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Alberto Stocco

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Impresa di Fabio Aru al Tour de France di ciclismo. Il corridore sardo, fresco campione d’Italia, si è imposto per distacco nella 5/a tappa, partita da Vittel e conclusa a Planche des Belles Filles, dopo 160 chilometri.

Aru è partito negli ultimi tre chilometri in fuga solitaria, infliggendo 16″ di distacco a Daniel Martin, 20″ a Chris Froome e Richie Porte, rispettivamente terzo e quarto. Quinto, staccato di 24″, Romain Bardet. Nono a 34″ Nairo Quintana, preceduto all’ottavo posto dallo spagnolo Alberto Contador, giunto sul traguardo dopo 26″ dal vincitore.

L’inglese Chris Froome è la nuova maglia gialla. Il corridore del Team Sky ha un vantaggio di 12″ sul compagno di squadra, il gallese Geraint Thomas, e 14″ su Aru.

fabio aru

“Sono così felice. Ho vinto la Vuelta, ho vinto al Giro, il Tour mi mancava ed era un sogno. Credo, però, che realizzerò solo tra qualche ora la portata di quel che ho fatto. Battere Froome sarà difficile, ma ci proveremo fino alla fine”. Ancora Fabio Aru dopo il trionfo nell’arrivo in salita a Le Planche des Belles filles. “Il finale l’avevo studiato guardando il video del successo di Vincenzo Nibali nel 2014”.

Arrivo:

1. Fabio ARU (Astana) 160,5 km in 3.44’06”, media 43,000 km/h; 2. Daniel Martin (Irl, Quick-Step) a 16”; 3. Chris Froome (Gbr, Sky) a 20”; 4. Porte (Aus, Bmc); 5. Bardet (Fra) a 24”; 6. S. Yates (Gbr) a 26”; 7. Uran (Col); 8. Contador (Spa); 9. Quintana (Col) a 34”; 10. Thomas (Gbr) a 40”. Classifica: 1. Chris FROOME (Gbr, Sky); 2. Geraint Thomas (Gbr, Sky) a 12”; 3. Fabio Aru (Astana) a 14”

Il calcio, si sa, è uno sport ricco di storie avvincenti, appassionanti, di riscatto e di sconfitta, uno sport che regala emozioni in qualsiasi forma. Ma questa storia le supera tutte, è magica, in bilico tra realtà e leggenda, come i racconti di un tempo lontano sanno essere.

È una storia che narra di un uomo che, per difendere il frutto della vittoria della propria squadra, della propria Nazione, si è opposto ad un potere forte, difficile da fermare che, all’epoca, pareva quasi inarrestabile. È la storia di Ottorino Barassi e del suo smacco ai nazisti per la Coppa Rimet.

LA COPPA RIMET

La Coppa Rimet era la coppa che veniva consegnata alla squadra vincitrice dei Mondiali di calcio dal 1930 al 1970 prima dell’avvento, da Germania Ovest ’74, della Coppa del Mondo. La coppa portava quel nome dal suo ideatore, l’avvocato Jules Rimet, avvocato francese con il vizio del pallone, presidente della FIFA, che l’aveva fatta realizzare da un abile orafo parigino nel 1929, in vista del primo mondiale che si sarebbe tenuto in Uruguay. Non era una coppa imponente, la Coppa Rimet: misurava solo trenta centimetri, a forma di vittoria alata che regge una Coppa decagonale, piedistallo di marmo e pesava solo 3.800 grammi, con 1.800 grammi di oro.

Tante sono le storie che si sono susseguite con riferimento a questo trofeo, come quella raccontata da Fulvio Paglialunga in un articolo per l’Ultimo Uomo con riferimento al suo viaggio in nave su un piroscafo italiano, il Conte Verde, verso il primo Campionato Mondiale della storia, in Uruguay nel 1930.

Storie di un tempo passato che, sentite oggi, non possono che coinvolgere: le squadre partecipanti che salivano ai vari attracchi della nave – Italia e Romania dalla partenza da Genova, poi la Francia, il Belgio a Barcellona e il Brasile a Rio dopo una lunga traversata di 15 giorni. O ancora, i giocatori che si allenavano sui ponti di bordo, con il pallone che finiva in mare con evidente fastidio degli altri, disinteressati, passeggeri.

Arrivata in Uruguay, la Coppa Rimet vi rimase per 4 anni dopo il mitico Maracanazo. Ma nel 1934 il trofeo prese la strada dell’Italia e a Roma rimase dopo la grande vittoria degli Azzurri nel mondiale di casa, replicata quattro anni dopo nel mondiale francese grazie ai colpi di Colaussi e Piola che annientarono la temibile Ungheria.

IL DOPPIO PASSO AD HITLER

Ed è proprio in questo periodo che si incastra la nostra storia. Dopo il trionfale mondiale francese, l’Italia si presentava come potenza da battere anche per il successivo mondiale del 1942 ma il secondo conflitto mondiale non permise che l’evento avesse luogo.

E la Coppa Rimet? Il trofeo doveva rimanere in Italia, ultima detentrice del titolo e in Italia, per l’appunto, si trovava, custodito nella cassaforte di una Banca. Ma qualcuno riteneva che quel posto non fosse poi così sicuro in tempi di guerra e pensò bene di prelevarlo per portarlo a casa sua: Ottorino Barassi.

Scelta rischiosa, non c’è che dire. Sì perché, forse per il valore simbolico del cimelio che, nel delirio hitleriano, avrebbe reso la Germania invincibile, il Fuhrer ordinò alla Gestapo di recuperare il trofeo e i soldati si presentarono agguerriti a casa Barassi per prenderselo con la forza.

Ma i soldati nazisti non avevano fatto i conti con la furbizia di Barassi: lui nega, dice che di questa Coppa non s niente, che ne ha sentito parlare ma non l’ha mai avuta tra le mani.

La perquisizione non porta a nulla e il pericolo è scampato. I tedeschi, infatti, non controllano nel posto più classico dove nascondere qualcosa di prezioso: sotto il letto. Lì c’è un’innocua scatola di scarpe, niente di sospetto, ma dentro riposa proprio la preziosissima Coppa Rimet.

E fu così che Ottorino Barassi “salvò” la Coppa Rimet dall’assalto nazista, prendendosi gioco dell’esercito più violento e temuto dell’epoca con una simulazione degna di un rapace da area di rigore, una finta geniale, da fantasista di razza.

 Sarà anche per questo che dal 2011 vanta un riconoscimento alla memoria nella Hall of Fame del calcio italiano? Non lo sappiamo, ma di certo questa storia merita di essere raccontata perché ha il sapore del mito, della leggenda e narra di un “eroe” tutto particolare: Ottorino Barassi, che fece un doppio passo ad Hitler per vincere la Coppa Rimet.

Michele De Martin

Questa è la storia di un tennista sud coreano di ottime speranze, capace nel 2013 di diventare, a 14 anni e 321 giorni, il secondo giocatore più giovane ad entrare nella classifica Atp (dopo l’americano Stefan Kozlov), conquistando il primo punto grazie alla vittoria su Masatoshi Miyazaki al torneo di Tsukuba.

Ma perché raccontare, fra i tanti, la vicenda di questo ragazzo di belle speranze? Perché è una storia che ha dell’incredibile, che è difficile da comprendere, che fa bene al tennis e allo sport in generale, perché parla di un atleta che, grazie alla sua forza di volontà e alla sua tenacia, è riuscito a sconfiggere le difficoltà estreme che la vita gli ha riservato sin dalla nascita, ritagliandosi un ruolo da protagonista nel tennis dei grandi. Stiamo parlando di Lee Duck-Hee , il tennista sordo.

LA STORIA

Lee Duck-Hee è nato a Jecheon City, in Corea del Sud, il 29 Maggio del 1998. A 7 anni, nel 2005, ha scoperto ufficialmente di essere sordo. Più o meno nello stesso periodo la famiglia ha deciso di fargli provare una racchetta da tennis, facendogli così seguire le orme del cugino. Una scelta che non poteva rivelarsi più azzeccata.

Sin da subito si è imposto come uno dei talenti più promettenti emersi negli ultimi anni grazie ad un tennis aggressivo e spumeggiante ma le difficoltà sono, da sempre, estreme. Inevitabili, infatti le conseguenze del deficit uditivo: Lee Duck-Hee non può sentire i giudici di linea, non può sentire l’avversario, non può sentire il rumore della pallina. Può ‘sentire’ solo ed esclusivamente le vibrazioni della sua racchetta. Ma tanto è bastato per permettergli di arrivare fino alla 131ma posizione del ranking mondiale ATP e di arrivare ad un passo dal tabellone principale degli Australian Open venendo estromesso dalla kermes della Rod Laver Arena solo all’ultimo turno di qualificazione dall’altro astro nascente Alexander Bublik.

D’altronde per capire la tempra del baby fenomeno asiatico, basta seguire il senso delle sue dichiarazioni:

“La cosa più difficile è la comunicazione con gli arbitri e i giudici di linea, il non poter sentire le loro indicazioni. Soprattutto quando chiamano la palla out e io invece continuo a giocare. È un po’ difficile, ma niente di clamoroso o impossibile.

E ancora:

“Il mio deficit non mi preoccupa, anzi, mi aiuta a concentrarmi sul gioco, evitando le distrazioni. È persino comodo giocare così”.

Parole da grande, da uomo in grado di dominare la disabilità, trasformando la menomazione in un punto di forza. Chapeau.

I RECORD

Lee Duck-Hee è già riuscito ad entrare nella storia del tennis professionistico nel 2014 quando, a 16 anni e 1 mese, ha vinto il suo primo titolo future, a Hong Kong. E’ stato il sesto più giovane di sempre a vincere un torneo professionistico. E prima di lui? Richard Gasquet, Mario Ancic, Andrey Rublev, Rafael Nadal e Novak Djokovic. Se escludiamo il russo che non ha ancora dimostrato appieno il suo talento – ma l’età è dalla sua – non c’è molto da aggiungere sugli altri nomi citati.

Con questi presupposti, difficile ipotizzare dove Lee Duck-Hee potrà arrivare. Di certo sogna in grande (e come potrebbe essere altrimenti?) e ambisce a seguire le orme del suo idolo di sempre, quel Roger Federer che, ancora bambino, aveva avuto modo di conoscere personalmente mentre Roger si trovava a Seoul per un’esibizione:

“È stato incredibile vederlo. Mi piacerebbe essere come lui un giorno, e giocare come lui”.

Frase fatta? forse. Il sogno di molti? Di sicuro. Ma aspirazioni ordinarie assumono un sapore tutto particolare se a porsele è un ragazzo non-ordinario come Lee Duck-Hee, un campione nel silenzio.

Michele De Martin

E’ passato già un anno da quando ci ha lasciati a soli 68 anni uno dei grandi del calcio, secondo alcuni il più grande, spazzato via prematuramente da una maledetta malattia che lo ha logorato in soli sei mesi senza lasciargli scampo. Stiamo parlando di Johan Cruyff.

 Johan Cruyff era il calcio. Era un calciatore universale, uno che poteva vantarsi di condividere lo spazio nell’immaginario collettivo con l’elite del pallone e di essere richiamato nei discorsi degli appassionati al fianco di nomi che hanno segnato le loro epoche e che fanno paura solo a pronunciarli, come Pelè e Maradona, Di Stefano e Puskas e, venendo ai giorni nostri, Messi e Cristiano Ronaldo.

UNA CARRIERA DI SUCCESSI

La sua carriera è stata costellata di successi, in patria, con 9 campionati olandesi vinti tra Ajax e Feyenoord e all’estero, con la vittoria del campionato spagnolo nel 73-74 con la maglia del Barcellona ed ha avuto anche la benedizione delle competizioni europee, grazie alle 3 Coppe dei Campioni vinte con i “lancieri” insieme a una Supercoppa UEFA e ad una Coppa Intercontinentale.

Ma la sua grandezza è stata certificata anche dai successi a livello individuale se è vero, come è vero, che, fino all’arrivo dei “cannibali” Messi e Cristiano Ronaldo, deteneva, insieme con due poeti del calibro di Michel Platini e Marco van Basten, il record di Palloni d’oro assegnati da France Football: ben 3 (nel 1971, 1973 e 1974), venendo anche eletto secondo miglior calciatore del XX secolo, (dietro Pelé ma davanti a Maradona!), nella speciale classifica stilata dall’IFFHS.

La sua leadership lo portò a grandi risultati anche da allenatore, dove, negli 11 anni di carriere alla guida di Ajax e Barcellona, fu in grado di vincere ben 4 campionati spagnoli, 1 Coppa di Spagna e 2 Supercoppe di Spagna, 2 Coppe d’Olanda, 2 volte la Coppa delle Coppe, 1 Supercoppa UEFA e 1 Coppa dei Campioni. Si, perché Cruijff è uno dei sette allenatori ad aver vinto la Coppa dei Campioni dopo averla conquistata da giocatore: in compagnia di Miguel Muñoz, Giovanni Trapattoni, Josep Guardiola, Frank Rijkaard, Carlo Ancelotti e Zinedine Zidane. Non c’è molto da aggiungere.

IL MONDIALE DEL 1974

Ma è con la Nazionale che la grandezza del “Pelè bianco” è deflagrata nel modo più evidente e chiaro, anche senza alzare alcun trofeo. Cruyff fu infatti l’anima della nazionale dei Paesi Bassi che ai Mondiali del 1974 in Germania Ovest fu in grado di inventare un nuovo modo di giocare a calcio, un modello che si fondava sul continuo movimento senza palla e sull’applicazione sistematica del pressing e del fuorigioco. Il totaalvoetbal, il calcio totale. Potremmo definirlo un embrione del moderno tiki-taka.

Quella Nazionale del 1974, guidata da uno dei teorici di questo calcio dispendioso e spettacolare Rinus Michels, era una macchina meravigliosa che, oggi diremmo, sembrava uscita da un videogioco. E Johan Cruijff ne era l’emblema, un mattatore che riduceva a meri comprimari campioni del calibro di Rep, Rensenbrink e Neskeens, che seguivano come adepti il continuo movimento del loro leader, come in una danza fluida e allo stesso tempo aggressiva.

La grandezza delle imprese di quella squadra in quel Mondiale è ancora più clamorosa se si pensa che era sfibrata internamente da mille frizioni ed invidie, dovute anche alle scelte estreme di Michels che l’aveva formata creando due blocchi inconciliabili che vedevano contrapporsi alle due estremità i giocatori dell’Ajax e quelli del Feyenoord.

Nonostante fratture insanabili, in campo i Tulipani erano una cosa sola, un’orchestra perfettamente in sintonia e con un unico direttore, che, dopo un facile girone di qualificazione, con vittorie su Uruguay e Bulgaria e pareggio con la Svezia, fu capace di schiantare, tra gli altri, l’Argentina con un sonoro 4-0 e il Brasile con un secco 2-0 arrivando in finale con i padroni di casa della Germania Ovest.

E anche la finale dell’Olympiastadion sembrò iniziare sotto i migliori auspici. Pronti-via e la palla è dei Tulipani che, con una serie incredibile di passaggi rapidi portano la palla in area di rigore, Cruijff punta la porta e viene steso da Berti Vogts, è rigore, che Neskeens realizza. Al primo giro di lancette siamo già 0-1 per l’Olanda e la Germania deve ancora toccare il pallone.

Ma si sa, i tedeschi non muoiono mai e, grazie alla grinta di Vogts, alla classe di Beckenbauer e alle reti di Breitner e del solito, mortifero, Gerd Muller riuscirono a ribaltare il risultato e vincere la partita con il punteggio di 2-1. Un finale amaro, ad un passo dal sogno, che i Tulipani di certo non meritavano.

Questo fu senza dubbio il punto più alto di Cruijff con la Nazionale. Dopo quell’esperienza, ci furono un terzo posto all’Europeo del 1976 e la mancata partecipazione ai Mondiali in Argentina del 1978, ma le prestazioni di quel Mondiale tedesco rimarranno per sempre impresse nella memoria di tutti gli appassionati, non solo di chi ebbe la fortuna di viverle in prima persona. E c’è da crederci, diedero al movimento calcistico olandese la spinta per giungere a quello che, ad oggi, rimane l’unico trionfo calcistico: La vittoria all’Europeo ’88 dove Van Basten (con il gol più bello della storia) e Gullit ebbero la meglio sulla Russia, nella sfida tra Palloni d’Oro con Belanov. Guarda caso ancora in Germania Ovest, ancora all’Olympiastadion, ancora con Rinus Michels alla guida: quasi una rivincita della sconfitta del 1974.

Cruijff era un leader nato e questo fece di lui un personaggio scomodo all’intero dello spogliatoio. Non si contano i litigi e le diatribe con i compagni di squadra che ne hanno forse limitato l’impiego in Nazionale. Ma, sotto la sua corazza di uomo deciso, batteva il cuore di un uomo vero, attento al sociale, tanto da dar vita a una fondazione benefica, la Johan Cruijff Foundation e che divenire testimonial di una celebre campagna antifumo.

Non ci resta che ricordarlo nel giorno del primo anniversario della morte. Un giorno buio, quel 24 marzo 2016, che ha tolto al mondo un grande campione e un grande uomo, il Profeta del Gol.

Michele De Martin

A volte i traguardi più clamorosi vengono raggiunti dai personaggi meno probabili, atleti che lavorano nell’anonimato, lontano dai riflettori come eroi nascosti per poi, quando meno te l’aspetti, rubare la ribalta ai campioni più blasonati con un vero colpo di teatro.
Questa è la storia di un recordman. Ma non di un fenomeno affermato e osannato dal mondo intero, che può vantare contratti a cifre stratosferiche con top teams o sponsor di grido. E’ la storia di Kazuyoshi Miura, il recordman che non ti aspetti.

E’ di pochi giorni fa la notizia che Kazuyoshi Miura è diventato il più anziano giocatore ad aver giocato una partita di calcio professionistico. Il bomber giapponese, a 50 anni e sette giorni ha guidato l’attacco del Yokohama FC nell’incontro con il V-Varen Nagasaki, valido per la J-League 2, il secondo livello del campionato nipponico.
Un record incredibile, la cui portata si può comprendere se si pensa che, fino a quel giorno, apparteneva da ben 52 anni ad una pietra miliare del calcio mondiale come Stanley Matthews, il primo pallone d’oro della storia, il quale a 50 anni e 5 giorni giocò la sua ultima partita con la maglia dello Stoke City.

UNA VITA DA RECORD

Ma se la si guarda a ritroso, la storia di Miura ha un che di leggendario sin dall’inizio, quel qualcosa che la rende magica, aldilà del reale.
Kazu se ne va dal Giappone ancora giovanissimo, a 15 anni, spostandosi nel lontanissimo Brasile per cercare fortuna nel mondo del pallone. Una scelta sicuramente estrema, ma che ricalca alla perfezione le orme del campione che in quegli anni sta infiammando i sogni dei ragazzini del Sol Levante: Oliver Hutton di Holly e Benji.


Miura la stoffa ce l’ha. Viene ingaggiato dal Club Atletico Juventus di San Paolo dove si fa le ossa per 4 anni fino a passare al più blasonato Santos (sì, quello di Pelè e, più di recente, Neymar), cambiando però casacca ogni anno fino al 1990 quando, visto che la carriera non decolla nonostante la vittoria del campionato Paranaense del 1990 con il Coritiba, decide di tornare in patria, al Verdy Kawasaki di Tokio.


In Giappone la classe di Kazu è un lusso e le sue prestazioni stuzzicano vari club, tra cui il Genoa del Presidente Spinelli, che lo acquista nell’estate del 1994. Ecco il primo record di Miura: è il primo calciatore giapponese a giocare in Serie A, l’ariete che spiana la strada al mercato orientale in Italia che poi vedrò l’arrivo nel Belpaese dei vari Nakata, Morimoto, Nakamura, Nagatomo, Honda e soci.

E poco importa che la sua stagione sia da dimenticare: 21 presenze ed un solo gol, ma dal valore molto particolare, perché realizzato nel derby della Lanterna contro la Sampdoria (poi però vinto dai blucerchiati per 3-2). Nel suo piccolo, forse, un record anche questo.

Dopo questa parentesi italiana, Kazu torna in patria dove continua a fare le fortune dei propri compagni, concedendosi qualche gita fuori porta, prima alla Dinamo Zagabria e poi all’FC Sidney, lasciando però magri ricordi di sé.

LEGGENDA

In patria, invece, Miura è leggenda, sia al livello di club che di nazionale, di cui è il secondo miglior marcatore della storia con ben 55 reti in 89 partite e con cui ha vinto la Coppa d’Asia nel 1992 ma con il rimpianto di non aver mai partecipato ad un Mondiale. Ed ovviamente detiene un altro record: quello del marcatore più anziano nella storia del campionato giapponese, risultato raggiunto il 7 agosto 2016, quando segnò contro il Cerezo Osaka.

Viene da chiedersi quale sia il segreto di questo tranquillo cinquantenne che non ci pensa neanche a farsi da parte dopo ben 32 stagioni da professionista. Probabilmente la risposta è racchiusa nelle parole dello stesso Miura durante l’intervista di rito al superamento dell’ultimo record della sua incredibile vita:

“Sinceramente, non mi sento di aver battuto una leggenda. Avrò anche superato Matthews come longevità della carriera, ma non posso concorrere con lui, con i suoi numeri e il suo passato. Mi piace il calcio, e la mia passione non è cambiata. Non sono più giovane, faccio fatica fisicamente, ma sono ancora felicissimo se la mia squadra vince o se riesco a giocare bene. Finché mi divertirò, continuerò a giocare”.

Umiltà, passione e cultura del lavoro: la ricetta vincente.

Michele De Martin

Ricorre oggi il 121esimo anniversario della nascita dell’allenatore più vincente della storia della nostra Nazionale, un fiero condottiero che seppe portare gli Azzurri al successo in due edizioni consecutive della massima competizione mondiale (1934 e 1938) – allora chiamata Coppa Rimet –  inframezzando questi exploit con la vittoria nell’Olimpiade del ’36 (l’unica per i nostri colori) e condendo il tutto con l’affermazione in due Coppe Internazionali (manifestazione antesignana degli Europei) nel 1930 e 1935.

Risultati che ne fanno senza dubbio uno dei più grandi personaggi unificatori dello sport italiano. Vittorio Pozzo: il Re Mida della Nazionale.

LA VITA

Pozzo nacque il 2 marzo 1886 a Ponderano, a due passi dalla Torino in pieno sviluppo industriale di fine ‘800, da una famiglia della piccola borghesia.
Un’infanzia non facile quella di Vittorio, connotata da modeste opportunità economiche ma, grazie agli sforzi dei genitori, caratterizzata anche da una buona educazione che, unita alle sue indubbie doti personali, contribuì a formarlo come uomo integro che faceva della preparazione e dello studio la sua dote peculiare e del piacere di viaggiare e scoprire nuove culture il segreto della sua evoluzione personale.
E fu proprio grazie ad un viaggio in Inghilterra che scoprì quel football che avrebbe riempito i suoi giorni e lo avrebbe accompagnato verso la gloria imperitura. Iniziò la sua carriera fondando la Football Club Torinese (l’attuale squadra granata di Torino) da “Presidente – giocatore” ma a 25 anni smise i panni del calciatore per concentrarsi sugli studi e diventare, poi, dirigente della Pirelli.
Ma fu al termine della Grande Guerra, dove si distinse come tenente degli alpini, che si vide la svolta della sua carriera sportiva. Grazie alla sua competenza, si guadagnò l’attenzione del mondo sportivo entrando nel mondo della nazionale di calcio, della quale diventa più di una volta commissario unico.

LA LEGGENDA

È l’inizio della leggenda. Quella dell’allenatore che riuscì in ciò a cui nessun altro CT seppe mai avvicinarsi: vincere due Mondiali consecutivi (1934 e 1938). Per capire la portata dell’impresa, basti pensare che, dopo gli azzurri, solo il grande Brasile di Pelè, Didì, Vavà e Garrincha e soci riuscì a vincere due edizioni consecutive del Mondiale, nel ’58 in Svezia e nel ’62 in Cile ma con due commissari tecnici differenti, rispettivamente Feola e Moreira.

Viene da chiedersi quali furono i segreti per un successo così clamoroso.
Ebbene, Pozzo ci riuscì con i suoi metodi che univano la sua formazione militare e la sua capacità di dirigere il gruppo, in modo autorevole ma non autoritario, battendo sulle corde dell’identità e dell’orgoglio nazionale, traendo così il meglio dai suoi calciatori. Ingredienti semplici per imprese epiche.

Emblematiche della sua duplice natura, militaresca ma non autoritaria, e del forte legame, anche umano, instaurato con i propri calciatori, sono le parole che disse Piola con riferimento ai duri allenamenti nel ritiro pre – Mondiale del ’38:

Eravamo reduci da due mesi di strettissimo ritiro. Donne niente. E in campo vedevamo non uno, ma due palloni!”

Piola raccontava poi che in quella situazione, Giuseppe Meazza si trovò a supplicare Pozzo per una mezza giornata di riposo. Nonostante la preferenza per rigore e disciplina, Pozzo non si dimenticò di ascoltare i suoi ragazzi e concesse la mezza giornata. Con l’epilogo trionfale che tutti conosciamo.

IL “METODO”

Era un allenatore estremamente preparato che non rinnegò mai il suo legame con il proprio passato militare ma che seppe unirci una forte volontà di evoluzione, riuscendo a portare innovazione in un calcio che, da ormai 30 anni, era fossilizzato sul metodo della Piramide di Cambridge, quel 2-3-5 a piramide rovesciata di matrice anglosassone e, di lì, si diffuse nel mondo intero.
Fu proprio Pozzo, infatti, insieme al collega Meisl allenatore del Wunderteam austriaco, a rielaborare questo modulo ed evolverlo nel cosiddetto “metodo”, una sorta di 2-3-2-3 che si fondava sulla centralità del centromediano e che prevedeva l’accentramento dei terzini e il loro avanzamento in funzione della tattica del fuorigioco e che fu il segreto dei successi del Grande Torino, che vinse cinque scudetti consecutivi dal 1942-1943 fino alla tragedia di Superga.

Pareva doveroso rendere onore, nel giorno della sua nascita, ad un uomo che deve essere considerato, di diritto, uno dei fautori della modernizzazione del calcio e che seppe diventare leggenda italiana nel momento storico più difficile per la nostra Nazione. Ciò che rende speciale il successo di Pozzo è infatti essere riuscito ad ottenerlo in un periodo come quello degli anni ’30 del Novecento, raccogliendo i cocci della drammatica esperienza della Grande Guerra ed ergendosi ad assoluto punto di riferimento per un intero movimento sportivo con una sequela incredibile di successi che mai si sarebbe ripetuta e che, probabilmente, mai potrà ripetersi.

Michele De Martin

Questa è la storia di Michelangelo Rampulla, un portiere affidabile, integro professionista.

Un portiere che ha fatto la gavetta in squadre di basso cabotaggio prima di togliersi grandi soddisfazioni professionali come riserva nella Juventus, dove vinse tutto a livello nazionale (4 Scudetti, 2 Supercoppe Italiane e 1 Coppa Italia) e quasi tutto a livello internazionale (1 Champions League, 1 Coppa Uefa, 1 Coppa Intercontinentale) senza però mai riuscire ad esordire nella Nazionale maggiore.

Rampulla in presa alta

Ma quello che rende speciale questa storia è che non riguarda l’abilità tra i pali o nelle uscite o la capacità di guidare la difesa di Rampulla, ma il suo inaspettato fiuto del gol.

L’IMPRESA

Era il 23 Febbraio 1992: sono passati esattamente 25 anni da quando l’allora portiere della Cremonese riuscì in un’impresa in cui, fino ad allora, nessun portiere era riuscito. Segnare un gol su azione.
La partita è Atalanta – Cremonese. I grigiorossi non navigano in buone acque – a fine anno retrocederanno – e sono sotto nel punteggio grazie ad un rigore realizzato dal folletto brasiliano Bianchezi. Ormai la partita è agli sgoccioli, è il 92’, e le speranze di rimonta della Cremonese sono ridotte al lumicino. La classica situazione in cui si deve buttare la palla nel mucchio e sperare.
Un calcio di punizione da posizione defilata, calciato di sinistro a rientrare, e le speranze si fanno realtà: un giocatore della Cremonese irrompe nell’area piccola e realizza la rete del pareggio con una capocciata degna di un Pruzzo d’annata. E’ Dezotti? E’ Florjancic? No. Si tratta di Michelangelo Rampulla, lanciatosi con la sua forza dirompente nella bolgia dell’area atalantina per far valere i suoi 187 cm di altezza.

E’ questo che trasforma il gol in un’impresa leggendaria che fa guadagnare al portiere messinese i galloni di eroe e un posto imperituro nei cuori dei tifosi cremonesi.

Prima di Rampulla, infatti, nessun portiere era riuscito a segnare un gol su azione, da bomber consumato: avevano qualche gol all’attivo il mitico Rigamonti, ma su calcio di rigore, e Sentimenti IV, reti però realizzate in alcune partite in cui si era destreggiato da ala destra quando militava nella Lazio, in quel calcio romantico di metà secolo in cui stranezze di questo genere erano possibili. Dopo di lui solo un altro ci riuscì: Massimo Taibi nel 2001 in un Reggina – Udinese.

Mica male per un portiere che ha avuto l’onore di giocare con campioni del calibro di Baggio, Zidane e Del Piero e che ha vinto tutto quello che c’era da vincere nei 10 anni di militanza nella Juventus ma da illustre comprimario, da riserva di sicuro affidamento, da uomo spogliatoio, e non da protagonista assoluto.
In quel freddo pomeriggio di febbraio invece seppe prendersi la scena in via esclusiva, sprigionando quella dose di follia che serve per innalzarsi dall’anonimato e conquistarsi un posto nella storia.

E’ già passato un quarto di secolo, ma è come fosse ieri.

Michele De Martin

Ricorre oggi il tredicesimo anniversario della morte di uno dei più grandi attaccanti stranieri che abbia mai militato nel nostro campionato, un bomber di razza dotato di un fisico micidiale per l’epoca, ma che potremmo definire “moderno”, perché, c’è da giurarci, anche ai giorni nostri avrebbe fatto vedere i sorci verdi ad ogni difesa di serie A. John Charles.

Un centravanti come lui oggi non avrebbe prezzo e segnerebbe almeno un goal a partita 

Questo dice ancora oggi di lui Giampiero Boniperti, ex compagno di squadra e amico che, assieme a Charles e al “Cabezon” Omar Sivori formò il cosiddetto Trio Magico, uno dei tandem d’attacco più prolifici nella storia del calcio italiano, paragonabile alla mitica Gre-No-Li (Gren – Nordhal – Liedholm) di matrice scandinavo – rossonera.

Senza dubbio Charles lasciò un segno indelebile nella storia juventina grazie alla sua prolificità, figlia di uno stacco imperioso e di un senso del gol da vero fuoriclasse ma ciò che più è rimasto impresso nella critica e che viene tramandato da chi ha avuto la fortuna di conoscere da vicino il colosso gallese fu senza dubbio la sua pacatezza, il suo essere moderato, doti che gli valsero l’etichetta, universalmente riconosciuta, di “Gigante Buono”.

John Charles davanti alla sede del Leeds United

LA VITA E I SUCCESSI

Charles nacque nel dicembre del 1931 a Swansea, città costiera nel sud del Galles, da una famiglia di umile estrazione ( i genitori erano minatori) e, solo sedicenne, venne ingaggiato dal Leeds United, dove alternò, per via della sua imponente mole, il ruolo di attaccante a quello di difensore centrale.

Nei “Peacocks” rimane ben nove stagioni con un bottino di 150 reti in 297 presenze. Un vizio, quello del goal, che non perse neppure in Italia: chiuse il suo lustro con la Vecchia Signora con 178 presenze e 105 goal in tutte le competizioni riportandosi oltremanica nel suo carniere una Coppa Italia nel 1958-‘59, l’accoppiata fenomenale Scudetto – Coppa Italia nel 1959-‘60 e un altro Campionato (1960-‘61) e senza mai essere ammonito o espulso.

Un’incredibile costanza di successi frutto dell’ incredibile affiatamento e della perfetta combinazione di stili di gioco totalmente diversi che garantiva il Trio Magico.

Impossibile, perlomeno su 2/3 del trio, non fare un parallelismo con la Juventus di oggi dove, al netto del carattere meno fumantino, Dybala richiama agli occhi la genialità mancina di Sivori e Higuain, con le dovute differenze, la strapotere fisico di Charles. La differenza al più sta nel terzo tassello della “triade”: tra Mandzukic e Boniperti difficile trovare legami ma forse proprio loro rappresentano l’emblema delle discrepanze tra il calcio romantico di allora e il calcio fisico di oggi.

Dal canto suo, “King John” era un autentico Bulldozer, quasi impossibile da arrestare palla al piede nonostante i calci e gli strattoni. D’altronde, la sua imponenza fisica fece sì che, in gioventù, Charles si cimentasse addirittura nell’attività di pugile, peraltro, con buoni risultati. Salito sul ring per un anno, infatti, il bilancio fu notevole: 10 vittorie in altrettanti incontri. Ottimo ruolino, non c’è che dire, ma la boxe non era lo sport adatto ad un uomo così pacato e gentile e rimase, quindi, una strana e folkloristica parentesi nella vita del gallese.

John Charles portato in trionfo

Ma non vogliamo concentrarci troppo sulle sue imprese sportive, già note al grande pubblico. Ciò che preme è evidenziare il suo lato umano, la sua indole cordiale ma timida.

Gigante Buono dicevamo. Non sono parole di circostanza perché il centravanti gallese ha spesso dimostrato in campo la sua indole docile e generosa. Giusto per rendere l’idea del personaggio, sono passati alla storia alcuni gesti che, nel calcio di oggi, potremmo definire anacronistici.

Due esempi sui tutti: in uno dei tanti Derby d’Italia tra Juventus ed Inter. John, scattando verso la porta difesa da Matteucci, colpì con una gomitata, involontariamente nel tentativo di divincolarsi, un avversario, ma l’arbitro lasciò correre. La punta avrebbe avuto l’opportunità di andarsene indisturbato, ma si fermò per andare a sincerarsi delle condizioni del collega stramazzato al suolo.

E ancora: Juventus – Sampdoria, l’arbitro Grignani spedì fuori dal campo Sivori (ecco, non proprio il clone dell’ariete britannico) per un bruttissimo intervento. L’argentino si scagliò contro il direttore di gara per farsi giustizia da solo ma Charles, con una facilità disarmante lo afferrò, gli rifilò uno schiaffo e lo allontanò evitandogli una squalifica più pesante di quella che poi gli sarebbe stata inflitta.

Il declino

Dopo il calo di prestazioni, legato soprattutto ad un intervento al ginocchio, tornò al Leeds, ma solo per qualche mese perché nel 1962 venne ingaggiato dalla Roma.

Ben presto, però, nella Capitale ci si rese conto che la parabola discendente di King John era ormai incontrovertibile e i soli 4 goal in stagione ne furono impietosa conferma nonché viatico per il definitivo ritorno in Gran Bretagna, dove chiuse la carriera in squadre di secondo piano, quali Cardiff City ed Hereford United.

Il declino calcistico, purtroppo, corrispose al declino personale perché, svestiti i panni del bomber, Charles faticò a trovare la propria dimensione di uomo; divorziò dalla moglie, divenne diventò schiavo dell’alcol e, da persona poco loquace quale era, si rinchiuse in casa lontano da amici e parenti.

Addirittura, nel 1988 venne arrestato a causa di debiti e problemi col fisco. Continui problemi di salute lo debilitarono senza pausa, fino alla triste e definitiva dipartita, a soli 72 anni, il 21 febbraio 2004.

Nel 2005, per celebrare il proprio 50° anniversario, l’UEFA invitò ogni federazione nazionale affiliata, ad indicare il proprio miglior giocatore dell’ultimo mezzo secolo. La scelta dei gallesi ricadde su Charles, designato quindi Golden Player dalla FAW. Magra consolazione.

Resta comunque il ricordo, vivo in chi l’ha vissuto direttamente e anche in chi l’ha sentito tramandare, di un calciatore formidabile e di un uomo distinto, onesto e semplice, che non verrà dimenticato.

John Charles, centravanti moderno, uomo d’altri tempi.

Michele De Martin

Il 2016 appena concluso si è caratterizzato per l’affacciarsi sulla scena mondiale di alcuni prospetti interessanti per il futuro del tennis, giovani rampanti pronti a lasciare il segno su palcoscenici di primario rilievo.

Ma quale movimento nazionale pare essere il principale fornitore di nuove leve del tennis che conta?
Senza dubbio la cara vecchia Russia.

Era dai tempi di Kafelnikov e, poco dopo, di Davydenko che non si vedeva un fermento così chiaro ed evidente nel panorama sovietico.

All’ombra del buon vecchio Youzhny che cerca, con alterne fortune, di giocare le ultime cartucce grazie alla sua classe innata, mantenendo un più che dignitoso n. 70 ATP e di Andrey Kuznetsov (45 ATP) che sembra non riuscire mai a superare lo step necessario ad entrare tra i “grandi”, si vedono avanzare convinti e a grandi passi dall’Europa Orientale almeno 2 giovani dal futuro probabilmente raggiante: Karen Khachanov, Daniil Medvedev.

KAREN KHACHANOV – Senza dubbio pare il più pronto dei 3. Già un titolo ATP nel carniere, dopo la grande vittoria a Chengdu contro Ramos Vinolas non ha però confermato, in questo inizio di 2017, le buone impressioni destate. Un po’ Berdych un po’ Cilic per gli esperti (ad avviso di chi scrive molto Raonic), l’attuale n. 52 del mondo ha colpi e potenza da fenomeno ma pecca in quello che é il requisito fondamentale dei tennis di oggi (Murray n. 1 ne è testimonial): la continuità.
Il 2017 può essere l’anno della conferma anche se la sconfitta al primo turno di Doha per mano del certo non irresistibile taiwanese Yen-Hsun Lu e quella senza appello con il pur quotato Sock a Melbourne dimostrano che il giovanotto deve ancora svoltare.

DANIIL MEDVEDEV – probabilmente il prospetto meno scintillante ma senza dubbio quello che pare avere proprio quell’ingrediente magico di cui prima si parlava: la continuità. Il secco 96 moscovita, entrato con continuità nel circuito dei grandi nel 2016 con gli ottavi ad Amburgo e i quarti di finale a Mosca dopo aver sconfitto nientemeno che Victor Troicki come migliori risultati, è tennista completo in entrambi i fondamentali, tra cui spicca sicuramente il dritto anomalo con il quale il punto è quasi assicurato. Punti deboli? Probabilmente la seconda di servizio troppo morbida e poco lavorata e il fisico minuto (1,96 per 80kg scarsi) che dovrebbe essere rinforzato per aumentare ancora la potenza dei colpi.

Senza allontanarsi troppo dalla Piazza Rossa, troviamo un altro bombardiere di indubbie doti che stuzzica la nostra fantasia: il nativo russo (ma dal 2016 naturalizzato kazako) Alexander Bublik.

ALEXANDER BUBLIK – il ragazzetto (classe 97) si è messo in mostra con un 2016 di tutto rispetto (è partito 964 ATP ed ha concluso 206) con un exploit rilevante nel torneo di casa (Mosca) dove ha raggiunto le semifinali prima di essere sconfitto dal solido Carreno Busta, poi vincitore del torneo. Promettente anche l’inizio del 2017 dove ha già collezionato uno scalpo di rilievo come quello di Lucas Pouille, n. 16 ATP, disintegrato in 4 set (con tanto di 6-0 nel primo) al primo turno degli Australian Open, salvo poi fermarsi al cospetto di Malek Jaziri. Senza dubbio fa di freschezza e di una gran combinazione servizio-dritto le sue armi migliori ma è forse ancora acerbo (anche fisicamente) per il grande salto. Staremo a vedere.

Volendo sbilanciarsi, su chi puntare? A mio avviso MEDVEDEV è quello che avrà il futuro nell’immediato più roseo.

Carattere, grinta, calma nei momenti decisivi… ci scommetto: nei primi 30 entro fine anno.

Michele De Martin

I tedeschi tornano ad essere grandi protagonisti di una prova a cronometro Under23, e lo fanno con una grande dimostrazione di squadra nella seconda gara della giornata dedicata alle crono ai Mondiali strada di Doha 2016.

Sul gradino più alto del podio sale Marco Mathis, 22enne di Tettnang (cittadina al sud della Germania, adagiata sul lago di Costanza), capace di realizzare il miglior tempo (34’08″09, media 50,799) partendo per secondo e correndo quindi senza punti di riferimento. Alle sue spalle chiude Maximilian Schachmann, staccato di 18”63; per lui la seconda medaglia d’argento dopo quella dello scorso anno a Richmond. Sarebbe stato un podio tutto tedesco se davanti al campione europeo Lennard Kamna non fosse terminato l’australiano Miles Scotson, abile nel sopravanzarlo di una manciata di secondi chiudendo al terzo posto, a 37”98 dal primo. I due azzurri in gara, Filippo Ganna e Edoardo Affini, terminano rispettivamente 14° (a 1’37″13) e 20° (a 1’59″53), lontani dal podio.

mondiali doha

La lunga gara dedicata agli Under 23 è cominciata attorno alle 10,00, dopo le cerimonia di premiazione delle donne juniores che, lo ricordiamo, ha visto salire sul secondo gradino del podio l’azzurra Lisa Morzenti. C’era attesa nel vedere all’opera Filippo Ganna, grande protagonista in questa stagione under23 e un mese fa secondo al Campionato europeo cronometro. Si sperava che il percorso, adatto per atleti in grado di spingere il duro rapporto, potesse permettergli di scalare ancora posizione.

Complice forse condizioni climatiche difficili, il piemontese non ha mai dato l’impressione di essere in gara. In tutti gli intertempi ha navigato sempre attorno alla 15° posizione, con un leggero miglioramento nella parte finale. Ha chiuso al 14° posto, a 1’37” dal vincitore, praticamente sugli stessi livelli di Edoardo Affini, che era partito circa due ore prima e che ha terminato la sua fatica in 36’07, al 20° posto.

ORDINE DI ARRIVO

1. Mathis Marco (Ger) Km. 28.9 in 34’08”09, media 50.799;
2. Schachmann Maximilian (Ger) a 18”63;
3. Scotson Miles (Aus) a 37″98;
4. Kamna Lennard (Ger) a 42″30;
5. Asgreen Kasper (Den) a 50″58;
6. Powless Neilson (Usa) a 54″17;
7. Curran Geoffrey (Usa) a 1’05″45;
8. Bohli Tom (Sui) a 1’16″24;
9. Dunbar Eddie (Irl) a 1’21″59;
10. Scotson Callum (Aus) a 1’22″30;
14. Ganna Filippo (Ita) a 1’37″13;
20. Affini Edoardo (Ita) a 1’59″53.