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Dario Sette

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A luglio scorso aveva cercato lavoro come tanta gente comune che usa il social network LinkedIn, e alla fine c’è riuscito.

Il difensore campione del mondo Cristian Zaccardo, dopo aver cercato occupazione tramite web, ha trovato squadra e giocherà a Malta nella società dell’Hamrun Spartans militante nel massimo campionato maltese.

Per Zaccardo una nuova avventura estera dopo la parentesi al Wolfsburg in Bundesliga tra il 2008 e il 2009. All’epoca la vittoria del campionato del mondo e delle grandi stagioni nel Palermo, ne facilitarono il salto di qualità in quella che sarà la squadra vincitrice del Meisterschale 2009.

Stavolta il curriculum vitae ha fatto il suo dovere come milioni di altri utenti di LinkedIn. Rimasto svincolato dopo la parentesi nel Vicenza in Serie B con addosso la maglia numero 9, il terzino destro ha prontamente preso la decisione di trasferirsi a Malta.

Potrei giocare ancora due anni a livelli alti. Chi mi prende farà un affare. Sono serio, professionale e forte!

Era tra le note presenti nell’annuncio di Zaccardo sul suo profilo e, tuttavia, molta gente nei mesi scorsi ha preso a cuore questo gesto comune.

A 35 anni il difensore non voleva smettere e c’è chi ha creduto in lui e gli ha offerto un contratto. L’Hamrun attualmente è al sesto posto e il campione del mondo si è posto l’obiettivo di cercare di far arrivare la sua squadra tra i primi tre posti che significherebbero i preliminari per l’Europa.

È la prima volta che un campione del mondo va a giocare a Malta.

Durante il calciomercato ha ascoltato varie proposte, da Cipro, dall’Olanda, qualcuna anche dalla Serie C italiana (su tutte il Catanzaro). Discussioni anche con dei club di A e di B, ma niente di concreto. Sostanza che, invece, ha trovato nei dirigenti maltesi.

Mi hanno fatto sentire importante. Hanno un progetto, anche di business e marketing.

Indosserà la maglia numero 81, il suo anno di nascita, stesso numero che ha indossato nella parentesi rossonera a Milano, città dove ha lasciato moglie e figli e che vedrà per due giorni a settimana.

Dario Sette

2 giugno 1962, campionato Mondiale di calcio che si sta svolgendo in Sudamerica in Cile. La Roja sfida l’Italia, guidata dal ct Paolo Mazza, nella seconda gara del Gruppo 2.

Lo stadio Nacional de Chile di Santiago è caldo e anche il clima prepartita è stato abbastanza acceso. In effetti, a riscaldare i giorni prima del match, due giornalisti italiani inviati in Cile, per mezzo di alcuni articoli, avevano descritto la capitale come triste e ricca di difetti.
Notizie mal digerite dal popolo cileno, così come era malvisto l’uso frequente di giocatori oriundi dalla nazionale azzurra, giocatori spesso d’origine argentina (storica rivale del Cile).

Nonostante i dissapori fuori dal campo, la partita viene giocata.

I calciatori italiani, prima del fischio d’inizio, portano mazzi di fiori bianchi verso gli spalti: mossa consegnata per spezzare il clima ostile.
Gli azzurri, però, ricevono una bordata di fischi e persino i fiori donati vengono calpestati.

Ad arbitrare la partita è l’inglese Kevin Aston, il quale dirige la gara un po’ troppo all’inglese, lasciando correre parecchi contrasti duri, tanto che l’andamento del match diventa sempre più violento.
Il metro di giudizio però sembra un po’ impari, con un maggiore severità da parte del giudice nei confronti degli azzurri. Al settimo minuto, un fallo di reazione del centrocampista italiano Giorgio Ferrini, per un intervento da tergo del cileno Honorino Landa provoca la prima espulsione.

                                                                            Giorgio Ferrini espulso dall’arbitro Aston

Durante la discussione che ne segue, l’azzurro Humberto Maschio, oriundo (originario di Avellaneda), viene colpito con un pugno dal giocatore cileno Leonel Sánchez. Lo stesso Sànchez apostrofa Maschio come tradidor!” .
L’arbitro Aston, voltato, e ancora impegnato a discutere con Ferrini, non si accorge di nulla.
L’italo-argentino cade a terra con il naso fratturato e rimane in campo completamente stordito, in quanto le sostituzioni non sono ancora ammesse.
Nella colluttazione ancora Sànchez sferra un secondo pugno al terzino sinistro David e ancora una volta il direttore di gara britannico fa finta di non vedere. Salvo, poco dopo, espellere lo stesso David, il quale reagisce ai continui sputi e ingiurie ancora di Sànchez.

L’Italia, in nove contro undici e con Maschio infortunato, non riesce a evitare la sconfitta. A segnare per i cileni: Ramírez al minuto 74 e Toro all’88esimo, per il 2-0 finale.

Quel match ai fini del girone costò caro all’Italia che nonostante la vittoria netta per 3-0 contro la Svizzera non riuscì a passare il turno.

Una partita che è rimasta nella storia e tuttora pare sia una delle più violente della storia dei Mondiali, tanto da essere definita la “Battaglia di Santiago”.

Anno di nascita: 1981; altezza: 185 cm; sport: pallavolo; ruolo: schiacciatrice; segni particolari: schiacciate a più non posso.

Stiamo parlando della giocatrice, Nadia Centoni, nata a Barga nella provincia di Lucca. Una professionista esemplare che, dopo tanti anni d’esperienza, continua a colpire la palla come poche sue colleghe.

Attualmente gioca a Cannes, squadra in cui ha già militato per sette anni dal 2007 al 2014. Un’Italians a tutti gli effetti, data anche l’avventura in Turchia a Istanbul nel Galatasaray.

Con la nazionale italiana di volley tanti bei ricordi. Dopo le Olimpiadi di Rio2016 ha deciso di lasciare la maglia azzurra.

Come mai hai deciso di tornare a Cannes?

Sono tornata in Francia perché, pur essendomi trovata benissimo in Turchia, iniziavo a sentire un po’ di nostalgia e avevo bisogno di “riavvicinarmi”. Tra le varie proposte che ho avuto a fine campionato, Cannes era per me, soprattutto a livello personale, la soluzione migliore.

 

Come valuti l’esperienza al Galatasaray?

A Istanbul sono stata benissimo! Ho trascorso tre stagioni molto positive in cui abbiamo sempre centrato se non addirittura superato gli obiettivi prefissati. Personalmente posso dire di aver giocato tre buone stagioni e mi son davvero divertita perché il livello del campionato è davvero alto.

Tornare dove hai fatto grandi cose, potrebbe essere un rischio? Come sei stata accolta?

Tornare a Cannes è una scelta che porta ad una grossa presa di responsabilità e sicuramente di pressione, ed è anche per queste ragioni che sono tornata. Non sono cose che mi spaventano, anzi mi danno ancora più carica. Con il fatto che la squadra nelle ultime due stagioni non è andata benissimo, vorrei provare a dare una mano a tornare in alto. L’accoglienza è stata grandiosa. Sono stata circondata da tanto affetto e veramente non me lo sarei aspettato!

Come cambia la pallavolo fuori dall’Italia?

Diciamo che più che nel gioco, cambia il livello di investimenti che fanno le federazioni, le leghe e i club. Da questo dato poi ci sono giocatrici e tecnici di più o meno alto livello.
Attualmente credo che il campionato turco sia quelli più forte, quello italiano subito dietro e il campionato francese forse ancora uno scalino sotto.

La pallavolo ti ha dato tanto, ti manca ancora qualcosa?

La pallavolo è la mia vita! Sicuramente mi ha dato tantissimo e sicuramente ci son state occasioni in cui avrei voluto di più, ma per come sta andando la mia carriera non posso certo lamentarmi (ride ndr).

Sei un punto di riferimento di molti giovani. Cosa gli consiglieresti per fare bene?

Per il successo non c’è una ricetta speciale, è un insieme di fattori che funzionano e che spesso non dipendono nemmeno totalmente da noi. Una cosa che sicuramente aiuta è fare le cose con passione e con spirito di sacrificio. Alla fine nello sport, come nella vita, son queste le cose che per me contano.

Qual è stata la tua più bella vittoria, sia di gruppo che personale?

Ci sono tante belle vittorie che ho nel cuore, una che ricordo con particolare attenzione è quella con la maglia del Cannes contro il Vakifbank del coach italiano Giovanni Guidetti nei quarti di finale di Champions League. Una vittoria sofferta, contro una squadra forte e contro i pronostici. Siamo riusciti a batterli e a volare in semifinale! È stata una partita da annali.

Qual è il segreto per restare sempre competitivi?

A saperlo! C’è un po’ di fortuna, ma soprattutto tanta dedizione al lavoro e una buona dose di attenzione al proprio corpo come mezzo di lavoro per cercare di stare meglio possibile!

Capitolo nazionale. Come hai “smaltito” la decisione di lasciare la nazionale? E qual è il tuo più bel ricordo con la maglia azzurra?

La nazionale è stata per tanti anni il mio impegno fisso. Indossare la maglia azzurra ti dà un qualcosa in più, ma decidere che è arrivato il momento di dire basta ti dà consapevolezza sulle tue capacità e sul fatto che il tempo passa inesorabilmente ed è bene che ci siano forze più giovani e fresche, per essere al top estate e inverno in campo internazionale.
I ricordi positivi con l’Italia sono tanti. Forse uno dei più recenti è il Mondiale 2014 giocato in Italia. È stato un quarto posto che nel mio cuore vale quanto un oro.

Come hai preso il fatto che la giovane Paola Egonu ha battuto il tuo record di punti una gara dell’Italia?

Benissimo! Non sapevo nemmeno di avere quel record e sono felice che sia stata Paola a batterlo! Le auguro una carriera piena di successi.

In futuro ti vedi ancora nel mondo della pallavolo?

Non lo so. Sicuramente mi vedo ancora nel mondo sportivo, adesso sto studiando anche come preparatore fisico per il volley, in futuro vedremo.

Hai intenzione di fare un’ultima esperienza italiana? Ti manca l’Italia?

Non credo che tornerò a giocare in Italia, ma mai dire mai! L’Italia mi manca ma ho la capacità di adattarmi bene (altrimenti non avrei giocato per dieci anni all’estero) e ogni volta che ho potuto sono tornata.

Dario Sette

È stata una delle atlete migliori al Mondiale di Atletica a Londra. In un Mondiale poco positivo per l’Italia è stata una delle poche a brillare di luce propria e ha portato a casa una meritatissima medaglia di bronzo nella 20 chilometri di marcia.

Stiamo parlando della pugliese, Antonella Palmisano, marciatrice classe ’91 facente parte del gruppo sportivo delle Fiamme Gialle.

Dal carattere solare, Antonella ci ha raccontato in un’intervista esclusiva com’è andata la sua spedizione mondiale e cosa ha in mente per il futuro.

Nel settembre 2018 sposerà il suo compagno, l’atleta Lorenzo Dessì, in Puglia.

Qualche giorno fa, inoltre, ha anche vinto la quattro giorni di marcia “Around Taihu”, in Cina.

Partendo dalla medaglia di bronzo a Londra, come valuti la gara e come ti sei approcciata ad essa?

Posso certamente dire che in quasi tutte le gare, direi che il mio stato d’animo è lo stesso, soprattutto se sono grandi competizioni. Ho la stessa concentrazione ma anche le stesse ansie, gli stessi pensieri  che mi passano per la mente.
La gara in sé per sé è andata bene. Diciamo che in molti erano convinti che potessi prendere una medaglia, ma fino a quando non ce l’hai appesa al collo è tutto astratto, anche perché percorrere 20 km non sono una passeggiata.
Sapevo di stare bene, fisico e mente rispondevano bene. Restava comunque il fatto che alla gara avrebbero preso il via molte altre atlete forti. Nei vari mesi prima della gara si alternano varie attività: chilometri, pesi, piscina e carichi.
Una volta ottenuto il bronzo, mi sono goduta il momento qualche giorno, per poi riprendere il lavoro.

Dopo la medaglia di Londra, i prossimi pensieri sportivi dove sono diretti?

L’obiettivo mio primario è quello di migliorarmi sempre di più, anche perché raggiungere e restare ad alti livelli non è semplice e comporta sacrifici. Il prossimo anno c’è l’Europeo a Berlino e nel 2020 c’è l’Olimpiade a Tokyo.

Che valore dai al gruppo sportivo delle Fiamme Gialle?

Nel nostro sport, ahimè, dal punto di vista economico non c’è molto business. Non si può paragonare al calcio o anche ad altri sport praticati in Italia. Per questo il gruppo sportivo delle Fiamme Gialle offrono un contributo sia economico che sportivo a noi atleti, e io devo ritenermi fortunata dato che sono entrata a farne parte abbastanza presto.
Dal punto di vista prettamente sportivo, mi alleno nella caserma del gruppo sportivo quindi ho la comodità di essere sempre a contatto con tecnici, dirigenti e direttore generale. Viverli quotidianamente aiuta a creare un rapporto di fiducia e di rispetto. Le Fiamme Gialle per me sono una seconda famiglia.

Sei partita dalla Puglia. Come sei cresciuta e quando hai capito che l’atletica sarebbe stato il tuo presente e il tuo futuro?

Sono nata e cresciuta in Puglia. Ho avuto un’infanzia e un’adolescenza normale come tanti miei coetanei, con la mia cerchia di amici e con i miei genitori. In Puglia ora vado piacevolmente in vacanza o nei periodi di scarico.
Da piccola non ho mai pensato di entrare nel mondo dell’atletica. Vedevo le gare in tv, ma mi sono sempre detta “chi le farà mai!”. Diciamo che ho iniziato a prenderci gusto quando ho preso la mia prima medaglia in Coppa del Mondo di marcia, alla rassegna internazionale juniores a Chihuahua in Messico nel 2010 (bronzo nella classifica a squadre ndr) dietro ad atlete fortissime. Dopo quella medaglia ho iniziato a convincermi che Antonella poteva starci in questo “mondo”.

Com’è il livello generale dell’atletica italiana?

Aldilà delle critiche o delle parole esterne, c’è veramente da capire quello che è il problema dell’atletica in Italia. Io posso ribadire che quello che ho ottenuto l’ho fatto solamente con i miei sacrifici. Per buttarmi appieno nell’atletica ho dovuto prendere decisioni importanti, tra cui il trasferimento.
Ho deciso di dedicare il 100% di me stessa per quest’attività e devo dire che per fortuna e (per bravura ndr) i risultati sono arrivati.
Per alzare il livello in Italia bisogna voltarsi indietro, iniziare a rivedere la struttura atletica già all’interno delle scuole a maggior ragione al Sud. Bisogna capire se l’attività atletica viene fatta negli istituti e se ci sono i mezzi.
Io ho iniziato con i Giochi della Gioventù, ma ora non sono più pubblicizzati come una volta. Bisogna inculcare una cultura dell’atletica, che è uno sport bellissimo.

Dopo la dichiarazione in pubblico, decisa la data delle nozze?

Settembre 2018. Festeggiamo in Puglia, e immagino che farò un bel po’ di scarico dopo il ricevimento (ride, ndr).

Dario Sette

Ha detto no all’NBA per provare a vincere con una delle squadre più forti d’Europa e farlo insieme a un altro italiano. Stiamo parlando di Nicolò Melli, l’ala azzurra che ha detto sì ai turchi del Fenerbahce, squadra in cui milita il capitano dell’Italbasket, Gigi Datome.

Il club turco è uno dei più prestigiosi d’Europa, vincitore dell’Eurolega 2016/2017.

Il rinnovo di Datome e l’acquisto dell’ex ala dell’Olimpia Milano sottolinea il fatto che i gialloblu vogliono ancora essere protagonisti a livello nazionale e internazionale.

Per Melli dunque, dopo due anni alla corte di coach Andrea Trinchieri con la maglia del Bamberg e due titoli di Germania vinti, ha deciso di volare in Turchia per continuare la sua crescita.

Alcune fonti hanno confermato che il cestista 26enne abbia addirittura rifiutato una proposta in una squadra americana di NBA: nello specifico gli Atlanta Hawks, in cui milita l’altro azzurro Marco Belinelli.

In Germania, grazie ai consigli di coach Trinchieri, Nicolò è maturato molto ed è stato reduce da una stagione in Europa da 11.5 punti e 7.4 rimbalzi di media a partita, con il 43.4% dalla grande distanza. Numeri che gli hanno permesso di essere nominato anche giocatore del mese a dicembre e di essere inserito nel secondo miglior quintetto della competizione.

La stagione scorsa si è conclusa con l’Europeo di basket in cui l’Italia è uscita di scena contro la Serbia ai quarti di finale. Le prestazioni del neoacquisto del Fenerbahce è stato un po’ discontinuo, alternando buone prestazioni ad altre in cui è stato più in ombra, complice anche un infortunio al tendine rotuleo rimediato contro la Lituania.

Destino vuole che Melli ritroverà presto il suo passato nella prossima Eurolega. Il Fenerbahçe sarà infatti di scena al Forum di Assago nella seconda giornata, il 19 ottobre, contro la nuova Olimpia Milano affidata a Simone Pianigiani, e affronterà la trasferta in Germania a Bamberg il 10 novembre, in occasione della 6^ giornata. Un modo per mettersi in mostra contro le sue ex squadre.

In questa stagione ci sarà da divertirsi.

Dario Sette

Il 29 settembre è uscito in esclusiva in Italia il gioco di calcio più venduto e amato del mondo: FIFA 18.

Un gioco che ogni anno si migliora graficamente e per giocabilità. Un game che appassiona grandi e piccoli e che più viene sviluppato e più si avvicina alla realtà.

Quest’anno, inoltre, sono state inserite icone leggendarie del calcio mondiale. Campioni come Maradona, Pelé, Ronaldo e tanti tanti altri. Tuttavia in un modo o nell’altro ci sarà l’occasione da parte dell’utente di provare a usare campioni di altri tempi.

Ma facciamo un passo indietro, agli anni ’70. In quell’epoca, c’è da sottolineare che esistevano già i videogames, però certo non perfezionati come ora , e senza un vero e proprio gioco di calcio.
Esisteva però il gioco del Subbuteo, molto più famoso dei videogames e in commercio dal 1947 e che quest’anno compie proprio 70 anni. Un gioco da tavolo che accomuna piccoli e grandi e che fa rivivere su un vero campo di gioco gli schemi e la tattica calcistica.

Nel 1970 al Mondiale del Messico, fu realizzata la prima versione del “Subbuteo Mondiale”. Tale versione arrivò persino in Italia alla bella cifra di 10mila lire. In quella specifica creazione, il Subbuteo conteneva le squadre Brasile, Germania, Inghilterra e proprio l’Italia. Si optò per queste squadre perché le più mediatiche: il Brasile era la squadra da battere con il gioiello Pelél’Inghilterra e la Germania, rispettivamente campione e vicecampione del mondo ’66 e l’Italia che era comunque una nazionale dalla cultura calcistica e con due coppe Rimet in bacheca.

Nella famosa scatola erano presenti anche due palloncini di plastica bianchi e marroni, un tappeto di panno verde come campo, le porte, l’arbitro, i segnalinee e una lillipuziana riproduzione della storica Coppa Rimet.

Ora le cose sono un po’ cambiate, tuttavia l’uso del Subbuteo, nonostante la presenza ingombrante delle console da gioco, ha resistito, tanto che puntualmente vengono organizzati tornei a livello nazionale e internazionale.

Fatale è stata la sconfitta in trasferta al Parco dei Principi di Parigi. Carlo Ancelotti è stato esonerato dalla panchina tedesca del Bayern Monaco dopo poco più di un anno.

In effetti manca solo l’ufficialità del club, ma oramai la decisione sarebbe più che definitiva.

Gli ingranaggi con la squadra iniziavano ad andare a intermittenza da qualche settimana e ciò lo si era notato anche in campionato. In effetti, i bavaresi, durante le ultime due uscite in Bundesliga, hanno raccolto la miseria di un punto: sconfitta in trasferta contro l’Hoffenheim  e pareggio contro il Wolfsburg all’Allianz Arena per 2-2.

Neymar e compagni, nella seconda gara del girone di Champions, hanno fatto sì che la società bavarese optasse per questa decisione.

Dopo il ko europeo, infatti, la società tedesca, capeggiata dal presidente Rumenigge, ha deciso di riunirsi per un vertice d’emergenza, al fine di trovare la giusta strategia. Mister Ancelotti ha prima pensato alle dimissioni, ma alla fine le parti hanno convenuto per un esonero precoce, prima di Natale, cosa che al Bayern non accadeva dal 1991, quando fu Jupp Heynckes ad essere mandato a casa dopo un pessimo inizio di stagione.

Ad Ancelotti, oltre allo scarso rendimento in campo, è stato difficile reggere i comportamenti all’interno dello spogliatoio, situazioni che il tecnico di Reggiolo è sempre riuscito a gestire nei grandi club in cui allenato. Le frizioni con Robben, infatti, vanno ad aggiungersi a quelle recenti con Ribery, Lewandowski e Muller. I senatori della squadra, non proprio gli ultimi arrivati. Una spaccatura non risanata dentro e fuori dal campo.

Proprio il numero 10 olandese al termine del match aveva espresso il disappunto per la sua assenza tra gli undici titolari e della disfatta bavarese a Parigi:

Meglio non commentare le scelte, ogni parola detta in più sarebbe di troppo!

Dopo la vittoria di un Meisterschale e di due Supercoppa di Germania (l’ultima ottenuta all’inizio di questa stagione ai danni del Borussia Dortmund)l’avventura di Carlo Ancelotti in Baviera è giunta al capolinea.

Intanto è partito già il toto allenatore per sostituire il tecnico emiliano. Per ora la squadra è stata affidata al vice di Carletto, Willy Sagnol, ma la vera candidatura alla successione del tecnico italiano sarebbe Thomas Tuchel, ex allenatore del Dortmund.

Situazione simile a quella di Ancelotti, la sta vivendo Andrea Stramaccioni a Praga. Al quarto posto a dieci punti dal primo, l’allenatore dello Sparta non se la passa benissimo e già i tifosi gli hanno dato il ben servito.

Meglio va sicuramente ad Antonio Conte al Chelsea e a Claudio Ranieri che, dopo una partenza a singhiozzo, è riuscito a trovare i giusti equilibri a Nantes.

In Liga è appena sbarcato Gianni De Biasi che, dopo l’esperienza come ct dell’Albania, ha accettato l’incarico difficile all’Alaves, squadra ferma ancora a 0 punti dopo sei partite. Sarà un vero e proprio miracolo riuscire a salvare la squadra basca.

In Russia, è tornato a dominare lo Zenit San Pietroburgo grazie alla guida tecnica di Roberto Mancini, mentre lo Spartak Mosca di Carrera deve gestire bene il doppio impegno campionatoChampions League.

Fabio Cannavaro in Cina è quarto con il suo Tianjin Quanjian a pochi punti dal terzo posto.

Difficile la vita di un allenatore italiano all’estero.

Dario Sette

Siamo alla prima giornata del campionato australiano di calcio e, come spesso accade negli ultimi anni, ci sono alcuni giocatori italiani che ne prenderanno parte.

Tra questi c’è il centrocampista centrale Iacopo La Rocca, oramai trapiantato in Australia da 5 anni.

Durante l’esperienza oceanica il calciatore romano classe 1984 ha avuto modo di indossare tre maglie diverse di squadre militanti in A-League.

Ques’estate si trasferito nella capitale e giocherà per i Melbourne City, ma ha avuto modo di essere protagonista ad Adelalaide e a Sydney.

Come procede la permanenza in Australia? Come pensi che vada questa nuova stagione?

Quest’anno dobbiamo puntare a fare bene, abbiamo le potenzialità per essere davanti ma bisogna partire col piede giusto.
In Australia ho trovato una seconda casa. Ho ottenuto la cittadinanza e mia figlia è nata qui. Con mia moglie ci troviamo benissimo , peccato per la troppa distanza dall’Italia, da parenti e amici.

Com’è stato vincere il campionato australiano ad Adelaide, dove un altro italiano (Del Piero) non c’è riuscito?

Del Piero non ha avuto modo di vincere il campionato, ma la sua presenza ha portato un cambiamento radicale al calcio australiano, lui non è solo una leggenda per noi italiani ma in tutto il mondo.
Per me vincere il campionato è stato incredibile, un’atmosfera unica con lo stadio pieno. Per me, inoltre, c’è stata doppia soddisfazione perché abbiamo battuto la mia ex squadra, i Western Sydney.

Hai avuto modo di vincere anche la Champions Asiatica e poi partecipare anche al Mondiale per club, dove ha segnato il terzo gol di un italiano nel torneo, dopo Inzaghi e Nesta. Cos’hai provato?

Vincere la Champions League Asiatica con il Western Sydney Wanderers è stato qualcosa di inaspettato. In Australia nessuna squadra c’era mai riuscito. È stata una bella impresa soprattutto contro i colossi economici cinesi con budget illimitati. Partecipare poi al Mondiale per club in Marocco è stata una bella soddisfazione. Peccato aver perso ai tempi supplementari contro il Cruz Azul su un campo impraticabile.
Ho saputo solo dopo di essere insieme a Nesta ed Inzaghi tra gli unici italiani ad aver segnato in questa competizione due grandissimi campioni. Per me che sono romano e tifoso della Lazio, avere qualcosa che mi associa a Nesta mi rende molto orgoglioso.

Nel 2014 hai ottenuto anche il Joe Marston Medal.

Il Joe Marsten medal è una medaglia che assegnano al miglior giocatore della finale, è un importante riconoscimento ma avrei preferito senza dubbio vincere la finalissima, peccato aver perso ai tempi supplementari.

Come mai ha preso un aereo per l’Australia? Lo rifaresti?

Avevo un’offerta in Svizzera e in campionati dove non ero molto affascinato e convinto della proposta; poi il mio procuratore mi ha parlato di una squadra in Australia. Ci ho pensato, ma l’idea di andare a vivere in una delle città più belle del mondo Sydney, conoscere un nuovo Paese e una cultura differente mi ha convinto. Tuttavia è una scelta che rifarei, c’è meno stress rispetto alla Serie C italiana, dove se perdi un match sei subito contestato.

Hai avuto modo di giocare anche in Svizzera. Com’è andata?

La Svizzera è una nazione tranquilla molto simile all’Australia. Gli stadi sono bellissimi e ho un bel ricordo: la promozione nella serie A con il Bellinzona e l’aver giocato con Il Grassoppher, la squadra più titolata e una delle più forti elvetiche.

Sei cresciuto nella Lazio, senza mai esordire. Hai qualche rimpianto?

Ho giocato per 9 anni nelle giovanili dei biancocelesti  e non nascondo che certo mi sarebbe piaciuto giocare con la prima squadra.  La Lazio è la squadra per la quale faccio il tifo da bambino, ma sono comunque soddisfatto di quello che ho ottenuto e non ho nessun rimpianto.

Quando non ha gli allenamenti come trascorri il tempo libero?

Il tempo libero lo passo con mia moglie e mia figlia di 20 mesi. dedico il mio tempo alla mia famiglia. Siamo fortunati perché abitiamo vicino al mare e quindi ci concentriamo su ciò che è meglio per la piccola.

Dario Sette

In Italia siamo stati costretti a mandar giù bocconi amari per via di “biscotti” calcistici che ci hanno tagliato fuori. Un esempio è stato sicuramente il 2-2 tra Svezia e Danimarca all’Europeo 2004 in Portogallo. Una partita che prevedeva il passaggio di entrambe le nazionali scandinave alla fase ad eliminazione diretta solamente con il pareggio, e così è stato, e Italia a casa.

In Sudamerica si passa dal “biscotto” alla “marmellata”, cambia il sapore del dolce, ma il senso di nausea è lo stesso.
Argentina, Mondiali 1978. Il 21 giugno a Rosario va in scena Argentina – Perù valida per la seconda fase a gironi. Il Brasile conduce il girone con 5 punti mentre l’Albiceleste per poter volare in finale doveva vincere contro i peruviani con almeno 4 reti di scarto.

Opportunamente, i brasiliani li si era fatti giocare nel pomeriggio, così che ogni dettaglio era ben preparato. La nazionale carioca vinse 3-1 contro la Polonia.
Il match tra Argentina – Perù, al primo tempo, segnava 1-0 con l’unica rete realizzata da Kempes al 21esimo minuto.
Di rientro dagli spogliatoi, qualcosa accadde. I peruviani si sciolsero come neve al sole e per cinque volte la porta difesa dal portiere Ramon Quiroga fu bucata.

Le 5 marcature subite dal portiere suscitarono molti dubbi. In primis molti fecero notare con quanta superficialità il portiere fu battuto, in più nei suoi confronti ricaddero quelle accuse legate al suo passato. In effetti Ramon Quiroga (soprannominato El Loco, il matto) era un portiere argentino, natio proprio di Rosario, che nel 1977 ottenne la cittadinanza peruviana, con cui decise di disputare il Mondiale del ’78.

Al termine del Mondiale si venne a sapere che il governo argentino aveva mandato via nave, a titolo completamente gratuito, 35mila tonnellate di grano in Perù, oltre a un elevato quantitativo di armi. Inoltre, la banca centrale d’Argentina autorizzò lo sblocco d’una linea di credito di 50 milioni di dollari. Insomma piovvero aiuti come le cinque reti (Tarantini, doppietta di Luque e Houseman) subite nella seconda frazione di gioco.

L’esultanza di Luque dopo il gol

In più alcune testimonianze di quei giorni confermarono che circolavano bustarelle per tre nazionali peruviani, così come lo stesso Quiroga, in uno dei non rari momenti di ubriachezza, fece delle mezze ammissioni poi ritrattate.
Oggi più nessuno contesta che la partita fu comprata. La vicenda e passata alle cronache come la “marmelada peruana”.

Nel momento magico che sta vivendo la cestista Cecilia Zandalasini negli Stati Uniti d’America, un passo indietro lo facciamo pensando a quella che è stata una delle prime azzurre a calcare i parquet americani della pallacanestro.

È il 2005 e l’allora 29enne, Francesca Zara, riceve la chiamata dagli States per un’avventura nella WNBA. A proporgli un contratto è la squadra delle Seattle Storm.

La guardia, ai tempi della chiamata, giocava nel Napoli Vomero, con cui rimane due stagioni mentre partecipa alle qualificazioni per gli europei successivi.

La sua avventura in Usa è stato un sogno, qualcosa di inimmaginabile per una cestista che sino ad allora aveva calcato solamente i parquet italiani. Una ragazza dal grande talento che aveva bisogno di provare un’esperienza fuori dal comune e che era successa soltanto ad altre sue colleghe come, Catarina Pollini e Susanna Bonfiglio.

Ma la bravura c’era e se n’erano accorti gli americani. Il trasferimento a Seattle l’aiutano a crescere e avere più consapevolezza dei suoi mezzi. Durante tutta la parentesi in WNBA viene impiegata in 37 occasioni, di cui 34 in regular season e 3 nei playoff (persi al primo turno contro le Houston Comets).
Francesca cerca di sfruttare al meglio l’occasione capitatale e risponde con efficacia ogni qual volta scende in campo. Saranno oltre 100 i punti messi a segno. Non male per una che veniva dal basket europeo.

Il sogno però si interrompe ai playoff, amara soddisfazione per un’avventura che le ha segnato la carriera. In effetti proprio Francesca indosserà altre canotte, tra cui anche quella dello Spartak Mosca, e dalla Valenciennes all’estero, subito dopo il rientro dagli Usa.

Durante l’annata in Russia ha avuto modo anche di vincere il torneo di Eurolega nel 2007 oltre che il campionato russo. Nel 2006 È stata selezionata anche per l’All Star Game Fiba.

Attualmente a 41 anni non ha lasciato il mondo della pallacanestro, lo scorso anno ha deciso di rimettere gli scarpini e di ritornare a giocare in A1 con la squadra di cui è dirigente: la Techedge Broni.

Dario Sette