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Dario Sette

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Un ritiro di maglia è un gesto sportivo molto importante che sottolinea e rafforza il legame tra una squadra e il suo protagonista.

Succede in quasi tutti gli sport di squadra nel calcio, nel baseball e pure nella pallacanestro.

Proprio nel basket sta diventando sempre più una consuetudine, soprattutto nel campionato americano dell’Nba, in cui solamente Clippers, Grizzlies e Raptors fanno eccezione.

Fresca è l’ufficialità del ritiro della storica 34 dei Boston Celtics indossata da Paul Pierce per ben 14 anni. Con i Celtics ha vinto un campionato Nba nel 2008 con il titolo personale di MVP della Fase Finale. Dalla stagione 2001/02 detiene il record della storia della franchigia a guidare l’NBA per punti segnati in una stagione: 2144.

Davanti proprio alla platea del The Garden stracolma di tifosi green, c’è stata l’emozionante post partita che ha visto come protagonista la guardia originaria Oakland. Uno show da brividi per esaltare ciò che il campione americano ha realizzato nella sua lunga carriera nel Celtics, che a loro volta lo hanno omaggiato con lo storico ritiro di maglia. Sono così 22 i numeri di maglia ritirata dalla franchigia bostoniana.

Come Paul Pierce anche altre stelle dell’Nba hanno avuto questo grande onore: il ritiro della maglia, che viene poi appesa ai soffitti delle arene dove tutti le possono ammirare.

Proprio i Celtics conservano gelosamente questo tipo di cultura, grazie anche ai suoi 17 titoli. Tra le ventidue maglie c’è il 33 dell’ala Larry Bird. The Legend ha guidato i Celtics dal 1979 al 1992.

In ordine cronologico, invece, prima di Paul Pierce è stato Tim Duncan degli Spurs. San Antonio ha voluto ritirare la storica 21 dell’ala grande, indossata per 19 anni (con annessi 5 titoli Nba in bacheca).

Ovviamente se pensiamo ai campioni e figure storiche dell’Nba, non possiamo che far riferimento al grande MJ, Michael Jordan. A Chicago domina la sua immagine e ricordiamo che la sua 23 è stata prima ritirata nel 1994, quando MJ abbandonò per la prima volta il basket per il baseball. Dopo una piccola parentesi con il 45, la 23 tornò al suo legittimo proprietario per poi essere definitivamente ritirata al suo addio.

Tra le franchigie che ha avuto più campioni dell’Nba ci sono sicuramente i Lakers. La squadra di Los Angeles conta, dunque, anche tanti ritiri di maglie. Tra le stelle storiche della squadra americana ci sono campionissimi come Kareem Abdul-Jabbar, Magic Johnson, Shaquille O’Neal e Kobe Bryant, i quali hanno vinto il premio come miglior giocatore dell’anno MVP. Proprio le maglie di questi quattro fuori classe sono appese al soffitto dello Staples Center. MJ ha avuto l’onore di avere un ritiro maglia anche da una squadra in cui non ha mai giocato, Miami Heat.

Dal 1975 al 1989 Abdul-Jabbar ha giocato per i Lakers con addosso la mitica 33 gialloviola. Cinque titoli in bacheca e miglior marcatore della storia Nba (38387 punti). Particolarità del campione americano è che sia stata ritirata la 33 anche della sua prima squadra con cui ha vinto il titolo nel 1971, i Milwaukee Bucks.

I Lakers hanno ritirato anche la 32 dell’attuale presidente gialloviola, Magic Jhonson. Considerato uno dei cestisti più forti della storia. Il playmaker che ha fatto scintille negli anni ’80.

Rimanendo a Los Angeles, non possiamo dimenticarci del gigante Shaquille O’Neal il quale, approdato nei Lakers ha dovuto rinunciare al suo amato 32 (appartenuto proprio a Magic Jhonson), per ripiegare sul 34 che poi è diventata la maglia dei 3 titoli con i gialloviola e uno con gli Heat. Anche la squadra di Miami ha deciso di appendere la gigante canotta di O’Neal nell’America Airlines Arena.

L’ultimo dei Lakers è stato comunque Kobe Bryant. Nel 2017 sono state appese le sue due maglie, la numero 8 e la numero 24 (delle due esperienze a Los Angeles). Inutile ribadire la grande carriera che ha vissuto Bryant, una delle ultime stelle del basket mondiale.

Uno che ha lasciato il segno in due città è stato anche Julius Erving. A Doctor J è stata ritirata la numero 6 dai Philadelphia 76ers e la numero 32 dei Nets.

I New Jersey Nets, inoltre, si sono trovati inaspettatamente a ritirare la maglia n°3 del croato Drazen Petrovic nel 1993, dopo il grave incidente che costò la vita al primo cestista europeo a diventare una superstar nel basket americano.

Gli Utah Jazz hanno voluto omaggiare una delle coppie più prolifiche dell’Nba: John Stockton e Karl Malone. Insieme dal 1985 al 2003, la franchigia ha voluto appendere le canotte 12 e 32 all’interno dell’arena di Salt Lake City.

L’Indiana è terra di basket ed è per questo che per ottenere un ritiro maglia devi aver creato qualcosa di leggendario. Tra i cinque giocatori appesi al soffitto c’è Reggie Miller, dal 1987 al 2005 a Indiana, co cui ha messo a segno oltre 25mila punti.

A due europei dei Sacramento King è stato concesso questo onore: Vlade Divac (1999-2004) e Peja Stojakovic (1999-2006). Oltre a questi due, i Kings (così come i Magic) hanno ritirato anche la 6 in onore del pubblico, inteso come sesto uomo in campo.

È un vero e proprio momento magico per la cestista Cecilia Zandalasini che, dopo qualche mese in cui è tornata in Italia dopo il trionfo in Wnba, ha appena avuto la conferma di un ritorno a Minnesota per rigiocare con le Lynx, e stavolta per tutta la stagione.

Sì, la nostra giovanissima atleta azzurra avrà modo di prendere parte all’intero campionato 2018 delle campionesse americane, così da sentirsi ancor più protagonista di come lo è stata per qualche settimana al termine della stagione scorsa.

A dare questa bella notizia per il basket italiano è stata proprio la società statunitense attraverso Twitter

Abbiamo apprezzato la decisione di Cecilia di unirsi a noi la scorsa estate e non vediamo l’ora di averla per tutta la stagione con noi!

ha ribadito l’head coach e General Manager delle Lynx, Cheryl Reeve.

Cecilia Zandalasini, quindi, ritorna nella squadra che l’ha fatta debuttare in Wnba e la ha permesso di vincere il primo titolo fuori dall’Europa. La scorsa stagione ha giocato tre partite in regular season, con un totale di 19 minuti, 2 punti e 1 rimbalzo. Ha poi preso parte a 5 gare dei playoff con 2 punti e 1 assist in 11 minuti.

L’attuale squadra dell’azzurra, la Pallavolo Schio, oltre a privarsi della Zandalasini sarà costretta a farsi “scappare” anche l’ala grande francese Endene Miyem.

Ci sono tante curiosità attorno ai Giochi Olimpici Invernali.

Piccoli dettagli che ora sembrano anche passati ma che fino a qualche anno fa erano di routine. Ma ci sono anche medagli assegnate mezzo secolo più tardi o i vari medaglieri più ricchi.

IL MEDAGLIERE E IL PIÙ MEDAGLIATO

Ad avere più medaglie in bacheca è la Norvegia. Il paese scandinavo domina con ben 329 medaglie ottenute di cui 118 ori, 111 argenti e 100 bronzi. Mica male per un Paese con non molti abitanti. Ovviamente è norvegese anche l’atleta più vincente della storia delle Olimpiadi. Si tratta di Ole Einar Bjørndalen, fuoriclasse del Biathlon che, fra le edizioni del 1998 e del 2014, ha vinto ben 13 medaglie (8 ori, 4 argenti e 1 bronzo).

Al secondo posto del medagliere ci sono gli Usa con 281 (96 ori; 106 argenti e 83 bronzi) e al terzo la Germania con 208 (78; 78; 53). L’Italia è 13esima con 114 medaglie (37 ori, 34 argenti e 43 bronzi).

OLIMPIADI ESTIVE E INVERNALI

Dalla prima edizione del 1924 fino a quella di Albertville 1992 la cadenza dei Giochi Olimpici invernale era la stessa di quelle Estive: quasi sempre a febbraio le prime; fra il luglio e l’agosto successivo le seconde. Nel 1944 l’edizione di Cortina d’Ampezzo non fu disputata a causa del secondo conflitto mondiale.
Dal 1994, però, con l’edizione XVII di Lillehammer, in Norvegia, si decise di dividere le due edizioni. Mantenendo sempre una cadenza quadriennale.

Tuttavia seppur gli sport siano completamente differenti, ci sono stati quattro atleti che sono riusciti a ottenere una medaglia sia nelle edizioni dei giochi invernali che in quelli estivi. Tra questi atleti c’è la tedesca Christa Luding-Rothenburger  che è la sola ad aver vinto tre medaglie in Olimpiadi disputate nello stesso anno nel 1988: un oro e un argento alle invernali di Calgary (rispettivamente 1000 metri e 500 metri nello speed skating) e un argento a Seul nella velocità su pista di ciclismo.

Christa Luding-Rothenburger
LA DISCIPLINA INESISTENTE E SPORT DIMOSTRATIVI

Si tratta della “Pattuglia Militare”, disciplina antenata dell’attuale Biathlon. Era composta da militari e fu ammessa fino all’edizione di Saint Moritz 1948.

Disciplina prima inserita, poi tolta e poi reinserita è stata lo Skeleton. Attualmente è presente nel programma olimpico e ricordiamo che il grande Nino Bibbia è stato il primo azzurro a ottenere una medaglia proprio nello Skeleton.

sono svariate le discipline ammesse come “dimostrative” nella storia dei Giochi invernali.
Nel 1952 a Oslo c’è il “Bandy”, sorta di hockey su ghiaccio con la palla, popolare nei paesi nordici; nel 1936 e nel 1964 c’è stato lo “Stock”, tradizionale gioco delle bocce bavaresi sul ghiaccio; quindi lo “Skijöring”: sci dietro ai cavalli a Saint Moritz 1928. E poi ancora: la corsa con i cani da slitta, in mostra a Lake Placid 1932 e a Oslo nel 1952; lo sci di velocità, dimostrativo nel 1992 e il pentathlon invernale nel 1948.

BRONZO 50 ANNI DOPO

Nel 1924 il bronzo della gara di salto con gli sci è assegnato al norvegese Thorleif Haug, ma nel 1974, giusto 50 anni dopo, si scopre che è stato commesso un errore di misurazione. Così il bronzo viene riassegnato allo statunitense Anders Haugen, che all’età di 83 anni riceve il riconoscimento.

Non s’è ancora alzato il sipario sulla 23esima edizione dei Giochi Olimpici invernali che c’è già qualcuno che ha scritto un piccolo record.

Si tratta della saltatrice azzurra Lara Malsiner, che con la sua giovanissima età è entrata di diritto nella storia dello sport azzurro.

Di fatto, l’atleta originaria di Vipiteno è la prima “Millenial” azzurra a prendere parte a una spedizione olimpica. Nata il 14 aprile 2000, la giovanissima Lara non ha ancora compiuto 18 anni. Se pensiamo che tra lei e il veterano Roland Fischnaller ne passano quasi 20, è un bel appunto.

È un grandissimo onore per me poter partecipare alle Olimpiadi così giovane! Mi godrò ogni momento di quest’esperienza indimenticabile!

Lara salta con gli sci da quando aveva 7 anni; viene da una famiglia di sciatrici: prenderà parte al salto con gli sci insieme a sua sorella maggiore Manuela classe ‘97, mentre sua sorella minore Jessica pratica sci a livello pro. Ha vinto un bronzo ai Giochi Olimpici Giovanili di Lillehammer nel 2016.

Da quest’avventura non mi aspetto molto, perché per me il solo fatto di esserci è tantissimo!

Tra i suoi segni particolari: parla 4 lingue e come se non bastasse oltre alla sua disciplina olimpica pratica arrampicata, nuoto e pallavolo.
Una cosa è certa il futuro è davanti a lei e chi sa che magari, nel 2022 o nel 2026, non possa arrivare per lei un podio olimpico.

Quest’anno sono entrata alcune volte nella top ten in Coppa del Mondo, spero di riuscirci anche a PyeongChang!

Sembra essersi rotto l’incantesimo tra Antonio Conte e il Chelsea.

Dopo il primo trionfante anno alla guida dei Blues, il tecnico leccese non riesce più a dare anima alla squadra e ne è un ulteriore cenno la sonora sconfitta per 4-1 contro il Watford in Premier League.

Una vera e propria batosta che ha scosso l’ambiente della squadra, sin dai piani alti della società guidata dal magnate russo Abramovich.

La scorsa stagione la squadra di Conte è stata una vera macchina da guerra, macchina che però s’è inceppata soprattutto nelle ultime settimane. Il mercato ha portato alcuni nuovi innesti come il terzino italobrasiliano Emerson Palmieri e l’attaccante francese Giroud, che però non hanno avuto modo di entrare ancora appieno nei meccanismi della squadra londinese.

Sebbene quasi sicuramente a fine stagione il tecnico lascerà la panchina, i bookmakers inglesi (sempre pronti a scommettere sugli esoneri degli allenatori) hanno addirittura sospeso le giocate sull’esonero del pugliese. Tale situazione non è dovuta solamente dal pessimo ultimo risultato, ma anche una riunione del board dei Blues convocata per esaminare la posizione del manager. In questo caso, due le soluzioni praticabili: avanti con Conte, oppure licenziamento immediato.

Se si dovesse decidere per un licenziamento, le strade alternative non sono molte e quelle poche sono anche difficili da praticare. Complice l’assenza di Steve Holland, spesso alternativa interna in queste situazioni, ma che non lavora più per la squadra di Abramovich. In pratica con l’addio di Conte, comunque tutto lo staff sarebbe messo alla porta e quindi non si troverebbe nessuno all’interno del team per sostituire il tecnico italiano. In questo caso, Abramovich potrebbe affidarsi a un Hiddink III, traghettatore fino a giugno. Con un quarto posto da difendere, la FA Cup ancora in ballo e la doppia sfida difficilissima con il Barcellona in Champions, sarebbe un azzardo.

Ed è per questo che per ora si dovrebbe andare avanti con Conte. Il tecnico cercherà di ripartire dando la carica giusta per la parte più importante della stagione.

In effetti la società così come la squadra è con lui.

Tuttavia per una soluzione a largo respiro, bisogna confrontarsi con altri problemi. Il favorito è lo spagnolo Luis Enrique. Gli altri nomi nella lista indicata dal giornale inglese Telegraph (Allegri, Sarri, Rodgers, Simeone, Zidane) sono impegnati con altri club.

Calato il sipario sull’evento più amato e seguito d’America, il Super Bowl.

Uno show atteso tutto l’anno e che puntualmente riesce ad offrire un intrattenimento mozzafiato, sia a livello sportivo che di spettacolo.

La prima vera novità della LII edizione dell’atto finale della stagione di NFL è stata il risultato. Una storica vittoria dopo due tentativi falliti (1980 e 2004) per i Philadelphia Eagles, i quali hanno battuto i favoritissimi campioni uscenti dei New England Patriots.

Primo Super Bowl per la squadra allenata da Doug Pederson, mancato aggancio ai Pittsburgh Steelers (a quota sei) invece per la squadra della star Tom Brady.

Rotto anche l’incantesimo intorno proprio al pluricampione Tom Brady, stavolta non è stato lui a vincere il Super Bowl MVP. Il titolo di migliore giocatore della grande finale è stato assegnato a Nick Foles.

Ma come già detto, il Super Bowl non è semplicemente la finale di Football americano, è uno degli eventi più seguiti dell’anno oltre al fatto a milioni di dollari che girono attorno a questo show.

Ben oltre i 100 milioni gli spettatori che sono stati incollati davanti ai televisori per gustarsi il match, qualcosina in meno rispetto ai 111 milioni dello scorso anno, anche se il record appartiene all’edizione del 2014, quando è stata toccata quota 114.

Il giro d’affari ruota attorno anche all’asta che si viene a creare per ritagliarsi un piccolo spazio pubblicitario durante il match. Nel 2011 la casa automobilistica Chrysler ha acquistato 120 secondi di pubblicità (con la partecipazione del rapper Eminem) per la cifra record di 12,4 milioni di dollari, staccando nettamente i diretti rivali in questa speciale classifica (Jaguar, Kia e Toyota appaiate a “soli” 8 milioni). Poco sotto Chrysler, l’azienda Pepsi con 12 milioni di dollari.

È l’evento in cui si spendono migliaia di dollari per comprare un biglietto hanno speso dai 950 a 5000 dollari, senza considerare poi coloro che hanno fatto l’investimento, per poi rivendere i tagliandi online, a prezzi che in media oscillano sui 6000 dollari. Da evidenziare “in media”, perché arrivati in prossimità dell’evento, c’è chi spende fino a 22mila dollari pur di acquistare in extremis un biglietto di qualità.

Quest’anno la finalissima si è giocata a Minneapolis con temperature esterne rigidissime. In effetti ci sono stati picchi anche di -17 gradi. Ovviamente all’interno dell’U.S. Bank Stadium la temperatura si è aggirata attorno ai 20 gradi, dato che la struttura è coperta. Tuttavia il record della partita più calda appartiene invece alle finalissime del 1973 a Los Angeles e del 2003 a San Diego. In entrambi i casi si sfiorarono i 28 gradi.

Ma se pensiamo al Super Bowl non possiamo fare riferimento all’Halftime Show. Quest’anno la star è stata Justin Timberlake. Il cantante è tornato a guidare lo spettacolo centrale del Super Bowl dopo il 2001 (con i NSYNC) e il 2004. Proprio quest’ultima è stata quella del famoso “Nipplegate”, il fuoriprogramma capitato alla cantante Janet Jackson che, sul palco di Houston, rimase con un seno di fuori, per lo scalpore di tutti gli americani.
Tornando a Minneapolis, Timberlake ha infiammato la folla su è giù per il palco e arrivando a cantare proprio in mezzo al pubblico, anche con la sua più celebre hit, “Cant’ stop the feeling”.

Ma Minneapolis è anche la città stata del grande Prince ed è per questo che il cantante Timberlake ha improvvisato un duetto emozionante con l’ex star americana sulle note di “I Would Die 4 You”. Il tutto è stato possibile grazie a un ologramma con il cantante scomparso nel 2016.

Tuttavia a deliziare ed emozionare il pubblico sono stati anche Sting e Pink. L’ex cantante dei Police si è esibito all’esterno dell’Arena, mentre la cantautrice americana Pink ha avuto l’onore di cantare l’inno nazionale americano prima del fischio d’inizio. Qualcosa che sognava dal 1991, quando l’ha sentito cantare dal suo idolo Whitney Houston.

Oramai manca veramente poco che il sipario si alzi sulla ventitreesima edizione delle Olimpiadi Invernali a PyeongChang e noi di Mondiali.it vogliamo fare un tuffo nel passato per ricordare chi sono stati i primi atleti azzurri a trionfare nella competizione olimpica.

Iniziati nel 1924, i Giochi invernali ci regalarono il primo vero acuto nel 1948 con l’oro di Nino Bibbia nella specialità dello skeleton. A questa ne sono seguite altre 113. La prima gioia femminile, invece, risale all’Olimpiade di Oslo nel 1952 e fu il bronzo di Giuliana Minuzzo nella discesa.

Per poter parlare della prima grande impresa di Nino Bibbia, dobbiamo fare un tuffo di 70 anni e catapultarci nella quarta edizione dei Giochi a Saint Moritz nel 1948. Il 25enne, originario di Bianzone in provincia di Sondrio, era alla sua prima apparizione nella competizione dei cinque cerchi. Tuttavia conosceva bene il territorio dato che da anni viveva proprio nella cittadina svizzera di Saint Moritz. Si sentiva a casa Nino Bibbia e ciò facilitò quella sua grande impresa.

C’è da ribadire, però, che il campione azzurro non era solamente un atleta della specialità skeleton. In quell’edizione il sondriese era iscritto nelle gare di salto (arrivò a 69 metri), pilota sia nel bob a due (dove giunse ottavo) che nel bob a quattro (chiuse sesto) ed era pure nella squadra di hockey. Un vero e proprio atleta a 360 gradi.

Proprio una partita di hockey gli stava facendo saltare la cerimonia ufficiale del suo skeleton, nel quale era riuscito a salire sul podio più alto. Nino Bibbia, inoltre, è stato anche un innovatore: 50 anni prima delle action cam che troviamo in testa a quasi tutti i partecipanti, in una delle sue gare Bibbia indossò sulla schiena una cassetta d’acciaio con all’interno una camera da presa pesante oltre 40 chili, per raccogliere immagini durante la discesa.

Per trovare il primo sorriso femminile, invece, dobbiamo trasferirci a Oslo durante le Olimpiadi del 1952. La gioia è stata tutta per la nostra “donna jet” Giuliana Minuzzo, sciatrice alpina classe 1931, originaria di Marostica in provincia di Vicenza.

Foto de “La Stampa” del 24/02/1960 – Olimpiadi di Squaw Valley ’60

L’azzurra all’epoca era 21enne e chiuse la gara solamente dietro l’austriaca Trude Beiser e la tedesca Annemarie Buchner . Una medaglia importantissima per lo sport azzurro, basti pensare che, nella storia italiana ai Giochi Invernali, solamente in altri quattro casi atlete azzurre sarebbero salite sul podio nei successivi 40 anni, e cioè fino ad Albertville 1992 con Deborah Compagnoni. Nel mezzo solo la stessa Minuzzo (bronzo nel gigante a Squaw Valley 1960), Erika Lechner (oro nello slittino a Grenoble 1968), Claudia Giordani (argento nello slalom a Innsbruk 1976) e Paola Magoni (oro nello slalom a Sarajevo 1984).

 

La città di Valencia, dal punto di vista calcistico, è diventata un vera e propria colonia italiana. In effetti se pensiamo alle due squadre della comunità valenciana: il Valencia e il Levante, sono tanti gli italiani che ci vengono in mente con addosso la maglia bianconera dei Taronges e quella rossoblù dei Granotes.

Proprio del Levante è stato uno degli ultimi colpi di mercato della sessione invernale: Giampaolo Pazzini. L’attaccante ex Hellas Verona è stato acquistato dalla società iberica e va ad arricchire già la lunga bacheca di Italians che hanno calpestato l’erba dello stadio Ciutat de Valencia.


Un ricco elenco soprattutto di attaccanti. In effetti, solo dal 2007 sono stati ben quattro le punte  comprate dal club direttamente dal campionato italiano. Si potrebbe addirittura pensare a quasi una formazione interamente formata da italiani per semplificare quanto sia particolare questa situazione.

Il primo bomber a sbarcare nel club rossoblù è stato Christian Riganò. La punta siciliana fu prelevata dal Messina dopo una gran bella stagione in Serie A, grazie anche ai consigli di un altro italiano già presente in rosa: Damiano Tommasi.

Proprio l’ex centrocampista della Roma e l’attuale presidente dell’Assocalciatori è stato il primo a sposare il progetto della società valenciana già dal 2006. In effetti Tommasi è l’italiano che conta più presenze nel club (49).

Il viavai italiano in particolare c’è stato nella stagione 2007/2008 quando a sedere sulla panchina del Levante venne chiamato l’italiano Gianni De Biasi. L’allenatore trevigiano fu  messo alla guida della squadra dopo un pessimo inizio di stagione di Liga. Il mister cercò di affidarsi proprio agli italiani presenti in rosa, anche perché la società non confermò gli acquisti che aveva promesso nel mercato di gennaio.

In quella specifica stagione c’erano ben quattro italiani tra gli undici titolari. Tra i pali era arrivato in prestito dal Milan, Marco Storari. Il portiere pisano, nonostante i 30 gol subiti nella prima parte di stagione, risultò il più delle volte migliore in campo. A guidare la difesa un altro italiano doc: Bruno Cirillo. Il difensore campano fu prelevato dall’Aek Atene; Cirillo è stato un Italians a tutti gli effetti. Damiano Tommasi e Christian Riganò completavano il quartetto a centrocampo e in attacco.

Nonostante la folta presenza italiana, la squadra retrocesse. Cirillo, Storari e Riganò fecero subito ritorno in Italia nel mercato invernale, mentre il solo Tommasi concluse l’avventura al termine della stagione dato che anche mister De Biasi si dimise molto prima della conclusione del campionato.

Per rivedere altri italiani con la maglia rossoblù dobbiamo fare un salto ina avanti nella stagione 2012/2013 quando a Valencia sono sbarcati l’attaccante Robert Acquafresca e il difensore Massimo Volta. Non una bella esperienza per entrambi che certo non hanno lasciato il segno nella storia del club.

Sicuramente meglio ha fatto Pepito Rossi, il quale nonostante un prestito breve di sei mesi è riuscito a ben figurare grazie alle sei reti messe a segno nei sei mesi del 2016.

Spera decisamente di fare bene il neoarrivato Pazzini che comunque ha sempre avuto fiuto del gol e che vuole cancellare la prima parte di stagione trascorsa a Verona in maniera opaca.

 

Parlare di maglie delle nazionali ha sempre un fascino particolare, soprattutto se si trattano delle edizioni di Mondiali degli anni passati. C’è chi addirittura ha giocato con le maglie dei club!

Il Campionato del Mondo di Usa 1994 è stato quella della prima volta dei nomi dei calciatori sulle maglie della loro nazionale.

Per la prima volta si leggono i nomi tra gli altri di Baggio, Maradona, Bergkamp e Romario.

Una novità per tutti gli appassionati del calcio e anche per gli statunitensi che certo non avevano il calcio nel sangue. In effetti secondo un’indagine di quell’anno, il 66% degli americani non aveva idea che si stessero per svolgere i Mondiali di calcio. Solo il 17% manifestava curiosità per la cosa.
Quindi diciamo che gli americani, all’inizio, non erano proprio attratti da questa manifestazione che comunque avrebbe offerto un’altra ottica agli Usa.

Tornando alle maglie, l’edizione del ’94 fu quella anche delle maglie estroverse delle nazionali, in particolare dei portieri. Su tutti si ricorda la maglia del portiere del Messico, Jorge Campos, che lui stesso si disegnava. A primo acchito sembrava un vero e proprio vestito a maschera dai colori accesi.

Altrettanto colorata, ma meno conosciuta, anche la divisa della Corea del Sud dell’estremo difensore Young Choi. Anche la divisa dell’Italia porta in auge molta nostalgia per gli appassionati. La casacca del portiere azzurro Pagliuca, con forti richiami al Tricolore. Tra gli azzurri spiccava anche il doppio Baggio: D. Baggio (con la maglia numero 13) e R. Baggio (con la 10).

Un aspetto però fu importante e rese le partite molto complicate, il caldo. Nell’estate 1994 ci fu una forte ondata di caldo asfissiante che coinvolse gran parte degli Usa. La Fifa non facilitò certo le nazionali fissando molte partite dei gironi in orari improponibili, con temperature ben oltre i 40 gradi.

Al quanto particolare, invece, è stata la petizione messa in atto dagli islandesi. I tifosi del piccolo paese prima di Euro 2016 hanno iniziato una raccolta firme sul sito iPetitions per convincere la federazione calcistica locale a stampare il nome dei calciatori, e non il cognome, usanza molto frequente sull’isola.

In effetti, in Islanda è consuetudine riferirsi alle persone chiamandole sempre per nome, anche se si cita o se si sta parlando con una persona che non si conosce; gli autori della petizione sostengono che il nome sulle maglie sia un modo per rispettare la tradizione del proprio paese. Rifaranno questa raccolta firme in vista di Russia 2018?

Durante la sua crescita nel settore giovanile della Juventus era stato definito come uno dei talenti più promettenti del panorama calcistico italiano, nel corso degli però non è riuscito ad avere costanza nelle performance e nella maturità.

Stefano Beltrame, attaccante classe 1993, continua il suo percorso professionale fuori dai confini italiani. Il 24enne biellese attualmente milita nella Serie B olandese (Jupiler League), nel Go Ahead Eagles squadra della città di Deventer.

Non proprio il massimo per chi è cresciuto nella Juventus seguendo le orme di Alessandro Del Piero. Tuttora è sotto contratto della società bianconera, appunto in prestito agli olandesi. In Olanda ha anche giocato in Eredivise nel Den Bosch, in cui ha disputato 20 partite segnando due gol.

Forse proprio la scarsa vena realizzativa di Beltrame ha portato a questo suo continuo girovagare nel trovare la giusta piazza che lo faccia esaltare anche davanti al portiere avversario. D’altra parte ha ancora l’età dalla sua e l’idea di poterlo vedere in palcoscenici più importanti non è del tutto tramontata.

In questa stagione il bottino è già migliorato. Sinora sono cinque i gol messi a segno conditi da tre assist per i suoi compagni. Un rendimento che certamente da morale a un ragazzo che ha bisogno di buone prestazioni per sentirsi al centro del progetto.

Un giovane che ha vinto tanto con la Juventus Primavera in un gruppo che aveva talenti come Mattiello, Rugani e Spinazzola. Con la squadra bianconera ha conquistato il Torneo di Viareggio 2012 (siglando un gol nella finale contro la Roma) e la Coppa Italia Primavera 2012-2013.

I primi passi del grande calcio li ha calcati sui campi della Serie B con il Bari nel 2013. Con i galletti scende in campo in 24 occasioni segnando anche le sua prima rete da professionista, il 30 maggio 2014, fissando il punteggio sul 4-1 proprio contro la squadra in cui è cresciuto, il Novara.

A Bari anche un fuoriprogramma calcistico. I primi di novembre del 2013, l’attaccante sorprende un po’ tutti facendo pubblicare su un noto quotidiano locale una lettera d’amore per riconquistare la sua ex fidanzata.

La stagione successiva il prestito ai canarini del Modena sino ad arrivare all’ultima piazza olandese.