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Dario Sette

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Se pensiamo ai Mondiali di calcio non possiamo che fare collegamenti diretti a quelli che sono i ricordi di ognuno di noi. Un gol che ci ha fatto saltare di gioia, un rigore sbagliato che ci ha fatto piangere o una parata miracolosa che ci ha fatto tenere il cuore in gola.

Il Mondiale di calcio è questo, un andirivieni di emozioni continue.

L’emblema del sentimento calcistico però è il gol. Ci sono gol come quello di Tardelli o quello di Fabio Grosso, ci sono i gol di Pelè, di Ronaldo, di Maradona e tanti tanti altri. Una serie innumerevoli di marcature che si sono susseguite dall’inizio del torneo calcistico più seguito al mondo.

Gli ultimi ad esultare per un gol vittoria sono stati i tedeschi che, grazie alla rete di Mario Goetze al minuto 113 dei tempi supplementari, hanno vinto il Mondiale 2014 in Brasile.
Proprio il gol di Goetze è stato l’ultimo in ordine cronologico ad essere segnato in una fase finale dei Mondiali, ma chi è stato il primo a segnare la prima storica rete in un campionato del mondo?

Questo “piccolo” record lo detiene un francese, Lucien Laurent, primo marcatore nella gara inaugurale del Mondiale 1930: Francia – Messico. La gara si disputò allo stadio Pocitos di Montevideo domenica 13 luglio, davanti a poco più di 500 spettatori.

Il centrocampista transalpino al minuto 19 del primo tempo insacca la palla alle spalle dell’incolpevole portiere messicano Oscar Bonfiglio, con un bel tiro al volo.

Lo stesso Laurent, invece, ha più volte ribadito che

Il gol non è stato nulla di speciale!

In realtà bella o non bella è stata la rete che ha segnato la storia del calcio mondiale e della vecchia Coppa Rimet.


Lucien Laurient nacque il 10 dicembre 1907 in Val de Marne. Dopo alcuni anni in cui militò tra le fila dei semiprofessionisti del Cercle Athletique de Paris, decise di passare al Sochaux, espressione calcistica della Peugeot, per la quale lavorava e ottenne uno specifico permesso. Ovviamente in quei tempi, nessuno era calciatore professionista.

Gli undici titolari della Francia al Mondiale 1930

La trasferta in Uruguay fu effettuata con la nave “Conte Verde” con a bordo la nazionale romena, quella francese e jugoslava, tre arbitri europei e il presidente Fifa Jules Rimet che con sé portava la Coppa. Si partì il 21 giugno da Genova per poi arrivare in Uruguay il 4 luglio.

Trascorremmo 15 giorni nel Conte Verde per raggiungere il Sud America. Gli esercizi di base li facevamo di sotto e ci allenavamo sulla coperta della nave. Il nostro allenatore non ci parlò mai di tattica. C’era anche una piscina, era come un villaggio turistico. Non capivamo pienamente la grandezza del motivo per cui stavamo andando in Uruguay. Solo anni e anni dopo ci siamo resi conto del nostro posto nella storia. In quel momento era solo avventura. Eravamo giovani che si stavano divertendo. (L. Laurent)

Prima del fischio d’inizio le due nazionali entrarono in campo con le proprie bandiere.

Dopo meno di 20 minuti il primo gol del Mondiale. La partita si concluse con un netto 4-1 per i francesi che con Maschinot realizzarono anche una storica prima doppietta. Anche se il record di Laurent sarà per sempre negli annali del calcio.

Sono passati 19 anni, diciannove lunghi anni ma, quello che nel 1999 ha fatto Mario Cipollini è rimasto nella storia del ciclismo internazionale.

Il Re Leone riesce a portare a casa 4 vittorie di tappa consecutive al Tour de France. Evento spettacolare quanto altrettanto difficile da ripetere.

Tutto inizia il 7 luglio, tappa numero quattro della 86esima edizione della Grande Boucle. Centonovantuno chilometri da Laval a Blois (sino ad allora la tappa più lunga della storia del Tour). Cipollini torna protagonista dopo un periodo di crisi che lo affliggeva da qualche mese.

Una giornata perfetta per il velocista azzurro che, insieme al folto gruppo, sono giunti al traguardo con 25 minuti d’anticipo rispetto alle previsioni, polverizzando il precedente primato, con una velocità media di 50,356 km/h.
A guidare il gruppo il campione italiano che, sulla linea del traguardo ha bruciato Zabel, O’Grady e Steels. Una vittoria importantissima per SuperMario del team Saeco, il quale finalmente riesce ad alzare le braccia al cielo, dato che nelle precedenti tappe, per un problema o per un altro, non era riuscito a esprimersi al meglio.

Il giorno dopo la grande vittoria a Blois, il nostro Cipo si ripete e stavolta lo fa da Bonneval ad Amiens. Seconda tappa pianeggiante con i corridori tutti attaccati al gruppone di partenza. Tutto si decide nuovamente all’arrivo e, Mario Cipollini bissa il successo del giorno prima. Decima vittoria della sua carriera alla Grande Boucle.

“Dalla Terra alla Luna, dalla polvere alle Stelle”

Cosi la Gazzetta dello Sport citava la vittoria del velocista toscano, nella città che fu di Jules Verne. Più tranquillo dopo l’impresa della tappa precedente, ha potuto levare le braccia al cielo e guardarsi indietro tagliando il traguardo. Ottimo lavoro di squadra della Saeco.

Il 9 luglio, non c’è due senza tre! Ancora Cipollini. Da Amiens a Maubeuge, SuperMario vince ancora ed eguaglia il record di Gino Bartali del 1948. Prima di Ginetaccio nessun altro italiano era riuscito a tagliare tre volte consecutive il traguardo nella corsa francese.
Stavolta la vittoria è arrivata grazie alla squalifica del belga Steels il quale ha prima spinto Svorada e poi tagliato la strada proprio all’italiano.

Il capolavoro però, il SuperMario nazionale lo fa nella settima tappa. Quarta vittoria seguente al Tour e record personale della storia della corsa francese. Infatti prima di Cipollini mai nessuno era riuscito a vincere 4 tappe consecutive dal 1930, anno della prima edizione della Grande Boucle. Dopo quell’impresa il nostro SuperMario si è trasformato in SuperPoker.

Quello fatto da Cipollini, infatti, è rimasto negli annali del ciclismo italiano per quello che è stato uno dei più forti velocisti degli ultimi 30 anni.

È stato uno dei talenti calcistici italiani di assoluti rilievo, uno dei primi ad essere apprezzato appieno anche in un campionato importante e con una tifoseria particolare come è quella inglese.

Stiamo parlando di Gianfranco Zola, uno dei simboli più puri del concetto di Italians. Nei sui anni trascorsi a Londra nel Chelsea ha davvero dimostrato l’essenza di uno sportivo italiano in terra straniera.

Il fantasista sardo, tra il 1996 e il 2003, è riuscito a farsi apprezzare non solo dai tifosi Blues ma da tutti gli inglesi appassionati di calcio. Le prestazioni e la correttezza dimostrata in campo gli avvalgono anche del soprannome Magic Box.

Sette stagioni in Inghilterra e nomina come Membro dell’Ordine dell’Impero Britannico dalla regina Elisabetta. Al suo arrivo l’allenatore era l’ex campione del Milan, Ruud Gullit.

Con la maglia del Chelsea 311 presenze e 80 reti, con la conquista di due coppe d’Inghilterra, una coppa di Lega, una Charity Shield, una Coppa delle Coppe e una Supercoppa Europea. A livello personale, innumerevoli premi come il Giocatore dell’anno della FWA nel 1997 oltre che l’ingresso nella British Hall of Fame.

Nel 2003, inoltre, è stato votato come il miglior giocatore della storia del club e nessun altro ha avuto il coraggio di indossare la sua maglia numero 25, forse un po’ troppo “pesante”.

Ogni punizione calciata da Zola era una sentenza, pochi difensori riuscivano a reggerlo in velocità e i suoi tocchi morbidi a superare gli estremi difensori avversari sono ancora impressi agli appassionati. Ma non furono solo le sue qualità tecniche a far innamorare i tifosi dello Stamford Bridge. Le straordinarie qualità atletiche quali la straripante agilità e velocità, grazie al baricentro basso, ma anche la sorprendente resistenza unite all’impeccabile etica del lavoro e allo spirito di sacrificio, fecero del calciatore sardo uno dei giocatori più forti.

Ai tempi di Londra non era l’unico italiano nel Chelsea. In quegli anni altri calciatori della Serie A, volarono a Londra per provare l’esperienza inglese. Nel 1998 erano addirittura quattro, e tutti titolari, gli azzurri presenti in rosa. Prima del fantasista sardo, Gianluca Vialli, poi l’arrivo dalla Lazio di Roberto Di Matteo e di Pierlugi Casiraghi. Una squadra unica che nel 1999 vide addirittura la figura di Vialli come allenatore e giocatore.

Tra tutti però spiccava la classe e il talento del piccolo sardo, giunto a Londra con molto scetticismo da parte dei tifosi che però in poco tempo si sono ricreduti. Uno dei tanti che rimase folgorato subito da Zola è stato il difensore Scott Minto al suo arrivo allo Stamford Bridge:

Quando arrivò e l’abbiamo visto allenarsi per la prima volta: fu qualcosa di speciale, che non avevo mai visto prima.

Ma Gianfranco Zola non era amato solamente per ciò che riusciva a fare con la palla, Minto sapeva che

Era davvero un ragazzo fantastico. Uno dei motivi per cui lo reputo uno dei più grandi giocatori coi quali ho giocato non ha a che fare col talento, ma col suo essere un uomo-squadra. Era sempre pronto ad aiutarti, a restare di più dopo l’allenamento per farti migliorare, per spiegarti i suoi segreti. Era un professionista esemplare, ma sapeva cos’era lo spirito di squadra. Avevamo altri giocatori forti in quel periodo, ma lui era il migliore di tutti. Il migliore con cui abbia mai giocato!

Un calciatore che è entrato nel cuore di tutti in Inghilterra. Tutti lo ricordano per le sue giocate o per i suoi gol fantastici

A dir la verità è capitato che qualcuno non lo abbia riconosciuto. Un piccolo episodio di quiproquò è successo lo scorso novembre quando, prima del match Chelsea – Tottenham, l’ex campione sardo è stato fermato da uno steward dello Stamford Bridge che non voleva farlo entrare. In quella specifica situazione è stato addirittura l’ex capitano inglese del Manchester Utd, Rio Ferdinand, a difenderlo dicendogli:

Ragazzo, ti conviene farlo entrare, questo campo è suo!

Dopo l’esperienza da calciatore è tornato nuovamente in Inghilterra come allenatore e come commentatore tecnico delle partite di Premier. Da mister tre sfortunate parentesi con West Ham, Watford e Birmingham City.

Ci siamo quasi, il Tour de France numero 105 inizierà il 7 luglio e le sorprese non sono certo mancate.

Il campione britannico, Chris Froome ci sarà. Il tribunale antidoping dell’Unione ciclistica internazionale ha annullato la squalifica per il plurivincitore della Grande Boucle (le ultime tre edizioni) e della fresca maglia rosa al Giro d’Italia.

Froome era finito sotto inchiesta per l’uso di salbutamolo, un medicinale per l’asma, utilizzato durante la Vuelta del 2017.

Tuttavia il Tour de France è da sempre la corsa ciclistica più amata da tutti. Dai Pirenei alle Alpi, tantissimi sono stati i campioni che si sono susseguiti nel corso delle 104 edizioni passate.

I duelli tra Coppi e Bartali, le scalate di Marco Pantani, le vittorie di Armstrong (poi annullate), sono solo alcuni dei bei momenti e delle emozioni vissute in Francia.

Anche i manifesti hanno preso parte e hanno scritto la storia del Tour. Colori sgargianti, scritte d’altri tempi e percorsi che andrebbero anche ripresi.

Uno dei primi grandi manifesti è del 1925 quando l’italiano Ottavio Bottecchia bissò la vittoria del ’24. È stata la sua ultima vittoria della maglia gialla, dato che pochi anni dopo, nel giugno del 1927, sarà trovato senza vita sul ciglio della strada in Friuli, in circostanze mai realmente capite.

Nel 1927 c’è stata una piccola “rivoluzione”. Il direttore di quell’epoca, il francese Henri Desgrange, propose l’idea di introdurre un gruppo individuale, perché dal suo punto di vista non era soddisfatto delle squadre tattiche utilizzate nelle lunghe fasi piatte.
Contrariamente da quanto pensato da Desgrange, tale regola fu rimossa nel giro di pochissimo tempo perché non rese la gara più interessante, anzi la rese ancora più noiosa. Per questo motivo fu rimossa dopo il Tour de France del 1929.

Il 1933, invece, segna un altro cambiamento. Tra le maggiori novità c’è l’inserimento di un’altra classifica: quella degli scalatori, con la maglia a pois. Un riconoscimento per i ciclisti scalatori nei gran premi della montagna. Un altro fatto interessante è che il Tour è stato eseguito in senso antiorario dal 1913 e nel 1933 è tornato a girare in senso orario.

I manifesti e il Tour de France nel giro di pochi anni riscuotono sempre più successi. Con l’idea del governo d’introdurre le vacanze estive per i francesi nel 1936, aumentarono di botto le presenze dei tifosi sulle strade transalpine. Lo storico direttore Henri Desgrange, ha guidato la federazione dal primo Tour de France nel 1903, fu sostituito da Jacques Goddet dopo la seconda tappa, a causa di problemi di salute.

Il Tour del ’48 torna a essere in mano a un italiano. A trionfare in maniera del tutta inaspettata è Gino Bartali che con la sua vittoria “aiuterà” anche a colmare gli animi accesi in Italia dopo l’attentato al leader del partito comunista italiano, Palmiro Togliatti. Fu lo stesso presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, a telefonare personalmente a Bartali, invitandolo a decidere di non abbandonare la gara.

Da Bartali a Coppi. L’edizione del 1952 fu stravinta dal campione italiano. Un vero e proprio record (mezz’ora sul secondo) che regge tuttora. Coppi, inoltre, era così dominante nella gara che gli organizzatori decisero di raddoppiare il montepremi per il 2 ° posto, per mantenere la gara interessante.

Per concludere, la locandina del 2013, quella del centenario. Poster che rende omaggio alla prima arte del ciclismo.

Il Mondiale in Russia continua e oggi si torna nuovamente in campo per continaure ad arricchire il quadro delle qualificazioni agli ottavi di finale.

Scendera’ in campo la Corea del Sud che, contro la Germania, si gioca ancora le sue poche speranze di passaggio del turno. La sconfitta contro il Messico ha certamente complicato i piani della squadra asiatica che dal 2002 non riesce piu’ a superare la fase a gruppo.

Sicuramente sara’ piu’ che complicato superare la corazzata tedesca e in piu’ i coreani dovranno attendere il risultato dell’altro match tra Messico – Svezia.

Tra i delusi della nazionale asiatica c’e’ sicuramente la stella, Heung-Min Son, attaccante del Tottenham Hotspur. Una delusione non solo sportiva ma anche personale: l’ala infatti, in caso di mancata qualificazione (cosa al quanto probabile), sara’ costretto a rispondere alla severa chiamata alle armi della sua nazionale per un periodo davvero lungo, ben 21 mesi.

Ha fatto il giro del mondo la commovente immagine di Son nella quale lo si vede piangere in maniera evidente di fronte al Presidente della Corea del Sud, Moon Jae-in. Quest’ultimo si è intrattenuto a fine partita con i giocatori per ringraziarli, comunque, per l’impegno profuso in campo.

Tra i piu’ malpensanti dietro le lacrime di Son, pero’, c’e’ quella paura di affrontare il servizio militare che, in Sudcorea e’ obbligatorio e deve essere svolto entro il compimento del 28esimo anno di eta’, a 1200 euro l’anno.

Ovviamente se ció dovesse accadere per l’esterno ci potrebbero essere difficolta’ nel continuare la sua avventura in Europa.
In particolare dovra’ prendere parte alla squadra di calcio dell’esercito, lo Sangjue Sangmu, percependo 100 euro al mese di stipendio (una differenza abissale rispetto ai 5 milioni annui che percepisce a Londra).

Il destino peró non e’ ancora del tutto scritto per Son. Diversi giocatori, per meriti sportivi, hanno ricevuto un “sconto” dalla leva.
Per esempio nel 2002, quando Han e compagni riuscirono ad arrivare alla finalina del 3-4 posto, e per loro ci fu un vero e proprio taglio di ben 17 settimane.
Cosa successa anche nel 2014 quando la Corea del Sud ha vinto i giochi asiatici. Peccato che in quella squadra Son non c’era: non essendo un torneo ufficiale FIFA, il Bayer Leverkusen (squadra in cui era tesserato in quel momento il classe ‘92) non concesse il proprio giocatore.

Tuttavia su questo aspetto nulla e’ ancora perduto. In primis se la Corea del Sud dovesse raggiungere la qualificazione e poi perche’ ad agosto in Indonesia ci sono i Giochi asiatici, mentre a gennaio è in calendario la Coppa d’Asia. In caso di vittoria in entrambe queste competizioni, il giocatore (così come tutti i suoi compagni coinvolti) potrà continuare a giocare in virtù dei risultati ottenuti.

E’ stata una vera e propria disfatta per un’intera nazione che, prima del Campionato del Mondo, ha veramente creduto che si potesse fare bene e invece i sogni si sono infranti prima sotto i colpi del Senegal e poi contro la Colombia.

Ecco appunto, la Polonia torna subito a casa dal Mondiale di Russia 2018 e tra la gente polacca c’e’ molta delusione.

A Bystrzyca Kłodzka a sudovest del della Polonia a confine con la Repubblica Ceca, il day after e’ molto silenzioso: la gente non vuole parlare molto e la sola parola che erge nell’aria e’ “Katastrofa!”. Intanto c’e’ chi ha gia’ tolto la bandiera dall’esterno dei palazzi.

I giornali di oggi si chiedono il perche’ di questo “disastro” sportivo di Lewandowski e compagni.

Uno dei capri espriatori del flop mondiale e’ proprio il capitano dei biancorossi, Robert Lewandowski. Il centravanti del Bayern Monaco ha inciso in maniera negativa nei due match contro Senegal e Colombia e certo i suoi gol sono mancati tantissimo alla causa polacca. Proprio colui che detiene il record di marcature con la Polonia (ben 55 reti) ha dato forfait in questo appuntamento mondiale e il popolo polacco gli attribuisce qualche colpa.

Per i gli abitanti di Bystrzyca Kłodzka colpevole e’ anche il commissario tecnico Adam Nawałka, reo di non aver trasmesso la giusta adrenalina nello spogliatoio, soprattutto nel primo match contro gli africani. Arrivare contro la Colombia con zero punti e con l’obbligo della vittoria e’ stato un vero e proprio handicap che, col senno di poi, si e’ rilevato come un suicidio.

Su Wyborcza, il giornale piu’ importante di Polonia il titolone:

Da dove viene la sconfitta della squadra nazionale polacca alla Coppa del Mondo?

Ovviamente tutti cercano di dare delle risposte a questo, cosi’ come le cerchera’ il prima possibile anche il presidente della PZPN (Federazione calcistica polacca), Zbigniew Boniek, il quale molto probabilmente prendera’ la decisione sul futuro riguardo il ct Nawałka.

Sicuramente sul capitano Lewandowski pesa come un macigno questa beffa sportiva e lui stesso crede che al centro ci sia il fatto che la Polonia sia arrivata in Russia con una debolezza fisica e mentale.

In effetti a Kazan altro neo importante della formazione e’ stata la difesa che ha ballato un po’ troppo. Lo stesso portiere juventino Szczesny non e’ stato proprio impeccabile, soprattutto nel primo match ontro il Senegal. La retroguardia, priva anche dell’ex Torino Kamil Glik ha subito la velocita’ dei colombiani, in particolare di Juan Cuadrado.

Ora non resta che chiudere nel migliore dei modi questa parentesi russa, che per la Polonia e’ stata una vera delusione.  

Tra le protagoniste del Mondiale in Russia 2018 ci sarà anche la Polonia, guidata dal capitano e capocannoniere Robert Lewandowski.

Dodici anni dopo l’ultima apparizione, era da Germania 2006 che i polacchi non si affacciavano a una fase finale, la prossima edizione sarà quella della conferma per una nazionale che tanto bene ha fatto durante la fase di qualificazione e che dispone di molti giocatori interessanti.

Su tutti proprio il bomber del Bayern Monaco, Robert Lewandowski, il quale cercherà di seguire le orme di un altro grande calciatore polacco che nel 1982 tanto bene fece al Mondiale in Spagna e che guidò i biancorossi alla conquista del terzo posto, Zbigniew Boniek.

Proprio il talentino dai capelli rossi, che durante il mondiale spagnolo era poco più che 26enne e sconosciuto alla massa, si mette in mostra a suon di giocate e di grandi prestazioni che gli permettono di essere al centro della cronaca sportiva anche in Italia.

Una nazionale mediocre quella polacca al Mondiale iberico che però è riuscita a puntare tutto sul proprio talento, superando così le due fasi a gruppi, perdendo solo in semifinale contro l’Italia.

Il numero 20 dai folti baffi, in quella specifica edizione, timbra il cartellino per quattro volte, diventando così il terzo miglior marcatore del torneo dopo Rossi e Rummenigge.

Due sono gli episodi che segnano il Mondiale della Polonia e di Zibì Boniek.
In maniera positiva, da ricordare è sicuramente la tripletta messa a segno dal trequartista contro il Belgio nel match contro il Belgio e, in maniera negativa, l’espulsione rimediata nei minuti finali contro l’Urss che gli ha impedito di giocare la semifinale contro gli azzurri.

Quella contro il Belgio è stata la partita che ha segnato la carriera del polacco.

I belgi sono i vice-campioni d’Europa e nella prima fase hanno battuto l’Argentina. Ma al Camp Nou di Barcellona va in scena uno spettacolo di Boniek e un trionfo della Polonia. La partita termina 3-0, con tripletta di Zibì variamente assortita: il primo è una splendida sassata da fuori area, defilato; il secondo è realizzato di testa a scavalcare il portiere; il terzo grazie a un dribbling sull’estremo difensore, seguito da comodo tocco in rete.

 

Una vittoria che apre a grandi scenari, così com’è capitato 8 anni prima, nel 1974, in cui la nazionale polacca è giunta sul gradino più basso del podio.

Il talento di Boniek fa sperare in bene, soprattutto nel contro l’Urss in cui sarebbe bastato un pareggio per strappare il pass per la semifinale. Partita non solo calcistica ma anche “politica” dati i continui contrasti dovuti al passato tra le due nazioni a forte impronta comunista.

La partita si conclude 0-0 e la Polonia vola a giocarsi un posto in finale contro l’Italia. Peccato che però all’88esimo minuto del match contro i sovietici il numero 20 polacco si fa cacciare dal match e si trova costretto a saltare la partita più importante.

Partita che, col senno di poi, risulta fatale per il destino della nazionale la quale esce sconfitta per 2-0 contro l’Italia del ct Bearzot.

Oggi parte il Mondiale russo anche per la nazionale giapponese.

Gli asiatici sfideranno la Colombia in un girone che comuqnue si prevede equilibrato con Polonia e Senegal.

Il Giappone e’ alla sua sesta presenza in un Campionato del Mondo. In effetti i Samurai, dopo la prima apparizione nel 1998, hanno sempre centrato la qualificazione per la fase finale.

I risultati non sono sempre stati positivi. I migliori sono stati centrati nel 2002 e nel 2010, quando la formazione nipponica e’ riuscita a strappare il pass per gli ottavi di finale.

In Italia, se pensiamo al calcio giapponese, un riferimento lo facciamo sicuramente al cartone animato “Holly e Benji” i quali un Mondiale di calcio l’hanno vinto.

 Facendo pero’ un salto a 16 anni fa, il Giappone (durante il Mondiale giocato in casa) e’ riuscito nell’impresa di superare il girone al primo posto e accedendo quindi agli ottavi di finale contro la Turchia.

Quella partita poi e’ stata una beffa per la nazionale nipponica che e’ uscita sconfitta a causa del gol del centrocampista Umit Davala.

Una doppia beffa per il Giappone che oltre all’eliminazione ha dovuto subire la forte presenza della Corea del Sud (altro Paese ospitante) che invece si e’ giocata la finalina per il terzo posto.  

In quella nazionale spiccava il talento di Hidetoshi Nakata (famoso soprattutto per aver vestito in Italia le maglie di Perugia, Roma, Parma e Bologna).

Proprio contro la Tunisia nel match piu’ importante della fase a gironi il fantasista nipponico con la numero 7 va in rete grazie a un potente colpo di testa su assist di Ichikawa.

La vittoria contro gli africani ha permesso di raggiungere un risultato storico per quella che fino ad allora era stata un miraggio per il calcio nipponico.

Questa sera i pronostici sono tutti dalla parte dei Cafeteros, ma sappiamo benissimo che in un Campionato del Mondo tutto e’ possibile.

In questi primi giorni di Mondiale certo non sono mancate le sorprese: la sconfitta della Germania, campione del Mondo 2014, i pareggi sofferti di Brasile e Argentina e le vittorie per il rotto della cuffia di Francia e Uruguay.

Risultati che hanno un po’ spiazzato tutti, soprattutto avvenute contro nazionali molto abbordabili. Questa sera torna in campo, dopo 12 anni dall’ultima volta, la Tunisia che tanto bene ha fatto nella Coppa d’Africa 2017, sconfitta in semifinale contro il Burkina Faso.

La Tunisia sfidera’ l’Inghilterra in quello che puo’ definirsi un altro match in cui ci potrebbero essere delle sorprese.

Proprio la nazionale delle Aquile di Cartagine e’ stata la prima formazione africana a ottenere una vittoria in un match Mondiale. Dobbiamo fare un salto ad Argentina 1978, quando i nordafricani sconfissero il Messico per 3-1, grazie alle reti di Kaabi, Ghommidh e Dhouieb.

In effetti sino proprio a quell’edizione, il continente africano contava le presenze solamente di Egitto (2-4 dall’Ungheria nel 1934) e Marocco (un pareggio e due sconfitte a Messico 1970), oltre che la sciagurata edizione del 1974 in cui lo Zaire si trovo’ a vivere una bruttissima situazione a causa delle ire del dittatore Mobutu Sese Seko.

In Argentina la nazionale tunisina arrivo’ certo non sprovveduta ma comunque con tutti i pronostici a sfavore, data la presenza di formazioni molto piu’ blasonate e storicamente forti.

Ma la Tunisia oltre alla vittoria contro il Messico riusci’ addirittura a fermare anche la Germania Ovest (campione del Mondo 1970) sullo 0-0. Risultato che pero’ non riusci’ a dare la possibilita’ di passare il turno, a causa della sconfitta patita contro la Polonia per 1-0.

Tuttavia per il calcio tunisino la vittoria ottenuta il 2 giugno  ’78 contro i messicani resta comunque una data importante e storica.
Davanti a 17mila spettatori al Gigante de Arroyito di Rosario, riusci’ a dare una scossa al Mondiale. Quella nazionale  era guidata dal commissario tecnico Abdelmajid Chetali e dal talento Dhiab Tarak, nominato pallone d’oro africano per l’anno 1977 . Tarak era dotato di un piede raffinatissimo in grado di mettere davanti alla porta i propri compagni di squadra. Da notare anche il portiere Mokhtar Naili, discreta tecnica tra i pali anche se con qualche limite.

Quella contro El Tricolor fu una partita in salita per gli africani, dato che i primi a passare furono proprio i messicani grazie alla rete su calcio di rigore di Vázquez Ayala.

Piu’ volte i messicani provarono a chiudere il match ma, come spesso accade nel calcio, i tunisini riuscirono prima a pareggiarla e poi addirittura a vincerla dopo che gli americani continuarono a divorarsi occasioni nitide davanti al portiere Naili.

Grande prima vittoria per una nazionale africana in un Mondiale e stasera proveranno a ripetersi.

Il Mondiale 2018 ha da poco alzato il sipario e sono già tante le emozioni e provato dentro e fuori dal campo.

Tra le celebri routine che da molti anni a questa parte accompagnano la Fifa World Cup ci sono sicuramente gli inni ufficiali che, nel giro di pochi mesi, diventano veri e propri tormentoni musicali. In effetti questa tradizione è iniziata oramai dal lontano 1962 nell’edizione cilena del Mondiale.

Per questa edizione russa il compito di spopolare con la canzone rappresentativa del Campionato del Mondo è stato affidato al cantante Jason Derulo che con Colors sta già iniziando a spopolare su YouTube. Il testo è stato scritto in collaborazione con Maluma.

Come già detto il primo inno risale a Cile ’62 con la canzone El Rock del Mundial dei Los Ramblers.

Un Rock and Roll che ha accompagnato tutti gli appassionati di calcio in quel torneo.
Qualche anno più tardi, nell’edizione di Messico 1970, a scrivere e interpretare il pezzo Fútbol Mexico 70 è il cantante Roberto do Nascimento. Pelé e compagni saliranno sul tetto del Mondo proprio con questa canzone.

Facendo un salto di 8 anni, ad Argentina 1978, troviamo un marchio di fabbrica tutto italiano nella composizione dell’inno al mondiale sudamericano. È il maestro Ennio Morricone ad incaricarsi della stesura delle note di questa edizione. Una sinfonia dal nome El Mundial.

Nel 1982 a spingere l’Italia alla vittoria Mondiale contro la Germania è Placido Domingo con la sua Mundial ’82. Un vero e proprio inno spagnolo che ha caricato gli azzurri fino al trionfo finale.

Tra gli inni più nostalgici non può che esserci Un’estate italiana di Edoardo Bennato & Gianna Nannini del Mondiale di Italia ’90. Un brano che ha accompagnato tutti i tifosi di calcio nelle Notti Magiche. Una vera e propria canzone che ha caricato la nazionale azzurra in tutto il percorso Mondiale, finito ai rigori contro l’Argentina al San Paolo di Napoli.

All’edizione di Francia ’98 è l’artista portoricano, Ricky Martin, a cantare La Copa de la Vida. Testo che porta sicuramente fortuna alla Francia che andrà poi a vincerlo quel Mondiale giocato in casa.

Per l’Italia vincente del 2006 i tifosi certo ricordano più il tormentone targato The White Stripes intitolato Seven Nation Army cantato anche negli stadi tedeschi in tutto il cammino azzurro fino alla vittoria finale a Berlino, anziché l’inno ufficiale Celebrate the Day – Herbert Grönemeyer feat. Mali Amadou & Mariam.

Il Waka Waka di Shakira ha fatto ballare tutto il mondo nel 2010. Al primo Mondiale in Africa la cantante colombiana ha cantato un inno che legasse tutti gli abitanti del Mondo al continente africano.

Particolare, quanto sciagurata, è stata però la decisione della Coca Cola (sponsor ufficiale del torneo) di “appoggiare” l’idea di sostenere un altro inno per quella edizione, la canzone Wavin’ Flag di K’Naan.

Pittbull con Jennifer Lopez hanno accompagnato il Mondiale 2014 in Brasile con la loro We Are One (Ole Ola).

In Italia però è a spopolare anche la canzone di Emis Killa – Maracanà.