Calcio

La Roma impera, la Juve illude: il rinascimento del calcio italiano

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Notte di sogni, di coppe e di campioni. Notti prima dei Mondiali. E anche se la più prestigiosa manifestazione europea per club ora si chiama Champions League, quelle serate, quelle emozioni, quelle palpitazioni restano le medesime, anche a oltre trent’anni di distanza dalla celebre canzone di Antonello Venditti. Artista scelto non a caso in queste notti che prima hanno trasformato un sogno in un incubo, con la mancata qualificazione dell’Italia a Russia 2018 e poi hanno posto le basi per la rinascita del calcio italiano. Quantomeno a livello continentale per squadre nazionali.

Nessuno, o forse qualche isolato visionario, avrebbe scommesso un centesimo alle 20.45 di martedì 10 aprile sulla doppia remuntada italiana contro le due superpotenze spagnole, in virtù di due passivi pesanti come macigni maturati all’andata. E invece “Romantada” c’è stata, ed è mancato un soffio che fosse doppia, a dimostrazione della bellezza di uno sport che mai come in questi giorni è metafora di vita. Perché bisogna provarci, perché vale la pena lottare anche quando tutto sembra essere già scritto, perché non ci sarebbe stata Italia Germania 4-3 senza il gol all’ultimo minuto di Karl Heinz Schnellinger.

La lezione arriva direttamente dal prof. Eusebio Di Francesco che, dopo non aver demeritato al Camp Nou nonostante un risultato troppo severo e bugiardo (1-4), incarta Valverde e l’arroganza catalana con una rimonta epica che riscrive i libri di storia.
Il ribaltone arriva, ironia della sorte, con l’asse che proprio a Barcellona aveva inciso negativamente sullo score finale: Manolas De Rossi, a cui si aggiunge Edin Dzeko in versione numero 9 moderno. Corre, lotta, segna. La straordinaria Champions della Roma, dopo Atletico Madrid, Chelsea e Shakthar Donetsk, si arricchisce della puntata più incredibile e imprevedibile.

L’Olimpico impazzito, i tweet delle squadre avversarie, James Pallotta che si tuffa nella fontana di piazza del Popolo: sembra un mondo capovolto, ma ci pensa Eusebio da Pescara a riportare la ragione lì dove non pare esserci. «Non accontentiamoci, dobbiamo avere l’ambizione di arrivare a Kiev», con scarpe piene di sassolini da svuotare di fronte a chi in questi mesi l’aveva più volte liquidato come piccolo allenatore (vero D’Alema?). Anche la leggendaria Roma Dundee 3-0 del 1984 impallidisce di fronte a Roma Barcellona anno 2018.

Manuali di storia in frantumi anche al Santiago Bernabeu. Nella storia delle Coppe solo una volta su 221 una squadra era stata capace di ribaltare uno 0-3 casalingo nella gara d’andata. E in 1959 partite giocate a Madrid dal Real solo 24 volte, l’1,2%, si è concretizzato un risultato che sarebbe stato favorevole ai bianconeri per accedere in semifinale.
Eppure non è bastato perché la Juve di Allegri ha studiato a memoria gli appunti giallorossi della sera precedente, raggiungendo l’impossibile a 30 secondi dalla fine. E’ 0-3 nella Casa Blanca, merengues in bambola ripiombati nello stesso incubo dei nemici catalani. Douglas Costa irride Marcelo nel duello carioca sulla fascia, Carvajal e Vallejo sovrastati da Mandzukic, Matuidi Pjanic e Khedira giganteggiano sulla mediana dinanzi al centrocampo più forte al mondo. L’Everest da scalare che dopo 61 minuti è diventato poco più di un cavalcavia.

 

Poi l’Eupalla di breriana memoria ha rimesso le cose in ordine, immortalando nel contatto Lucas Vazquez – Benatia le storie europee di Real Madrid e Juventus. Accomunate dallo stesso blasone nei propri confini, hanno preso strade diverse in terre straniere: i primi centrando sempre o quasi la gloria, per merito, superiorità e congiunzioni astrali mai avverse. I secondi fermandosi sempre a un passo dal trionfo, sbattendo contro i vari Magath, Riedle, Mijatovic, Schevchenko, Suarez, Cristiano Ronaldo o Michael Oliver, l’arbitro inglese che al 93’ frantuma l’impresa bianconera concedendo un rigore generoso che si presta a molteplici interpretazioni. Epilogo fotocopia ai quarti di finale dello scorso anno, sempre al Bernabeu, sempre con un direttore di gara casalingo, vittima questa volta il Bayern Monaco. Ma la rabbia, comprensibile, della Signora non deve offuscare l’orgoglio tutto italiano per aver capovolto le previsioni della vigilia, al pari della Roma 24 ore prima, sancendo la fine del dominio spagnolo per club. Quaranta giorni vissuti sul filo delle emozioni in cui il calcio di casa nostra si è riscoperto più umano e finalmente all’altezza di quello europeo, anche sugli spalti: le lacrime senza bandiera per Astori, gli applausi dello Stadium alla rovesciata di Ronaldo, i complimenti trasversali per il capolavoro giallorosso. Il cruccio più grande resta una notte di metà novembre, di un sogno trasformato in un incubo, di un Mondiale svanito. Libri di storia da riscrivere anche in questo caso.

Giornalista, nato e cresciuto nella provincia barese con pezzi di cuore sparsi tra Roma e Liverpool, a metà tra Penny Lane e Strawberry Fields. Segue il calcio da quando Andrè Escobar segnava nella propria porta a Usa ‘94 mentre Roberto Baggio riceveva palla da «un’iniziativa di Mussi sulla fascia destra» . SCOPRI LO SCONTO UTILIZZANDO IL COUPON: VINCENZOP

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