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Ben 51 anni fa nasceva, in una cittadina del profondo Veneto a due passi da Vicenza, quello che, a detta di molti, è stato il più cristallino talento che il nostro calcio abbia saputo plasmare nel Dopoguerra, un calciatore che con la sua eleganza di tocco e di movenze sapeva far apparire semplice anche il più complesso esercizio di tecnica, che ha saputo essere decisivo con il proprio club e con la Nazionale, riuscendo a raggiungere nel 1993 il massimo riconoscimento a cui un calciatore possa ambire: il Pallone d’Oro. Nasceva Roberto Baggio.

Le sue gesta sono state capaci di un unire forte un paese, l’Italia, sicuramente più propenso a dividersi nelle opinioni e nei comportamenti, dove si reputa forte chi critica più aspramente, chi si dimostra più sprezzante ed offensivo.Si può facilmente ammettere che Baggio sia stato l’idolo senza maglia.

Con Roberto Baggio tutto questo non era possibile: lui era il calcio, non potevi non amarlo. Al più, potevi sentirti tradito come da una compagna che ti ha lasciato senza apparente motivo ma a cui sei comunque legato, come accadde ai tifosi della Fiorentina quando, nella stagione 90/91, Roby passò alla corte dell’odiata Juventus di Gigi Maifredi per 16 miliardi di lire e il cartellino di un altro dei prospetti più interessanti del calcio di quegli anni, Renato Buso. A Firenze ci furono proteste di piazza contro la Presidenza Pontello e scontri che mai si erano visti per la cessione di un giocatore ma il troppo amore può portare anche a questo, ad andare oltre le righe.

Il suo nome è inscindibilmente legato a due eventi: la vittoria del Pallone d’Oro 1993 e il Mondiale di Usa ’94.

IL PALLONE D’ORO 1993

Il 1993 è un’annata dorata per il fenomeno di Caldogno: Baggio, nonostante la miriade di infortuni già patiti nel corso della sua giovane carriera, riesce infatti ad essere decisivo per la conquista della Coppa Uefa da parte della Juventus con tanto di doppietta nella finale di andata contro il Borussia Dortmund.
Quell’anno non ce n’è per nessuno: Roby vince il Pallone d’Oro davanti a Dennis Bergkamp e Eric Cantona, il Fifa World Player e l’Onze d’Or guadagnandosi un posto indelebile nella storia del calcio.

Ma il suo mito è sicuramente annodato alle sue clamorose prestazioni al mondiale americano dove risollevò dalle proprie ceneri un’intera Nazionale portandola ad un passo dalla più clamorosa delle vittorie Mondiali.

USA ‘94

 I mondiali di calcio, in quel ‘94 sarebbero stati disputati in America. Mossa, riuscita, voluta dalla Fifa per provare ad appassionare al “soccer” un popolo abituato a sport più sedentari come il baseball o il football americano.
La Nazionale di Sacchi arrivava negli States nell’occhio del ciclone della critica e con il morale sotto i tacchi dopo l’indimenticabile sconfitta 2-1 con il Pontedera in un’amichevole di preparazione, che aveva messo sulla graticola l’Arrigo nazionale e tutti i suoi fedelissimi.

E di certo i risultati del primo girone eliminatorio non autorizzavano a pensieri sereni visto che gli Azzurri superarono il turno per il rotto della cuffia come migliore terza grazie ad una sudatissima vittoria con la Norvegia, dopo una sconfitta con l’Eire e prima di un pareggio risicato (1-1 gol di Massaro) con il Messico.
Proprio contro i colossi scandinavi si assisteva al punto più basso della campagna statunitense di Baggio. Gli azzurri iniziano contratti e la Norvegia ci crede. Al 21’ Mussi sbaglia il fuorigioco, Leonhardsen si invola verso la porta e viene steso da Pagliuca: rosso inevitabile. Sacchi, preferendo la corsa di Signori alla creatività di Baggio, lo richiama in panchina.
Fortunatamente in squadra – guarda il caso – c’è un altro Baggio, Dino, che al 69’ trova la giusta incornata e scaccia l’incubo.

Agli ottavi c’è la Nigeria, squadra giovane e dinamica, che ha destato una grande impressione mettendo in mostra alcune perle assolute, come J.J. Okocha, Finidi George e Oliseh. Gli africani partono forte e vanno in vantaggio con Amunike, restiamo in 10 per il protagonismo del pessimo arbitro Brizio Carter e non ci sono scintille di reazione.

La partita sembra finita e sepolta, la Nazionale pronta alla giubilazione, all’esonero cruento Sacchi, alla decapitazione Matarrese. Sembra già tutto deciso, ma nessuno ha fatto i conti con due fattori che hanno poco di terreno: la Regola del 12 e un marziano di nome Roberto Baggio.
Mussi vince un rimpallo e fornisce a Baggio la palla della vita: Pareggio all’ultimo respiro. E’ qui che il “Divin codino” ci fa capire la sua grandezza: riesce a far sbottonare un rigido Sandro Ciotti che, durante la radiocronaca, esclamò un «Santo Dio, era ora!» che mette ancora i brividi.
Nei supplementari, Benarrivo si invola in area e viene steso: Roby insacca dal dischetto e portiamo a casa un’insperata qualificazione ai quarti.

Da quel momento in poi è storia nota: Roby si sblocca e, con prestazioni ai limiti dell’umano con Spagna (gol vittoria) e Bulgaria (doppietta d’autore), ci porta quasi da solo a Pasadena dove purtroppo il finale, al cospetto dell’eterno nemico Brasile, è quello che tutti ricordiamo. Davanti a Taffarel la tensione anestetizza Baresi, Massaro e proprio Baggio e la Coppa del Mondo va a Brasilia.

Ma tant’è: non è certo da un calcio di rigore che si giudica un giocatore. Baggio è stato la delizia degli allenatori che hanno avuto la fortuna di poterlo annoverare tra le fila delle loro squadre grazie al suo talento cristallino e alla sua capacità di determinare nei momenti decisivi. Qui sta la grandezza del calciatore. Certo, come tutti i geni, il suo temperamento era solo apparentemente remissivo, prova ne siano gli screzi avuti con Arrigo Sacchi e, ancor più, con Marcello Lippi, ma la sua professionalità e la sua dedizione alla causa sono sempre rimaste intatte. Qui sta la grandezza dell’uomo.

Roberto Baggio è stato una perla preziosa, una stella del firmamento calcistico.
A questo punto, che si può dire di fronte a un campione di queste dimensioni nel giorno del suo cinquantesimo compleanno? Forse la semplicità è la soluzione migliore: Buon compleanno Divin Codino. E grazie di tutto.

È stato campione del Mondo con la Nazionale italiana nel 2006, ha saputo farsi strada da solo sia in Italia che all’estero. Ora, a 36 anni, è riuscito nuovamente a mettersi in gioco in una piccola squadra maltese dopo il bizzarro tentativo di cercare lavoro sul social network LinkedIn.

Stiamo parlando del difensore Cristian Zaccardo, classe 1981 che attualmente gioca nella massima serie del calcio maltese nell’Hamrun Spartans in cui giocano anche  altri italiani.

Cristian Zaccardo insieme a Davide Succi e Marco Criaco

Ma la sua carriera è stata ricca di soddisfazioni: su tutte, ovviamente, la vittoria del Campionato del Mondo 2006 con l’Italia, la Bundesliga con il Wolfsburg e il debutto in Champions League ed Europa League.

Come sta andando l’avventura nell’Hamrun?

L’avventura sta andando abbastanza bene. Sono arrivato a campionato in corso in una squadra di seconda fascia, ma con l’aspirazione di arrivare nei primi 3 posti entro l’anno prossimo. Per me questi mesi sono di conoscenza del calcio maltese un po’ differente dal nostro con la programmazione di fare una squadra molto più competitiva la prossima stagione.

Com’è l’ambiente?

Ho trovato un’ambiente diverso dal calcio italiano. Spero che con la mia esperienza e conoscenza possa aiutare la squadra a crescere sotto diversi aspetti. Tuttavia prima di intraprendere quest’avventura mi sentivo ancora adatto per palcoscenici importanti, ma ora non saprei. Penso di aver smesso , ora mi concentro su esperienze estere. Posso comunque consigliare a chiunque di provare un’esperienza all’estero.

La storia dell’annuncio su LinkedIn ha fatto il giro dell’Europa. Come hai avuto quest’idea?

Dopo tanti anni di calcio mi è venuta l’idea di pubblicare l’annuncio su LinkedIn perché vedevo che, nonostante potessi servire a molte squadre, non avevo più l’appeal ed è per questo che ho deciso di fare questa iniziativa. Ho parlato con diverse squadre soprattutto fuori dall’Italia e ciò mi ha permesso di avere molti contatti all’estero, anche per il futuro.

Con la maglia azzurra hai vinto anche l’Europeo Under 21 nel 2004. È stata una grande vittoria?

Si è stata una gran bella vittoria! Peccato che coincida anche con un nostro ultimo trofeo Under 21. Tuttora non riesco a capire perché non riusciamo più a vincere qualcosa con gli azzurrini.

Sei uno dei “superstiti” anche e soprattutto del Mondiale 2006, cosa pensi del recente flop azzurro?

Mi dispiace tanto, così come dispiace a tutta la popolazione italiana. Purtroppo è stata una sconfitta per il nostro sistema calcio. Spero che si possa fare meglio in vista del futuro. La Nazionale deve essere guidata da persone competenti e professionali.

Qual è il ricordo più bello di quella vittoria mondiale?

 Mi è rimasta l’emozione di aver alzato la Coppa più prestigiosa che un calciatore possa vincere. Ahimè vorrei però cancellare l’episodio dell’autogol.

L’aver preso parte alla spedizione azzurra vincente, ti ha dato un cambiamento alla tua carriera?

 Certo! Sicuramente ha aumentato la mia visibilità nel mondo del calcio, ma sul campo nessuno ti regala niente e quindi bisogna sempre dimostrate di valere qualcosa. Soprattutto se vuoi restare ad alti livelli!

L’8 ottobre 2005, nella Palermo in cui giocavi, un tuo gol ha spianato la strada per Germania 2006. Come ti sei sentito? Cos’hai provato? 

È stata una bella gioia personale! Leggere il giorno dopo sui giornali “Zaccardo porta l’Italia ai Mondiali” è stata una bellissima soddisfazione. Con la vittoria contro la Slovenia fu centrato matematicamente l’accesso al Campionato del Mondo 2006 che, poi avremmo vinto.

Palermo è stata una piazza che ti ha dato tanto, vero?

 Certamente! La città di Palermo, così come i tifosi, mi hanno regalato tanto. Anche il club rosanero mi ha dato tanto. Con il Palermo sono riuscito a giocare in Europa League per la prima volta, così come è arrivata la prima convocazione con la Nazionale maggiore.

E la sua prima esperienza “Italians” al Wolfsburg?

Anche l’anno in cui sono stato in Germania è stato positivo. Avevamo un gruppo straordinario e poi siamo riusciti a vincere la Bundesliga al primo colpo. Che volere di più? (ride, ndr).

Tra le altre notizie più “curiose” c’è quella legata al fatto che hai indossato la maglia numero 9 a Vicenza, cosa strana per un difensore. Come mai?

Avrei preso tranquillamente l’81 (mio anno di nascita), ma in Serie B il regolamento non lo ha consentito. Quindi rimanevano il 9, il 17 e l’ultimo numero della lista 30 e qualcosa. Non avevo tantissima scelta.

Al Milan hai trascorso due stagioni e mezzo. Credi che già da quando eri tu in squadra c’era qualcosa che non andava a livello di gruppo?

Quando sono arrivato io, il Milan aveva perso giocatori come Thiago Silva, Ibrahimovic, Nesta, Gattuso, Inzaghi, Zambrotta, Seedorf e Pirlo. È stato normale e fisiologico andare in difficoltà. Ora spero che piano piano torni ad essere il Milan di una volta. Faccio il tifo per loro!

Shane Smeltz,  il cui nome alla maggior parte di noi italiani potrebbe non dire nulla, ai suoi nipoti potrà raccontare di esser stato uno dei più amari dispiaceri nella storia pallonara della penisola verde, bianca e rossa.
E dirà anche di avere una percentuale realizzativa, contro gli azzurri, davvero invidiabile: due partite giocate contro la Nazionale italiana, due gol.

Smeltz, a 36 anni, ha deciso di ritirarsi dal calcio e in patria, in Nuova Zelanda, è passato da mito a leggenda. Nato a Göppingen, in Germania nel 1981, Shane Smeltz è stato l’attaccante degli All Whites (appellativo dato, nel 1981, alla Nazionale di calcio neozelandese in contrapposizione agli All Blacks più famosi del rugby) durante lo storico Mondiale del 2010 in Sudafrica, il secondo nella storia dello stato insulare dell’Oceania dopo l’edizione del 1982 (tre sconfitte sue tre incontri con 12 gol subiti).

Con il numero 9 sulle spalle, Smeltz ha trascinato la squadra in un’autentica impresa sportiva: inseriti nel Girone F, il 15 giugno 2010, nella partita d’esordio contro la Slovacchia, gli All Whites scrivono la storia, conquistando il primo punto nella fase finale di un campionato mondiale. La partita termina infatti 1-1, grazie al pareggio raggiunto dai neozelandesi al 93’ con Winston Reid su assist proprio di Shane Smeltz. Ma è cinque giorni dopo, il 20 giugno, che succede l’imponderabile: la Nuova Zelanda riesce a impalare l’Italia, detentrice della Coppa del Mondo, sull’1-1. La rete del vantaggio degli oceaniani arriva al 7’ nemmeno a dirlo con Smeltz che approfitta di un goffo e impacciato intervento di Cannavaro.

Iaquinta, su dischetto, riesce solo a pareggiare la situazione: il pareggio – con la successiva sconfitta dell’Italia contro la Slovacchia e l’eliminazione al primo turno – sancisce uno dei punti più bassi della Nazionale.  Anche la Nuova Zelanda esce al primo turno, ma nell’ultima partita trova un altro un pareggio, 0-0, contro il Paraguay. Con grande gli oceaniani chiudono al terzo posto e alla fine della manifestazione iridata quella neozelandese risulterà l’unica nazionale del Mondiale ad aver concluso il torneo senza sconfitte.

Smeltz, che in 18 anni di carriera da professionista ha giocato in Inghilterra, Turchia, Indonesia, Malaysia e soprattutto in Australia, ha segnato 24 gol con la maglia neozelandese, uno score che gli vale il secondo posto nella classifica dei cannoniere di tutti i tempi alle spalle di Vaughan Coveny con 28.
Di certo il peso specifico di quella rete “mondiale” contro gli Azzurri è ineguagliabile. Ma non è tutto: perché, come detto in apertura, l’attaccante ha incontrato l’Italia un’altra volta nella sua carriera segnando nuovamente il referto dell’arbitro con il suo nome.

Sempre in Sudafrica, ma un anno prima, in un’amichevole di preparazione alla Confederations Cup del 2009 che sarebbe iniziata di lì a poco e che vedeva sia Italia che neozelandesi impegnati in due gironi differenti (l’Italia con Egitto, Brasile e Stati Uniti si piazzerà terza nel girone).
Nel test-match giocato il 10 giugno, anche in questa circostanza Shane Smeltz apre i giochi segnando la rete del momentaneo vantaggio. La partita, a dir poco rocambolesca, verrà vinta dall’Italia 4-3, ma per Smeltz e per i suoi compagni fu solo l’antipasto di una partita memorabile da incorniciare e da raccontare ai propri nipoti.

 

Parlare di maglie delle nazionali ha sempre un fascino particolare, soprattutto se si trattano delle edizioni di Mondiali degli anni passati. C’è chi addirittura ha giocato con le maglie dei club!

Il Campionato del Mondo di Usa 1994 è stato quella della prima volta dei nomi dei calciatori sulle maglie della loro nazionale.

Per la prima volta si leggono i nomi tra gli altri di Baggio, Maradona, Bergkamp e Romario.

Una novità per tutti gli appassionati del calcio e anche per gli statunitensi che certo non avevano il calcio nel sangue. In effetti secondo un’indagine di quell’anno, il 66% degli americani non aveva idea che si stessero per svolgere i Mondiali di calcio. Solo il 17% manifestava curiosità per la cosa.
Quindi diciamo che gli americani, all’inizio, non erano proprio attratti da questa manifestazione che comunque avrebbe offerto un’altra ottica agli Usa.

Tornando alle maglie, l’edizione del ’94 fu quella anche delle maglie estroverse delle nazionali, in particolare dei portieri. Su tutti si ricorda la maglia del portiere del Messico, Jorge Campos, che lui stesso si disegnava. A primo acchito sembrava un vero e proprio vestito a maschera dai colori accesi.

Altrettanto colorata, ma meno conosciuta, anche la divisa della Corea del Sud dell’estremo difensore Young Choi. Anche la divisa dell’Italia porta in auge molta nostalgia per gli appassionati. La casacca del portiere azzurro Pagliuca, con forti richiami al Tricolore. Tra gli azzurri spiccava anche il doppio Baggio: D. Baggio (con la maglia numero 13) e R. Baggio (con la 10).

Un aspetto però fu importante e rese le partite molto complicate, il caldo. Nell’estate 1994 ci fu una forte ondata di caldo asfissiante che coinvolse gran parte degli Usa. La Fifa non facilitò certo le nazionali fissando molte partite dei gironi in orari improponibili, con temperature ben oltre i 40 gradi.

Al quanto particolare, invece, è stata la petizione messa in atto dagli islandesi. I tifosi del piccolo paese prima di Euro 2016 hanno iniziato una raccolta firme sul sito iPetitions per convincere la federazione calcistica locale a stampare il nome dei calciatori, e non il cognome, usanza molto frequente sull’isola.

In effetti, in Islanda è consuetudine riferirsi alle persone chiamandole sempre per nome, anche se si cita o se si sta parlando con una persona che non si conosce; gli autori della petizione sostengono che il nome sulle maglie sia un modo per rispettare la tradizione del proprio paese. Rifaranno questa raccolta firme in vista di Russia 2018?

È morto a Brescia l’ex commissario tecnico della Nazionale Azeglio Vicini. Nato a Cesena nel 1933, avrebbe compiuto 85 anni il 20 marzo. È stato il tecnico degli azzurri ai Mondiali di Italia 90 ed è rimasto ct fino al 1991 prima di lasciare la Nazionale ad Arrigo Sacchi. Nel Mondiale del 1990 portò l’Italia al terzo posto, vincendo per 2-1 la finale del terzo e quarto posto contro l’Inghilterra, grazie alle reti di Roberto Baggio e Totò Schillaci. Una consolazione dietro a un grande rammarico: quel campionato del mondo fu macchiato dalla beffa in semifinale contro l’Argentina di Maradona, che ci battè ai calci di rigore.

Da calciatore Azeglio Vicini vestì tre sole maglie: Vicenza, che porta alla promozione in serie A, Sampdoria (con cui disputa 7 campionati) e Brescia, dove nel 1966 chiude la carriera a 33 anni. L’anno successivo iniziò la sua carriera da allenatore proprio sulla panchina delle Rondinelle, esperienza conclusa con la retrocessione in serie B. Poi entra nel settore tecnico della Nazionale e dopo dieci anni tra Under 23 e Under 21 approda nel 1986 alla Nazionale maggiore, prendendo il posto di Enzo Bearzot.

Difficile scindere l’immagine che si crea nella nostra mente se pensiamo al Nazionale del Messico e alla sua istrionica maglia verde che, a cavallo degli anni ’90, ha visto contornarsi di splendidi rilievi della cultura azteca. Non a caso il Messico deve il suo soprannome El Tricolor (spesso abbreviato El Tri) proprio perché la sua divisa tipica si è sempre contraddistinta coi colori verde per la maglia, bianco per i pantaloncini e rosso per i calzettoni, un richiamo alla bandiera nazionale.

Eppure il verde sgargiante entra nella timeline della camiseta messicana solo verso la fine degli anni ’50: dalla prima partita del 1923, passando per il 1929 – anno di affiliazione alla Fifa – e oltre il 1930, quando i messicani parteciparono alla prima Coppa del Mondo in Uruguay, i colori dominanti erano il granata per la maglia e il blu per i pantaloncini. I
Questa trentennale monocromia fu interrotta curiosamente nel 1950, per un solo giorno, per una sola partita. E il Messico indossò il bianco e blu.

Mondiali in Brasile, 2 luglio 1950. Allo Estádio dos Eucaliptos di Porto Alegre,  si disputò l’incontro tra Messico – Svizzera. Un match che non contava più nulla perché nel gruppo A il Brasile aveva ormai superato il turno classificandosi per primo. La partita, però, venne ritardata di venticinque minuti: l’arbitro, lo svedese Ivan Eklind, infatti si accorse che le due compagini vestivano maglie di tonalità pressoché simili. Granata i centroamericani, rossa gli elvetici.
La soluzione? Chiedere in prestito le casacche della squadra locale del Cruzeiro, appunto con strisce orizzontali bianche e blu. La scelta venne stabilita tramite sorteggio: in realtà vinsero i messicani che, per galanteria, decisero comunque di indossare la nuova uniforme. Uniforme amara perché a vincere fu la Svizzera per 2-1.

 

In realtà non è stato il primo e unico episodio nella storia del Mondiali di calcio. Riavvolgendo le lancette arriviamo alla Coppa Jules Rimet del 1934, quella disputata in Italia e che vide proprio gli azzurri alzare il trofeo dopo aver battuto per 2-1 la Cecoslovacchia in finale.
La “finalina”, appellativo grezzo per indicare la finale che decide il terzo e quarto posto, venne disputata dall’Austria e dalla Germania, entrambe solite giocare con maglietta bianca. Anche qui fu necessario un sorteggio per decidere quali uniformi indossare, l’Austria perse, ma non aveva portato con se la seconda maglia. Il calcio popolare, quello cittadino, corse nuovamente in aiuto: il match si giocava a Napoli così per quel giorno, gli austriaci vestirono di blu, mantenendo però il nero dei pantaloncini e dei calzini, regalando un accoppiamento alquanto bizzarro per la storia dell’Austria.

Nel Mondiale del 1958 in Svezia, invece, si assistette a una controtendenza: rispetto ai due casi citati, le strisce furono sostituite da un unico colore. L’Argentina, dopo 24 anni dall’ultima apparizione, tornò in una fase finale dei Mondiali. L’esordio fu a Malmö contro la Germania Ovest e non andò bene: i sudamericani persero 3-1 e furono costretti a giocare con altri colori, il giallo dell’Ifk  Malmö, una delle squadre più storiche del calcio svedese.

Messico, Austria e Argentina. Tutte e tre con divise di club locali, tutte e tre sconfitte. A segnare un passaggio “storico” fu la Francia, nel 1978. In quegli anni, ancora buona parte delle famiglie non aveva una tv a colori: il bianco e nero rendeva difficile riconoscere le squadra guardando la partita comodamente dalla poltrona. Così quando il blu della Francia incontrò il rosso dell’Ungheria nel Mondiale in Argentina (stesso girone dell’Italia che passò per prima alle spalle dei padroni di casa), qualcuno doveva cambiare. Quel qualcuno fu la Francia, e il tutto fu stabilito, da protocollo, prima dell’arrivo delle due squadre allo stadio. Ma per un assurdo errore dei responsabili delle due squadre, entrambe si presentarono con casacche bianche. L’incontro, ovviamente, fu ritardato di 40 minuti per permettere l’arrivo del kit di sostituzione, le maglie della squadra locale del Kimberley, con strisce bianche e verdi. Con la vittoria per 3-1, la Francia fu la prima squadra a trionfare con addosso una maglia non sua.

La Francia nel 1978 non è stata l’ultima nazionale a indossare la maglia di un club. Fu il Costa Rica, per un motivo nobile e apprezzabile. Ritorniamo in Italia, nel 1990. I costaricensi nel match d’esordio contro la Scozia, indossarono la loro classica “mise” rossa, ma nei successivi due incontri del girone scelsero di stravolgere il loro look scegliendo una maglia a strisce bianconere. Un omaggio al club più antico del paese, La Libertad, che aveva dichiarato bancarotta nei mesi precedenti.
Con la nuova casacca, coincidenza, giocarono la seconda gara a Torino, casa della Juventus, perdendo 4-1 contro il Brasile, ma si riscattarono vincendo 2-1 sulla Svezia e passando così il girone. Il Costa Rica, alla sua prima storica partecipazione, si fermò agli ottavi perdendo 4-1 contro la Cecoslovacchia.
Per inciso, il club La Libertad, fondato a San José nel 1905, giocò il suo primo incontro ufficiale nel luglio dell’anno dopo contro il club La Juventud.

 

Johann Cruijff e Franz Beckenbauer, e già così viene a mancare il fiato. Uno dinanzi all’altro si scambiano stretta di mano e gagliardetti. Attorno l’aria è calda e sospesa. Sul prato e sugli spalti dell’Olympiastadion c’è adrenalina e tensione. Settantacinquemila spettatori. Monaco di Baviera, Germania Ovest, 7 luglio 1974, ore 16.00, è la finale dei Mondiali di calcio tra i padroni di casa della Germania e l’Olanda del totaalvoetbal, del calcio totale.

Un calcio che si sta trasformando, con costanza e progressione. Non è solo questione di tattica e di moduli. Attenzione mediatica, immagine, sponsor. Giocatori che adesso hanno una seconda “utilità” e, anche se è uno schiaffo ai puristi nostalgici un po’ annebbiati, anche e già 40 anni fa, le maggiori aziende sportive avevano capito che attraverso lo sport, attraverso il calcio si poteva spiccare il volo.

E a pensar bene il ragazzotto dell’Ajax e dell’Olanda, idolo di una generazione perdente, ma dagli occhi innamorati, si calò perfettamente nel ruolo di icona moderna. Fu lui lo spartiacque con il calcio moderno. Unico perché riuscirà nei decenni a preservare e conservare un’aurea mitologica e di purezza, nonostante sotto sotto aveva dei precisi “impegni” contrattuali.
Il suo numero 14, dal club alla Nazionale, ce lo ricordiamo tutti: Cruijff si legò al numero di maglia, il primo a uscire con “prepotenza” dagli schemi consolidati e vetusti dell’uno all’undici. Il Barcellona, più rigido, invece gli impose la numerazione classica: lui accettò il 9, ma sotto la camiseta blaugrana, indossava sempre una maglia con il suo numero.

Elegante, dannatamente elegante, capace di sfidare Crono nella lotta contro l’eternità, lui “il Profeta del gol” divenne uomo immagine. Nel 1971, quando la rivista francese France Football gli consegnò il Pallone d’oro superando Mazzola e Best (ne vinse altre due nel ’73-’74), Johan si presentò alla cerimonia per ritirare il premio indossando un abito firmato Puma e con il logo in bella vista.

Ed era testimonial dell’azienda tedesca anche durante i sopracitati Mondiali in Germania Ovest. E arriviamo alla finale, arriviamo alla foto della stretta di mano tra l’olandese dal ciuffo ammaliante e il Kaiser. Olanda e Germania Ovest, entrambe sponsorizzate dall’Adidas che si sfregava le mani per il risalto mediatico internazionale. Ma non ci vuole un esperto della Settimana enigmistica per accorgersi di una clamorosa differenza: la maglia del capitano olandese aveva una striscia nera in meno rispetto alle canoniche tre, marchio inconfondibile dell’Adidas.

Il luccicante arancione, poi, di certo non aiutò. Macchiato da una lunga e annosa faida familiare poi divenuta imprenditoriale: una guerra intestina tra i fratelli Adolf e Rudi Dassler, uno padre dell’Adidas l’altro della Puma, e che hanno spaccato in due Herzogenaurach, paesino tedesco che ha visto nascere due dei brand più potenti nel settore sportivo. La faida, nella finale del 1974, si sposta su Cruijff, simbolo attrattivo della kermesse iridata e così via la terza strisce sulla sua maglia. Scucita. Il 14 olandese è un uomo della Puma, non si tocca.

Del resto i due marchi avevano già scelto una linea ben precisa: l’Adidas puntava sulle partnership con Nazionali candidate al successo, la Puma puntava ai piedi dei calciatori. Quattro anni prima ci fu un altro scontro: oggetto da contendere era Pelé e chi altro se non lui.
Poco prima dei Mondiali del 1970 in Messico, Horst e Armin, i figli successori di Adolf e Rudolf, stipularono un patto di non belligeranza con il quale ci si impegnava vicendevolmente nel non offrire un contratto di sponsorizzazione a “O Rey”. Come andò a finire? Beh giudicate voi…

L’Italia, è vero, non ci sarà in Russia tra le 32 squadre che si contenderanno il prossimo Mondiale di calcio, ma un italiano ha avuto il privilegio di mettere le mani sopra la prestigiosa Coppa e di portarla in giro per il globo prima di atterrare definitivamente a maggio, a ridosso dell’inizio del torneo iridato.

Andrea Pirlo, infatti, è stato scelto come testimonial per il Fifa World Cup Trophy Tour by Coca-Cola, uno spettacolare giro del mondo nel quale l’ambito trofeo farà tappa in più di 50 stati. Da un italiano ad un altro: da Silvio Gazzaniga, ideatore dell’attuale silhouette del premio più riconosciuto nello sport, a chi quella Coppa l’ha davvero sollevata al cielo, tenuta stretta e coccolata nell’estate del 2006 a Berlino.
Il Maestro che si è ritirato dal calcio giocato lo scorso novembre 2017, “scorterà” il trofeo che a bordo di un aereo viaggerà in lungo e in largo per raccogliere foto, selfies, gioie e sorrisi di tantissimi appassionati sparsi nei sei continenti.

Il tour “internazionale” è partito lunedì 22 gennaio e fa tappa il 24 gennaio a Colombo, ex capitale dello Sri Lanka. Dall’Asia, all’Oceania, passando per Europa, Africa e Americhe, il luccicante riconoscimento percorrerà oltre 126mila chilometri; in Italia farà tappa in due città: a Roma il 17 marzo e a Napoli il 17-19 marzo. Poi Parigi, Colonia e via in Sud America con sosta in Argentina prima di risalire la terraferma. (Scopri qui tutte le tappe)

In realtà, nei mesi precedenti, in ben 78 giorni di viaggio, la Coppa del Mondo ha visitato 16 città della Russia, paese ospitante, e altre nove l’accoglieranno a maggio: Vladivostok, Novosibirsk, Ekaterinburg, Samara, Kazan, Nizhny Novgorod, Rostov-on-Don, San Pietroburgo e, per finire, ultima tappa Mosca.

Coca-Cola e Fifa hanno unito le loro forze per quest’idea lanciata nel 2006 quando il tour ha visitato 29 paesi incontrando oltre 175mila fan. Per la seconda edizione, che ha portato alla Coppa del Mondo in Sudafrica nel 2010, (prima volta di un paese africano), il tour è passato per 84 stati, 50 dei quali nello stesso continente africano. In quell’occasione, quasi un milione di sostenitori ha immortalato l’evento con una accanto al premio. Nel 2014, invece, il tour è durato ben 267 giorni arrivando in 90 paesi.

 

Voleva davvero calciare verso la rete o no? La domanda impazzirà per tutta l’eternità e non importa quante volte ascolteremo i protagonisti, guarderemo le fotografie o rivedremo le riprese da ogni angolazione: è impossibile avere una certezza.
Ci viene in mente un caso simile: il golazo di Shevchenko, con la maglia del Milan, che perforò Buffon dopo un’azione da solista con un tiro radiocomandato talmente pazzo da non sembrar voluto.

Ecco, il 21 giugno 2002, i 47mila spettatori nello Shizuoka Stadium, in Giappone, e i miliardi di tifosi incollati davanti alla tv si domandarono: quello di Ronaldinho è un tiro intenzionale o un cross troppo largo? David Seaman, portiere icona dell’Inghilterra, avrebbe potuto fare di più? E se la palla fosse andata di un ciuffo più in alto o di qualche centimetro a sinistra, ricorderemmo ancora questa partita? Le domande non finiscono mai.

Quello che però solca gli annali è una pennellata di classe di una giovane stella nascente che grazie al suo magico talento e istinto ha deciso una partita classica del calcio internazione.  Ai Mondiali del 2002 in Corea del Sud e Giappone, i due colossi si ritrovano faccia a faccia nei quarti di finale.
Da un lato la Seleção che andrà a vincere la Coppa contro la Germania laureandosi pentacampeao, dall’altra l’Inghilterra che passa come seconda nel suo girone, estromettendo però l’Argentina (altra storica rivale) e che agli ottavi gonfia il petto con un netto 3-0 contro la Danimarca. Firme di Rio Ferdinand, Owen ed Heskey.
Dall’altro lato ci sono Rivaldo, c’è Ronaldo il fenomeno che trascina la squadra verso il titolo e che vincerà il Pallone d’Oro nello stesso anno, c’è Roberto Carlos e c’è Ronaldo de Assis Moreira, meglio noto come Ronaldinho per non far torto al “vero” Ronaldo (ai Mondiali Under-17 in Egitto nel 1997, infatti, portava ancora il nome Ronaldo sulla maglia).

Gaúcho è un funambolico talento che sta assaggiando il calcio europeo nel Psg. Un antipasto, a dire il vero, perché i suoi numeri e le sue giocate gli valgono ben presto inchiostro e grafite sui taccuini dei tanti osservatori che scrivono il suo nome per proporlo ai rispettivi club. In terra francese ci rimane fino al 2003 quando il Barcellona, stizzito per l’arrivo di Beckham (suo obiettivo) al Real Madrid, vira sul brasiliano.

L’altro enfant prodige, Michael Owen, intanto decide di sbloccare il match al 23’: Heskey lancia in profondità, Lucio si accartoccia su se stesso ciabattando malamente il pallone che viene scippato dal furetto del Liverpool e infila Marcos. I Tre Leoni passano in vantaggio anche se hanno costruito poco. Ci pensa però il duo Ronaldinho-Rivaldo in pieno recupero di primo tempo a ridare senso al match. Il futuro del Barcellona con il presente blaugrana, quasi un’investitura: il giocatore del Paris Saint Germain prende palla da centrocampo, avanza con la sua progressione fatta di finte, doppi passi e movimenti, vede Rivaldo completamente smarcato sulla destra e lo serve. Tiro di prima ed è 1-1.

Al 5’ della ripresa arriva il sorpasso brasiliano, in questo match poco verde e poco giallo, ma tanto blu. E’ il gol che osanna Ronaldinho, è la rete che da lì in poi segna la carriera del ragazzo. E’ questa qui:

 

E’ la rete del sorpasso, la seconda rete del fantasista in questo Mondiale (la prima su rigore contro la Cina) e sarà anche l’ultimo gol segnato con il Brasile all’interno di un campionato del Mondo: in Germania 2006, infatti, rimane a secco. Il match contro l’Inghilterra lo vede in campo ancora per qualche minuto: sette minuti dopo il gol arcobaleno, l’arbitro messicano Felipe Ramos Rizo lo espelle con un rosso diretto per fallo su Mills.

A noi tutti, però, pa partita di Ronaldinho è cristallizzata in quella parabola magica e spietata. Noi ci facciamo delle domande, lui, Ronaldinho quasi quasi non ne può più:

«Mi è stata posta questa domanda così tante volte che ho perso il conto. La mia risposta è sempre la stessa: è stato un tiro. Cafu e io avevamo parlato di come il loro portiere fosse spesso fuori dalla sua linea di porta, quindi ho calciato verso lo specchio. Certo, non posso dire che intendevo che la palla andasse esattamente in quel punto, ma stavo cercando di metterla in rete anche da quella distanza»

Dal titolo di migliore giocatore del Mondiale Under-17 del 1999, di strada Landon Donovan ne ha fatta parecchia. Esploratore controcorrente ma con un filo invisibile che non l’hai portato lontano da casa sua. A trionfare, in Nuova Zelanda, fu come al solito il Brasile, ma gli occhi di attenti osservatori erano tutti puntati sul ragazzo piccolo e brevilineo nato ad Ontario il 4 marzo 1982. E’ il Bayer Leverkusen a strappare per primo il “sì” del giocatore che si affaccia nel calcio che conta, nel calcio europeo, invertendo la rotta di chi ha attraversato l’oceano Atlantico cinque secoli prima.

Parliamo del miglior marcatore nella storia della Nazionale statunitense, con 57 gol a pari merito con Clint Dempsey, e della Major League Soccer con 145 reti. Sì della Mls, il campionato a stelle e strisce che ci fa subito ben capire come l’esperienza nel Vecchio Continente non sia stata così trionfale e indimenticabile.
Sotto contratto con il club tedesco, Donovan viene girato più volte in prestito: prima ai San Jose Earthquakes e poi ai Los Angeles Galaxy, club che si cucirà sulla sua pelle condividendo gli anni migliori e vincenti. Acquistato definitivamente dal club, per Landon le porte e i porti dell’Europa non si sono mai chiusi: durante le sessioni di pausa del campionato americano, Donovan prova a lasciare il segno nel Bayer Monaco, ma soprattutto nel dicembre 2009 quando viene  ufficializzato il suo passaggio in prestito all’Everton.

Dopo il flop in Bundesliga, c’è la Premier League pronta a esaltarsi per un suo gesto, una sua giocata. L’americano è concentrato e motivato, ci sono i Mondiali del 2010 ad attenderlo e uno spirito di rivalsa, una voglia di invertire una narrativa scostumata contro gli americani che non sanno giocare a football.
Con il club blu di Liverpool, Donovan gioca 10 partite collezionando 2 gole quattro assist, venendo inserito nella formazione del mese e ribaltando la stagione fin lì negativa dell’Everton. Che si fa, si rimane? Il club inglese prova a rinnovare il prestito, ma l’esperienza inglese termina momentaneamente lì, prima di ripetersi nel dicembre 2011,  sempre con l’Everton, per giocare ancora una volta in prestito durante la pausa della Mls.

 

Icona in patria e apprezzato anche in Europa per i suoi lampi a sprazzi, Donovan nel 2014 annuncia il ritiro, per poi ripensarci nel 2016. Terminata la stagione, a inizio 2017, dice: «Non riesco nemmeno più ad inseguire mio figlio in giro per casa».
Il che vuol dire: è stato bello, io appendo le scarpe al chiodo. E così è sembrato per tutto l’anno, salvo poi di colpo lasciare nuovamente tutti sorpresi: il 13 gennaio 2018 viene tesserato dal Club Léon, squadra della massima serie messicana.  Landon Donovan ha ancora voglia di giocare a calcio e già che c’è lascia partire una bordata al Presidente americano, Donald Trump:

Mi sono innamorato della città, qui ci sono i tifosi migliori. Il Club Leon è una squadra storica e vincente. Io non credo nei muri, voglio andare in Messico, indossare il verde e vincere trofei. Ci vediamo presto!

Nella carriera sportiva del talento americano ritorna il Messico: sì perché Donovan (che ha partecipato a sei edizioni della Concacaf, vincendone quattro, a due Confederations Cup, e a tre Mondiali) nella Coppa del Mondo del 2002, quella in cui gli Stati Uniti vengono eliminati ai quarti di finale dalla Germania per 1-0 e a lui gli viene assegnato il riconoscimento come miglior giovane dei mondiali, proprio contro i messicani mette a segno la rete del 2-0, quella della sicura qualificazione – tra l’altro di testa, non il suo marchio di fabbrica.

 

Non male come colpo di coda per il 35enne dal volto di eterno Peter Pan. Ma non è tutto perché ai prossimi Mondiali in Russia lui ci sarà, seppur sotto differente veste: Donovan sarà infatti sarà nel team di FoxSport per commentare e analizzare i vari match.