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Allora come oggi lo si vede in giro nei circuiti automobilistici con in testa un vistoso cappello cowboy. Un po’ guascone un po’ falso americano. Arturo Merzario ha 74 anni, la maggior parte di questi vissuti in un abitacolo.
Dal rally al GT, Merziano è stato un distinto pilota: dal 1972 al 1979 ha gareggiato nei circuiti di Formula 1 con diverse scuderie, tra cui la Ferrari, mentre nel 1976 disputò il campionato mondiale di F1 alla guida di una March 761 della canadese Wolf Williams. Il primo agosto 1976 era in programma la decima gara stagionale sul prestigioso circuito del Nürburgring che si snoda intorno al Castello di Nürburg, in Germania.

Poco prima della corsa la pioggia aveva reso i 22,835 km della Nordschleife insidiosi, ma nonostante la sollecitazione di qualche pilota, la direzione optò per scendere in pista. Tra i meno convinti c’era Niki Lauda, campione iridato in carica e leader della classifica generale.
Passarono solamente tre giri e si assistette all’evento che cambiò la Formula 1: poco dopo la curva Ex-Muhle e il tornante Bergwerk, Lauda perse il controllo della sua monoposto, la Ferrari 312 T2, schiantandosi contro una parete rocciosa prima di essere rimpallato in pista. Nel colpo perse il casco, mentre poco dopo la sua vettura venne colpita da quelle di Harald Ertl e Brett Lunger e iniziò a prendere fuoco. Il pilota austriaco, ancora cosciente, venne così avvolto dalle fiamme.

Passarono qualche secondo e sul luogo dell’incidente si fiondò anche Arturo Merzario. Sarebbe potuto andare oltre, ma d’istinto si bloccò e scese per soccorrere il suo collega intrappolato. Ecco cosa dirà anni dopo:

Dell’incidente di Lauda bisogna analizzare tre aspetti: ha perso il casco nel primo impatto e per questo è stato esposto alle fiamme e alle bruciature, le esalazioni di magnesio lo stavano ammazzando e non da ultimo, è stato davvero difficile estrarlo dalla macchina. Gli altri usavano l’estintore, io non riuscivo a schiacciare la levetta per sbloccare la cintura perché si dimenava: la sua fortuna fu quella di svenire così io riuscii a liberarlo. Un’altra sua fortuna è stata la respirazione artificiale che ho imparato al militare e che gli ha consentito di rimanere in vita per circa 10 minuti prima dell’arrivo dei soccorsi

Lauda venne trasportato in tre ospedali differenti, aveva uno zigomo fratturato, ustioni di primo grado alle mani e di terzo grado al volto. Per tutto il pomeriggio piloti, staff, moglie e familiari rimasero con il fiato sospeso temendo il peggio. Poi arrivò il bollettino positivo che allontana il rischio di morte, ma consegnò un Lauda a pezzi e avrebbe dovuto affrontare una lunga, lunghissima guarigione. Con un monito: l’austriaco rischiava seriamente di non poter più gareggiare.

Il 12 settembre 1976, appena 42 giorni dopo il rogo del Nürburgring, Niki Lauda si ripresentò in pista e tagliò al quarto posto il traguardo del Gran Premio di Monza. Quell’anno avrebbe vinto il suo storico rivale James Hunt, ma la stagione successiva fu tutta per l’austriaco che vince il secondo dei suoi tre titoli mondiali.
La curva dello schianto è stata rinominata Laudakurve, Niki è rimasto nel mondo automobilistico con il suo inconfondibile berretto rosso e ha dovuto fare autocritica. Quando tornò in pista, infatti, Lauda non si fermò mai a salutare Arturo:

Venne a trovarmi in Austria qualche mese dopo e fece il gesto di togliersi l’orologio per regalarmelo. Io lo presi e lo lanciai via. I meccanici dell’Alfa lo raccolsero, vennero da me e mi fecero un sacco di paternali, forse avevo sbagliato, ma io c’ero rimasto male

Ha impiegato tre decenni per ringraziare Arturo per il gesto che gli ha salvato la vita. Anche lui, ancora oggi ricorda quei momenti drammatici. Sempre con il cappello da cowboy sempre in testa.

 

Fonte: video Rai