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Può il calcio salvare una vita? Secondo un finanziere polacco di nome Narek Kopaczen è davvero possibile. A distanza di 20 anni è grato a quel gol segnato nel 1998 che gli ha permesso  oggi di essere vivo e poter raccontare la sua incredibile storia.

La vicenda è legata ai Mondiali di calcio di Francia del 1998 e il suo inconsapevole salvatore, Javier Zanetti, è colui che ha segnato quel gol decisivo che ha cambiato il suo destino.

Secondo Olè che racconta la vicenda, quel giorno in cui giocavano Argentina e Inghilterra, il 30 giugno, il polacco era in casa a guardare la partita. Sin dalle prime battute il match è dalla parte degli inglesi che quasi al termine del primo tempo sono in vantaggio per 2-1.

Pare che proprio in quel momento il finanziere si stesse preparando per andare a passeggiare il cane e portare la macchina al comando di polizia. Questa consuetudine andava avanti tutte le sere ma quel giorno qualcosa andò diversamente.

Che sia stato il destino o la mano divina non ci è dato di saperlo, ma proprio poco prima del fischio dell’intervallo Zanetti segna una rete che stravolge letteralmente la vita del polacco.

Quel gol invoglia Kopaczen a non uscire di casa: la partita si fa interessante con un 2-2 alla fine del primo tempo (e con un gol splendido di Owen) ed eccezionalmente cambia i suoi programmi.

Un cambiamento non previsto da una banda di criminali che, conoscendo le abitudini del finanziere, avevano organizzato proprio quella sera un attentato alla sua vita. La macchina del polacco andò in fiamme ed esplose, ma al suo interno non c’era nessuno e tutto grazie a Zanetti!

Narek Kopaczen ne è convinto: il calciatore argentino gli ha salvato la vita con quel gol e anche se a distanza di due decenni non potrà mai dimenticare l’accaduto. Così ha deciso anche di ringraziarlo per mezzo di una lettera che riassumeva tutta la vicenda e la sua gratitudine. 

L’idea di aver salvato una vita, pur in modo del tutto inconsapevole e mentre giocava la sua partita, è per Zanetti un grande onore di cui però non vuole prendersi troppi meriti. Lusingato ma anche sorpreso, così commenta l’intera storia:

È incredibile come il mio gol abbia salvato la vita di una persona, ma la verità è che gioco per vincere e questo è quello che ho fatto in quella partita contro l’Inghilterra. Confesso che mi piacerebbe molto incontrare personalmente la persona che crede di vivere ancora grazie a me 

L’ex difensore dell’Inter da allora ha continuato a giocare come sempre, ma con la consapevolezza di aver segnato una rete che per qualcuno, a tantissimi chilometri di distanza da lui, ha significato molto di più di un semplice gol. Quest’idea lo ha reso orgoglioso e lo ha spinto a dare sempre il meglio di sé match dopo match, fino al momento in cui ha appeso le scarpe al chiodo, nel 2014.

 

I precedenti sono quelli che sono e va bene così. Manuel Neuer è stato molto vicino a rompere l’egemonia Messi – Cristiano Ronaldo nella rincorsa al Pallone d’Oro. Ed è stato, beffardamente, osannato nel 2014, dopo il Mondiale vinto. Tutti a incensare le gesta del tedesco, su Facebook a pubblicare i video delle sue parate, delle sue mirabolanti uscite.

Endorsement vari, uno ai tempi proveniente addirittura dall’Argentina e portava la firma di Diego Armando Maradona. Ma poi come va a finire? Esattamente come quando tutti criticano pubblicamente il signor B. e alla fine il suo partito vince(va) sempre le elezioni. E poi “Manuanoja” è arrivato terzo, nel 2014, e nemmeno secondo. Dietro Messi. E ti pareva anche questo.

Strano ruolo, quello del portiere. E così chapeau per Lev Jašin (ma voi chiamatelo Yashin) primo ed ultimo estremo difensore a vincere questo riconoscimento. Era il 1963, il trofeo non aveva neppure dieci anni, diciamo che eravamo tutti più innocenti e sbarbatelli.
Così, Manuel non ti resta che tenere a mente queste parole dello scrittore Eduardo Galeano nel libro “Splendori e miserie del gioco del calcio”: ricordati, la maledizione ti perseguiterà fino alla fine dei tuoi giorni. Hai scelto di essere un portiere e, in quanto tale, sei uno sfigato. Con affetto.

Lo chiamano anche portiere, numero uno, estremo difensore, guardapali, ma potrebbero benissimo chiamarlo martire, paganini (nella zona rioplatense indica scherzosamente chi paga il conto), penitente, pagliaccio da circo. Dicono che dove passa lui non cresce l’erba. E’ un solitario. Condannato a guardare la partita da lontano. Senza muoversi dalla porta attende in solitudine, fra i tre pali, la sua fucilazione. Prima vestiva di nero come l’arbitro. Ora l’arbitro non è più mascherato da corvo e il portiere consola la sua solitudine con la fantasia dei colori. Lui i gol non li segna. Sta lì per impedire che vengano fatti. Il gol, festa del calcio: il goleador crea l’allegria e il portiere, guastafeste, la disfa. Porta sulle spalle il numero uno. Primo nel guadagnare? No, primo a pagare. Il portiere ha sempre la colpa. E se non ce l’ha paga lo stesso. Quando un giocatore qualsiasi commette un fallo da rigore, il castigato è lui: lo lasciano lì, abbandonato davanti al suo carnefice, nell’immensità della porta vuota. E quando la squadra ha una giornata negativa, è lui che paga il conto sotto una grandinata di palloni, espiando peccati altrui. Gli altri giocatori possono sbagliarsi di brutto una volta o anche di più, ma si riscattano con una finta spettacolare, un passaggio magistrale, un tiro a colpo sicuro: lui no. La folla non perdona il portiere. E’ uscito a vuoto? Ha fatto una papera? Gli è sfuggito il pallone? Le mani di acciaio sono diventate di seta? Con una sola papera il portiere rovina una partita o perde un campionato, e allora il pubblico dimentica immediatamente tutte le prodezze e lo condanna alla disgrazia eterna. La maledizione lo perseguiterà fino alla fine dei suoi giorni

Ps. il Mondiale – in attesa del prossimo in Russia – Neuer l’ha vinto. Messi (ancora) no.

Dopo l’esclusione dell’Italia ai Mondiali di Russia 2018 si riparte con nuove sfide. Andare avanti è inevitabile, ma bisogna farlo con una marcia in più e Luigi Di Biagio ha tutte le intenzioni di dare una svolta a questo periodo nero che sta affrontando la nazionale italiana.

È lui il ct scelto per accompagnare l’Italia nelle imminenti Amichevoli che per il nostro paese cominceranno il 23 marzo. La prima partita sarà disputata contro l’Argentina alle 20.45 all’Etihad Stadium di Manchester, mentre la seconda si giocherà martedì 27 marzo contro l’Inghilterra al Wembley Stadium di Londra alle ore 21.00.

In entrambe le occasioni a scendere in campo dovrà essere una nuova Italia, capace di fare la differenza e riscattarsi da quell’ultimo incontro con la Svezia che rappresenta ancora una ferita aperta.

Di Biagio ha formato una squadra che secondo lui ha i numeri per emergere, tra vecchi e nuovi talenti, che devono dimostrare già in queste due prime partite di avere un unico obiettivo: vincere ad ogni costo.

E per farlo ha deciso anche di affidarsi a dei volti nuovi, al loro esordio in nazionale, che spera possano portare una ventata di novità anche in campo. Uno di loro è Federico Chiesa, centrocampista della Fiorentina, figlio d’arte, che vuole essere ricordato per i suoi meriti in campo e non per il nome che porta.

Non sono un predestinato, ma sono qui per il duro lavoro 

Un altro nome nuovo all’interno della squadra azzurra è quello di Patrick Cutrone, attaccante del Milan, che fino all’anno scorso giocava in primavera. Considerato una promessa del calcio italiano, afferma di vivere un sogno e poter essere uno di quelli che faranno rinascere la nazionale azzurra.

Tra volti nuovi come quelli di Chiesa e Cutrone ci sono anche presenze che conosciamo bene, come il centrocampista del Napoli Jorginho, calciatore originario del Brasile ma naturalizzato italiano. Ha scelto di impegnarsi nella nazionale azzurra e gioca senza mai voltarsi indietro:

Nessun rimpianto per aver scelto l’Italia e non il Brasile: ho sempre voluto la Nazionale italiana, questo Paese mi ha dato la possibilità di realizzare il mio sogno

E sull’Italia di Di Biagio ecco cosa dice:

Quello che ci chiede il mister è di cercare di non aver paura e giocare palla veloce, dice che dobbiamo divertirci con la palla. Con lui il mio modo di giocare non cambia molto rispetto al Napoli. Dobbiamo credere nel nuovo progetto e nelle idee di gioco del mister, il gruppo deve essere unito per ripartire

Appuntamento, quindi, a venerdì 23 marzo alle ore 20.45 per la prima partita di questa nuova formazione azzurra che cerca la sua rivincita proprio a partire dalle Amichevoli.

Il sogno di ogni giocatore è vincere grandi trofei e riportare la propria squadra in vetta al mondo. Non è da meno Lionel Messi, che dall’alto dei suoi numeri da record legati alle performance in campo, conserva questo grande sogno nel cassetto con la speranza e l’intenzione di realizzarlo proprio ai Mondiali di Russia 2018.

Ecco come si racconta ai microfoni dell’emittente argentina America Tv:

Arrivare in finale e sollevare quella coppa è tutto quello che desidero. Immagino sempre di poter giocare questa finale, vincerla e alzare la coppa. E’ il sogno di una vita e ogni volta che arriva un Mondiale questo sogno è sempre più ricorrente. Per questo piansi nel 2014: sappiamo quanto è difficile vincere un Mondiale e arrivarci così vicino è stato doloroso

Per il calciatore argentino la Coppa del Mondo è un tassello mancante all’interno della sua carriera eccezionale e alla prossima competizione iridata vuole dare il massimo per offrire al suo paese quel trofeo che non vince ormai da tanto tempo.

Spero che questo sia un grande Mondiale per tutti noi, è quello che sogna tutto il Paese. Andrò in Russia con grande voglia di riportare la coppa in Argentina. Sembra che raggiungere tre finali sia inutile. Se non diventeremo campioni in Russia ci chiederanno di lasciare tutti la nazionale

Il suo pensiero fisso verso la prossima competizione mondiale si aggiunge ai suoi attuali impegni con il Barcellona, ma per affrontare tutto senza farsi sopraffare dalle pressioni inevitabili del suo lavoro Messi ha un segreto: la sua famiglia:

Quello che mi fa dimenticare di tutto è la mia famiglia, con l’arrivo del primo figlio sono cambiato, non mi concentro solo sul calcio anche se non mi piace né perdere né pareggiare. Ma la prendo in modo diverso, ci sono cose più importanti di una partita. Tutti vogliamo vincere ma a volte non si può, il calcio è pieno di sorprese e non vince mai il migliore. Ma ho imparato a conviverci

Tra il sogno della Coppa e il suo amore incondizionato per la famiglia, durante l’intervista si affrontano anche altri temi legati al suo paese d’origine e al suo possibile ritiro un giorno non ancora troppo vicino. Il fuoriclasse non ha ancora intenzione di appendere le scarpe al chiodo e non immagina nemmeno come potrebbe essere quel momento, ma sa bene che non sarà facile:

È difficile pensare di non fare più quello che sto facendo oggi. Non ho idea di quello che farò, di dove starò, di dove andremo a vivere… Mi piacerebbe fare tutto quello che non ho mai potuto, per via di questa professione. Ma non so se sarò a Barcellona o se tornerò a Rosario. 

Ma l’idea di tornare nei quartieri che frequentava durante l’infanzia non è molto allettante ed è motivo di grande confusione per il campione argentino:

Mi dispiace vedere come stia oggi l’Argentina. Il mio pensiero è quello di tornare un giorno a Rosario e godermi la mia città, come non ho potuto fare da quando sono andato via. Però il tema dell’insicurezza mi preoccupa. C’è il rischio di essere uccisi per un orologio, una bicicletta, una moto. I furti ci sono in tutte le parti del mondo, ma non poter camminare per paura di essere rapinato o ancora peggio, è una follia. Quando ero piccolo, ricordo che stavamo in strada dalla mattina fino alle 9-10 di sera e non succedeva nulla di nulla. So che non è possibile tornare a quei tempi, ma che almeno si possa vivere di nuovo in sicurezza. 

Nel frattempo, però, preferisce concentrarsi su obiettivi più immediati, sicuramente legati al suo Barcellona, ma già proiettati verso la Russia, per realizzare quel grande sogno insieme alla nazionale argentina e alzare la Coppa con la maglia da Capitano.

 

A soli 25 anni è lui la stella del momento in Serie A: Mauro Icardi è il sesto giocatore più giovane della storia a raggiungere quota 100 gol nel campionato italiano.

Il calciatore argentino, attaccante e capitano dell’Inter, nella partita contro la Sampdoria giocata il 18 marzo ha segnato ben 4 reti, che oltre ad essere un risultato spettacolare, segnano anche un record che pochi giocatori così giovani possono festeggiare.

Il poker infatti gli fa raggiungere quota 103 gol totali messi a segno nella Serie A. Un traguardo che arriva dopo un periodo buio, dovuto ad un infortunio che lo ha tenuto lontano dal campo di gioco per circa un mese. E questo risultato avviene proprio nello stadio dove il giocatore argentino ha centrato la sua prima rete in Serie A.

Ecco le parole del protagonista, osannato come bomber anche da Spalletti:

È stato un periodo brutto. Ho saltato quattro partite in cui volevo essere in campo ma ora sono tornato e posso aiutare la squadra. Il mister ha detto che avevamo poca qualità? Ci ha provocato e noi abbiamo reagito. Abbiamo avuto un approccio giusto dal primo minuto. Oggi si è visto che il nostro tecnico sa gestire questi momenti di difficoltà. 103 gol in Serie A nello stadio dove avevo esordito? Sono contento per questo traguardo, non me l’aspettavo. Pensavo di farne uno o al massimo due ma non quattro. In questo stadio ho fatto il primo gol in Serie A e avevo anche già fatto un poker. Si vede che era destino che arrivassi a 103 a Marassi 

Si può dire che il capitano interista sia tornato alla grande, centrando il suo poker di reti, di cui un gol di tacco e un rigore, e riportando in corsa per la Champions League la sua squadra.

Il Club dei centenari

Icardi e i suoi 103 gol entrano a pieno titolo in quella speciale classifica dei “centenari” che lo proiettano nella storia del campionato italiano di Serie A. Si posiziona al sesto posto: ma chi si trova nelle prime 5 posizioni? Al quinto posto staziona Josè Altafini, che ha raggiunto questo traguardo a 24 anni e 239 giorni. Calciatore brasiliano, oltre a vestire la maglia della sua nazionale e in seguito di quella italiana (dopo essere diventato un calciatore neutralizzato), ha giocato nel Milan e nella Juventus diventando uno dei più giovani a segnare tante reti. Al quarto posto troviamo Felice Borel, che ha totalizzato le 100 reti a 23 anni e 307 giorni. Ha vestito le maglie di Juventus e Torino, e poi è stato anche protagonista della vittoria della nazionale italiana nel Campionato Mondiale del 1934. Al terzo posto ecco Giampiero Boniperti, quota 100 a 23 anni e 193 giorni. Fedele alla Juventus, prima come giocatore e poi come dirigente sportivo, rappresenta uno dei massimi calciatori della storia calcistica italiana. Al secondo posto c’è Silvio Piola, cento reti a 23 anni e 68 giorni. Considerato uno dei più grandi centravanti italiani, facendo un conto di tutte le partite giocate in diverse squadre e campionati, Piola ha totalizzato 675 partite segnando 390 reti. Il primato del club dei centenari rimane nelle mani di Giuseppe Meazza, che ha raggiunto le 100 reti a 23 anni e 32 giorni. È attualmente il miglior marcatore che ha giocato nell’Inter, per almeno 14 stagioni, vincendo anche nel 1934 il Campionato Mondiale insieme a Felice Borel. Ma non è il suo unico successo e per merito del suo talento lo stadio di San Siro a Milano prende oggi il suo nome.

Icardi e la nazionale argentina

Ottime performances in campo, sesto nella classifica del club dei centenari e grandi risultati nel campionato italiano sembrano non bastare per vederlo trascinatore anche con la maglia dell’Argentina, finora convocato solo 4 volte dal 2013. 

E l’attuale ct Jorge Sampaoli non sembra andare controcorrente: che sia questo suo ultimo traguardo a sollecitare il commissario tecnico a dedicare maggiore spazio alla sua punta di diamante?

Lo vedremo, dunque ai Mondiali di Russia 2018, ma nel frattempo, Icardi si gode il suo momento d’oro e di dedica alla sua Inter, pronto per regalare altre soddisfazione alla squadra neroazzurra.

Era il 5 giugno 1986, una calda estate  messicana del Mondiale in cui vide il trionfo di Diego Armando Maradona con la nazionale dell’Argentina.

Proprio una delle vittime del Pibe de Oro fu l’Italia di Bearzot che contro gli azzurri realizzò la rete che permise l’Albiceleste di pareggiare il gol di Altobelli su rigore.

Il gol fu definito da Luca di Montezemolo «fesso». In effetti, allo stadio messicano Cuauhtémoc di Puebla, molte colpe furono attribuite al portiere Giovanni Galli.

Il numero uno azzurro restò come un gatto di sale sul tocco del numero 10 e capitano argentino. Galli rimase inspiegabilmente immobile; anzi, un piccolo movimento il portiere pisani l’accennò verso la palla, ma parve quasi ritirare la mano.

Nello specifico Maradona riuscì a curvare il sinistro, bruciando Gaetano Scirea sullo scatto.

Un tocco da biliardo e palla nell’angolo per l’1-1 che facilitò il passaggio del turno dei sudamericani.

Per quel gesto così strano, si parlò addirittura di “tacito accordo”.

Anche il grande Gigi Rivera caricò molto le parole

Si è fermato a metà strada: non ha neanche allungato il braccio. L’ Italia ha rinunciato troppo, si è impegnata solo nelle marcature di Maradona e delle due punte. Non ha saputo sfruttare il vantaggio!

Il povero Galli, incerto fin dall’inizio della rassegna continentale, quando tornava negli spogliatoi, nervoso, chiedeva subito ai compagni: “come sono andato?”.

Cristiano Ronaldo – Messi – Messi – Messi – Messi – Cristiano Ronaldo – Cristiano Ronaldo – Messi – Cristiano Ronaldo – Cristiano Ronaldo. Sembra un testo futurista, ma così in maniera estesa, crea un ulteriore impatto. Un decennio governato da un’unica oligarchia: dieci edizioni del Pallone d’oro spartite tra il giocatore del Real Madrid (anche se ha iniziato a collezionare trofei quando era ancora al Manchester United) e quello del Barcellona.

Ma c’è stato un prima. Un’era precedente che ai nostri occhi sembra millenaria. E l’ultimo re di un impero calcistico un po’ più “umano” è stato Kakà. Nel 2007, la stella del Milan dall’eterno viso fanciullesco, dopo esser stato il trascinatore nella cavalcata che ha portato la Champions League contro il Liverpool, la Supercoppa Europea contro il Siviglia e il Mondiale per Club contro il Boca Juniors, trionfa anche nei riconoscimenti individuali, conquistando il Pallone d’oro dopo Fabio Cannavaro. Un voler rimarcare quanto di leggendario fatto quell’anno: il migliore al mondo è il brasiliano numero 22.

Ma in quel trofeo luccicante c’è il germe della “rivolta” perpetrata dal fantasmagorico duo: Kakà per innalzare il premio di France Football ha scalzato proprio Ronaldo, arrivato secondo, e Lionel Messi, giunto terzo. Da quel momento solo nel 2010 non vedremo sul podio entrambi i fuoriclasse: in quell’anno, infatti, fu all-in blaugrana con gli ambasciatori Xavi e Iniesta ad aprire le porte della gloria all’argentino.

San Siro è stata la navicella spaziale di Kaká, uno che veniva da un altro pianeta, è all’Old Trafford, nell’andata della semifinale di Champions del 2007, che mise in mostra, in mondovisione, tutto quello che aveva fatto vedere dal suo arrivo in Italia nell’estate del 2003: in particolare, una straordinaria capacità nel ribaltare l’azione, tagliando il campo a velocità supersonica e sempre con la palla al piede (destro o sinistro che fosse), sempre a testa alta e sempre con estrema purezza del gesto.

Di lui si dirà sempre che è stato un giocatore elegante, nonostante le galoppate e gli strappi di direzione. E se all’Old Trafford – il tempio del calcio – innalzò davanti a CR7 il manifesto della sua arte, fu con la maglia del Brasile che Kakà ammutolì sul campo Messi.
Bisogna riavvolgere le lancette di un anno, è il 3 settembre 2006 e mentre in Italia si contano i danni di calciopoli nonostante una Coppa del Mondo appena sollevata, in giro per il globo è già tempo di amichevoli nazionali per impostare i nuovi cicli. E a Londra si gioca un’amichevole che di “fraterno” non ha nulla: Brasile contro Argentina. La nuova Seleçao di Dunga rifila tre reti all’Albiceleste: doppietta di Elano, 3-0 di uno straripante Kakà, con Robinho “man of the match”.

Anche in estate, anche a settembre dopo un Mondiale, il ragazzo del Milan veste il suo smoking bianco. Entrato al 59’ al posto di Daniel Carvalho, a un minuto dal 90’, fa quello che gli riesce meglio: prende palla dalla difesa approfittando di un errato controllo di un giocatore argentino, alza lo sguardo e punta la porta nonostante tre/quarti di campo ancora da fare. Parte, si lascia alle spalle lo stesso giocatore, supera il cerchio di centrocampo, procede incalzante, poi tocco a cambiare direzione in uscita che manda a terra il difensore Milito e tocco che sa di sentenza mentre Abbondanzieri prova a intercettare il tiro in uscita bassa.

 

E’ il gesto di una carriera, ripetuto all’impazzata seminando avversari lungo la pista verde, ma questo è speciale perché è partito proprio rubando palla a Messi e superandolo in velocità in una corsa generazionale. Messi ha ancora 19 anni, va detto, ma ha le stimmate del campione. In quell’istante però, in quei quattro secondi di partita, l’ordine delle cose ha ristabilito il suo ordine: nell’ultima fase dei mortali, Kakà è di un altro pianeta.

“Un leone non muore mai, ma dorme”. Un modo di dire che i tifosi del Camerun nel corso degli anni sono soliti pronunciare per stigmatizzare la morte, staccarsi da questa. L’avevano scritto su uno striscione nel 2003 dopo la prematura scomparsa di Marc-Vivien Foé; torna in questi giorni di bocca in bocca tra i sostenitori della Nazionale africana per un’altra dolorsa scomparsa. Uno degli idoli tra i “Leoni indomabili” che fecero sfaville nel Mondiali 1990 disputato in Italia.

Il  9 dicembre, Benjamin Massing, ex-difensore del Camerun, si è spento a 55 anni nella sua casa a Édéa. Il nome di Massing è legato ai più bei traguardi che ha raggiunto la nazionale calcistica camerunense: nel 1988 i Leoni indomabili portano a casa per la seconda volta la Coppa d’Africa e due anni dopo, per la prima volta partecipò ai Mondiali riuscendo a sconfiggere a sopresa l’Argentina di Diego Maradona, campione del mondo, nel match d’esordio, e raggiungendo il gradino dei quarti di finale persi contro l’Inghilterra in un indimenticabile 3-2.

Patrick Mboma, altro idolo camerunense, è stato uno dei primi giocatori a rendergli tributo sui social:

Tutti abbiamo i nostri eroi. E’ brutto svegliarsi e sapere che uno di questi non c’è più. Un leone non muore mai, ma dorme! Addio, campione

Thomas Nkono, Roger Milla e Francois Omam-Biyik, il giustiziere dell’Argentina nel match d’esordio a San Siro l’8 giugno 1990.  Anche Massing, a modo suo, fu protagonista di quel match: il difensore è tuttoggi ricordato per un’entrata durissima e pericolosa su Claudio Caniggia, falciato in contropiede a due minuti dalla fine dei regolamentari. Massing, che in quella feroce scivolata perse anche uno scarpino, fu espluso e costretto a saltare le due partite successive della fase a gironi, ma quel Camerun dei miracoli proseguì la sua stradad arrivò fino ai quarti di finale. 

Niente di grave per il giocatore di rugby Sergio Parisse, ma per un po’ lo vedremo lontano dal campo di gioco.

Durante l’ultima partita contro il Sudafrica il capitano azzurro si è infortunato e a seguito di controlli minuziosi si è reso necessario per lui un intervento chirurgico al ginocchio destro. Lo staff dello Stade Français non ha volutamente dato altre informazioni, ma ha rassicurato sulle condizioni di Parisse, con tanto di foto, per giustificare la sua assenza nel match di Top 14, il derby col Racing 92.

Si parla di un mese di ritiro forzato, in cui l’azzurro dovrà dedicarsi al suo completo recupero per tornare più in forma che mai a febbraio per il Sei Nazioni, che sarà disputato allo Stadio Olimpico di Roma il 4 febbraio e continuerà fino a marzo.

Parisse e la sua nazionale

Parisse rappresenta un punto di riferimento per la sua squadra, che conta molto sulla sua presenza nei prossimi importanti incontri.

Il test match di novembre appena concluso ha visto in campo delle buone tattiche di gioco e strategie vincenti che hanno fatto intravvedere delle buone possibilità in vista del Sei Nazioni in programma nei prossimi mesi.

Una vittorie e due sconfitte quelle che la nazionale azzurra di rugby ha registrato nell’ultimo mese, ma che rendono orgoglioso il ct Conor O’Shea.

La vittoria contro le Fiji è la partita che riempie d’orgoglio. Un successo completo che però, purtroppo, non ha avuto seguito nei due match successivi, contro l’Argentina e il Sudafrica. Le due squadre sono sicuramente molto più forti dell’Italia, ma la nazionale azzurra ha giocato con impegno e grinta e soprattutto nel primo incontro ha dato del filo da torcere alla squadra argentina.

Dalle parole dell’allenatore si intuisce un grande ottimismo e una grande fiducia nei giocatori azzurri per le prossime competizioni:

Con questo gruppo stiamo percorrendo un viaggio incredibile e vogliamo fare la differenza in futuro con una profondità di squadra sempre maggiore. Il Rugby è sempre questione di energia messa in campo, ed oggi il Sudafrica ne ha messa più di noi. Rispetto all’inizio del nostro percorso il nostro sistema oltre che il fitness e la profondità sono molto migliorati. Ad oggi molti giocatori entrati in campo negli ultimi due anni hanno avuto una crescita incredibile. Vogliamo fare qualcosa di speciale per il rugby italiano e per farlo dobbiamo continuare a crescere

L’Italia fuori dai Mondiali continua ad essere motivo di discussione anche a distanza di giorni dal decisivo play-off contro la Svezia. E stavolta è il grande Lionel Messi che si pronuncia in merito a questa esclusione inaspettata, esprimendo le sue opinioni sul calcio italiano.

L’intervista al calciatore argentino, rilasciata alla Gazzetta dello Sport, ha toccato diversi punti: dai Mondiali, con attenzione alle grandi escluse, fino alla Champions, senza tralasciare il trofeo appena conquistato, la Scarpa D’oro.

Secondo Messi i problemi relativi al calcio nostrano sono cominciati dall’uscita di Milan e Inter dalla Champions League.

Il calcio italiano negli ultimi anni non è più lo stesso. E credo che questo abbia a che fare non solo con la non qualificazione al Mondiale. Per esempio due grandi della Serie A come Milan e Inter non sono più quelle che erano una decina di anni fa e non vanno più in Champions, e questo riguarda tutto il calcio italiano. Piano piano stanno provando a risalire la china, soprattutto i due club milanesi devono tornare a essere competitivi a livello europeo. Nazionali come l’Italia o l’Olanda, che per decenni hanno partecipato alla Coppa del Mondo, in Russia non ci saranno e nessuno se lo sarebbe aspettato. Ma il calcio oggi è questo: anche le piccole nazionali o i piccoli club se ben organizzati possono complicarti la vita

Con queste parole, però, Messi non vuole screditare l’Italia, ma ribadire che le difficoltà si possono riscontrare anche nelle più grandi potenze. Anche la sua Argentina, infatti, ha avuto dei momenti bui, soprattutto in seguito ai continui cambiamenti degli allenatori nell’ultimo periodo.

Insomma, il calcio è cambiato non solo in Italia ma un po’ ovunque e anche le certezze finora acquisite non si possono più considerare tali. E così può succedere che anche una grande nazionale finisce per essere tagliata fuori da un Mondiale come nessuno si sarebbe mai aspettato. Oggi è toccato all’Italia, ma anche ad altre grandi squadre come l’Olanda, ma domani potrebbe toccare anche alla sua nazionale.

Il calcio diventa oggi giorno più tosto ed è più dura qualificarsi

E nel frattempo si pensa anche alla Champions. Le favorite? Per lui al momento sono Psg e Manchester City, ma manca ancora molto tempo ed è presto per fare pronostici. Messi, comunque, si dice soddisfatto del suo Barcellona, anche dopo l’uscita di Neymar:

La partenza di Neymar ha cambiato il nostro modo di giocare. Abbiamo perso in potenziale offensivo ma abbiamo guadagnato nella fase difensiva. Ora siamo meglio organizzati in mezzo al campo, abbiamo più equilibrio e questo ci rende più forti in difesa