Author

Dario Sette

Browsing

Si è dovuta arrendere alla numero 4 del mondo nonché sua connazionale, Elina Svitolina, per rompere l’incantesimo agli Australian Open. Si tratta della quindicenne Marta Kostyuk, la prima tennista del 2002 a giocare un terzo turno in un torneo del Grande Slam.

Nata a Kiev il 28 giugno 2002, la giovanissima Marta è riuscita a giocarsi un posto per gli Ottavi di finale dopo aver battuto atlete molto più forti e blasonate di lei come la cinese Peng Shuai (n° 25 del tabellone) e la ceca Barbora Krejcikova (n° 13 del tabellone).

Nonostante la sconfitta però, la giovanissima Kostyuk ha un gran futuro davanti a sé, tant’è che si parla di baby fenomeno.

L’anno scorso proprio sul terreno di Melbourne ha vinto il torneo a livello Juniores. Qualche mese più tardi ha trionfato anche agli Us Open nel doppio, oltre a parecchi tornei sempre prestigiosi.

Poco più che adolescente, la giovanissima Marta Kostyuk ha cercato di cogliere tutto il meglio che un torneo come quello australiano ha saputo offrirle. Ha acquisito più consapevolezza dei mezzi oltre che un pizzico di esperienza e malizia che nello sport non guasta.

La Kostyuk gioca a tennis da piccolina e lo ha fatto per stare più vicina alla madre (anche lei tennista) la quale lavorava moltissimo.

Mia madre lavorava molto quando ero piccola, non ricordo bene, ma mi disse che avrei dovuto giocare a tennis per vederla di più.
Ho altre due sorelle, una più grande e una più piccola. Era il periodo in cui mia madre lavorava di più, non la vedevo molto ma io volevo stare con lei, perciò ho iniziato ad allenarmi. In estate stavo in campo dalle 8 del mattino alle 20 di sera, dall’età di 4 o 5 anni.

Ha anche confessato che il tennis non l’è mai realmente piaciuto, ma che tutto sommato è sempre stata brava.

Ora si sente soddisfatta di essere entrata tra le professioniste, perché per lei il lavoro è importante.

Prima di Marta Kostyuk anche altre tenniste adolescenti si sono trovate catapultate in un torneo del Grande Slam.

È stata la più giovane al terzo turno di uno Slam dal 1997, dalla prima storica semifinale di Mirjana Lucic, allora non ancora coniugata Baroni, allo Us Open. Ma Kosyuk non è una quindicenne come le altre, e ai primati lei non ci pensa.  Inoltre con questo piccolo exploit la giovane ucraina entrerà tra le 250 del WTA femminile (prima di Melbourne era partita come 520esima).

Tuttavia il record di precocità lo detiene l’ex tennista svizzera Martina Hingis, la quale nel 1997 a soli 16 anni e 4 mesi riuscì a vincere un torneo del Grande Slam, proprio gli Open di Australia. In quello stesso anno riuscì ad arrivare in finale anche negli altri tre torni del circuito del Grande Slam, perdendo solo a Parigi al Roland Garros. Record quasi imbattibile.

Comunque quando Martina Hingis trionfava a Melbourne, Marta Kostyuk aveva solo 4 anni e mezzo. 

Lo hanno definito SuperMario per le sue grandi doti tecniche e per la forza fisica. Altrettanto semplice è stato accostargli l’aggettivo super grazie al suo nome. Tuttavia, nonostante nel bene e soprattutto nel male, Mario Balotelli continua a far parlare di sé.

Stavolta però non si tratta di balotellate dentro e fuori dal campo, ma si tratta di Balotelli calciatore. Quell’attaccante che a Nizza ha trovato la sua stabilità mentale e professionale. Un bomber ritrovato che, in Costa Azzurra, ha dato il meglio di sé soprattutto a livello realizzativo.

Con l’ultima doppietta messa a segno contro il Monaco le marcature in Ligue 1 per questa stagione sono dodici, diciotto se consideriamo anche le Coppe.

Ma i numeri positivi dell’ex attaccante di Inter, Milan, City e Liverpool sono legati proprio a tutta la sua esperienza transalpina. Con la maglia numero 9 dei francesi, l’attaccante bresciano ha realizzato 35 reti in 51 partite disputate. Non aveva mai realizzato tante reti nelle scorse esperienze calcistiche.

Ai tempi del Milan, infatti, SuperMario si era fermato a quota 33 ma in 77 presenze. Mentre con la maglia dei Citizens, ha realizzato 30 reti in 80 apparizioni e con l’Inter, invece, 28 in 86 match.

Il buon umore dell’attaccante lo si nota anche sul suo profilo di Instagram 

Tuttavia la sensazione, confermata dal campo, è insomma che Balotelli, a quasi 28 anni, abbia finalmente raggiunto la maturità necessaria per tagliare i traguardi che molti si aspettavano da lui già quando giocava con la Primavera dell’Inter.

Rivederlo in Nazionale sarebbe il sogno di molti. Si potrebbe ripartire da lui nonostante la Nazionale italiana non sarà presente al Mondiale di Russia il prossimo giugno. L’ultimo match giocato da Balotelli con la maglia dell’Italia risale al Mondiale brasiliano del 2014, nella disfatta contro l’Uruguay.

È stato un pilota che ha corso tanto e in tante squadre diverse. Molti titoli in bacheca, ta cui la famosa vittoria delle 24ore di Le Mans del 1967, in coppia con AJ Foyt al volante della Ford GT40 Mk IV.

È scomparso Dan Gurney, storico pilota anche di Formula 1, a bordo della Ferrari. Proprio con la scuderia di Maranello si è fatto notare per la sua grandissima cultura motoristica, lo stesso presidente Enzo Ferrari lo definì “Marine”. La carriera in F1 però non è stata esaltante dato che i suoi migliori piazzamenti sono stati nel 1961 e 1965, entrambi un quarto posto.
Tuttavia con la Ferrari ha avuto un grande risultato nella 12 Ore di Sebring del ’59 con la 250 Testa Rossa.

Daniel Gurney, però, è stato un grande innovatore. Un pilota moderno sia dal punto di vista della sicurezza che dal punto di vista dello spettacolo.

Nel 1968 a Zandvoort è stato il primo a introdurre il casco integrale che oggi indossano tutti per questioni di sicurezza. In quell’anno fu una vera e propria scoperta che di seguito fu presa in considerazioni da tutti. In effetti, nei cinque anni successivi al suo debutto, il casco integrale divenne elemento imprescindibile delle corse automobilistiche.

Un’altra novità fu inventata da Dan Gurney. Durante i festeggiamenti per la vittoria della 24ore di Le Mans del ’67, il pilota americano ha dato vita all’abituale gesto di festeggiare la vittoria spruzzando lo champagne. Gesto che oggi è una vera e propria abitudine ma che fino a quel momento non era stata mia pensata; un po’ come il “Winning Salute” inventato dall’ex capitano brasiliano Bellini durante i festeggiamenti del Mondiale 1958.

Una decisione presa con un po’ di dispiacere, ma la voglia di mettersi in gioco è tanta, così come la voglia di vincere.

Stiamo parlando della cestista Giorgia Sottana, la guardia azzurra che, dopo una prima parte di stagione nel campionato di basket francese nel Montpellier, ha deciso di volare in Turchia nel Fenerbahce.

Ho lasciato la Francia con dispiacere. Sono però altrettanto consapevole che questa è un opportunità davvero importante per la mia carriera come giocatrice ed è un’esperienza di vita come persona

Era entrata appieno nei ritmi e nei meccanismi francesi e non era semplice per chi come lei era alla sua prima esperienza fuori dall’Italia, dopo aver vinto tanto a Schio.

Ma la vita di un’atleta è sempre ricca di colpi di scena, così com’è successo all’azzurra Giorgia Sottana.


Ha colto subito la palla al balzo e si è trasferita in una delle squadre più forti a livello europeo e dove, in ambito maschile, giocano altri due forti azzurri come Niccolò Melli e il capitano Gigi Datome, il quale le ha dato il benvenuto

D’altra parte, Giorgia dice di

Essere felice al Fener, ed è un sogno che diventa realtà. Proprio per questo motivo non mi vergogno di dire che mi sento come una bambina la notte prima di Natale (ride,ndr).
So che sarà tosta, ma nell’ultimo anno e mezzo sono cresciuta tanto e sono qui per fare il mio. Il Fenerbahce è una top squadra di Eurolega, e vogliono vincerla. E io anche!

La discesa libera di Bad Kleinkirchheim è stato un trionfo azzurro, con il podio tutto italiano delle nostre sciatrici Sofia Goggia, Federica Brignone e Nadia Fanchini.

Un tripudio tutto italiano per le tre campionesse che hanno saputo tenere a bada tutte le avversarie. È la terza tripletta che capita nella storia dello sci femminile. Nel 2017 c’è stata la vittoria ad Aspen dove ancora Federica Brignone e Sofia Goggia sono state protagoniste, insieme a Marta Bassino.

Un trionfo “rosa” che aveva interrotto un digiuno lungo ben 21 anni. Sì perché era dal lontano 2 marzo 1996 che tre italiane salivano tutte su un podio di Coppa del Mondo di sci. C’è da dire che è un evento abbastanza raro, ma per quest’anno ci sono i presupposti per continuare a fare bene, magari anche alle Olimpiadi di PyeongChang 2018.

In quella festa dello sport del 1996 le storiche campionesse furono Deborah Compagnoni, Sabina Panzanini e Isolde Kostner nel Gigante. Un successo che non era mai arrivato prima, nemmeno ai tempi gloriosi della Valanga Rosa (a cavallo tra anni ’70 e ’80), parallelamente a quelli che furono i successi maschili della Valanga Azzurra.

A Narvik, in Norvegia, fu una vera e propria impresa. Esaltata dalla stampa del periodo, quel 2 marzo fu ridefinita come la giornata della “Festa delle donne” che si sarebbe festeggiata qualche giorno più tardi.

A guidare quel trio vincente fu l’allenatore, Daniele Cimini, che indirizzò al meglio le tre azzurre capeggiate dalla grande Deborah Compagnoni.

In effetti prima di quel giorno non era mai successo, nella lunga avventura dello sci femminile, che tre azzurre salissero tutte insieme sul podio.

Quel trionfo nel Gigante maturò nella seconda manche, grazie al gran recupero di Isolde Kostner, solo nona dopo la prima frazione. Una gara perfetta quella dell’allora ventenne bolzanina, la quale riuscì a recuperare sei posizioni, soprattutto nella parte finale. Fu il miglior risultato, fino a quel momento, della giovane altoatesina in un gigante.
La Compagnoni e la Panzanini, invece, confermarono quanto di buono fatto nella prima uscita. In realtà Deborah Compagnoni dovette compiere un vero e proprio miracolo per rimediare ad un errore nella parte alta del tracciato. La campionessa mondiale riuscì a rimanere in traiettoria con un numero di alta acrobazia che ricordò quello di Alberto Tomba in Sierra Nevada: si rimise in linea poco prima di imboccare la porta successiva e riprese a spingere con più vigore per recuperare il tempo perduto.

Fu una gara mozzafiato che portò innanzitutto serenità nell’ambiente azzurro ma anche tanta soddisfazione tra gli appassionati e tifosi italiani.

La speranza è quella di continuare a vivere queste tipo di emozioni che solo lo sport sa offrire.

Sembra ieri il suo scatto a Les Deux Alpes, sembra ieri la maglia gialla al Tour de France e ancor prima quella rosa al Giro d’Italia.

Sembra ieri la bandana in testa, quando i caschi non erano ancora obbligatori, sembra ieri il suo sguardo concentrato, la stanchezza che si sentiva ma si doveva domare.

Marco Pantani, ovunque sia passato con la sua bicicletta, ha lasciato il segno. Un ciclista che con la sua professionalità, schiettezza e correttezza ha saputo conquistare proprio tutti, appassionati e no del ciclismo.

L’estate del 1998 è stata la sua estate! Una doppietta in due dei più grandi giri del mondo: Giro d’Italia e Tour de France. Bis che era riuscito a fare soltanto un’altra grande icona dello sport italiano: Fausto Coppi nel 1949 e nel 1952. Una vittoria italiana alla Grande Boucle 33 anni dopo Felice Gimondi (1965).

In quella stagione milioni di italiani incollati alla tv per guardare le gesta di quell’umile ciclista romagnolo che sapeva il fatto suo. Al Giro attaccò ripetutamente il suo diretto avversario Tonkov il quale non riuscì a tenere il passo del Pirata. Al termine della 19esima tappa, la Cavalese > Plan di Montecampione, Pantani mise le mani conquistò tappa e maglia rosa che portò fino alla passerella finale a Milano. Quell’anno al Giro Pantani fece sua anche la classifica scalatori battendo José Jaime González.

Le emozioni però si ripeterono qualche settimana più tardi, tra le strade francesi. Dopo le prime tappe in sordina, il Pirata mostra gli artigli all’undicesima tappa con arrivo a Plateau de Beille. Il ciclista romagnolo però è dietro, in classifica generale, al tedesco Jan Ullrich che aveva dominato le cronometro.
Ma l’impronta del Pirata su quel Tour de France avvenne qualche giorno più tardi, il 27 luglio durante la 15esima tappa con arrivo a Les Deux Alpes.

Pantani andò all’attacco sul colle del Galibier a quasi 50 chilometri dal traguardo e, nonostante la forte pioggia, riuscì a staccare il tedesco Ullrich arrivando al traguardo in solitaria, con quasi nove minuti di vantaggio. Quel giorno tutta l’Italia era con Pantani, tutta l’Italia pedalò insieme a quel grande atleta. E in quel giorno non solo vinse la tappa, ma si prese anche la maglia gialla, che avrebbe mantenuto fino a Parigi, conquistando l’edizione numero 85 della Grande Boucle.

Buon compleanno Pirata. Questo è il regalo che hai fatto tu all’Italia!

È una delle stagioni più positive per Marco Belinelli in NBA, almeno dal punto di  vista  realizzativo. Molto meno per quanto riguarda i successi della sua Atlanta che, come s’immaginava a inizio torneo, sta vivendo un periodo di caos, e lo dimostrano le 30 sconfitte subite in Eastern Conference e l’ultimo posto in classifica.

Belinelli però comunque sta facendo del suo meglio per tenere la squadra a galla e gli anni di esperienza in NBA si iniziano a sentire. Ha acquisito consapevolezza dei propri mezzi e ha avuto modo di scontrarsi e incontrarsi con i migliori cestisti americani ed europei degli ultimi anni. Per l’anno prossimo, intanto, ci potrebbero essere delle sorprese perché il contratto con gli Hawks sarebbe in scadenza e si potrebbero creare scenari davvero interessanti per il bolognese. Tempo al tempo.

Ma torniamo a quelli che sono stati i campioni che Belinelli ha incontrato in questi anni e che lui stesso ha inserito in una classifica Top 5. Si tratta di quei cestisti che ha sfidato ma prettamente europei.

Dirk Nowitzki

Ha incontrato il tedesco in un match tra Italia e Germania oltre 10 anni fa.

Tutti sapevano che Dirk era un grandissimo tiratore, così, quando cambiavo su di lui sui blocchi, gli stavo attaccato perché faticasse a prendersi il tiro. Ma era impossibile. Mise palla a terra e mi saltò. Si sapeva muovere come una guardia, ed era così alto che non riuscivo a stopparlo. Quello che faceva era irreale. È uno dei 5 più forti di ogni epoca, secondo me!

Hedo Turkoglu

Ha giocato insieme al turco quando era a Toronto nei Raptors. È cresciuto grazie a Turkoglu.

A Toronto mi prese sotto la sua ala, e mi spinse ad arricchire il mio gioco. Era molto più forte di me fisicamente, ma era anche molto veloce e molto bravo a giocare in pick’n’roll, era difficilissimo da marcare. Sapeva passare la palla e farla arrivare esattamente nel punto giusto. Hedo sapeva giocare a basket, eccome!

Peja Stojakovic

Un tiratore come Belinelli che ammette che contro il gigante croato non c’era storia.

Mi è sempre piaciuto tirare, ma, in confronto a Stojakovic, sono uno che spara mattoni. Un giorno, quando giocavamo insieme a New Orleans, Peja mi sfidò in una gara di tiro da tre punti. Per cominciare, segnò 40 triple di fila. È stato il miglior tiratore con cui abbia mai giocato, probabilmente il migliore di sempre in NBA. Era professionale e mi ha aiutato anche tanto ad allenarmi sul mio tiro, cosa di cui avevo bisogno ai tempi

Anthony Parker

Per Belinelli era il Michael Jordan dell’Eurolega, un americano che faceva flagelli in Europa, hanno giocato insieme negli Spurs.

Con la Fortitudo Bologna, affrontammo la sua squadra, il Maccabi Tel Aviv, in finale di Eurolega. Ci massacrarono, perdemmo di più di 40 punti. Parker ne segnò 21 e penso non abbia sbagliato nemmeno un tiro, o al massimo uno o due. Al tempo avevo 18 o 19 anni, ero molto impressionabile, e Parker – almeno per gli europei – non era come Jordan. Ma era Jordan. Palleggiava tra le gambe in partita, cosa che quasi nessuno in Europa faceva in quei tempi. Era in grado di fare quelle stoppate chase-down come LeBron James

Manuel Ginobili

Non è europeo, si sa, ma Belinelli con cui ha giocato sia nelle gloriose vittorie a Bologna che a San Antonio e lo ha voluto inserire lo stesso.

Ginobili è un campione vero, mi ha mostrato tanti trucchi del gioco offensivo, la sua attenzione al dettaglio è sempre stata maniacale. Sa tutto di ogni avversario, altrimenti come farebbe ad essere ancora protagonista? Un perfezionista soprattutto durante i playoff

Questo 2018 può essere l’anno buono per il ciclismo azzurro. Dopo i programmi presentati dagli isolani Vincenzo Nibali e Fabio Aru, fa il punto della situazione il campione Olimpico su pista Elia Viviani.

Il ciclista azzurro, dopo due anni con il Team Sky, ha deciso di trasferirsi nella squadra belga della Quick-Step Floors. Per questa stagione infatti, il quasi 30enne velocista, ha deciso di mettere da parte le competizioni su pista per puntare a fare bene anche su strada.


Il nostro Viviani è entrato nel nuovo gruppo della Quick Step anche in seguito all’abbandono di Marcel Kittel, passato alla Katusha. Tuttavia l’idea di Elia è quella di essere un leader del gruppo e non un rimpiazzo del campione tedesco.

Per la prossima stagione che partirà a breve, ci sono in mente una serie di corse a cui prendere parte.
Di sicuro il corridore d’origine veronese scatterà al via del Tour Down Under e agli Emirati. Da decidere, in base al percorso, quale gareggiare fra la Tirreno e la Parigi-Nizza.
Il sogno sarebbe quello di vincere la classica come la Milano-Sanremo per poi puntare al Giro d’Italia, magari prima correndo la Romandia.
Proprio la vittoria della classica delle classiche è uno dei desideri che più vuole realizzare perché

Se il massimo in pista era vincere l’Olimpiade, il massimo su strada sarebbe vincere la Sanremo. È il mio sogno!

Per poter far bene, tuttavia, Elia Viviani deve avere un grande appoggio dalla sua nuova squadra

Se Kittel ha vinto 14 volte nel 2017 e Viviani 9, ora può succedere l’opposto!

Il 2018 potrà essere un anno vincente per l’Italia dopo le delusioni al Mondiale di Bergen, e magari cercare una riscossa a Innsbruck.

L’esordio in NFL è arrivato in maniera casuale, al primo match è stato apprezzato e congratulato da tutti per la grande prestazione, ora la sua stagione è conclusa e spera in un nuovo contratto con gli Oakland Raiders.

Si tratta dell’Italians Giorgio Tavecchio, giocatore di football americano da diversi anni ma che è riuscito a mettersi in mostra negli ultimi mesi della stagione. Grande estimatore dell’italiano è stato il suo coach Jack Del Rio che, a fine stagione, ha lasciato i Raiders. Proprio Del Rio lo ha voluto fortemente come sostituto dell’infortunato, Sebastian Janikowski, un’icona della squadra americana.

Il debutto è stato da favola, un po’ meno il finale di stagione in cui gli Oakland sono usciti sconfitti contro i Dallas Cowboys e quindi hanno salutato anzitempo playoff e campionato . Un errore a inizio gara da parte di Tavecchio, col senno di poi, è costato caro per il punteggio finale nello scontro diretto. Tuttavia però la stagione dell’italiano è da definirsi più che positiva.

Nel corso della stagione, infatti, il placekicker milanese ha messo a segno, con una media di calciatura del 76,2% in FG, 16 field goal su 21 tentativi e 33 su 34 tentativi extra. Ha segnato complessivamente 81 punti e nei kick off ha mostrato grandissimi miglioramenti. Insomma, considerando che era alla sua prima stagione, un rookie quindi, e in un team che, rispetto allo scorso anno, ha stentato non poco fallendo i play off, credo che la stagione di Giorgio resti positiva. Ha dimostrato di poter stare nel grande giro americano.

Tuttavia deve comunque continuare a lavorare come ha sempre fatto. Nel post season dovrà migliorarsi ancora di più e posizionarsi in un range alto per gli standard della lega.

Non ci resta che sperare in una conferma o comunque in un team prestigioso per l’italiano cresciuto in America con una palla ovale.

 

È la stella dell’Italia del judo, ha scalato molto per raggiungere gli altissimi livelli in cui è ora. La campionessa azzurra Edwige Gwend, classe 1990, col suo carisma e la sua dedizione sportiva ha avuto modo di mettere in mostra tutto il suo talento. Atleta del gruppo Fiamme Gialle, da poco è stata insignita anche del premio migliore judoka del 2017.

Partiamo dal passato, come mai hai deciso di intraprendere l’attività sportiva del judo?

Posso confermare che il mio avvicinamento al judo è avvenuto in maniera abbastanza casuale. La mia famiglia è perlopiù di tradizione calcistica, tant’ è che anche mia sorella maggiore lo pratica.
Io a differenza del resto della mia famiglia seppur mediocre nel calcio, non me ne sono mai innamorata e  così già da piccola, a sei anni per la precisione, ho voluto provare qualcosa di diverso. Una palestra di judo vicino casa mi ha permesso di scoprire questo splendido sport e farlo mio

Cosa ti ha dato, nel corso degli anni, questo sport?

Questo sport mi ha dato tanto, e dico che non mi ha tolto niente. Sono cresciuta sia grazie ai miei genitori che grazie al judo che mi ha fatto anch’esso da “genitore”.
Il judo mi ha cresciuta, mi ha formata e ha reso l’Edwige che sono ora.
Questo sport  mi ha plasmato il carattere, mi ha fatto capire il significato dell’impegno, della sofferenza, della caparbietà, del porsi degli obiettivi e cos’è il rispetto. Il judo mi ha educata!

Hai mai pensato di provare a fare un’altra disciplina?

Forse da piccolina un po’ ci ho pensato, ma perché in realtà avrei voluto provare di tutto ero abbastanza curiosa. Il judo, però, mi ha allettata sin dall’inizio e non c’era niente di meglio dello stare scalzi sul tatami a correre qua e là con gli amici

Nel corso della tua carriera ci sono stati dei bei momenti, qual è il più bel ricordo che hai con addosso il judogi?

Lo dico sempre che il ricordo più bello per me è stato il mio primo campionato italiano all’età di 15 anni. Ebbi la possibilità finalmente di parteciparvi perché acquisii la cittadinanza italiana. La vittoria rese ancora il tutto più bello!

Quale, invece, è stato il periodo più buio?

Il periodo più brutto è indubbiamente stato quello dopo l’Olimpiade di Rio de Janeiro 2016. È stato un pessimo periodo sia dal punto di vista sportivo per come si era conclusa la gara in Brasile che familiare, a causa della perdita del mio fratello più grande

Cosa ti aspetti, a livello sportivo, per il futuro prossimo? Immagino anche Tokyo 2020?

Per quanto riguarda gli obiettivi Tokyo 2020 è indubbiamente il più grande e il più importante. Ma ad oggi, dopo aver acquisito una certa maturità, cerco di pensare e a pormi obiettivi a breve/medio termine.
Diciamo che preferisco vivere passo dopo passo i miei piani sportivi così che possa trovare sempre gli stimoli giusti. Lo scopo primario è quello di arricchire il mio palmares e concretizzarlo ancor più possibile

Come avviene la preparazione fisica e mentale per una gara?

La preparazione fisica varia in base alla gara o meglio ancora in base all’obiettivo di gara.
In base a ciò varierà il carico di lavoro: dalla tecnica allo studio dell’avversario. A livello mentale si ricerca sempre la tranquillità interiore, pensando ai propri punti di forza da sfruttare al massimo sul tatami

Il judo oltre a essere uno sport è anche uno stile di vita. È vero?

Verissimo! Una cosa che spesso diciamo è : “una volta judoka, sempre judoka!”.
Il perché sta nel fatto che il judo ti forma, diventa quindi parte della tua vita, parte di te!
Il judo ti insegna a cadere per poi saperti rialzare nello sport così come nella vita! Devo ammettere che senza questo sport, tanti episodi della mia vita scuramente non li avrei superati e non sarei stata in grado di superarli nemmeno oggi

Arrivata in Italia da piccolina, ti senti un po’ anche africana? Hai ancora qualche caro in Camerun?

Italianissima nel cuore! Ma nelle radici c’è anche un bel po’ della mia splendida Africa, del mio splendido Camerun! Mi sento anche una Leonessa d’Africa! Sono super fortunata di aver questo connubio dentro di me.
Della cultura camerunense mi piace il senso di solidarietà che si crea tra i connazionali, specialmente quando si emigra, e il senso di rispetto verso le persone più adulte.
In Camerun ho tantissimi familiari, molti zii e cugini pensa che nemmeno li conosco tutti! (ride, ndr)

Cosa pensi sulla legge dello Ius Soli?

Credo fermamente che lo Ius Soli sia la strada più che giusta da intraprendere. È una legge che per quanto e come sia cambiato il mondo mi pare assurdo non sia ancora in vigore. Per quanto tempo ancora vogliamo negare l’italianità a ragazzi italiani, solo perché nati da genitori stranieri?
Il fenomeno delle seconde generazioni è in atto da un bel po’ di tempo più di quanto si pensi! Pertanto a mio avviso è seriamente assurdo che una legge come lo Ius Soli non sia ancora stata attuata