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Allora come oggi lo si vede in giro nei circuiti automobilistici con in testa un vistoso cappello cowboy. Un po’ guascone un po’ falso americano. Arturo Merzario ha 74 anni, la maggior parte di questi vissuti in un abitacolo.
Dal rally al GT, Merziano è stato un distinto pilota: dal 1972 al 1979 ha gareggiato nei circuiti di Formula 1 con diverse scuderie, tra cui la Ferrari, mentre nel 1976 disputò il campionato mondiale di F1 alla guida di una March 761 della canadese Wolf Williams. Il primo agosto 1976 era in programma la decima gara stagionale sul prestigioso circuito del Nürburgring che si snoda intorno al Castello di Nürburg, in Germania.

Poco prima della corsa la pioggia aveva reso i 22,835 km della Nordschleife insidiosi, ma nonostante la sollecitazione di qualche pilota, la direzione optò per scendere in pista. Tra i meno convinti c’era Niki Lauda, campione iridato in carica e leader della classifica generale.
Passarono solamente tre giri e si assistette all’evento che cambiò la Formula 1: poco dopo la curva Ex-Muhle e il tornante Bergwerk, Lauda perse il controllo della sua monoposto, la Ferrari 312 T2, schiantandosi contro una parete rocciosa prima di essere rimpallato in pista. Nel colpo perse il casco, mentre poco dopo la sua vettura venne colpita da quelle di Harald Ertl e Brett Lunger e iniziò a prendere fuoco. Il pilota austriaco, ancora cosciente, venne così avvolto dalle fiamme.

Passarono qualche secondo e sul luogo dell’incidente si fiondò anche Arturo Merzario. Sarebbe potuto andare oltre, ma d’istinto si bloccò e scese per soccorrere il suo collega intrappolato. Ecco cosa dirà anni dopo:

Dell’incidente di Lauda bisogna analizzare tre aspetti: ha perso il casco nel primo impatto e per questo è stato esposto alle fiamme e alle bruciature, le esalazioni di magnesio lo stavano ammazzando e non da ultimo, è stato davvero difficile estrarlo dalla macchina. Gli altri usavano l’estintore, io non riuscivo a schiacciare la levetta per sbloccare la cintura perché si dimenava: la sua fortuna fu quella di svenire così io riuscii a liberarlo. Un’altra sua fortuna è stata la respirazione artificiale che ho imparato al militare e che gli ha consentito di rimanere in vita per circa 10 minuti prima dell’arrivo dei soccorsi

Lauda venne trasportato in tre ospedali differenti, aveva uno zigomo fratturato, ustioni di primo grado alle mani e di terzo grado al volto. Per tutto il pomeriggio piloti, staff, moglie e familiari rimasero con il fiato sospeso temendo il peggio. Poi arrivò il bollettino positivo che allontana il rischio di morte, ma consegnò un Lauda a pezzi e avrebbe dovuto affrontare una lunga, lunghissima guarigione. Con un monito: l’austriaco rischiava seriamente di non poter più gareggiare.

Il 12 settembre 1976, appena 42 giorni dopo il rogo del Nürburgring, Niki Lauda si ripresentò in pista e tagliò al quarto posto il traguardo del Gran Premio di Monza. Quell’anno avrebbe vinto il suo storico rivale James Hunt, ma la stagione successiva fu tutta per l’austriaco che vince il secondo dei suoi tre titoli mondiali.
La curva dello schianto è stata rinominata Laudakurve, Niki è rimasto nel mondo automobilistico con il suo inconfondibile berretto rosso e ha dovuto fare autocritica. Quando tornò in pista, infatti, Lauda non si fermò mai a salutare Arturo:

Venne a trovarmi in Austria qualche mese dopo e fece il gesto di togliersi l’orologio per regalarmelo. Io lo presi e lo lanciai via. I meccanici dell’Alfa lo raccolsero, vennero da me e mi fecero un sacco di paternali, forse avevo sbagliato, ma io c’ero rimasto male

Ha impiegato tre decenni per ringraziare Arturo per il gesto che gli ha salvato la vita. Anche lui, ancora oggi ricorda quei momenti drammatici. Sempre con il cappello da cowboy sempre in testa.

 

Fonte: video Rai

Stesso punteggio, stesso trofeo: Germania e Canada festeggiano insieme la medaglia d’oro con un ex aequo nella gara di bob alle Olimpiadi Invernali di Pyeongchang 2018.

Il cronometro si è fermato sul tempo di 3’16″86: al termine delle quattro manche disputate dagli atleti di bob a due non c’erano dubbi sul risultato di una sfida emozionante che è stata equilibrata fino alla fine.

I protagonisti dell’impresa sono da una parte i tedeschi Francesco Friedrich e Thorsten Margis e dall’altra i canadesi Justin Kripps e Alexander Kopacz. 

 Adrenalina e spettacolo si sono alternate in questa incredibile gara che si è rivelata una delle più incerte mai viste, che ha visto non solo competere i due paesi vincitori ma anche la coppia della Lettonia formata da Oskars Melbardis-Janis Strenga, che si qualificano poi medaglia di bronzo per soli 5 centesimi.  

Nessuna medaglia d’argento, quindi, è stata assegnata in questa gara olimpica, ma ben due medaglie d’oro per due paesi che hanno dimostrato un grande grinta e una gran voglia di vincere a qualsiasi costo.  

Ma nella storia del bob non è la prima volta che si verifica questo episodio alquanto raro e singolare. Per rivedere la stessa storia dobbiamo tornare indietro al 1998, a Nagano, quando il più alto gradino del podio ha ospitato sia i nostri atleti azzurri Gunther Huber e Antonio Tartaglia che i canadesi Pierre Lueders e David MacEachern.

Nonostante la rarità di questi ex aequo, quando il cronometro decide di fermarsi sullo stesso numero rende ancora più spettacolare l’intera gara. Come già è avvenuto anche nel 2002 a Soelden, in Austria, ma stavolta nello sci.

In quell’occasione l’evento ha destato ancora più scalpore e meraviglia perché a salire sul podio per ricevere la “pazza” medaglia d’oro non sono state due sciatrici ma tre!

Si tratta di Tina Maze, Nicole Hosp e Andrine Flemmen che hanno totalizzato tutte un tempo di 1:49.91.

E ancora a Sochi 2014 ritroviamo la Maze festeggiare un altro ex aequo con Dominique Gisin.

È chiaro quindi che qualificarsi al primo posto in concomitanza con un altro paese concorrente non è un dato impossibile, ma per quanto possa accadere raramente, è un fattore inaspettato che appassiona ed entra nella storia. Pari abilità vengono premiate con una medaglia per ciascun paese, dividendo quel posto in alto sul podio che per l’occasione diventa più stretto, ma senza per questo risultare scomodo per nessuno dei vincitori.

È stato campione del Mondo con la Nazionale italiana nel 2006, ha saputo farsi strada da solo sia in Italia che all’estero. Ora, a 36 anni, è riuscito nuovamente a mettersi in gioco in una piccola squadra maltese dopo il bizzarro tentativo di cercare lavoro sul social network LinkedIn.

Stiamo parlando del difensore Cristian Zaccardo, classe 1981 che attualmente gioca nella massima serie del calcio maltese nell’Hamrun Spartans in cui giocano anche  altri italiani.

Cristian Zaccardo insieme a Davide Succi e Marco Criaco

Ma la sua carriera è stata ricca di soddisfazioni: su tutte, ovviamente, la vittoria del Campionato del Mondo 2006 con l’Italia, la Bundesliga con il Wolfsburg e il debutto in Champions League ed Europa League.

Come sta andando l’avventura nell’Hamrun?

L’avventura sta andando abbastanza bene. Sono arrivato a campionato in corso in una squadra di seconda fascia, ma con l’aspirazione di arrivare nei primi 3 posti entro l’anno prossimo. Per me questi mesi sono di conoscenza del calcio maltese un po’ differente dal nostro con la programmazione di fare una squadra molto più competitiva la prossima stagione.

Com’è l’ambiente?

Ho trovato un’ambiente diverso dal calcio italiano. Spero che con la mia esperienza e conoscenza possa aiutare la squadra a crescere sotto diversi aspetti. Tuttavia prima di intraprendere quest’avventura mi sentivo ancora adatto per palcoscenici importanti, ma ora non saprei. Penso di aver smesso , ora mi concentro su esperienze estere. Posso comunque consigliare a chiunque di provare un’esperienza all’estero.

La storia dell’annuncio su LinkedIn ha fatto il giro dell’Europa. Come hai avuto quest’idea?

Dopo tanti anni di calcio mi è venuta l’idea di pubblicare l’annuncio su LinkedIn perché vedevo che, nonostante potessi servire a molte squadre, non avevo più l’appeal ed è per questo che ho deciso di fare questa iniziativa. Ho parlato con diverse squadre soprattutto fuori dall’Italia e ciò mi ha permesso di avere molti contatti all’estero, anche per il futuro.

Con la maglia azzurra hai vinto anche l’Europeo Under 21 nel 2004. È stata una grande vittoria?

Si è stata una gran bella vittoria! Peccato che coincida anche con un nostro ultimo trofeo Under 21. Tuttora non riesco a capire perché non riusciamo più a vincere qualcosa con gli azzurrini.

Sei uno dei “superstiti” anche e soprattutto del Mondiale 2006, cosa pensi del recente flop azzurro?

Mi dispiace tanto, così come dispiace a tutta la popolazione italiana. Purtroppo è stata una sconfitta per il nostro sistema calcio. Spero che si possa fare meglio in vista del futuro. La Nazionale deve essere guidata da persone competenti e professionali.

Qual è il ricordo più bello di quella vittoria mondiale?

 Mi è rimasta l’emozione di aver alzato la Coppa più prestigiosa che un calciatore possa vincere. Ahimè vorrei però cancellare l’episodio dell’autogol.

L’aver preso parte alla spedizione azzurra vincente, ti ha dato un cambiamento alla tua carriera?

 Certo! Sicuramente ha aumentato la mia visibilità nel mondo del calcio, ma sul campo nessuno ti regala niente e quindi bisogna sempre dimostrate di valere qualcosa. Soprattutto se vuoi restare ad alti livelli!

L’8 ottobre 2005, nella Palermo in cui giocavi, un tuo gol ha spianato la strada per Germania 2006. Come ti sei sentito? Cos’hai provato? 

È stata una bella gioia personale! Leggere il giorno dopo sui giornali “Zaccardo porta l’Italia ai Mondiali” è stata una bellissima soddisfazione. Con la vittoria contro la Slovenia fu centrato matematicamente l’accesso al Campionato del Mondo 2006 che, poi avremmo vinto.

Palermo è stata una piazza che ti ha dato tanto, vero?

 Certamente! La città di Palermo, così come i tifosi, mi hanno regalato tanto. Anche il club rosanero mi ha dato tanto. Con il Palermo sono riuscito a giocare in Europa League per la prima volta, così come è arrivata la prima convocazione con la Nazionale maggiore.

E la sua prima esperienza “Italians” al Wolfsburg?

Anche l’anno in cui sono stato in Germania è stato positivo. Avevamo un gruppo straordinario e poi siamo riusciti a vincere la Bundesliga al primo colpo. Che volere di più? (ride, ndr).

Tra le altre notizie più “curiose” c’è quella legata al fatto che hai indossato la maglia numero 9 a Vicenza, cosa strana per un difensore. Come mai?

Avrei preso tranquillamente l’81 (mio anno di nascita), ma in Serie B il regolamento non lo ha consentito. Quindi rimanevano il 9, il 17 e l’ultimo numero della lista 30 e qualcosa. Non avevo tantissima scelta.

Al Milan hai trascorso due stagioni e mezzo. Credi che già da quando eri tu in squadra c’era qualcosa che non andava a livello di gruppo?

Quando sono arrivato io, il Milan aveva perso giocatori come Thiago Silva, Ibrahimovic, Nesta, Gattuso, Inzaghi, Zambrotta, Seedorf e Pirlo. È stato normale e fisiologico andare in difficoltà. Ora spero che piano piano torni ad essere il Milan di una volta. Faccio il tifo per loro!

Nel segno del cognome Schumacher.

Il ricordo del pluricampione Michael è ancora tanto vivo nonostante da qualche anno combatti a causa del grave incidente subito sulle montagne francesi; tuttavia la famiglia Schumacher continua a far parlare di sé anche sui circuiti automobilistici.

In passato, infatti, sulle piste della Formula 1 non era solamente il grande Michael a prendere il via sulle griglie di partenza, ma c’era anche suo fratello minore Ralf.

Ora questo “duello” famigliare si potrebbe ripetere. Se da qualche anno si parla del figlio maggiore di Michael, Mick (già nel giro delle Formula 3), ora è tempo anche per David (figlio di Ralf).

Passato prima dai kart, il 15enne David sta cercando di intraprendere la stessa strada di suo cugino Mick, entrando nel giro della Formula 4. A differenza di Mick, il figlio di Ralf però ha scelto di gareggiare nella F4 degli Emirati Arabi Uniti.

Quasi scontato in partenza, il suo debutto è stato più che positivo. In effetti all’esordio su una monoposto ha ottenuto: una pole position in gara-1, un secondo posto nelle qualifiche di gara-3 e 4 podi su 4 gare disputate. Mica male per un debuttante anche se col sangue vincente.

E quindi tutti gli appassionati di Formula 1 sognano un doppio exploit per i cugini Schumacher che si possa concludere con un duplice esordio nel circus più importante al mondo.

Il primogenito di Michael quest’anno correrà nuovamente in Formula 3 con il sogno concreto di raggiungere quella Formula 1 che sogna da sempre.

Il mio obiettivo resta identico, voglio arrivare in Formula 1! Cerco di concentrarmi su me stesso, senza guardare gli altri. Ognuno cresce e avanza secondo il proprio ritmo, è inutile fare paragoni.

Stesso desiderio per il novellino David:

Voglio arrivare in F1 e spero di farlo con un buon team, mi piacerebbe giocarmi una gara di F1 con mio cugino Mick.

Johann Cruijff e Franz Beckenbauer, e già così viene a mancare il fiato. Uno dinanzi all’altro si scambiano stretta di mano e gagliardetti. Attorno l’aria è calda e sospesa. Sul prato e sugli spalti dell’Olympiastadion c’è adrenalina e tensione. Settantacinquemila spettatori. Monaco di Baviera, Germania Ovest, 7 luglio 1974, ore 16.00, è la finale dei Mondiali di calcio tra i padroni di casa della Germania e l’Olanda del totaalvoetbal, del calcio totale.

Un calcio che si sta trasformando, con costanza e progressione. Non è solo questione di tattica e di moduli. Attenzione mediatica, immagine, sponsor. Giocatori che adesso hanno una seconda “utilità” e, anche se è uno schiaffo ai puristi nostalgici un po’ annebbiati, anche e già 40 anni fa, le maggiori aziende sportive avevano capito che attraverso lo sport, attraverso il calcio si poteva spiccare il volo.

E a pensar bene il ragazzotto dell’Ajax e dell’Olanda, idolo di una generazione perdente, ma dagli occhi innamorati, si calò perfettamente nel ruolo di icona moderna. Fu lui lo spartiacque con il calcio moderno. Unico perché riuscirà nei decenni a preservare e conservare un’aurea mitologica e di purezza, nonostante sotto sotto aveva dei precisi “impegni” contrattuali.
Il suo numero 14, dal club alla Nazionale, ce lo ricordiamo tutti: Cruijff si legò al numero di maglia, il primo a uscire con “prepotenza” dagli schemi consolidati e vetusti dell’uno all’undici. Il Barcellona, più rigido, invece gli impose la numerazione classica: lui accettò il 9, ma sotto la camiseta blaugrana, indossava sempre una maglia con il suo numero.

Elegante, dannatamente elegante, capace di sfidare Crono nella lotta contro l’eternità, lui “il Profeta del gol” divenne uomo immagine. Nel 1971, quando la rivista francese France Football gli consegnò il Pallone d’oro superando Mazzola e Best (ne vinse altre due nel ’73-’74), Johan si presentò alla cerimonia per ritirare il premio indossando un abito firmato Puma e con il logo in bella vista.

Ed era testimonial dell’azienda tedesca anche durante i sopracitati Mondiali in Germania Ovest. E arriviamo alla finale, arriviamo alla foto della stretta di mano tra l’olandese dal ciuffo ammaliante e il Kaiser. Olanda e Germania Ovest, entrambe sponsorizzate dall’Adidas che si sfregava le mani per il risalto mediatico internazionale. Ma non ci vuole un esperto della Settimana enigmistica per accorgersi di una clamorosa differenza: la maglia del capitano olandese aveva una striscia nera in meno rispetto alle canoniche tre, marchio inconfondibile dell’Adidas.

Il luccicante arancione, poi, di certo non aiutò. Macchiato da una lunga e annosa faida familiare poi divenuta imprenditoriale: una guerra intestina tra i fratelli Adolf e Rudi Dassler, uno padre dell’Adidas l’altro della Puma, e che hanno spaccato in due Herzogenaurach, paesino tedesco che ha visto nascere due dei brand più potenti nel settore sportivo. La faida, nella finale del 1974, si sposta su Cruijff, simbolo attrattivo della kermesse iridata e così via la terza strisce sulla sua maglia. Scucita. Il 14 olandese è un uomo della Puma, non si tocca.

Del resto i due marchi avevano già scelto una linea ben precisa: l’Adidas puntava sulle partnership con Nazionali candidate al successo, la Puma puntava ai piedi dei calciatori. Quattro anni prima ci fu un altro scontro: oggetto da contendere era Pelé e chi altro se non lui.
Poco prima dei Mondiali del 1970 in Messico, Horst e Armin, i figli successori di Adolf e Rudolf, stipularono un patto di non belligeranza con il quale ci si impegnava vicendevolmente nel non offrire un contratto di sponsorizzazione a “O Rey”. Come andò a finire? Beh giudicate voi…

Ennesimo dolore in casa Schumacher dopo le recenti decisioni che riguardano la pista dove il grandissimo campione di formula uno ha mosso i suoi primi passi sulle quattro ruote.

Con grande amarezza è il fratello di Michael Schumacher, Ralf, a sfogarsi con le telecamere dei giornalisti per esprimere tutto il suo rammarico per quello che considera un vero schiaffo morale verso il pilota, ormai lontano dalle piste a causa del grave infortunio sugli sci di 4 anni fa.

Non ci sarà una nuova pista di go-kart. È una vergogna che una tradizione e una opportunità per giovani di successo stia per morire

La beffa più grande per i protagonisti della vicenda è che la pista di kart sarà abbattuta per dare vita ad una miniera di carbone e non ci sarà dunque più spazio per alcun kartodromo.

Per l’ex pilota tedesco campione del mondo la pista di Kerpen, in Germania, ha rappresentato l’inizio di un percorso che lo ha condotto all’apice della sua brillante carriera: un vero monumento che magari un giorno sarebbe servito ad altri piloti emergenti per accrescere la loro passione per le quattro ruote, proprio come un tempo era successo a lui.

Fra due anni invece tutto questo sarà solo un lontano ricordo perché entro tale data il kartodromo diventerà una miniera dove poter estrarre il carbone. I familiari di Schumacher hanno tentato con ogni mezzo di impedire che il kartodromo andasse sostituito così radicalmente, ma i loro sforzi e le proteste dei tifosi non sono serviti purtroppo a nulla.

La decisione è presa e non sarà previsto nemmeno uno spostamento della pista nei pressi di Colonia. Non si conoscono bene le condizioni del pilota tedesco dopo il suo risveglio dal coma, ma siamo certi che apprendere questa notizia non potrebbe che peggiorare le sue condizioni perché non è solo una pista quella che andrà demolita, ma un pezzo di storia di un grande uomo e pilota, che la sfortuna ha deciso di colpire proprio nel bel mezzo della sua vita costellata fino ad allora da grandi successi.

Il Mondiale 2018 si sta avvicinando, il tabellone delle partecipanti è quasi al completo (mancano solamente le squadre che disputeranno i playoff) e l’Adidas ha voluto lanciare le nuove maglie in vista del campionato del mondo in Russia.

Se l’Italia, con Puma, ha lanciato la nuova maglia azzurra con tanto di celebrazione per i 20 anni di Buffon in Nazionale, l’azienda tedesca ha svelato quelle che saranno le prossime divise indossate dalle squadre che hanno Adidas come sponsor tecnico.

A primo acchito, soprattutto per i più nostalgici, le nuove divise disegnate dal colosso teutonico fanno chiari riferimenti alle maglie indossate negli anni ’80-’90. Mancanza di originalità o voluto tributo del vintage?

Un tuffo nel passato dove ci vengono in mente scene sportive indimenticabili di tanti campioni del calibro di Maradona, Matthäus , Valderrama, ecc…

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ARGENTINA

La maglia delle Selección, con la classica alternanza delle bande biancocelesti, si accosta agli anni d’oro con il Pibe de Oro protagonista. Dal Mondiale vinto del 1986, alla vittoria della Copa America di Ecuador 1993, passando per il secondo posto a Italia 1990. Le strisce dell’Albiceleste sono di varie sfumature ma il collo a punta è un particolare indossato dai calciatori argentini durante il torneo sudamericano del 1993 con Gabriel Omar Batistuta protagonista;

 

BELGIO

La formazione dei Diavoli Rossi si è qualificata in piena tranquillità e prenderà così parte al suo 13esimo campionato Mondiale. Lukaku e compagni vestiranno una maglia che ricorda molto quella indossata durante l’Europeo 1984 disputatosi in Francia. Il riferimento è legato soprattutto ai rombi posti sul petto con al centro il logo della federazione della Nazionale calcistica belga;

 

COLOMBIA

La maglia dei Cafeteros è un omaggio al grande Mondiale disputato in Italia nel 1990 in cui la nazionale sudamericana raggiunse una storica qualificazione agli ottavi di finale. Era la Colombia della generazione d’oro con giocatori del calibro di Carlos Valderrama, René Higuita e Faustino Asprilla. La maglia indossata durante la spedizione italiana è molto simile a quella attuale con una grossa presenza del giallo, con il design grafico rosso e blu sui lati per richiamare i colori della bandiera. Sul retro lo slogan “Uniti per un Paese”;

 

GERMANIA

Altrettanto nostalgica è la maglia della Nazionale tedesca, vincitrice dell’ultimo Mondiale in Brasile 2014. Il riferimento però è ad un’altra Coppa del Mondo vinta, quella del 1990. Erano gli anni degli “italiani” Matthäus, Völler e Brehme, della Germania Ovest e della rinascita di un paese, post crollo del Muro, che si sarebbe riunificato ufficialmente di lì a poco. La riproposizione del disegno delle righe orizzontali della bandiera tedesca è chiaramente uguale a quello del Mondiale italiano. La differenza sostanziale nella scelta dei colori: via il rosso e il giallo, per Russia 2018 le righe saranno monocromatiche;

 

GIAPPONE

Per la Nazionale del Sol Levante il tocco delle maglie è più astratto. In effetti non si tratta di una rivisitazione di una maglia calcistica, ma dell’uniforme artigianale del Paese con il punto da ricamo Sashiko e con una tonalità di blu Katsuiro utilizzata dai samurai sotto l’armatura. I particolari sono anche i tocchi di rosso e di bianco della bandiera nipponica;

 

MESSICO

La nazionale del Tricolor è tornata a indossare una maglia quasi del tutto verde, con un collo a punta e un gioco di colori tono su tono nella zona laterale. Il pensiero porta al Mondiale giocato in casa nel 1986, quando vennero eliminati dalla Germania Ovest. Quel Mondiale lo vinse però l’Argentina di Maradona.
Sul retro della maglia una scritta “Io sono il Messico” e i pantaloncini bianchi con calzettoni rossi che completano i colori della bandiera;

 

RUSSIA

La Nazionale ospitante non ha avuto ostacoli di qualificazione dato che parteciperà di diritto al Mondiale 2018. L’Adidas tuttavia ha voluto omaggiare la squadra sovietica, al tempo ancora sotto l’effige Urss, che nel 1988 vinse l’oro ai giochi Olimpici di Seul nel 1988 grazie alla coppia d’attacco Dobrovolski – Mykhaylychenko, entrambi ex Serie A, Genoa il primo, Sampdoria il secondo.
Le linee della nuova maglia partono dalle spalle sino alla parte anteriore con piccoli dettagli che risaltano i colori della bandiera e l’aquila. In più c’è anche una frase: “Insieme per la vittoria”, è stata invece rimossa la sigla CCCP;

 

SPAGNA

Le Furie Rosse, campioni del Mondo 2010, omaggiano il Mondiale americano di Usa ’94. In quell’edizione giunsero ai quarti di finale, battuti dagli azzurri grazie alle reti di Roberto e Dino Baggio. In quella partita si ricorda anche l’episodio della gomitata di Mauro Tassotti a Luis Enrique con tanto di squalifica con la prova tv.
Così come il Belgio, sono presenti anche sulla maglia Roja i rombi, seppur in verticale. Sulla forte base rossa i colori sono sfumati con rosso, giallo e blu. In realtà potrebbe sembrare un effetto ottico il quale fa sì che guardando da lontano la maglia, si abbia l’impressione che invece di un blu si tratti di un colore viola.
Tuttavia la somma di rosso, giallo e viola, ricorda a tutti gli spagnoli il vessillo della Spagna repubblicana, abolito poi dal regime franchista. Oggi quella bandiera non ha valore ufficiale, ma viene sventolata nelle manifestazioni della sinistra, o usata dalle associazioni e dai movimenti repubblicani, che rivendicano il suo utilizzo al posto della attuale Rojigualda, la bandiera ufficiale spagnola. Il tutto in un periodo di forte crisi interna con la questione Catalogna.

Il Campionato del Mondo 1958 in Svezia fu la prima edizione in cui la nazionale italiana non partecipò per la mancata qualificazione e per il debutto del O Rei, Pelè.

Tuttavia in secondo luogo, il Mondiale scandinavo segnò un piccolo cambiamento per quel che riguardano i festeggiamenti post vittoria.

Il Brasile, a Stoccolma, vinse il primo titolo Mondiale dopo le delusioni del Maracanazo del 1950. Il capitano verdeoro, Hilderaldo Luiz Bellini, ebbe l’onore di prendere per primo la Coppa Rimet per la prima volta della storia del calcio brasiliano.

Dal momento in cui ricevette il trofeo, un suo gesto ha cambiato il concetto di vittoria.

Il capitano della Seleçao, poiché circondato da decine e decine di supporters, alzò la coppa in alto affinché i giornalisti brasiliani potessero fotografare lo storico momento. La Coppa Rimet fu sollevata e tenuta alta sopra il capo per parecchi secondi.

Un gesto casuale, nato così senza pensarci su, che però è diventato il simbolo di ogni capitano che prende per mano la Coppa del Mondo.

Nel 1962 è successo nuovamente a Bellini, trionfante con il suo Brasile anche in Cile, e da lì in poi a tutti i capitani delle vari nazionali vincenti.

In questi giorni in cui si parla dell’addio di Gianluigi Buffon al calcio giocato dopo il Mondiale 2018, parliamo di Lothar Matthäus, il tedesco dei record mondiali.

Il portiere azzurro, con la sua presenza al Mondiale in Russia (se l’Italia dovesse vincere contro la Svezia ai playoff), diventerà il calciatore con più convocazioni alle fasi finali di un Campionato del Mondo, ben sei.

Se ciò dovesse accadere, sorpasserebbe proprio il campione tedesco che ha disputato cinque mondiali da protagonista (1982, 1986, 1990, 1994, 1998). Da sottolineare il fatto che sinora (a differenza di Buffon) il centrocampista Matthäus ha almeno giocato una partita di questi tornei, cosa che il numero 1 azzurro non è riuscito a fare (nel 1998 era il terzo portiere dopo Pagliuca e Toldo).

Il regista ex Inter ha collezionato 150 presenze con la maglia della Mannschaft, e tuttora ne detiene il record. Per entrare nel dettaglio dei Mondiali, il numero 10 ha il maggior numero di partite giocate nelle fasi finali dei Mondiali: 25.

Con la Germania, infatti, per tre volte ha raggiunto una finalissima del Campionato del Mondo. Dopo i due argenti a Spagna ’82 e Messico ’86, è stato proprio capitan Matthäus ad alzare la coppa al cielo allo stadio Olimpico di Roma nel Mondiale italiano del 1990.

A fine anno, proprio grazie alla vittoria di Italia ’90 nel quale è stato eletto miglior giocatore della manifestazione, ottenne il Pallone d’oro, proseguendo la striscia di successi l’anno successivo, aggiudicandosi la prima edizione del FIFA World Player. Mica male!

La sua prima rete con la nazionale tedesca in una fase finale mondiale è stata realizzata su punizione il 17 giugno 1986 allo stadio Universitario di San Nicolás de los Garza in Messico contro il Marocco negli ottavi di finali; rete che risultò decisiva per il passaggio del turno.

Matthäus ha deciso di lasciare la nazionale a 39 anni, dopo 20 anni di maglia tedesca. L’ultimo match l’ha disputato il 20 giugno 2000 nella netta sconfitta contro il Portogallo per 3-0 nell’Europeo disputatosi in Belgio e Olanda.

Dopo il Belgio, anche Inghilterra Germania staccano il pass per la Russia per i Mondiali 2018 . La nazionale di Southgate piega 1-0 la Slovenia a Wembley con la rete di Harry Kane in pieno recupero e chiude in testa il Gruppo F.  Gli uomini di Southgate hanno cambiato passo dopo un primo tempo soporifero. Sono andati vicini al bersaglio a più riprese (da segnalare due salvataggi sulla linea, di Rotman su Rushford e di Cesar su Sterling) e alla fine (93′) sono stati premiati: il gol-vittoria lo ha realizzato in spaccata Kane su cross dalla destra di Walker.

Tutto facile, invece, per la squadra di Low. Gara risolta in 20′. Ha sbloccato subito (2′) le marcature Rudy, ha raddoppiato al 20′, dopo aver colpito un palo, Wagner. Nella ripresa i padroni di casa hanno mancato l’1-2 con Washington (traversa), e all’86’ hanno subito la terza rete da Kimmich. L’Irlanda del Nord si è comunque tolta la soddisfazione di segnare, in pieno recupero, il gol della bandiera con Magennis.

La Danimarca piega il Montenegro 1-0 e rinvia la festa della Polonia, vittoriosa per 1-6 con l’Armenia.

Resta appesa a un filo la partecipazione dell’Argentina ai Mondiali di ‘Russia2018’. La 17esima giornata del gruppo sudamericano di qualificazione alla prossima rassegna iridata boccia ancora la squadra di Sampaoli, che non va oltre lo 0-0 alla ‘Bombonera’ contro il coriaceo Perù.