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La notizia del ritiro di Arsene Wenger, allenatore dell’Arsenal da ben 22 anni, ha dato lo spunto per stilare una classifica dei commissari tecnici più longevi della storia del calcio. Proprio lui, il punto di riferimento dei Gunners, è in cima alla graduatoria tra gli allenatori più fedeli di tutti in Premiere League.

Arsene Wenger ha allenato l’Arsenal dal 1996 al 2018. A fine stagione, infatti, ha già annunciato che lascerà la squadra che ha guidato per moltissimi anni e ha condotto alla gloria in più di un’occasione. Nella sua carriera ha vinto la Premier League e la FA Cup nella stessa stagione sportiva (1997/98 e 2001/02). Inoltre, tra tutti è quello che ha conquistato più titoli nella FA Cup. Nel 2003/2004 è stato di nuovo il leader nel campionato inglese e a questi risultati ha aggiunto anche i premi della Community Shield nel 1998, 1999, 2002, 2004, 2014 e 2015.

Subito dopo di lui troviamo Alex Ferguson, allenatore del Manchester United con il quale ha vinto 13 campionati, 5 FA Cup, 4 Coppe di Lega, 2 UEFA Champions Leagues, 1 Coppa delle Coppe, 1 Supercoppa UEFA, 1 Coppa Intercontinentale, 1 Coppa del Mondo FIFA per club.

Il record della Ligue 1 e assoluto spetta a Guy Roux che ha allenato l’Auxerre per ben 44 anni, ma se consideriamo la sua militanza da giocatore si sale a quota 53 stagioni. In questo arco di tempo è riuscito a fare grande questa squadra, che ha scalato il campionato francese e ha vinto il titolo nel 1996. 

Un record diverso, invece, riguarda il Celtic di Willie Maley, che è rimasto imbattuto per ben 62 partite! Nel calcio britannico nessuno è riuscito finora come lui nell’impresa.

Ronnie Mcfall, tecnico del Portdown dal 1986 al 2016, ha raggiunto il successo nel campionato del 1990 e nel 2001/2002. Poi nel 1991 ha conquistato la coppa nazionale. 

L’allenatore spagnolo più longevo è Ignacio Quereda, dal 1988 al 2015. La sua squadra, la Spagna femminile, ha ottenuto degli ottimi riconoscimenti dopo essere arrivata in semifinale e ai quarti al campionato Europeo Uefa femminile (1997 – 2013).

Sempre in Spagna ritroviamo anche Juan Santisteban, ct tecnico della Spagna giovanile. È rimasto allenatore del team per 20 anni, prima nella Under 16 e poi nella Under 17. Diversi sono i titoli vinti sia con l’una che con l’altra squadra. Tra tutti è quello che ha vinto più titoli UEFA, ben sette.

Simbolo della Dynamo Kyiv è Valeriy Lobanovskiy, che ha collezionato 7 titoli in soli due anni, aggiungendo poi alla lista anche la Coppa delle Coppe e la Supercoppa UEFA nel 1975 e poi la Coppa delle Coppe 1986.
In Belgio emerge il nome di Francky Dury, che ha allenato lo Zultse VV dal 1990 al 2001 e poi lo SV Zulte Waregem nel 2001–2010, 2011. Tra i suoi successi più grandi c’è la Coppa del Belgio.

Mickey Evans, giocatore e allenatore del Caersws, ha vinto tre Coppe di Lega e conquistato un posto in Coppa UEFA Intertoto nel 2002. La curiosità intorno alla sua figura di allenatore è aver guidato la squadra dove militava anche suo figlio.

Infine è il turno dell’Italia con Vittorio Pozzo. Il tecnico ha guidato la nazionale italiana verso la conquista della Coppa del Mondo nel 1934 e nel 1938.  L’unico ad avere il primato di aver vinto due titoli mondiali in due edizioni consecutive, è il promotore degli ormai consueti ritiri prima del match.

Vittorio Pozzo è un’icona storica del calcio italiano e rientra in questa lista di allenatori che hanno fatto grande questo sport sin dagli esordi.

Gioie e dolori di una carriera brillante: ecco cosa emerge quando si leggono le parole pronunciate direttamente dal calciatore Per Mertesacker, che racconta un retroscena della sua vita legata al suo ruolo di giocatore.

Forse nessuno si aspettava di sentirgli dire che il calcio è un peso. Lui, che vanta alle spalle un curriculum degno di nota, sia come attuale difensore dell’Arsenal che come uomo di punta della nazionale tedesca con le sue 104 presenze, per tutti era felice. Nel 2014 è stato anche uno dei protagonisti della grande vittoria tedesca che ha portato al titolo di Campione del mondo la sua squadra e il suo paese per la quarta volta.

 

A testimonianza di come l’apparenza molto spesso inganna, oggi si scopre che Mertesacker è sollevato di essere prossimo al ritiro, previsto a fine stagione.

Ecco come lui stesso ha spiegato a Spiegel cosa lo ha portato a fare queste amare considerazioni:

Noi veniamo valutati solo per le nostre prestazioni, non si gioca per divertirsi ma bisogna rendere sempre al meglio senza giustificazioni. Questo è l’ultimo anno in cui giocherò, non ce la faccio veramente più. Preferisco stare in panchina o meglio ancora in tribuna. Ma tra qualche mese sarò libero

Il malessere che racconta il calciatore tedesco non è solo mentale ma anche fisico e si traduce in disturbi più o meno gravi che si presentano poco prima di scendere in campo, creando non poco disagio:

Nei momenti che precedono la partita il mio stomaco gira come se dovessi vomitare. Devo soffocare questa sensazione così violentemente che poi iniziano a lacrimarmi gli occhi. Ormai so come devo fare, è come se simbolicamente vomitassi tutto quello che viene dopo il fischio d’inizio. Gli infortuni spesso sono mentali, ti fai male perché non ce la fai più 

Questo sfogo che ha visto protagonista Mertesacker getta un’ombra anche nel Mondiale 2006, dove la sua squadra, la Germania, è stata eliminata in semifinale proprio dall’Italia. Un duro colpo per il giocatore? Niente affatto, anzi pare proprio che questa eliminazione sia stata solo un sollievo per abbattere la pressione intorno all’evento, che per lui era diventata insopportabile:

Quando, nel 2006, abbiamo perso contro l’Italia ero dispiaciuto, ovviamente, ma anche sollevato. Pensavo soltanto ‘è tutto finito’

La storia di Per Mersacker non è un caso isolato. Altri calciatori si ritrovano a vivere il suo stesso dramma, spesso in silenzio, e continuano a giocare cercando di combattere quel malessere che rischia anche di pregiudicare le loro performances in campo.

Ecco perché Mersacker ha deciso di condividerlo col mondo e perché ha deciso che dopo il suo ritiro aiuterà i giovani dell’Accademia dell’Arsenal a vivere meglio la carriera calcistica, dedicandosi anche ad altro e non lasciando che quest’attività assorba interamente corpo e mente. Imparare a gestire lo stress diventa fondamentale e non tutti ne sono capaci, come dimostra la sua stessa testimonianza

Non devono puntare tutto sul calcio, non devono trascurare la scuola. Solo una piccola percentuale ce la fa 

Hector Bellerin ha un cuore d’oro. Il terzino spagnolo in forza all’Arsenal, sul suo profilo Twitter aveva annunciato, prima dell’inizio dell’Europeo Under-21, un’azione in favore delle vittime del tremendo rogo alla Grenfell Tower di Londra.
Un’azione diretta, ma anche un invito a tutti a dare una mano, lui che abita nella capitale inglese da luglio 2011: 50 sterline donate per ogni minuto giocato nella competizione.

 

Per lui il sogno di salire sul tetto d’Europa con la Roja si è spezzato proprio in finale con la rete di Weiser che ha consegnato lo scettro alla Germania.
Ma Bellerin, delusione sportiva a parte, può ritenersi un vincitore dal punto di vista umano: con i suoi 381 minuti disputati, il terzino ha raccolto 19.050 sterline, circa 23mila euro, che andranno direttamente nella casse della Croce Rossa inglese.
Unica nota stonata è stata la panchina nel match contro la Serbia, voluta dal ct della Spagna Under-21, come turnover per far rifiatare i giocatori in attesa della semifinale contro l’Italia.

 

L’incendio della Grenfell Tower, un grattacielo di 24 piani, è divampato nella notte del 14 giugno. Oltre 80 persone hanno perso la vita nelle fiamme, mentre sono 70 le persone sono rimaste ferite.
La polizia di Londra ha, inoltre, dichiarato che il bilancio definitivo delle vittime non sarà disponibile prima del 2018, a causa delle difficoltà nell’identificazione dei cadaveri e nel definire l’esatto numero di persone presenti nella torre al momento dell’incendio.

Ma nel lutto e nelle lacrime che hanno coinvolto Londra e l’Inghilterra, ci sono stati anche forti gesti come l’incessante e estenuante lavoro dei vigili del fuoco e atti di umanità come quello del calciatore spagnolo classe 1995. Complimenti Hector!

Se il Mondiale del 1998 non si fosse giocato in Francia, probabilmente non avremmo mai assistito al leggendario gol di Dennis Bergkamp contro l’Argentina. Vale sempre la pena rivederlo:

E’ una rete metafisica che si pone al di là della realtà per equilibrare il giusto senso delle cose. Perché è arrivata al minuto 89 di una partita tosta, bloccata sull’1-1. Perché erano i quarti di finale contro la Nazionale sudamericana. Perché se si segna una prodezza del genere, in un Mondiale, sei destinato a rimanere scolpito nei ricordi dei bambini che crescono con la magia negli occhi e la tramandando, da adulti, ai loro figli o nipoti.
C’è il lancio tagliente di Frank de Boer, c’è lo stop irreale dell’ex Ajax, Inter e Arsenal, c’è la palla che muore lì, in quell’istante, uncinata dal piede destro, c’è il tocco a rientrare che manda in tilt il difensore Ayala, uno dalla marcatura stretta e rognosa, e c’è il colpo d’esterno a trafiggere il portiere Roa.
C’era tutto, ma mancava solo una cosa: lo spazio per poter fare un’azione del genere.

Ma soprattutto, per fortuna, c’era Dennis Bergkamp. La carriera calcistica dell’olandese è legata alla sua aerofobia, ovvero la paura di viaggiare in aereo. Un trauma che si è manifestato in un altro Mondiale, quello precedente del 1994 negli Stati Uniti d’America.
La Nazionale Oranje era in volo, assieme a staff tecnico e giornalisti e proprio uno di questi, tra scherzo e goliardia, disse: «C’è una bomba». Non c’era, forse, da dargli troppo peso, volarono qualche risata, qualche parolaccia, passato lo spavento iniziale. Ma da quel momento, Bergkamp non avrebbe più preso un volo.

Un trauma sul quale pesava una brutta esperienza giovanile. Durante una tournée con l’Ajax, nei pressi del vulcano Etna, ci fu una massiccia turbolenza: l’aereo precipitò, seppur per frammenti di secondo, per poi riprendere quota. Un fatto che aveva segnato il giovane biondo olandese glaciale sul campo. Panico e stress che diventarono successivamente fobia con l’episodio del 1994.

Ed è per questo che riuscì a essere presente al Mondiale francese ed è anche per questa sua paura che saltò il Mondiale del 2002, quello in Corea del Sud e Giappone, quando aveva ancora 32 anni dato che era impossibile organizzare uno spostamento via terra.
Se nella mitologia folcloristica intere pagine sono state scritte sul vascello fantasma, il tetro Olandese Volante, nel calcio Dennis Bergkamp verrà per sempre ricordato come “l’olandese non volante”.

Giovanni Sgobba

Magie che solo l’FA Cup sa regalare. La principale coppa nazionale di calcio inglese, nonché la più antica competizione calcistica ufficiale al mondo, essendo stata istituita nel 1872, nel match del Monday night ha messo di fronte Sutton e Arsenal. Se i Gunners non hanno bisogno di presentazioni, va spesa qualche parola in più per la squadra del sobborgo di Londra che gioca in quinta serie.
Le stelle della Premier League sul campo sintetico del Gander Green Lane, un impianto con appena 5013 posti, solo 765 quelli a sedere, spogliatoi minimalisti, una caldaia che funziona a intermittenza e poco altro. Non c’è stato, però, l’happy ending tanto atteso per il piccolo Sutton che si ferma al quinto turno: con i gol di Lucas Perez e Theo Walcott, l’Arsenal ha vinto 2-0.
Post scriptum: c’è stata anche questa bizzarra invasione.

Rimarrà un uomo, però, nei ricordi e nella mitologia del calcio inglese: Wayne Shaw. Portiere di riserva del Sutton e, al contempo, preparatore dei portieri più giovani, Shaw, 45 anni e quasi 120 kg, è diventato immediatamente l’idolo degli appassionati.
Uno show di Shaw, verrebbe da dire, giocando sull’assonanza fonetica. Ci teneva a non far fare brutta figura alla sua realtà, ai suoi cittadini e al suo team: già nei giorni prima del match ha aiutato a risistemare il terreno di gioco e a cambiare le luci del riflettore.
Qualche ora prima dell’inizio dell’incontro, invece, lo si è visto passare l’aspirapolvere accanto alle panchine.

Goffo, ma bello da vedere, Shaw ha dato spettacolo anche durate la partita stessa. L’ex gelataio, al minuto 82, a match praticamente archiviato e con i cambi tutti effettuati, ha deciso in tutta tranquillità di gustarsi un meat pie (una specie di torta di carne). Strambo abbastanza no? Eppure, lo stesso profilo Twitter del club, al termine del primo tempo, ha pubblicato un’immagine con il risultato parziale accompagnata dall’ormai iconico cibo. Devono andare pazzi da quelle parti!

 

Perdonateci il paragone, ma a noi è venuto in mente un altro bizzarro portiere di Sua Maestà: John Osborne, portiere degli anni ’60, idolo del West Bromwich Albion con oltre 250 presenze, immortalato mentre sul terreno di gioco si fuma beatamente una sigaretta. Nel calcio, è successo anche questo.