Author

Dario Sette

Browsing

Se nel mondo del calcio l’atmosfera della Champions la si vivrà la prossima settimana, nel volley il torneo europeo è nel vivo, con due squadre italiane a giocarsi i posti in finale.

C’è chi vince: la Lube Civitanova, e c’è chi è uscita sconfitta: la Sir Safety Perugia.

La Lube passeggia in trasferta a Lodz in Polonia contro la Skra Bełchatów vincendo con un netto 3-0.

I marchigiani sono stati trascinati da un super muro della coppia Stankovic – Juantorena che hanno avuto modo di divertirsi anche con attacchi dalla seconda linea.
I primi due set sono andati via in maniera leggera con un 14-25 e un 20-25; prima di un terzo set più equilibrato chiusosi con un 23-25.

Questa netta vittoria, in appena 82 minuti di gioco, offre il giusto piglio per la gara di ritorno in Italia per quello che, ora come ora, è già un piccolo pass per la finale di Berlino.


La squadra polacca, guidata dall’italiano Roberto Piazza, si è inclinata allo strapotere dei cucinieri dopo che ai quarti di finale si sono sbarazzati dei russi dello Zenit San Pietroburgo.

Leggermente diversa è la situazione di Perugia che, invece, è uscita sconfitta in casa contro i russi dello Zenit Kazan per 3 set a 2.

Al PalaBarton, infatti, è andata in scena una vera e propria battaglia, tra due squadre fortissime, conclusasi solamente al tie-break dopo 139 minuti di gioco.

Per poter strappare il pass per la finale gli uomini di coach Bernardi dovranno vincere la gara di ritorno e con almeno due set di scarto (3-0 o 3-1) nella tana dei Campioni d’Europa (quattro nelle quattro edizioni).

Un’impresa che comunque la squadra campione d’Italia può e deve poter pensare di fare, perché c’è in gioco la vittoria del titolo europeo e molto probabilmente contro la Lube Civitanova.

Molti pensano sia una svolta, altri credono che sia pura normalità, una cosa è certa l’allenatrice tedesca Inka Grings sarà la prima donna ad allenare una squadra maschile tra le prime quattro leghe della Germania.

E c’è chi si stupisce per un sold out alla partita Juventus – Fiorentina donne all’Allianz Stadium o a un Atletico Madrid – Barça, mbah!

La squadra in questione è la SV Straelen, formazione che milita in Regionalliga West (IV Divisione), e sarà appunto guidata dall’ex calciatrice della nazionale tedesca.

La quarantenne Inka Grings è appunto già famosa a livello nazionale dati i trascorsi sul campo. Ritiratasi nel 2014, con la maglia della Germania vanta 96 presenze e 64 reti (è miglior marcatrice) tra 1996 e il 2012, mentre nei club detiene il record di reti in Frauen-Bundesliga, ben 314.

Risultati immagini per inka grings germania
L’esultanza di Inka Grings dopo uno dei tanti gol messi a segno in nazionale

Da qualche anno ha appeso gli scarpini e ha deciso di diventare allenatrice: la prima esperienza è stata a Duisburg, come tecnico della formazione femminile.

L’allenatrice sostituisce Marcus John e le spetta un arduo compito: salvare la situazione dello Straelen. La formazione è al 13esimo posto in classifica e, a 7 giornate dalla conclusione del campionato, ha 8 punti di vantaggio sul Wiedenbruck terz’ultimo.

Lo Staelen è un club abbastanza prestigioso in Germania: fondato nel 1919 come polisportiva in cui si praticavano discipline come la pallacanestro, karate, badminton, pallamano e pallanuoto.

Sono felice che Inka abbia accettato, ha molte energie e ora potrà rimboccarsi le maniche

Ha ribadito il presidente della società, Hermann Tecklenburg, che ha sottolineato di conoscere Grings da più di vent’anni dato che da sempre è stata colonna portante del calcio femminile tedesco.

Inka Grings inizia a giocare all’età di sei anni e cresce con ottime doti d’attaccante. A 18 anni è un punto di forza del Rumeln-Kaldenhausen (poi diventato Duisburg) con cui ha giocato 16 stagioni vincendo in una sola occasione ma in cui per ben 6 volte è stata la regina del gol (nel 1999/2000 record di 38 reti).

Pare che tra la Ferrari e Sebastian Vettel non ci sia pace.

Dopo il flop nella gara inaugurale di Melbourne in cui la macchina ha deluso, stavolta in Bahrain è stato il pilota tedesco a gettare alle ortiche un intero weekend in cui le Rosse partivano da favorite.

Vettel ha perso l’ennesimo duello contro il campione del mondo Lewis Hamilton, in quello che oramai è diventata una vera propria ossessione.

Tra il britannico e il tedesco c’è sempre stata competizione in cui il pilota ferrarista ha avuto modo di trionfare in duelli, soprattutto quando era in Red Bull. Da sottolineare il “soprattutto”, perché il numero 5 da quando è a bordo della monoposto di Maranello ha subito tantissime sconfitte, anche per demerito suo.

L’ultima cocente beffa è successa proprio durante il giro 39 del Gp di Sakhir: Vettel viene prima sorpassato dal campione della Mercedes e poi commette il grave errore di andare in testacoda, perdendo secondi e causando un danno alla vettura che poi ha portato la rottura dell’ala anteriore.

Ovviamente eravamo molto vicini, ho cercato di prendere l’interno come avevo fatto il giro prima. La curva 4 è una delle più complicate, è stato un mio errore!

L’ammissione dello sbaglio è sincera e segna un passaggio importante del week end della Ferrari che si ritrova a festeggiare il primo podio in carriera di Leclerc (poteva ambire anche alla vittoria se non fosse per i capricci del motore) ma anche a mangiarsi le mani per la situazione del tedesco.

Contro Hamilton, Sebastian Vettel sta vivendo una vera e propria disfatta, iniziata già nello scorso anno in cui, per suoi errori evidenti, ha perso i vari confronti diretti gettando punti e podi.

Una “frittata” è stata fatta a Hockenheim nel 2018 con Vettel partito dalla pole position e conseguento dominio della gara. In tutta solitudine, però, ha perso il controllo della monoposto sull’asfalto bagnato finendo a muro: ritiro con conseguente vittoria di Hamilton.

Ma errori sono stati commessi anche a Baku, in Francia e in Austria. Non pochi per chi punta al titolo iridato. In Azerbaijan il tedesco è andato lungo alla staccata della prima curva.

Una serie un po’ lunga per uno che ambisce alla vittoria di un Mondiale.

Un’attesa lunga dieci anni, in cui la Fortitudo Bologna e i suoi tifosi hanno vissuto momenti bui che sembravano non finire, ma che da oggi ognuno senta di esserseli lasciati alle spalle.

L’aquila torna in paradiso. La storica squadra di basket torna finalmente in Serie A in seguito a quelli che sono stati gli anni più difficili della lunga e gloriosa storia della società bolognese.

 

Visualizza questo post su Instagram

 

S E R I E A!! #duecoloriunamore⚪🔵

Un post condiviso da Lavoropiù Fortitudo Bologna (@fortitudo103_official) in data:

La gioia di giocatori e tifosi è esplosa al termine del derby vinto contro Ferrara per 91-79 davanti a un PalaDozza tutto esaurito (oltre 5mila presenti). I ragazzi di coach Martino grazie hanno strappato la promozione con ben tre turni d’anticipo dopo una cavalcata costellata da 24 vittorie e tre sole sconfitte.

È stata un’annata finalmente perfetta in cui i giocatori hanno dominato in lungo e in largo. Nelle ultime stagioni, invece, il sogno si era arenato alla fase finale.

Dal 2009 le stagioni sono stati complicatissime dato che la società è prima fallita, poi radiata e poi rinata con la ripartenza dai dilettanti. Una data significativa è stata il 10 maggio 2009 quando la Fortitudo perse a Teramo il match salvezza per 73-72.
Dopo 10 finali Scudetto giocate nelle ultime 14 stagioni, la Fortitudo Bologna retrocede in A2.

È lì che inizia l’incubo.

Anni di contrasti societari, poi arriva la Serie B: due squadre vogliono proseguire la storia della Fortitudo, i Biancoblu e gli Eagles (quest’ultima seguita dalla maggior parte dei tifosi e dalla Fossa dei Leoni). Il ritorno a un’unica squadra nel 2013, la seguente promozione in A2, fino al capolavoro contro Ferrara.

Finalmente la Serie A si riappropria di una squadra che lungo la propria storia ha vinto due Scudetti, una Coppa Italia e due Supercoppe.

Dall’anno prossimo la massima serie sarà diversa, con un nuovo e vissuto match, tra i più seguiti e sentiti d’Italia: il derby di Bologna.

Oltre 200 medaglie conquistate col sudore e con la grinta di un vero atleta. Jury Chechi, ex ginnasta campione olimpico 1996 ad Atlanta, continua a essere il campione che è sempre stato.

Stavolta a far parlare di sé non è stata una performance agli anelli ma un gesto di gran cuore per salvare la palestra Etruria di Prato, dove Chechi ha mosso i primi passi. Il campione ha messo all’asta tutti trofei vinti durante la sua gloriosa carriera pur di dare un contributo concreto al salvataggio di questa storica struttura.

Nella cittadina toscana è andata di scena un vera e propria asta in cui la Reale Foundation si è aggiudicato il tutto per 70mila euro, lasciando poi i trofei in dono alla palestra.

Risultati immagini per jury chechi trofei
I tanti trofei di Chechi messi all’asta

All’evidente problema che ha colpito l’impianto Etruria, l’oro olimpico non ha esitato a mettersi a disposizione offrendo quello di cui più caro ha: i suoi premi (200 tra coppe e medaglie).
Per partecipare all’asta, occorreva versare una base minima di 19,96 euro, prezzo che simbolicamente è l’anno in cui Chechi è diventò per tutto il mondo il “Signore degli Anelli”.

Un gesto unico per aiutare tutti le ginnaste e i ginnasti che si allenano in questa palestra pratese. Giovani che inseguono un sogno, lo stesso sogno che ha inseguito Jury Chechi fino ai trionfi mondiali e olimpici.

 

Visualizza questo post su Instagram

 

Grazie a tutti!!!😀 . . #jurychechi #prato #etruria #ginnasticaartistica

Un post condiviso da Jury Chechi Academy (@jurychechiofficial) in data:

Era il 1976 e Chechi aveva solo sette anni. In quell’anno e in quella palestra il piccolo ginnasta pratese ha vinto la sua prima coppa un po’ a sorpresa, tanto che nemmeno i suoi genitori erano presenti all’evento. E proprio quella coppa, con la targhetta “S.G. Etruria”, risulta tra le tante presenti.

Oggi l’Etruria ospita gli allenamenti di 90 ragazze e ragazzi dai 6 ai 16 anni e, finalmente, grazie ai finanziamenti della Real Foundation avranno un nuovo impianto elettrico e di riscaldamento.

È stato Leo Messi con un pallone da basket!

Parole semplici quelle di Sean Elliot ma che sintetizzano ciò che è stato Manu Ginobili per i San Antonio Spurs e per tutta l’Nba: uno dei cestisti internazionali più forti della storia del basket americano.

La notte del 28 marzo 2019 è stata speciale per tutto il popolo amante di questo sport, perché segna uno step fondamentale per la storia degli Spurs: il ritiro della maglia numero 20 indossata dall’argentino durante i sedici anni di permanenza in Texas.

Risultati immagini per ginobili ritiro maglia
Il saluto di Gonibili al pubblico presente per l’evento

All’AT&T Center, una cerimonia da brividi davanti all’assoluto protagonista e a tanti suoi ex colleghi e compagni di squadra, oltre al grande coach Gregg Popovich.

Con la canotta grigionera Ginobili ha vinto ben quattro titoli Nba (l’ultimo nel 2014 con l’italiano Marco Belinelli) oltre ad altri record come l’essere entrato nella top 5 per partite disputate (1057 di stagione regolare più 218 di playoff), punti (14043), assist (4001) e recuperi (1392). Mica male per chi ha deciso di ritirarsi lo scorso agosto a 40 anni, dopo aver vinto anche l’Eurolega con la maglia di Bologna (con annesso premio di MVP) e la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Atene 2004 con la nazionale argentina.

Senza di lui non avremmo mai vinto!

Parole secche quelle di coach Popovich il quale ha tanto amato Ginobili e con estrema schiettezza ha ribadito quanto fosse stato fondamentale per i successi degli Spurs. Con Parker e Duncan (Big Three) hanno segnato un’epoca in Nba alla base dei trionfi della franchigia texana.

Un video tributo da brividi che sintetizza in breve i sedici anni trascorsi in America, tutti con la stessa canotta, tutti con gli stessi colori.

Ora sul tetto dell’AT&T Center di San Antonio c’è anche lui, accanto ad altri campionissimi degli Spurs come la 21 proprio di Tim Duncan, oltre alla 00 di Johnny Moore, alla 6 di Avery Johnson, alla 12 di Bruce Bowen, alla 13 di James Silas, alla 32 di Sean Elliot, alla 44 di George Gervin e alla 50 di David Robinson.

Gracias Manu!

Primo trionfo europeo.

È festa per la Saugella Monza Volley femminile che vince la Challenge Cup, il terzo trofeo continentale per importanza.

Per le brianzole è stata la prima partecipazione a un torneo lontano dai confini nazionali ed è stato un successo.
In finale le ragazze guidate dal tecnico Miguel Angel Falasca hanno battuto per 3-1 le turche dell’Aydin nel match di ritorno, dopo la vittoriosa trasferta (3-0) della scorsa settimana.

Risultati immagini per monza volley donne
L’esultanza delle ragazze alla vittoria del match

Un trionfo importantissimo per la società lombarda e per la pallavolo azzurra, dato che erano ben dieci anni che una squadra italiana femminile non riusciva ad alzare questa coppa. L’ultima volta è successa nella stagione 2008/09 e fu la Pieralisi Jesi a trionfare, battendo il Panathinaikos Atene; mentre nel 2013  Piacenza perse la finale contro la forte compagine russa della Dinamo Krasnodar.

Tripudio e festa alla Candy Arena davanti a 3500 spettatori presenti sugli spalti. E ora sotto nei playoff scudetto. La squadra ha chiuso la regular season al quinto posto e ora affronterà Busto Arsizio (che ha trionfato in Cev Cup Women contro l’Alba-Blaj) in una serie che si prospetta molto combattuta.

Il progetto Vero Volley Monza nasce 2008, dall’idea di un Consorzio che operava in Brianza. Il consorzio in pochi anni è riuscita a a portare sia la squadra femminile che quella maschile nella massima serie.

Negli ultimi anni, entrambe le selezioni si stanno rendendo protagoniste in positivo. Quest’anno entrambe hanno partecipato alla Challenge Cup: le donne hanno chiuso con la vittoria, gli uomini si sono fermati sul più bello, nella gara di ritorno di finale disputata a Belgorod contro il Belgorod Belogorie dopo aver vinto il match d’andata.

Una doppietta di Roberto Piccoli fa sì che l’Italia Under 19 voli alla fase finale dell’Europeo di categoria in vista il prossimo luglio in Armenia.

Un cammino entusiasmante per gli azzurrini del commissario tecnico Federico Guidi che grazie al 2-0 contro i pari età della Serbia avranno modo di giocarsela nel torneo continentale.

Con questo pass possiamo tranquillamente dire che il calcio giovanile azzurro c’è ed è vivo, dato che l’Italia ha potuto realizzare uno storico en plein per i vari tornei che si terranno la prossima estate: Europeo Under21, Europeo Under17, Mondiale Under20 e, per l’appunto, Europeo Under19.

La nazionale di Guidi ha chiuso il Gruppo 7 in testa alla classifica con 7 punti: grazie a due vittorie (contro Serbia e Ucraina) e al pareggio contro il Belgio.

Tra i calciatori che più hanno avuto modo di mettersi in mostra in queste partite di qualificazione sicuramente l’autore della doppietta decisiva per il pass: Roberto Piccoli. L’attaccante classe 2001 dell’Atalanta è già sotto la lente dei grandi club italiani. Bergamasco doc per ora non ha intenzione di lasciare la Dea e vuole cercare di farsi strada nella prima squadra così com’è capitato ad altri compagni.

Immagine correlata
L’esultanza di Piccoli dopo il gol ai serbi

Le reti di Piccoli sono state propiziate da due azioni di ragazzi della Primavera dell’Inter. Il primo è il 2000 Davide Merola, debuttante nel match di Europa League contro l’Eintracht Francoforte, il quale ha fornito l’assist al bergamasco; mentre il secondo gol è stato segnato dopo una respinta della punta Salcedo. Quest’ultimo ha realizzato la rete del momentaneo pareggio nel match contro l’Ucraina, vinto poi 3-1.

Altra pedina importante per il ct Guidi è Nicolò Fagioli della Juventus Under23 che gioca in Serie C. Il bianconero è dotato di una buona tecnica e velocità utile nella fase offensiva.

C’è da dire che tra gli azzurrini potrebbe ancora prendere parte al gruppo un certo Moise Kean, autore di due reti nelle prime due uscite con la nazionale maggiore.

In porta c’è l’atalantino Cornasecchi, mentre la difesa è guidata dal capitano Davide Bettella del Delfino Pescara, con Bellanova (Milan), Gozzi Iweru (Juve) e Greco (Roma).

Insomma per l’Italia c’è un futuro roseo e non resta che goderci un’estate ricca di appuntamenti.

 

Una formazione con Gerard Piquè, Bojan Krkic, Marc Bartra, Aleix Vidal e Martín Montoya che ha battuto il Venezuela per 2-1.

No, non stiamo parlando di calciatori della nazionale spagnola, ma di giocatori che fanno parte della Catalogna: nazionale della grande regione iberica che conta una sua realtà calcistica in cui ci sono importanti uomini che abbiamo avuto modo di conoscere con la maglia del Barcellona.

LA PARTITA

La partita si è disputata a Girona contro la nazionale venezuelana che pochi giorni fa ha battuto l’Albiceleste di Lionel Messi. È la prima uscita in “data Fifa”, quelle riservate abitualmente alle nazionali riconosciute.
Dopo un primo tempo bloccato sullo 0-0, ad aprire il match è stato l’ex milanista e canterano blaugrana, Bojan Krkic, a cui ha risposto il sudamericano Rosales, sei minuti più tardi. Sul finale di gara, dopo un’ampia girandola di sostituzioni, i padroni di casa trovano il gol vittoria grazie alla rete di Javier Puado, esterno offensivo classe ‘98 dell’Espanyol.

I DETTAGLI

Se in Italia c’è la recente realtà della Nazionale sarda, in Spagna sta ottenendo sempre più i riflettori dalla sua parte quella catalana, a maggior ragione perché conta campioni come Piqué il quale conta oltre 100 presenze con le Furie Rosse con cui ha vinto il Mondiale nel 2010 e l’Europeo nel 2012. Il centrale da sempre ha sostenuto palesemente l’indipendenza catalana tanto da essere puntualmente fischiato quando indossava ancora la maglia della Roja.

Risultati immagini per catalogna venezuela
Il saluto di Piqué ai tifosi catalani

Il commissario tecnico giallorosso è Gerard Lopez, ex Barça e importante uomo del Valencia di Hector Cuper che è arrivato in fondo alla Champions League. Per creare la lista dei convocati, Lopez ha dovuto faticare un po’ perché ci sono stati anche dei “rifiuti forzati” come quelli dei club Huesca, Rayo Vallecano e Valladolid che hanno negato l’autorizzazione ai propri giocatori, così come le grandi assenze di Xavi e Deulofeu.

 

Visualizza questo post su Instagram

 

Em sap molt greu anunciar que finalment no podré ser a Montilivi pel Catalunya-Venezuela de demà. Ho he intentat fins el darrer moment però els compromisos amb el meu club no m’ho han permès. Moltes gràcies a la Federació Catalana i, especialment, al president Soteras,Carles Domènech i a Gerard López per l’interès que han mostrat perquè jo fos a Girona. Tant de bo hi pugui ser la propera vegada. A Qatar tindreu el primer dels aficionats que animarà a la nostra selecció. Visca Catalunya!! @fcf_cat xxx Lamento anunciar que finalmente no podré estar en Montilivi para el Catalunya-Venezuela de mañana. Mis compromisos con mi club no me lo han permitido. Muchas gracias a la Federació Catalana y especialmente al presidente Soteras, a Carles Domènech y a Gerard López por el interés mostrado para que estuviera en Girona. Ojalá la próxima vez pueda estar allí con vosotros. En Qatar tendréis al primer de los aficionados animando a nuestra selección. Visca Catalunya! @fcf_cat xxx I am very sorry announcing that finally I won’t be able to attend the Catalonia-Venezuela match in Montilivi tomorrow. My commitments with my club don’t allow me to travel. Thank you very much to the Catalan Federation and specially to the President Soteras, Carles Domènech and Gerard López for their interest on having me in Girona with the team. Hopefully next time I will be there with you all. I will be the fan number 1 supporting our team from Qatar. Visca Catalunya! @fcf_cat

Un post condiviso da Xavi (@xavi) in data:

Lo storico ex capitano del Barça è stato costretto a declinare l’invito su forzatura del suo club, l’Al Sadd  che ha un match delicato di campionato qatariano in cui si sta giocando il titolo.
L’esterno offensivo del Watford, invece, è stato fermato dalla società dei Pozzo che ha preferito tenere a sé il proprio giocatore per evitare problemi politici.

In Italia molto probabilmente in pochi si ricordano di lui per i suoi trascorsi da calciatore con la maglia della Sampdoria e Brescia. In Ungheria, invece, è una vera e propria star.

Stiamo parlando di Marco Rossi, allenatore classe 1964, attuale commissario tecnico della nazionale magiara di calcio che ha fatto una vera e propria impresa nel primo match di qualificazione a Euro2020, vincendo contro la Croazia per 2-1.

Una vittoria storica, se si pensa che la nazionale guidata dal Pallone d’oro Modric è vicecampione del mondo al Mondiale di Russia 2018.

Come detto, il ct Rossi è famosissimo in terra ungherese, poiché ha avuto un doppio trascorso anche sulla panchina del Budapest Honvéd, storica squadra che, a cavallo tra il 1940 e il 1950, dominava in Europa grazie alle prodezze di Ferenc Puskás.

Risultati immagini per Marco Rossi ungheria
I festeggiamenti dell’Honvéd, dopo la conquista del titolo ungherese

Con la formazione rossonera Rossi ha vinto un campionato nella stagione 2016/17, grazie anche alle reti di un ex conoscenza del calcio italiano come Davide Lanzafame, ora in forza al Ferencváros (altra squadra del campionato Nemzeti Bajnokság).
Al termine di quella vittoriosa stagione ha ricevuto anche il premio Panchina d’oro speciale dalla Figc.

Dopo il trionfo con il club, ora il mister vuole scrivere la storia con la nazionale puntando come obiettivo la qualificazione al prossimo torneo continentale, complice anche un buon trend durante la Nations League in cui la formazione da lui guidata ha ottenuto sei vittorie, un pareggio e due sole sconfitte.

Il match d’esordio nel girone E contro la Slovacchia non è stato dei migliori, ma c’è stato il pronto riscatto contro i croati.

L’Ungheria, dunque, ora può sognare con Rossi in panchina: nazionale che era un po’ nel destino del tecnico dopo anni bui in Italia, in cui non riusciva a giocarsi le sue carte.

È stato mio nonno Gino ad avviarmi al calcio. Mi parlava di Puskás, della grande Ungheria, mi raccontava del 6-3 che i magiari avevano rifilato agli inglesi nel tempio di Wembley. Lui era del 1913, aveva visto il Grande Torino e la più grande squadra d’Ungheria, l’Honvéd. Quando sono diventato allenatore ho ripensato a mio nonno, e alla forza che ha il destino.