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1985

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Quello del 1985 è un gennaio freddo, rigido e con forte nevicate in gran parte del Nord Italia. Le città sono paralizzate, le strade ghiacciate e chiuse e, con loro, molte attività commerciali. Il Milan, domenica 20 gennaio, deve giocare in trasferta sul campo dell’Udinese, ma il match è a rischio.

La partita, complice l’arduo e generoso lavoro degli inservienti e degli spalatori, si riesce a giocare, ma sul pullman per la partita friulana non sale Tassotti. Al suo posto, alla prima convocazione in prima squadra, ci va Paolo Maldini.
Il figlio di Cesare, appena 16 anni, si accomoda in panchina con la maglia numero 14, accanto a Nuciari, Ferrari, Cimmino e Giunta. In campo, invece, l’allenatore Liedholm schiera in porta Terraneo, in difesa Galli, Baresi, Russo e Di Bartolomei, a centrocampo Evani, Verza, Battistini e Manzo dietro alle due punte Hateley e Incocciati.

L’Udinese passa in vantaggio al minuto 11 con la bella rete di Selvaggi che dribbla in area difensore e portiere, mentre Battistini si infortuna poco prima dell’intervallo. Durante la fine del primo tempo, Maldini, che non pensava minimamente alla possibilità di esordire in Serie A e pensava solo a coprirsi dal gelo, fu richiamato da Liedholm: «Dove preferisci giocare?», disse lui. «Io solitamente gioco a destra, mister», rispose l’erede di Cesare.

Così il ragazzino di 17 anni inizia la sua lunga storia d’amore con il Milan. Sul campo è già sicuro e determinato: lo si vede chiudere in scivolata un paio di interventi, marchio di fabbrica per tempismo e puntualità della sua carriera. Il Milan raggiunge il pareggio al 63’ con la rete dell’inglese Hateley, abile a cogliere per primo una punizione deviata di Di Bartolomei.

 

Per il calcio italiano e per quello internazionale, il 20 gennaio 1985 non è un giorno qualsiasi: cinque Champions League, sette scudetti, tanti riconoscimenti e 902 partite sempre con la stessa maglia, dopo tutto questo è ancora oggi ricordato come il giorno del debutto di Paolo Maldini. Con il Milan ha vinto tanto, tutto quello che si poteva conquistare in un club; rimarranno amare delusioni, invece, con la Nazionale. Pilastro della difesa, 126 presenze di cui 74 da capitano, Maldini ha disputato ben 4 Mondiali.

Dopo la fallimentare spedizione del 1986, Azeglio Vicini, nuovo ct, opera un profondo ricambio generazionale, puntando su molti dei ragazzi che aveva cresciuto nell’Under-21, a cominciare dallo stesso Maldini. Nel Mondiale casalingo del 1990, il giovane difensore viene impiegato in tutte le sette partite disputate dalla formazione azzurra, che si ferma a un passo dal traguardo, perdendo ai rigori la semifinale contro l’Argentina.
Forse più amara delusione, Maldini la vivrà quattro anni dopo, in Brasile: ancora impiegato in tutte le partite, questa volta da Sacchi, il leader della difesa assieme ai suoi compagni vede sfumare il successo, ancora ai rigori, questa volta in finale contro i padroni di casa.

Terzo Mondiale, terza volta fuori dagli 11 metri: dopo l’addio di Franco Baresi, Maldini diventa il nuovo capitano degli azzurri, allenati da suo padre Cesare. Anche in questa occasione, a Francia 1998, è titolare in tutte e cinque le partite degli azzurri, sconfitti ai quarti dai transalpini.
E’ Trapattoni, l’ultimo ct a schierarlo in campo: nel quarto Mondiale, quello in Corea e Giappone del 2002, l’Italia non impressiona e, negli ottavi di finale, contro la Corea del Sud è proprio un suo errore a permettere all’attaccante Ahn di realizzare il golden gol che vale ai coreani l’accesso ai quarti.
E’ l’ultima apparizione di Paolo: al termine della manifestazione, sommerso dalle critiche, Maldini decide di dire addio alla maglia azzurra.

Ma facciamo un salto indietro, a quell’Udinese – Milan di 32 anni fa. Nils Liedholm a fine partita disse:

Paolo ha un grande avvenire