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Vincenzo Pastore

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Forse avrebbero risposto con lo stesso dito medio a chi gli avesse fatto notare che ci sono limiti da rispettare e palcoscenici da celebrare. Onori da godere e oneri a cui non ci si può sottrarre. Sono bastate 24 ore per proiettare a social unificati due immagini del calcio italiano che poco hanno a che vedere con lo spettacolo del campo. Anzi proprio non c’entrano nulla con la bellezza del salto di Koulibaly o con il fascino di Anfield Road alla vigilia di Liverpool Roma.

Ha iniziato Maurizio Sarri domenica sera, insultando i tifosi avversari dal pullman del Napoli
all’arrivo prima del match scudetto con la Juventus.

Ho reagito a chi ci sputava perché napoletani, se avessi potuto sarei sceso dal pullman.

ha rincarato la dose il tecnico azzurro a fine partita. La toppa peggio del buco. Non una novità per un grande insegnante di calcio ma che, in questi anni da protagonista al San Paolo, non è riuscito ad adeguare il suo linguaggio ai livelli di risultato conquistati. Posto che non è la categoria a fare l’uomo o lo sportivo.

Hanno continuato Roberto Pruzzo e Bruno Conti con il dito medio in bella mostra davanti allo
stemma del Liverpool nella pancia di Anfield. Brucia ancora quella finale persa in casa con i Reds 34 anni fa.

Era un modo per esorcizzare ridendo!

si è giustificato l’ex bomber col baffo. Peccato non si trattasse di due tifosi qualsiasi in gita sul Mersey Side ma di due simboli del calcio tricolore e non solo, con l’aggravante che Conti è dirigente capitolino e fa parte della delegazione giallorossa in Inghilterra. Qualcuno ha studiato le posizioni delle dita dell’ex ala romanista, ipotizzando un gesto in stile “finger crossed”, dita incrociate. Ma oltre la radiografia della foto resta un’immagine su cui resta poco da discutere.
Professionisti che dimenticano chi sono e che cosa rappresentano. Anche Gigi Buffon, dopo Real Madrid Juve, pur comprendendo il suo stato nervoso per un finale sportivamente drammatico, avrebbe fatto meglio a non rilasciare alcuna dichiarazione a caldo ai microfoni. Al pari delle polemiche social tra Mehdi Benatia e il comico Maurizio Crozza.
Allora soffermiamoci sullo stesso capitano juventino che, al termine di Juve Napoli, pochi minuti dopo il gol di Koulibaly, ha aspettato tutti i calciatori e lo staff partenopeo per complimentarsi con loro.
Analoga bellezza per i giocatori della Roma che hanno omaggiato, attraverso una corona di fiori deposta dal capitano De Rossi, i tifosi del Liverpool vittime della strage di Hillsborough davanti al memoriale all’esterno di Anfield Road.


C’è una storia da rispettare, ci sono provocazioni da farsi scivolare addosso, c’è un codice non
scritto a cui attenersi. Si chiama professionismo, si legge sport.

Notte di sogni, di coppe e di campioni. Notti prima dei Mondiali. E anche se la più prestigiosa manifestazione europea per club ora si chiama Champions League, quelle serate, quelle emozioni, quelle palpitazioni restano le medesime, anche a oltre trent’anni di distanza dalla celebre canzone di Antonello Venditti. Artista scelto non a caso in queste notti che prima hanno trasformato un sogno in un incubo, con la mancata qualificazione dell’Italia a Russia 2018 e poi hanno posto le basi per la rinascita del calcio italiano. Quantomeno a livello continentale per squadre nazionali.

Nessuno, o forse qualche isolato visionario, avrebbe scommesso un centesimo alle 20.45 di martedì 10 aprile sulla doppia remuntada italiana contro le due superpotenze spagnole, in virtù di due passivi pesanti come macigni maturati all’andata. E invece “Romantada” c’è stata, ed è mancato un soffio che fosse doppia, a dimostrazione della bellezza di uno sport che mai come in questi giorni è metafora di vita. Perché bisogna provarci, perché vale la pena lottare anche quando tutto sembra essere già scritto, perché non ci sarebbe stata Italia Germania 4-3 senza il gol all’ultimo minuto di Karl Heinz Schnellinger.

La lezione arriva direttamente dal prof. Eusebio Di Francesco che, dopo non aver demeritato al Camp Nou nonostante un risultato troppo severo e bugiardo (1-4), incarta Valverde e l’arroganza catalana con una rimonta epica che riscrive i libri di storia.
Il ribaltone arriva, ironia della sorte, con l’asse che proprio a Barcellona aveva inciso negativamente sullo score finale: Manolas De Rossi, a cui si aggiunge Edin Dzeko in versione numero 9 moderno. Corre, lotta, segna. La straordinaria Champions della Roma, dopo Atletico Madrid, Chelsea e Shakthar Donetsk, si arricchisce della puntata più incredibile e imprevedibile.

L’Olimpico impazzito, i tweet delle squadre avversarie, James Pallotta che si tuffa nella fontana di piazza del Popolo: sembra un mondo capovolto, ma ci pensa Eusebio da Pescara a riportare la ragione lì dove non pare esserci. «Non accontentiamoci, dobbiamo avere l’ambizione di arrivare a Kiev», con scarpe piene di sassolini da svuotare di fronte a chi in questi mesi l’aveva più volte liquidato come piccolo allenatore (vero D’Alema?). Anche la leggendaria Roma Dundee 3-0 del 1984 impallidisce di fronte a Roma Barcellona anno 2018.

Manuali di storia in frantumi anche al Santiago Bernabeu. Nella storia delle Coppe solo una volta su 221 una squadra era stata capace di ribaltare uno 0-3 casalingo nella gara d’andata. E in 1959 partite giocate a Madrid dal Real solo 24 volte, l’1,2%, si è concretizzato un risultato che sarebbe stato favorevole ai bianconeri per accedere in semifinale.
Eppure non è bastato perché la Juve di Allegri ha studiato a memoria gli appunti giallorossi della sera precedente, raggiungendo l’impossibile a 30 secondi dalla fine. E’ 0-3 nella Casa Blanca, merengues in bambola ripiombati nello stesso incubo dei nemici catalani. Douglas Costa irride Marcelo nel duello carioca sulla fascia, Carvajal e Vallejo sovrastati da Mandzukic, Matuidi Pjanic e Khedira giganteggiano sulla mediana dinanzi al centrocampo più forte al mondo. L’Everest da scalare che dopo 61 minuti è diventato poco più di un cavalcavia.

 

Poi l’Eupalla di breriana memoria ha rimesso le cose in ordine, immortalando nel contatto Lucas Vazquez – Benatia le storie europee di Real Madrid e Juventus. Accomunate dallo stesso blasone nei propri confini, hanno preso strade diverse in terre straniere: i primi centrando sempre o quasi la gloria, per merito, superiorità e congiunzioni astrali mai avverse. I secondi fermandosi sempre a un passo dal trionfo, sbattendo contro i vari Magath, Riedle, Mijatovic, Schevchenko, Suarez, Cristiano Ronaldo o Michael Oliver, l’arbitro inglese che al 93’ frantuma l’impresa bianconera concedendo un rigore generoso che si presta a molteplici interpretazioni. Epilogo fotocopia ai quarti di finale dello scorso anno, sempre al Bernabeu, sempre con un direttore di gara casalingo, vittima questa volta il Bayern Monaco. Ma la rabbia, comprensibile, della Signora non deve offuscare l’orgoglio tutto italiano per aver capovolto le previsioni della vigilia, al pari della Roma 24 ore prima, sancendo la fine del dominio spagnolo per club. Quaranta giorni vissuti sul filo delle emozioni in cui il calcio di casa nostra si è riscoperto più umano e finalmente all’altezza di quello europeo, anche sugli spalti: le lacrime senza bandiera per Astori, gli applausi dello Stadium alla rovesciata di Ronaldo, i complimenti trasversali per il capolavoro giallorosso. Il cruccio più grande resta una notte di metà novembre, di un sogno trasformato in un incubo, di un Mondiale svanito. Libri di storia da riscrivere anche in questo caso.

Gli Stati Uniti si ritirano lentamente a pezzi dalla guerra in Vietnam mentre sul network televisivo Abc debutta la serie “Happy days”. Negli stessi mesi Richard Nixon, travolto dallo scandalo Watergate, si dimette dalla Casa Bianca. E’ il 1974.

Dall’altra parte dell’oceano, la giovane e fragile Repubblica italiana fa i conti con gli anni del terrorismo rosso e nero che un giorno sì, e l’altro pure, lascia per strada cadaveri esanimi e spesso innocenti. Viene bocciato il referendum sul divorzio e il monopolio televisivo della Rai inizia a scricchiolare. Sul campo la Lazio vince il suo primo scudetto, il Bayern Monaco inaugura il proprio ciclo vincente in Coppa dei Campioni e Claudio Baglioni domina le classifiche italiane con “E tu”.

E poi c’è un altro nome, fino a quell’anno sconosciuto, che forse consacra il legame indissolubile che esiste, da sempre, tra sport e politica. Due anni dopo il massacro di Monaco alle Olimpiadi, quattro dopo il pugno levato in cielo di John Carlos e Tommie Smith ai Giochi di Città del Messico.

Jürgen Sparwasser ha da poco compiuto ventisei anni. Arriva da Halberstadt, un paesino da 40.000 anime nella Sassonia, Germania orientale, è una buona mezzala del Magdeburgo con cui ha da poco centrato uno storico double: titolo di campione della Germania dell’Est e trionfatore in Coppa delle Coppe nella finale di Rotterdam vinta contro il Milan. Ma quello non è solo un anno fortunato con la squadra di club.
E’ l’anno dei Campionati del Mondo di calcio in Germania. E il caso (chiamiamolo così) ha voluto che nel gruppo 1 capitassero entrambe le squadre “padrone di casa”, anche se il torneo si disputa nella parte Ovest: la Repubblica Federale di Germania (la Brd, Bundesrepublik Deutschland) e la Repubblica Democratica Tedesca (la Ddr, Deutsche Demokratische Republik, alla prima e unica partecipazione mondiale) assieme all’Australia e al Cile, che non si fa mancare giusto qualche subbuglio interno con la dittatura di Pinochet.

Jürgen Sparwasser e sua moglie Christa ad Halberstadt, 1968

Il 22 giugno le due Germanie divise da un Muro si giocano al Volksparkstadion Amburgo il primo posto nel girone. Alle ore 19.30 circa l’impianto è stracolmo di spettatori, poco meno di sessantamila. Il match è solo una passerella dal punto di vista sportivo, il girone è già deciso. Entrambe le selezioni sono qualificate alla fase successiva: la Ovest è a punteggio pieno, ha sconfitto 1-0 il Cile e 3-0 l’Australia, gli orientali hanno 4 punti in classifica dopo la vittoria 2-1 contro gli australiani e il pareggio per 1-1 con i sudamericani. Paradossalmente conviene di più perdere per evitare di ritrovarsi Brasile e Olanda più avanti durante la competizione.

Ma questa non è una partita come le altre, non potrebbe mai esserlo. Per la prima volta le due selezioni calcistiche si ritrovano davanti in un confronto ufficiale. E’ vero, si erano incrociate due anni prima durante le insanguinate Olimpiadi di Monaco di Baviera, ma era un sfida tra Nazionali Olimpiche. Aveva vinto 2-3 la squadra dell’Est. Profetico.

Un Paese spaccato in due assiste in televisione a un derby fratricida tra due visioni del mondo in casa propria. “Wessie”, così come sono chiamati i tifosi occidentali contro “Oessie”. I primi sono in netta maggioranza, oltre cinquantamila ma i secondi si fanno comunque sentire: sono giunti in ottomila grazie al visto turistico temporaneo concesso dal governo socialista della Ddr appositamente per la durata della partita. Si calcola che siano oltre 140 le emittenti televisive nel mondo a trasmettere in diretta la partita, numeri impensabili per gli standard dell’epoca. Le misure di sicurezza all’interno dello stadio sono rigidissime, lo spauracchio di un attentato è dietro l’angolo alla luce di quanto accaduto due anni prima nei Giochi di Monaco di Baviera.

La Germania Ovest, favorita dal pronostico, schiera in campo uno squadrone piena di campioni e nomi noti agli appassionati: Maier, Vochts, Breitner, Beckenbauer, Schwarzenbeck, Cullmann, Gabrowski, Overath, Muller, Hoeness, Flohe. Il commissario tecnico è Helmut Schön. Di contro gli Ossis si presentano sul rettangolo di gioco con: Cruj, Kurbiuweit, Bransch, Weise, Wätzlich, Kreishe, Lauck, Sparwasser, Irmscher, Kishe, Hoffmann. Il selezionatore è Georg Buschner.

Inni nazionali. Das Lied der Deutschen, il canto dei tedeschi, nella terza strofa, per la Germania Ovest in campo con la tradizionale divisa bianca e pantaloncini neri. Auferstanden aus Ruinen, risorti dalle rovine, per la Repubblica Democratica con divisa blu e pantaloncini bianchi.
I federali attaccano e giocano in maniera più corale, centrano un palo e sbagliano un gol a porta vuota, imitati nel primo tempo da Kreische per la Ddr. I contropiede della Germania Democratica infilano pericolosamente la retroguardia dei fratellastri di casa. Si va all’intervallo a reti inviolate.

Il copione si ripete nel secondo tempo. Muller continua a sfoderare assist che i compagni sprecano, Breitner impensierisce il portiere avversario Cruj. La Germania dell’Est ci prova con qualche tiro dalla distanza abbastanza innocuo. La partita si avvia lentamente verso uno scialbo 0-0.

Si arriva al 77’: rimessa laterale in attacco per i padroni di casa, vicino alla bandierina del calcio d’angolo, metà campo di destra. Breitner serve Hoeness che con una mezza rovesciata butta il pallone in mezzo all’area. Un prevedibile colpo di testa è ben parato dal portiere Cruj che fa ripartire l’azione dei suoi. Riceve palla Hoffmann e parte in contropiede. Avanza oltre il cerchio di centrocampo e con un lancio in profondità sulla sinistra imbecca Sparwasser. Jürgen stoppa la palla di testa, bruciando in velocità tre difensori in maglietta bianca, tra cui il biondo Berti Vogts e Kaiser Franz Beckenbauer. Si avvicina all’area piccola, ha di fronte Sepp Maier, finta prima il tiro e con un tocco di potenza lo infila alle spalle.
Gol! 0-1 per la Germania Est, Sparwasser sullo slancio esulta con una capriola e poi riceve gli abbracci dei compagni di squadra che lo assalgono a terra. Gli ottomila Oessie in tribuna sono scatenati. La tv manda a ripetizione il replay dell’azione, mancano tredici minuti alla fine della partita.

La Brd attacca, non ci sta a perdere una gara ininfluente sotto il profilo sportivo, ma tremendamente importante per un popolo intero. Ci prova il capitano Beckenbauer, da fuori, palla a lato. E’ il turno di Hoeness su punizione al limite dell’area di rigore, respinge Cruj. E’ l’ultimo pericolo, l’arbitro uruguaiano Ramon Barreto fischia la fine. Invasione di campo dei fotografi, la Germania Est vince il derby contro l’Ovest, la ribalta è tutta per il numero 14 blu, Jürgen Sparwasser. La leggenda narra che il calciatore sia premiato con automobile, casa nuova e conto in banca da rigenerare, ma lui, Jürgen, più volte smentisce. 2500 marchi a testa per il passaggio alla seconda fase era la promessa pattuita, e mantenuta, con i dirigenti dell’Est.

Alla Ddr quella vittoria non porta così bene nel Mondiale: nel girone successivo becca Brasile, Olanda e Argentina e va fuori. Diverso il destino della Brd: Polonia, Svezia e Jugoslavia sono avversari abbordabili e infatti la Germania Ovest va in finale vincendo la Coppa contro gli olandesi del calcio totale di Rinus Michels e Johan Cruijff.

L’uomo che ha abbattuto il Muro con un calcio al pallone, il nuovo eroe del socialismo pallonaro contro il capitalismo dei più forti, scapperà verso l’Ovest un anno prima della caduta, nel 1988. Sembra che i funzionari quando l’hanno visto abbiano esclamato: «No, Sparwasser, lui proprio no!». Ma lui, Jürgen da Halberstardt, il suo Muro l’aveva già bucato quattordici anni prima.