Author

Giovanni Sgobba

Browsing

Quello del 1985 è un gennaio freddo, rigido e con forte nevicate in gran parte del Nord Italia. Le città sono paralizzate, le strade ghiacciate e chiuse e, con loro, molte attività commerciali. Il Milan, domenica 20 gennaio, deve giocare in trasferta sul campo dell’Udinese, ma il match è a rischio.

La partita, complice l’arduo e generoso lavoro degli inservienti e degli spalatori, si riesce a giocare, ma sul pullman per la partita friulana non sale Tassotti. Al suo posto, alla prima convocazione in prima squadra, ci va Paolo Maldini.
Il figlio di Cesare, appena 16 anni, si accomoda in panchina con la maglia numero 14, accanto a Nuciari, Ferrari, Cimmino e Giunta. In campo, invece, l’allenatore Liedholm schiera in porta Terraneo, in difesa Galli, Baresi, Russo e Di Bartolomei, a centrocampo Evani, Verza, Battistini e Manzo dietro alle due punte Hateley e Incocciati.

L’Udinese passa in vantaggio al minuto 11 con la bella rete di Selvaggi che dribbla in area difensore e portiere, mentre Battistini si infortuna poco prima dell’intervallo. Durante la fine del primo tempo, Maldini, che non pensava minimamente alla possibilità di esordire in Serie A e pensava solo a coprirsi dal gelo, fu richiamato da Liedholm: «Dove preferisci giocare?», disse lui. «Io solitamente gioco a destra, mister», rispose l’erede di Cesare.

Così il ragazzino di 17 anni inizia la sua lunga storia d’amore con il Milan. Sul campo è già sicuro e determinato: lo si vede chiudere in scivolata un paio di interventi, marchio di fabbrica per tempismo e puntualità della sua carriera. Il Milan raggiunge il pareggio al 63’ con la rete dell’inglese Hateley, abile a cogliere per primo una punizione deviata di Di Bartolomei.

 

Per il calcio italiano e per quello internazionale, il 20 gennaio 1985 non è un giorno qualsiasi: cinque Champions League, sette scudetti, tanti riconoscimenti e 902 partite sempre con la stessa maglia, dopo tutto questo è ancora oggi ricordato come il giorno del debutto di Paolo Maldini. Con il Milan ha vinto tanto, tutto quello che si poteva conquistare in un club; rimarranno amare delusioni, invece, con la Nazionale. Pilastro della difesa, 126 presenze di cui 74 da capitano, Maldini ha disputato ben 4 Mondiali.

Dopo la fallimentare spedizione del 1986, Azeglio Vicini, nuovo ct, opera un profondo ricambio generazionale, puntando su molti dei ragazzi che aveva cresciuto nell’Under-21, a cominciare dallo stesso Maldini. Nel Mondiale casalingo del 1990, il giovane difensore viene impiegato in tutte le sette partite disputate dalla formazione azzurra, che si ferma a un passo dal traguardo, perdendo ai rigori la semifinale contro l’Argentina.
Forse più amara delusione, Maldini la vivrà quattro anni dopo, in Brasile: ancora impiegato in tutte le partite, questa volta da Sacchi, il leader della difesa assieme ai suoi compagni vede sfumare il successo, ancora ai rigori, questa volta in finale contro i padroni di casa.

Terzo Mondiale, terza volta fuori dagli 11 metri: dopo l’addio di Franco Baresi, Maldini diventa il nuovo capitano degli azzurri, allenati da suo padre Cesare. Anche in questa occasione, a Francia 1998, è titolare in tutte e cinque le partite degli azzurri, sconfitti ai quarti dai transalpini.
E’ Trapattoni, l’ultimo ct a schierarlo in campo: nel quarto Mondiale, quello in Corea e Giappone del 2002, l’Italia non impressiona e, negli ottavi di finale, contro la Corea del Sud è proprio un suo errore a permettere all’attaccante Ahn di realizzare il golden gol che vale ai coreani l’accesso ai quarti.
E’ l’ultima apparizione di Paolo: al termine della manifestazione, sommerso dalle critiche, Maldini decide di dire addio alla maglia azzurra.

Ma facciamo un salto indietro, a quell’Udinese – Milan di 32 anni fa. Nils Liedholm a fine partita disse:

Paolo ha un grande avvenire

Voleva davvero calciare verso la rete o no? La domanda impazzirà per tutta l’eternità e non importa quante volte ascolteremo i protagonisti, guarderemo le fotografie o rivedremo le riprese da ogni angolazione: è impossibile avere una certezza.
Ci viene in mente un caso simile: il golazo di Shevchenko, con la maglia del Milan, che perforò Buffon dopo un’azione da solista con un tiro radiocomandato talmente pazzo da non sembrar voluto.

Ecco, il 21 giugno 2002, i 47mila spettatori nello Shizuoka Stadium, in Giappone, e i miliardi di tifosi incollati davanti alla tv si domandarono: quello di Ronaldinho è un tiro intenzionale o un cross troppo largo? David Seaman, portiere icona dell’Inghilterra, avrebbe potuto fare di più? E se la palla fosse andata di un ciuffo più in alto o di qualche centimetro a sinistra, ricorderemmo ancora questa partita? Le domande non finiscono mai.

Quello che però solca gli annali è una pennellata di classe di una giovane stella nascente che grazie al suo magico talento e istinto ha deciso una partita classica del calcio internazione.  Ai Mondiali del 2002 in Corea del Sud e Giappone, i due colossi si ritrovano faccia a faccia nei quarti di finale.
Da un lato la Seleção che andrà a vincere la Coppa contro la Germania laureandosi pentacampeao, dall’altra l’Inghilterra che passa come seconda nel suo girone, estromettendo però l’Argentina (altra storica rivale) e che agli ottavi gonfia il petto con un netto 3-0 contro la Danimarca. Firme di Rio Ferdinand, Owen ed Heskey.
Dall’altro lato ci sono Rivaldo, c’è Ronaldo il fenomeno che trascina la squadra verso il titolo e che vincerà il Pallone d’Oro nello stesso anno, c’è Roberto Carlos e c’è Ronaldo de Assis Moreira, meglio noto come Ronaldinho per non far torto al “vero” Ronaldo (ai Mondiali Under-17 in Egitto nel 1997, infatti, portava ancora il nome Ronaldo sulla maglia).

Gaúcho è un funambolico talento che sta assaggiando il calcio europeo nel Psg. Un antipasto, a dire il vero, perché i suoi numeri e le sue giocate gli valgono ben presto inchiostro e grafite sui taccuini dei tanti osservatori che scrivono il suo nome per proporlo ai rispettivi club. In terra francese ci rimane fino al 2003 quando il Barcellona, stizzito per l’arrivo di Beckham (suo obiettivo) al Real Madrid, vira sul brasiliano.

L’altro enfant prodige, Michael Owen, intanto decide di sbloccare il match al 23’: Heskey lancia in profondità, Lucio si accartoccia su se stesso ciabattando malamente il pallone che viene scippato dal furetto del Liverpool e infila Marcos. I Tre Leoni passano in vantaggio anche se hanno costruito poco. Ci pensa però il duo Ronaldinho-Rivaldo in pieno recupero di primo tempo a ridare senso al match. Il futuro del Barcellona con il presente blaugrana, quasi un’investitura: il giocatore del Paris Saint Germain prende palla da centrocampo, avanza con la sua progressione fatta di finte, doppi passi e movimenti, vede Rivaldo completamente smarcato sulla destra e lo serve. Tiro di prima ed è 1-1.

Al 5’ della ripresa arriva il sorpasso brasiliano, in questo match poco verde e poco giallo, ma tanto blu. E’ il gol che osanna Ronaldinho, è la rete che da lì in poi segna la carriera del ragazzo. E’ questa qui:

 

E’ la rete del sorpasso, la seconda rete del fantasista in questo Mondiale (la prima su rigore contro la Cina) e sarà anche l’ultimo gol segnato con il Brasile all’interno di un campionato del Mondo: in Germania 2006, infatti, rimane a secco. Il match contro l’Inghilterra lo vede in campo ancora per qualche minuto: sette minuti dopo il gol arcobaleno, l’arbitro messicano Felipe Ramos Rizo lo espelle con un rosso diretto per fallo su Mills.

A noi tutti, però, pa partita di Ronaldinho è cristallizzata in quella parabola magica e spietata. Noi ci facciamo delle domande, lui, Ronaldinho quasi quasi non ne può più:

«Mi è stata posta questa domanda così tante volte che ho perso il conto. La mia risposta è sempre la stessa: è stato un tiro. Cafu e io avevamo parlato di come il loro portiere fosse spesso fuori dalla sua linea di porta, quindi ho calciato verso lo specchio. Certo, non posso dire che intendevo che la palla andasse esattamente in quel punto, ma stavo cercando di metterla in rete anche da quella distanza»

Dai, Beatles, andiamo a fare un po’ di soldi!

Scanzonato e un po’ spavaldo. Sicuro e determinato, ma anche con la leggerezza di un appena 24enne con tutto il mondo da scoprire. E con i grandi successi che sono lì ad attenderlo per consacrarlo nella storia dello sport. Cassius Clay, prima ancora di essere Muhammad Alì, questo non lo sapeva. Aveva al collo “solo” una medaglia d’oro conquistata alle Olimpiadi romane del 1960, simbolo che le tappe si stavano bruciando in fretta.
Ma quel 18 febbraio 1964 sapeva solamente che, una settimana dopo, avrebbe sfidato Sonny Liston, in un incontro di boxe valido per il titolo di pesi massimi. Alla vigilia Clay era dato perdente 7-1.

In quei giorni negli Stati Uniti erano sbarcati i Beatles per registrare delle apparizioni all’Ed Sullivan Show, una popolare trasmissione americana. Popolare come loro, ormai in rampa di lancio nell’universo della musica, conosciutissimi dai giovani e dalle fan sfegatate. Tutti, più o meno, sapevano dei quattro ragazzacci di Liverpool, tutti tranne Robert Lipsyte.
Robert è un giovane giornalista del New York Times inviato a Miami per raccontare i giorni predenti alla grande sfida tra i due pugili. «Non ero una ragazzina, io davvero non sapevo chi erano i Beatles o quello che sarebbero diventati – dice oggi scherzando Lipsyte –. Erano ragazzi magrolini e con un sacco di capelli e con addosso giacche bianche di spugna».


Quel 18 febbraio 1964 erano tutti lì. Il giornalista se li è trovati nella palestra d’allenamento di Cassius Clay senza sapere chi fossero. Erano tutti lì in attesa dell’arrivo del ragazzone del Kentucky; le rockstar erano anche abbastanza spazientite: certo, i Beatles erano felici di incontrare un campione di boxe e ottenere visibilità sui giornali, ma il gruppo in realtà voleva incontrare Liston e non, come diceva John Lennon, «il fanfarone che sta per perdere».
Ma Liston non aveva alcun interesse a perdere tempo, così i Fab Four virarono su Clay.

«Ma d’un tratto la porta si spalancò ed eccolo lì. E’ la creatura più bella che abbia mai visto», dice Robert. Quasi come un’apparizione mitologica, avvolto dal bagliore della porta che si apre, mentre lui, scherzando e ridendo disse appunto: «Dai, Beatles, andiamo a fare un po’ di soldi».
E così, immortalati dal fotografo Harry Benson, i cinque mascalzoni vengono immortalati in foto che entreranno nella storia: in una c’è Clay che fa finta di colpire George Harrison mentre gli altri fingono di cadere come tasselli del domino; un’altra in cui il pugile solleva Ringo Starr tra le sue braccia, e finge di mettere tutta la band ko.
Tutte con estrema naturalezza agli occhi di Lipsyte, come se fossero costruire e provate giorni e giorni prima. Poi, tra una risata e l’altra, i Beatles si allontano dalla palestra in limousine, mentre Clay inizia il suo allenamento.

Al termine dell’allenamento il pugile torna nel suo spogliatoio; Lipsyte lo segue nella speranza di fargli qualche domanda, ma è Clay ad anticiparlo, chiedendo:

Chi erano quelle piccole femminucce?

“Lontani dal mondo, 24 grandi del calcio si sfidano in un torneo segreto. Otto squadre, una sola regola”…e poi parte la voce calda e bassa di Éric Cantona che ammonisce:

Chi segna il primo gol, vince

Intanto, in sottofondo si carica la musica, la colonna sonora di questo spot e di quell’estate:  “A Little Less  Conversation”, un classico di Elvis Presley nella versione remixata da Junkie XL. Siamo nel 2002, mancano pochi mesi al Mondiale in Corea e Giappone e nei campetti rionali e nei parchi dei quartieri, giovani emulatori provano e replicare la giocata di Roberto Carlos o qualche altro colpo magico degli altri 23 calciatori. Senza pallone argentato, però.

Nel 2002 la Nike fa centro con una campagna pubblicitaria destinata a segnare un’epoca, sulla scia di quella dell’anno precedente e del 2000 (che vi invitiamo ad andare a vedere). Si chiama The Secret Tournament, ma poi ha preso altri nomi come “The cage” (la gabbia) per via della location particolare o “Scorpion KO” che poi è l’icona e il simbolo del brand.
La trama è incentrata su un torneo  “clandestino” di calcio cui partecipano otto squadre composte ciascuna di tre fra i migliori giocatori del mondo. Le partite si svolgono in una gabbia metallica all’interno di una nave e vale una sola regola: passa il turno chi segna per primo. Arbitro, commentatore e padrone di casa è l’ex campione del Manchester United, Éric Cantona, solito sin dal 1994 (lo spot del palo di Ronaldo nell’aeroporto) apparire come cameo. Il destino dei perdenti? Ritornare a riva, nuotando.

Ma come mai riproporre questo pezzo d’antologia a distanza di tre lustri? Con la notizia del ritiro a 37 anni di Tomas Rosicky, di fatto, tutti e 24 calciatori di questa mini-saga hanno appeso le scarpe al chiodo. Anche Ronaldinho, che da svincolato giocava tornei di esibizione, ha ufficialmente salutato il futebol il 16 gennaio 2018. Ma con l’ultima sinfonia del piccolo Mozart, finisce un’era, forse già abbondantemente chiusa calcisticamente.

Il ceco, dal talento cristallino quanto di cristallo era il suo fisico, faceva parte del trio “Tutto bene” assieme a Fabio Cannavaro e a Rio Ferdinand, eliminato subito ai quarti dagli ispanici “Equipo del fuego” composto da Claudio Lopez, Gaizka Mendieta (!) ed Hernan Crespo. E chi vinse poi la finale? La spuntarono Henry, Totti e Nakata con una “mandrakata” del francese e dell’italiano che beffarono al calcio d’inizio Figo, Ronaldo e Roberto Carlos.

 

A dire il vero, allo spot principale ha fatto seguito un sequel, dal nome eloquente “The Rematch”. Le due squadre che avevano giocato la finale si contednono una rivincita, seppur con regole diverse: si gioca nello scafo, senza più gabbie o catene e con le porte disegnate. Altro estremo: vince chi arriva a 100 gol segnati. Le due squadre, ovviamene, arrivano al 99 pari e poi succede questo:

 

Non sappiamo se “Cool Runnings” avrà un sequel cinematografico. Certamente, però, l’impresa sportiva ci rimanda indietro di 30 anni. La pellicola della Disney del 1993, infatti, raccontava la mitologica storia della squadra di bobbisti giamaicani ai Giochi invernali di Calgary del 1988. Bene, a PyeongChang ci sarà la squadra di donne giamaicane: la Nazionale, infatti, si è qualificata, trent’anni dopo quell’incredibile favola.

 

L’impresa è stata realizzata da tre altlete: Carrie Russell, Audra Segree e la pilota Jazmine Fenlator-Victorian. Quest’ultima, in realtà, ha il doppio passaporto Usa-Giamaica tant’è che l’abbiamo già vista alle Olimpiadi di Sochi, nel 2014, ma rappresentando gli Stati Uniti.
Storia nella storia è quella anche di Carrie Russell che ha vinto l’oro ai Mondiali di atletica di Mosca nel 2013 nella 4x100m. Che dire…un intuito che ricorda  proprio il team maschile di 30 anni fa che fu composto da  alcuni sprinter riadattati al ghiaccio.
E loro come se la passano? Di questi tempi, un anno fa se la passavano malissimo: la squadra era senza un allenatore e senza i soldi necessari per assumere uno al punto che si erano rivolti al web con una campagna di crowdfunding. Oggi la situazione è completamente ribaltata e sono a un passo dal traguardo più importante: i giamaicani sono al 31° posto e ai Giochi si qualificheranno i primi 30.
Ma in Corea del Sud, quella delle tre giamaicane non sarà l’unica impresa:  Seun Adigun, Ngozi Onwumere e Akuoma Omeoga, anche loro bobbiste, hanno portato per la prima volta la Nigeria ai Giochi Olimpici invernali. 

Dal titolo di migliore giocatore del Mondiale Under-17 del 1999, di strada Landon Donovan ne ha fatta parecchia. Esploratore controcorrente ma con un filo invisibile che non l’hai portato lontano da casa sua. A trionfare, in Nuova Zelanda, fu come al solito il Brasile, ma gli occhi di attenti osservatori erano tutti puntati sul ragazzo piccolo e brevilineo nato ad Ontario il 4 marzo 1982. E’ il Bayer Leverkusen a strappare per primo il “sì” del giocatore che si affaccia nel calcio che conta, nel calcio europeo, invertendo la rotta di chi ha attraversato l’oceano Atlantico cinque secoli prima.

Parliamo del miglior marcatore nella storia della Nazionale statunitense, con 57 gol a pari merito con Clint Dempsey, e della Major League Soccer con 145 reti. Sì della Mls, il campionato a stelle e strisce che ci fa subito ben capire come l’esperienza nel Vecchio Continente non sia stata così trionfale e indimenticabile.
Sotto contratto con il club tedesco, Donovan viene girato più volte in prestito: prima ai San Jose Earthquakes e poi ai Los Angeles Galaxy, club che si cucirà sulla sua pelle condividendo gli anni migliori e vincenti. Acquistato definitivamente dal club, per Landon le porte e i porti dell’Europa non si sono mai chiusi: durante le sessioni di pausa del campionato americano, Donovan prova a lasciare il segno nel Bayer Monaco, ma soprattutto nel dicembre 2009 quando viene  ufficializzato il suo passaggio in prestito all’Everton.

Dopo il flop in Bundesliga, c’è la Premier League pronta a esaltarsi per un suo gesto, una sua giocata. L’americano è concentrato e motivato, ci sono i Mondiali del 2010 ad attenderlo e uno spirito di rivalsa, una voglia di invertire una narrativa scostumata contro gli americani che non sanno giocare a football.
Con il club blu di Liverpool, Donovan gioca 10 partite collezionando 2 gole quattro assist, venendo inserito nella formazione del mese e ribaltando la stagione fin lì negativa dell’Everton. Che si fa, si rimane? Il club inglese prova a rinnovare il prestito, ma l’esperienza inglese termina momentaneamente lì, prima di ripetersi nel dicembre 2011,  sempre con l’Everton, per giocare ancora una volta in prestito durante la pausa della Mls.

 

Icona in patria e apprezzato anche in Europa per i suoi lampi a sprazzi, Donovan nel 2014 annuncia il ritiro, per poi ripensarci nel 2016. Terminata la stagione, a inizio 2017, dice: «Non riesco nemmeno più ad inseguire mio figlio in giro per casa».
Il che vuol dire: è stato bello, io appendo le scarpe al chiodo. E così è sembrato per tutto l’anno, salvo poi di colpo lasciare nuovamente tutti sorpresi: il 13 gennaio 2018 viene tesserato dal Club Léon, squadra della massima serie messicana.  Landon Donovan ha ancora voglia di giocare a calcio e già che c’è lascia partire una bordata al Presidente americano, Donald Trump:

Mi sono innamorato della città, qui ci sono i tifosi migliori. Il Club Leon è una squadra storica e vincente. Io non credo nei muri, voglio andare in Messico, indossare il verde e vincere trofei. Ci vediamo presto!

Nella carriera sportiva del talento americano ritorna il Messico: sì perché Donovan (che ha partecipato a sei edizioni della Concacaf, vincendone quattro, a due Confederations Cup, e a tre Mondiali) nella Coppa del Mondo del 2002, quella in cui gli Stati Uniti vengono eliminati ai quarti di finale dalla Germania per 1-0 e a lui gli viene assegnato il riconoscimento come miglior giovane dei mondiali, proprio contro i messicani mette a segno la rete del 2-0, quella della sicura qualificazione – tra l’altro di testa, non il suo marchio di fabbrica.

 

Non male come colpo di coda per il 35enne dal volto di eterno Peter Pan. Ma non è tutto perché ai prossimi Mondiali in Russia lui ci sarà, seppur sotto differente veste: Donovan sarà infatti sarà nel team di FoxSport per commentare e analizzare i vari match.

Jeeg Robot, fortunato manga nipponico, a quanto pare in Giappone non è l’unico essere mitologico a esser d’acciaio. Sì perché Kazuyoshi Miura è sia asceso al mito, sia indistruttibile: pochi giorni fa l’ex Genoa (stagione 1994-1995…assurdo) ha ulteriormente perfezionato il suo record (conquistato l’anno scorso): a 51 anni il prossimo 26 febbraio, ha aggiunto un ulteriore passo alla sua già lunghissima carriera di calciatore firmando il prolungamento del contratto con lo Yokohama, club della seconda divisione di J-League,   di fatto confermando l’essere il più anziano giocatore ad aver giocato una partita di calcio professionistico.

Miura entrerà così nella sua  trentatreesima stagione da professionista.  Un record incredibile, la cui portata si può comprendere se si pensa che, fino a quel giorno, apparteneva da ben 52 anni ad una pietra miliare del calcio mondiale come Stanley Matthews, il primo pallone d’oro della storia, il quale a 50 anni e 5 giorni giocò la sua ultima partita con la maglia dello Stoke City.

UNA VITA DA RECORD

Ma se la si guarda a ritroso, la storia di Miura ha un che di leggendario sin dall’inizio, quel qualcosa che la rende magica, aldilà del reale.
Kazu se ne va dal Giappone ancora giovanissimo, a 15 anni, spostandosi nel lontanissimo Brasile per cercare fortuna nel mondo del pallone. Una scelta sicuramente estrema, ma che ricalca alla perfezione le orme del campione che in quegli anni sta infiammando i sogni dei ragazzini del Sol Levante: Oliver Hutton di Holly e Benji.

Miura la stoffa ce l’ha. Viene ingaggiato dal Club Atletico Juventus di San Paolo dove si fa le ossa per 4 anni fino a passare al più blasonato Santos (sì, quello di Pelè e, più di recente, Neymar), cambiando però casacca ogni anno fino al 1990 quando, visto che la carriera non decolla nonostante la vittoria del campionato Paranaense del 1990 con il Coritiba, decide di tornare in patria, al Verdy Kawasaki di Tokio.

In Giappone la classe di Kazu è un lusso e le sue prestazioni stuzzicano vari club, tra cui il Genoa del Presidente Spinelli, che lo acquista nell’estate del 1994. Ecco il primo record di Miura: è il primo calciatore giapponese a giocare in Serie A, l’ariete che spiana la strada al mercato orientale in Italia che poi vedrò l’arrivo nel Belpaese dei vari Nakata, Morimoto, Nakamura, Nagatomo, Honda e soci.

E poco importa che la sua stagione sia da dimenticare: 21 presenze ed un solo gol, ma dal valore molto particolare, perché realizzato nel derby della Lanterna contro la Sampdoria (poi però vinto dai blucerchiati per 3-2). Nel suo piccolo, forse, un record anche questo.

Dopo questa parentesi italiana, Kazu torna in patria dove continua a fare le fortune dei propri compagni, concedendosi qualche gita fuori porta, prima alla Dinamo Zagabria e poi all’FC Sidney, lasciando però magri ricordi di sé.

LEGGENDA

In patria, invece, Miura è leggenda, sia al livello di club che di nazionale, di cui è il secondo miglior marcatore della storia con ben 55 reti in 89 partite e con cui ha vinto la Coppa d’Asia nel 1992 ma con il rimpianto di non aver mai partecipato ad un Mondiale. Ed ovviamente detiene un altro record: quello del marcatore più anziano nella storia del campionato giapponese, risultato raggiunto il 7 agosto 2016, quando segnò contro il Cerezo Osaka.

Viene da chiedersi quale sia il segreto di questo tranquillo cinquantenne che non ci pensa neanche a farsi da parte dopo ben 32 stagioni da professionista. Probabilmente la risposta è racchiusa nelle parole dello stesso Miura durante l’intervista di rito al superamento dell’ultimo record della sua incredibile vita:

“Sinceramente, non mi sento di aver battuto una leggenda. Avrò anche superato Matthews come longevità della carriera, ma non posso concorrere con lui, con i suoi numeri e il suo passato. Mi piace il calcio, e la mia passione non è cambiata. Non sono più giovane, faccio fatica fisicamente, ma sono ancora felicissimo se la mia squadra vince o se riesco a giocare bene. Finché mi divertirò, continuerò a giocare”.

Umiltà, passione e cultura del lavoro: la ricetta vincente.

Robert Marchand ha detto “basta”…a 106 anni. O meglio, i medici gli hanno proibito di partecipare a una corsa su pista di 4 chilometri. Eppure, di questi tempi, un anno fa il centenario ciclista francese aveva percorso più di 22 chilometri, in bicicletta, in un’ora, per stabilire un nuovo record del mondo.

Un’autentica impresa compiuta da Robert Marchand, nato ad Amiens nel 1911 che al Velodrome di Saint-Quentin-en-Yvelines, in Francia, aveva stabilito il nuovo primato di percorrenza in 60 minuti per la categoria over 105, appositamente creata per lui, con 22.547 chilometri percorsi in sella alla sua bicicletta. L’ultracentenario transalpino è stato un vigile del fuoco a Parigi durante gli anni ‘30. Dopo la seconda guerra mondiale si è trasferito prima in Venezuela e poi in Canada, dove ha lavorato come boscaiolo. Tornato in Francia nel 1960, ha lavorato come giardiniere e venditore di vino fino alla fine degli anni ’80.

Marchand, che gareggia sulla bici da quando ha 14 anni, pur non avendo mai corso come professionista, non è nuovo a record del genere, anzi verrebbe da dire che ha scoperto quant’è bello infrangere record su record dopo aver compiuto un secolo di vita: nel 2012, ad Aigle, ha centrato il primo trionfo con 24.1 chilometri in un’ora; due anni dopo si è migliorato arrivando a 26.927 chilometri.
Ma le sue avventure non si limitano ai tracciati su pista: negli anni passati ha affrontato una salita di circa 10 chilometri, con un dislivello di 450 metri, in appena 56 minuti. Oggi, quella salita, collocata nel Massiccio Centrale, nell’area del dipartimento dell’Ardèche, è stata ribattezzata Col du Marchand.

Ora è arrivato il fatidico stop, ma guai a far scendere Robert dal sellino della bici. Il suo amico Christian Bouchard ha, infatti, detto:

Ma ai 5-10 minuti giornalieri sulla cyclette non rinuncerà di certo

Largo, fate largo, arriva Kamikaze Kasai! A un mese esatto dall’apertura dei Giochi invernali di PyeonghChang, in Corea del Sud, c’è chi ha già stabilito un record mondiale prima ancora di gareggiare per un titolo. E’ il saltatore Noriaki Kasai ormai prossimo a entrare nella storia delle discipline olimpioniche invernali: il 45enne  giapponese, infatti, sarà il primo atleta a partecipare a ben otto olimpiadi invernali.

Per ritrovare il debutto di Kasai, classe 1972 e nato a Shimokawa, cittadina della prefettura di Hokkaido, bisogna riavvolgere le lancette al 1992, ai Giochi di Albertville, anche se in Coppa del Mondo ha esordito il 3 dicembre 1989 a Thunder Bay, piazzandosi al 27esimo posto.  Il suo primo podio (terzo posto), invece, è datato 29 febbraio 1992 a Lahti, mentre sempre in quell’anno, il 22 marzo, la prima vittoria a Harrachov.

Lo saltatore con gli sci si lascia, così, alle spalle Albert Demchenko, lo slittinista russo (argento nel 2014 a Sochi) che, ritirandosi, si ferma a sette partecipazioni.  Altri 10 atleti, in verità, hanno  tagliato il prestigioso traguardo, tra cui la canoista azzurra Josefa Idem, ma tutti ai Giochi estivi: il primatista Ian Miller, canadese, con 10 partecipazioni e il lettone Afanasijs Kuzmins, con 9, sono atleti “estivi”.

 

Ecco il suo invidiabile palmares: sette edizioni dei Giochi olimpici invernali, tredici Campionati mondiali, vincendo sette medaglie, e dieci  Mondiali di volo, vincendo una medaglia. Kasai ha vinto, inoltre, tre medaglie olimpiche a vent’anni di distanza: il primo argento a squadre a Lillehammer 1994, mentre a Sochi ha conquistato un argento individuale dal grande Trampolino e un bronzo a squadre, diventando il più vecchio saltatore con una medaglia al collo. Il giapponese vanta anche 17 vittorie individuali in Coppa del Mondo, a cui partecipa da 30 edizioni, dal 1988. L’ultimo successo in Coppa del Mondo risale al 29 novembre 2014, in Finlandia.

Kasai nell’ultimo anno ha perso un po’, ma non la grinta: in Corea, insomma, non lo vedremo semplicemente fare una passerella celebrativa. La sua determinazione, negli anni, ha appassionato ed è diventato modello d’ispirazione: in Finlandia, per esempio, i “Van Dammes” un gruppo punk di Helsinki,gli ha dedicato un singolo intitolato “Mr Noriaki Kasai” nel 2014; nentre in Polonia ci ha pensato il rapper Koldi. Insomma non vediamo l’ora di vedere il Kamikaze librarsi ancora una volta in cielo con il suo sorriso smagliante e contagioso!

Wayne Shaw l’anno scorso ha ingannato proprio tutti. L’ormai ex-portiere del Sutton (scaricato in tronco dalla società dopo aver scoperto la farsa) aveva catalizzato l’attenzione mondiale su di sé per aver mangiato un meat pie in panchina durante il match di FA Cup tra il suo club e l’Arsenal. L’idolo, per qualche ora, di appassionati si è poi rivelato un bluff dopo che è stata smascherata la commedia nata da un accordo con un’agenzia di scommesse.

Ma questa è la FA Cup e, nel bene o nel male, sono storie che solo la principale coppa nazionale di calcio inglese, nonché la più antica competizione calcistica ufficiale al mondo, essendo stata istituita nel 1872, può racchiudere nei suoi decenni di esistenza. Così arriviamo ai giorni nostri con un racconto che lega un portiere e un cibo.

L’eroe dell’Epifania arriva da Fleetwood, città famosa per essere la sede delle caramelle Fisherman’s friend. Il Fleetwood Town, squadra di centro classifica nella Football League One, l’equivalente inglese della serie C, è riuscito a strappare un preziosissimo 0-0, in casa, contro il Leicester, squadra decisamente più blasonata e campione d’Inghilterra solo due stagioni fa.
Il pareggio porterà il match al replay da giocare a campi invertiti al King Power Stadium, ma oltre alla storia del grande ex  Jamie Vardy (spettatore poiché infortunato) che ha realizzato ben 34 gol in 40 partite con i biancorossi, c’è un’altra simpatica curiosità che vede come protagonista Christopher Michael Neal, secondo portiere della la Cod’s Army (l’Armata dei merluzzi).

Vardy ai tempi del Fleetwood

Sì perché Neal, giocando 90’ contro il Leicester nei 32esimi di Fa Cup, ha mantenuto la porta inviolata beneficiando di un “succulento” bonus: lo sponsor della squadra, la catena di pizzerie Papa John’s, gli aveva infatti promesso una fornitura annuale di pizza in caso di clean sheet. Tutto alla luce del sole, questa volta, e detto fatto, Neal non ha dovuto raccogliere nessun pallone dal fondo della rete. Una piccola soddisfazione per l’estremo difensore ex Por Vale e Preston North End che quest’anno ha perso il posto da titolare.

«Potrei condividere una fetta con uno dei nostri attaccanti qualora riuscissero a segnare», ha detto Neal. Un invito, magari, indirizzato a Devante Cole, punta centrale della squadra e figlio dell’indimenticabile Andy Cole.