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Alberto Stocco

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Impresa di Fabio Aru al Tour de France di ciclismo. Il corridore sardo, fresco campione d’Italia, si è imposto per distacco nella 5/a tappa, partita da Vittel e conclusa a Planche des Belles Filles, dopo 160 chilometri.

Aru è partito negli ultimi tre chilometri in fuga solitaria, infliggendo 16″ di distacco a Daniel Martin, 20″ a Chris Froome e Richie Porte, rispettivamente terzo e quarto. Quinto, staccato di 24″, Romain Bardet. Nono a 34″ Nairo Quintana, preceduto all’ottavo posto dallo spagnolo Alberto Contador, giunto sul traguardo dopo 26″ dal vincitore.

L’inglese Chris Froome è la nuova maglia gialla. Il corridore del Team Sky ha un vantaggio di 12″ sul compagno di squadra, il gallese Geraint Thomas, e 14″ su Aru.

fabio aru

“Sono così felice. Ho vinto la Vuelta, ho vinto al Giro, il Tour mi mancava ed era un sogno. Credo, però, che realizzerò solo tra qualche ora la portata di quel che ho fatto. Battere Froome sarà difficile, ma ci proveremo fino alla fine”. Ancora Fabio Aru dopo il trionfo nell’arrivo in salita a Le Planche des Belles filles. “Il finale l’avevo studiato guardando il video del successo di Vincenzo Nibali nel 2014”.

Arrivo:

1. Fabio ARU (Astana) 160,5 km in 3.44’06”, media 43,000 km/h; 2. Daniel Martin (Irl, Quick-Step) a 16”; 3. Chris Froome (Gbr, Sky) a 20”; 4. Porte (Aus, Bmc); 5. Bardet (Fra) a 24”; 6. S. Yates (Gbr) a 26”; 7. Uran (Col); 8. Contador (Spa); 9. Quintana (Col) a 34”; 10. Thomas (Gbr) a 40”. Classifica: 1. Chris FROOME (Gbr, Sky); 2. Geraint Thomas (Gbr, Sky) a 12”; 3. Fabio Aru (Astana) a 14”

Il calcio, si sa, è uno sport ricco di storie avvincenti, appassionanti, di riscatto e di sconfitta, uno sport che regala emozioni in qualsiasi forma. Ma questa storia le supera tutte, è magica, in bilico tra realtà e leggenda, come i racconti di un tempo lontano sanno essere.

È una storia che narra di un uomo che, per difendere il frutto della vittoria della propria squadra, della propria Nazione, si è opposto ad un potere forte, difficile da fermare che, all’epoca, pareva quasi inarrestabile. È la storia di Ottorino Barassi e del suo smacco ai nazisti per la Coppa Rimet.

LA COPPA RIMET

La Coppa Rimet era la coppa che veniva consegnata alla squadra vincitrice dei Mondiali di calcio dal 1930 al 1970 prima dell’avvento, da Germania Ovest ’74, della Coppa del Mondo. La coppa portava quel nome dal suo ideatore, l’avvocato Jules Rimet, avvocato francese con il vizio del pallone, presidente della FIFA, che l’aveva fatta realizzare da un abile orafo parigino nel 1929, in vista del primo mondiale che si sarebbe tenuto in Uruguay. Non era una coppa imponente, la Coppa Rimet: misurava solo trenta centimetri, a forma di vittoria alata che regge una Coppa decagonale, piedistallo di marmo e pesava solo 3.800 grammi, con 1.800 grammi di oro.

Tante sono le storie che si sono susseguite con riferimento a questo trofeo, come quella raccontata da Fulvio Paglialunga in un articolo per l’Ultimo Uomo con riferimento al suo viaggio in nave su un piroscafo italiano, il Conte Verde, verso il primo Campionato Mondiale della storia, in Uruguay nel 1930.

Storie di un tempo passato che, sentite oggi, non possono che coinvolgere: le squadre partecipanti che salivano ai vari attracchi della nave – Italia e Romania dalla partenza da Genova, poi la Francia, il Belgio a Barcellona e il Brasile a Rio dopo una lunga traversata di 15 giorni. O ancora, i giocatori che si allenavano sui ponti di bordo, con il pallone che finiva in mare con evidente fastidio degli altri, disinteressati, passeggeri.

Arrivata in Uruguay, la Coppa Rimet vi rimase per 4 anni dopo il mitico Maracanazo. Ma nel 1934 il trofeo prese la strada dell’Italia e a Roma rimase dopo la grande vittoria degli Azzurri nel mondiale di casa, replicata quattro anni dopo nel mondiale francese grazie ai colpi di Colaussi e Piola che annientarono la temibile Ungheria.

IL DOPPIO PASSO AD HITLER

Ed è proprio in questo periodo che si incastra la nostra storia. Dopo il trionfale mondiale francese, l’Italia si presentava come potenza da battere anche per il successivo mondiale del 1942 ma il secondo conflitto mondiale non permise che l’evento avesse luogo.

E la Coppa Rimet? Il trofeo doveva rimanere in Italia, ultima detentrice del titolo e in Italia, per l’appunto, si trovava, custodito nella cassaforte di una Banca. Ma qualcuno riteneva che quel posto non fosse poi così sicuro in tempi di guerra e pensò bene di prelevarlo per portarlo a casa sua: Ottorino Barassi.

Scelta rischiosa, non c’è che dire. Sì perché, forse per il valore simbolico del cimelio che, nel delirio hitleriano, avrebbe reso la Germania invincibile, il Fuhrer ordinò alla Gestapo di recuperare il trofeo e i soldati si presentarono agguerriti a casa Barassi per prenderselo con la forza.

Ma i soldati nazisti non avevano fatto i conti con la furbizia di Barassi: lui nega, dice che di questa Coppa non s niente, che ne ha sentito parlare ma non l’ha mai avuta tra le mani.

La perquisizione non porta a nulla e il pericolo è scampato. I tedeschi, infatti, non controllano nel posto più classico dove nascondere qualcosa di prezioso: sotto il letto. Lì c’è un’innocua scatola di scarpe, niente di sospetto, ma dentro riposa proprio la preziosissima Coppa Rimet.

E fu così che Ottorino Barassi “salvò” la Coppa Rimet dall’assalto nazista, prendendosi gioco dell’esercito più violento e temuto dell’epoca con una simulazione degna di un rapace da area di rigore, una finta geniale, da fantasista di razza.

 Sarà anche per questo che dal 2011 vanta un riconoscimento alla memoria nella Hall of Fame del calcio italiano? Non lo sappiamo, ma di certo questa storia merita di essere raccontata perché ha il sapore del mito, della leggenda e narra di un “eroe” tutto particolare: Ottorino Barassi, che fece un doppio passo ad Hitler per vincere la Coppa Rimet.

Michele De Martin

Questa è la storia di un tennista sud coreano di ottime speranze, capace nel 2013 di diventare, a 14 anni e 321 giorni, il secondo giocatore più giovane ad entrare nella classifica Atp (dopo l’americano Stefan Kozlov), conquistando il primo punto grazie alla vittoria su Masatoshi Miyazaki al torneo di Tsukuba.

Ma perché raccontare, fra i tanti, la vicenda di questo ragazzo di belle speranze? Perché è una storia che ha dell’incredibile, che è difficile da comprendere, che fa bene al tennis e allo sport in generale, perché parla di un atleta che, grazie alla sua forza di volontà e alla sua tenacia, è riuscito a sconfiggere le difficoltà estreme che la vita gli ha riservato sin dalla nascita, ritagliandosi un ruolo da protagonista nel tennis dei grandi. Stiamo parlando di Lee Duck-Hee , il tennista sordo.

LA STORIA

Lee Duck-Hee è nato a Jecheon City, in Corea del Sud, il 29 Maggio del 1998. A 7 anni, nel 2005, ha scoperto ufficialmente di essere sordo. Più o meno nello stesso periodo la famiglia ha deciso di fargli provare una racchetta da tennis, facendogli così seguire le orme del cugino. Una scelta che non poteva rivelarsi più azzeccata.

Sin da subito si è imposto come uno dei talenti più promettenti emersi negli ultimi anni grazie ad un tennis aggressivo e spumeggiante ma le difficoltà sono, da sempre, estreme. Inevitabili, infatti le conseguenze del deficit uditivo: Lee Duck-Hee non può sentire i giudici di linea, non può sentire l’avversario, non può sentire il rumore della pallina. Può ‘sentire’ solo ed esclusivamente le vibrazioni della sua racchetta. Ma tanto è bastato per permettergli di arrivare fino alla 131ma posizione del ranking mondiale ATP e di arrivare ad un passo dal tabellone principale degli Australian Open venendo estromesso dalla kermes della Rod Laver Arena solo all’ultimo turno di qualificazione dall’altro astro nascente Alexander Bublik.

D’altronde per capire la tempra del baby fenomeno asiatico, basta seguire il senso delle sue dichiarazioni:

“La cosa più difficile è la comunicazione con gli arbitri e i giudici di linea, il non poter sentire le loro indicazioni. Soprattutto quando chiamano la palla out e io invece continuo a giocare. È un po’ difficile, ma niente di clamoroso o impossibile.

E ancora:

“Il mio deficit non mi preoccupa, anzi, mi aiuta a concentrarmi sul gioco, evitando le distrazioni. È persino comodo giocare così”.

Parole da grande, da uomo in grado di dominare la disabilità, trasformando la menomazione in un punto di forza. Chapeau.

I RECORD

Lee Duck-Hee è già riuscito ad entrare nella storia del tennis professionistico nel 2014 quando, a 16 anni e 1 mese, ha vinto il suo primo titolo future, a Hong Kong. E’ stato il sesto più giovane di sempre a vincere un torneo professionistico. E prima di lui? Richard Gasquet, Mario Ancic, Andrey Rublev, Rafael Nadal e Novak Djokovic. Se escludiamo il russo che non ha ancora dimostrato appieno il suo talento – ma l’età è dalla sua – non c’è molto da aggiungere sugli altri nomi citati.

Con questi presupposti, difficile ipotizzare dove Lee Duck-Hee potrà arrivare. Di certo sogna in grande (e come potrebbe essere altrimenti?) e ambisce a seguire le orme del suo idolo di sempre, quel Roger Federer che, ancora bambino, aveva avuto modo di conoscere personalmente mentre Roger si trovava a Seoul per un’esibizione:

“È stato incredibile vederlo. Mi piacerebbe essere come lui un giorno, e giocare come lui”.

Frase fatta? forse. Il sogno di molti? Di sicuro. Ma aspirazioni ordinarie assumono un sapore tutto particolare se a porsele è un ragazzo non-ordinario come Lee Duck-Hee, un campione nel silenzio.

Michele De Martin

Zona Cesarini. Chi di noi non ha mai sentito o detto queste due parole. Si tratta dell’espressione forse più famosa nel mondo del calcio, due parole che esprimono l’essenza stessa di questo sport, la voglia di crederci fino all’ultimo respiro, di spingere fino al novantesimo e oltre, nella speranza di trovare la zampata giusta per vincere la propria battaglia, perché la speranza è l’ultima a morire e ogni lasciata è persa. D’altronde per dirla con l’indimenticato Vujadin Boskov “La partita finisce quando arbitro fischia”.

Ma forse non tutti sanno chi ringraziare per la creazione di queste parole che sono diventate leggenda indiscussa tra addetti ai lavori e non, tanto da venire inserite nel vocabolario della lingua italiana.

Non si tratta di una star internazionale, un calciatore fenomenale che ha mosso le folle nella sua carriera, ma di un buon giocatore che non si distingueva dalla massa ma che, in varie occasioni nella carriera, è riuscito ad andare oltre l’ostacolo del cronometro, diventando decisivo nel momento più inaspettato, quando ormai stavano calando i titoli di coda.

CHI E’ RENATO CESARINI?

Si perchè Renato Cesarini, detto Cè, nato sulle colline di Senigallia nel 1906, era un calciatore di buone qualità ma non eccelso. All’età di 2 anni era stato riportato in Argentina dai genitori e lì aveva iniziato la sua carriera distinguendosi con la maglia dei Chicharita Juniors e del Ferro Carril prima di essere acquistato dalla Juventus nel 1929, divenendo uno dei pilastri della cosiddetta Juve del Quinquennio che egemonizzò il calcio italiano nella prima metà degli anni 1930.

Bell’attaccante Renato, che vide aprirsi ben presto le porte della nazionale italiana in quella veste di oriundo che tanta fortuna portò ai nostri colori a quell’epoca. Con gli Azzurri disputò però solo qualche amichevole e qualche partita di Coppa Internazionale, per un totale di 9 presenze e 2 reti ma tanto gli bastò per entrare nella storia, nel lessico e, come dicevamo, nel dizionario.

LA GLORIA

Accadde tutto nella fredda Torino del 13 dicembre del 1931 durante, anzi alla fine, della partita di Coppa Internazionale contro l’Ungheria: Cesarini, con l’arbitro già pronto al triplice fischio, segnò una rete all’ultimo respiro portando gli Azzurri alla vittoria per 3-2. Quello che rende speciale questa storia è che questo fu l’unico gol segnato all’ultimo giro di lancette in Nazionale dall’oriundo.

Cesarini si distinse per altre prodezze di questo tipo in serie A contro l’Alessandria nel ‘31, contro la Lazio nel ‘32 e contro il Genoa nel ‘33. Sono bastati 4 gol per salvarlo dall’oblio e consegnarlo all’immortalità. E poco importa che, anche dopo il ritiro dal calcio giocato, Cesarini si sia tolto delle soddisfazioni anche da Direttore Tecnico, arrivando a conseguire con la Juventus nell’annata 1959-1960 il double composto da scudetto e Coppa Italia, il primo nella storia del club piemontese.

Che dire. Proprio oggi ricorre l’anniversario della morte di questo calciatore, morto a Buenos Aires il 24 marzo del 1969, che ebbe una buona carriera, si tolse parecchie soddisfazioni ma mai avrebbe potuto anche solo pensare di diventare una leggenda di questa portata. Non resta che provare rispetto ed ammirazione: è l’unico calciatore ad essere diventato un modo di dire.

Michele De Martin

E’ passato già un anno da quando ci ha lasciati a soli 68 anni uno dei grandi del calcio, secondo alcuni il più grande, spazzato via prematuramente da una maledetta malattia che lo ha logorato in soli sei mesi senza lasciargli scampo. Stiamo parlando di Johan Cruyff.

 Johan Cruyff era il calcio. Era un calciatore universale, uno che poteva vantarsi di condividere lo spazio nell’immaginario collettivo con l’elite del pallone e di essere richiamato nei discorsi degli appassionati al fianco di nomi che hanno segnato le loro epoche e che fanno paura solo a pronunciarli, come Pelè e Maradona, Di Stefano e Puskas e, venendo ai giorni nostri, Messi e Cristiano Ronaldo.

UNA CARRIERA DI SUCCESSI

La sua carriera è stata costellata di successi, in patria, con 9 campionati olandesi vinti tra Ajax e Feyenoord e all’estero, con la vittoria del campionato spagnolo nel 73-74 con la maglia del Barcellona ed ha avuto anche la benedizione delle competizioni europee, grazie alle 3 Coppe dei Campioni vinte con i “lancieri” insieme a una Supercoppa UEFA e ad una Coppa Intercontinentale.

Ma la sua grandezza è stata certificata anche dai successi a livello individuale se è vero, come è vero, che, fino all’arrivo dei “cannibali” Messi e Cristiano Ronaldo, deteneva, insieme con due poeti del calibro di Michel Platini e Marco van Basten, il record di Palloni d’oro assegnati da France Football: ben 3 (nel 1971, 1973 e 1974), venendo anche eletto secondo miglior calciatore del XX secolo, (dietro Pelé ma davanti a Maradona!), nella speciale classifica stilata dall’IFFHS.

La sua leadership lo portò a grandi risultati anche da allenatore, dove, negli 11 anni di carriere alla guida di Ajax e Barcellona, fu in grado di vincere ben 4 campionati spagnoli, 1 Coppa di Spagna e 2 Supercoppe di Spagna, 2 Coppe d’Olanda, 2 volte la Coppa delle Coppe, 1 Supercoppa UEFA e 1 Coppa dei Campioni. Si, perché Cruijff è uno dei sette allenatori ad aver vinto la Coppa dei Campioni dopo averla conquistata da giocatore: in compagnia di Miguel Muñoz, Giovanni Trapattoni, Josep Guardiola, Frank Rijkaard, Carlo Ancelotti e Zinedine Zidane. Non c’è molto da aggiungere.

IL MONDIALE DEL 1974

Ma è con la Nazionale che la grandezza del “Pelè bianco” è deflagrata nel modo più evidente e chiaro, anche senza alzare alcun trofeo. Cruyff fu infatti l’anima della nazionale dei Paesi Bassi che ai Mondiali del 1974 in Germania Ovest fu in grado di inventare un nuovo modo di giocare a calcio, un modello che si fondava sul continuo movimento senza palla e sull’applicazione sistematica del pressing e del fuorigioco. Il totaalvoetbal, il calcio totale. Potremmo definirlo un embrione del moderno tiki-taka.

Quella Nazionale del 1974, guidata da uno dei teorici di questo calcio dispendioso e spettacolare Rinus Michels, era una macchina meravigliosa che, oggi diremmo, sembrava uscita da un videogioco. E Johan Cruijff ne era l’emblema, un mattatore che riduceva a meri comprimari campioni del calibro di Rep, Rensenbrink e Neskeens, che seguivano come adepti il continuo movimento del loro leader, come in una danza fluida e allo stesso tempo aggressiva.

La grandezza delle imprese di quella squadra in quel Mondiale è ancora più clamorosa se si pensa che era sfibrata internamente da mille frizioni ed invidie, dovute anche alle scelte estreme di Michels che l’aveva formata creando due blocchi inconciliabili che vedevano contrapporsi alle due estremità i giocatori dell’Ajax e quelli del Feyenoord.

Nonostante fratture insanabili, in campo i Tulipani erano una cosa sola, un’orchestra perfettamente in sintonia e con un unico direttore, che, dopo un facile girone di qualificazione, con vittorie su Uruguay e Bulgaria e pareggio con la Svezia, fu capace di schiantare, tra gli altri, l’Argentina con un sonoro 4-0 e il Brasile con un secco 2-0 arrivando in finale con i padroni di casa della Germania Ovest.

E anche la finale dell’Olympiastadion sembrò iniziare sotto i migliori auspici. Pronti-via e la palla è dei Tulipani che, con una serie incredibile di passaggi rapidi portano la palla in area di rigore, Cruijff punta la porta e viene steso da Berti Vogts, è rigore, che Neskeens realizza. Al primo giro di lancette siamo già 0-1 per l’Olanda e la Germania deve ancora toccare il pallone.

Ma si sa, i tedeschi non muoiono mai e, grazie alla grinta di Vogts, alla classe di Beckenbauer e alle reti di Breitner e del solito, mortifero, Gerd Muller riuscirono a ribaltare il risultato e vincere la partita con il punteggio di 2-1. Un finale amaro, ad un passo dal sogno, che i Tulipani di certo non meritavano.

Questo fu senza dubbio il punto più alto di Cruijff con la Nazionale. Dopo quell’esperienza, ci furono un terzo posto all’Europeo del 1976 e la mancata partecipazione ai Mondiali in Argentina del 1978, ma le prestazioni di quel Mondiale tedesco rimarranno per sempre impresse nella memoria di tutti gli appassionati, non solo di chi ebbe la fortuna di viverle in prima persona. E c’è da crederci, diedero al movimento calcistico olandese la spinta per giungere a quello che, ad oggi, rimane l’unico trionfo calcistico: La vittoria all’Europeo ’88 dove Van Basten (con il gol più bello della storia) e Gullit ebbero la meglio sulla Russia, nella sfida tra Palloni d’Oro con Belanov. Guarda caso ancora in Germania Ovest, ancora all’Olympiastadion, ancora con Rinus Michels alla guida: quasi una rivincita della sconfitta del 1974.

Cruijff era un leader nato e questo fece di lui un personaggio scomodo all’intero dello spogliatoio. Non si contano i litigi e le diatribe con i compagni di squadra che ne hanno forse limitato l’impiego in Nazionale. Ma, sotto la sua corazza di uomo deciso, batteva il cuore di un uomo vero, attento al sociale, tanto da dar vita a una fondazione benefica, la Johan Cruijff Foundation e che divenire testimonial di una celebre campagna antifumo.

Non ci resta che ricordarlo nel giorno del primo anniversario della morte. Un giorno buio, quel 24 marzo 2016, che ha tolto al mondo un grande campione e un grande uomo, il Profeta del Gol.

Michele De Martin

Il calcio, si sa, è uno sport magico. Per il calcio si gioisce e ci si dispera, si esulta e si soffre. Basta un gol del proprio beniamino o una parata decisiva del portiere della squadra avversaria perché le emozioni degli appassionati esplodano in un senso o nell’altro, sempre all’estremo, come forse non accade in nessun altra manifestazione sportiva. Ma, a volte, nel calcio accadono tragedie assurde ed incomprensibili, che restano impresse nell’anima dei tifosi come un ospite indesiderato che non ci pensa neanche a togliere il disturbo.

È il caso di questa storia: la storia di un calciatore, un ottimo calciatore, uno di cui avremmo sicuramente sentito parlare parecchio, che avrebbe avuto una carriera di sicuro successo e che, almeno in parte, l’ha avuta, prima che venisse stroncata definitivamente nel modo più assurdo che si possa immaginare. Sì perché la vita – e la carriera – di questo giocatore è terminata a soli 27 anni fuori da una discoteca di Medellin il 2 luglio 1994 spezzata dai colpi esplosi da una mitraglietta. Stiamo parlando di Andrès Escobar, che oggi avrebbe compiuto 50 anni.

UN POTENZIALE CAMPIONE

Andrés Escobar Saldarriaga nasce il 13/03/1967 a Calasanz, quartiere nord-occidentale della città di Medellín, nel cuore della Colombia andina.

Realtà non facile quella in cui Escobar cresce: il narcotraffico fra gli anni 70 e 80 è una realtà radicata con cui convivere e finirci invischiato è più di un rischio per un giovane di quegli anni.
Ma Andrès è diverso, si diploma e persegue quello che è il suo vero sogno: diventare un calciatore professionista. Sin da ragazzino si distingue come ottimo difensore grazie all’eleganza e l’efficacia degli interventi e queste doti gli permettono, appena ventenne, di diventare titolare inamovibile e simbolo della squadra principe della sua città: l’Atletico Nacional di Medellin.
Ma Escobar non è solo un giovane terzino, roccioso ed affidabile. E’ un giocatore ed uomo onesto, che gioca pulito senza eccedere con l’aggressività degli interventi. Ed è questa prerogativa che gli farà guadagnare il soprannome di El Caballero del Futbol (Il cavaliere del calcio).

Le sue prestazioni gli fanno ben presto ricevere le attenzioni del selezionatore della Nazionale colombiana, Francisco Maturana, che già nel 1988 lo convoca in Nazionale, venendo immediatamente ripagato della fiducia con l’unica rete internazionale di Escobar, peraltro in un palcoscenico di lusso: lo stadio di Wembley, dove la Colombia affronta l’Inghilterra in una partita valida per la Stanley Rous Cup.
Anche a livello di club, Escobar si toglie grosse soddisfazioni, con il suo Nacional che è protagonista di una cavalcata trionfale nella Copa Libertadores del 1989 fino alla vittoria ai calci di rigore contro l’Olimpia di Asunción.
Ed è proprio grazie a questa vittoria che il Nacional contenderà la Coppa Intercontinentale all’imbattibile Milan degli olandesi, venendo sconfitto solo grazie ad una perla di Chicco Evani su punizione all’ultimo minuto dei supplementari, dopo una partita ostica e gagliarda. Escobar è il più fiero alfiere di quella squadra e le sue indubbie doti lo portano addirittura, secondo parte della stampa, nel radar dello stesso Milan, salvo poi accasarsi allo Young Boys.
Ma il difensore colombiano probabilmente non digerisce con facilità il freddo clima bernese. Nel giro di pochi mesi, torna nella natia Medellín, consacrandosi definitivamente come eroe dei tifosi. Con la squadra della sua città, dove concluderà la breve carriera, riesce ad aggiudicarsi anche il campionato nazionale nel 1991.
In quegli anni Escobar fa parte della selezione colombiana forse più forte di tutti i tempi, una squadra che annoverava tra le sue fila fenomeni, ingestibili, del calibro di Valderrama, Higuita e Tino Asprilla, e un mix di giocatori di assoluto valore quali “El Tren” Valencia e Leonel Alvarez e giovani di ottima prospettiva quali Harold Lozano, Ivan Valenciano e Faryd Mondragon.
Addirittura, nelle qualificazioni ad USA ‘94, l’undici di Maturana riesce nell’impresa di imporsi per 5-0 a Buenos Aires, rifilando così uno schiaffo storico alla più quotata Selección argentina.

IL DISASTRO DI USA ’94

Ed è anche per questo che c’è grande attesa attorno alla Colombia ai blocchi di partenza di USA ’94. La Colombia sembra essere pronta per un mondiale storico e anche l’urna sforna delle avversarie più che abbordabili per Los Cafeteros: Romania, Svizzera e USA.
Ma l’avversario più ostico per quella Colombia è…la Colombia. I sudamericani sembrano in vacanza, non giocano con convinzione e vengono presi a pallate prima dalla Romania di Raducioiu e Hagi e poi dai padroni di casa, prima di vincere inutilmente con la Svizzera. Tutti a casa.
Ed è proprio contro gli USA che va in scena il dramma di Andrès: al minuto 35 il difensore, nel tentativo di ribattere un cross filtrante, colpisce male in scivolata e deposita il pallone alle spalle di Oscar Cordoba. E’ forse il fotogramma più famoso di quei Mondiali.

Gli esiti della disastrosa campagna a stelle e strisce non tardano ad arrivare: la stampa è furiosa e il rientro in patria di Maturana e soci non è certo leggero. Fin qui tutto normale.
Ma nessuno, nemmeno in quella Colombia fuori controllo ed in costante guerra civile, poteva pensare che una “catastrofe” calcistica potesse tramutarsi in una tragedia umana come quella che fu.

FINE DELLA STORIA

Il 2 luglio 1994, Andrés sta cercando di dimenticare le delusioni sportive e si gode la frizzante serata di Medellìn con la sua ragazza. Una normale serata estiva, almeno così sembra.
Si, perché c’è chi non ha dimenticato l’autogol di una settimana prima, qualcuno che aveva scommesso sul passaggio del turno dei Cafeteros: l’ex guardia giurata Humberto Muñoz Castro che, all’uscita di una discoteca, si avvicina al giocatore ed esplode sei (o dodici secondo alcuni) colpi di mitraglietta verso di lui. Fine della storia.
La fidanzata di Escobar sosterrà in seguito che l’omicida abbia urlato “Goooool!”, come nello stile delle telecronache calcistiche sudamericane. Secondo altri testimoni, il killer urla invece “Grazie per l’autogol!” mentre fa fuoco.
Dopo la tragedia, i compagni di squadra di Escobar, per paura di ulteriori ritorsioni, vengono sottoposti ad un regime di massima sicurezza. Il racconto dell’assurdo.

Ma in questa assurda storia c’è una speranza, una nota lieta. Ed è la consapevolezza che la fama del Caballero ha saputo resistere al tempo e che il suo ricordo è ancora vivo nel cuore dei tifosi colombiani, che ancora oggi, dopo 23 anni, intonano cori in onore del loro idolo. Ma questo non è sufficiente per accettare che si possa morire per un autogol.

Michele De Martin

A volte i traguardi più clamorosi vengono raggiunti dai personaggi meno probabili, atleti che lavorano nell’anonimato, lontano dai riflettori come eroi nascosti per poi, quando meno te l’aspetti, rubare la ribalta ai campioni più blasonati con un vero colpo di teatro.
Questa è la storia di un recordman. Ma non di un fenomeno affermato e osannato dal mondo intero, che può vantare contratti a cifre stratosferiche con top teams o sponsor di grido. E’ la storia di Kazuyoshi Miura, il recordman che non ti aspetti.

E’ di pochi giorni fa la notizia che Kazuyoshi Miura è diventato il più anziano giocatore ad aver giocato una partita di calcio professionistico. Il bomber giapponese, a 50 anni e sette giorni ha guidato l’attacco del Yokohama FC nell’incontro con il V-Varen Nagasaki, valido per la J-League 2, il secondo livello del campionato nipponico.
Un record incredibile, la cui portata si può comprendere se si pensa che, fino a quel giorno, apparteneva da ben 52 anni ad una pietra miliare del calcio mondiale come Stanley Matthews, il primo pallone d’oro della storia, il quale a 50 anni e 5 giorni giocò la sua ultima partita con la maglia dello Stoke City.

UNA VITA DA RECORD

Ma se la si guarda a ritroso, la storia di Miura ha un che di leggendario sin dall’inizio, quel qualcosa che la rende magica, aldilà del reale.
Kazu se ne va dal Giappone ancora giovanissimo, a 15 anni, spostandosi nel lontanissimo Brasile per cercare fortuna nel mondo del pallone. Una scelta sicuramente estrema, ma che ricalca alla perfezione le orme del campione che in quegli anni sta infiammando i sogni dei ragazzini del Sol Levante: Oliver Hutton di Holly e Benji.


Miura la stoffa ce l’ha. Viene ingaggiato dal Club Atletico Juventus di San Paolo dove si fa le ossa per 4 anni fino a passare al più blasonato Santos (sì, quello di Pelè e, più di recente, Neymar), cambiando però casacca ogni anno fino al 1990 quando, visto che la carriera non decolla nonostante la vittoria del campionato Paranaense del 1990 con il Coritiba, decide di tornare in patria, al Verdy Kawasaki di Tokio.


In Giappone la classe di Kazu è un lusso e le sue prestazioni stuzzicano vari club, tra cui il Genoa del Presidente Spinelli, che lo acquista nell’estate del 1994. Ecco il primo record di Miura: è il primo calciatore giapponese a giocare in Serie A, l’ariete che spiana la strada al mercato orientale in Italia che poi vedrò l’arrivo nel Belpaese dei vari Nakata, Morimoto, Nakamura, Nagatomo, Honda e soci.

E poco importa che la sua stagione sia da dimenticare: 21 presenze ed un solo gol, ma dal valore molto particolare, perché realizzato nel derby della Lanterna contro la Sampdoria (poi però vinto dai blucerchiati per 3-2). Nel suo piccolo, forse, un record anche questo.

Dopo questa parentesi italiana, Kazu torna in patria dove continua a fare le fortune dei propri compagni, concedendosi qualche gita fuori porta, prima alla Dinamo Zagabria e poi all’FC Sidney, lasciando però magri ricordi di sé.

LEGGENDA

In patria, invece, Miura è leggenda, sia al livello di club che di nazionale, di cui è il secondo miglior marcatore della storia con ben 55 reti in 89 partite e con cui ha vinto la Coppa d’Asia nel 1992 ma con il rimpianto di non aver mai partecipato ad un Mondiale. Ed ovviamente detiene un altro record: quello del marcatore più anziano nella storia del campionato giapponese, risultato raggiunto il 7 agosto 2016, quando segnò contro il Cerezo Osaka.

Viene da chiedersi quale sia il segreto di questo tranquillo cinquantenne che non ci pensa neanche a farsi da parte dopo ben 32 stagioni da professionista. Probabilmente la risposta è racchiusa nelle parole dello stesso Miura durante l’intervista di rito al superamento dell’ultimo record della sua incredibile vita:

“Sinceramente, non mi sento di aver battuto una leggenda. Avrò anche superato Matthews come longevità della carriera, ma non posso concorrere con lui, con i suoi numeri e il suo passato. Mi piace il calcio, e la mia passione non è cambiata. Non sono più giovane, faccio fatica fisicamente, ma sono ancora felicissimo se la mia squadra vince o se riesco a giocare bene. Finché mi divertirò, continuerò a giocare”.

Umiltà, passione e cultura del lavoro: la ricetta vincente.

Michele De Martin

Ricorre oggi il 121esimo anniversario della nascita dell’allenatore più vincente della storia della nostra Nazionale, un fiero condottiero che seppe portare gli Azzurri al successo in due edizioni consecutive della massima competizione mondiale (1934 e 1938) – allora chiamata Coppa Rimet –  inframezzando questi exploit con la vittoria nell’Olimpiade del ’36 (l’unica per i nostri colori) e condendo il tutto con l’affermazione in due Coppe Internazionali (manifestazione antesignana degli Europei) nel 1930 e 1935.

Risultati che ne fanno senza dubbio uno dei più grandi personaggi unificatori dello sport italiano. Vittorio Pozzo: il Re Mida della Nazionale.

LA VITA

Pozzo nacque il 2 marzo 1886 a Ponderano, a due passi dalla Torino in pieno sviluppo industriale di fine ‘800, da una famiglia della piccola borghesia.
Un’infanzia non facile quella di Vittorio, connotata da modeste opportunità economiche ma, grazie agli sforzi dei genitori, caratterizzata anche da una buona educazione che, unita alle sue indubbie doti personali, contribuì a formarlo come uomo integro che faceva della preparazione e dello studio la sua dote peculiare e del piacere di viaggiare e scoprire nuove culture il segreto della sua evoluzione personale.
E fu proprio grazie ad un viaggio in Inghilterra che scoprì quel football che avrebbe riempito i suoi giorni e lo avrebbe accompagnato verso la gloria imperitura. Iniziò la sua carriera fondando la Football Club Torinese (l’attuale squadra granata di Torino) da “Presidente – giocatore” ma a 25 anni smise i panni del calciatore per concentrarsi sugli studi e diventare, poi, dirigente della Pirelli.
Ma fu al termine della Grande Guerra, dove si distinse come tenente degli alpini, che si vide la svolta della sua carriera sportiva. Grazie alla sua competenza, si guadagnò l’attenzione del mondo sportivo entrando nel mondo della nazionale di calcio, della quale diventa più di una volta commissario unico.

LA LEGGENDA

È l’inizio della leggenda. Quella dell’allenatore che riuscì in ciò a cui nessun altro CT seppe mai avvicinarsi: vincere due Mondiali consecutivi (1934 e 1938). Per capire la portata dell’impresa, basti pensare che, dopo gli azzurri, solo il grande Brasile di Pelè, Didì, Vavà e Garrincha e soci riuscì a vincere due edizioni consecutive del Mondiale, nel ’58 in Svezia e nel ’62 in Cile ma con due commissari tecnici differenti, rispettivamente Feola e Moreira.

Viene da chiedersi quali furono i segreti per un successo così clamoroso.
Ebbene, Pozzo ci riuscì con i suoi metodi che univano la sua formazione militare e la sua capacità di dirigere il gruppo, in modo autorevole ma non autoritario, battendo sulle corde dell’identità e dell’orgoglio nazionale, traendo così il meglio dai suoi calciatori. Ingredienti semplici per imprese epiche.

Emblematiche della sua duplice natura, militaresca ma non autoritaria, e del forte legame, anche umano, instaurato con i propri calciatori, sono le parole che disse Piola con riferimento ai duri allenamenti nel ritiro pre – Mondiale del ’38:

Eravamo reduci da due mesi di strettissimo ritiro. Donne niente. E in campo vedevamo non uno, ma due palloni!”

Piola raccontava poi che in quella situazione, Giuseppe Meazza si trovò a supplicare Pozzo per una mezza giornata di riposo. Nonostante la preferenza per rigore e disciplina, Pozzo non si dimenticò di ascoltare i suoi ragazzi e concesse la mezza giornata. Con l’epilogo trionfale che tutti conosciamo.

IL “METODO”

Era un allenatore estremamente preparato che non rinnegò mai il suo legame con il proprio passato militare ma che seppe unirci una forte volontà di evoluzione, riuscendo a portare innovazione in un calcio che, da ormai 30 anni, era fossilizzato sul metodo della Piramide di Cambridge, quel 2-3-5 a piramide rovesciata di matrice anglosassone e, di lì, si diffuse nel mondo intero.
Fu proprio Pozzo, infatti, insieme al collega Meisl allenatore del Wunderteam austriaco, a rielaborare questo modulo ed evolverlo nel cosiddetto “metodo”, una sorta di 2-3-2-3 che si fondava sulla centralità del centromediano e che prevedeva l’accentramento dei terzini e il loro avanzamento in funzione della tattica del fuorigioco e che fu il segreto dei successi del Grande Torino, che vinse cinque scudetti consecutivi dal 1942-1943 fino alla tragedia di Superga.

Pareva doveroso rendere onore, nel giorno della sua nascita, ad un uomo che deve essere considerato, di diritto, uno dei fautori della modernizzazione del calcio e che seppe diventare leggenda italiana nel momento storico più difficile per la nostra Nazione. Ciò che rende speciale il successo di Pozzo è infatti essere riuscito ad ottenerlo in un periodo come quello degli anni ’30 del Novecento, raccogliendo i cocci della drammatica esperienza della Grande Guerra ed ergendosi ad assoluto punto di riferimento per un intero movimento sportivo con una sequela incredibile di successi che mai si sarebbe ripetuta e che, probabilmente, mai potrà ripetersi.

Michele De Martin

Appena terminata la kermesse degli Oscar del Cinema nella sfavillante cornice del Dolby Theatre nella “Città degli Angeli”, l’occasione è ghiotta per parlare di un’impresa incredibile ed irripetibile e, per questo, degna degli Oscar dei Mondiali di Calcio. L’impresa del calciatore che non ti aspetti, di un onesto mestierante del pallone che seppe non solo uscire inaspettatamente dall’oblìo, ma addirittura elevarsi a “Migliore Attore Protagonista” nella massima competizione mondiale a livello di Nazionali. La cinquina Mundial di Oleg Salenko ad Usa ’94.

GLI INIZI

Oleg Anatovlevic Salenko da Leningrado, classe 1969, a livello giovanile sembrava un prospetto di sicuro avvenire: nel 1989, si era distinto per prestazioni di assoluto livello durante il Mondiale Under 20 disputato in Arabia Saudita con l’allora Unione Sovietica, chiudendo da capocannoniere con cinque reti, nonostante la prematura uscita dei sovietici ai quarti di finale contro la Nigeria.
La sua carriera non aveva poi avuto l’esplosione sperata e il talento russo era rimasto a vivacchiare nel campionato ucraino fino al 1992 quando, con la dissoluzione dell’URSS, si trasferì in Spagna, al Logrones, dove in 2 stagioni mise insieme 23 reti. Insomma, un attaccante di discreto livello, abbastanza prolifico, ma adatto a realtà di piccolo cabotaggio.

IL MONDIALE AMERICANO

Anche per questo ad Usa ’94, il 25enne Oleg rappresentava una seconda scelta per il CT Sadyrin: pur venendo da una stagione positiva in Liga, i titolari inamovibili erano i più quotati Radchenko del Racing Santander e Yuran del Benfica.
Si prospettava un breve Mondiale da comprimario, con la Russia inserita in un girone di ferro con Brasile, Svezia e Camerun e già quasi eliminata dopo le sconfitte con il Brasile (2-0), all’esordio, e con la fortissima Svezia (3-1 con gol proprio di Salenko su rigore) di Kenneth Andersson.

Ma spesso è in queste situazioni di stallo che un evento può cambiare la storia: Yuran non recupera e non è arruolabile per la decisiva gara con il Camerun: si spalancano quindi per Salenko le porte della titolarità e lo sgusciante attaccante non vuole farsi sfuggire l’occasione.

Contro i Leoni d’Africa Oleg è una furia: segna 5 gol e la Russia vince con un tennistico 6-1.
E poco importa se la vittoria è inutile e i sovietici escono nella fase a gironi: si tratta di un exploit incredibile, che permette al russo di entrare nella storia dei Mondiali come unico calciatore ad avere segnato una cinquina in una sola gara e di vincere la classifica cannonieri del Mondiale in coabitazione con Hristo Stoichkov.

Salenko batte Songo’o

Un record pazzesco, capace di mettere in sordina l’altro evento da guinness che si verificò in quella partita: il gol della bandiera per il Camerun venne infatti realizzato da Roger Milla, che diventò il giocatore più anziano a segnare nella massima competizione internazionale con i suoi 42 anni e 39 giorni.

Ma non fu l’unico record che Salenko fu capace di timbrare quel giorno. Diventò infatti anche il primo capocannoniere dei Mondiali sia a livello Under 20 che con le nazionali maggiori.

Oleg Salenko e Roger Milla

IL DECLINO

Sembrava un nuovo inizio, un segnale che lasciava presagire fasti importanti anche per il prosieguo della carriera di un giocatore ancora giovane e nel pieno della sua maturità calcistica. Nulla di tutto questo: grazie all’impressione destata, Salenko viene immediatamente ingaggiato dall’ambizioso Valencia ma il suo acquisto si rivela un bluff: 7 gol in tutta la stagione e cessione ai Rangers con i quali, se possibile, l’avventura, anche a causa di continui problemi fisici, è ancora più disarmante e lo porta a girovagare senza meta in Turchia, ancora in Spagna e infine in Polonia, fino al ritiro dopo una mesta annata al Pogon Stettino.
Un’inesorabile parabola discendente che lo portò nuovamente ai margini della Nazionale dove, dopo quella cinquina, racimolò la miseria di altre 6 partite senza mai andare a segno, per uno score totale di 8 presenze e 6 gol.
Ma quel che conta e che rimarrà ai posteri è quanto fu in grado di inventarsi in quel torrido pomeriggio americano, nell’occasione più importante, che lo rese indimenticabile agli occhi degli appassionati e che gli permette di diritto di essere considerato ancora oggi l’emblema degli eroi nascosti, il simbolo della rivincita dei Carneadi. Forse questo può valere quanto una carriera di successo?

Michele De Martin

Questa è la storia di Michelangelo Rampulla, un portiere affidabile, integro professionista.

Un portiere che ha fatto la gavetta in squadre di basso cabotaggio prima di togliersi grandi soddisfazioni professionali come riserva nella Juventus, dove vinse tutto a livello nazionale (4 Scudetti, 2 Supercoppe Italiane e 1 Coppa Italia) e quasi tutto a livello internazionale (1 Champions League, 1 Coppa Uefa, 1 Coppa Intercontinentale) senza però mai riuscire ad esordire nella Nazionale maggiore.

Rampulla in presa alta

Ma quello che rende speciale questa storia è che non riguarda l’abilità tra i pali o nelle uscite o la capacità di guidare la difesa di Rampulla, ma il suo inaspettato fiuto del gol.

L’IMPRESA

Era il 23 Febbraio 1992: sono passati esattamente 25 anni da quando l’allora portiere della Cremonese riuscì in un’impresa in cui, fino ad allora, nessun portiere era riuscito. Segnare un gol su azione.
La partita è Atalanta – Cremonese. I grigiorossi non navigano in buone acque – a fine anno retrocederanno – e sono sotto nel punteggio grazie ad un rigore realizzato dal folletto brasiliano Bianchezi. Ormai la partita è agli sgoccioli, è il 92’, e le speranze di rimonta della Cremonese sono ridotte al lumicino. La classica situazione in cui si deve buttare la palla nel mucchio e sperare.
Un calcio di punizione da posizione defilata, calciato di sinistro a rientrare, e le speranze si fanno realtà: un giocatore della Cremonese irrompe nell’area piccola e realizza la rete del pareggio con una capocciata degna di un Pruzzo d’annata. E’ Dezotti? E’ Florjancic? No. Si tratta di Michelangelo Rampulla, lanciatosi con la sua forza dirompente nella bolgia dell’area atalantina per far valere i suoi 187 cm di altezza.

E’ questo che trasforma il gol in un’impresa leggendaria che fa guadagnare al portiere messinese i galloni di eroe e un posto imperituro nei cuori dei tifosi cremonesi.

Prima di Rampulla, infatti, nessun portiere era riuscito a segnare un gol su azione, da bomber consumato: avevano qualche gol all’attivo il mitico Rigamonti, ma su calcio di rigore, e Sentimenti IV, reti però realizzate in alcune partite in cui si era destreggiato da ala destra quando militava nella Lazio, in quel calcio romantico di metà secolo in cui stranezze di questo genere erano possibili. Dopo di lui solo un altro ci riuscì: Massimo Taibi nel 2001 in un Reggina – Udinese.

Mica male per un portiere che ha avuto l’onore di giocare con campioni del calibro di Baggio, Zidane e Del Piero e che ha vinto tutto quello che c’era da vincere nei 10 anni di militanza nella Juventus ma da illustre comprimario, da riserva di sicuro affidamento, da uomo spogliatoio, e non da protagonista assoluto.
In quel freddo pomeriggio di febbraio invece seppe prendersi la scena in via esclusiva, sprigionando quella dose di follia che serve per innalzarsi dall’anonimato e conquistarsi un posto nella storia.

E’ già passato un quarto di secolo, ma è come fosse ieri.

Michele De Martin