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Cristina Fontanarosa

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Essam El-Hadary, portiere egiziano, ha sperato fino alla fine di siglare il suo record personale ai Mondiali di Russia 2018.

Dopo due partite trascorse in panchina ecco finalmente arrivare la chiamata da parte di Hector Cuper, ct della nazionale egiziana, che lo mette in porta a difendere la squadra contro l’Arabia Saudita.

Ed è in quel preciso momento che ufficialmente il portiere diventa il giocatore più anziano che abbia mai giocato in un mondiale. Il record è suo: all’età di 45 anni e 161 giorni chiude la sua avventura ai Mondiali conquistando un posto nella storia di Russia 2018.

E non basta dire che ha registrato il record di giocatore più anziano. Essam El-Hadary è riuscito a portare a termine per bene il suo compito, riuscendo anche a parare un rigore alla squadra avversaria.

Con la sua performance nella partita contro l’Arabia Saudita ha superato quel record finora detenuto dal portiere colombiano Faryd Mondragon, che nel 2014 ha giocato all’età di 43 anni.

La sua lunga carriera, cominciata nel 1993, è giunta al culmine in questa esperienza ai Mondiali di calcio 2018, che si chiudono definitivamente per la sua nazionale, ma che lasciano un’impronta importante nel suo palmares, regalandogli almeno la soddisfazione di aver lasciato un segno.

Poco importa se l’Egitto è fuori: l’ultima partita non sarà servita a conquistare il passaggio turno e nemmeno a sfuggire dall’ultimo posto nel proprio girone, ma ha dato la possibilità al portiere egiziano di realizzare un sogno che poteva rimanere tale se il suo allenatore lo avesse lasciato in panchina anche stavolta.

Ma Cuper lo sapeva e ha scelto di regalare al capitano e portiere della sua squadra questa grande possibilità per dare un senso più profondo ad una partita che non lasciava più alcuno sbocco alla sua nazionale.

E così è stato: Essam El-Hadary, che agli albori della sua carriera amava giocare a mani nude, è da record e avrà per sempre un suo posto all’interno degli annali della storia dei Mondiali.

Dopo quasi 40 anni, l’Italia ha un nuovo campione nell’atletica leggera: il suo nome è Filippo Tortu.

Lo sprinter, appena ventenne, è stato capace di superare lo storico record del grande Pietro Mennea e conquista il primato italiano, diventando l’unico atleta del nostro paese ad abbattere il muro dei 10”.

L’impresa leggendaria di Tortu è avvenuta al Meeting di Madrid, dove il velocista di origini sarde con un tempo di 9.99, è riuscito a scavalcare il tempo di Mennea sui 100 metri, che era fermo a 10.01 dal 4 settembre 1979 a Città del Messico.

Ma, nonostante la gloria di entrare nella storia dell’atletica leggera, Tortu non perde di vista i suoi punti di riferimento e la stima verso chi ha gareggiato prima di lui, con parole di umiltà che lo rendono ancora più grande:

Il record è un’emozione unica. Ho battuto un record storico, Mennea resta il mio mito, il più grande atleta italiano di tutti

Un risultato meritato che, frutto di grande allenamento e grandi sacrifici, è finalmente esploso in una conquista che l’atleta aspettava da tempo e che è fonte di grande soddisfazione:

Ho abbattuto il muro dei 10 secondi davanti alla mia famiglia e al mio staff. Era un tempo che sognavo da anni ma non è una sorpresa. Nelle gare precedenti di ero avvicinato molto, ma adesso non riesco ancora a realizzare ciò che ho fatto

Ora che il suo nome è diventato leggenda si parla ovunque di lui e del suo record. Ed è così che saltano fuori anche vecchi video che lo riprendono nei primi anni della sua carriera quando, appena dodicenne, già si faceva notare per le sue prestazioni sui 60 metri piani.

Da allora ne ha fatto di strada, fino a diventare oggi il terzo europeo bianco a scendere sotto la soglia dei 10”, dopo il francese Christophe Lemaitre (9”98 nel 2010, poi 9”92) e il turco di origine azera Ramil Guliyev (9”97 nel 2017).

Il velocista delle Fiamme Gialle non vuole più fermarsi, ora più che mai, e il suo prossimo obiettivo lo proietta dritto verso gli Europei di Berlino, in programma dal 7 al 9 agosto.

Dopo aver raggiunto il primato storico italiano adesso le sue aspettative sono ancora più alte, ma soprattutto mantiene la lucidità e quella voglia di far rinascere l’atletica leggera, disciplina sportiva che spesso viene penalizzata da altri sport, in primis il calcio.

Mi piacerebbe che, grazie a me, si parlasse più dell’atletica, uno sport meraviglioso

Ed è con queste parole che Filippo Tortu festeggia il suo posto nella storia e spera di aver dato la spinta per una svolta decisiva nel campo dell’atletica leggera.

Ad un passo dall’eliminazione, ci pensa lui, Toni Kroos a salvare la sua nazionale da un’uscita clamorosa dai Mondiali di Russia 2018.

Un gol al 95esimo e tutta la Germania può festeggiare di avere ancora una possibilità per poter sognare di sollevare ancora una volta la Coppa del Mondo.

Nella partita che la Germania ha giocato contro la Svezia si è davvero temuto il peggio. Fino agli ultimi minuti di gara quel pareggio segnava la fine dell’avventura mondiale per i campioni del mondo in carica. Ma proprio ad un soffio dal triplice fischio arriva il miracolo che prende il nome di Toni Kroos.

La sua rete ha regalato nuove speranze a tutta la Germania e lo ha eletto eroe della partita.

Ma chi è Toni Kroos?

Conoscere da vicino il calciatore significa anche rispolverare i libri di storia fino alla caduta del muro di Berlino, perché è proprio quello il periodo in cui nasce il centrocampista tedesco.

Siamo nel 4 gennaio 1990 nella cittadina di Greifswald, appena 9 mesi prima della riunificazione. Ed è per questo che c’è chi lo ha definito “l’ultimo figlio della Germania est”. Appassionato di calcio sin da piccolo, si era già fatto notare soprattutto nel 2014, quando insieme alla sua squadra, conquistò il titolo nei Mondiali giocati in Brasile.

Risultati immagini per toni felix kroos

Ed è allora che è stato battezzato il primo e ultimo figlio dell’est ad aver vinto una competizione mondiale. Adesso, a distanza di quattro anni, si torna a parlare di lui con orgoglio e ammirazione, per aver riportato in corsa la sua nazionale da un’esclusione che sembrava ormai sicura.

Toni Kroos si gode, dunque, il suo momento di gloria e sono queste le sue parole alla fine di una partita al cardiopalma:

A molte persone sarebbe piaciuto se oggi fossimo usciti, ma non è così facile. Il primo tempo non è stato positivo ma poi devi avere gli attributi per giocare la ripresa in quel modo. Ora dobbiamo riposarci, battere la Corea del Sud e giocare in modo convincente

Adesso il calciatore e tutta la Germania devono affrontare l’ultima grande sfida. Sarà vero che le vincitrici dell’anno precedente registrano quasi sempre dei flop nella competizione successiva? I tedeschi hanno tutto l’interesse a dimostrare che il destino si può anche cambiare.

Toni Kroos, capace di cambiare le sorti della nazionale tedesca quando ormai non ci credeva più nessuno, ne è convinto: vincere è ancora possibile e l’ultimo figlio dell’est non ha intenzione di passare il testimone così facilmente e porta la Germania in cerca del suo quinto titolo mondiale.

In seguito alla partita tra Serbia e Svizzera, non è soltanto il risultato a creare agitazione e confusione tra le due squadre, ma soprattutto quel gesto di esultanza che due calciatori svizzeri hanno sfoggiato in maniera eclatante dopo i due rispettivi gol.

Si tratta di Xhaka e Shaqiri, entrambi originari del Kosovo, che dopo le loro reti hanno mimato le aquile, simbolo della bandiera albanese.

Ed è proprio quel particolare modo di festeggiare che non è piaciuto affatto ai serbi e che ora è al centro di accese polemiche che coinvolgono anche la Fifa, chiamata in causa per valutare se sanzionare o meno i giocatori.

Ma per capire bene le motivazioni che hanno spinto i due giocatori ad entrare nell’occhio del ciclone bisogna guardare indietro alle loro storie personali, che sono inevitabilmente influenzate dalla repressione serba subita durante la guerra jugoslava.

Xhaka, il cui padre rimase in carcere per ben tre anni per aver partecipato a dimostrazioni contro il governo jugoslavo, conserva nel cuore le sue radici kosoviane nonostante poi sia nato effettivamente in Svizzera.

Shaqiri, invece, è nato proprio in Kosovo, ma durante il conflitto fu costretto a emigrare con la sua famiglia nel territorio svizzero.

Entrambi sentono ancora forte l’attaccamento con la patria e, in occasione del match contro la Serbia, questo sentimento si è fatto ancora più vivo e ha portato a quell’esplosione di gioia con tanto di riferimenti politici in campo.

Politica e sport si intrecciano in modo clamoroso, dando luogo a polemiche e accuse che di certo avranno delle ripercussioni sui due giocatori.

Il motivo a livello politico è evidente: il Kosovo è un paese ormai indipendente dal 2008, ma né la Serbia né la Russia lo riconoscono come tale. I nazionalisti albanesi mimano con l’uso delle mani l’aquila bicipite, simbolo della propria nazione, ed è proprio questo gesto che Xhaka e Shaqiri devono spiegare adesso alla Fifa e alla Serbia, che li contesta aspramente per la provocazione.

Da una parte, si schiera a difesa dei due giocatori il loro capitano Stefan Lichtsteiner che afferma:

Xhaka e Shaqiri hanno fatto bene. I serbi ci stavano provocando da giorni e poi credo che le botte si danno e si prendono, e loro non sono angeli. Per me va bene. C’è stata una guerra durissima per molti genitori dei nostri giocatori. C’erano pressioni e provocazioni, quindi per me va tutto bene

Dall’altra, però, arrivano le risposte di chi non ha apprezzato il gesto, come il ct Petković  che dice:

È chiaro che nel momento del gol un calciatore senta emozioni particolari. Però credo che tutti noi dobbiamo lasciare fuori la politica dal calcio

E le parole di Mitrović , attaccante della nazionale serba, che chiede a gran voce:

Se sono tanto patrioti perché non giocano per i loro paesi invece che per la Svizzera?

Insomma, era chiaro che la partita tra Serbia e Svizzera avrebbe scatenato non poche rivalità e non solo in campo, ma adesso tocca alla Fifa stabilire se il comportamento dei due giocatori sia da considerare sanzionabile ai fini di una sportività che non deve in alcun modo avere riferimenti politici.

E i due calciatori come giustificano il loro gesto? Nessuno dei due sembra volere esprimere apertamente la propria opinione e finora si sono limitati a dire che la loro esultanza è stata causata dall’emozione e dalla gioia.

Ma nel frattempo si continua a discutere sul loro comportamento e anche sulle scarpe indossate in campo da Shaqiri che, sfoggiando da una parte la bandiera svizzera e dall’altra quella del Kosovo, sembrano avere più significato di molte parole.

Anche se i Mondiali di Russia 2018 sono ancora nella prima fase, regalano già sorprese interessanti e record che entrano negli annali di storia.

Se da una parte abbiamo Ronaldo che entra nella leggenda per il numero di reti, dall’altro abbiamo Yussuf Yurary Poulsen, giocatore danese, capace di provocare ben due rigori nelle due partite finora giocate dalla sua squadra.

Il primo episodio è legato al match Danimarca-Perù: qui in area di rigore regala a Cueva la possibilità di portarsi in vantaggio alla fine del primo tempo nella partita d’esordio per entrambe le nazionali. Il Perù sbaglia e Poulsen se la cava con una ramanzina.

Il secondo episodio, invece, avviene nella partita successiva, quando la nazionale danese si scontra con l’Australia. Stavolta il fallo di mano concede una chance di pareggiare all’avversaria, che non sbaglia il colpo e segna quella rete che poi ha determinato la parità a fine partita.

Risultato? Poulsen, che nel prossimo match in programma contro la Francia non sarà in campo, raggiunge un record che non veniva sfiorato dal lontano 1966, durante i Mondiali di Inghilterra. Da allora non era più capitato che uno stesso giocatore fosse capace di commettere più falli di rigore nella stessa edizione di Coppa del Mondo.

Ma è soprattutto un fattore che ha giocato a sfavore del giocatore danese e si chiama Var. I mondiali di calcio del 2018 hanno portato con sé questa grande innovazione tecnologica che permette di analizzare tutto quello che succede in campo nei dettagli.

Non sono, dunque, sfuggiti nemmeno i due falli di Poulsen in area di rigore e il calciatore deve fare i conti con la sua modalità di gioco che probabilmente richiede qualche revisione.

Avrà tempo di riflettere durante la pausa che lo vedrà in panchina per l’ultima partita di qualificazione e, in caso di passaggio turno, potrà farsi perdonare nei match successivi e regalare nuovamente emozioni come quando ha segnato il gol decisivo contro la nazionale peruviana.

In attesa di vedere giocare l’Islanda contro la Nigeria nella partita in programma giorno 22 giugno alle ore 17 (ore italiana), conosciamo più da vicino i vichinghi che hanno già affascinato il mondo con il loro piccolo paese delle terre del nord.

Forse non tutti sanno che, data la dimensione ridotta dell’Islanda, all’interno del suo territorio non solo si conoscono tutti, ma la maggior parte dei suoi abitanti è imparentata. La cosa bizzarra è che non sempre sono consapevoli di questo legame genetico e si corre il rischio di simpatizzare amorevolmente col proprio cugino!

Ma gli islandesi, popolo originale e di certo ricco di inventiva, ha deciso di arginare questo problema con una soluzione che già da qualche anno aiuta le coppie a trovare l’anima gemella tra quelle poche persone che non rientrano nella parentela.

Si tratta di un’app per smartphone, che fornisce un valido aiuto nella conoscenza della persona che si ha di fronte.

In che modo?

Pare proprio che sia uno di quei congegni tecnologici capaci di scannerizzare geneticamente le persone per essere in grado di dire se ci sono geni in comune o meno.

Il suo nome è Islendinga e nasce dal genio di tre programmatori del luogo, che con questa applicazione riescono ad estrapolare la genealogia direttamente dal registro dell’anagrafe, in possesso anche di dati antichissimi.

Attraverso un servizio aggiuntivo di comparazione dati il gioco è fatto: in pochi attimi è possibile sapere tutto il necessario su chi si ha di fronte e capire se ci sono i presupposti per iniziare una relazione o meno.

L’operazione può essere svolta anche da un solo utente senza che l’altro ne sia a conoscenza, ma viene soprattutto usata nella sua modalità “anti-incesto”.

Gli informatici a cui si deve l’idea hanno infatti elaborato una funzione aggiuntiva per rendere più facile la vita sociale agli islandesi, inserendo nell’app una comparazione particolare che avviene incrociando due telefoni per avviare la modalità Bump. Solo così è possibile sapere subito se indirizzare la propria attenzione altrove o approfondire la conoscenza.

Bump in the app before you bump in the bed…dicono gli islandesi, e in un paese con 320.000 abitanti le precauzioni non sono mai troppe per evitare di ritrovarsi coinvolti in situazioni incestuose o imbarazzanti coi propri familiari!

È ancora lui, Cristiano Ronaldo, l’uomo del momento, che in questi Mondiali di Russia 2018 sta facendo tanto parlare di sé per i suoi gol da record siglati in ogni partita e per quella competizione che da sempre lo vede battersi con Lionel Messi per decidere chi tra i due sia il migliore.

Un altro gol nella partita contro il Marocco e CR7 è di nuovo nella storia. Vi avevamo già anticipato che aveva conquistato un posto nella speciale classifica dei goleador in nazionale, affiancandosi a Ferenc Puskas, dell’Ungheria, con 84 reti ciascuno (leggi qui). Oggi, con 85 gol, Ronaldo si avvicina sempre di più a raggiungere il capolista iraniano Ali Daei, che ha segnato ben 109 gol con la sua squadra.

Ma non è solo il record iraniano a rischiare di essere raggiunto, ma anche quello di Eusebio, l’unico giocatore aver segnato più reti ai Mondiali. Lui è in vetta alla classifica con 9 gol e il calciatore portoghese è già arrivato a 7.

Alla luce dei risultati finora ottenuti sembra proprio che il suo eterno rivale Lionel Messi abbia davvero qualcosa da temere nella loro sfida. Chi tra i due è il migliore di tutti i tempi?

Poco prima dell’inizio dei Mondiali di calcio il calciatore argentino si è fatto fotografare con una capra per alludere al termine Goat, che oltre a indicare proprio l’animale, è anche l’acronimo di Greatest of all times (G.O.A.T.) che vuol dire… il migliore di tutti i tempi!

Queste foto hanno fatto il giro del mondo e di certo non sono sfuggite al goleador portoghese, che in occasione dell’ultimo gol contro la Spagna per esultare si è toccato il mento come se avesse proprio quel pizzetto che ricorda tanto la capra e il paragone con Messi.

Era una provocazione per il suo rivale? La cosa bizzarra è che nella partita successiva il pizzetto spunta davvero sul volto di Ronaldo, che sfoggia un cambio di look un po’ sospetto e insolito che porta subito a spettegolare su un possibile sfottò verso l’argentino.

Ma a smorzare le polemiche ci pensa proprio lo stesso protagonista, che svela un retroscena legato ad una scommessa con un suo compagno di squadra e che pare non abbia a che fare con la competizione con Messi.

La mia barba? E ‘stato uno scherzo con [Ricardo] Quaresma, eravamo nella sauna e mi stavo facendo la barba, ho lasciato un pizzetto e gli ho detto che se avessi segnato contro la Spagna non lo avrei raso fino alla fine della Coppa del Mondo. Ha portato fortuna e ho segnato contro la Spagna e oggi contro il Marocco, quindi lo terrò

Queste sono le sue parole dette al giornale The Sun che sfatano ogni possibile riferimento a Messi e sembrano voler allontanare le accuse di una sua rivendicazione del titolo di G.O.A.T.

Ma che Ronaldo lo voglia provocare o meno, per Messi i prossimi match saranno una grande prova. Dopo aver fallito nella partita d’esordio contro l’Islanda, sbagliando un rigore e non riuscendo a centrare nemmeno una rete, le aspettative nei suoi confronti sono molto alte già dal match in programma il 21 giugno contro la Croazia. Adesso deve dimostrare al mondo che è lui il più grande di tutti i tempi e dare senso a quel confronto con Ronaldo che tiene in vita una sana competizione e la voglia di fare sempre meglio.

Al suo esordio in un Mondiale di calcio, l’Islanda ha già conquistato tutti. Qui in Italia, senza una squadra del cuore a competere per la Coppa del Mondo, siamo in tanti a simpatizzare per la terra dei geyser.

Ma pare che gli islandesi non vincano solo il premio per la simpatia ma anche quello per la bellezza: è proprio un vichingo, infatti, a conquistare il cuore delle tifose che lo hanno eletto “il giocatore più sexy dei Mondiali di Russia 2018”.

Si tratta di Rurik Gislason, 30 anni, centrocampista della nazionale islandese.

Biondo, occhi di ghiaccio e un fisico statuario: ecco i segni particolari del numero 19 dell’Islanda che, dopo aver fatto la sua prima apparizione in campo al 63esimo minuto di gioco contro l’Argentina, è diventato il nuovo sex symbol della competizione mondiale del 2018.

I dati parlano chiaro ed è proprio guardando il suo profilo Instagram che si nota il crescente interesse nei suoi confronti, solo nel giro di pochissimo tempo. Si parla di 330mila follower in trenta minuti! Un record che non lascia dubbi e che gli sta facendo acquistare sempre più popolarità.

Per lui, infatti, Russia 2018 è la prima esperienza in una rassegna iridata. Oltre a dedicarsi a politica e moda, gioca in campo nella squadra tedesca del Sportverein 1916 Sandhausen e ha giocato in passato in altri club danesi.

Sicuramente noto dalle sue parti, nel resto del mondo è stato una vera rivelazione, che di certo contribuisce ad aumentare anche l’interesse per la sua squadra, già molto amata per le sue particolarità, come il coinvolgente geyser sound.

Rurik Gislason è, dunque, il più bello dei Mondiali 2018. Senza nulla togliere al fascino di giocatori come Cristiano Ronaldo o Neymar, per questa edizione il trofeo della bellezza è già stato assegnato al vichingo biondo, che nei social networks è già una star.

L’allenatore islandese, Heimir Hallgrimsson, aveva proprio ragione quando in conferenza stampa ha così commentato il suo team:

È impossibile non amarci. Siamo lontani, siamo pochi, siamo piccoli e non diamo fastidio a nessuno. Non abbiamo mai fatto guerre e poi… Siamo belli!

Adesso è ora di vederlo nuovamente in campo a sostenere la sua Islanda per conquistare anche un altro importante risultato, la qualificazione.

Le sue ammiratrici devono aspettare solo fino a al 22 giugno per vedere il loro idolo nel match tra Islanda contro Nigeria, sperando che il ct decida di farlo giocare anche stavolta.

La storia si ripete: sembra proprio che il calciatore croato Nikola Kalinić non sia in grado di gestire la sua inquietudine soprattutto in occasione di competizioni importanti.

È così che in tanti giustificano il comportamento del giocatore che ancora una volta si ritrova nell’occhio del ciclone. Ma stavolta le conseguenze del suo atteggiamento sono ben più gravi e la Croazia preferisce fare a meno di lui.

Il ct Zlatko Dalic, infatti, ha deciso di mandarlo a casa perché il suo comportamento rischia di nuocere all’intera squadra:

Nikola si è riscaldato contro la Nigeria: avrebbe dovuto entrare nel secondo tempo, ma ha detto che non era pronto. E’ accaduto lo stesso anche contro il Brasile in amichevole e ieri non era preparato per l’allenamento. L’ho accettato tranquillamente. Non era pronto per tre volte: ho bisogno di giocatori pronti e sani, così ho deciso di rispedirlo a casa

Per non entrare in campo a sostituire il compagno Mandžukić, Kalinić ha detto di avere un forte mal di schiena, ma le sue parole non sono risultate molto convincenti, soprattutto per il suo allenatore che aveva già accettato le sue scuse in altre occasioni.

Ma c’è anche chi vede oltre, accusando il croato di aver deciso di non prendere parte al match solo perché chiamato negli ultimi minuti di gara, preferendo per il resto della partita altri calciatori come Kramaric e Rebic.

Qualunque sia la ragione, dopo un confronto con il suo staff il ct Dalic ha preso la sua decisione, drastica ma necessaria, per continuare il suo Mondiale in tutta serenità e senza altre insubordinazioni.

Anche perché Kalinić è già noto per precedenti simili. Era già successo anche con il Milan di Gattuso, che accusandolo di non prendere l’allenamento sul serio, lo ha lasciato a casa per la partita contro il Chievo.

Saltare una partita ci può anche stare, ma essere esclusi da un mondiale è molto più grave e la bufera che si è abbattuta su Kalinić avrà di certo delle conseguenze anche nel campionato, perché essere cacciato da Russia 2018 è sicuramente una macchia sul curriculum.

La clamorosa decisione, che priva la Croazia di un uomo nel team, è stata sicuramente la più grande sorpresa di questa prima fase dei Mondiali di Russia 2018. Adesso la nazionale croata affronta la nuova sfida con un uomo in meno, ma probabilmente con un gruppo più compatto e sempre pronto.

Vedremo se la scelta di Dalic avrà ripercussioni in campo già dalla prossima partita contro l’Argentina, che si giocherà giorno 21 giugno alle ore 20.

E si torna a parlare di Radja Nainggolan, uno dei grandi esclusi di questo Mondiale di calcio 2018. Anche stavolta è la sua ironia a prevalere e fare notizia, destando un sorriso in tutti i tifosi del Belgio che sono pronti a sostenere la nazionale nella sua partita di esordio in Russia.

Eccolo, quindi, a cantare l’inno belga davanti allo specchio, mano sul petto, per poi postare sui social la sua performance accompagnata da una frase abbastanza eloquente:

Mi sto preparando alla partita

Dopo aver ironizzato in riferimento ai manifesti pubblicitari presenti all’interno dell’aereo della sua ex nazionale che lo ritraevano mentre esultava per un gol, adesso vuole nuovamente attirare l’attenzione su di sé per lanciare ancora frecciatine a quel ct che l’ha escluso dai Mondiali.

E anche in questo caso l’intento è riuscito perfettamente, perché il video del suo personale inno è diventato virale e alla vigilia della partita Belgio-Panama è uno degli argomenti più cliccati sul web.

Vedremo come sarà capace di stupire tutti dopo aver visto la partita: di certo non si farà attendere per un’altra delle sue frasi ad effetto da proclamare a gran voce su internet.