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Una medaglia di bronzo inaspettata quanto insperata quella conquistata da Nicola Tumolero alle Olimpiadi Invernali di PyeongChang nella 10km di pattinaggio di pista lunga.

 

Il 23enne, dopo aver piacevolmente sorpreso nei 5000m, ha colto un terzo posto sorprendente. In effetti l’azzurro non partiva certo tra i favoriti, ma con la forza e con la pazienza è riuscito a costruirsi la gara perfetta battendo anche il fenomeno Kramer. E quasi sicuramente, se arriva la medaglia che non ti aspetti, ha ancora più sapore.

Quest’anno è stato l’anno della consacrazione per il giovane veneto. Ai Campionati Europei di Kolomna (in Russia), Nicola riesce a vincere l’oro nei 5000m, di cui è anche detentore del record italiano. Ora la medaglia olimpica, ed è per questo che da questo grande risultato Nicola Tumolero entra di diritto nello sport azzurro.

Quando si pensa al pattinaggio su ghiaccio maschile, il paragone è, ovviamente, con il grande ex campione Enrico Fabris. Tra i due, oltre lo sport, li accomuna la provenienza. Infatti entrambi sono originari di Asiago.

Fabris, durante le Olimpiadi 2006 riuscì a cogliere tre medaglie: 2 ori (1500 m e inseguimento a squadre) e un bronzo (5000 m).

Fabris è un esempio, per me rappresenta un incoraggiamento continuo!

Ovviamente il nostro Tumolero vola basso e intanto si gode questa medaglia in vista anche delle altre uscite olimpiche che l’attendono.

Arianna Fontana è entrata nell’Olimpo del sport italiano, grazie all’oro conquistato nello Short Track dei 500m a PyeongChang 2018.

Con questa vittoria la nostra portabandiera ha ottenuto una serie di record. Trionfo ottenuto in Corea del Sud, Paese in cui lo Short Track è quasi legge.

La pattinatrice di Sondrio, nella storia della specialità dei Giochi Olimpici, ha raggiunto tali medaglie unicamente la cinese Wang Meng. L’azzurra, inoltre, è stata l’unica europea a salire sul gradino più alto del podio e prima donna all time nella sua disciplina.

L’atleta azzurra delle Fiamme Gialle, inoltre, ha già ottenuto altri record come quello di più giovane italiana a vincere una medaglia olimpica per l’Italia quando, appena quindicenne, a Torino 2006 conquistò il bronzo nella staffetta 3000m.

Lei non vuole fermarsi in vista anche dei 1000 e 1500 metri oltre alla staffetta.

Per ora si gode il meritato momento dato che non è molto frequente vedere la portabandiera italiana vincere una medaglia d’oro.

In effetti erano ben 24 anni che un atleta, protagonista della cerimonia inaugurale, non saliva sul podio più alto di una disciplina olimpica invernale.

L’ultima era stata la campionessa Deborah Compagnoni ai Giochi Olimpici di Lillehammer 1994, nello Slalom Gigante sulle nevi norvegesi.

La nostra Arianna è riuscita nell’impresa dove altre eroine dello sport azzurro come Isolde Kostner o Gerda Weisseinsteiner, o addirittura leggendari campioni come Armin Zoeggeler, non sono arrivati. Nessuno, da Deborah ad Arianna, era riuscito a salire sul gradino più alto del podio portando sulle spalle il Tricolore.

Ma facendo un salto nel passato, negli annali dei Giochi, fino alla prima storica edizione di Chamonix 1924, si scopre che soltanto altri due atleti sono riusciti a vincere l’oro da portabandiera: impresa realizzata dal grandissimo Alberto Tomba nel 1992 ad Albertville e, otto anni prima a Sarajevo, da Paul Hildgartner nello slittino (che fu ancora portabandiera nell’88 a Calgary scivolando però lontano dal podio).

Neppure il leggendario Gustav Thoeni, leader della Valanga azzurra, per due volte (Innsbruck ’76 e Lake Placid ’80) ebbe l’onore di guidare la squadra sventolando la bandiera italiana, ma in gara dovette accontentarsi, si fa per dire, di un argento. Niente oro, comunque, come chi l’aveva preceduto, dal 1924 al 1976. Stop. Solo quattro portabandiera su 21, in quasi un secolo e 23 edizioni di Giochi invernali, hanno centrato l’impresa: nessuno dal 1924 al 1980, tre dal 1984 al 1994, una quest’anno a PyeongChang, l’incredibile Arianna Fontana.

Vincere da portabandiera è qualcosa che porterò nel mio cuore gelosamente!

Ventidue centimetri per giungere davanti a tutti. Traguardo tagliato con la grinta di una guerriera che non si è fatta prendere dalla tensione, ma che ha sfruttato la l’emozione in adrenalina agonistica.

È questo ciò che ha realizzato la nostra Arianna Fontana in pista. Al comando dallo scatto sino alla conclusione della gara, ha fatto capire chi è Ary e che avrebbe fatto vendere cara la sua pelle. Un oro atteso 8 lunghi anni.

La squalifica della sudcorena Choi non ha cancellato tutto il buono fatto in pista nei 500m, per conquistare un meritatissimo oro.

Sesta medaglia olimpica per la nostra portabandiera, la prima vinta nel 2006 ai Giochi Invernali di Torino.

Finalmente il mio sogno è diventato realtà. L’ho sognato tante volte ma viverlo è anche meglio!

In effetti non capita spesso vincere un oro olimpico, ma lei è entrata di diritto nella storia dello sport italiano e internazionale.

È stato un lungo viaggio, più bello di come lo avevo immaginato. È un oro che inseguivo da anni, una sensazione stupenda tagliare il traguardo davanti alla coreana in casa sua. Voglio ringraziare Coni, Federazione e famiglia.

Grazie Anthony per essere al mio fianco, assicurandomi di aver fatto tutto ciò che dovevo fare per essere pronta per questo #evento. 🙌 È stato il #viaggio di una #vita , e non è ancora finito 💚💚💚 Thank you @anthony_lobello for being by my side; making sure I did everything I needed to do in order to be #ready for this #event. It’s been the #ride of a #lifetime. And it’s not finished yet! 🤘😝 Fit-Fast-Focused. #FRAG (if you don’t know, you better ask someone) • • • #italiateam #TeamA 🇮🇹 #DAOAthlete #DAOInTheWorld #FiammeGialle 🔰 #shorttrack #speedskating #шорттрек #쇼트트랙 #短道速滑 #schaatsen ⛸ ‪#i2018평창 #hellopyeongchang #pyeongchang2018 💙💛🖤💚❤ ‬#olympics ‪#winterolympics ‬#FuocosulGhiaccio 🔥 #herbalife #TOYOTATEAM #teamyoungitalyunipolsai 💁🏼 #valentinesday #sanvalentino 💝

Un post condiviso da Arianna Fontana (@aryfonta90) in data:

Con questo trionfo Arianna Fontana è diventata un orgoglio dello sport azzurro e anche il presidente del Coni, Giovanni Malagò, era convinto che la pattinatrice avrebbe regalato gioie al popolo italiano.

Una cosa è certa la nostra Arianna si è emozionata e ha emozionato tutta l’Italia intera

È stato campione del Mondo con la Nazionale italiana nel 2006, ha saputo farsi strada da solo sia in Italia che all’estero. Ora, a 36 anni, è riuscito nuovamente a mettersi in gioco in una piccola squadra maltese dopo il bizzarro tentativo di cercare lavoro sul social network LinkedIn.

Stiamo parlando del difensore Cristian Zaccardo, classe 1981 che attualmente gioca nella massima serie del calcio maltese nell’Hamrun Spartans in cui giocano anche  altri italiani.

Cristian Zaccardo insieme a Davide Succi e Marco Criaco

Ma la sua carriera è stata ricca di soddisfazioni: su tutte, ovviamente, la vittoria del Campionato del Mondo 2006 con l’Italia, la Bundesliga con il Wolfsburg e il debutto in Champions League ed Europa League.

Come sta andando l’avventura nell’Hamrun?

L’avventura sta andando abbastanza bene. Sono arrivato a campionato in corso in una squadra di seconda fascia, ma con l’aspirazione di arrivare nei primi 3 posti entro l’anno prossimo. Per me questi mesi sono di conoscenza del calcio maltese un po’ differente dal nostro con la programmazione di fare una squadra molto più competitiva la prossima stagione.

Com’è l’ambiente?

Ho trovato un’ambiente diverso dal calcio italiano. Spero che con la mia esperienza e conoscenza possa aiutare la squadra a crescere sotto diversi aspetti. Tuttavia prima di intraprendere quest’avventura mi sentivo ancora adatto per palcoscenici importanti, ma ora non saprei. Penso di aver smesso , ora mi concentro su esperienze estere. Posso comunque consigliare a chiunque di provare un’esperienza all’estero.

La storia dell’annuncio su LinkedIn ha fatto il giro dell’Europa. Come hai avuto quest’idea?

Dopo tanti anni di calcio mi è venuta l’idea di pubblicare l’annuncio su LinkedIn perché vedevo che, nonostante potessi servire a molte squadre, non avevo più l’appeal ed è per questo che ho deciso di fare questa iniziativa. Ho parlato con diverse squadre soprattutto fuori dall’Italia e ciò mi ha permesso di avere molti contatti all’estero, anche per il futuro.

Con la maglia azzurra hai vinto anche l’Europeo Under 21 nel 2004. È stata una grande vittoria?

Si è stata una gran bella vittoria! Peccato che coincida anche con un nostro ultimo trofeo Under 21. Tuttora non riesco a capire perché non riusciamo più a vincere qualcosa con gli azzurrini.

Sei uno dei “superstiti” anche e soprattutto del Mondiale 2006, cosa pensi del recente flop azzurro?

Mi dispiace tanto, così come dispiace a tutta la popolazione italiana. Purtroppo è stata una sconfitta per il nostro sistema calcio. Spero che si possa fare meglio in vista del futuro. La Nazionale deve essere guidata da persone competenti e professionali.

Qual è il ricordo più bello di quella vittoria mondiale?

 Mi è rimasta l’emozione di aver alzato la Coppa più prestigiosa che un calciatore possa vincere. Ahimè vorrei però cancellare l’episodio dell’autogol.

L’aver preso parte alla spedizione azzurra vincente, ti ha dato un cambiamento alla tua carriera?

 Certo! Sicuramente ha aumentato la mia visibilità nel mondo del calcio, ma sul campo nessuno ti regala niente e quindi bisogna sempre dimostrate di valere qualcosa. Soprattutto se vuoi restare ad alti livelli!

L’8 ottobre 2005, nella Palermo in cui giocavi, un tuo gol ha spianato la strada per Germania 2006. Come ti sei sentito? Cos’hai provato? 

È stata una bella gioia personale! Leggere il giorno dopo sui giornali “Zaccardo porta l’Italia ai Mondiali” è stata una bellissima soddisfazione. Con la vittoria contro la Slovenia fu centrato matematicamente l’accesso al Campionato del Mondo 2006 che, poi avremmo vinto.

Palermo è stata una piazza che ti ha dato tanto, vero?

 Certamente! La città di Palermo, così come i tifosi, mi hanno regalato tanto. Anche il club rosanero mi ha dato tanto. Con il Palermo sono riuscito a giocare in Europa League per la prima volta, così come è arrivata la prima convocazione con la Nazionale maggiore.

E la sua prima esperienza “Italians” al Wolfsburg?

Anche l’anno in cui sono stato in Germania è stato positivo. Avevamo un gruppo straordinario e poi siamo riusciti a vincere la Bundesliga al primo colpo. Che volere di più? (ride, ndr).

Tra le altre notizie più “curiose” c’è quella legata al fatto che hai indossato la maglia numero 9 a Vicenza, cosa strana per un difensore. Come mai?

Avrei preso tranquillamente l’81 (mio anno di nascita), ma in Serie B il regolamento non lo ha consentito. Quindi rimanevano il 9, il 17 e l’ultimo numero della lista 30 e qualcosa. Non avevo tantissima scelta.

Al Milan hai trascorso due stagioni e mezzo. Credi che già da quando eri tu in squadra c’era qualcosa che non andava a livello di gruppo?

Quando sono arrivato io, il Milan aveva perso giocatori come Thiago Silva, Ibrahimovic, Nesta, Gattuso, Inzaghi, Zambrotta, Seedorf e Pirlo. È stato normale e fisiologico andare in difficoltà. Ora spero che piano piano torni ad essere il Milan di una volta. Faccio il tifo per loro!

È la stella dell’Italia del judo, ha scalato molto per raggiungere gli altissimi livelli in cui è ora. La campionessa azzurra Edwige Gwend, classe 1990, col suo carisma e la sua dedizione sportiva ha avuto modo di mettere in mostra tutto il suo talento. Atleta del gruppo Fiamme Gialle, da poco è stata insignita anche del premio migliore judoka del 2017.

Partiamo dal passato, come mai hai deciso di intraprendere l’attività sportiva del judo?

Posso confermare che il mio avvicinamento al judo è avvenuto in maniera abbastanza casuale. La mia famiglia è perlopiù di tradizione calcistica, tant’ è che anche mia sorella maggiore lo pratica.
Io a differenza del resto della mia famiglia seppur mediocre nel calcio, non me ne sono mai innamorata e  così già da piccola, a sei anni per la precisione, ho voluto provare qualcosa di diverso. Una palestra di judo vicino casa mi ha permesso di scoprire questo splendido sport e farlo mio

Cosa ti ha dato, nel corso degli anni, questo sport?

Questo sport mi ha dato tanto, e dico che non mi ha tolto niente. Sono cresciuta sia grazie ai miei genitori che grazie al judo che mi ha fatto anch’esso da “genitore”.
Il judo mi ha cresciuta, mi ha formata e ha reso l’Edwige che sono ora.
Questo sport  mi ha plasmato il carattere, mi ha fatto capire il significato dell’impegno, della sofferenza, della caparbietà, del porsi degli obiettivi e cos’è il rispetto. Il judo mi ha educata!

Hai mai pensato di provare a fare un’altra disciplina?

Forse da piccolina un po’ ci ho pensato, ma perché in realtà avrei voluto provare di tutto ero abbastanza curiosa. Il judo, però, mi ha allettata sin dall’inizio e non c’era niente di meglio dello stare scalzi sul tatami a correre qua e là con gli amici

Nel corso della tua carriera ci sono stati dei bei momenti, qual è il più bel ricordo che hai con addosso il judogi?

Lo dico sempre che il ricordo più bello per me è stato il mio primo campionato italiano all’età di 15 anni. Ebbi la possibilità finalmente di parteciparvi perché acquisii la cittadinanza italiana. La vittoria rese ancora il tutto più bello!

Quale, invece, è stato il periodo più buio?

Il periodo più brutto è indubbiamente stato quello dopo l’Olimpiade di Rio de Janeiro 2016. È stato un pessimo periodo sia dal punto di vista sportivo per come si era conclusa la gara in Brasile che familiare, a causa della perdita del mio fratello più grande

Cosa ti aspetti, a livello sportivo, per il futuro prossimo? Immagino anche Tokyo 2020?

Per quanto riguarda gli obiettivi Tokyo 2020 è indubbiamente il più grande e il più importante. Ma ad oggi, dopo aver acquisito una certa maturità, cerco di pensare e a pormi obiettivi a breve/medio termine.
Diciamo che preferisco vivere passo dopo passo i miei piani sportivi così che possa trovare sempre gli stimoli giusti. Lo scopo primario è quello di arricchire il mio palmares e concretizzarlo ancor più possibile

Come avviene la preparazione fisica e mentale per una gara?

La preparazione fisica varia in base alla gara o meglio ancora in base all’obiettivo di gara.
In base a ciò varierà il carico di lavoro: dalla tecnica allo studio dell’avversario. A livello mentale si ricerca sempre la tranquillità interiore, pensando ai propri punti di forza da sfruttare al massimo sul tatami

Il judo oltre a essere uno sport è anche uno stile di vita. È vero?

Verissimo! Una cosa che spesso diciamo è : “una volta judoka, sempre judoka!”.
Il perché sta nel fatto che il judo ti forma, diventa quindi parte della tua vita, parte di te!
Il judo ti insegna a cadere per poi saperti rialzare nello sport così come nella vita! Devo ammettere che senza questo sport, tanti episodi della mia vita scuramente non li avrei superati e non sarei stata in grado di superarli nemmeno oggi

Arrivata in Italia da piccolina, ti senti un po’ anche africana? Hai ancora qualche caro in Camerun?

Italianissima nel cuore! Ma nelle radici c’è anche un bel po’ della mia splendida Africa, del mio splendido Camerun! Mi sento anche una Leonessa d’Africa! Sono super fortunata di aver questo connubio dentro di me.
Della cultura camerunense mi piace il senso di solidarietà che si crea tra i connazionali, specialmente quando si emigra, e il senso di rispetto verso le persone più adulte.
In Camerun ho tantissimi familiari, molti zii e cugini pensa che nemmeno li conosco tutti! (ride, ndr)

Cosa pensi sulla legge dello Ius Soli?

Credo fermamente che lo Ius Soli sia la strada più che giusta da intraprendere. È una legge che per quanto e come sia cambiato il mondo mi pare assurdo non sia ancora in vigore. Per quanto tempo ancora vogliamo negare l’italianità a ragazzi italiani, solo perché nati da genitori stranieri?
Il fenomeno delle seconde generazioni è in atto da un bel po’ di tempo più di quanto si pensi! Pertanto a mio avviso è seriamente assurdo che una legge come lo Ius Soli non sia ancora stata attuata

È una delle stelle nascenti del basket italiano, dal dicembre 2015 è in America pe studiare e migliorarsi, è già nel giro della Nazionale maggiore di pallacanestro guidata dal commissario tecnico, Marco Crespi.

Stiamo parlando di Elisa Penna, ala della Wake Forest University classe 1995. Nata a Bergamo, ha avuto modo di calcare i parquet della Serie A1 con la Reyer Venezia, prima della chiamata dagli Stati Uniti d’America.

Come procede l’avventura sportiva nel Wake Forest University?

L’avventura qui negli States procede davvero alla grande. A Wake Forest mi trovo bene, soprattutto grazie alle persone meravigliose che mi circondano, gente che è pronta a darmi una mano nel momento del bisogno.
Amici, allenatori, responsabili e tutti coloro che lavorano nel dipartimento atleti mi sono molto vicini, sono coloro che mi aiutano a crescere quotidianamente non solo dal punto di vista cestistico, ma anche da quello umano.

Come va, invece, dal punto di vista “accademico”?

Dal punto di vista accademico sono molto soddisfatta del mio andamento.  L’università è molto impegnativa e i professori esigenti, ma sto studiando ciò che mi appassiona (psicologia e antropologia); pertanto il tutto è più interessante e passare gran parte del mio tempo sui libri pesa relativamente.

Sei negli Usa da 2 anni, in cosa ti senti migliorata, sia sportivamente che umanamente?

Credo che questi due anni trascorsi in America mi abbiano aiutata molto non solo dal punto di vista sportivo, ma soprattutto a livello personale.  Questa esperienza mi sta rendendo più sicura di me stessa in campo e fuori. Mi sta aiutando tantissimo nell’essere più aperta come persona e, quindi, meno introversa. Sto avendo la possibilità di vedere e scoprire molte cose nuove. È anche per questo che sono davvero grata per l’opportunità che mi è stata data.

La vita sportiva che stai vivendo a Winston è nettamente diversa di quella che hai vissuto in Italia?

L’esperienza qui in America è molto diversa rispetto a quella vissuta in Italia. Credo che la differenza maggiore sia dovuta al fatto che qui, facendo sport per un’università, giocare a basket non è l’unica cosa che conta.
Prima di tutto c’è la scuola e, se non si ottengono buoni risultati dal punto di vista accademico, si rischia di non giocare fino a che non si migliora la media scolastica. Inoltre, il campionato è strutturato in maniera diversa da quello Italiano: giochiamo due partite a settimana. Si inizia a novembre per finire poi i primi di aprile. La stagione è breve, ma molto intensa!

Hai stretto delle amicizie, ti senti parte integrante del gruppo che si è creato nella University?

Certo! Grazie al fatto che con l’inglese va sempre meglio, mi sento sempre più a mio agio. Ho potuto creare delle ottime amicizie non solo in squadra, ma anche con altri atleti e alcuni studenti dell’università.

Com’è essere nel college che è stato di Tim Duncan?

Pazzesco! In tutti gli edifici sportivi ci sono sue immagini o maglie. Tim Duncan è davvero un’ispirazione per moltissimi atleti, e non solo, a Wake Forest.

La stagione come sta andando?

Siamo a metà stagione ormai, e per ora stiamo facendo bene. Abbiamo perso un paio di partite che si potevano portare a casa, ma siamo una squadra giovane  che ha tanta voglia di migliorare, e sicuramente queste due sconfitte non possono far altro che servirci da lezione per il futuro.  Sono convinta che se lavoriamo duro ogni giorno in palestra, come stiamo facendo, riusciremo a toglierci delle belle soddisfazioni quest’anno.

Hai avuto modo di ricevere la chiamata dal ct Crespi, quanto è importante per te indossare la maglia azzurra?

La maglia azzurra è la più bella maglia che un giocatore possa indossare. Poter portare la scritta Italia sul petto è un grandissimo onore, e con sé porta anche grandi responsabilità. Sono davvero onorata e grata per questa chiamata, anche se purtroppo non ho potuto unirmi al resto della squadra per questo primo round di qualificazioni per l’Europeo per via di un piccolo infortunio. Ma le emozioni che derivano dal vestire la maglia azzurra mi mancano, e spero di poterla indossare di nuovo un giorno.

Cecilia Zandalasini, tua compagna di nazionale, ha vinto il titolo Wnba a Minnesota. Ti piacerebbe un giorno fare il salto in WNBA?

La WNBA è un sogno che spero di trasformare in realtà un giorno. Faccio davvero i miei complimenti a Cecilia per l’anello vinto con le Lynx! Come si dice: “tanta roba”! (ride,ndr).

Credi che il basket femminile sia ancora poco considerato rispetto a quello maschile e anche ad altri sport?

Credo che il basket femminile in Italia stia piano piano crescendo di popolarità. Credo che molte persone si siano avvicinate al basket in rosa grazie agli ottimi risultati che la nazionale sta raggiungendo negli ultimi tempi.

Ti manca l’Italia?

Si, l’Italia, casa, amici e famiglia mi mancano tanto. I miei pensieri sono sempre lì e nel mio cuore. Questo me li fa sentire più vicini.

Qual è il vero sogno che vuoi realizzare?

Lo svelerò quando si avvererà! (ride,ndr).

C’è qualche aneddoto goffo e scherzoso che ci vuoi raccontare?

Mi fanno ridere i mille modi in cui gli americani pronunciano il mio nome. Ogni giorni è diverso!

Nelle ultime giornate dedicate ai Mondiali di scherma paralimpica di Roma il medagliere arriva a quota 11 per l’Italia perchè vede gli azzurri primeggiare e conquistare il podio ancora e ancora.

Non una, ma altre due medaglie d’oro chiudono con successo la competizione, con l’oro del fioretto femminile a squadre e l’oro nella sciabola maschile a squadre.

Nella sua prova più difficile, Bebe Vio come sempre dà il massimo e riesce a raggiungere ancora un traguardo stavolta insieme alle sue compagne Loredana Trigilia e Andreea Mogos.

La campionessa raggiunge quindi il suo bis d’oro (un’impresa tentata anche ai Giochi paralimpici di Rio, dove però la squadra conquistò invece il bronzo) ed è fiera del lavoro svolto insieme alla squadra, formata non solo da colleghe ma soprattutto da amiche.

È bello, bellissimo. Siamo veramente felicissime. Lo volevamo tanto, questo oro mondiale era il nostro sognoMagari ora riusciamo anche a vincere l’Olimpiade, se Loredana non si ritira. Una dedica? Alla mia squadra. Più che una squadra, siamo una vera famiglia. Andiamo avanti tutte insieme e lottiamo insieme. In squadra rendiamo di più, funzioniamo meglio, andiamo benissimo perché sappiamo che possiamo contare una sull’altra. Non vedi l’ora di finire, guardare in faccia le compagne, abbracciarle, piangere insieme e ascoltare l’inno. È tutta un’emozione: questo ci porta avanti

Le azzurre, unite e grintose, si sono scontrate in semifinale con Honk Kong che hanno battuto per 45-39 e poi in finale hanno piegato la Russia per 45-23, conquistandosi la medaglia d’oro.

Le soddisfazioni per il team azzurro continuano con la prova finale della squadra di sciabola maschile, formata da Edoardo Giordan, Alberto Pellegrini, Marco Cima e il campione Alessio Sarri, che si contendono il titolo con la Russia in finale e la battono per 45-40, diventano campioni del mondo.

Un oro assolutamente meritato che è il frutto di un duro lavoro di squadra che ha portato i campioni a superare dapprima la Polonia ai quarti di finale e poi la fortissima Grecia, arrivando fino alla gara finale contro la Russia.

Ancora medaglie per gli azzurri

Il medagliere italiano continua a sorridere grazie alle grandi prestazioni degli altri azzurri in gara al Mondiale di Scherma paralimpica.

Un secondo posto per il quartetto della sciabola femminile: Loredana Trigilia, Andrea Mogos, Marta Nocent e Rossana Pasquino conquistano la medaglia d’argento, seconde solo all’Ucraina.

Infine, arrivano anche altre due medaglie di bronzo vinte nel fioretto maschile categoria C da William Russo e nella spada femminile categoria C da Consuelo Nora.

Il Presidente del Comitato italiano paralimpico, Luca Pancalli, così esalta tutti i campioni italiani:

E’ un Mondiale straordinario con risultati strepitosi. Complimenti alla federazione, che sta raccogliendo i frutti di un lavoro serio e professionale in cui ha messo passione ed entusiasmo: i risultati si vedono

Un elogio che è rivolto agli atleti italiani che hanno partecipato al Mondiale e ha reso il nostro paese l’assoluto protagonista con 5 ori, 3 argenti e 3 bronzi.

La partita di andata dell’Italia contro la Svezia non è andata bene: il secco 1-0 della nazionale svedese ha lasciato il segno non solo ai tifosi ma anche a chi ha vissuto in prima persona questi momenti, anche se in altri mondiali. Parliamo di Pirlo, che ha seguito la partita da casa e ha commentato in un’intervista a Skysport 24 il gioco degli azzurri e l’esito finale.

Sembrava una squadra impaurita che stava giocando per lo 0-0. In ambito europeo non basta: adesso ci sarà da soffrire e la pressione aumenterà perché quando devi recuperare non è mai facile. Al ritorno sarà un’altra partita

Queste le sue prime dichiarazioni sulla nazionale azzurra, che secondo il calciatore non ha dato abbastanza come avrebbe dovuto. E ora viene la parte più difficile perché recuperare lo svantaggio di ieri non sarà affatto facile: serve un duro allenamento e tantissima determinazione per vincere con quei due gol di scarto che servono per andare ai Mondiali di Russia 2018.

Un ruolo fondamentale per dare la giusta grinta alla sua squadra deve venire direttamente dal ct Ventura, che deve ora spronare i suoi a dare il massimo nella partita di ritorno che sarà giocata lunedì 13 novembre.

Sarà dura per Ventura trovare delle parole da dire al gruppo, saranno 2 giorni intensi, pieni di pressione. Ma l’allenatore deve avere già in mente la squadra che vorrà schierare e deve sapere quale sarà la partita da affrontare. Affidarsi a San Siro? San Siro non segna, non ho mai visto un tifoso fare gol. Bisognerà avere pazienza per trovare gli spazi e fare male alla Svezia. Saranno 2 giorni pesanti e, anche se è noioso, penso che sia necessario rivedere i video di questa partita. I ragazzi devono rimanere concentrati perché l’obiettivo è troppo importante

E Pirlo commenta anche le prestazioni dei giocatori in campo ieri, soprattutto di Verratti, che forse intimorito dalla prima ammonizione non ha giocato come è solito fare e si è un po’ lasciato andare senza combattere, come del resto anche i suoi compagni.

La sconfitta dell’Italia, infatti, secondo Pirlo non può essere attribuita all’arbitraggio. Ecco le sue parole a riguardo:

Mi sembra riduttivo attaccarsi a queste cose. La squadra deve dare di più, ci vuole più qualità per vincere queste partite. In ambito europeo non è come in Italia, dove al primo contatto ti possono fischiare una punizione: si va allo scontro e si sta a vedere cosa decide l’arbitro. L’atteggiamento mi è sembrato sbagliato: ho visto la tendenza a lasciarsi andare. In queste partite bisogna andare oltre tutto questo e dare il 100%: è in queste partite che si vedono i veri giocatori

Insomma, è chiaro che l’ex campione del mondo, che oltre ad aver preso parte a diverse competizioni mondiali tra cui quella vincente in Germania, con le sue dichiarazioni vuole incentivare i suoi colleghi azzurri a fare di più per riuscire a riprendersi a tutti i costi quel pass importantissimo che li può portare in Russia e che al momento risulta molto incerto. Dall’alto della sua esperienza nella nazionale si sente molto vicino ai giocatori e al ct Ventura e spera che siano capaci di risollevarsi in vista del prossimo match e rivivere, magari, le sue stesse emozioni del 2006, quando ha sollevato coi suoi compagni la coppa del mondo.

Dopo la sconfitta per 1-0 contro la Svezia nell’andata dei playoff di qualificazione ai Mondiali, l’Italia è chiamata a ribaltare il risultato per ottenere il pass per volare in Russia. Ma basta una vittoria? Ecco le possibili ipotesi:

  • L’Italia si qualifica se batte la Svezia con due o più gol di scarto. Si parte, dunque, da un 2-0 per poi andare su 3-1, 4-2 e così via;
  • Se l’Italia dovesse vincere 1-0 nel match di San Siro, la qualificazione passerebbe attraverso i supplementari;
  • Tranne che con l’1-0, all’Italia non basta vincere con un solo gol di scarto: con 2-1, 3-2 e via dicendo, a passare il turno sarà la Svezia.

 

Ricordiamo che il match di ritorno si giocherà lunedì 13 novembre allo stadio San Siro, ore 20,45. Ora più che mai è fondamentale essere uniti.

La coppa del Mondo di ciclismo su pista 2017 è iniziata! Quest’anno è comiciata in Polonia nella città di Pruszkow, ospitando ciclisti di tutto il mondo, compresi i nostri azzurri.

L’evento si terrà dal 4 novembre al 21 gennaio 2018, secondo un calendario che prevede 5 tappe: Pruszkow, Manchester, Milton, Santiago e Minsk. I ciclisti in gara si sfideranno nelle gare a squadre e in quelle individuali, sia nella categoria maschile che in quella femminile.

La squadra azzurra che mira al titolo nella categoria maschile è formata da Francesco Lamon, Liam Bertazzo, Simone Consonni, Michele Scartezzini e Filippo Ganna, invece la squadra femminile da Elisa Balsamo, Tatiana Guderzo, Francesca Pattaro e Silvia Valsecchi.

Nella prima giornata si sono svolte le qualificazioni dell’inseguimento e subito gli azzurri sono riusciti ad imporsi sugli avversari conquistandosi il diritto di gareggiare per l’oro.

Il quartetto maschile composto da Liam Bertazzo, Filippo Ganna, Francesco Lamon e Michele Scartezzini ha svolto la prova con un tempo di 3:58.784, superando i padroni di casa e gli avversari tedeschi e danesi. L’obiettivo è duplicare il successo ottenuto ai recenti Europei, dove ricordiamo sono saliti sul podio per ricevere una meritata medaglia d’argento. 

Anche il poker rosa, formato da Elisa Balsamo, Tatiana Guderzo, Francesca Pattaro e Silvia Valsecchi, ha fatto da protagonista nell’inseguimento a squadre dominando con un tempo di 4:24.006, e lasciandosi alle spalle Canada e Gran Bretagna. Le campionesse agli Europei puntavano sin dall’inizio ad un altro oro anche in questa competizione e ci sono riuscite! In finale contro il Canada riescono a vincere la prima tappa di questa Coppa del Mondo di ciclismo su pista 2017.

Nelle gare individuali spicca tra i primi un altro azzurro, Liam Bertazzi, che si guadagna il terzo posto nella gara a punti (21), arrivato dopo Volikakis Christos (27) e Panassenko Nikita (42).

Nella seconda giornata l’Italia si è messa da parte e ha chiuso questa tappa polacca senza risultati eclatanti. Si registrano, invece, i successi di Belgio, Australia, Olanda e Germania.

Ora i ciclisti si spostano a Manchester dove il 10 novembre comincerà la seconda tappa della competizione.

Per seguire le gare bisognerà aspettare le finali di domenica, che saranno trasmesse su Eurosport 2 in diretta dalle 17.30 e in streaming su Eurosport Player. Alle 23.00, invece, seguirà una sintesi su Raisport.

Tappe della Coppa del mondo di ciclismo su pista 2017

Ecco le date delle tappe della competizione:

4-5 novembre: Pruszkow (Polonia)

10-11 novembre: Manchester

2-3 dicembre: Milton

9-10 dicembre: Santiago

19-21 gennaio: Minsk

Calendario domenica 5 novembre

11:00-16:11 Qualificazioni

17:30-21:32 Finali: Velocità a squadre Donne, Inseguimento ind. Donne, Inseguimento a squadre Uomini, Madison Donne, Velocità ind. Uomini, Omnium Uomini, Keirin Donne