Author

Cristina Fontanarosa

Browsing

Un grande risultato per un grande combattente che all’età di 55 anni riesce ancora a superare anche avversari più giovani e aggiudicarsi la Dakar per la seconda volta in carriera.

Carlos Sainz si concede il bis dal lontano 2010 e trionfa alla Dakar auto 2018. Da quel suo primo trionfo non ha perso né lo sprint né la determinazione per arrivare primo e, seppure con varie difficoltà, può oggi godersi i complimenti da parte di tutti, a partire dalla Peugeot fino ad arrivare a parenti e amici, anche dal volto noto come Alonso.

Su Twitter i commenti alla sua vittoria sono innumerevoli. Per citarne qualcuno tra i più significativi c’è quello scritto dal figlio, orgoglioso del suo intrepido papà in corsa nel rally più eccitante dell’anno, che dice:

Oggi sono probabilmente il figlio più orgoglioso di suo padre in tutto il mondo. Ha vinto la Dakar più dura mai disputata in Sudamerica a 55 anni, bel numero, e lo ha fatto alla sua maniera. Complimenti Matador!

Ed ecco invece i complimenti da parte di Fernando Alonso:

Mi fanno male le mani per gli applausi alla leggenda Carlos Sainz

Insomma, si parla addirittura di leggenda quando si celebra questo trionfo realizzato a Cordoba dopo una gara abbastanza complicata che non ha mai smesso di regalare qualche colpo di scena, come le uscite inaspettate di piloti come Loeb e Villas Boas, che sono stati costretti al ritiro dopo infortuni e problematiche varie.

Carlos Sainz ha faticato nelle prime tappe per guadagnarsi quel vantaggio che poi gli ha regalato il titolo. Nella gara finale, infatti, gli è bastato arrivare alla posizione numero 14 per essere dichiarato comunque vincitore assoluto.

Il suo vantaggio notevole non ha dato spazio ai suoi avversari, come Al-Attiyah e De Villiers, che non sono riusciti a raggiungerlo e conquistarsi oggi la scena finale.

Vince quindi la Peugeot e l’avversaria Toyota deve accontentarsi della seconda e terza posizione, nonostante gli ottimi risultati ottenuti nell’ultima tappa dai suoi rappresentanti.

E il vincitore come commenta questa vittoria? Ecco le sue parole a fine gara:

Sono molto contento perché questa è stata una Dakar davvero difficile. E’ stato un successo più difficile che nel 2010. Mi sento di meritare questo successo. Non mi sono mai dato per vinto e sono tornato ogni anno più motivato che mai

E così si chiude anche questa spettacolare edizione di una corsa che tiene tutti, spettatori e piloti, con il fiato sospeso fino all’ultimo tratto. La Dakar riesce ad affascinare anno dopo anno, non lasciando mai delusi gli appassionati che la seguono dal primo all’ultimo giorno.

Ricordate chi vinse l’edizione del 2001? Anche in quell’occasione la Dakar auto ha riservato le sue sorprese e quella volta riguardavano la vincitrice, Jutta Kleinschmidt.

Fu lei la prima donna ad aggiudicarsi il titolo nella Parigi-Dakar e da allora non si è più fermata, conquistando tre podi e 10 vittorie di tappa.  Jutta Kleinschmidt  ha preso parte alla competizione sia in moto, per tre volte, che in auto, per 13 volte, per un totale di 16 partecipazioni complessive.

Un vero record che è rimasto nella storia del rally e oggi, 21 gennaio, ricade l’anniversario della sua grande vittoria, il giorno dopo il grande successo dello spagnolo Carlos Sainz.

È ancora lei la grande protagonista sul ghiaccio: Carolina Kostner incanta tutti con la sua performances allo short program degli Europei di pattinaggio di figura 2018 che si stanno disputando a Mosca.

Nella seconda giornata dedicata alle gare prima dell’inizio delle Olimpiadi Invernali di Pyeongchang, l’azzurra entra in scena con un abito rosso e volteggia sul ghiaccio sulle note di una canzone di Celin Dion, “Ne me quitte pas, conquistandosi la terza posizione del podio.

Ma non è tutto: Carolina Kostner riesce anche a superare il record italiano nel corto, avviandosi verso i record di vittoria finora raggiunti solo dalla russa Rodnina che riuscì a conquistare esattamente 11 medaglie d’oro europee.

Dal punteggio di 77.24 dei Mondiali di Saitama del 2014 raggiunge il nuovo record con 78.30 e sale sul podio dopo due talenti incredibili che giocavano in casa: Alina Zagitova di soli 15 anni che ha totalizzato 80.27 ed Evgenia Medvedeva, diciottenne due volte campionessa iridata e continentale in carica, con 78.57.

A caccia della sua undicesima medaglia europea, sabato la più grande pattinatrice italiana si esibirà contro le sue avversarie e non è affatto impossibile che riesca anche a superarle in classifica. Nel frattempo si dice molto soddisfatta della sua prova:

Sono molto felice per come è andato il programma corto. Mi sentivo tranquilla, ben preparata, e l’atmosfera così come le reazioni del pubblico mi hanno fatto provare qualcosa di speciale. Siamo a metà gara: stasera mi rilasso e domani mi allenerò con tranquillità per il libero di sabato. Aver pattinato con le migliori è già un grande motivo di soddisfazione

E con l’umiltà e la maturità che la caratterizzano, Carolina Kostner non ama parlare di confronti con le avversarie e si concentra solo su se stessa:

L’ultimo periodo di allenamento mi aveva fatto capire di esser pronta. Se penso che agli Europei dell’anno scorso, dato un ranking che risentiva dei quasi tre anni di stop, avevo dovuto esibirmi al mattino presto e a inizio competizione, mi rendo conto di quanta strada ho compiuto in una stagione. Il viaggio è stato lungo, ma allo stesso tempo stupendo e ricco di soddisfazioni. Né mi interessa molto fare confronti con le altre. Sono felice di riuscire a dimostrare quel che so fare, il mio pattinaggio, le mie qualità. I risultati sono quasi un di più e, senza voler sembrare superiore, li lascio alle altre, alle più giovani. E comunque le ragazze russe sono super forti: da loro ho da imparare, di certo mi motivano

E, in attesa di vederla ancora risplendere sul ghiaccio, ci godiamo la sua ultima performances che ha affascinato tutti alla Megasport Arena di Mosca:

 

Dalla bicicletta alla moto, Vincenzo Nibali non abbandona la passione per le due ruote e non perde occasione per imparare qualcosa di più dai piloti della Dakar 2018. Ogni prezioso consiglio dei partecipanti al rally può infatti essergli d’aiuto nella preparazione per la sua prossima sfida ciclistica.

Fra pochi giorni parteciperà al Tour de San Juan, che prenderà le mosse dall’Argentina, e tra un allenamento e l’altro, ha fatto una visita nel luogo dove si sta svolgendo il rally giunto alle sue ultime battute.

Con ammirazione e con umiltà ha ascoltato le difficoltà e i problemi incontrati dai partecipanti alla corsa:

Parlando con Alessandro Botturi e Jacopo Cerutti mi sono reso conto dell’enorme sforzo fisico e mentale che richiede una corsa come la Dakar. Sono rimasto impressionato dalla lunghezza delle tappe del rally, gli sbalzi di temperatura e la sfida dell’altitudine in Bolivia

Ma perché un ciclista del suo calibro dovrebbe essere interessato ad un rally? Con sincerità, Nibali ha affermato di essere lì proprio per migliorare, imparando da chi affronta questo sport estremo quelle tecniche e curiosità che possono essere applicate anche al ciclismo:

E’ la prima volta che sono sulla Dakar e sto scoprendo cose molto interessanti che possono servire anche a noi ciclisti. Il tema dell’idratazione è cruciale anche per i piloti che hanno bisogno di bere tantissimo e tenere monitorata la temperatura corporea che in una speciale arriva a toccare anche i 65 gradi. Sul rally stanno sperimentando un avanzato sistema di monitoraggio dei valori corporei che m’incuriosisce

Vincenzo Nibali, vincitore dell’ultimo Giro di Lombardia, non vuole lasciare niente di intentato per riuscire ad affrontare con successo anche la prossima competizione che comincerà il 21 gennaio. La Vuelta a San Juan lo vedrà gareggiare contro ciclisti come Rafal Majka, Oscar Sevilla, Darwin Atapuma e Jarlinson Pantano. 

Ma il nostro ciclista azzurro rimane uno dei favoriti e durante il suo allenamento può quindi permettersi delle distrazioni che possono agevolarlo nella sua imminente corsa, a partire proprio da questo incontro ravvicinato con la Dakar 2018. Proprio qui, infatti, si rende conto di quanto la differenza di temperatura possa influire sulla prestazione finale e si prepara ad affrontare il clima argentino, così diverso da quello europeo:

La differenza di temperatura tra l’Europa e l’Argentina è notevole, noi ci proviamo. Vediamo come rispondono le gambe

Lo squalo, accompagnato dal suo ottimismo e dalla sua preparazione, dopo questa pausa, si appresta a tornare ad allenarsi per dare il meglio in questa nuova gara di inizio stagione, facendo buon uso delle indicazioni che gli sono state date da Botturi e colleghi.

Nella giornata di ieri ci ha lasciato un pezzo di storia olimpica insieme alla centenaria Carla Marangoni.

Un nome che ha fatto splendere la ginnastica italiana in uno dei periodi storici più difficili, con la leggerezza e il talento innato di altre undici ragazzine giovanissime, ma capaci di raggiungere un traguardo finora mai eguagliato: conquistare la medaglia d’argento alle Olimpiadi.

Siamo nel lontano 1928 e ad Amsterdam si stanno disputando le Olimpiadi dell’epoca, che per la prima volta accolgono in pista anche la ginnastica artistica al femminile. E proprio in questa categoria gareggiano le nostre rappresentanti azzurre, le Piccole Pavesi, che riescono a farsi notare e a conquistare il podio.

Ecco le protagoniste, tutte di età molto giovane: Bianca Ambrosetti, Lavinia Gianoni, Luigina Giavotti, Virginia Giorgi, Germana Malabarba, Luigina Perversi, Diana Pizzavini, Anna Tanzini, Carolina Tronconi, Ines Vercesi, Rita Vittadini e Carla Marangoni.

Per la prima e unica volta nella storia olimpica si aggiudicano la medaglia d’argento e vengono poi premiate anche dal duce Benito Mussolini. Guidate dall’allenatore Gino Grevi sono arrivate seconde solo alle padroni di casa, le giovani olandesi.

Un risultato reso ancora più spettacolare dall’età delle ragazze, una delle quali, Luigina Giavotti, aveva ancora soli 11 anni ed è rimasta da allora l’atleta più giovane che abbia mai partecipato ad una competizione olimpica.

Ma non è l’unico record legato a quell’edizione a cinque cerchi: Carla Marangoni ha vissuto dopo quella premiazione fino all’età di 102 anni, allietando giornalisti e amici con il racconto di quell’esperienza unica che le ha segnato la vita. E anche dopo aver spento le 100 candeline ha sempre conservato la stessa lucidità di un tempo e i ricordi intatti, anche di quelle sue compagne che non sono state così fortunate da vivere a lungo come lei.

Purtroppo alcune di loro subirono sulla propria persona gli effetti drammatici della guerra e morirono in un campo di concentramento, data l’origine ebrea. Lo stesso destino è stato riservato anche alle vincitrici delle Olimpiadi olandesi, qualche tempo dopo la loro vittoria.

Rimasta l’unica superstite in vita di quel famoso evento sportivo di Amsterdam, è stata ribattezzata qualche tempo fa una degli sportivi medagliati alle Olimpiadi più anziani al Mondo.

Oggi che non c’è più vogliamo ricordare di lei la grinta e l’amore per lo sport che l’ha accompagnata fino all’ultimo dei suoi giorni. Nonostante non abbia più preso parte ad alcuna competizione da quel 1928, ha sempre cercato di mantenersi in forma, allenandosi a casa con la cyclette, ed è stata anche una delle prime donne a conseguire la patente di guida, sia automobilistica che nautica.

Da giovanissima farfalla a donna emancipata, dall’alto dei suoi 102 anni ha visto e seguito con curiosità le Olimpiadi che negli anni si sono svolte da quella lontana edizione olandese. Magari a volte ha speso qualche critica, ma non è mai scomparsa in lei quella stessa passione di un tempo per lo sport che l’ha resa celebre in tutto il mondo e le ha fatto guadagnare un pezzo importante tra le pagine della storia olimpica di tutti i tempi.

Una sola bandiera annuncerà l’ingresso della Corea alle prossime Olimpiadi Invernali di Pyeongchang 2018. Per l’occasione non ci sarà alcuna divisione fra Corea del Nord e Corea del Sud: questo è un altro grande passo in avanti che è stato compiuto di recente fra le delegazioni dei due stati che in questi giorni stanno definendo i termini di un accordo.

Con motivazioni di natura sportiva alla base, le due Coree sono riuscite, quindi, dopo tanto tempo ad aprire un dialogo e sfileranno insieme sotto un’unica bandiera, detta dell’unificazione o della Corea unita, in occasione della cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici il prossimo 9 febbraio.

La bandiera dell’unificazione, che raffigura la penisola coreana in blu su sfondo bianco, ancora una volta fa la sua apparizione in un evento internazionale olimpico, come fece già nel 2000 a Sydney, nel 2004 ad Atene e nel 2006 a Torino.

Non rappresenta l’inizio di una pace anche di tipo militare, ma un importante passo verso il dialogo e, magari, verso un possibile accordo anche in altri settori che non siano correlati solo allo sport. Di recente, infatti, la situazione fra le due Coree si è fatta più aspra, aggravata da minacce di tipo nucleare e dal rischio sempre più forte di una guerra imminente.

Gli accordi presi a partire dal 9 gennaio, data del primo incontro avvenuto a Panmunjom, villaggio al confine tra i due stati, aprono uno spiraglio di pace che nessuno si aspettava.

E dopo la decisione di accogliere una delegazione proveniente dalla Corea del Nord formata da 230 cheerleader, 30 atleti di taekwondo e 150 delegati per le Paralimpiadi e di un’orchestra con ben 140 persone, oggi arriva un’altra bella notizia in favore dell’unione.

La squadra di hockey femminile sarà unica e rappresenterà non la Corea del Nord o del Sud ma l’intera Corea. Inoltre, è previsto anche che gli sciatori potranno allenarsi entrambi al Passo Masik.

Sono tutte delle decisioni prese in maniera congiunta dai rappresentanti delle rispettive parti. Adesso queste proposte devono passare sotto il vaglio del CIO, che deciderà se appoggiarle o meno. Sabato, a Losanna, si terrà l’incontro decisivo che riunirà i membri del Comitato Olimpico e quelli di Pyeongchang.

In attesa di conoscere il responso del CIO che deciderà se ufficializzare tali accordi, non tutti però si dicono soddisfatti dei termini raggiunti. Uno dei pareri contrari arriva proprio dall’allenatrice della squadra di hockey della Corea del Sud, Sarah Murray, che dice:

Non voglio mettere a rischio la chimica della squadra e rinunciare ad alcune colonne della squadra. Le nostre giocatrici hanno guadagnato la loro occasione e credo meritino di andare alle Olimpiadi. Il talento delle ragazze del Nord non è sufficiente per fare la differenza

Anche da altre parti arrivano voci contrarie che non credono alla buona fede della Corea del Nord o  ritengono che questa tregua sportiva sia inutile e al termine dei Giochi ricominceranno gli scontri. I problemi militari e politici permangono, questo è vero, ma bisogna prendere atto che almeno una speranza di dialogo si è aperta ed è già un passo significativo vista la piega drammatica che ha preso questa situazione negli ultimi tempi.

Il nome di Ronaldinho ha segnato il calcio internazionale risuonando spesso tra gli stadi con le acclamazioni da parte di tutta la tifoseria, entusiasta delle sue performances in campo.

Il calciatore brasiliano è stato protagonista in più di un’occasione di partite che sono rimaste nella storia e che anche a distanza di anni sono ancora impresse nella memoria dei tifosi, come quel famoso match tra Barcellona e Real Madrid giocato il 19 Novembre 2005 allo stadio Santiago Bernabeu.

Un sonoro 3-0 per la squadra di Ronaldinho ha scosso l’intero stadio, già su di giri per il gol di Eto’o e poi andato completamente in estasi per la doppietta del fuoriclasse brasiliano. In quella partita storica persino i tifosi della squadra avversaria non sono riusciti a contenere l’ammirazione per un giocatore che in campo ha sempre dato il massimo con una standing ovation di grande significato.

Oggi sappiamo che ha ufficializzato il suo ritiro e per rendere onore ad una carriera ricca di grandi successi vogliamo ricordare non solo il grande giocatore ma anche il compagno di squadra, leale e sincero anche fuori dal campo.

Forse non tutti ricordano il simpatico e curioso aneddoto che ha visto protagonista Ronaldinho alla vigilia proprio della stessa partita in cui ha piegato il Real Madrid. Ecco come viene raccontato proprio da chi l’ha vissuto in prima persona e che l’ha voluto condividere col mondo per far capire chi è veramente Ronaldinho.

Mancava qualche giorno al Clásico con il Real Madrid, Dinho mi telefonò a casa in piena notte. Risposi al telefono e mi disse: Andrés, lo so che sono le 3 del mattino, ma devo dirti una cosa

Così inizia il racconto di Andrès Iniesta, capitano del Barcellona, che svegliato nel cuore della notte, si ritrova a fare i conti con una notizia sconvolgente che riguarda il compagno:

A giugno vado via. Mio fratello si sta mettendo d’accordo con il Real… Sono cifre incredibili, non posso dire di no… Tu sei giovane puoi capirmi. Mi raccomando però non dire nulla nello spogliatoio e alla società, non tradirmi, mi fido di te più di chiunque altro. Notte Andres…Non mi diede il tempo di parlare, attaccò subito il telefono

Dopo questa bomba del tutto inaspettata il giocatore decise di rimanere in silenzio e quel che successe dopo gli fece capire in modo ancora più decisivo quanto fosse leale il suo compagno di squadra:

Il giorno dopo eravamo sul campo ad allenarci e sentivo intorno uno strano silenzio. Tutta la squadra era strana, coccolavano Dinho come mai prima. C’era un’atmosfera surreale. Arrivò il giorno del Clásico e negli spogliatoi del Santiago Bernabeu, Dinho prese parola dicendo: “Ragazzi, oggi giochiamo una partita importante, questi sono forti, ma in questi giorni ho scoperto che siamo come una famiglia. Ho chiamato tutti voi in piena notte dicendo che sarei andato via a giugno, ma nessuno di voi ha parlato”. Dopo questa cosa, ho capito che siamo disposti tutti a morire dentro pur di non tradirci. Io rimarrò qui per molti anni ancora. Ora usciamo in campo e andiamo ad insegnare calcio a questi di Madrid“. Quella sera fece una doppietta, è tutto il Bernabeu si alzò in piedi ad applaudirlo. Anche questo era Ronaldinho

Che dire? Grande fuori e dentro al campo di calcio, Ronaldinho rimarrà sempre una leggenda, che ci piace oggi rivedere in quell’incredibile doppietta dopo la celebre telefonata, entrata a far parte delle curiosità sportive più intriganti di tutti i tempi.

Il calciomercato spesso lascia increduli di fronte alle decisioni dei calciatori, che raramente rifiutano offerte imperdibili, cambiando maglia a seconda dei loro interessi.

Ma sarà davvero così? La storia calcistica ci insegna che un calciatore ha anche degli ideali legati alla propria squadra e spesso rifiuta il cosiddetto salto di qualità verso una squadra considerata “big”.

Proprio di recente è un giocatore del Bologna che si è reso protagonista di un rifiuto che ha fatto subito notizia: si tratta di Simone Verdi, che ha gentilmente declinato l’offerta del Napoli per rimanere ancorato alla sua maglia.

Non c’è da stupirsi se non ha colto quella che per molti era considerata la sua grande occasione. Molti prima di lui hanno fatto lo stesso e il passato conserva ancora tutti i nomi di chi ha detto no.

Il primo e sconvolgente rifiuto storico è stato quello di Gigi Riva, grande giocatore del Cagliari, che non ha ceduto alle lusinghe della Juventus che voleva a tutti i costi conquistare il suo talento. Siamo negli anni ’70 e, nello stesso periodo, un altro calciatore diventato celebre per le sue prestazioni in campo fu oggetto di un’allettante proposta del Napoli, seccamente rifiutata. Stavolta il protagonista è Paolo Rossi, che oggi commenta con queste parole la scelta di Verdi:

Credo abbia avuto timore di non sapere quante gare avrebbe potuto giocare, perché sul fatto che il Napoli sia competitivo non ci sono dubbi. Questione di titolarità o anche di crescita graduale? Se da una parte credo sia un obbligo del giocatore cercare di migliorare, ecco, penso altresì che Verdi abbia ritenuto il momento non opportuno, che la sua fase di crescita definitiva potrà raggiungere l’apice con altri cinque mesi di titolarità in un Bologna in cui gioca sicuro

Poi è stata la volta di Francesco Totti, emblema della fedeltà assoluta alla propria maglia giallorossa. Nonostante le offerte eccezionali da parte del Real Madrid, il calciatore non ha mai voluto abbandonare la Roma.

Ma la lista è ancora lunga e comprende anche nomi come Kakà, che rinunciò al Manchester City per rimanere fedele al Milan, e Totò Di Natale, che non cedette alla corte insistente della Juventus, nonostante l’Udinese fosse pronto a lasciarlo andare.

Più recenti in ordine di tempo arrivano i rifiuti di altri grandi nomi nel calcio internazionale: Marek Hamsik è un altro di quelli che hanno detto no. Il calciatore rifiuta l’occasione offerta dal Milan per rimanere a giocare con il Napoli.

Ma non è l’ultimo a chiudere questa carrellata di rifiuti storici: Milinkovic-Savic, Domenico Berardi e Nikola Kalinic sono altri illustri nomi che hanno fatto saltare trattative già in atto, spinti da motivazioni più forti degli interessi economici che ruotano attorno al calciomercato.

Che Verdi sia un’eccezione non è quindi affatto vero, ma che si approvi o meno la sua decisione, bisogna prendere atto del coraggio che ha avuto a dire di no. Chi prima di lui ha seguito lo stesso percorso oggi non può che appoggiarlo e sostenerlo.

Lai Chi Wai è la dimostrazione di come nulla sia impossibile se guidati dalla forza di volontà e dalla determinazione. Di lui oggi si parla come dell’uomo che è riuscito ad andare oltre i suoi stessi limiti e ha osato fare ciò che nessuno avrebbe mai pensato: scalare una montagna con la sedia a rotelle.

No, non è la trama di un film ma la realtà di un uomo al quale in un attimo è stato portato via un sogno e che con tutto il suo coraggio è riuscito a riprenderselo nonostante le condizioni fisiche limitanti.

Lai Chi Wai sette anni fa era un grande scalatore nel bel mezzo di una carriera di successo. Quattro volte campione asiatico di scalata, sembrava che nulla potesse fermare la sua corsa verso la vetta. Ma un giorno nel giro di pochi attimi tutto per lui è cambiato radicalmente: un incidente con la moto gli ha stravolto l’intera esistenza mandando in frantumi sogni e carriera.

Le sue condizioni sono apparse subito gravi e il tragico referto ha confermato l’impossibilità di utilizzare le gambe per il resto della sua vita. Questa paralisi improvvisa, che avrebbe annientato la maggior parte delle persone, non ha invece piegato la forza d’animo di Lai Chi Wai che ha deciso di porsi dei nuovi e ambiziosi obiettivi per non farsi condizionare da quella sedia a rotelle con la quale avrebbe dovuto condividere tutta la vita.

E così oggi festeggia un risultato eccezionale: arrampicarsi sui 495 metri del Lion Rock, una montagna di Hong Kong, a bordo della sua sedia a rotelle!

Candidato al Premio Laureus come sportivo del mese, lo scalatore ha realizzato il suo sogno:

Ho raggiunto il mio obiettivo. Ho detto che avrei scalato il Lion Rock e ora l’ho fatto. Per me salire in cima significava realizzare il mio sogno più grande. Inoltre, scalando la montagna, ho potuto dimostrare ai miei amici e sostenitori di aver superato uno dei punti più difficili della mia vita: anche se sono su una sedia a rotelle, posso mettermi in gioco nello sport ed essere ancora in grado di fare quello che amo di più 

La sua impresa, oltre a essere una significativa prova di come lo sport possa aiutare a superare i propri limiti, può anche essere una valido esempio per tutte quelle persone che si trovano in condizioni simili e pensano che per loro non ci sia più via d’uscita. Lai Chi Wai ha dimostrato che si può sempre andare avanti e superare se stessi, a patto che non si perda mai la speranza e la forza di lottare.

Tale madre, tale figlia: Fiona May e Larissa sono la dimostrazione di come si tramandano non solo le componenti genetiche ma anche il talento e la passione per uno sport.

Sulle orme della mamma, Larissa Iapichino compie i suoi primi grandi passi nell’atletica e al Palaindoor di Padova all’età di 15 anni raggiunge il suo primo record nel pentathlon giovanile.

6,12 nel lungo è il risultato che le fa registrare la prestazione migliore italiana, superando anche il suo precedente record di 5.90. La figlia d’arte a Padova conquista il primato nelle cinque gare: 60 ostacoli, alto, peso, lungo e 400 metri e rende ancora una volta orgogliosa la sua mamma.

Ottimi traguardi in pochissimo tempo sono il frutto di un allenamento costante e di preziosi consigli da parte dei suoi genitori, entrambi campioni, che però non vogliono farle sentire alcun peso per il nome che porta.

Ma la tentazione di fare confronti è molto forte, dal momento che anche Fiona May all’età di 15 aveva già raggiunto dei record importanti.

Due ori mondiali all’aperto e due argenti olimpici nel salto in lungo sono i trofei che porta in dotazione una madre che è anche  campionessa iridata, ai quali si aggiungono anche i traguardi del padre, Gianni, sei volte campione nazionale nell’asta.

Insomma, non deve essere affatto facile per la giovane promessa dell’atletica vivere nell’ombra dei suoi genitori, ma fortunatamente ha una madre che la spinge a fare la sua strada, senza inutili confronti a condizionare il suo percorso nello sport.

Capisco che si parli di lei, succede a tanti figli d’arte. Ma il mio passato non deve pesarle in alcun modo. Nello sport e nell’atletica è importante che decida di testa sua. Con lei sono esigente, ma non per quel che fa in pista o in pedana

Ecco le parole della madre e non della campionessa, che sprona la figlia a fare ciò che le piace senza necessariamente dover seguire la sua strada.

La giovanissima Larissa, però, sembra proprio aver deciso cosa le piace davvero fare e giorno dopo giorno sta dimostrando di avere anche una grande talento, come dimostra il suo punteggio di 3707 punti che le ha fatto guadagnare il primato allieve dopo sole due settimane di partecipazione.

Abituata a stare sotto i riflettori sin da piccola, a fianco della madre anche in uno spot pubblicitario di qualche anno fa, sicuramente farà parlare ancora di sé e si guadagnerà un suo posto speciale nell’ambito dell’atletica.

Sulla pista di sci di Bad Kleinkirchheim, in Austria, l’Italia riscrive la storia con un podio tutto al femminile che conquista la discesa di Coppa del mondo.

Sofia Goggia, Federica Brignone e Nadia Fanchini: sono loro le tre protagoniste di questo storico successo tutto italiano che non lascia spazio alle avversarie e festeggia un podio che vale tantissimo.

La tripletta vince la tappa austriaca staccandosi nettamente dalle altre atlete in gara e conquistandosi la vetta e l’acclamazione di un intero paese che ha seguito la gara col fiato sospeso, tra le difficoltà di una pista impervia e di un tempo poco clemente. Forte neve e scarsa visibilità hanno reso il tracciato ancora più ostico, tanto da costringere gli organizzatori ad accorciarlo viste le condizioni meteo in peggioramento. Ed è in questo scenario per niente semplice che si realizza un sogno che porta i colori della nostra bandiera italiana.

La prima ad arrivare e a conquistarsi il gradino più alto del podio è Sofia Goggia, con un tempo di 1’04″00, che con questo ennesimo successo dice addio al suo periodo buio che l’ha tenuta per tanto tempo lontana dalla sua più grande passione, lo sci. Oltre al grande traguardo odierno, Sofia Goggia esulta anche per la sua seconda posizione nella classifica generale con 169 punti, dopo Tina Weirather. Felice e soddisfatta, si racconta così subito dopo la sua vittoria:

Sentivo qualcosa di diverso nella mia sciata, con la gara accorciata pensavo che i distacchi fossero inferiori invece è stata una giornata pazzesca per me. Paragone con la tripletta di Aspen? Erano passati vent’anni dalla ultima tripletta, mentre ora sono passati pochi mesi, ciò significa che non ci fermiamo mai. Penso di non aver mai sciato così forte in una discesa libera. Grazie alla parte finale, nella quale ho spinto ad ogni curva, sono riuscita ad ottenere questo risultato. Sono molto contenta della tripletta italiana ma soprattutto per Nadia, perché il suo podio vale più della mia vittoria. Ieri ero abbastanza arrabbiata con me stessa, oggi volevo concretizzare. Sono molto fiduciosa per le gare italiane, soprattutto per Cortina

Una strepitosa e velocissima Federica Brignone le si affianca sul podio conquistandosi la seconda posizione 1″10. Si tratta del suo primo podio in discesa e, ancora incredula, commenta così la gara appena conclusa:

E’ stato bellissimo oggi, era una gara difficile, con la prova che precedeva la gara. La neve è cambiata, era più invernale. Per fortuna la giuria ha deciso di far partire la gara dal superG levando il piano iniziale. Queste condizioni per noi andavano bene ed è stato bello condividere insieme il podio

Completa la storica tripletta l’azzurra Nadia Fanchini, che raggiunge la terza posizione con 1″45 dalla Brignone. Nonostante non abbia ancora raggiunto una forma fisica eccellente i suoi risultati sono eccezionali e oggi può festeggiare insieme alle compagne questo grande successo che lei personalmente decide di dedicare alla sorella Irene, a casa per riprendersi da un infortunio.

Per me il podio vale più di una vittoria. Sono tre mesi che ho messo gli sci e non avrei mai creduto di potercela fare. Ora sono felice. Mia sorella Elena era felicissima, mi ha fatto i complimenti. Eravamo abbastanza emozionate. E’ un risultato importante, ora bisogna andare avanti

Fuori dal podio troviamo la francese Tiffany Gauthier e Tina Weirather, che non riescono a raggiungere le italiane nonostante gli sforzi in gara. Ma entro la decima posizione ecco che un’altra azzurra si fa largo nella graduatoria di arrivo: Marta Bassino, che accresce l’importanza di una tappa a dir poco leggendaria dove si è registrato il dominio dell’Italia.

E proprio partendo da questa grande e significativa vittoria, le sciatrici azzurre si apprestano a gareggiare per le tappe di Coppa del Mondo in Italia, a Cortina d’Ampezzo con due discese e un superG. C’è grande aspettativa per le loro prove: se in trasferta sono riuscite a fare grandi cose chissà come si comporteranno nel loro territorio!