in rete alle spalle del portiere Ahmad Al-Tarabulsi. Al momento dello stop del centrocampista francese, però, i difensori in maglia rossa sembrano fermarsi un attimo, per poi cercare di chiudere invano su Giresse.
L’arbitro sovietico, Miroslav Stupar, convalida la marcatura e indica il centrocampo. Qualcosa però sembra non andare per il verso giusto: i calciatori kuwaitiani circondano il direttore di gara per contestare la rete francese. Gli arabi, infatti, rivelano di essersi completamente fermati per aver sentito un fischio. A fischiare però non è stato l’arbitro Stupar, ma un tifoso in tribuna. Il direttore di gara convalida il gol, ma sempre in tribuna comincia ad agitarsi lo sceicco Fahad Al Ahmed, presidente della Federazione nonché fratello del re del Kuwait. Al Ahmed scende addirittura in campo per parlare con l’arbitro riguardo questo episodio, il tutto davanti ai calciatori francesi e ai quasi 30mila spettatori presenti sugli spalti.
Dopo 7 minuti d’interruzione e di viavai, l’arbitro Stupar decide di annullare il gol francese e decide di far ripartire il match da una palla contesa.

Dopo quella partita le polemiche non si placarono. La decisione di non convalidare il gol di Giresse costò caro a Miroslav Stupar, dal momento che quella fu la sua ultima direzione internazionale e venne poi radiato. Per la federazione calcistica del Kuwait, invece, la punizione della Fifa fu consistente per i tempi (10mila dollari), ma praticamente simbolica per l’immensa facoltà economica dello sceicco.

Per li Kuwait fu l’unica apparizione a un Mondiale di calcio, ma quella partita l’ha fatta entrare di diritto nella storia.