Tag

barcellona

Browsing

Il nome di Ronaldinho ha segnato il calcio internazionale risuonando spesso tra gli stadi con le acclamazioni da parte di tutta la tifoseria, entusiasta delle sue performances in campo.

Il calciatore brasiliano è stato protagonista in più di un’occasione di partite che sono rimaste nella storia e che anche a distanza di anni sono ancora impresse nella memoria dei tifosi, come quel famoso match tra Barcellona e Real Madrid giocato il 19 Novembre 2005 allo stadio Santiago Bernabeu.

Un sonoro 3-0 per la squadra di Ronaldinho ha scosso l’intero stadio, già su di giri per il gol di Eto’o e poi andato completamente in estasi per la doppietta del fuoriclasse brasiliano. In quella partita storica persino i tifosi della squadra avversaria non sono riusciti a contenere l’ammirazione per un giocatore che in campo ha sempre dato il massimo con una standing ovation di grande significato.

Oggi sappiamo che ha ufficializzato il suo ritiro e per rendere onore ad una carriera ricca di grandi successi vogliamo ricordare non solo il grande giocatore ma anche il compagno di squadra, leale e sincero anche fuori dal campo.

Forse non tutti ricordano il simpatico e curioso aneddoto che ha visto protagonista Ronaldinho alla vigilia proprio della stessa partita in cui ha piegato il Real Madrid. Ecco come viene raccontato proprio da chi l’ha vissuto in prima persona e che l’ha voluto condividere col mondo per far capire chi è veramente Ronaldinho.

Mancava qualche giorno al Clásico con il Real Madrid, Dinho mi telefonò a casa in piena notte. Risposi al telefono e mi disse: Andrés, lo so che sono le 3 del mattino, ma devo dirti una cosa

Così inizia il racconto di Andrès Iniesta, capitano del Barcellona, che svegliato nel cuore della notte, si ritrova a fare i conti con una notizia sconvolgente che riguarda il compagno:

A giugno vado via. Mio fratello si sta mettendo d’accordo con il Real… Sono cifre incredibili, non posso dire di no… Tu sei giovane puoi capirmi. Mi raccomando però non dire nulla nello spogliatoio e alla società, non tradirmi, mi fido di te più di chiunque altro. Notte Andres…Non mi diede il tempo di parlare, attaccò subito il telefono

Dopo questa bomba del tutto inaspettata il giocatore decise di rimanere in silenzio e quel che successe dopo gli fece capire in modo ancora più decisivo quanto fosse leale il suo compagno di squadra:

Il giorno dopo eravamo sul campo ad allenarci e sentivo intorno uno strano silenzio. Tutta la squadra era strana, coccolavano Dinho come mai prima. C’era un’atmosfera surreale. Arrivò il giorno del Clásico e negli spogliatoi del Santiago Bernabeu, Dinho prese parola dicendo: “Ragazzi, oggi giochiamo una partita importante, questi sono forti, ma in questi giorni ho scoperto che siamo come una famiglia. Ho chiamato tutti voi in piena notte dicendo che sarei andato via a giugno, ma nessuno di voi ha parlato”. Dopo questa cosa, ho capito che siamo disposti tutti a morire dentro pur di non tradirci. Io rimarrò qui per molti anni ancora. Ora usciamo in campo e andiamo ad insegnare calcio a questi di Madrid“. Quella sera fece una doppietta, è tutto il Bernabeu si alzò in piedi ad applaudirlo. Anche questo era Ronaldinho

Che dire? Grande fuori e dentro al campo di calcio, Ronaldinho rimarrà sempre una leggenda, che ci piace oggi rivedere in quell’incredibile doppietta dopo la celebre telefonata, entrata a far parte delle curiosità sportive più intriganti di tutti i tempi.

Partiamo da una sicurezza: se totalizzi 530 presenze con la maglia del club che ha riscritto la storia del calcio moderno, sei destinato a entrare nella storia. Anche se sei il più “umano”, anzi il meno “marziano”. Qualcuno dirà che era l’anello debole del Barcellona dei record, quello plasmato alla perfezione da Pep Guardiola, ma Victor Valdes è semplicemente stato il portiere che ha difeso i pali di una squadra spaziale. Con la fiducia e la responsabilità che una città e una società hanno affidato a lui.

Tre Champions League, la Liga vinta per sei volte, tre volte la Coppa spagnola, sei la Supercoppa spagnola, una Supercoppa europea e poi tre Mondiali per Club. Il tutto con la camiseta azulgrana. E poi un Europeo e un Mondiale con la Nazionale spagnola, seppur come riserva di Iker Casillas.

Ma Victor Valdes c’era. Al posto giusto in un momento storico giustissimo per il suo Barça e per la Spagna calcistica. Valdes, nato nel 1982 a L’Hospitalet de Llobregat, seconda città della Catalogna, è sempre stato “l’altro” nel calcio, in una squadra che, secondo luoghi comuni da bar, era talmente forte che poteva giocare con il portiere volante.
Il portiere si è dimostrato “altro” anche nel momento del ritiro, a 35 anni. Atipico anche in questa circostanza. Agli altri le copertine, i palloni d’oro. Dopo le ultime stagioni tra Manchester United, Standard Liegi e Middlesbrough, l’ex blaugrana è sparito.

Su Twitter ha postato una foto dal sapore di addio: “Grazie di tutto”. L’immagine era quella di una strada deserta, la stessa che vuole raggiungere. E poi? Fuori tutto. Come un colpo di spugna a cancellare il passato. Eliminati tutti i tweet. Eliminate tutte le foto di Instagram. Victor Valdes ha iniziato una nuova vita.

L’aveva preannunciato due anni fa, ammettendo che “quando la luce si spegnerà, sarà difficile trovarmi”. Nella vita piena di successi di Victor Valdes c’è un punto, un momento da “sliding doors” che l’ha riportato coi piedi per terra: marzo 2014, rottura del crociato.

L’infortunio al ginocchio mi ha fatto tornare alla vita reale, è stata una cura d’umiltà. In Germania ho vissuto in hotel e dovevo prendere il tram tutti i giorni per raggiungere la clinica per la riabilitazione. Grazie al comportamento della gente di Amburgo passavo come uno sconosciuto, cosa che non avveniva a Barcellona. Dopo molti anni ho capito cosa voleva dire pagare un caffè e pagarsi un biglietto, cose che non vivi da calciatore. Noi calciatori viviamo una vita irreale

Vita irreale e sovraesposta, così Valdes, anche se manca l’ufficialità, si ritira da tutto, dal calcio, dai social, dall’attenzione morbosa di tifosi o giornalisti. Torna alla vita reale dopo 571 partite da professionista.
Non voleva fare il calciatore, è diventato uno dei migliori portieri del mondo: cresciuto nel cantera del Barcellona, Valdes esordisce nella stagione 2002-03 sotto la guida di van Gaal e conquista una maglia da titolare nella stagione successiva con Frank Rijkaard. Da van Gaal a van Gaal è stato lo stesso allenatore olandese a rivolerlo nel Manchester United nonostante fosse svincolato e con un pesante infortunio alle spalle. Screzi e incomprensioni ruppero ben presto l’idillio e Valdes è andato allo Standard Leigi, in Belgio, dove ha alzato una Coppa nazionale. Eppure il portiere sarà sempre grato a van Gaal:

Mi diede la possibilità di debuttare nel Barcellona, mi riprese quando non avevo una squadra e mi propose di recuperarmi dagli acciacchi al ginocchio. Gli sarò per sempre grato

Uno che, se non poteva dare il suo apporto alle azioni o alle manovre del Barcellona, uno che rischiava seriamente di essere spettatore non pagante per interi match, ma i 10 in campo avevano le spalle coperte. Lo sapevano. Animo catalano, anima del Barcellona e del Camp Nou che non poteva essere profanato. Come quando “invitò” Mourinho, dopo la semifinale di Champions del 2010, aa esultare fuori dal campo, lontano dal sacro campo verde:

Il calcio renderà rispetto a Victor Valdes. E’ solo questione di tempo. Fermatevi a riflettere: secondo voi perché la squadra più forte del nuovo secolo aveva scelto Pinto come secondo portiere? Perché il primo era Victor Valdes.

Mancano ormai pochi giorni alla fine del 2017 ed è tempo di bilanci. Nel mondo del calcio si fa una stima delle squadre che più di altre sono riuscite ad emergere e ancora una volta il nome del Real Madrid è in testa alla classifica.

Stavolta parliamo della classifica dell’anno del Ranking Uefa, che la incorona la migliore squadra dell’anno 2017.

Sembrano non finire mai le soddisfazioni per la formazione spagnola del neo-eletto Pallone d’oro Cristiano Ronaldo, che continua a festeggiare un altro successo.

Il Real Madrid, vincitore della Champions League per due anni consecutivi e campione dei Mondiali per club conclusi di recente negli Emirati Arabi, con un coefficiente di 148.000 si trova al comando della classifica Uefa, seguito dal Barcellona (126.000) e dal Bayern Monaco (125.000).

L’Italia può comunque ritenersi soddisfatta perché rientra nella top five, subito dopo l’Atletico Madrid che si trova al quarto posto con 122.000. È la Juventus la squadra italiana più forte del 2017 con un coefficiente di 120.000, seguita da Psg, Siviglia, Manchester City, Borussia Dortmund e Benfica.

Per trovare altre squadre italiane bisogna scorrere la classifica fino al sedicesimo posto dove staziona il Napoli e poi al venticinquesimo dove troviamo la Roma.

I bilanci nel panorama calcistico non si chiudono qua ed elaborano una classifica anche per le nazioni, che tiene conto però degli ultimi 5 anni. È ancora la Spagna ad occupare il primo posto del podio con la Liga, mentre al secondo si trova l’Inghilterra con la Premier League e al terzo l’Italia con la Serie A. Subito fuori dal podio troviamo la Germania con la Bundesliga.

Se invece si guarda solo al 2017 le posizioni si invertono sul podio ed è l’Inghilterra a occupare il gradino più alto, superando la Liga spagnola. Per l’Italia non cambia nulla e rimane fissa al terzo posto.

Sfortunatamente la situazione cambia quando si parla di nazionali: gli azzurri, infatti, scendono fino all’ottavo posto, ben lontani dal podio dove troviamo prima la Germania, secondo il Portogallo e terzo il Belgio.

Tra poche ore si affronteranno le due squadre più forti di Spagna per una partita non come le altre. Andrà in scena il primo Clasico della stagione 2017/2018 in cui si affronteranno Real – Barcellona ma con un umore di classifica nettamente diverso. I blaugrana vogliono vincere per “ammazzare” il campionato, i blancos, freschi vincitori del Mondiale per Club, vogliono riaprirlo.
Mai come quest’anno, inoltre, la rivalità calcistica ha una forte pressione anche politica. I poteri del Governo centrale di Madrid contro l’indipendenza della Catalogna.

Noi di Italians, però, abbiamo voluto fare un passo indietro e vedere chi e quanti sono stati gli italiani che hanno preso parte a questo importante match della storia del calcio.

Gli Italians che sono scesi in campo con le due maglie sono quattro ma ci sono anche due allenatori.

Il primo italiano che ha indossato la maglia dei blancos è stato l’ex difensore e attuale ct dell’Albania, Cristian Panucci nel 1997. L’ex terzino di Roma, Inter e Milan è l’italiano con il maggior numero di presenze contro il Barcellona: ben otto, di cui 5 in Liga. In totale ha raccolto 5 sconfitte, due pareggi e una sola vittoria. Un successo pesante però: il 4-1 nella finale di ritorno della Supercoppa spagnola 1997/98.

Primo invece italiano blaugrana a sfidare i madrileni (nel 2001/02) è stato un altro difensore: Francesco Coco. Tre apparizioni contro il Real senza mai vincere: un pareggio e una sconfitta in campionato, un altro pareggio nella semifinale di ritorno di Champions League (2-0 Real all’andata).

Nell’estate del 2006, dopo la parentesi di Calciopoli e il Mondiale vinto dall’Italia, c’è stato un esodo da parte di due protagonisti della vittoria azzurra in Germania: Fabio Cannavaro e Gianluca Zambrotta.

L’ex capitano della Nazionale è volato al Santiago Bernabeu, mentre il terzino ha preferito il Camp Nou.

Tra il 2006/07 e il 2008/09, il neo tecnico del Guangzhou Evergrande ha incrociato i catalani in 4 gare: 2 vittorie e 2 sconfitte, l’ultima nello storico 6-2 esterno firmato dall’allora formazione di Pep Guardiola.

Con Rijkaard in panchina, il campione del mondo 2006 ha disputato in tutto tre gare contro i blancos: per lui però solo sconfitte, due delle quali proprio contro Cannavaro.

In realtà oltre a questi quattro italiani ce ne sono stati anche altri due che hanno vestito la maglia di Real Madrid e Barcellona, senza però mai disputare un Clasico. Tra i blancos c’è stato Antonio Cassano. El Pibe de Bari in tre occasioni avrebbe potuto affrontare il Barça ma tra tribuna e panchina non c’è stata occasione. Nel Barcellona ha invece giocato l’ex Milan, Demetrio Albertini. L’ex regista chiuse la carriera al Camp Nou nel 2005 (con tanto di trionfo in campionato), ma senza mai scendere in campo contro il Real.

 

La sfida del Clasico, però, l’affrontano anche gli allenatori. Ora la sfida è tra Zidane e Valverde, ma in passato ci sono stati anche allenatori italiani, entrambi però solo sulla panchina madrilena: Fabio Capello e Carlo Ancelotti.

Don Fabio è stato capace di vincere la Liga per due volte, a distanza di dieci anni esatti: la prima nel 1997, la seconda nel 2007. Nel corso di questa doppia avventura, ha affrontato il Barça in 6 occasioni: 4 volte in campionato, 2 in Coppa del Re.

Cinque volte invece Ancelotti ha sfidato i blaugrana (quattro volte in campionato e una in Coppa del Re). Proprio in coppa la vittoria più ella in finale e successiva conquista del titolo nel 2014.

Sedici minuti per scrivere un record, l’ennesimo record di una carriera calcistica che l’ha visto primeggiare in ogni terra europea. Zlatan Ibrahimovic, a 36 anni, e dopo aver recuperato dopo neanche sette mesi da un infortunio ai legamenti del ginocchio, non ha intenzione di abdicare.

King Zlatan c’è e gli sono serviti 16 minuti nel match di Champions League tra Basilea e Manchester United (che ha visto la vittoria per 1-0 degli svizzeri). Quello di mercoledì 22 novembre, infatti, è stato il suo esordio ufficiale in Champions League con i Red Devils: in Europa, Ibrahimovic, aveva giocato l’anno passato, ma in Europa League, facendosi, tra l’altro, male proprio nel match contro l’Anderlecht lo scorso 20 aprile.

Con questo gettone, il 120esimo dall’inizione della sua carriera, lo svedese diventa il primo giocatore nella storia della Champions League a disputare la coppa dalle grandi orecchie con sette – ripetiamo sette – squadre diverse: Ajax, Juventus, Inter, Barcellona, Milan, PSG e Manchester United.

In campo dalla stagione 2002-2003 (quella del vittoria del Milan sulla Juventus nella finale dell’Old Trafford), Ibrahimovic ha avuto un rapporto scontroso con la Champions: nonostante i tanti cambi di maglia, non è mai riuscito ad avvicinarsi all’idea di poter alzare il trofeo della competizione per club più importante al mondo. E, in alcuni, casi ha chiuso la stagione a bocca asciutta senza segnare nemmeno una rete: nel 2004-2005, primo anno alla Juventus e 2006-2007 alla sua prima stagione con la casacca neroazzurra dell’Inter.

Gustiamoci, però, ciascun “primo gol” in Champions League con le diverse maglie della sua carriera:

AJAX

Esordio con botto per Ibra con i Lancieri al suo debutto in Champions. Prima partia del girone D, Ajax – Lione, viene decisa il 17 settembre 2002 proprio dalla doppietta dello svedese. E che doppietta! Ibrahimovic segnerà altri tre gol durante il torneo (uno anche contro la Roma), prima di uscire ai quarti contro il Milan, nell’indenticabile match finito 3-2.

 

 

JUVENTUS

La prima stagione con la Vecchia Signora, come visto, si conclude con uno zero nella casella “gol segnati”. Per Ibra dieci presenze, ma nemmeno una rete. L’anno successivo, 2005-2006, piazza tre reti tutte nella prima fase del girone A, rimanendo a secco negli ottavi e nei quarti, dove la Juventus viene fatta fuori dall’Arsenal. Il suo primo gol con i bianconeri in Champions è contro il Rapid Vienna il 27 settembre 2005. Anche qui, un gol davvero notevole.

 

INTER

Primo anno in nerazzurro e stesso copione come durante l’esperienza alla Juventus. Ibrahimovi manca l’appuntamento con il gol che ritorna, nell’anno 2007-2008, anche questa volta nel girone G alla seconda giornata, con la doppietta contro il PSV Eindhoven, il 2 ottobre 2007. Ibra segnerà altre tre reti, rimanendo nuovamente a secco nella fase a eliminazione diretta: l’Inter, infatti, uscierà per mano del Liverpool.

 

 

BARCELLONA

Quella di vincere la Champions League inizia a essere un’ossessione per Ibrahimovic che lascia l’Inter per giocare nel club più vincente di questa era, il Barcellona. E’ l’anno 2009-2010, anno che i tifosi interisti ricorderanno per il Triplete, beffardo agli occhi dello svedese. Nella squadra blaugrana resiste solo un anno, realizza quattro reti in Champions arrivando fino in semifinale, il punto più lontano raggiunto dallo svedere nella sua carriera europea. Il primo gol è il 20 ottobre 2009 nella sconfitta, storica e davvero impensabile, del suo Barça contro il Rubin Kazan. E vale davvero la pena rivedere tutte le azioni di quell’incontro:

 

 

MILAN

E’ l’ultimo grande sussulto della storia di Berlusconi al Milan. I Rossoneri piazzano una formazione in grado di vincere lo scudetto nell’anno 2010-2011, puntando forte su Ibrahimovic. Il 15 settembre 2010, lo svedese bagna il suo esordio in Champions League con una doppietta all’Auxerre. Proprio come con l’Ajax, finora unico club nel quale ha segnato al suo debutto, Zlatan fa innamorare i suoi nuovi tifosi. Ma non solo: il suo fu proprio l’esordio rossonero a San Siro.

 

 

PARIS SAINT GERMAIN

Nel 2012 il Milan perde i pezzi e due su tutti, Thiago Silva e Zlatan Ibrahimovic volano a Parigi. Nel PSG, Zlatan, nel pieno della maturità calcistica, rimane per quattro stagioni (mai così a lungo in un club) raggiungendo numeri pazzeschi: 180 presenze, 156 gol e 61 assist. Così come con Ajax e Milan, anche con il team francese, Ibra segna al suo debutto in Champions. E’ il 18 settembre 2012 e segna una rete nel 4-1 sulla Dinamo Kiev. L’anno successivo, 2013-2014, sarà il più prolifico per l’attaccante svedese che piazzerà 10 reti in Europa.

 

Riuscirà Ibrahimovic a segnare anche con il Manchester United? Siamo pronti ad aggiornare questo articolo…e chissà magari lo vedremo clamorosamente anche ai Mondiali del 2018. La Svezia c’è…

Neymar, al centro di critiche e pettegolezzi, non riesce più a trattenere la pressione esercitata dalla stampa e crolla proprio in conferenza stampa.

È accaduto durante l’ultimo incontro con i giornalisti dopo la partita disputata dal Brasile a Lilla. La questione è sempre la stessa: non si perdona al giocatore di aver lasciato il Barcellona per essere andato a giocare al Psg e addirittura si vocifera che anche lui stesso si sia pentito della sua scelta. Ma ecco la replica di Neymar:

Non è successo niente, ho letto solo un sacco di cose inventate. Sto bene, sono felice, motivato, soddisfatto, sono un giocatore che dà tutto in campo e tutto ciò che sta venendo fuori mi dà molto fastidio, perché stanno inventando un sacco di storie che non sono vere. Non ho problemi con Cavani, non ho alcun problema con l’allenatore. Io voglio solo essere felice, non sono venuto (a Parigi) per dare fastidio a nessuno, quindi vi chiedo di smettere, visto anche la mia importanza per la squadra e il mio ruolo in campo. 

Nessun rimpianto, quindi e nessun pentimento giustificano i continui attacchi da parte della stampa che non smette di criticarlo. La frustrazione per essere continuamente al centro di queste polemiche prende, però, il sopravvento sulla rabbia e il giocatore brasiliano ci tiene a sottolineare di volere solo un po’ di tranquillità:

Non sono arrabbiato, sono venuto volentieri a parlare, non mi piacciono i trambusti e le storie inventate. Oggi parlo per rispondere alle persone che pensano di sapere tutto e non sanno niente. Quindi è più facile sentire quello che esce dalla mia bocca. Ripeto, non ho alcun problema al PSG, quello che mi preoccupa è la pressione della stampa. Sono un ragazzo a cui piace vincere e vincere titoli. Sono felice di essere andato al Psg, sono stato felice quando ho lasciato Barcellona e sono felice ora

Anche il ct del Brasile Bacchi interviene e a difesa dell’amico con il quale ribadisce di non avere alcun problema. Dalle sue parole si evidenzia una grande ammirazione per Neymar, soprattutto per il suo grande cuore, e questa sincera dichiarazione di stima commuove anche il diretto interessato, che non riesce a trattenere le lacrime ed è costretto ad allontanarsi dalle telecamere.

Ecco il video di questo momento con le parole del ct Bacchi:

Il grande campione argentino Lionel Messi oggi si appresta a realizzare un record storico: 600 presenze nel team del Barcellona!

La partita di stasera, che la sua squadra giocherà contro il Siviglia, segna, infatti, la sua presenza numero 600. Un record incredibile che lo porta direttamente al terzo posto nella storia del club catalano. I giocatori che possono vantare un maggior numero di presenze rispetto all’argentino sono solo due: Andrés Iniesta con 642 presenze e Xavi con 767 presenze.

Onore al merito, quindi, per il giocatore che è riuscito anche a superare lo storico Carles Puyol, che è rimasto fermo a 593 presenza nella squadra.

Messi, dopo ben 600 partite con il Barcellona, rimane l’uomo di punta che continua a collezionare successi e porta con sé dei numeri spettacolari: più di 500 reti segnate con la maglia del Barcellona e 30 titoli vinti.

Ma il goleador non è solo un grande uomo dentro il campo ma anche fuori, come dimostrano le sue iniziative personali che lo portano a sostenere cause umanitarie di grande interesse. Ecco che quindi Messi torna a far parlare di sé, ma stavolta non per una sua prestazione calcistica ma per il suo grande cuore.

Nel 2016 si è conclusa una disputa giudiziaria in cui era coinvolto il fuoriclasse argentino contro un giornalista spagnolo. La causa è stata vinta dal calciatore che ha ricevuto un risarcimento di ben 72.783 euro. Una cifra esorbitante che Messi, senza alcuna esitazione, ha deciso di devolvere a Medici senza Frontiere, per dare sostegno medico ai paesi bisognosi.

Un grande gesto che evidenzia un lato del suo carattere buono e generoso, di contro al carattere deciso e caparbio che siamo soliti vedere in campo per portare la sua squadra alla vittoria. La beneficienza è un punto fermo nella sua vita e in più di un’occasione Messi si mette a disposizione per aiutare chi è più sfortunato di lui.

Nel calcio capita di assistere a questi fenomeni di solidarietà da parte di calciatori celebri: ricordiamo le diverse iniziative di Cristiano Ronaldo che si impegna frequentemente nel sociale per donare un sorriso a chi ne ha bisogno. Proprio di recente il calciatore portoghese ha devoluto l’intero importo ricavato dalla vendita del pallone d’Oro in beneficienza.

Messi, così come Ronaldo e altri, rappresentano quella cerchia di persone che non perdono mai di vista il mondo che li circonda e che, coi loro mezzi, offrono il loro aiuto in modo incondizionato e senza per questo cercare la fama. Del resto, Messi è il classico esempio di calciatore che non ha bisogno di azioni eclatanti per emergere, dopo i suoi innumerevoli successi e i suoi continui traguardi, come il record di stasera.

Cosa manca, quindi, nella vita del grande campione? Forse una cosa ci sarebbe: con la maglia del suo paese d’origine, l’Argentina, Messi non ha mai vinto un mondiale. Riuscire a conquistare anche questo grande traguardo sarebbe la ciliegina sula torta per coronare la spettacolare carriera del calciatore.

Il trionfo di Zanardi non rappresenta solo l’ennesima conquista da parte di un campione, ma un’altra importante vittoria per chi è diverso a causa di determinati limiti fisici.

Ieri Alex Zanardi, paratleta pluripremiato, ha realizzato un altro suo grande obiettivo: innalzare il trofeo dell’Ironman di Barcellona. Nonostante i suoi limiti e nonostante l’età riesce perfettamente a prevalere sugli altri e imporsi sempre come protagonista.

Con i suoi 50 anni è riuscito a superare se stesso ancora una volta ed è il primo a guadagnarsi il titolo in meno di 9 ore.

La specialità dell’Ironman è una sorta di triathlon full distance che incorpora nuoto, ciclismo e corsa.

Il 1 ottobre a Barcellona l’Ironman si è svolto per un percorso complessivo di ben 226 km che erano suddivisi in 3,86 chilometri da fare a nuoto, una prova di ciclismo per una distanza di 180,2 chilometri e una corsa di 42.195 chilometri, a conclusione dell’intera gara.

Alex Zanardi ha vinto con un tempo record di 8h 58′ 59”! Nessuno era mai arrivato a tanto e il successo in Catalogna è totale, riscuotendo applausi da parte di tutti. Il suo incredibile Ironman da record si è avvalso di alcuni strumenti ad hoc pensati proprio per la sua condizione fisica, tra cui l’handbike e la sedia a rotelle olimpica.

L’ex pilota di formula 1, che nel 2001 ha subito dei grossi danni fisici in seguito ad un incidente automobilistico, ha dimostrato che niente lo può fermare e a chi lo vedeva già in “pensione” risponde con questo ulteriore premio conquistato dopo un serio e duro allenamento.

Ecco i numeri che lo hanno accompagnato verso il traguardo: 1:00:04 nei 3.8 km di nuoto, 4h54’22” nei 180 km di bike e infine 2h48’51” nella maratona. Un percorso non privo di difficoltà, che più di una volta lo ha visto vacillare per la stanchezza, senza però precluderne la vittoria finale.

Come non rimanere affascinati dalla sua storia? Zanardi ha fatto dello sport la sua arma contro i limiti che il destino ha cercato di imporgli e ogni giorno e in ogni gara riesce ad essere un esempio per tutti di come si può sempre migliorare ed essere vincenti.

La sua vita da campione non si fermerà di certo qui: Zanardi non ha intenzione di ritirarsi a breve e siamo sicuri che sarà capace di stupirci ancora una volta con altri importanti trofei che si aggiungeranno alla sua collezione.

Umiltà e determinazione sono le qualità che lo guidano in ogni nuova prova, come lo dimostrano le sue stesse parole dopo la vittoria catalana:

Mi scalda il cuore che non mi sentano solo come uno sportivo, perché gli sportivi, anche quelli grandi, da Maradona, ad Alberto Tomba a Valentino Rossi, comunque un po’ dividono. Invece la gente vuole vedere in me qualcosa di diverso

Ancora una volta è riuscito a trasformare l’impossibile in possibile e non possiamo che essere fieri di un campione italiano che è diventato un’icona: il primo disabile a vincere la specialità mondiale dell’Ironman.

Il suo nome è tornato alla ribalta nel primo weekend di ottobre conciso con il referendum per l’indipendenza Catalogna, ma la Selecció Catalana, ovvero la Nazionale di calcio della Catalogna, pur non avendo carattere ufficiale, ha esordi molti antichi, precisamente 1904, e alle spalle circa 200 partite giocate.
La Selecció è patrocinata dalla Fcf (Federació Catalana de Futbol) la quale, come sappiamo, non è affiliata né alla Fifa né alla Uefa, ma nonostante questo, la squadra si ritrova annualmente per disputare incontri amichevoli con altre Nazionali (anche facenti parte della Fifa stessa).

Dal 1997, infatti, ogni anno nel periodo di fine dicembre, una rappresentativa catalana gioca contro squadre tipo Brasile, Argentina, Nigeria e così via. Dopo il Natale, prima dell’uva per Capodanno e dei Re Magi. Feste e tradizioni e come detto da ormai 20 anni, in mezzo, c’è l’amichevole della nazionale della Catalogna.
L’ultimo match si è disputato il 28 dicembre 2016 e ha visto la vittoria della Tunisia ai calci di rigore dopo che la partita si era conclusa sul 3-3. Storici, invece, le sfide contro l’Euskadi, la selezione calcistica dei Paesi Baschi, altra forza fortemente indipendentista e tradizionalista all’interno della Spagna.

Attenzione, dunque, nel pensare che sia una squadra “fantacalcistica”. Nel suo passato, hanno giocato calciatori come Tamudo, Xavi, Guardiola, Cristobal e più recentemente Puyol, Valdés, Capdevila e anche Gerard Piqué, quello che negli ultimi giorni si è esposto maggiormente e ha anche confessato di pensare a un ritiro anticipato dalla Nazionale spagnola, dopo i brutti fatti nei seggi elettorali. Barça ed Espanyol sono le fucine dove pescare maggiormente i giocatori, ma ci sono anche Granada e Celta a dare una mano.
Attualmente la squadra è allenata da Gerard, vecchia conoscenza tra Valencia, Monaco e, ovviamente Barcellona, ma prima di lui dal 2009 al 2013 in panchina si è seduto Johan Cruijff, il cui figlio, Jordi, è stato uno dei primi “non nati” in Catalogna a vestirne i colori in epoca moderna. Uno degli ultimi, invece, è stato il l’ex laziale Keita Baldé, nato nad Arbùcies, paese di 5mila abitanti della comunità autonoma della Catalogna.

Ma quale potrebbe essere l’attuale “undici” tipo? In porta, Kiko Casilla del Real Madrid; in difesa Hector Bellerin dell’Arsenal, assieme a Jordi Alba sulle fasce con Piqué e Marc Batra (attualmente al Borussia Dortmund) come centrali; centrocampo a tre con Sergio Busquets, Cesc Fabregas, giocatore del Chelsea, e Thiago Alcantara che gioca nel Bayern Monaco; attacco ugualmente a tre con Deulofeu, Mariano Díaz del Lione e, per l’appunto, Keita Baldé.
L’allenatore? Ovviamente Pep Guardiola, uno che in passato ha detto:

«Se la Catalogna fosse stata riconosciuta come nazione avrei giocato con quella maglia»

A 71 anni si è abbastanza saggi da capire quando è necessario fermarsi. Respirare. E riflettere. A 71 anni non è necessario inseguire la velocità, essere davanti a tutti e primeggiare. No, se di mezzo ci sono valori più alti e più nobili. Anche se sei un nuotatore e stai partecipando a una competizione internazionale, come i Mondiali Master di nuoto a Budapest.

Fernando Álvarez è salito sul suo blocco di partenza, ha fatto un respiro profondo, ma non si è tuffato. Ha atteso dritto con le mani alzate mentre vedeva gli altri nuotatori muoversi e allontanarsi. Ha aspettato per 60 secondi. Esattamente il minuto di silenzio che aveva chiesto al comitato organizzatore per ricordare e rispettare le vittime dell’attacco terroristico a Barcellona del 17 agosto.

Nessun colpo scenico, ma una silenziosa protesta: da due giorni chiedeva la possibilità di osservare il minuto di silenzio; ha inviato email ma non ha ricevuto risposte. E quindi ha deciso di rispondere lui: a 71 anni, uno che decide di partecipare a un Master, dimostra determinazione e grinta che non si scalfiscono facilmente.
Una risposta quasi beffardo: il protocollo è troppo complesso e non si può spostare l’evento di un minuto? Bene, vuol dire che lo facciamo finire più tardi comunque.

E infatti Fernando Álvarez, specialista nella rana, si è buttato fuori sincrono, più tardi degli avversari, e la sua protesta è diventata eclatante. Anche perché non gli hanno registrato il tempo per non destare sospetti e imbarazzi. Ma i social, quando vogliono, portano in alto storie belle come questa.

Álvarez si è tuffato, dopo il minuto di pace con se stesso, e ha nuotato a rallentatore:

Ho avuto più soddisfazione che a vincere l’oro

Nè paura, nè odio, solo tanta umanità e profondo dolore. A 71 anni si è abbastanza saggi da capire quando fermarsi.