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Cristiano Ronaldo – Messi – Messi – Messi – Messi – Cristiano Ronaldo – Cristiano Ronaldo – Messi – Cristiano Ronaldo – Cristiano Ronaldo. Sembra un testo futurista, ma così in maniera estesa, crea un ulteriore impatto. Un decennio governato da un’unica oligarchia: dieci edizioni del Pallone d’oro spartite tra il giocatore del Real Madrid (anche se ha iniziato a collezionare trofei quando era ancora al Manchester United) e quello del Barcellona.

Ma c’è stato un prima. Un’era precedente che ai nostri occhi sembra millenaria. E l’ultimo re di un impero calcistico un po’ più “umano” è stato Kakà. Nel 2007, la stella del Milan dall’eterno viso fanciullesco, dopo esser stato il trascinatore nella cavalcata che ha portato la Champions League contro il Liverpool, la Supercoppa Europea contro il Siviglia e il Mondiale per Club contro il Boca Juniors, trionfa anche nei riconoscimenti individuali, conquistando il Pallone d’oro dopo Fabio Cannavaro. Un voler rimarcare quanto di leggendario fatto quell’anno: il migliore al mondo è il brasiliano numero 22.

Ma in quel trofeo luccicante c’è il germe della “rivolta” perpetrata dal fantasmagorico duo: Kakà per innalzare il premio di France Football ha scalzato proprio Ronaldo, arrivato secondo, e Lionel Messi, giunto terzo. Da quel momento solo nel 2010 non vedremo sul podio entrambi i fuoriclasse: in quell’anno, infatti, fu all-in blaugrana con gli ambasciatori Xavi e Iniesta ad aprire le porte della gloria all’argentino.

San Siro è stata la navicella spaziale di Kaká, uno che veniva da un altro pianeta, è all’Old Trafford, nell’andata della semifinale di Champions del 2007, che mise in mostra, in mondovisione, tutto quello che aveva fatto vedere dal suo arrivo in Italia nell’estate del 2003: in particolare, una straordinaria capacità nel ribaltare l’azione, tagliando il campo a velocità supersonica e sempre con la palla al piede (destro o sinistro che fosse), sempre a testa alta e sempre con estrema purezza del gesto.

Di lui si dirà sempre che è stato un giocatore elegante, nonostante le galoppate e gli strappi di direzione. E se all’Old Trafford – il tempio del calcio – innalzò davanti a CR7 il manifesto della sua arte, fu con la maglia del Brasile che Kakà ammutolì sul campo Messi.
Bisogna riavvolgere le lancette di un anno, è il 3 settembre 2006 e mentre in Italia si contano i danni di calciopoli nonostante una Coppa del Mondo appena sollevata, in giro per il globo è già tempo di amichevoli nazionali per impostare i nuovi cicli. E a Londra si gioca un’amichevole che di “fraterno” non ha nulla: Brasile contro Argentina. La nuova Seleçao di Dunga rifila tre reti all’Albiceleste: doppietta di Elano, 3-0 di uno straripante Kakà, con Robinho “man of the match”.

Anche in estate, anche a settembre dopo un Mondiale, il ragazzo del Milan veste il suo smoking bianco. Entrato al 59’ al posto di Daniel Carvalho, a un minuto dal 90’, fa quello che gli riesce meglio: prende palla dalla difesa approfittando di un errato controllo di un giocatore argentino, alza lo sguardo e punta la porta nonostante tre/quarti di campo ancora da fare. Parte, si lascia alle spalle lo stesso giocatore, supera il cerchio di centrocampo, procede incalzante, poi tocco a cambiare direzione in uscita che manda a terra il difensore Milito e tocco che sa di sentenza mentre Abbondanzieri prova a intercettare il tiro in uscita bassa.

 

E’ il gesto di una carriera, ripetuto all’impazzata seminando avversari lungo la pista verde, ma questo è speciale perché è partito proprio rubando palla a Messi e superandolo in velocità in una corsa generazionale. Messi ha ancora 19 anni, va detto, ma ha le stimmate del campione. In quell’istante però, in quei quattro secondi di partita, l’ordine delle cose ha ristabilito il suo ordine: nell’ultima fase dei mortali, Kakà è di un altro pianeta.

“Un leone non muore mai, ma dorme”. Un modo di dire che i tifosi del Camerun nel corso degli anni sono soliti pronunciare per stigmatizzare la morte, staccarsi da questa. L’avevano scritto su uno striscione nel 2003 dopo la prematura scomparsa di Marc-Vivien Foé; torna in questi giorni di bocca in bocca tra i sostenitori della Nazionale africana per un’altra dolorsa scomparsa. Uno degli idoli tra i “Leoni indomabili” che fecero sfaville nel Mondiali 1990 disputato in Italia.

Il  9 dicembre, Benjamin Massing, ex-difensore del Camerun, si è spento a 55 anni nella sua casa a Édéa. Il nome di Massing è legato ai più bei traguardi che ha raggiunto la nazionale calcistica camerunense: nel 1988 i Leoni indomabili portano a casa per la seconda volta la Coppa d’Africa e due anni dopo, per la prima volta partecipò ai Mondiali riuscendo a sconfiggere a sopresa l’Argentina di Diego Maradona, campione del mondo, nel match d’esordio, e raggiungendo il gradino dei quarti di finale persi contro l’Inghilterra in un indimenticabile 3-2.

Patrick Mboma, altro idolo camerunense, è stato uno dei primi giocatori a rendergli tributo sui social:

Tutti abbiamo i nostri eroi. E’ brutto svegliarsi e sapere che uno di questi non c’è più. Un leone non muore mai, ma dorme! Addio, campione

Thomas Nkono, Roger Milla e Francois Omam-Biyik, il giustiziere dell’Argentina nel match d’esordio a San Siro l’8 giugno 1990.  Anche Massing, a modo suo, fu protagonista di quel match: il difensore è tuttoggi ricordato per un’entrata durissima e pericolosa su Claudio Caniggia, falciato in contropiede a due minuti dalla fine dei regolamentari. Massing, che in quella feroce scivolata perse anche uno scarpino, fu espluso e costretto a saltare le due partite successive della fase a gironi, ma quel Camerun dei miracoli proseguì la sua stradad arrivò fino ai quarti di finale. 

Niente di grave per il giocatore di rugby Sergio Parisse, ma per un po’ lo vedremo lontano dal campo di gioco.

Durante l’ultima partita contro il Sudafrica il capitano azzurro si è infortunato e a seguito di controlli minuziosi si è reso necessario per lui un intervento chirurgico al ginocchio destro. Lo staff dello Stade Français non ha volutamente dato altre informazioni, ma ha rassicurato sulle condizioni di Parisse, con tanto di foto, per giustificare la sua assenza nel match di Top 14, il derby col Racing 92.

Si parla di un mese di ritiro forzato, in cui l’azzurro dovrà dedicarsi al suo completo recupero per tornare più in forma che mai a febbraio per il Sei Nazioni, che sarà disputato allo Stadio Olimpico di Roma il 4 febbraio e continuerà fino a marzo.

Parisse e la sua nazionale

Parisse rappresenta un punto di riferimento per la sua squadra, che conta molto sulla sua presenza nei prossimi importanti incontri.

Il test match di novembre appena concluso ha visto in campo delle buone tattiche di gioco e strategie vincenti che hanno fatto intravvedere delle buone possibilità in vista del Sei Nazioni in programma nei prossimi mesi.

Una vittorie e due sconfitte quelle che la nazionale azzurra di rugby ha registrato nell’ultimo mese, ma che rendono orgoglioso il ct Conor O’Shea.

La vittoria contro le Fiji è la partita che riempie d’orgoglio. Un successo completo che però, purtroppo, non ha avuto seguito nei due match successivi, contro l’Argentina e il Sudafrica. Le due squadre sono sicuramente molto più forti dell’Italia, ma la nazionale azzurra ha giocato con impegno e grinta e soprattutto nel primo incontro ha dato del filo da torcere alla squadra argentina.

Dalle parole dell’allenatore si intuisce un grande ottimismo e una grande fiducia nei giocatori azzurri per le prossime competizioni:

Con questo gruppo stiamo percorrendo un viaggio incredibile e vogliamo fare la differenza in futuro con una profondità di squadra sempre maggiore. Il Rugby è sempre questione di energia messa in campo, ed oggi il Sudafrica ne ha messa più di noi. Rispetto all’inizio del nostro percorso il nostro sistema oltre che il fitness e la profondità sono molto migliorati. Ad oggi molti giocatori entrati in campo negli ultimi due anni hanno avuto una crescita incredibile. Vogliamo fare qualcosa di speciale per il rugby italiano e per farlo dobbiamo continuare a crescere

L’Italia fuori dai Mondiali continua ad essere motivo di discussione anche a distanza di giorni dal decisivo play-off contro la Svezia. E stavolta è il grande Lionel Messi che si pronuncia in merito a questa esclusione inaspettata, esprimendo le sue opinioni sul calcio italiano.

L’intervista al calciatore argentino, rilasciata alla Gazzetta dello Sport, ha toccato diversi punti: dai Mondiali, con attenzione alle grandi escluse, fino alla Champions, senza tralasciare il trofeo appena conquistato, la Scarpa D’oro.

Secondo Messi i problemi relativi al calcio nostrano sono cominciati dall’uscita di Milan e Inter dalla Champions League.

Il calcio italiano negli ultimi anni non è più lo stesso. E credo che questo abbia a che fare non solo con la non qualificazione al Mondiale. Per esempio due grandi della Serie A come Milan e Inter non sono più quelle che erano una decina di anni fa e non vanno più in Champions, e questo riguarda tutto il calcio italiano. Piano piano stanno provando a risalire la china, soprattutto i due club milanesi devono tornare a essere competitivi a livello europeo. Nazionali come l’Italia o l’Olanda, che per decenni hanno partecipato alla Coppa del Mondo, in Russia non ci saranno e nessuno se lo sarebbe aspettato. Ma il calcio oggi è questo: anche le piccole nazionali o i piccoli club se ben organizzati possono complicarti la vita

Con queste parole, però, Messi non vuole screditare l’Italia, ma ribadire che le difficoltà si possono riscontrare anche nelle più grandi potenze. Anche la sua Argentina, infatti, ha avuto dei momenti bui, soprattutto in seguito ai continui cambiamenti degli allenatori nell’ultimo periodo.

Insomma, il calcio è cambiato non solo in Italia ma un po’ ovunque e anche le certezze finora acquisite non si possono più considerare tali. E così può succedere che anche una grande nazionale finisce per essere tagliata fuori da un Mondiale come nessuno si sarebbe mai aspettato. Oggi è toccato all’Italia, ma anche ad altre grandi squadre come l’Olanda, ma domani potrebbe toccare anche alla sua nazionale.

Il calcio diventa oggi giorno più tosto ed è più dura qualificarsi

E nel frattempo si pensa anche alla Champions. Le favorite? Per lui al momento sono Psg e Manchester City, ma manca ancora molto tempo ed è presto per fare pronostici. Messi, comunque, si dice soddisfatto del suo Barcellona, anche dopo l’uscita di Neymar:

La partenza di Neymar ha cambiato il nostro modo di giocare. Abbiamo perso in potenziale offensivo ma abbiamo guadagnato nella fase difensiva. Ora siamo meglio organizzati in mezzo al campo, abbiamo più equilibrio e questo ci rende più forti in difesa

Una grande sfortuna ha colpito Dario Benedetto durante l’ultimo match giocato con la sua squadra. Proprio negli ultimi minuti, durante il recupero, mette male il piede e cade rovinosamente a terra dolorante. Il personale medico è accorso subito a verificare le sue condizioni e ha dovuto trasportare il giocatore fuori dal campo in barella.

Il referto purtroppo non lascia molti dubbi sulla gravità della situazione: rottura del legamento crociato e fermo per almeno 6/8 mesi.

Addio mondiali, quindi per l’attaccante argentino che dopo il match Boca Juniors-Racing rivedrà un campo da calcio solo il prossimo anno. Non è facile accettare di dover rinunciare ad un’occasione così importante, ma è un duro colpo anche per la nazionale argentina, che probabilmente dovrà fare a meno di uno dei suoi migliori giocatori.

Non è ancora detta l’ultima parola e nei prossimi mesi, anche in base alle condizioni fisiche e al recupero di Benedetto, si deciderà definitivamente sulla sua presenza in Russia, ma questa nuova situazione accende delle speranze nel giocatore juventino Gonzalo Higuain.

L’attaccante argentino non ha mai smesso di sperare in una convocazione nella nazionale e con Benedetto infortunato si sono riaperti i giochi anche per lui. Adesso non resta che provare a dimostrare di meritare quel posto, dando il massimo in campo e sorprendendo l’allenatore della nazionale.

L’ultima parola spetta quindi al ct dell’Argentina, Sampaoli, che valuterà sia la ripresa di Benedetto che le prestazioni degli eventuali sostituti, in vista dell’importantissima partecipazione al Mondiale di Russia 2018.

L’Argentina passa allo Stadio “Artemio Franchi” di Firenze per 31-15, al termine di un match equilibrato fino a dieci minuti dal fischio finale. Gran primo tempo dell’Italia, che con una difesa attenta ed aggressiva riusciva subito a sventare i pericolosi attacchi argentini dei primi minuti.

Al vantaggio ospite dalla piazzola con Hernandez al 12’ rispondeva subito Carlo Canna, che portava avanti gli azzurri centrando i pali in due occasioni al 15’ e al 22’. Al 29’ la prima meta dell’incontro è dei Pumas con il trequarti ala Cancelliere, ma successivamente è ancora Carlo Canna a concretizzare un calcio di punizione per superiorità in mischia azzurra, siglando il sorpasso per 9 a 8 al termine della prima frazione.

Nella ripresa partita punto a punto al piede tra gli azzurri e i Pumas, ma la meta al 70’ del terza linea argentino Kremer rompeva definitivamente gli equilibri portando gli argentini sopra break. Nel finale di match i Pumas trovavano anche la terza meta dell’incontro con l’estremo Joaquin Tuculet, concretizzando un’azione dei trequarti argentini sull’out di destra. La trasformazione del man of the match di giornata Nicolas Sanchez chiudeva il match sul 15-31 in favore degli ospiti.

La Nazionale si trasferirà domani a Padova in vista del terzo ed ultimo Crédit Agricole Cariparma Test Match di novembre 2017, in calendario sabato 25 novembre alle ore 15.00 contro il Sudafrica. Martedì alle ore 15.00, presso il Centro Sportivo “La Guizza”, casa del Petrarca Padova, è in programma un allenamento aperto al pubblico.

 

Italia v Argentina 15 -31 (9-8)

Marcatori: p.t. 12’ cp Hernandez (0-3), 15’ cp Canna (3-3), 22’ cp Canna (6-3), 29’ mt Cancelliere (6-8), 36’ cp Canna (9-8),  44’ cp Sanchez (9-11), 49’ cp Canna (12-11), 54’ cp Sanchez (12-14), 57’ drop Violi (15-14), 59’ cp Sanchez (15-17), 70’ mt Kremer tr Sanchez (15-24), 80’ mt Tuculet tr Sanchez (15-31)

Italia: Hayward; Sarto L. (51’ Minozzi), Boni, Castello, Bellini; Canna ( 73’ Mckinley), Violi (61’ Tebaldi); Parisse (c), Steyn, Minto (62’ Licata); Budd (73’ Ruzza), Fuser; Ferrari (61’ Chistolini), Bigi (40’-77’ Ghiraldini), Lovotti (51’ Zani)

all. O’Shea

Argentina: Tuculet; Cancelliere, Orlando (58’ Moroni), Gonzalez-Iglesias, Boffelli; Sanchez (9’-17’ Hernandez), Landajo (60’ Bertranou); Leguizamon (57’ Macome), Kremer, Matera; Lavanini, Alemanno (51’ Petti); Tetaz-Chaparro (64’ Pieretto) , Creevy (cap) (61’ Montoya), Garcia-Botta (44’ Noguera)

all. Hourcade

arb. Peyper (Sudafrica)

Calciatori: Hernandez (Argentina) 1/1, Canna (Italia) 4/4, Sanchez (Argentina) 5/6

 

Un’Argentina da dimenticare quella che ieri pomeriggio, nel match amichevole disputato contro la Nigeria, ha perso per ben 4-2.

Un inizio senz’altro promettente, con un vantaggio di 2-1 alla fine del primo tempo non lasciava affatto pensare alla disfatta finale e soprattutto all’incredibile rimonta della nazionale nigeriana.

A preoccupare la nazionale argentina non è solo la scarsa performances in campo dei giocatori nel secondo tempo, ma anche le condizioni fisiche dell’attaccante Sergio Aguero, che durante l’intervallo accusa un malore all’interno dello spogliatoio. Pare che dopo essere rientrato negli spogliatoi, il giocatore abbia cominciato a vomitare e poi sia svenuto. Il personale medico è subito intervenuto e Aguero è stato trasportato in ospedale per i controlli del caso.

Le sue condizioni adesso sono migliorate e i medici fanno sapere che non c’è nulla di cui preoccuparsi. Probabilmente il giocatore argentino risente ancora fisicamente dell’incidente che ha avuto qualche settimana fa con l’auto, che gli ha causato dei problemi al costato.

Il suo malore improvviso ha forse scosso un po’ i suoi compagni che nel secondo tempo, dove Aguero è stato sostituito tempestivamente con Dario Benedetto, non hanno giocato al massimo e poi hanno perso per 4-2 a favore della Nigeria.

Aguero, però, nonostante non fosse probabilmente al massimo della sua forma, è riuscito come sempre a farsi notare in quei 45 minuti di gioco. Al 36esimo ha anche segnato la seconda rete argentina.

L’attaccante del Manchester City è uno dei miglior giocatori della nazionale argentina. Proprio da ieri, infatti, nella classifica dei migliori marcatori Aguero raggiunge il podio, occupando la terza posizione dopo Lionel Messi (61 reti) e Gabriel Batistuta (54 reti). Con il suo gol numero 36 segnato nel match amichevole di ieri sera è riuscito a raggiungere e superare Hernan Crespo.

Ci aspettiamo, adesso, di rivederlo presto in campo, dopo aver fatto tutti i controlli precauzionali in seguito al suo svenimento e aver ritrovato la perfetta forma fisica.

Il Mondiale 2018 si sta avvicinando, il tabellone delle partecipanti è quasi al completo (mancano solamente le squadre che disputeranno i playoff) e l’Adidas ha voluto lanciare le nuove maglie in vista del campionato del mondo in Russia.

Se l’Italia, con Puma, ha lanciato la nuova maglia azzurra con tanto di celebrazione per i 20 anni di Buffon in Nazionale, l’azienda tedesca ha svelato quelle che saranno le prossime divise indossate dalle squadre che hanno Adidas come sponsor tecnico.

A primo acchito, soprattutto per i più nostalgici, le nuove divise disegnate dal colosso teutonico fanno chiari riferimenti alle maglie indossate negli anni ’80-’90. Mancanza di originalità o voluto tributo del vintage?

Un tuffo nel passato dove ci vengono in mente scene sportive indimenticabili di tanti campioni del calibro di Maradona, Matthäus , Valderrama, ecc…

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ARGENTINA

La maglia delle Selección, con la classica alternanza delle bande biancocelesti, si accosta agli anni d’oro con il Pibe de Oro protagonista. Dal Mondiale vinto del 1986, alla vittoria della Copa America di Ecuador 1993, passando per il secondo posto a Italia 1990. Le strisce dell’Albiceleste sono di varie sfumature ma il collo a punta è un particolare indossato dai calciatori argentini durante il torneo sudamericano del 1993 con Gabriel Omar Batistuta protagonista;

 

BELGIO

La formazione dei Diavoli Rossi si è qualificata in piena tranquillità e prenderà così parte al suo 13esimo campionato Mondiale. Lukaku e compagni vestiranno una maglia che ricorda molto quella indossata durante l’Europeo 1984 disputatosi in Francia. Il riferimento è legato soprattutto ai rombi posti sul petto con al centro il logo della federazione della Nazionale calcistica belga;

 

COLOMBIA

La maglia dei Cafeteros è un omaggio al grande Mondiale disputato in Italia nel 1990 in cui la nazionale sudamericana raggiunse una storica qualificazione agli ottavi di finale. Era la Colombia della generazione d’oro con giocatori del calibro di Carlos Valderrama, René Higuita e Faustino Asprilla. La maglia indossata durante la spedizione italiana è molto simile a quella attuale con una grossa presenza del giallo, con il design grafico rosso e blu sui lati per richiamare i colori della bandiera. Sul retro lo slogan “Uniti per un Paese”;

 

GERMANIA

Altrettanto nostalgica è la maglia della Nazionale tedesca, vincitrice dell’ultimo Mondiale in Brasile 2014. Il riferimento però è ad un’altra Coppa del Mondo vinta, quella del 1990. Erano gli anni degli “italiani” Matthäus, Völler e Brehme, della Germania Ovest e della rinascita di un paese, post crollo del Muro, che si sarebbe riunificato ufficialmente di lì a poco. La riproposizione del disegno delle righe orizzontali della bandiera tedesca è chiaramente uguale a quello del Mondiale italiano. La differenza sostanziale nella scelta dei colori: via il rosso e il giallo, per Russia 2018 le righe saranno monocromatiche;

 

GIAPPONE

Per la Nazionale del Sol Levante il tocco delle maglie è più astratto. In effetti non si tratta di una rivisitazione di una maglia calcistica, ma dell’uniforme artigianale del Paese con il punto da ricamo Sashiko e con una tonalità di blu Katsuiro utilizzata dai samurai sotto l’armatura. I particolari sono anche i tocchi di rosso e di bianco della bandiera nipponica;

 

MESSICO

La nazionale del Tricolor è tornata a indossare una maglia quasi del tutto verde, con un collo a punta e un gioco di colori tono su tono nella zona laterale. Il pensiero porta al Mondiale giocato in casa nel 1986, quando vennero eliminati dalla Germania Ovest. Quel Mondiale lo vinse però l’Argentina di Maradona.
Sul retro della maglia una scritta “Io sono il Messico” e i pantaloncini bianchi con calzettoni rossi che completano i colori della bandiera;

 

RUSSIA

La Nazionale ospitante non ha avuto ostacoli di qualificazione dato che parteciperà di diritto al Mondiale 2018. L’Adidas tuttavia ha voluto omaggiare la squadra sovietica, al tempo ancora sotto l’effige Urss, che nel 1988 vinse l’oro ai giochi Olimpici di Seul nel 1988 grazie alla coppia d’attacco Dobrovolski – Mykhaylychenko, entrambi ex Serie A, Genoa il primo, Sampdoria il secondo.
Le linee della nuova maglia partono dalle spalle sino alla parte anteriore con piccoli dettagli che risaltano i colori della bandiera e l’aquila. In più c’è anche una frase: “Insieme per la vittoria”, è stata invece rimossa la sigla CCCP;

 

SPAGNA

Le Furie Rosse, campioni del Mondo 2010, omaggiano il Mondiale americano di Usa ’94. In quell’edizione giunsero ai quarti di finale, battuti dagli azzurri grazie alle reti di Roberto e Dino Baggio. In quella partita si ricorda anche l’episodio della gomitata di Mauro Tassotti a Luis Enrique con tanto di squalifica con la prova tv.
Così come il Belgio, sono presenti anche sulla maglia Roja i rombi, seppur in verticale. Sulla forte base rossa i colori sono sfumati con rosso, giallo e blu. In realtà potrebbe sembrare un effetto ottico il quale fa sì che guardando da lontano la maglia, si abbia l’impressione che invece di un blu si tratti di un colore viola.
Tuttavia la somma di rosso, giallo e viola, ricorda a tutti gli spagnoli il vessillo della Spagna repubblicana, abolito poi dal regime franchista. Oggi quella bandiera non ha valore ufficiale, ma viene sventolata nelle manifestazioni della sinistra, o usata dalle associazioni e dai movimenti repubblicani, che rivendicano il suo utilizzo al posto della attuale Rojigualda, la bandiera ufficiale spagnola. Il tutto in un periodo di forte crisi interna con la questione Catalogna.

Il grande campione argentino Lionel Messi oggi si appresta a realizzare un record storico: 600 presenze nel team del Barcellona!

La partita di stasera, che la sua squadra giocherà contro il Siviglia, segna, infatti, la sua presenza numero 600. Un record incredibile che lo porta direttamente al terzo posto nella storia del club catalano. I giocatori che possono vantare un maggior numero di presenze rispetto all’argentino sono solo due: Andrés Iniesta con 642 presenze e Xavi con 767 presenze.

Onore al merito, quindi, per il giocatore che è riuscito anche a superare lo storico Carles Puyol, che è rimasto fermo a 593 presenza nella squadra.

Messi, dopo ben 600 partite con il Barcellona, rimane l’uomo di punta che continua a collezionare successi e porta con sé dei numeri spettacolari: più di 500 reti segnate con la maglia del Barcellona e 30 titoli vinti.

Ma il goleador non è solo un grande uomo dentro il campo ma anche fuori, come dimostrano le sue iniziative personali che lo portano a sostenere cause umanitarie di grande interesse. Ecco che quindi Messi torna a far parlare di sé, ma stavolta non per una sua prestazione calcistica ma per il suo grande cuore.

Nel 2016 si è conclusa una disputa giudiziaria in cui era coinvolto il fuoriclasse argentino contro un giornalista spagnolo. La causa è stata vinta dal calciatore che ha ricevuto un risarcimento di ben 72.783 euro. Una cifra esorbitante che Messi, senza alcuna esitazione, ha deciso di devolvere a Medici senza Frontiere, per dare sostegno medico ai paesi bisognosi.

Un grande gesto che evidenzia un lato del suo carattere buono e generoso, di contro al carattere deciso e caparbio che siamo soliti vedere in campo per portare la sua squadra alla vittoria. La beneficienza è un punto fermo nella sua vita e in più di un’occasione Messi si mette a disposizione per aiutare chi è più sfortunato di lui.

Nel calcio capita di assistere a questi fenomeni di solidarietà da parte di calciatori celebri: ricordiamo le diverse iniziative di Cristiano Ronaldo che si impegna frequentemente nel sociale per donare un sorriso a chi ne ha bisogno. Proprio di recente il calciatore portoghese ha devoluto l’intero importo ricavato dalla vendita del pallone d’Oro in beneficienza.

Messi, così come Ronaldo e altri, rappresentano quella cerchia di persone che non perdono mai di vista il mondo che li circonda e che, coi loro mezzi, offrono il loro aiuto in modo incondizionato e senza per questo cercare la fama. Del resto, Messi è il classico esempio di calciatore che non ha bisogno di azioni eclatanti per emergere, dopo i suoi innumerevoli successi e i suoi continui traguardi, come il record di stasera.

Cosa manca, quindi, nella vita del grande campione? Forse una cosa ci sarebbe: con la maglia del suo paese d’origine, l’Argentina, Messi non ha mai vinto un mondiale. Riuscire a conquistare anche questo grande traguardo sarebbe la ciliegina sula torta per coronare la spettacolare carriera del calciatore.

Il Campionato del Mondo 1958 in Svezia fu la prima edizione in cui la nazionale italiana non partecipò per la mancata qualificazione e per il debutto del O Rei, Pelè.

Tuttavia in secondo luogo, il Mondiale scandinavo segnò un piccolo cambiamento per quel che riguardano i festeggiamenti post vittoria.

Il Brasile, a Stoccolma, vinse il primo titolo Mondiale dopo le delusioni del Maracanazo del 1950. Il capitano verdeoro, Hilderaldo Luiz Bellini, ebbe l’onore di prendere per primo la Coppa Rimet per la prima volta della storia del calcio brasiliano.

Dal momento in cui ricevette il trofeo, un suo gesto ha cambiato il concetto di vittoria.

Il capitano della Seleçao, poiché circondato da decine e decine di supporters, alzò la coppa in alto affinché i giornalisti brasiliani potessero fotografare lo storico momento. La Coppa Rimet fu sollevata e tenuta alta sopra il capo per parecchi secondi.

Un gesto casuale, nato così senza pensarci su, che però è diventato il simbolo di ogni capitano che prende per mano la Coppa del Mondo.

Nel 1962 è successo nuovamente a Bellini, trionfante con il suo Brasile anche in Cile, e da lì in poi a tutti i capitani delle vari nazionali vincenti.