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Cristina Fontanarosa

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In occasione del Giorno della Memoria vogliamo ricordare un uomo che ha reso grande il calcio negli anni 30 e che si è scontrato con le perseguitazioni naziste che hanno messo fine non solo alla sua carriera ma anche alla sua vita.

Si tratta di Arpad Weisz, giocatore e allenatore che il calcio ricorda come il tecnico più giovane della storia. La sua esistenza è stata attraversata da un momento d’oro, dove le sue brillanti qualità in campo hanno permesso alla squadra del Bologna di raggiungere grandi risultati, fino a momenti drammatici, dove le vicende storiche hanno preso in mano i suoi sogni e li hanno infranti insieme alla sua stessa vita e quella dei suoi familiari.

È grazie a Matteo Marani, ex direttore del Guerin Sportivo e vicedirettore di Skysport, che noi oggi possiamo conoscere la sua storia e rendergli omaggio per non dimenticare l’orrore dell’olocausto. Lo scrittore attraverso una minuziosa ricostruzione storica di tutte le fasi della vita di Arpad è riuscito a farlo rivivere in un libro, che proprio in questi giorni è stato presentato al pubblico. Si tratta del testo intitolato “Dallo scudetto ad Auschwitz: vita e morte di Arpad Weisz, allenatore ebreo”

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Arpad Weisz era ungherese ma di origini ebraiche e questa sua “colpa” ha dato una piega drammatica a quella che doveva essere una vita fatta di grandi successi cominciati all’età di 34 anni. Con il suo talento in qualità di tecnico è riuscito a vincere uno scudetto con l’Ambrosiana e ben due con il Bologna, sia negli anni 1935/36 che 1936/37. Ma le soddisfazioni non terminarono qui e nel 1937 la sua squadra vinse anche il Torneo dell’Esposizione Universale di Parigi, piegando l’avversaria, il Chelsea.

Ma esattamente un anno dopo, nel 1938, tutto cambiò e la sua vita venne completamente stravolta dall’emanazione delle leggi razziali, che lo costrinsero a scappare e lasciare il suo amato Bologna e l’Italia.

Si trasferì in Olanda con la sua famiglia ma non abbandonò la sua passione, il calcio, dedicandosi ad allenare la squadra locale, il Dordrect. Anche in questo caso i suoi insegnamenti come tecnico diedero i loro frutti e la squadra ottenne degli ottimi risultati.

Arpad Weisz pensava di avere ricominciato una nuova vita lontano dalla crudeltà nazista, ma si sbagliava. Fu trovato, privato della sua famiglia che venne uccisa in una camera a gas ad Auschwitz e condotto forzatamente in un campo di lavoro. Il 31 gennaio 1944 morì poi all’età di 47 anni per mano dei nazisti in una camera a gas come i suoi familiari.

Un destino comune a tante persone che come lui sono state vittime del razzismo nazista, che la storia oggi vuole con fermezza ricordare.

E per non dimenticare, anche Bologna ha voluto dare un tributo ad un uomo che ha avuto un ruolo importante nella sua storia calcistica. Il 25 gennaio 2018 è stata inaugurata la curva dello stadio Dall’Ara che giace alle pendici di San Luca in onore del tecnico Weizs e da questo momento prenderà il nome di “Curva Madonna di San Luca – Arpad Weisz”.

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La cerimonia, presieduta dal sindaco Virginio Merola, dall’assessore allo Sport Matteo Lepore, dall’a.d. del Bologna fc Claudio Fenucci, dal Club Manager Marco Di Vaio, dal rabbino capo Alberto Sermoneta e dal presidente della Comunità Ebraica di Bologna Daniele De Paz, ha reso onore all’uomo vittima dell’olocausto, per combattere indifferenza e violenza.

Ecco le parole del primo cittadino bolognese:

Ad 80 anni di distanza dobbiamo riconoscere che noi bolognesi non abbiamo fatto una bella figura e chiediamo scusa ai concittadini ebrei perché allora ci fu troppa indifferenza, complicità e perfino zelo nell’affiancare i nazisti nell’accompagnare gli ebrei nei campi. L’idea della razza, inventata dal regime non esiste perché apparteniamo tutti alla stessa specie.

E con le parole di Fenucci vogliamo anche noi ricordare il tecnico ungherese vittima della Shoah, come monito per le future generazioni:

Weisz è stato un Sacchi o un Mourinho degli anni ‘30, un grande innovatore in anni nei quali la grandezza tecnica non era condizionata dalle risorse economiche. Noi oggi siamo contenti di celebrare lo sport e la lotta alla discriminazione

Il nome Pelè è da sempre una leggenda del calcio. Punto di riferimento per i nuovi giocatori e fuoriclasse degli anni passati, il calciatore brasiliano rappresenta ancora oggi un’icona.

Ed è per questo che ha suscitato molto interesse il tweet che ha postato sulla sua pagina, dove mostra al mondo il pallone con cui ha cominciato la sua carriera.

Il calciatore ormai settantenne, forse spinto dalla nostalgia degli anni d’oro, ha deciso di condividere questo ricordo per lui molto importante, che permette di rievocare il momento in cui tutto è cominciato. Da quel primo pallone calciato per la prima volta negli anni ’50, Pelè ne ha fatta di strada, diventando il più grande giocatore di tutti i tempi. 

Definito calciatore del secolo, premiato con il Pallone d’oro FIFA e unico ad aver vinto tre edizioni del campionato mondiale con il Brasile (1958-1962-1970), Pelè ha registrato diversi record nella sua carriera calcistica, relativa al numero di reti, e ancora oggi, nonostante il suo ritiro anni fa, è osannato e ammirato come il primo giorno.

Ed è strano guardare proprio quel suo primo pallone e immaginare che nonostante non fosse uno di quelli di ultima generazione, Pelè sia riuscito ad ottenere dei risultati così eccezionali. Merito, dunque, del suo incredibile talento, capace di diventare un grande anche usando mezzi decisamente “antiquati”.

Ed è questo il messaggio che O Rei vuole lanciare a chi lo segue:

Questo è il primo pallone che ho mai calciato. Ho giocato il mio primo match con lui. Continuate a credere che tutto è possibile!

 

È tristemente noto che la Russia è molto severa con chi viola le regole legate all’omosessualità. Nessuna propaganda gay è considerata lecita e, di conseguenza, tutti i riferimenti alla cultura LGBT sono banditi dal paese.

Pena l’arresto, per chi decide di sfidare il governo in tal senso.

E anche durante la manifestazione mondiale, che da un mese circa ha attirato per le sue vie persone provenienti da tutto il mondo, niente è cambiato in termini di tolleranza.

Ma c’è chi decide di svincolarsi da questa legislazione discriminativa e camminare apertamente mostrando i colori dell’LGBT. Geniali quanto originali, un gruppo di attivisti ha sfoggiato una bandiera arcobaleno del tutto in tema con il clima calcistico del momento e pertanto non passibile di alcuna accusa.

Ecco come si presenta la cosiddetta “The Hidden Flag”, o bandiera nascosta, con i sei colori dell’arcobaleno LGBT realizzati attraverso le maglie di alcune squadre partecipanti alla rassegna iridata: Spagna, Olanda, Brasile, Messico, Argentina e Colombia.

Un effetto ottico che rimanda immediatamente alla comunità attivista per i diritti sui gay, ma che può circolare per il paese senza subire alcuna condanna.

L’idea è di un’agenzia pubblicitaria spagnola, con l’intento di dare una scossa alla burocrazia russa e indirizzare il paese verso una maggiore tolleranza della diversità.

Ecco come giustificano questa trovata:

Quando Gilbert Baker disegnò la bandiera arcobaleno nel 1978, lo fece per creare un simbolo e un’icona per la comunità Lgbt. Un simbolo, riconoscibile in tutto il mondo, che le persone potessero usare per esprimere il loro orgoglio. Purtroppo, 40 anni dopo, ci sono ancora Paesi in cui l’omosessualità è perseguitata, a volte anche con il carcere, e in cui la bandiera arcobaleno è vietata. La Russia è uno di questi Paesi. Per questo motivo, abbiamo approfittato del fatto che il Paese ospita la Coppa del mondo contemporaneamente al Pride Month, per denunciare questo comportamento e portare la bandiera arcobaleno nelle strade della Russia. Sì, alla luce del sole, di fronte alle autorità russe, alla società russa e al mondo intero, sventoliamo la bandiera con orgoglio

I sei coraggiosi attivisti sono ormai delle celebrità, soprattutto tra le fila dei sostenitori del movimento LGBT. I loro nomi sono Marta Márquez (spagnola), Eric Houter (olandese), Eloi Pierozan Junior (brasiliano), Guillermo León (messicano), Vanesa Paola Ferrario (argentina) e Mateo Fernández Gómez (colombiano).

Che siano tifosi o meno delle nazionali di cui indossano la maglia non è importante. Ciò che conta è che il loro escamotage è di sicuro un ottimo modo per sostenere la propria causa e al contempo promuovere iniziative volte al confronto e all’unione anche tra nazionalità diverse.

I Mondiali di Russia 2018 sono ormai all’atto conclusivo e domenica 15 luglio conosceremo il nome dei nuovi Campioni del Mondo, ma fino ad allora la bandiera LGBT ha il “permesso” di continuare ad aggirarsi per le strade della Russia e diffondere i suoi colori, nella speranza di ottenere da parte del governo un’apertura che al momento è solo un’utopia.

In un pomeriggio del lontano 1998, tre bambini si fanno scattare una foto con la maglia della squadra del cuore. Nonostante la nazionalità belga, il cuore batte per la squadra di Zidane, che ha regalato loro emozioni indescrivibili nei Mondiali di Francia.

Sono gli anni in cui il Belgio non è ancora la grande squadra che conosciamo oggi e che in Russia, nel 2018, ha battuto il Brasile favorito per approdare in semifinale.

Ma quei tre bambini, oggi diventati adulti, si ritrovano nell’imminente sfida tra Belgio e Francia con il cuore diviso a metà, tra i sogni legati all’infanzia e le speranze di vedere la propria nazionale in vetta al mondo.

E la cosa che fa più sorridere è l’identità di questi piccoli protagonisti, che oltre ad essere tutti calciatori, militano anche nella nazionale belga.

Si tratta di Kylian, Torghan ed Eden Hazard, che del calcio hanno fatto il proprio lavoro e giocano nei club del Venlo, del Borussia Mönchengladbach e del Chelsea.

 

Due di loro, Torghan ed Eden, sono parte del team belga che ai Mondiali di Russia 2018 proveranno a riscrivere la storia proprio contro quella squadra che li ha fatti sognare da piccoli.

Il capitano della nazionale belga, Eden Hazard, non può rinnegare il periodo in cui tifava Francia:

Con i miei fratelli, siamo sempre stati più sostenitori della Francia che del Belgio perché siamo cresciuti con la squadra del ’98. All’epoca non c’era la maglia del Belgio, ecco perché indossavamo quella della Francia! Non voglio denigrare la squadra belga del tempo, c’erano giocatori molto bravi. Ma a quel tempo, c’era la Francia

Ma oggi è con la maglia del suo paese di origine che deve fare i conti e mettere da parte, per un attimo, quei bei ricordi per concentrarsi sulla sfida imminente che lo vedrà battersi, faccia a faccia, proprio con gli avversari francesi.

Nonostante il paradosso, che dopo circa 20 anni, mette a confronto Francia e Belgio proprio quando a giocare nella nazionale ci siano i fratelli Hazard, entrambi si batteranno con il cuore.

Il Belgio, a questo punto, mira alla Coppa del Mondo e di certo darà del filo da torcere ad una Francia che al momento è una delle favorite. Comunque vada, però, il rispetto e l’ammirazione per la squadra francese non verrà mai meno durante la partita.

Chissà se Hazard e compagni riusciranno a cambiare le sorti del loro paese e vedere un giorno tre bambini francesi con la maglia del Belgio!

Una repubblica, due squadre e due sogni: ecco gli elementi che stanno facendo ridere e piangere a San Marino, dopo la qualifica dei Tre Fiori e quella mancata per un soffio della Folgore. Il premio in palio era la partecipazione ad una competizione europea, l’Europa League, e la possibilità di entrare nella storia per la prima volta.

Ed è la squadra dei Tre Fiori che firma questo risultato storico, perché diventa il primo club dopo 18 anni che riesce ad accedere al prossimo turno di Europa League.

Grande la soddisfazione dei giocatori e del loro allenatore, Matteo Cecchetti, che guarda già alla prossima partita del primo turno che sarà disputata contro gli sloveni del Rudar Velenje.

Tra le due gare di andata e ritorno disputate, è sicuramente la prima che ha determinato il passaggio turno. I Tre Fiori si sono scontrati contro il Bala Town vincendo la prima partita per 3-0 e perdendo la seconda per 1-0.

All’interno della squadra festeggiano tutti, sia i calciatori che hanno preso parte ad entrambe le partite che quelli rimasti in panchina, ma che hanno avuto un ruolo, anche se piccolo, nel match decisivo.

Il volto più noto è quello di Alessandro Teodorani, ex giocatore del Cesena in Serie A nella stagione 1990/91, che all’età di 46 anni riesce ancora a reggere bene il ritmo in campo e riuscire a giocare ininterrottamente anche per 96 minuti!

E poi c’è Sossio Aruta, ex del Pescara, conosciuto anche per le sue partecipazioni ad alcuni programmi televisivi come Campioni-Il sogno e Uomini e Donne. Non ha potuto giocare l’ultima partita dei Tre Fiori ma già guarda avanti alla prossima grande sfida che è in programma il 12 luglio (andata) e il 19 luglio (ritorno).

Ma, mentre da un lato San Marino è in festa, dall’altro non può che avere anche l’amaro in bocca per il destino beffardo che invece ha coinvolto l’altro suo club, la Folgore.

Ad un passo dalla qualificazione, pronti a registrare il record insieme ai Tre Fiori per un nuovo passo nella storia del calcio della piccola Repubblica, arriva quel gol che infrange i sogni ed esclude la squadra dall’Europa League.

In vantaggio per tutta la partita contro l’Endorgany, la Folgore assaporava già l’idea della qualificazione quando proprio al 96esimo, arriva la rete del pareggio in un misto di delusione e rimpianti per la grande beffa.

Anche se è pur sempre una magra consolazione, la Folgore potrà almeno contare sulla partecipazione di una squadra all’interno dell’Europa League che rappresenta il proprio piccolo paese. Tutto può ancora succedere, ma essere arrivati a questo punto è già un traguardo per tutta San Marino.

L’Italia è sul podio al 12th European Deaf Swimming Championships a Lublin, in Polonia.

Il campionato, riservato alla categoria dei sordi, ha visto trionfare gli azzurri Luca Germano e Federico Tamborrino, che, ognuno nella propria specialità, hanno conquistato la medaglia d’argento nelle finali europee.

La prima medaglia arriva nei 400 metri stile libero: è il nostro azzurro Tamborrino, che si è classificato al secondo posto dopo Artur Pioro.

In acqua a nuotare da quando era un bambino, Federico Tamborrino ha fatto del nuoto la sua arma per combattere la sordità, avvenuta improvvisamente all’età di 16 anni. Da allora ha imparato a comunicare diversamente e a gareggiare con gli udenti, ma non ha mai perso la voglia di rimanere in acqua per praticare uno sport che lo aiuta a rilassarsi e stare bene con se stesso:

Mi alleno con gli udenti e mi trovo molto bene, non ho problemi di comunicazione, se non che qualche volta chiedo di ripetere le cose. Il nuoto è uno sport perfetto: in vasca ci sei solo tu e l’acqua ed è proprio in questo ambiente che io trovo la mia pace

La medaglia d’argento è un risultato che nemmeno l’azzurro si aspettava davvero, ma che gli fornisce nuovi stimoli per non mollare e continuare ad esprimersi attraverso il nuoto, puntando ad obiettivi sempre più ambiziosi:

La sentivo difficile questa gara, non è una distanza che preparo tutto l’anno. Si tratta di una gara molto corta per me, io sono più portato per distanze lunghe, la mia gara regina è la 10 km in acque libere. Sono contento di come l’ho condotta, ieri, ho riconfermato il tempo delle Olimpiadi in Turchia dell’anno scorso, e ora darò il 100% nella mia gara più importante dove punto in alto. Sono contento ma punto all’oro nei 1500

Reduce dal successo delle Olimpiadi di Samsun del 2017, dove aveva conquistato un argento nei 1500 stile libero e un bronzo nei 400 metri stile libero, Tamborrino ha regalato all’Italia l’ennesima soddisfazione, alla quale si aggiunge anche il secondo argento, conquistato da Luca Germano nei 100 metri farfalla.

Stavolta sul podio ci sono un russo al primo posto, Liya Sarykin, e un polacco al terzo, Konrad Powroznik, e con un tempo di 56”95 è il Team Italia che festeggia la seconda posizione.

L’atleta sordomuto fiorentino conserva nel suo palmares i frutti del suo lavoro e dei suoi sacrifici, con una serie di medaglie ottenute in competizioni importanti, come le Olimpiadi di Taipei. Anche lui, come Tamborrino, gareggia con udenti e quando nuota non sente il peso di quella disabilità che lo accompagna sin dalla nascita.

Entrambi, orgoglio italiano, hanno dimostrato coraggio, impegno e abilità anche a Lublin, dove insieme a Riganti e Lucarini sono riusciti a registrare anche il nuovo record italiano nella staffetta 4×200 stile libero: 8’11″20. Quinto posto per loro: ma gli azzurri, anche senza salire sul podio, sono capaci di regalare grandi emozioni.

Gli Europei sordi di nuoto, iniziati il 2 luglio, continueranno le gare fino al 7 luglio.

Di sicuro non vincerà i Mondiali di calcio 2018, ma il Giappone merita il premio come squadra più dignitosa e al contempo civile.

Dopo la disfatta con il Belgio, ad un passo dal sogno di arrivare ai quarti di finale, i giapponesi salutano la rassegna iridata a testa alta, dimostrando di sapere accettare le sconfitte con grande dignità.

Ed è così che invece di andarsene arrabbiati da quello stadio che li ha prima visti assaporare il vantaggio sull’avversaria di ben due reti e poi infrangere il sogno nell’ultima parte del match, decidono di lasciarsi alle spalle questa esperienza mondiale con un gesto di civiltà: ripulire gli spogliatoi e persino le tribune da cartacce e immondizia lasciate durante la partita.

Sia i giocatori che i tifosi nipponici hanno la stessa pensata.

Eppure non deve essere stato affatto facile affrontare la delusione di una vittoria mancata, sfuggita per un soffio quando ormai sembrava quasi fatta.

Nella prima parte del match, la nazionale dei diavoli rossi si è lasciata andare lottando senza determinazione e permettendo all’avversaria di guadagnare quel vantaggio importante che ha fatto accendere la speranza di conquistare il passaggio turno. Ma la gioia del Giappone si è affievolita già dopo il primo gol e si è quasi definitivamente spenta con la rete che ha determinato la parità.

Sullo sfondo dei tempi supplementari sempre più vicini, che davano ancora un barlume di speranza alla nazionale giapponese, arriva poi quel gol decisivo che distrugge i sogni di un intero paese, cresciuto guardando Holly e Benji e sognando di sollevare la coppa del mondo come nel celebre cartone animato.

Ma la squadra di Nishino, dopo le inevitabili lacrime al termine del match, lascia il segno e lo fa nello spogliatoio, senza telecamere e riflettori, perché la vera classe si vede anche e soprattutto dietro le quinte. Solo un messaggio scritto in russo, “grazie”, e alle spalle uno spogliatoio splendente.

E non sono da meno i suoi tifosi, che con ancora addosso i singolari quanto grotteschi costumi per sostenere la propria squadra, pulisce gli spalti. Le immagini della tifoseria con i sacchi della spazzatura in mano e lo sguardo ancora deluso hanno fatto il giro del mondo.

Non li vedremo in finale a competere per il titolo, ma i giapponesi (così come i senegalesi prima di loro) hanno guadagnato ammirazione e rispetto da parte di tutto il mondo per la loro condotta esemplare e questo forse vale anche di più di qualsiasi altro riconoscimento.

Romelu Lukaku è oggi una stella del panorama calcistico, forte dei suoi 40 gol in 71 partite che lo rendono il più grande goleador del Belgio.

Ma la sua vita non è sempre stata così rosea, costellata solo da successo e fama. Scavando più a fondo esce fuori una verità difficile fatta di povertà e sacrifici che hanno segnato l’infanzia del calciatore e lo hanno reso l’uomo forte e determinato che noi oggi conosciamo.

Lukaku si racconta al The Players’ Tribune e svela i retroscena di una vita che hanno condizionato le sue scelte e lo hanno portato a cambiare il suo destino.

All’età di sei anni ho visto mia mamma piangere mentre mescolava il latte con l’acqua per farlo durare di più. In quel momento ho capito che avevamo toccato il fondo

Fino ad allora, nonostante l’età, Lukaku bambino sapeva che in casa le cose non andavano bene e si faceva fatica ad andare avanti, come dimostrano i pranzi fatti di solo pane e latte o la mancanza di elettricità. Da un giorno all’altro, poi, non gli fu più possibile nemmeno guardare le partite di calcio alle quali teneva moltissimo.

Ma scorgere sua mamma mentre allungava il latte per la sua famiglia è stato il momento esatto che ha fatto scattare qualcosa nella mente di un bambino che a soli 6 anni ha capito che doveva fare qualcosa. Fu così che con determinazione promise alla sua mamma:

Mamma, tutto questo cambierà. Giocherò a calcio con l’Anderlecht e accadrà presto. Staremo bene e non dovrai più preoccuparti

E non furono solo parole le sue, perché da allora tutte le energie e la concentrazione del giocatore belga furono rivolte a questo, fino ad ottenere il suo primo contratto esattamente dieci anni dopo. E da quel momento cominciò la sua ascesa, i suoi gol e quell’inversione di rotta del suo stesso destino, che solo con la determinazione di chi non ha più nulla da perdere ha potuto dare una svolta alla sua vita e a quella della sua famiglia.

In campo con la nazionale belga Lukaku continua a farsi notare, regalando gioie ed emozioni alla sua squadra e soprattutto a se stesso. Ancora oggi, ripensando al suo passato, ricorda ciò che lo ha spinto a fare sempre meglio e a diventare “qualcuno” nel suo sport:

Volevo essere il miglior calciatore della storia del Belgio. Non bravo, nemmeno bravissimo. Il migliore. Giocavo arrabbiato a causa di tante cose. Per I topi nel nostro appartamento, perché non potevo guardare la Champions League, per il modo in cui i genitori degli altri mi guardavano…

In corsa per vincere la Coppa del Mondo, Lukaku può affermare di esserci riuscito e di certo la stima dei suoi connazionali (e non solo!) lo rende ancora più orgoglioso della strada fatta e degli obiettivi raggiunti.

Chi dice che la “maledizione dei Mondiali” che colpisce le nazionali vincitrici sia solo una leggenda deve fare i conti con i dati evidenti che si registrano dal passato ad oggi.

Lo sa bene la Germania, che con rimpianti e delusione, è costretta a lasciare la Russia prima del previsto dopo essere stata battuta dalla Corea del Sud ed essere arrivata ultima nel suo gruppo.

Ancora una volta chi solleva la Coppa del mondo nella rassegna iridata precedente deve salutare il Mondiale prima del previsto perché non riesce a superare la fase a gironi. Una vera e propria maledizione che si ripete di volta in volta. La nazionale tedesca è l’ennesima squadra che deve fare i conti con questo triste mito.

Brasile a parte, che nel nuovo millennio misteriosamente sembra immune a questa infausta tradizione, a partire dal 2000 sono la Francia, l’Italia e la Spagna ad aver sfidato la sorte e esserne uscite sconfitte.

Nel 2002 sono i francesi campioni dei Mondiali 1998 a non passare il turno, poi nel 2010 tocca all’Italia, che reduce dal trionfo del 2006, saluta il Sud Africa prima del previsto. Infine, arriva il turno della Spagna, che non riesce a sfuggire alla maledizione dei Mondiali nel 2014.

Ma per la nazionale di Löw l’avventura in Russia si è conclusa nel peggiore dei modi, non solo per l’eliminazione ai gironi, ma anche perché suo malgrado ha conquistato un primato che non si vedeva da decenni.

Dal 1954 al 2014 la Germania è sempre riuscita a qualificarsi, facendosi largo tra le sue avversarie e arrivando almeno ai quarti di finale. Il 2018, però, è l’anno delle sorprese e ha interrotto quel ciclo fortunato che andava avanti da anni e anni.

Sarà finita? Sembra di no, perché si conferma protagonista anche di un’altra consuetudine che da tempo caratterizza i Mondiali di calcio. Si tratta della maledizione del gruppo F, che pare non sia favorevole alla vittoria finale. Nel tempo, coloro che si sono ritrovati inseriti in questa parte del tabellone, non sono mai riusciti a vincere il titolo mondiale. Ne sanno qualcosa l’Inghilterra (1986-1990), l’Olanda (1994), il Brasile (2006), l’Italia (2010), l’Argentina (2014) e gli stessi tedeschi nel 1998.

Se poi vogliamo aggiungere la maledizione della Confederations Cup il quadro è completo: chi vince il titolo di certo non solleva la Coppa del Mondo. Lo dice la storia, vissuta sulla pelle di chi ha creduto di poter sfatare questo mito e si è ritrovato escluso dalle fasi finali del mondiale. Indovinate chi ha vinto l’ultima edizione contro il Cile?

Coincidenze o no, la Germania si ritrova in ognuna di queste situazioni e, confermandosi anche tra quelle nazionali campioni che hanno fallito nella partita d’esordio, chiude questa esperienza a testa bassa ma con tanti spunti di riflessione che dovranno servire per rimettere in piedi una nazionale più forte e più combattiva almeno per le prossime competizioni.

Intorno a Mosca, capitale dei Mondiali di calcio 2018, si intrecciano le storie di tifosi provenienti da tutto il mondo. Ci sono le commoventi immagini di chi ha sognato fino alla fine di vedere la propria squadra in vetta al mondo per la prima volta, e poi quelle di chi, pur di essere presenti alla rassegna iridata, ha deciso di partire anche con il trattore.

Ma ci sono anche quelle storie curiose capaci di strappare un sorriso, come quella di Javier e dei suoi amici messicani, che passeggiano per le vie centrali della capitale moscovita con la sagoma del loro amico rimasto a casa.

Perché Javier voleva proprio esserci in Russia a sostenere la sua nazionale e progettava questo momento da ben 4 anni, immaginando nei dettagli anche come sarebbero arrivati a destinazione: a bordo di un camioncino. Proprio alla fine, però, la sua partenza viene annullata. Non è un problema di salute a trattenerlo, né un problema familiare bensì… la moglie, che categoricamente gli vieta di partire!

Il povero messicano è stato dunque costretto a rinunciare a quel sogno tanto importante e vedere partire i suoi amici senza di lui. Sarebbe quasi una storia triste se non fosse per quella sagoma che in Russia è ormai diventata una celebrità e raffigura proprio lo sfortunato Javier.

Gli amici non volevano tifare Messico senza di lui e hanno realizzato una sagoma cartonata con la sua immagine che li segue ovunque. Dopo la vittoria della nazionale contro la Germania il finto Javier ha acquistato ancora più popolarità e tutti vogliono una foto con lui.

Mia moglie non mi ha lasciato andare

Ecco le parole che non passano inosservate in chi si imbatte nei tifosi messicani e nella curiosa sagoma, che porta proprio una maglietta con questa scritta che attira l’attenzione e suscita ilarità.

Beve birra, indossa il sombrero e si fa pure immortalare coi turisti: la sagoma di Javier si sta “godendo il viaggio” proprio come avrebbe dovuto fare il suo alter ego, che però non ha ancora perso la speranza di partecipare attivamente a questa spedizione. Pare stia ancora provando a convincere la moglie a lasciarlo andare e chissà che non riesca nel suo intento.

In fondo, se il Messico battendo i campioni del mondo è riuscito a far tremare la terra, magari nella partita in programma contro la Svezia riesce anche a strappare quel sì in casa di Javier e permettere all’uomo di vivere il suo sogno.