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2018

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Una medaglia di bronzo inaspettata quanto insperata quella conquistata da Nicola Tumolero alle Olimpiadi Invernali di PyeongChang nella 10km di pattinaggio di pista lunga.

 

Il 23enne, dopo aver piacevolmente sorpreso nei 5000m, ha colto un terzo posto sorprendente. In effetti l’azzurro non partiva certo tra i favoriti, ma con la forza e con la pazienza è riuscito a costruirsi la gara perfetta battendo anche il fenomeno Kramer. E quasi sicuramente, se arriva la medaglia che non ti aspetti, ha ancora più sapore.

Quest’anno è stato l’anno della consacrazione per il giovane veneto. Ai Campionati Europei di Kolomna (in Russia), Nicola riesce a vincere l’oro nei 5000m, di cui è anche detentore del record italiano. Ora la medaglia olimpica, ed è per questo che da questo grande risultato Nicola Tumolero entra di diritto nello sport azzurro.

Quando si pensa al pattinaggio su ghiaccio maschile, il paragone è, ovviamente, con il grande ex campione Enrico Fabris. Tra i due, oltre lo sport, li accomuna la provenienza. Infatti entrambi sono originari di Asiago.

Fabris, durante le Olimpiadi 2006 riuscì a cogliere tre medaglie: 2 ori (1500 m e inseguimento a squadre) e un bronzo (5000 m).

Fabris è un esempio, per me rappresenta un incoraggiamento continuo!

Ovviamente il nostro Tumolero vola basso e intanto si gode questa medaglia in vista anche delle altre uscite olimpiche che l’attendono.

Benvenuti allo show di Adam Rippon. Bello da vedere sul ghiaccio, ha dato un senso alle interviste post-esibizione e non la manda a dire a nessuno. Nemmeno a Mike Pence, vicepresidente americano. Perché Rippon è stato il primo atleta dichiaratamente gay a essersi qualificato per i Giochi Olimpici invernali di Pyeongchang 2018, in Corea del Sud, e perché è il primo storico sportivo a stelle e strisce ufficialmente omosessuale a conquistare una medaglia, quella di bronzo conquistata dagli Usa nel Team Event.

Americano e gay, come il connazionale sciatore freestyle Gus Kenworthy, qualificatosi due settimane dopo di lui, ma che a un’Olimpiade c’era già stato, nel 2014 a Sochi, vincendo l’argento. Entrambi, però, hanno fatto coming out nell’ottobre 2015 e, ora, tre anni dopo, lo dicono apertamente: è stato l’atto più liberatorio della loro esistenza. Rippon annuisce:

Dal momento in cui tutti hanno saputo, ho ricominciato a respirare liberamente

Qualcuno gli fa anche notare che a 28 anni, dopo due fallite qualificazioni a Vancouver 2010 e Sochi 2010, è il pattinatore più anziano al debutto nella storia dell’America dal 1936. Nathan Chen, per intenderci, suo collega e connazionale, è del 1999. Ma la saggezza scaltra di Adam è tutta qui:

In passato questa cosa forse mi avrebbe scoraggiato, ma mi ha davvero motivato perché è diverso e io amo essere diverso

Poi sul ghiaccio si lascia andare e nonostante l’etichetta di debuttante ha sorpreso più o meno tutti. Ha abbagliato il ghiaccio, conquistando il punteggio di 172,98 nella prova individuale maschile che inizialmente lo ha portato al secondo posto prima di scendere in terza posizione. Johnny Weir, ex olimpionico e opinionista sul canale americano NBC l’ha definito “magnifico”, “da incantesimo” trovando approvazione anche nell’ex pattinatrice Tara Lipinsky che ha ammesso di aver avuto i brividi. E poi Rippon sa essere spavaldo e sincero anche lontano dalla pista, trasmettendo una genuina empatia anche quando i giornalisti fanno domande di rito e un po’ banali. Lui ricorda la delusione, quattro anni fa, quando mancò la qualificazione, era con la sua amica e collega, Mirai Nagasu, e trangugiavano panini dalla disperazione. Ora sono entrambi sotto i riflettori mondiali, da tirare i pizzicotti per quanto sia fantastico e quasi inimmaginabile:

Quattro anni fa, io e Mirai siamo andati da In-N-Out (catena di fast food americana), abbiamo preso da mangiare, siamo tornati nella sua casa, siamo saliti sul tetto e abbiamo iniziato a mangiare e a mangiare perché eravamo tanto dispiaciuti e amareggiati per non essere alle Olimpiadi. Ma l’Olimpiade sa essere magica perché siamo qui, entrambi, e siamo anche compagni di camera nel ritiro. Le ho detto “eccoci qui, ce l’abbiamo fatta” e ci siamo abbracciati. E’ fantastico

 

Dear Little Adam #nationalcomingoutday 🏳️‍🌈

Un post condiviso da Adam Rippon (@adaripp) in data:

Un post condiviso da Adam Rippon (@adaripp) in data:

Di gesti liberatori, Adam ne ha compiuti parecchi. L’ultimo è uno schiaffo all’istituzione statunitense. Mike Pence è il capo della delegazione degli Stati Uniti in Corea del Sud, come detto è vicepresidente di Trump alla Casa Bianca ed è accusato di posizioni anti-gay, di aver ostacolato la comunità Lgtb e di aver sostenuto la validità della terapia di recupero per gli omosessuali.
Rippon ha rifiutato di incontrarlo e ha detto che non cambierebbe strada per salutare un uomo che si è battuto per sostenere la teoria secondo la quale i gay sono malati.

E se Pence ha scritto un tweet personale rivolto al pattinatore, dicendo di non credere alle fake news, Rippon si dimostra vincente anche lontano dal ghiaccio, glissando e dimostrando tanta, tantissima autoironia:

Un atleta gay non ha nulla di diverso da un atleta eterosessuale. La passione, la dedizione, il sacrificio e gli allenamenti sono esattamente gli stessi. Tutto uguale, insomma, tranne che noi abbiamo le sopracciglia molto più belle

Insomma, il sipario sul Rippon’s show si è appena alzato.

Poco più di 4 minuti e mezzo per avere il primo gol (europeo) di questo 2018. E ovviamente non poteva non arrivare dall’Inghilterra, terra tradizionalmente legata al football tanto da non poterne fare a meno soprattutto durante il periodo natalizio e festivo.
Così è andata in scena la 22esima giornata di Premier League che si è aperta alle 12.30 (ore locali) con il match tra Brighton e Bournemouth: 2-2 il risultato finale, ma a entrare nelle notizie a metà tra cuorisità e momento storico è l’esterno francese dei Seagulls,  Anthony Knockaert, autore del momentaneo 1-0, abile nel segnare di tap-in defilato con la porta scoperta.

Il primo gol del 2018 è stato messo dal francese, ex Leicester, alla sua seconda marcatura nella stagione, ma per il Brighton, che è appollaiato al centro della classifica, è anche la rete più veloce del club nella loro storia in Premier League.

Di questi tempi, l’anno scorso fece il giro del mondo un altro gol arrivato dalla Premier League. Ancora una volta messo a segno da un francese e candidato al Fifa Puskas Awards come miglior gol del 2017: fu messo a segno da Olivier Giroud, attaccante dell’Arsenal, nel match contro il Crystal Palace. Un’acrobazia di tacco da vedere e rivedere:

 

Se attorno alla eterea figura di Lev Ivanovič Jašin (o Yashin per comodità e popolarità occidentale) esistono così tante leggende e aneddoti è perché: 1- è egli stesso una leggenda che nel corso della sua carriera e anche dopo ha arricchito la fantasia di tifosi e appassionati; 2- il suo essere leggenda deriva semplicemente dal fatto che prima di lui il ruolo del portiere non era degno di menzione. O meglio, era impossibile cucire racconti romantici e romanzati attorno a chi è nato per evitare la gioia del calcio, ovvero il gol.

Il buon Galeano, quasi con carezza paternale, ha scritto belle pagine attorno alla sciagurata figura dell’estremo difensore, ma Yashin ha creato un precedente: si può entrare nella storia del football dal senso di marcia opposto, ma prima di abbandonarci al flusso di racconti parafantastici, siamo pragmatici e scioriniamo una serie di titoli che ha vinto.

Unico portiere a vincere il Pallone d’oro, nel 1963, a 34 anni e dopo aver annunciato (poi ritrattato) il suo ritiro. Dietro di lui, quell’anno, tutti in fila per levarsi il cappello c’erano Rivera, Eusebio, Schnellinger, Suarez, Trapattoni e Bobby Charlton.
Nella classifica della International Federation of Football History and Statistics è stato votato come miglior portiere del XX secolo. Bandiera fino alla fine, Yashin ha avuto tre colori sulla propria pelle: il bianco e l’azzurro della Dinamo Mosca, con cui ha conquistato cinque campionati sovietici e tre Coppe dell’Urss. E poi il rosso, quello proprio della Nazionale sovietica con cui ha collezionao 74 presenze, vincendo una medaglia d’oro ai Giochi olimpici del 1956 e un campionato europeo nel 1960.
Nel 1964 ha nuovamente raggiunto la finale del torneo continentale, perdendola contro la Spagna. Ha disputato quattro Mondiali e lui era in campo, nel 1958, quello svedese e quello della prima apparizione assoluta dell’Urss che si piantò ai quarti di finale.

Risultati immagini per lev yashin

In realtà il suo vero e unico colore era il nero e non per qualche scelta politica, semplicemente perché vestiva total black e per questo il suo soprannome divenne “ragno nero”. Nero come l’occhio che si ritrovò, nel Mondiale in Cile, quattro anni dopo, quando Lev conobbe “l’ospitalità” cilena: un paio di colpi ben assestati e un occhio bendato che non impedì al poritere di continuare a giocare da perfetto stoico.

Questo è uno degli aneddoti che costellano la vita di Yashin. Nato in una famiglia di operai dell’industria pesante, iniziò a lavorare in fabbrica a 14 anni, durante la seconda guerra mondiale, per rimpiazzare i colleghi più anziani impegnati al fronte. Qui, si narra, già intuirono le sue qualità di para tutto grazie alla prontezza di riflessi con cui il giovane ragazzotto riusciva ad afferrare al volo bulloni e altri oggetti che i suoi compagni di fabbrica gli tiravano per gioco.
Poi c’è l’usanza di scendere in campo con due cappelli, uno in testa e l’altro da posizionare dietro la porta o la leggenda che lo vedeva raccogliere un quadrifoglio nei pressi della porta dopo ogni rigore neutralizzato (se ne contano più di 80 non di quadrifogli, ma di rigori parati).

Il ragazzotto nella sua bacheca vanta anche un altro trofeo, extracalcistico: nel 1953 vinse una coppa sovietica di hockey su ghiaccio, sempre come portiere della Dinamo Mosca. Sì perché la società russa capì di avere con sè un diamante grezzo che non andava sprecato, ma nel calcio i pali in quell’era erano abbastanza protetti da Aleksei Petrovich Khomich, la tigre, così Lev fu momentaneamente “parcheggiato” nell’hokey.

Nel 1985, a seguito di una grave forma di tromboflebite, subì l’amputazione di una gamba, ma nonostante tutto, tre anni dopo, accompagnò comunque la selezione sovietica alle Olimpiadi di Seul, dove l’Urss vinse, per la seconda e ultima volta, la medaglia d’oro nel torneo di calcio.

E’ morto nel 1990, a 60 anni, a causa di un cancro allo stomaco. Abbiamo aperto con un aggettivo preciso: etereo. Beh in realtà lui, o almeno il suo nome, nello spazio c’è per davvero: gli è stato dedicato un asteroide, il 3442 Yashin.

(Lev Yashin è stato scelto come simbolo per il poster ufficiale del Mondiale 2018 in Russia. L’opera è stata realizzata dall’artista Igor Gurovich e mette in evidenzia una marcata estetica sovietica)

L'immagine può contenere: 1 persona, sta praticando uno sport

Da qualche anno si è confermata come uno dei talenti azzurri degli sport invernali. Cresciuta con i pattini ai piedi, Arianna Fontana, sarà la punta di diamante dell’Italia alla rassegna olimpica di PyeongChang 2018.

La campionessa azzurra è stata scelta come portabandiera della nostra nazionale alle Olimpiadi. Tuttora Arianna si trova in Oriente con la nazionale dello Short Track per la Coppa del Mondo tra Shanghai e Seul.

A 27 anni, la pattinatrice di velocità azzurra ha raggiunto la maturità giusta per essere la leader del gruppo italiano nella spedizione a PyeongChang e, non a caso, il Coni le ha conferito l’onore di essere portabandiera.

Un’atleta che ha trovato il feeling con il torneo dei Cinque Cerchi, tanto da collezionare già 5 medaglie (4 bronzi e 1 argento) in tutte le Olimpiadi che ha preso parte: Torino 2006, Vancouver 2010 e Sochi 2014.

L’intento per la prossima spedizione sudcoreana è quella di confermarsi tra le atlete nazionali e internazionali più forti della storia dello Short Track. Una scusa in più per fare ancora meglio, per se stessa e per la sua terra.

Cos’hai provato nel sapere che saresti stata tu la portabandiera dell’Italia alle Olimpiadi di febbraio?

È stato incredibile, è davvero un grande onore ed un orgoglio non solo per me ma per tutte le persone che mi hanno aiutato nella mia carriera e per la mia Valtellina.

Dopo le medaglie di Torino, Vancouver e Sochi, cosa ti aspetti dalla tappa di PyeongChang?

Cerco sempre di migliorarmi, anno dopo anno, riuscire a fare meglio di Sochi è una bella impresa, ma è quello che ho in mente di fare! (ride, ndr).

Data l’esperienza, ti senti pronta a dare una mano anche agli altri atleti più “giovani” che voleranno in Corea del Sud?

Sicuramente, ma non sarò sola. Ci saranno anche tanti altri “veterani” che mi daranno una mano con le new entries. Ci daremo man forte gli uni con gli altri per raggiungere i nostri obiettivi!

Credi che l’ItaliaTeam possa fare bene in questa spedizione sudcoreana?

Penso proprio di sì! In questo quadriennio tutti abbiamo lavorato molto in vista di questo unico evento. Sono sicura che saremo tutti pronti a dare il 110%!

In quale distanza ti senti dire che sei più pronta?

Il mio obiettivo è arrivare in Corea del Sud competitiva su tutte le distanze, voglio centrare tutte le finali, anche con la staffetta ovviamente, ed una volta in finale, fuori denti ed artigli per portarsi a casa una medaglia.

Diremmo che per ora il percorso fila molto liscio per la nostra campionessa dati i risultati incoraggianti nelle tappe di Coppa del Mondo.

 

Quasi completo il quadro delle nazionali europee qualificate al Mondiale di Russia 2018.

Nella gara di ritorno tra Irlanda – Danimarca sono proprio i danesi a strappare il pass per la competizione mondiale. Un netto 5-1 all’Aviva Stadium di Dublino e le speranze dell’Irlanda di poter partecipare alla fase finale di un campionato del mondo sono svanite via.

Mattatore della serata il danese più talentuoso, Christian Eriksen che è salito in cattedra disputando una partita semplicemente perfetta, condita da ben tre gol.

Sfuma così per l’Irlanda l’approdo in Russia, ma c’è da sottolineare la forza e soprattutto il cinismo della Danimarca che ha voluto a tutti i costi vincere il match.

E dire che per la Repubblica irlandese le cose si erano messe più che bene dopo solo 6 minuti di gioco. Spinti dalle oltre 50mila persone sugli spalti dell’Aviva Stadium, gli uomini guidati dal ct O’Neill sono andati in vantaggio con Duffy: punizione di Brady dalla trequarti, Jorgensen allunga la traiettoria verso la sua porta e proprio Duffy, approfittando di un’uscita maldestra di Schmeichel, di testa insacca.

Tuttavia la Danimarca si scuote ma è più vicina l’Irlanda a fare il secondo gol che gli scandinavi a quello del pareggio. Alla mezz’ora grande azione sulla sinistra di Sisto che penetra in area e serve al centro per Christensen, tap-in rocambolesco con palla prima tra palo e Christie prima di accomodarsi in rete. Il pareggio scuote l’Irlanda e pochi minuti dopo un contropiede fulminante vale anche il vantaggio danese: azione di Poulsen che serve al centro Jorgensen, palla di prima verso sinistra per Eriksen che con il destro, di prima intenzione dal limite dell’area, insacca sotto l’incrocio.

Nel secondo tempo l’Irlanda ci mette cuore e tecnica, ma la Danimarca ha dimostrato di essere più forte e che segna altre due volte con il gioiello del Tottenham, Eriksen, il quale raggiunge quota 21 reti in nazionale. Sul finire di gara c’è gioia anche per l’ex bianconero Nicklas Bendtner che si guadagna e realizza un calcio di rigore.

Sul momento più importante la difesa dell’Irlanda ha ceduto. Inoltre, negli scontri diretti, gli irlandesi erano in vantaggio per 5 vittorie a 3 contro la Danimarca. Il successo di ieri sera dei danesi, però, è davvero pesante visto che restano ancora indietro, ma staccano il pass per il Mondiale in Russia.

 

E’ il forte dubbio di questa vigilia importantissima per la storia della Svizzera: Valon Behrami, centrocampista dell’Udinese, figura nella lista dei 24 convocati da Vladimir Petkovic per il fondamentale spareggio contro l’Irlanda del Nord che si disputerà tra il 9 ed il 12 novembre.
Nonostante la lesione del bicipite femorale della coscia sinistra subita a inizio mese nella partita di Serie A contro l’Atalanta, lo svizzero ha deciso di voler esserci a tutti i costi. Quasi sicuro il suo forfait nella sfida d’andata, il ticinese proverà a esserci per lo scontro di ritorno.

Oltre a Behrami, l’ex allenatore della Lazio ha convocato altri tre rossocrociati che militano nel campionato italiano: lo juventino Lichtsteiner, il milanista Rodriguez e l’atalantino Freuler. In rosa anche Dzemaili, da questa stagione in Canada. Questa la lista completa dei 24:

Portieri: Burki, Hitz, Sommer;
Difensori: Akanji, Elvedi, Lacroix, Lang, Lichtsteine, Rodriguez, Schär;
Centrocampisti attaccanti: Behram, Dzemaili, Embolo, Fernandes Edimilson, Fernandes Gelson, Frei, Freuler, Gavranovic, Mehmed, Seferovic, Shaqir, Xhaka, Zakaria, Zuber.

Sul versante nordirlandese, i dubbi della vigilia ruotano attorno ad Aaron Hughes. Il 37enne centrale degli Hearts è stato comunque convocato da Micheal O’Neill, il quale ha allargato a 27 il numero dei giocatori scelti per il plat-off. L’ex difensore del Newcastle ha saltato le sfide contro Germania e Norvegia e non ha partecipato nemmeno all’ultimo turno del campionato scozzese. Ecco qui di seguito la lista completa dei convocati:

Portieri: Carroll, McGovern, Mannus;
Difensori: Hughes, McAuley, J. Evans, Brunt, McLaughlin, Hodson,  McNair, D. Lafferty, McArdle, Flanagan;
Centrocampisti: Davis, McGinn, Norwood, C. Evans, Ferguson, Dallas, Paton, Lund, Saville, Jones;
Attaccanti: K. Lafferty, Magennis, Ward, Washington.

Ricordiamo che l’andata si giocherà il 9 novembre al Windsor Park di Belfast mentre il ritorno è previsto per il 12 novembre a Basilea. Due sfide dall’esito incerto, ma accomunate da un fattore comune: entrambi gli incontri si giocheranno con il tutto esaurito.

 

Indietro non si può più tornare e un bel po’ di amarezza c’è, per una scelta che si è rivelata sbagliata.

È quello che ha pensato l’attaccante classe ‘90 Aron Johansson, islandese di nascita ma con passaporto statunitense, dopo il fischio finale tra Usa – Trinidad & Tobago.

Per spiegare bene questa scelta bisogna fare un salto indietro di 4 anni. Il giocatore del Werder Brema, allora 23enne, ha deciso di puntare sulla Nazionale americana per volare in Russia per il Mondiale 2018. Il giovane Johansson è nato negli Usa da genitori islandesi. All’età di 3 anni si è trasferito nella terra della sua famiglia e, dopo esser cresciuto con il calcio islandese ed aver disputato alcune partite con l’Under 21 dell’Islanda, nel 2013 si è reso convocabile dalla Nazionale americana.

Le possibilità di giocare un Mondiale con gli Usa sono di molto superiori rispetto a quelle che avrei con l’Islanda.

Una decisione che sino a quattro anni fa era più che plausibile. Gli Usa con oltre 323 milioni di abitanti contro i soli 334mila della piccola Islanda. L’impero americano contro una piccola realtà che non avrebbe avuto scampo a livello calcistico. E invece no!

L’Islanda sorprende tutti: si qualifica prima all’Europeo 2016 in Francia, lo gioca da protagonista venendo eliminata solo ai quarti di finale e qualche giorno fa ha ottenuto anche il pass diretto per il Mondiale in Russia. Non male per uno Stato che ha meno abitanti della sola Bologna.

Una sorpresa che ha stupito anche l’attaccante Johansson il quale però ha confidato della forza degli Usa che, dal 1990 in poi, ha sempre disputato le fasi finali della Coppa del Mondo.

La beffa però c’è stata. Gli Stati Uniti, contro qualsiasi pronostico, sono stati sconfitti dai trinidadiani e addio Russia 2018.

Per Johansson ci sarà modo di riprovarci per i Mondiali 2022 in Qatar, intanto per il 2018 il campionato del mondo lo vedrà in tv e sarà costretto a guardarsi anche qualche partita dell’Islanda e i festeggiamenti con la geyser sound.

Tra il 9 e il 14 novembre prossimo, la Nazionale italiana affronterà la sua avversaria nelle due gare di spareggio per Russia 2018.

L’Italia, con un po’ di fatica, ha raggiunto il secondo posto nel suo girone alle spalle della Spagna e il 17 ottobre saprà che dovrà sfidare.
Le ultime due uscite azzurre (contro Macedonia e Albania) hanno evidenziato lacune nel gioco e schemi offensivi. In effetti l’Italia ha creato pochissimo contro i macedoni e qualcosa in più contro le aquile. Sintesi dei due match: 2 gol realizzati e uno subito. Il problema è che a segnare non sono stati gli attaccanti bensì un difensore (Giorgio Chiellini) e un centrocampista (Antonio Candreva). Un problema quello degli attaccanti che è evidente, soprattutto a causa dell’infortunio di Andrea Belotti, il quale sarà costretto a dare forfait anche per gli spareggi.
E qui la domanda spontanea: Non c’è qualcun altro, oltre Immobile, che possa sostituirlo?

In realtà c’è, anzi ci sono. Per il ct Ventura, no!

Si tratta dei due Italians: Mario Balotelli e Simone Zaza, che giocano rispettivamente in Ligue 1 a Nizza e in Liga a Valencia. Due giocatori che tanto bene stanno facendo nelle loro rispettive squadre. Ma partiamo da SuperMario.

L’attaccante ex Inter e Milan non gioca una partita con la maglia azzurra dal Mondiale in Brasile, mentre un’ultima convocazione risale al novembre 2014 dal ct Conte, in vista della partita di qualificazione a Euro2016 contro la Croazia, alla quale non partecipa lasciando in anticipo il ritiro per un infortunio.

Dopodiché il vuoto assoluto. Il passaggio in Costa Azzurra però ha dato nuova linfa all’attaccante che, nella scorsa stagione, ha realizzato 17 gol in 28 presenze e anche quest’anno è partito col piede giusto (7 gol in 9 presenze). Numeri non certo negativi, calcolando il fatto che, nel giro azzurro oltre Belotti e Immobile, c’è poca gente che fa gol. E allora perché non provarci? Perché non dare un’altra possibilità a una calciatore che, all’età di 27 anni e papà per la seconda volta, può aver raggiunto un maturità quanto meno calcistica e quindi utile alla causa azzurra?

Anche l’allenatore del Nantes, Claudio Ranieri, è a suo favore

Penso che Ventura lo segua comunque. Balotelli sta finalmente dimostrando il suo valore. Mi auguro possa tornare in Nazionale perché è un giocatore di grande qualità e l’Italia ne ha bisogno.

Mario Balotelli è comunque un ragazzo scherzoso a cui non puoi certo togliere la voglia di divertirsi, come ha fatto qualche giorno fa con un suo compagno di squadra.

Sorte simile a Simone Zaza. L’attaccante lucano sta vivendo un momento magico a Valencia (come la tripletta segnata in 8 minuti contro il Levante).

Oramai si ricorda Simone Zaza con soprattutto per quel sciagurato rigore sbagliato contro la Germania all’Europeo 2016. Invece, l’attaccante è poi stato convocato nel novembre 2016 anche per la partita contro il Liechtenstein e in un’amichevole proprio contro i tedeschi. 15 minuti in tutto in due match e poi quasi un anno di limbo.
Ok per queste ultime due gare è stato indisponibile per infortunio, ma dal prossimo week end sarà a disposizione del tecnico Marcelino.
Intanto al Mestalla se lo godono appieno, ma l’ex Juve ha voglia di rimettersi in gioco anche in azzurro per cercare di sopire l’amarezza di quel rigore calciato alle stelle. Perché non provare a convocarlo per i playoff?

Noi lanciamo l’idea, chissà se il ct Ventura avrà fatto il nostro stesso ragionamento.

Dario Sette

Valtteri Bottas sara’ alla guida della Mercedes in Formula 1 anche nella stagione 2018. Ad annunciarlo le Frecce d’argento via Twitter.
Dopo quattro stagioni alla Williams, Bottas è arrivato all’inizio di gennaio alla Mercedes per sostituire il campione del mondo in carica Nico Rosberg, che ha improvvisamente deciso di lasciare il circus: in 13 gare, il pilota finlandese ha raccolto 197 punti, ed è attualmente al terzo posto della classifica iridata dietro al compagno di scuderia Lewis Hamilton e al ferrarista Sebastian Vettel.

In questa stagione Bottas, 28 anni, si è imposto in Russia e in Austria collezionando anche due pole (Bahrain e Austria) e nove podi in totale.

“Abbiamo affidato una grande sfida a Valtteri quest’anno: raggiungere il team all’ultimo, confrontarsi con l’elite della Formula 1 e gareggiare con il miglior pilota che è il suo compagno di squadra – commenta Toto Wolff, team principal della Mercedes -. Tenuto conto di questo, i suoi risultati sono stati probabilmente ancora più impressionanti. Ci sono stati alti e bassi – più alti che bassi – e alcuni grandi momenti come le vittorie in Russia e in Austria. Tutto sommato, il bilancio delle sue performance e la sua traiettoria di crescita non ci hanno fatto dubitare a farlo continuare con noi fino al 2018. In più, la chimica e la dinamica tra Valtteri e Lewis funziona, ed è ciò che ci serve per lottare con i nostri competitors”.

Bottas si dice “onorato e orgoglioso di continuare a lavorare con la Mercedes nel 2018 e di rimanere nella famiglia Mercedes. Insieme, continuiamo a crescere più forti giorno dopo giorno e andando avanti così credo che l’unico nostro limite sia il cielo”.