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Cristina Fontanarosa

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Grande talento nelle due ruote e grande cuore; ecco chi era Gino Bartali, vissuto in Italia in un periodo buio dominato dalla legge nazista, che è riuscito a fare la differenza coi mezzi che aveva.

Una bicicletta e tanto coraggio gli sono bastati per aiutare circa 800 ebrei salvandogli la vita da un destino ingiusto. Questo merito oggi è finalmente riconosciuto a livello ufficiale e sarà premiato con un’onorificenza pubblica conferitagli simbolicamente proprio a Gerusalemme.

Due giorni prima dell’inizio del Giro d’Italia, che è previsto in data 4 maggio a Gerusalemme, si celebrerà una cerimonia con lo scopo di dare la cittadinanza onoraria a Gino Bartali, eletto “giusto tra le nazioni nel 2013”.

Per Israele è un anno importante: il 2018 segna i 70 anni della nascita dello stato ebraico ed è l’anno che vede Gerusalemme come la città dove avrà inizio la corsa ciclistica. In occasione di queste due grandi ricorrenze lo Yad Vashem, l’ente nazionale per la memoria della Shoah di Israele, ha deciso di conferire un attestato tanto speciale quanto raro proprio al ciclista italiano, per il suo impegno verso la salvezza degli ebrei.

Il portavoce del museo Simmy Allen ha detto in proposito:

La legge sui Giusti delle nazioni consente a Yad Vashem la prerogativa di conferire anche, in casi particolari, una cittadinanza onoraria di Israele a chi fosse ancora in vita, oppure postuma ai suoi congiunti

È il secondo caso quello che è stato attuato nei confronti del ciclista, per merito della costanza del figlio che non ha mai smesso di divulgare l’impegno del padre.

L’ultima volta che questa onorificenza è stata concessa risale al 2007 ed è quindi un grande onore per la famiglia di Bartali presiedere a questa cerimonia in onore di un grande uomo che, rischiando la sua stessa vita, usava la bicicletta non solo per allenarsi, ma anche per portare speranza agli ebrei.

 Il suo dovere morale lo spingeva a nascondere clandestinamente dei documenti falsi all’interno del telaio della bici per poi portarli al vescovo di Firenze che poteva così regalare un nuovo inizio a queste persone che altrimenti sarebbero morte.

Una luce durante l’occupazione nazista in Italia che ha ridato la vita a circa 800 persone. Per Israele rendergli onore è d’obbligo e il 2 maggio diventerà ufficialmente cittadino onorario.

Alla cerimonia prenderanno parte anche i ciclisti in gara per il 101esimo Giro d’Italia che si esibiranno in onore di Gino Bartali, loro predecessore, che rappresenta un importante punto di riferimento non solo a livello umano. Bartali, infatti, nella sua carriera ha anche vinto tre edizioni del Giro d’Italia e due del Tour de France.

Nei suoi anni di gloria era chiamato Ginettaccio, oggi ci piace ricordarlo con l’epiteto di eroe silenzioso, che agendo nell’ombra, ha mostrato che “Il bene si fa, ma non si dice. E certe medaglie si appendono all’anima, non alla giacca”.

22 aprile 2018, finale del torneo Masters 100 di Montecarlo: scendono in campo Rafael Nadal e Kei Nishikori per giocarsi il titolo. Una sfida importante ma che non dura molto e in soli due set, conclusi 6-3, 6-2 il maiorchino si conquista un posto nella storia del tennis festeggiando la sua undicesima vittoria a Montecarlo.

Un record che non ha eguali e che lo consacra come il più forte di tutti i tempi e non solo nel mondo del tennis. Il re della terra rossa, così come è stato battezzato dopo l’ennesimo successo, è riuscito a superare anche traguardi importanti come quello di Valentino Rossi, sbalzato dal trono per aver vinto “solo 10 volte” nei circuiti di Assen e Barcellona.

E guardando indietro ai più grandi sportivi che hanno ottenuto riconoscimenti simili è chiaro che al momento Rafael Nadal è in cima ad una sorta di classifica simbolica che lo vede l’unico ad aver avuto la meglio per undici volte nello stesso torneo.

Al secondo posto ecco Valentino Rossi, 10 volte campione in Olanda e in Spagna. Il dottore deve cedere il suo posto al tennista con il quale condivide anche il record di vittorie vinte nel torneo di Barcellona.

Al terzo posto troviamo il fantino inglese Lester Piggott, che nella sua carriera ha vinto 9 volte il derby di Epsom, sempre con cavalli diversi.

Per scoprire la posizione successiva ci spostiamo nel mondo dello sci, dove trionfa lo svedese Ingemar Stenmark con le sue 8 volte da campione a Madonna di Campiglio. Per lui 5 slalom e 3 giganti di Coppa del mondo.

Sono 8 anche i successi del grande Michael Schumacher nel Gp di Francia, che ha reso grande la Formula 1 prima di quel tragico incidente che ha messo in stand-by sia la sua vita che la sua carriera di pilota.

Subito dopo, a questa classifica si aggiunge un ciclista belga, Eddy Merckx, 7 volte vincitore nella Milano-Sanremo.

Chiude questa escalation di talenti sportivi il campione Ayrton Senna, per sei volte vincitore al Gp di Montecarlo.

Sette fuoriclasse che hanno fatto grande il loro sport e hanno saputo raddoppiare i loro successi nel tempo conquistandosi un posto nella storia. Al momento Nadal è il primo fra tutti ma non è ancora abbastanza e il tennista spagnolo, ritrovata la forza fisica e superati i problemi al ginocchio, è deciso a siglare un altro successo anche a Barcellona.                  

10 è il numero di vittorie che finora ha collezionato in questo torneo ma l’obiettivo è già fissato: riuscirà a entrare nella leggenda raggiungendo le 11 vittorie anche a Barcellona? 

Appuntamento, quindi, per la grande finale dove quasi certamente il nome di Nadal figurerà ancora una volta per suggellare ancora il suo dominio sulla terra rossa.

Si torna a parlare di Marc Marquez, ma stavolta non sono le polemiche a destare l’attenzione su di lui. Protagonista del Moto Gp di Austin sale sul primo gradino del podio e conquista per la sesta volta consecutiva il record di vittorie su questo circuito texano.

Nonostante sia la sua prima gara vinta nel mondiale 2018, rappresenta un successo su tutti i fronti e viene incoronato sceriffo del Texas. Concentrato, veloce e senza insicurezze, lo spagnolo in sella alla sua Honda ha mantenuto la prima posizione fino al traguardo, lasciandosi alle spalle Maverick Viñales, arrivato secondo e Andrea Iannone in terza posizione.

È stata una questione di strategia: dovevo solo partire bene e poi spingere. Non c’era bisogno di fare battaglia. Torniamo in Spagna contenti e fiduciosi

Ma la sua è una vittoria che va oltre la semplice gara e diventa un motivo per ricordare un altro grande campione del motociclismo, Nicky Hayden, scomparso nel 2017 in seguito ad un incidente mentre era in bicicletta.

È a lui che Marquez dedica il suo successo e lo fa in modo eclatante, sbandierando il numero che ha segnato la carriera del pilota, il 69.

In Texas il nome di Hayden risuona da più parti ancora prima della gara con effetti scenici di grande impatto, come il gigantesco 69 sul prato del circuito texano. Qui il campione era di casa e il gesto fatto dal vincitore del Moto Gp di Austin è stato accolto con applausi e consensi, anche da parte degli altri piloti in gara.

Non è la prima volta che il pilota spagnolo dedica una sua vittoria ad Hayden: era già successo l’anno scorso, nel mese di luglio, quando per primo ha superato il traguardo del Sachsenring. In quell’occasione il lutto per la scomparsa prematura del pilota era ancora recente e Marquez attendeva di poter trionfare per portare con sé questa dedica speciale che ora rivive in Texas.

Archiviate quindi le polemiche del Moto Gp d’Argentina e gli scontri con il rivale Valentino Rossi, questa terza tappa del motomondiale sarà ricordata col sorriso e non con quell’amaro in bocca dovuto a tensioni sia durante che dopo la gara.

Uno sguardo al promontorio a bordo pista con il numero 69 nel ricordo di Hayden basta a sedare gli animi e vivere serenamente una gara all’insegna dello sport e dei motori, dove Marquez segna col suo passaggio il dominio in questo circuito e lo fa senza “battagliare” con nessuno.

La notizia del ritiro di Arsene Wenger, allenatore dell’Arsenal da ben 22 anni, ha dato lo spunto per stilare una classifica dei commissari tecnici più longevi della storia del calcio. Proprio lui, il punto di riferimento dei Gunners, è in cima alla graduatoria tra gli allenatori più fedeli di tutti in Premiere League.

Arsene Wenger ha allenato l’Arsenal dal 1996 al 2018. A fine stagione, infatti, ha già annunciato che lascerà la squadra che ha guidato per moltissimi anni e ha condotto alla gloria in più di un’occasione. Nella sua carriera ha vinto la Premier League e la FA Cup nella stessa stagione sportiva (1997/98 e 2001/02). Inoltre, tra tutti è quello che ha conquistato più titoli nella FA Cup. Nel 2003/2004 è stato di nuovo il leader nel campionato inglese e a questi risultati ha aggiunto anche i premi della Community Shield nel 1998, 1999, 2002, 2004, 2014 e 2015.

Subito dopo di lui troviamo Alex Ferguson, allenatore del Manchester United con il quale ha vinto 13 campionati, 5 FA Cup, 4 Coppe di Lega, 2 UEFA Champions Leagues, 1 Coppa delle Coppe, 1 Supercoppa UEFA, 1 Coppa Intercontinentale, 1 Coppa del Mondo FIFA per club.

Il record della Ligue 1 e assoluto spetta a Guy Roux che ha allenato l’Auxerre per ben 44 anni, ma se consideriamo la sua militanza da giocatore si sale a quota 53 stagioni. In questo arco di tempo è riuscito a fare grande questa squadra, che ha scalato il campionato francese e ha vinto il titolo nel 1996. 

Un record diverso, invece, riguarda il Celtic di Willie Maley, che è rimasto imbattuto per ben 62 partite! Nel calcio britannico nessuno è riuscito finora come lui nell’impresa.

Ronnie Mcfall, tecnico del Portdown dal 1986 al 2016, ha raggiunto il successo nel campionato del 1990 e nel 2001/2002. Poi nel 1991 ha conquistato la coppa nazionale. 

L’allenatore spagnolo più longevo è Ignacio Quereda, dal 1988 al 2015. La sua squadra, la Spagna femminile, ha ottenuto degli ottimi riconoscimenti dopo essere arrivata in semifinale e ai quarti al campionato Europeo Uefa femminile (1997 – 2013).

Sempre in Spagna ritroviamo anche Juan Santisteban, ct tecnico della Spagna giovanile. È rimasto allenatore del team per 20 anni, prima nella Under 16 e poi nella Under 17. Diversi sono i titoli vinti sia con l’una che con l’altra squadra. Tra tutti è quello che ha vinto più titoli UEFA, ben sette.

Simbolo della Dynamo Kyiv è Valeriy Lobanovskiy, che ha collezionato 7 titoli in soli due anni, aggiungendo poi alla lista anche la Coppa delle Coppe e la Supercoppa UEFA nel 1975 e poi la Coppa delle Coppe 1986.
In Belgio emerge il nome di Francky Dury, che ha allenato lo Zultse VV dal 1990 al 2001 e poi lo SV Zulte Waregem nel 2001–2010, 2011. Tra i suoi successi più grandi c’è la Coppa del Belgio.

Mickey Evans, giocatore e allenatore del Caersws, ha vinto tre Coppe di Lega e conquistato un posto in Coppa UEFA Intertoto nel 2002. La curiosità intorno alla sua figura di allenatore è aver guidato la squadra dove militava anche suo figlio.

Infine è il turno dell’Italia con Vittorio Pozzo. Il tecnico ha guidato la nazionale italiana verso la conquista della Coppa del Mondo nel 1934 e nel 1938.  L’unico ad avere il primato di aver vinto due titoli mondiali in due edizioni consecutive, è il promotore degli ormai consueti ritiri prima del match.

Vittorio Pozzo è un’icona storica del calcio italiano e rientra in questa lista di allenatori che hanno fatto grande questo sport sin dagli esordi.

The Living Legend si è spento all’età di 82 anni. Il campione da record di wrestling, Bruno Sammartino, rappresenta una colonna portante della storia di questo sport che ha portato in alto il tricolore italiano all’estero per diversi anni. 

Vissuto a Pizzoferrato (Chieti) in un periodo buio che risentiva ancora degli effetti della seconda guerra mondiale, decide di lasciare l’Italia per cercare fortuna altrove e si reca a Pittsburgh, in Pennsylvania. Ed è lì che è cominciata la sua carriera di atleta, che lo ha visto diventare il più grande campione del mondo di tutti i tempi. 

Considerato uno dei pionieri del wrestling dell’età moderna, Sammartino è attualmente il campione più longevo della storia, con il record di aver mantenuto il titolo di campione del mondo dal 1963 al 1971.

 

Diversi sono i soprannomi che lo hanno accompagnato nella sua ascesa, come “the italian Strongman” oppure “the original italian stallion”, e nel corso della sua vita non sono mancati anche i riconoscimenti in suo onore, sia fuori dall’Italia che nel suo paese d’origine. Non a caso, a Pizzoferrato, proprio l’anno l’anno scorso si è deciso anche di innalzare una statua che lo ritrae negli anni di gloria.   Il gigante buono è stato capace di creare la sua fortuna dal nulla, solo con impegno e dedizione verso questo sport che gli ha dato tantissimo. Oltre a detenere il primato del titolo mondiale per un totale di 11 anni (4040 giorni), ha avuto la capacità di farsi amare e seguire da tutti gli appassionati del mondo del wrestling che non si perdevano un suo incontro. Per circa 188 volte le sue esibizioni al Madison Square Garden hanno registrato il tutto esaurito, tra la folla che lo acclamava con affetto. Entrato nella cultura popolare americana tanto da influenzare il papà di Bruno Mars, celebre cantante statunitense. “Com’è possibile?”, vi starete chiedendo? All’età di due anni, Peter Gene Hernandez, questo il vero nome del cantante, secondo suo padre assomigliava tanto al lottatore così tutta la famiglia ha iniziato a chiamarlo Bruno, al punto che lui stesso è cresciuto convinto di chiamarsi così!

Nel 2013 per volere di Arnold Schwarzenegger fu inserito nella Hall Of Fame della WWE (allora WWWF) come tributo per essere il miglior wrestler di tutti i tempi.

Dopo una carriera lunga e gloriosa, fece il suo ultimo incontro nel 1987 in coppia con Hulk Hogan, poi lasciò il ring per sempre.

Nella storia del wrestling Bruno Sammartino lascia un gran vuoto, ma con la certezza che il suo nome rimarrà per sempre una leggenda che nemmeno la morte potrà offuscare.  

John Cena e gli altri wrestler ricordano Bruno Sammartino

È stato un grande pilota di Formula 1 che ha fatto sognare la Ferrari insieme a Schumacher negli anni passati: oggi Rubens Barrichello, che non ha mai smesso di correre pur cambiando tipologia di gare, confessa ai giornalisti di Globo Tv il suo segreto più grande: la lotta contro il tumore.

In pochi intimi ne erano a conoscenza perché l’ex ferrarista, oggi pilota della Stock Car,  ha preferito non divulgare la notizia, ma ora che il peggio è passato si confida col mondo e racconta la sua esperienza:

Una mattina mi trovavo sotto la doccia, quando di colpo avvertii un dolore lancinante alla testa. Sentii come si stesse esplodendo, tanto che dovetti accasciarmi per terra. Ci vollero un po’ di minuti prima di riuscire a raggiungere Silvana per chiederle aiuto. Ricordo che il dolore era insopportabile e capii subito che si trattava di un problema serio. Mi rivolsi a un amico dottore che intuì subito la gravità della situazione. Sono stato fortunato

La notizia shock di avere un tumore ha sconvolto la vita del campione che ha subito cominciato un cammino per sconfiggere il male che lo aveva colpito. Il referto del medico è stato di “tumore al collo” e l’unico intervento possibile era quello di operare subito. 

Mi operarono di lì a poco e, una volta dimesso dall’ospedale, i medici mi dissero che solo il 14% della gente che soffre questo tipo di problema riesce a recuperare a pieno. Dopo il sollievo per averla scampata, ho temuto di non poter più correre, ma fortunatamente non è stato così

Una lotta difficile e vissuta con la paura di non farcela. Oggi però Barrichello torna a sorridere perché la lotta contro quel tumore arrivato all’improvviso nella sua vita è finalmente finita. Ancora una vittoria per il pilota, ma questa è sicuramente la più importante mai conquistata.

Può tornare a correre e lasciarsi alle spalle questo periodo buio, con la consapevolezza di essere un “miracolato”, come lui stesso ama definirsi. 

Dopo l’abbandono della nazionale svedese avvenuto nel 2016, Ibrahimovic sembra avere qualche ripensamento e pare stia pensando di tornare a giocare con la Svezia per i prossimi Mondiali di calcio 2018.

La notizia, che sta facendo il giro del web, viene direttamente dal protagonista, che ha postato sui social un messaggio che lascia intendere la possibilità di vederlo in campo a giugno in Russia. Ecco il suo tweet, che ha destato curiosità ma anche polemiche.

Sarà solo un suo desiderio o c’è del concreto dietro questo messaggio? A giudicare dalle parole dette poco tempo fa dallo stesso ct della Svezia, Andersson, sembra che la strada sia ancora lunga per il calciatore e decisamente in salita:

Zlatan ha lasciato la Nazionale nel 2016, se ora ci ha ripensato e lui a dover chiamare me. Io di sicuro non telefono a lui. Penso a concentrarmi sul lavoro e alle cose concrete. Voglio fare bene in Russia come contro l’Italia e su una cosa non si discute: qui comando io, non ci sono dubbi su chi sceglie i giocatori: io

Deciso e piuttosto infastidito dall’atteggiamento di Ibrahimovic, il tecnico svedese tende a salvaguardare la sua squadra, che ha conquistato la qualificazione al mondiale senza il suo aiuto in campo. In queste sue considerazioni trova il consenso di molti tifosi, che vedono nell’abbandono di Ibra un tradimento non ancora digerito.

Il giocatore, che da poco milita nella squadra dei Los Angeles Galaxy, si è ambientato piuttosto bene nel nuovo team e ha già regalato diverse soddisfazioni. Tre gol in tre partite è il suo bilancio attuale in poco più di un mese. Basteranno queste performances per convincere la nazionale svedese a riammetterlo in campo?

Sembra che Zlatan Ibrahimovic non abbia dubbi, come risulta chiaro dalle sue stesse parole:

Le possibilità che io giochi i Mondiali sono altissime

Ancora i rigori nell’occhio del ciclone. Dopo il clamoroso episodio che ha visto segnare Cristiano Ronaldo nella partita di Champions League contro la Juventus al 93esimo, stavolta è toccato al Friburgo dovere accettare un rigore dato con modalità alquanto bizzarre.

In Bundesliga si stava giocando il match di salvezza tra Mainz e Friburgo. Ma quando l’arbitro fischia la fine del primo tempo e i giocatori sono già negli spogliatoi succede l’impensabile e sono tutti costretti a rientrare in campo e assistere ad un calcio di rigore concesso durante l’intervallo!

Un arbitro un po’ troppo pignolo? Niente affatto: è colpa del Var, che evidenzia un episodio sospetto dove si vede il giocatore Kempf toccare la palla con la mano. Assegnare il rigore diventa per Guido Winkmann, direttore di gara, una scelta lecita. Forse le tempistiche un po’ meno…

Increduli e infuriati, i giocatori del Friburgo e i tifosi sono costretti quindi a guardare impotenti De Blasis segnare la rete che, insieme al secondo gol nel 79esimo minuto, conduce i padroni di casa verso il risultato finale della partita, 2-0.

 

Sdegnato, il Friburgo reagisce con un tweet piuttosto eloquente riguardo alla dinamica della partita:

Il match di Bundesliga si conclude con la vittoria del Mainz che guadagna 3 punti, tra la soddisfazione del suo team e soprattutto del tecnico Sandro Schwarz, che così commenta l’accaduto:

Il rigore? Penso che la decisione sia stata corretta. Ero già nello spogliatoio, il tempismo è stato un po’ infelice, ma era rigore. Ovviamente prendiamo questi tre punti, è stata una vittoria meritata

Tra polemiche e opinioni discordanti, ci ritroviamo dinanzi a eventi insoliti che con l’arrivo del Var sembrano diventare sempre più frequenti. Forse è il prezzo da pagare per avere una maggiore correttezza in campo, ma quel che è certo è che il calcio è nuovo a questi episodi e ha bisogno di più tempo per abituarsi al nuovo monitoraggio che ancora fa discutere.

A conclusione del Gran premio di Formula 1 di Cina, Sebastian Vettel, dopo due vittorie consecutive, perde terreno a causa di un incidente con Max Verstappen. I suoi commenti al termine della corsa esprimono delusione ma anche indulgenza verso il pilota olandese che ha causato la collisione:

Le gare a volte ti fanno un favore, altre volte vanno storte…. Ho concesso spazio a Verstappen nel caso in cui avesse bloccato un po’ le gomme, ma ha perso la macchina completamente e a quel punto c’è stata la collisione. Credo abbia capito di aver sbagliato. Siamo stati entrambi fortunati a poter proseguire, ma poteva anche evitare quella manovra. Ho apprezzato il fatto che sia venuto da me subito perché questo è il modo di risolvere casi simili, faccia a faccia

Un errore quello di Verstappen che ha causato la perdita di diversi punti per il ferrarista, ma che è stato subito ammesso dallo stesso protagonista, che si è recato da Vettel per porgergli le sue scuse assumendosi le sue responsabilità. Il pilota della Ferrari affronta con calma e rassegnazione l’accaduto, con la soddisfazione però di essere riuscito a mantenersi in pista nonostante tutto:

Le gare sono così. Sono cose che succedono, è stato negativo per entrambi. Non c’è molto da aggiungere. Ho perso bilanciamento con tantissimo sovrasterzo, era difficile stare in pista, cercavo solo di sopravvivere. Sono stato fortunato a finire la gara. Dopo un incidente come quello che ho avuto, credo che avremmo anche potuto restare fermi in pista. La fortuna sta nel fatto che la macchina ha potuto proseguire, anche se totalmente sbilanciata 

E aggiunge commentando lo svolgimento della gara:

Abbiamo perso il comando dopo il pit stop e questo non è stato ideale. Eravamo sicuri che saremmo usciti ancora davanti, ma non è andata così. L’ingresso della Safety Car in pista in quel momento non è stato ottimale per me e Valtteri perché non avevamo più la possibilità di reagire. In seguito era chiaro che Red Bull andasse più veloce, e credo che fosse inutile resistere più di tanto, visto come Daniel si stava avvicinando da dietro; poi lo stesso è accaduto con Max 

Vettel rimane ancora primo in classifica, ma deve fare i conti con l’avvicinarsi incessante di Hamilton, arrivato quarto in Cina ma adesso a soli 8 punti dal ferrarista.

La Ferrari, comunque, rimane sul podio con Kimi Raikkonen, che si aggiudica il terzo posto dopo Bottas (Mercedes) e il vincitore a sorpresa Ricciardo (Red Bull Racing). 

 

L’esito del GP di Cina, con l’inaspettata quanto decisiva collisione tra Verstappen e Vettel, ha comunque avuto le sue conseguenze, con il team della Mercedes che balza in cima alla classifica sottraendo la leadership alla Ferrari nella classifica dei costruttori.

Per la prima volta l’E-Prix di Formula E arriva nella capitala italiana a disputare una delle sue gare più importanti. È il 14 aprile 2018 e da ora fino ai prossimi 5 anni, Roma rimarrà sede dell’evento che coinvolge la sfida ad alta velocità delle auto elettriche.

Il Mondiale di Formula E, che ha visto sfrecciare le monoposto elettriche in zona Eur, si è concluso con il trionfo di Sam Bird, alla sua seconda vittoria stagionale del campionato. Complice anche un pizzico di fortuna per via del ritiro di Rosenqvist, che guidava la corsa, Bird ha avuto la meglio sui suoi avversari e ha conquistato il primo gradino del podio davanti a Di Grassi (Audi) e Lotterer (Techeetah).

Con questo ennesimo successo, il vincitore dell’E-Prix di Roma si posiziona al secondo posto della classifica con 101 punti dopo Vergne, che in questa gara è arrivato solo quinto.

Oltre all’adrenalina per la corsa e l’entusiasmo per la vittoria di Bird, questa competizione ha regalato alla capitale italiana la gioia di avere un evento sportivo di tale portata al suo interno. Tutta la competizione si è svolta senza intoppi e riscuotendo grandi consensi, dando lo slancio per una collaborazione duratura. Il sindaco di Roma, Virginia Raggi, e Alejandro Agag, Ceo Formula E, sono concordi nell’affermare che l’evento sarà riproposto, si pensa per altri 5 anni.

L’entusiasmo della prima cittadina romana è palese:

Lavoreremo a un protocollo di lunga durata: è sbocciato un amore. Roma ha risposto benissimo a questo evento. Le persone imparano divertendosi che un altro mondo è possibile

Le fanno seguito le dichiarazioni di Agag:

E’ andata da Dio. Benissimo proprio

Insomma, un successo su tutti i fronti, che spinge a promuovere anche nel futuro questa disciplina sportiva che man mano che passa il tempo sta assumendo sempre più importanza nel settore del motorsport.