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Hector Bellerin ha un cuore d’oro. Il terzino spagnolo in forza all’Arsenal, sul suo profilo Twitter aveva annunciato, prima dell’inizio dell’Europeo Under-21, un’azione in favore delle vittime del tremendo rogo alla Grenfell Tower di Londra.
Un’azione diretta, ma anche un invito a tutti a dare una mano, lui che abita nella capitale inglese da luglio 2011: 50 sterline donate per ogni minuto giocato nella competizione.

 

Per lui il sogno di salire sul tetto d’Europa con la Roja si è spezzato proprio in finale con la rete di Weiser che ha consegnato lo scettro alla Germania.
Ma Bellerin, delusione sportiva a parte, può ritenersi un vincitore dal punto di vista umano: con i suoi 381 minuti disputati, il terzino ha raccolto 19.050 sterline, circa 23mila euro, che andranno direttamente nella casse della Croce Rossa inglese.
Unica nota stonata è stata la panchina nel match contro la Serbia, voluta dal ct della Spagna Under-21, come turnover per far rifiatare i giocatori in attesa della semifinale contro l’Italia.

 

L’incendio della Grenfell Tower, un grattacielo di 24 piani, è divampato nella notte del 14 giugno. Oltre 80 persone hanno perso la vita nelle fiamme, mentre sono 70 le persone sono rimaste ferite.
La polizia di Londra ha, inoltre, dichiarato che il bilancio definitivo delle vittime non sarà disponibile prima del 2018, a causa delle difficoltà nell’identificazione dei cadaveri e nel definire l’esatto numero di persone presenti nella torre al momento dell’incendio.

Ma nel lutto e nelle lacrime che hanno coinvolto Londra e l’Inghilterra, ci sono stati anche forti gesti come l’incessante e estenuante lavoro dei vigili del fuoco e atti di umanità come quello del calciatore spagnolo classe 1995. Complimenti Hector!

Se il Mondiale del 1998 non si fosse giocato in Francia, probabilmente non avremmo mai assistito al leggendario gol di Dennis Bergkamp contro l’Argentina. Vale sempre la pena rivederlo:

E’ una rete metafisica che si pone al di là della realtà per equilibrare il giusto senso delle cose. Perché è arrivata al minuto 89 di una partita tosta, bloccata sull’1-1. Perché erano i quarti di finale contro la Nazionale sudamericana. Perché se si segna una prodezza del genere, in un Mondiale, sei destinato a rimanere scolpito nei ricordi dei bambini che crescono con la magia negli occhi e la tramandando, da adulti, ai loro figli o nipoti.
C’è il lancio tagliente di Frank de Boer, c’è lo stop irreale dell’ex Ajax, Inter e Arsenal, c’è la palla che muore lì, in quell’istante, uncinata dal piede destro, c’è il tocco a rientrare che manda in tilt il difensore Ayala, uno dalla marcatura stretta e rognosa, e c’è il colpo d’esterno a trafiggere il portiere Roa.
C’era tutto, ma mancava solo una cosa: lo spazio per poter fare un’azione del genere.

Ma soprattutto, per fortuna, c’era Dennis Bergkamp. La carriera calcistica dell’olandese è legata alla sua aerofobia, ovvero la paura di viaggiare in aereo. Un trauma che si è manifestato in un altro Mondiale, quello precedente del 1994 negli Stati Uniti d’America.
La Nazionale Oranje era in volo, assieme a staff tecnico e giornalisti e proprio uno di questi, tra scherzo e goliardia, disse: «C’è una bomba». Non c’era, forse, da dargli troppo peso, volarono qualche risata, qualche parolaccia, passato lo spavento iniziale. Ma da quel momento, Bergkamp non avrebbe più preso un volo.

Un trauma sul quale pesava una brutta esperienza giovanile. Durante una tournée con l’Ajax, nei pressi del vulcano Etna, ci fu una massiccia turbolenza: l’aereo precipitò, seppur per frammenti di secondo, per poi riprendere quota. Un fatto che aveva segnato il giovane biondo olandese glaciale sul campo. Panico e stress che diventarono successivamente fobia con l’episodio del 1994.

Ed è per questo che riuscì a essere presente al Mondiale francese ed è anche per questa sua paura che saltò il Mondiale del 2002, quello in Corea del Sud e Giappone, quando aveva ancora 32 anni dato che era impossibile organizzare uno spostamento via terra.
Se nella mitologia folcloristica intere pagine sono state scritte sul vascello fantasma, il tetro Olandese Volante, nel calcio Dennis Bergkamp verrà per sempre ricordato come “l’olandese non volante”.

Giovanni Sgobba

Magie che solo l’FA Cup sa regalare. La principale coppa nazionale di calcio inglese, nonché la più antica competizione calcistica ufficiale al mondo, essendo stata istituita nel 1872, nel match del Monday night ha messo di fronte Sutton e Arsenal. Se i Gunners non hanno bisogno di presentazioni, va spesa qualche parola in più per la squadra del sobborgo di Londra che gioca in quinta serie.
Le stelle della Premier League sul campo sintetico del Gander Green Lane, un impianto con appena 5013 posti, solo 765 quelli a sedere, spogliatoi minimalisti, una caldaia che funziona a intermittenza e poco altro. Non c’è stato, però, l’happy ending tanto atteso per il piccolo Sutton che si ferma al quinto turno: con i gol di Lucas Perez e Theo Walcott, l’Arsenal ha vinto 2-0.
Post scriptum: c’è stata anche questa bizzarra invasione.

Rimarrà un uomo, però, nei ricordi e nella mitologia del calcio inglese: Wayne Shaw. Portiere di riserva del Sutton e, al contempo, preparatore dei portieri più giovani, Shaw, 45 anni e quasi 120 kg, è diventato immediatamente l’idolo degli appassionati.
Uno show di Shaw, verrebbe da dire, giocando sull’assonanza fonetica. Ci teneva a non far fare brutta figura alla sua realtà, ai suoi cittadini e al suo team: già nei giorni prima del match ha aiutato a risistemare il terreno di gioco e a cambiare le luci del riflettore.
Qualche ora prima dell’inizio dell’incontro, invece, lo si è visto passare l’aspirapolvere accanto alle panchine.

Goffo, ma bello da vedere, Shaw ha dato spettacolo anche durate la partita stessa. L’ex gelataio, al minuto 82, a match praticamente archiviato e con i cambi tutti effettuati, ha deciso in tutta tranquillità di gustarsi un meat pie (una specie di torta di carne). Strambo abbastanza no? Eppure, lo stesso profilo Twitter del club, al termine del primo tempo, ha pubblicato un’immagine con il risultato parziale accompagnata dall’ormai iconico cibo. Devono andare pazzi da quelle parti!

 

Perdonateci il paragone, ma a noi è venuto in mente un altro bizzarro portiere di Sua Maestà: John Osborne, portiere degli anni ’60, idolo del West Bromwich Albion con oltre 250 presenze, immortalato mentre sul terreno di gioco si fuma beatamente una sigaretta. Nel calcio, è successo anche questo.